Come inevitabile in un Paese intriso di ipocrisia fintocattolica e con la memoria di un pesce rosso, la scomparsa di Giorgio Armani, alla tenera età di 91 anni, non poteva che scatenare la corsa a chi scriveva l’elegia più celebrativa.
Anche meno...
Il quadro, che avevamo descritto oltre un anno fa in questo video, infatti, consiglierebbe un tono decisamente meno apologetico.
“Le borse di pelle firmate Giorgio Armani”, sottolineavamo, “si vendono nelle boutique dello stilista sparse per il mondo a poco meno di 2000 euro l’una. Per produrle però, di euro, ne bastano una novantina. 75, se evadi pure l’iva”.
Era il quadro emerso dall’inchiesta della procura di Milano che aveva appena ha portato all’amministrazione giudiziaria della Giorgio Armani Operations SPA, nell’ambito dell’indagine sul rapporto tra la holding e i suoi fornitori.
Il fornitore ufficiale italiano di Armani si chiama Manifatture Lombarde, che a sua volta subappaltava le commesse a subfornitori cinesi. Un rapporto che gli inquirenti hanno definito di “caporalato di manodopera straniera irregolare”, e sul quale il gruppo, nella migliore delle ipotesi, “non vigilava”.
In realtà però vigilava eccome, solo che si concentrava su altro.
Come ricordava Luigi Ferrarella sul Corriere, infatti, “un mese fa i carabinieri del Comando Tutela del Lavoro in uno di questi opifici cinesi hanno persino trovato un ispettore della «Giorgio Armani Operations spa» intento a fare il «controllo di qualità» dei prodotti”.
“Nel corso delle indagini”, avevano sottolineato gli inquirenti, “si è disvelata una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d’impresa diretta all’aumento del business. Le condotte investigate non paiono frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di una illecita politica di impresa”.
Mentre vi abbandonate al coro unanime di tributi, tutto sommato anche inevitabili nel caso di un uomo che, nel bene e nel male, senza alcun dubbio, ha segnato un’epoca e ha lasciato il segno, provate magari anche a ricordarvi che la ricchezza del suo Impero, in realtà, più che all’inseparabile Leo Dell’Orco, apparterrebbe a tutti noi.
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