Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Giorgio Armani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giorgio Armani. Mostra tutti i post

13/09/2025

Politeismo italiano

di Geraldina Colotti

Più di un secolo fa, il sociologo Max Weber spiegò con autorevolezza come l’individuo moderno fosse destinato al cosiddetto «politeismo dei valori». Queste riflessioni famose, anche se non necessariamente persuasive, servivano a delineare la situazione nuova di società disincantate, costrette a convivere con l’assenza di baricentri ideologici assoluti e col proliferare di dilemmi etici e normativi inevitabilmente drammatici.

Nessun dramma, però, sembra affliggere l’odierno politeismo italiano, che nel 2025 ha segnato un notevole salto di qualità con la morte e la santificazione di Pippo Baudo e di Giorgio Armani.

«Santo subito!», gridavano i più sfrenati fedeli cattolici, dopo la morte di Karol Wojtyla, papa scenografico e reazionario. Come possiamo constatare, l’esperienza non è andata perduta, vista l’ondata di selvaggio conformismo che si è scatenata all’indomani della scomparsa del «re» della televisione e del «re» della moda.

Notiamo che questi «re» sono monarchi dell’apparenza. Baudo «scopriva» i cantanti, facendoli apparire a Sanremo per dischiudere loro le porte del successo. Armani «copriva» attori e politici, facendoli apparire nella miscela di stile e originalità che conferiva loro eleganza e sicurezza.

Notiamo anche un’altra cosa. Questi sovrani dell’esteriorità hanno imposto la loro supremazia solo a partire dagli anni Ottanta. Anni di simulazione portata all’eccesso, anni di narcisismo compulsivo, anni (bisogna dirlo) di controrivoluzione.

E qui viene in mente Leopardi: il Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, dove i comportamenti dei suoi contemporanei gli apparivano determinati «quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quella tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere sempre stata fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti».

Questo è il quadro. La maggioranza degli italiani ha bisogno di idoli, e, a dispetto delle austere considerazioni di Weber, è disposta ad accogliere nel proprio pantheon Baudo e Armani, e a mescolarli senza difficoltà con Carlo Acutis, ricchissimo e sfortunato figlio di finanzieri, dedito alla beneficenza e santo molto opportuno di Internet.

Sono le divinità del nostro tempo. La gente le acclama. Le piange e le rimpiange. Le commemora (notiamo infine questo) ricorrendo se necessario alle parole e alle sfumature della cultura alta, e attingendo se utile al linguaggio e alle emozioni della cultura popolare. Un conformismo selvaggio, abbiamo detto. Un piattume ubriaco, cieco, da gregge, che contrasta in modo osceno con la realtà: quella delle cassiere imprigionate nei supermercati, dei sikh vampirizzati nelle campagne, dei morti sul lavoro, della mattanza genocida di Gaza.

Fonte

08/09/2025

Perchè gli italiani amano gli schiavisti?

Come inevitabile in un Paese intriso di ipocrisia fintocattolica e con la memoria di un pesce rosso, la scomparsa di Giorgio Armani, alla tenera età di 91 anni, non poteva che scatenare la corsa a chi scriveva l’elegia più celebrativa.

Anche meno...

Il quadro, che avevamo descritto oltre un anno fa in questo video, infatti, consiglierebbe un tono decisamente meno apologetico.

“Le borse di pelle firmate Giorgio Armani”, sottolineavamo, “si vendono nelle boutique dello stilista sparse per il mondo a poco meno di 2000 euro l’una. Per produrle però, di euro, ne bastano una novantina. 75, se evadi pure l’iva”

Era il quadro emerso dall’inchiesta della procura di Milano che aveva appena ha portato all’amministrazione giudiziaria della Giorgio Armani Operations SPA, nell’ambito dell’indagine sul rapporto tra la holding e i suoi fornitori. 

Il fornitore ufficiale italiano di Armani si chiama Manifatture Lombarde, che a sua volta subappaltava le commesse a subfornitori cinesi. Un rapporto che gli inquirenti hanno definito di “caporalato di manodopera straniera irregolare”, e sul quale il gruppo, nella migliore delle ipotesi, “non vigilava”

In realtà però vigilava eccome, solo che si concentrava su altro.

Come ricordava Luigi Ferrarella sul Corriere, infatti, “un mese fa i carabinieri del Comando Tutela del Lavoro in uno di questi opifici cinesi hanno persino trovato un ispettore della «Giorgio Armani Operations spa» intento a fare il «controllo di qualità» dei prodotti”

“Nel corso delle indagini”, avevano sottolineato gli inquirenti, “si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa”

Mentre vi abbandonate al coro unanime di tributi, tutto sommato anche inevitabili nel caso di un uomo che, nel bene e nel male, senza alcun dubbio, ha segnato un’epoca e ha lasciato il segno, provate magari anche a ricordarvi che la ricchezza del suo Impero, in realtà, più che all’inseparabile Leo Dell’Orco, apparterrebbe a tutti noi. 

Fonte