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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2026

La grande secca del Danubio mette in ginocchio Ungheria, Romania e Serbia

Europa centro-orientale a secco

Negli ultimi mesi il livello idrico del Danubio ha raggiunto i minimi storici. L’ondata di calore e la prolungata siccità stanno rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei Paesi dell’Europa centro-orientale, il cui approvvigionamento energetico dipende dal fiume. Non si tratta soltanto di un’emergenza ambientale, agricola e idrica, ma di una vera e propria crisi energetica a catena. Il grande fiume svolge diverse funzioni: dal raffreddamento dei condensatori delle centrali nucleari all’alimentazione degli impianti idroelettrici. In questo scenario, le ripercussioni subite da Ungheria, Romania e Serbia sono emblematiche, documenta InsideOver.

Il fronte debole del nucleare

L’epicentro dell’emergenza si trova a Paks, dove sorge l’unica centrale nucleare ungherese. Costruita a una novantina di chilometri a Sud di Budapest, la struttura a quattro reattori di fabbricazione sovietica garantisce quasi la metà dell’elettricità prodotta nel Paese e un terzo dell’intero fabbisogno nazionale. Per funzionare in sicurezza, l’impianto richiede un flusso ininterrotto di circa 100 metri cubi d’acqua al secondo, prelevati direttamente dal Danubio per il raffreddamento dei condensatori. Con il fiume ridotto al lumicino, le bocche di aspirazione sono rimaste a loro volta a secco.

Acqua l’elemento chiave della vita

Péter Magyar, il neoeletto Presidente ungherese dopo Orban, denuncia che la produzione dell’impianto ha subito un crollo drammatico: dai normali 2.000 megawatt di potenza nominale, la capacità erogata è scesa prima a 965 MW per poi sprofondare nella notte del 2 agosto fino a 240 MW: poco più del 10% del totale. Il punto critico è legato al livello del fiume. A Paks, una quota idrometrica pari a -134 cm impone per protocollo lo spegnimento totale dei reattori, motivo per cui, raggiunta quota -144 nei primi giorni di agosto, è iniziata la complessa procedura di spegnimento.

Un corto circuito strutturale

Parimenti l’acqua del Danubio è essenziale per il raffreddamento della centrale nucleare di Cernavodă la quale, unica in Romania, garantisce una fetta consistente dell’energia nazionale. Mutatis mutandis, le autorità romene hanno programmato di far cessare l’attività di uno dei reattori della centrale nucleare. Tale misura risulta essere l’inevitabile conseguenza della crisi registrata in seno allo snodo idrico di Izvoarele. In tale snodo il fiume si biforca nel braccio di Bala e nel braccio del “Vecchio Danubio” (Dunărea Veche), quest’ultimo diretto verso la centrale nucleare.

Dalla secca alle inondazioni

Conseguenza contraria, recenti, forti precipitazioni hanno causato esondazioni degli affluenti del fiume Teleajen, dalle quali si sono generati detriti e fango che hanno ostruito le infrastrutture di filtraggio, impedendo la presa d’acqua per il raffreddamento del reattore. L’elevata torbidità dell’acqua ha reso impossibile anche il normale processo di potabilizzazione, lasciando a secco diverse migliaia di residenti nel comune e nei centri abitati limitrofi. Per sopperire alla situazione è stato necessario l’intervento della marina militare rumena.

Crisi anche in Serbia

Allo stesso modo, le difficoltà nel raffreddamento hanno coinvolto la più grande centrale idroelettrica serba di Đerdap 1 (che si è vista tagliare la produzione ad appena il 20% della capacità nominale per mancanza di portata) e i complessi a carbone di Kostolac. Per far fronte alla situazione, il governo serbo ha coinvolto anche la popolazione con la richiesta di moderare l’uso dei condizionatori, mentre le temperature estive spingono alle stelle la richiesta di elettricità per il condizionamento. Di fatto, la secca del Danubio ha portato alla luce un cortocircuito strutturale che minaccia l’intera Europa.

Cortocircuito strutturale

È durante questi picchi che le centrali idroelettriche e nucleari sono costrette a tirare il freno per mancanza d’acqua o per il superamento delle temperature massime consentite per la tutela degli ecosistemi fluviali, una dinamica già osservata lungo il Rodano e la Loira in Francia. Senza piogge all’orizzonte e con il termometro stabilmente sopra i 38 °C, i Paesi dell’Europa orientale si trovano oggi costretti a importare energia a caro prezzo dai mercati vicini e a pianificare contingentamenti per le industrie, nel tentativo di proteggere la tenuta delle rispettive reti elettriche impiegate per il condizionamento dei centri abitati.

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19/04/2026

Ungheria - Magyar invita Netanyahu, tutto come prima

Il nuovo leader ungherese Peter Magyar ha confermato l’alleanza strategica con Israele ed ha formalizzato l’invito a Netanyahu per una visita di Stato in occasione delle celebrazioni della rivolta antisovietica del 1956. Lo si apprende da un comunicato del 15 aprile rilasciato dal gabinetto di governo israeliano e pubblicato dall’agenzia israeliana Ynet news.

Dunque pur essendo “europeista” Magyar non intende rivedere i legami con Israele e torna a sfidare la Corte Penale Internazionale e la conformazione alla sua giurisdizione nei paesi dell’Unione Europea.

Va infatti ricordato che Viktor Orbán aveva già ospitato Netanyahu nell’aprile 2025, sfidando apertamente la Corte e dichiarando che il mandato d’arresto non avrebbe avuto “alcun effetto” in Ungheria.

L’invito di Magyar a Netanyahu conferma che, nonostante il cambio di governo, la politica estera verso Israele rimane un “binario preferenziale” che ignora i vincoli delle istituzioni del diritto internazionale.

Eppure solo due giorni prima dell’invito al premier israeliano incriminato dalla Corte Penale Internazionale, Peter Magyar aveva dichiarato pubblicamente di voler riportare l’Ungheria nel pieno della giurisdizione della CPI, invertendo il processo di uscita avviato da Orbán nel 2025.

Invitando Netanyahu in Ungheria (su cui pende un mandato d’arresto della CPI dal novembre 2024) Magyar sta di fatto sospendendo l’applicazione di quel trattato proprio mentre afferma di volerlo onorare.

Se Netanyahu accetterà l’invito e il volo atterrerà a Budapest senza conseguenze legali, il messaggio sarà chiaro: il diritto internazionale è diventato un’opzione facoltativa.

Perché Peter Magyar, appena eletto con la promessa di un’Ungheria più moderna, ha scelto questa strada? La risposta risiede nella necessità di accreditarsi politicamente come un “nuovo Orbán” ma con una facciata diversa e magari più gradita a Bruxelles ma soprattutto a Trump.

Garantendo sicurezza a Netanyahu, Magyar invia un segnale a Washington e ai repubblicani americani: l’Ungheria resta il baluardo del sovranismo reazionario contro gli organismi sovranazionali. Peter Magyar ha vinto le elezioni promettendo un nuovo corso, ma le sue radici affondano profondamente nel sistema che ha appena finto di sconfiggere alle urne.

Con buona pace di Bruxelles e delle anime belle che hanno festeggiato per l’esito delle elezioni in Ungheria che hanno portato il paese dalla padella alla brace.

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14/04/2026

Ungheria - Orban defenestrato dal voto. Vince la destra “europeista”

Il partito di centro-destra Tisza di Peter Magyar ha conquistato i 2/3 dei seggi parlamentari nelle elezioni di domenica in Ungheria. Con questo risultato, caratterizzato anche dall’aumento della partecipazione elettorale degli ungheresi, esce di scena dopo 16 anni il premier Orban, leader dell’altro partito di centro-destra Fidesz da cui però proviene anche Magyar.

Al terzo posto è arrivato un altro partito di destra Mi Házank, con dunque ben tre sfumature di destra che occupano totalmente il Parlamento di Budapest. Infatti la situazione sarà la seguente: 138 seggi vanno alla destra del nuovo governo, 54 alla destra di Orbán, 10 all’estrema destra. Insomma c’è poco da stare allegri.

L’affluenza elevata alle urne – sopra il 70% – è stata trainata soprattutto dagli elettori dei grandi centri urbani e da Budapest, dove i settori insofferenti dell’autoritarismo di Orban sono più consistenti.

La sostituzione di Orban con un altro governo di destra ma più “filoeuropeo” dovrebbe facilitare lo sblocco dei fondi da destinare all’Ucraina, non a caso Ursula Von der Leyen canta vittoria. Più cauta invece la responsabile esteri della Commissione Kaja Kallas secondo cui “ora sarà fondamentale verificare nei fatti il rispetto dello stato di diritto e la cooperazione con l’Unione Europea” da parte del nuovo governo ungherese. Traspare tra le righe il malanimo tuttora esistente tra i “baltici” e la Polonia nei confronti degli ungheresi.

Trump, spedendo a Budapest il suo vice Vance alla vigilia delle elezioni, aveva apertamente sostenuto Orban durante la campagna elettorale, definendolo un alleato strategico.

La vittoria di Magyar, almeno sulla carta, rappresenta un indebolimento del fronte trumpiano in Europa.

Sul piano geopolitico il nuovo governo di Budapest potrebbe modificare anche la propria posizione sulla Russia, avvicinandosi maggiormente alla linea oltranzista e guerrafondaia degli altri paesi europei.

Magyar in campagna elettorale ha promesso di sbloccare i fondi Ue, di rilanciare l’economia, di lottare contro la corruzione e ridurre la dipendenza energetica dalla Russia... ma senza strappi.

In fondo Magyar viene dallo stesso partito di Orban e fino a due anni fa ne era un membro attivo. Sui diritti civili che tanto entusiasmano gli europeisti finora è stato piuttosto vago, ed anche sull’immigrazione non è poi così distante dalle posizioni di Orbán.

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12/04/2026

Ungheria contesa tra due destre. La risibilità del “meno peggio”

Dalla padella alla brace. Due destre si contendono il potere a Budapest. Una nazionalista che interloquisce con Usa e Russia, l’altra europeista che guarda a Bruxelles e alla Nato. Chiunque avesse una visione progressista in Ungheria domenica si troverà di fronte ad una alternativa del diavolo, niente affatto compensata dalla logica del “meno peggio”.

Alla vigilia del voto il premier ungherese Orban resta in bilico nei sondaggi con un netto sorpasso da parte del suo avversario Peter Magyar, salito al 51% di preferenze nelle ultime rilevazioni. Orban sarebbe al 41,1%. Su questi numeri peserà il voto del 21% degli indecisi e ai quali occorrerà aggiungere anche quelli dei cittadini ungheresi che vivono all’estero, una platea di quasi 400 mila persone con diritto di voto.

Il partito di centro-destra Fidesz, che è attualmente al governo, nei sondaggi viene sorpassato da quello di opposizione – anche lui di centro destra – Tisza, e questo nonostante la grande mobilitazione dei movimenti vicini a Orban e l’aperto sostegno del movimento Ma.Ga vicino a Trump, con l’intervento diretto di supporto a Orban da parte del vice presidente Vance che ha recentemente – e appositamente – visitato il paese.

Ma piuttosto esplicite sono anche le ingerenze esterne dell’Unione Europea sulle elezioni ungheresi. “L’Unione europea deve restare vigile e mi aspetto che l’esecutivo Ue, in caso di una vittoria di Orban, reagisca velocemente per assicurarsi che lui non abbia influenza sul Consiglio europeo” ha affermato l’eurodeputata olandese Tineke Strik, relatrice al Parlamento europeo per la situazione dello Stato di diritto in Ungheria.

A Orban l’Unione Europea ha sempre perdonato molto, ma da quando si è messo di traverso sugli aiuti economici e militari all’Ucraina ed ha interloquito con Putin non gliene hanno perdonato più nessuna.

Fino al 2022 contro l’Ungheria e la Polonia era aperto un procedimento di infrazione della Ue per violazione dei diritti democratici, ma lo schieramento oltranzista e guerrafondaio di Varsavia sulla guerra in Ucraina, ha visto “scomparire” ogni misura contro la Polonia lasciando vigenti solo quelle contro l’Ungheria. Un palese doppio standard tutto timbrato da Bruxelles. E’ evidente che il rapporto con la guerra in Ucraina condizionerà molto queste elezioni.

L’avversario di Orban, Peter Magyar, è tutt’altro che un uomo di progresso, al contrario, ma essendo meno ruvido con i circoli dominanti nell’Unione Europea, è diventato il loro uomo in Ungheria.

Nato a Budapest nel 1981, Magyar è un avvocato di 46 anni che ha militato in Fidesz – lo stesso partito di Orban – fin dal 2002. Per anni è stato parte integrante del sistema contro il quale oggi si scontra, occupando ruoli di prestigio nei consigli d’amministrazione di aziende di Stato e gestendo i rapporti tra il governo e il Parlamento Europeo.

La rottura è avvenuta nel 2024, in seguito allo scandalo che ha coinvolto la presidente Katalin Novák, accusata di aver concesso la grazia a un uomo condannato per aver coperto abusi sessuali su minori.

Magyar promette di ripristinare alcune libertà civili senza però rinunciare ai valori conservatori. E a Bruxelles va benissimo così.

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20/03/2026

Orbán blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina: prima garanzie sul petrolio russo

Il Consiglio Europeo si chiude con un nulla di fatto sull’Ucraina e un clima di tensione ai massimi storici. Al centro dello scontro c’è il veto di Viktor Orbán: il primo ministro ungherese ha bloccato il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, scatenando una durissima reazione dei partner europei.

Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.

L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.

Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.

Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.

Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.

La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.

Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.

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07/03/2026

Zelenskij minaccia di assassinare Orbán

Diciamola per come è. L’Ucraina al momento eccelle in una sola specialità: il terrorismo di Stato.

Lo sanno tutti, soprattutto a Bruxelles. Ma finora questa “virtù” si è espressa contro generali e politici russi, contro navi civili di Mosca, e quindi “era cosa buona”. Persino la distruzione del gasdotto Nord Stream – che ha privato tutta Europa del gas russo, infinitamente più economico del gnl Usa – è stata sopportata in silenzio come un prezzo collaterale dell’appoggio totale a Kiev.

Zelenskij e la banda di nazisti che controlla l’Ucraina, dopo oltre un decennio in cui si sono permessi qualsiasi nefandezza (ricordiamo l’incendio, gli omicidi e gli stupri nella Casa dei Sindacati di Odessa, durante Euro Majdan, 2014), si devono però essere convinti di poter fare come Israele. Con chiunque.

Così il cocainomane capo di Kiev se n’è uscito con una battuta suicida contro il suo arcinemico nella UE, l’ungherese Viktor Orbàn. Fascista quanto lui, certo, ma nazionalista di un altro paese e con qualche questioncella in sospeso. Sia per il passato che per il presente (storie di oleodotti interrotti da Kiev che lasciano Budapest al freddo).

Giovedì Zelenskij ha infatti accennato alla possibilità di fornire l’indirizzo di una “certa persona” – ampiamente interpretato come un riferimento a Orbán – alle truppe ucraine per un colloquio diretto “nella loro lingua“. Per chi ha familiarità con i film sulla mafia non serve traduzione: “ti faccio sparare o saltare in aria con lo Sbu” (il servizio segreto ucraino delegato a queste “imprese”).

Possibilità reale, persino quasi facile per chi ha affinato certe “qualità”, anche se un capo di stato diffidente e fascista come Orbàn qualche protezione ce l’ha di sicuro. Però bisogna essere cretini, oppure convinti di avere le forze di Netanyahu o Trump, per dirlo così apertamente.

A quel punto, dopo le ovvie proteste ungheresi (“come si può pensare di far entrare nella UE una bestia simile?”), anche Bruxelles ha dovuto rimbrottare bonariamente l’ultra-assistito ducetto di Kiev.

“In relazione specifica ai commenti fatti dal presidente Zelenskyy, siamo molto chiari come Commissione Europea: quel tipo di linguaggio non è accettabile. Non ci devono essere minacce contro gli Stati membri dell’UE”, ha dichiarato venerdì ai giornalisti Olof Gill, vicesegretario portavoce capo della Commissione, in una rara condanna del leader di Kiev. In pratica un “Così non si fa, siamo soliti usare le posate a tavola, da queste parti”.

Le tensioni tra Ucraina e Ungheria sono aumentate nelle ultime settimane, poiché Budapest continua a porre il veto a un pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro per Kiev. La principale lamentela di Orbán rimane l’interruzione del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba di epoca sovietica, che Budapest ritiene sia stata deliberatamente interrotta da Kiev. L’Ucraina nega l’accusa, sostenendo che la conduttura è stata gravemente danneggiata da “un attacco di droni russi” a gennaio.

Sapete quella vecchia favola dei russi così cretini da bombardarsi da soli infrastrutture che hanno costruito loro per guadagnare dal commercio? Sì, è una favola vecchia e riciclata, già usata pari pari al tempo dell’attentato al Nord Stream... Poi la magistratura tedesca ha emesso mandati di cattura per agenti ucraini (e uno lo ha trovato in Italia)... 

Ma i rapporti tra i due paesi, peraltro confinanti, sembrano ormai surriscaldati. Venerdì l’Ucraina ha accusato l’Ungheria di aver rapito sette dipendenti della banca statale Oschadbank e di aver sequestrato milioni in contanti e oro, mentre giovedì Orbán aveva giurato sui social media di voler “spezzare con la forza il blocco petrolifero ucraino”.

Dopo le minacce e i rimbrotti UE (l’unico alleato che gli sia rimasto, anche se ridicolo) Zelenskij si è detto pronto a riparare e riavviare l’oleodotto entro un mese se l’UE ne farà richiesta ufficiale, ma solo se Orbán prometterà di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro da parte della UE, fermo per il suo veto.

Nei prossimi giorni non mancheranno altri episodi di questa saga poco appassionante, ma certo indicativa di quante e quali idiozie siano state fatte in questi anni dai guerrafondai europei... Che ora cominciano a ricadere sulle loro teste.

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24/10/2025

Bombe ucraine per gli “alleati” europei

Non butta per niente bene. E le ultime notizie intorno alla guerra in Ucraina appaiono tutte segnali di radicalizzazione ed escalation del conflitto, quasi solo per decisione dei vertici dell’Unione Europea.

C’è da segnalare che sul campo di battaglia le cose volgono chiaramente al peggio per l’esercito di Kiev, che ha addirittura annunciato il parziale ritiro da alcune postazioni strategiche difese fin qui strenuamente (Pokrovsk, Mirnograd, ecc.), mentre il ritmo dell’avanzata russa è cresciuto fino a oltre 36 km quadrati al giorno.

Gli analisti militari fanno notare che dopo questa linea difensiva non c’è praticamente nulla per decine di chilometri, solo campi e ben poche strade. Il morale delle truppe non è altissimo, i pochi reparti ucraini più efficienti vengono continuamente spostati per tamponare le situazioni più critiche ed il reclutamento è diventato una caccia all’uomo nelle città, che sempre più spesso provoca reazioni spontanee avverse dei cittadini.

Una situazione così critica che persino Zelenskij ha cominciato a dire che il congelamento dell’attuale linea del fronte sarebbe “un buon compromesso” per siglare intanto un cessate il fuoco (l’unica proposta reale fin qui arrivata da Trump), smentendosi però subito dopo con la richiesta di “aumentare la pressione su Mosca”.

Che fin qui si è tradotta nel 19° pacchetto di sanzioni europee e nell’annuncio, da parte di Trump, di sanzioni specifiche per Lukoil e Rosneft, due delle principali società petrolifere russe.

Pochi – tra i guerrafondai europei – hanno notato che l’annuncio Usa, arrivato dopo l’annullamento del previsto incontro con Putin a Budapest, ha fatto risalire il prezzo del greggio al di sopra dei 60 dollari al barile. Che è il livello sotto il quale l’estrazione tramite fracking diventa anti-economica. E gli Stati Uniti ormai sono ridotti ad estrarlo solo in questo modo, avendo di fatto esaurito i giacimenti più “facili”.

Insomma: si tratta più di un’autodifesa economica Usa che non di una vera offensiva verso la capacità commerciale russa, che nel frattempo vede crescere le forniture per grandi consumatori di energia (Cina e India su tutti), annullando così senza sforzo le suicide sanzioni europee (che danneggiano quasi soltanto l’economia UE).

Ma le cose, dicevamo, volgono al peggio proprio in Europa. Nelle stesse ore in cui il Consiglio europeo raggiungeva l’accordo per varare il “19% pacchetto” (evidentemente gli altri diciotto non sono serviti allo scopo dichiarato) e il divieto completo di comprare gas russo, alcuni attentati hanno preso di mira due raffinerie di petrolio sia in Ungheria che in Romania.

In Ungheria è stata colpita la raffineria MOL di Százhalombatta, che a quanto pare riceve petrolio russo, mentre in Romania è toccato allla Petrotel-Lukoil, una consociata locale della società madre russa.

Contemporaneamente la Polonia ha approvato una legge che dichiara “non punibili” gli attentati compiuti verso i beni di un “paese invasore”, giustificando così come pienamente legittima la distruzione del gasdotto Nord Stream 2. Il problema è ora convincere la magistratura tedesca, che ha individuato nei servizi ucraini gli autori del sabotaggio che ha lasciato la Germania senza le forniture di gas a basso costo che avevano sostenuto a lungo la sua produzione industriale.

Anche qui gli analisti militari hanno tirato rapidamente le conseguenze: i due attentati sul territorio dell’Unione Europea sono stati compiuti probabilmente dai servizi ucraini con il benestare della stessa UE. Un modo piuttosto sbrigativo, insomma, di colpire i renitenti agli ordini (l’Ungheria del fascista Orbàn) e i furbetti che in pubblico approvano le sanzioni ma in privato continuano a comprare idrocarburi da Mosca (la Romania).

Ciò configura un preoccupante salto di qualità nelle relazioni interne alla UE che va ben oltre il vecchio disegno di cancellare il diritto di veto individuale e così prendere decisioni vincolanti per tutti i membri “a maggioranza”.

Che le cose stiano così è praticamente ammesso dal ministro degli esteri di Varsavia, Radoslaw Sikorski, che con la consueta iattanza ha di fatto rivendicato l’attacco alla raffineria ungherese. Poco prima aveva infatti augurato al comandante delle Forze dei Sistemi Senza Pilota (USF) dell’Ucraina Robert Brovdi (“Magyar”) di distruggere l’oleodotto Druzhba, che porta il greggio russo inUngheria.

Ha espresso tale desiderio in una disputa virtuale con il suo omologo ungherese, Peter Szijjarto, sfottendolo apertamente: “spero che il vostro coraggioso compatriota, il maggiore Magyar, riesca finalmente a mettere fuori uso l’oleodotto che alimenta la macchina da guerra di Putin e che voi otteniate il vostro petrolio attraverso la Croazia”. Detto fatto...

La reazione ungherese non si è fatta attendere, concludendo che “tra nazioni alleate” (nella Nato, peraltro, oltre che nella UE) questo modo di fare porterebbe ad “azzerare le relazioni”. Quella russa si è limitata alla notazione ironica di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri, che ha soprannominato il quasi-collega polacco “Osama Bin Sikorski”.

È di fatto iniziata quella “guerra ibrida”, condotta con mezzi apertamente terroristici, che avevamo ipotizzato come reazione dei guerrafondai europei contro l’ipotesi di un accordo fra Trump e Putin raggiunto senza che al tavolo ci fossero né Kiev, né la UE.

Resta in primo piano comunque la domanda principale: spingere per la prosecuzione della guerra, e l’escalation, con quali obbiettivi? Battere la Russia facendo combattere gli ucraini si è rivelata un’illusione.

La guerra ha usurato certamente Mosca e fatto fare grandi affari al complesso militare-industriale occidentale, al di qua e al di là dell’Atlantico. Ma il “successo” non c’è e non è alle viste. La Russia resta molto coesa, socialmente, e soprattutto ha un arsenale nucleare sufficiente a distruggere parecchie volte il pianeta, così come gli Usa.

Dunque perché insistere così ottusamente? Tutte le guerre iniziano per un errato calcolo dei rapporti di forza, sopravvalutando le proprie capacità rispetto a quelle dell’avversario. Ma in questo caso – parliamo della sola UE, visto che gli Usa si vanno sganciando apertamente – il vantaggio europeo è solo sul piano economico.

Anche volendo contare gli effetti del “piano di riarmo” – ammesso e non concesso che possa essere davvero un “piano europeo” e non una somma di “piani nazionali” in concorrenza tra loro – si parla di anni per provare a raggiungere una parità sul terreno delle armi convenzionali. Mentre resterebbe affidata alla neghittosa America la copertura nucleare.

Più che un errore di calcolo, insomma, sembra cecità di fronte all’evidenza. E se si cominciano già a scambiare bombe e droni tra servizi interni all’Unione Europea, la situazione appare – come dire... – di assai difficile soluzione.

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18/10/2025

Niente Tomahawk per Kiev, per fortuna...

Per fortuna che ci sono i militari a mantenere i piedi per terra... Non siamo improvvisamente impazziti, semplicemente prendiamo atto del fatto che il “realismo politico” – sul piano geostrategico – è in questo momento storico incarnato soprattutto da chi conosce le materie fondamentali e quindi sa badare al sodo anziché alle chiacchiere.

Volodimir Zelenskij è uscito dalla Casa Bianca senza Tomahawk, e quindi il mondo può tirare un sospiro di sollievo. A prescindere infatti da simpatie o antipatie per i vari protagonisti in campo (Usa, Unione Europea, Ucraina, Russia) era da sempre chiaro che l’eventuale fornitura di questi missili a Kiev avrebbe rappresentato un’escalation irreversibile nella guerra in Ucraina.

Per motivi banalmente “tecnici”, inaggirabili politicamente, anche se allegramente ignorati dai dirigenti europei e la masnada vociante dei giornalistucoli al loro seguito.

Vediamo questi motivi.

Primo. I Tomahawk possono trasportare sia testate di esplosivo convenzionale, sia una carica nucleare. Cosa ci sia dentro può saperlo solo chi lo lancia, e quindi l’avversario che se lo vede arrivare addosso è obbligato a pensare che sia l’ipotesi peggiore – una bomba atomica – e quindi a reagire di conseguenza (tirando a sua volta qualche atomica sul nemico). Se aspettasse di vedere come finisce rischierebbe di esser finito e non poter neanche reagire. Ma se reagisce utilizzando l’arma finale sarebbe anche la fine per tutti, perché a quel punto ci sarebbe uno scambio di colpi definitivo. Durata: 45 minuti, più o meno, e ciao civiltà umana.

Secondo. I Tomahawk possono essere lanciati da navi da guerra attrezzate per farlo, oppure da bombardieri specializzati. L’Ucraina non ha nessuna delle due cose. Esiste anche la possibilità teorica di farli partire da terra, ma i lanciatori sono pochi e tutti basati negli Stati Uniti.

Infine. Lancio, controllo del missile in volo, assistenza satellitare, ecc., dipendono da un personale militare specializzato che ovviamente può essere solo statunitense (non ci si può addestrare su sistemi che non si possiedono).

In sintesi: se gli Usa concedessero dei Tomahawk a Kiev sarebbe una dichiarazione di guerra alla Russia, direttamente con armi dual use (convenzionale e nucleare).

A Donald Trump i generali del Pentagono devono aver spiegato ancora meglio il problema, convincendolo a lasciar cadere la richiesta di Kiev perché non esiste possibilità di vittoria in una guerra atomica. E quindi “grazie ai generali” possiamo continuare a respirare, anche se non troppo tranquillamente.

Il resoconto ufficiale dell’incontro è quasi comico (del resto sia Trump che Zelenskij sono uomini di spettacolo), con il primo a spiegare che l’incontro è stato «molto interessante e cordiale, ma gli ho detto, come ho caldamente suggerito al presidente Putin, che è ora di fermare le uccisioni e raggiungere un accordo! ... Dovrebbero fermarsi dove sono, che entrambi cantino vittoria, che sia la Storia a decidere!».

E Zelensky a dire di essere d’accordo con Trump, anche se va via senza niente. Non può del resto far altro, se non appellarsi agli idioti di Bruxelles.

La prossima scadenza rilevante è a questo punto il vertice di Budapest tra Usa e Russia, ma anche qui c’è da ragionare bene.

Intanto per la scelta della sede – l’Ungheria di Orbàn, membro scapestrato sia della UE che della Nato – che mette in chiaro la scarsa considerazione in cui è caduta “l’Europa”. Il mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale obbligherebbe Budapest ad arrestare Putin, ma non avendolo fatto neanche con Netanyahu il problema non si pone. E Orbàn lo ha detto chiaramente.

In pratica il vertice si fa in Europa anche per dimostrare che la UE non conta nulla. Se ne lamentano ovviamente gli “europeisti” – uno per tutti, Paolo Valentino sul Corriere, che si spinge a rimpiangere che le testate nucleari sovietiche siano finite tutte alla Russia, svuotando i silos in Ucraina – ormai sbalestrati tra il dover riconoscere in Trump il proprio leader di fatto e il desiderio di proseguire con la strategia bideniana che ci ha portato sull’orlo del baratro.

E sta qui il motivo della preoccupazione che coltiviamo. Come avvenuto con l’ondata di “droni russi” – messa in piedi da paesi baltici, Polonia e qualche altro “volenteroso” per promuovere il piano di riarmo europeo e persino il delirante “muro di droni” immaginato da von der Leyen – ci si deve purtroppo aspettare nelle prossime settimane un’analoga ondata di allarmi e provocazioni, fino ad operazioni “falsa bandiera”, miranti a rendere più difficile un qualsiasi eventuale accordo tra Washington e Mosca.

Come scrive peraltro Zoltan Koskovic, un analista magiaro del Centro per i diritti fondamentali: “Zelensky non ha ricevuto nulla. Ciò che accadrà ora è che lui e la coalizione Schilling (i volenterosi, ndr) cercheranno di fare di tutto per interrompere il vertice di pace di Budapest. Aspettatevi un’escalation. Aspettatevi provocazioni brutali. Aspettatevi anche attacchi terroristici. Aspettatevi attacchi all’oleodotto Druzhba. Zelensky è di nuovo disperato”.

Con questa gente abbiamo a che fare. Purtroppo.

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30/08/2025

Il nuovo oleodotto Ungheria-Serbia e la strategia energetica di Viktor Orban

Il 21 luglio Ungheria e Serbia hanno annunciato la costruzione di un nuovo oleodotto che collegherà la città serba di Novi Sad all’oleodotto Družba attraverso la sua ramificazione ungherese. Secondo il Ministro degli Esteri magiaro Péter Szijjártó, reduce da un incontro con il Ministro dell’Energia serbo Dubravka Đedović e il Viceministro russo Pavel Sorokin, il nuovo oleodotto sarà operativo entro il 2027 e garantirà il transito di 4-5 milioni di tonnellate di petrolio russo. Szijjártó ha inoltre colto l’occasione per ricordare come Bruxelles stia perseverando in una politica cieca nei confronti della Russia, minando la sicurezza energetica dell’Unione, soprattutto ora che i legislatori europei sono impegnati in discussioni volte a eliminare completamente le importazioni di gas russo entro il 2027.

L’asse di ferro tra Ungheria e Serbia

Proprio la coincidenza temporale tra la possibile conclusione di ogni importazione russa e l’apertura del nuovo oleodotto tra Ungheria e Serbia sembra essere un nuovo affronto di Budapest a Bruxelles nel contesto del sempiterno scontro tra il premier sovranista Viktor Orbán e i vertici europei. Il progetto, infatti, è visto come strategicamente importante dal governo ungherese, impegnato in una politica energetica nazionale volta a limitare i costi per i cittadini ungheresi e in una politica estera di forte cooperazione regionale con la Serbia.

Già nel 2023, per esempio, Budapest e Belgrado avevano annunciato un ambizioso piano di investimenti congiunti per rafforzare le infrastrutture per il trasporto di gas, oltre alla creazione di un nuovo interconnettore che avrebbe sviluppato la sicurezza energetica regionale.

E se i tentativi ungheresi di garantirsi rotte energetiche alternative hanno effettivamente portato l’Ungheria a essere tra i Paesi con il costo del gas più basso in Europa (3,20€ per kWh comparato, per esempio, ai 16,71 dell’Olanda), questo non avviene senza ricadute politiche, non solo per Budapest. Se la capitale danubiana è infatti sempre nell’occhio del ciclone e subisce costantemente le pressioni di Bruxelles per limitare la dipendenza energetica da Mosca, anche Belgrado, con la decisione annunciata a luglio, potrebbe vedere inficiato il proprio già periglioso percorso di adesione all’Unione. Proprio il nuovo, ambizioso progetto riapre l’eterno dibattito intorno ai rapporti tra Ungheria e Russia e la vicinanza tra Viktor Orbán e Vladimir Putin.

Budapest-Belgrado per guardare a Mosca?

Le relazioni energetiche tra i due Paesi coprono il settore petrolifero, quello del gas e anche quello atomico. Nel 2024, per esempio, le importazioni di petrolio russo sono state pari a 5,25 miliardi di dollari, anche se, nel corso degli ultimi anni, vi sono state indiscrezioni circa un supposto piano di riduzione dei volumi: l’ente petrolifero ungherese MOL si sarebbe infatti dichiarato disponibile a rivedere le importazioni russe qualora l’Unione Europea avesse pagato i lavori di riconversione delle raffinerie ungheresi, programmate per raffinare il greggio russo. Non sono solo considerazioni economiche a spingere Budapest verso il petrolio russo, ma anche politiche.

Una fonte alternativa, per esempio, potrebbe essere l’utilizzo dell’oleodotto Adria che, attraverso la Croazia, potrebbe fornire petrolio non russo all’Ungheria. Vi è però un grande scoglio da superare, ossia lo stato dei rapporti tutt’altro che idilliaci tra Budapest e Zagabria. Al di là di ragioni storiche, vi sono motivazioni ben più recenti e concrete dietro i rapporti tesi tra i due Paesi: proprio la multinazionale ungherese MOL, infatti, ha comprato il 49% della compagnia energetica croata INA e, in seguito a questa manovra, il CEO di MOL, Zsolt Hernadi, è stato accusato di aver elargito pingue tangenti all’ex Primo Ministro croato Ivo Sanader per ottenere le autorizzazioni necessarie. In seguito a queste pesanti accuse è stato spiccato un mandato di arresto internazionale nei confronti di Hernadi, poi revocato nel 2020.

Scenari in evoluzione

La dipendenza ungherese dal gas russo è invece ancora più controversa e ha profonde radici storiche, originando negli Anni '70 nel contesto della cooperazione con l’Unione sovietica all’interno dell’allora blocco socialista in Europa orientale. Per giungere a tempi più recenti, nel 2021, un anno prima dell’inizio della guerra in Ucraina, Ungheria e Russia hanno concluso un importante accordo che prevedeva l’acquisto, a prezzi non esattamente vantaggiosi, di 4,5 miliardi di m3 di gas russo. La maggior parte delle forniture sarebbero passate attraverso il canale TurkStream, ossia da quella linea che, attraversando il Mar Nero, passa dalla Turchia, dalla Bulgaria e dalla Serbia permettendo così a Mosca di bypassare l’Ucraina.

Proprio l’attacco all’Ucraina ha rappresentato un punto di svolta a livello continentale: sebbene i gasdotti russi non siano stati fatti oggetto di sanzioni, sempre più Paesi europei hanno iniziato a smarcarsi da Mosca, portando a un forte calo delle importazioni di gas, passate dal 40% del 2021 all’8% del 2023, con addirittura l’annunciata volontà di eliminare completamente ogni tipo di importazione entro il 2027.

La crisi bellica ha ovviamente avuto ricadute anche sull’Ungheria, spingendo il governo a dichiarare lo stato di emergenza nel luglio 2022 e a elaborare un piano di azione in sette punti che prevedono, tra l’altro, l’incremento della produzione interna di gas, l’aumento della capacità di stoccaggio e nuove importazioni di questa importante risorsa. E se lo sviluppo della produzione è stato evidente a partire dal 2023, già a novembre 2022 lo stoccaggio ungherese era superiore al livello europeo. Per quanto riguarda le nuove importazioni, tuttavia, il governo Orbán ha deciso di rivolgersi ancora alla Russia, annunciando nuovi accordi tra il 2024 e il 2025, portando praticamente al raddoppio delle importazioni da Mosca.

Non solo: sebbene Péter Szijjártó avesse annunciato l’aumento dell’acquisto di gas russo fino a 8,5 miliardi di m3, ossia una somma pari al fabbisogno annuo ungherese, è importante notare come tra 2023 e 2024 siano transitati per il Paese danubiano 17 miliardi di m3 della preziosa risorsa russa. Secondo alcune indiscrezioni, questa trasformazione dell’Ungheria in quello che sembrerebbe essere un hub di gas russo sarebbe stata elaborata proprio da Gazprom e rappresenterebbe una sorta di “win-win situation”: il produttore russo, infatti, venderebbe il surplus agli imprenditori ungheresi, i quali genererebbero ingenti profitti dalla rivendita di questo bene essenziale, mentre il governo magiaro aumenterebbe le proprie entrate fiscali. Il gas russo verrebbe quindi rivenduto dall’Ungheria ai Paesi vicini e, secondo alcune notizie non confermate, anche alla Germania.

Perché l’Ungheria è in disaccordo con l’UE

Questa situazione, unita al fatto che l’Ungheria è agganciata al network russo e importare gas attraverso altre linee rappresenterebbe un aumento dei costi, spiega l’ostilità di Budapest a ogni forma di diversificazione delle importazioni: su pressione dell’Unione Europea, infatti, il governo Orbán avrebbe intavolato nuove trattative con Azerbaijan, Turchia, Qatar, Croazia e Romania, ma la dipendenza da Mosca rimane determinante. Per evitare ogni consumo indesiderato, comunque, l’Ungheria ha avviato una serie di politiche volte a eliminare il consumo di gas come, per esempio, la limitazione delle temperature nelle scuole e negli uffici pubblici, l’eliminazione delle vacanze scolastiche autunnali e l’estensione della pausa invernale o l’incentivo a favorire l’energia elettrica rispetto a quella a gas.

Non solo: per contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi e le oscillazioni causate dalla situazione bellica in corso, il governo Orbán ha avviato una politica sociale che prevede il calmieramento dei prezzi del gas e dell’elettricità per le famiglie ungheresi entro una certa soglia di consumo, superata la quale i beni verrebbero pagati a prezzo di mercato. E proprio su questo aiuto fondamentale per le famiglie ungheresi si gioca la battaglia del premier ungherese contro la politica energetica europea: qualora dovessimo eliminare del tutto le importazioni russe, afferma Orbán, il costo per le famiglie ungheresi diventerebbe insostenibile, causando una vera e propria emergenza sociale.

Ma il petrolio e il gas, come accennato, non sono gli unici settori in cui Budapest sarebbe legata a doppio filo a Mosca: l’aiuto russo, infatti, è fondamentale anche per il funzionamento e l’ampliamento della centrale nucleare Paks II che, nel 2019, forniva il 50% dell’energia elettrica nazionale. Ed è stata nuovamente la guerra in Ucraina a rappresentare una svolta in questo senso. Sebbene anche il settore nucleare non sia stato oggetto diretto di sanzioni, è risultata evidente la volontà di numerosi attori europei di allontanarsi da Mosca anche per quanto riguarda l’energia atomica. Molti Paesi dell’Europa centro-orientale che prima dipendevano dalla Russia per il funzionamento delle loro centrali, si sono infatti rivolti alla statunitense Westinghouse per avere il supporto necessario. Per via degli screzi politici con l’amministrazione Biden e complice un riavvicinamento tra Viktor Orbán ed Emmanuel Macron, tuttavia, l’Ungheria ha preferito chiedere aiuto alla francese Fromatome.

Il nodo nucleare

L’aiuto francese sarebbe stato fondamentale anche nel contesto di un ulteriore progetto, elaborato da Paks II ltd, ossia l’azienda statale responsabile dell’ampliamento e potenziamento della centrale nucleare ungherese, e dal Ministero degli Esteri magiaro. La parte del leone a Paks la fa, naturalmente, la società russa Rosatom, ma l’assistenza occidentale è richiesta in diversi settori come, per esempio, la fornitura di alcuni materiali essenziali al funzionamento della centrale. Proprio il blocco di tali forniture da parte della Germania ha spinto Budapest a elaborare una alternativa che non andasse a rompere il contratto stipulato con Mosca. Il piano, quindi, sarebbe stato quello di dare vita a un nuovo impianto, noto come Paks III, in collaborazione con Fromatome, garantendo così ai russi di continuare i lavori a Paks II senza però il supporto diretto del governo ungherese. Il piano, però, sarebbe stato fermato da Viktor Orbán in persona, il cui rifiuto ha portato a un rinnovato impegno e a una più stretta collaborazione russo-magiara per finalizzare il potenziamento di Paks II.

Tutti aspetti, quelli elencati finora, che costituiscono la politica energetica di Viktor Orbán. Politica che, sebbene garantisca costi contenuti per le famiglie ungheresi e un costante approvvigionamento di petrolio, gas ed energia, non favorisce le diversificazioni e rischia di precipitare il Paese danubiano in una dipendenza dalla Federazione Russa, oltre ad avere pesanti ricadute in quella lunga e apparentemente interminabile partita a scacchi tra il premier ungherese e l’Unione Europea. E non a caso il totale divieto di intromissione delle istituzioni europee nelle politiche energetiche nazionali è uno dei tasselli fondamentali di quel grande piano di riforma dell’Unione Europea presentato mesi fa dai conservatori ungheresi e polacchi e appoggiato attivamente dal governo magiaro.

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23/12/2024

Fico e Putin a colloquio, cartina tornasole delle contraddizioni UE sull'Ucraina

di Francesco Dall'Aglio

Si è da poco concluso l'incontro a Mosca tra Putin e il capo del Governo slovacco Robert Fico. Mistero sui temi del colloquio: i due non hanno rilasciato dichiarazioni e anche Peskov non ha voluto dire nulla, limitandosi a fare la faccia vaga. Sembra abbastanza ovvio che i due abbiano discusso di questioni energetiche, vista la polemica abbastanza accesa che si è scatenata tra Fico e Zelensky a proposito della decisione ucraina di sospendere dal 1 gennaio 2025 ogni transito di gas russo sul suo territorio (transito per il quale riceve tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari l'anno, a fronte di un guadagno per la Russia di 3 miliardi. Nell'articolo Reuters alcune cifre. Per quanto riguarda il petrolio invece il transito dovrebbe essere garantito fino alla scadenza del contratto nel 2029).

L'interruzione delle forniture sarebbe un problema abbastanza grave per la Slovacchia, che dalla Russia riceve 2/3 del suo fabbisogno di gas, oltre che per l'Ungheria la quale, sebbene sia riuscita ad ottenere dagli USA una proroga di tre mesi per poter continuare a versare soldi sul conto della Gazprombank, non potrà versare nulla se il gas sarà interrotto tra pochi giorni.

La Commissione Europea non pare interessata al problema (e questo anche se l'ultima volta che ho controllato sia la Slovacchia che l'Ungheria facevano ancora parte dell'UE) e se ne lava le mani, dicendo che possono comprare gas altrove: il che è certamente vero, ma lo pagherebbero molto di più di quanto lo pagano ora, sia perché quello trasportato per nave ha un costo sensibilmente maggiore sia perché i paesi che lo trasferirebbero, tipo la Croazia, hanno immediatamente alzato le tariffe del transito in un'alto slancio di commovente solidarietà. Inoltre Fico è abbastanza preoccupato che il gasdotto possa essere considerato un obiettivo militare una volta che avrà esaurito la sua funzione ed essere distrutto, non tornando in funzione nemmeno dopo la fine della guerra.

Né la questione del gas è l'unico problema per l'Europa centro-orientale. Continua infatti a tenere banco la questione agricola, di cui ha parlato Orbán sabato mattina, nella conferenza stampa di fine anno: oltre a lamentarsi anche lui della situazione del gas, ha detto che l'importazione di prodotti agricoli ucraini deve essere regolamentata o il settore agricolo ungherese ed europeo verrebbe distrutto, e che l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione "farebbe chiudere il negozio" (qui tutta la conferenza stampa, e un ringraziamento al mio agente a Budapest, Davide Galluzzi).

Dell'agricoltura si preoccupano anche Moldavia, Polonia, Romania e Bulgaria, e quest'ultima anche del destino della Lukoil che a Varna ha la più grande raffineria al di fuori del territorio russo e tra assunti, indotto e rete di distribuzione dà lavoro a qualche migliaio di persone. E infatti qualcosa si muove anche sul fianco sud: al di là del circo a tre piste romeno, dove si è scoperto che la maligna rete di influencer russi che hanno portato alla vittoria di Georgescu al primo turno è stata in realtà pagata dai liberali per colpire i socialdemocratici e che poi, quando la cosa gli è esplosa in mano, si sono affrettati a buttarla in caciara dando la colpa ai russi che tanto così non sbagli mai, un po' a sorpresa (viste le dichiarazioni sempre iper-atlantiste dei partiti di governo, se la Bulgaria avesse un governo) Dimităr Glavčev, primo ministro a interim in attesa delle ennesime elezioni anticipate, non ha firmato l'accordo decennale di sicurezza con l'Ucraina che era stato annunciato con grande entusiasmo qualche tempo fa, dal quale si era già sfilato Boyko Borisov, capo del partito di maggioranza relativa GERB.

Per chiudere in bellezza, pare che anche Scholz e Duda abbiano litigato per bene, con Scholz che ha accusato il presidente polacco di non capire che la decisione, sostenuta dalla Polonia, di impiegare a favore dell'Ucraina i famosi quasi 300 miliardi di euro di fondi russi congelati in Europa devasterebbe i mercati finanziari europei e che sarebbe appunto un problema nostro, visto che in Polonia l'euro non è in uso (e non è forse un caso che i paesi più disinvolti sulla questione siano appunto quelli che l'Euro non ce l'hanno, tipo appunto la Polonia o la Gran Bretagna, tanto che un sospetto, diciamo, uno se lo potrebbe anche far venire).

Pare insomma evidente che un bel po' di paesi del "fronte orientale" della NATO/UE, che tanto non c'è più alcuna differenza, si stanno sganciando o stanno almeno provando a farlo. Ora è molto facile, come fa la nostra stampa, dire che lo fanno perché sono preda della propaganda russa, oppure perché amano i modi dittatoriali di Putin – in fondo questi popoli sono a noi inferiori, forse solo culturalmente o forse proprio geneticamente, e hanno dunque un deficit di democrazia che non si è ancora riuscito a colmare.

La realtà è molto più semplice, e la vediamo anche col caso della Georgia, paese che solo uno sciocco potrebbe definire "filorusso": a differenza nostra qualche ragioniere da quelle parti è evidentemente rimasto, e passata la sbornia due conti hanno iniziato a farseli. Senza la Russia le loro economie collasseranno, con l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione peggio ancora, visto che lì finirebbero anche tutti i fondi di sviluppo, e l'unico meccanismo di solidarietà europeo è la concessione di comprare altrove a prezzi maggiorati. Che ricorda un po' le brioches di Maria Antonietta.

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15/12/2024

Georgia - Il nuovo presidente non è riconosciuto dai filo-occidentali

Si è svolta ieri la votazione del nuovo presidente della Georgia, che ha registrato l'elezione di Mikheil Kavelashvili alla più alta carica dello stato, sostituendo così Salomé Zourabichvili (l’ex ambasciatrice di Francia a Tblisi, che ha sfruttato sei anni fa la sua doppia nazionalità).

Per la prima volta, dopo la riforma costituzionale del 2017, l’incarico non è stato scelto attraverso il voto diretto, ma da un consesso formato dai 150 parlamentari più 150 rappresentanti regionali.

Fuori dal parlamento, sono continuate le proteste che si sono intensificate dopo il 28 novembre, quando il primo ministro Irakli Kobakhidze ha deciso di sospendere il processo di adesione alla UE, almeno fino al 2028. La scelta è stata una risposta all’evidente ingerenza promossa nella vita politica interna del paese.

L’esito elettorale della fine di ottobre ha visto riaffermarsi nettamente il partito Sogno Georgiano, con circa il 54% dei consensi, in una tornata con l’affluenza in aumento rispetto alle precedenti elezioni. Nonostante vi siano state tensioni e violenze, alla fine nessun osservatore internazionale ha potuto riscontrare brogli di massa.

La Corte Costituzionale ha pertanto respinto il ricorso presentato da alcuni parlamentari e dalla stessa presidente uscente Zourabichvili, che si è peraltro rifiutata di presentare prove circa i fatti che avrebbero reso illegittime le elezioni. L’opposizione ha anche disertato la prima riunione del Parlamento e in molti si sono uniti alle proteste.

Zourabichvili si è rifiutata di cedere il proprio ruolo, affermando già a fine novembre: “non ci sarà nessuna inaugurazione e il mio mandato prosegue”. Secondo la Costituzione, però, il suo mandato dura fino al 29 dicembre, ma è chiaro che non è intenzionata a cedere il posto finché non verranno organizzate nuove elezioni.

È ciò che ha chiesto anche la UE in una sua risoluzione. I paesi occidentali hanno sostenuto le opposizioni e Zourabichvili, che giovedì si è incontrata con una delegazione del Parlamento Europeo che si è unita ai manifestanti antigovernativi: un’ingerenza straniera che in qualsiasi paese euroatlantico sarebbe stata considerata al pari di una dichiarazione di guerra.

Gli Stati Uniti hanno già imposto nuove sanzioni contro 20 esponenti georgiani per azioni volte a “danneggiare la democrazia in Georgia”, mentre lo stesso tema verrà discusso il 16 dicembre dai ministri degli Esteri della UE, riuniti da Kaja Kallas, la nuova Alta rappresentante per gli affari esteri comunitari.

Lunedì Kallas chiederà il mandato per esplorare gli aspetti tecnici necessari a imporre il congelamento dei beni e il divieto di viaggio a funzionari georgiani che, sembra, sono ancora da identificare. Ma è probabile saranno più o meno gli stessi già colpiti da misure simili decise dai paesi baltici a inizio mese.

È probabile che questo attendismo non sia legato unicamente alla delicata situazione istituzionale, ma anche alle dichiarazioni del ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó. Il quale, infatti, ha ospitato martedì scorso il suo omologo georgiano, Maka Botchorishvili, e ha dichiarato: “se una proposta del genere verrà presentata ufficialmente, ovviamente porremo il veto”.

Risulta evidente come tra Budapest e Tbilisi si condivida un approccio di maggior dialogo con Mosca, nodo centrale della divisione che ha preso piede nella vita politica della Georgia. Per motivi molto pragmatici, a partire dai timori di possibili tensioni come quelle della Repubblica dell’Ossezia del Sud, de facto indipendente e vicina alla Russia.

Le potenze euroatlantiche, infatti, come al solito spingono per mandare in prima linea gli altri paesi e popoli, mentre sono a loro a guadagnarne sul piano dello scontro internazionale. È questo che preoccupa la maggioranza georgiana e il nuovo presidente, eletto con 224 voti sui 200 necessari.

Non si deve nascondere la sua appartenenza a una formazione della destra conservatrice, ma sono insopportabili gli allarmismi lanciati in merito dai vertici di Bruxelles, la cui Commissione è stata da poco eletta con i voti dei meloniani (per non dire del governo francese, prima sostenuto e poi fatto cadere da Marine Le Pen). Le idee in tema di diritti civili e modello sociale che hanno tante formazioni cooptate nei governi occidentali non sono molto molto distanti da quelle di Kavelashvili, anzi...

Il problema è il non allinearsi alla guerra totale promossa dalle centrali imperialiste. Il nuovo presidente ha accusato molte organizzazioni non governative e membri dell’opposizione di essere manovrati da congressisti statunitensi che hanno “un desiderio insaziabile di distruggere il nostro paese” e di progettare “una rivoluzione violenta diretta e l’ucrainizzazione della Georgia”.

La polarizzazione del paese si fa sempre più calda, e mancano due settimane alla data in cui Zourabichvili dovrebbe lasciare il posto a Kavelashvili. Saranno due settimane che riveleranno se davvero il destino della Georgia sarà di finire come l’Ucraina.

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13/11/2024

Quali piani per l’Ucraina da Washington e da Bruxelles?

In un’Europa alle prese con le incognite economiche, politiche e militari che si preannunciano con la presidenza Trump, a partire dal pantano ucraino, sembra proprio che il tema “Kiev” sia stato al centro dell’incontro, lunedì scorso a Parigi, tra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer.

Detto senza mezzi termini dalla direttrice del Royal United Institute for Defence Studies, Karin von Hippel, con l’elezione di Trump «Gli Stati Uniti non saranno più un partner affidabile per nessun Paese europeo, compreso il Regno Unito, quindi è importante costruire ponti e pianificare il più possibile gli scenari, anche decidendo dove fare pressione sugli americani in caso di disaccordo».

Mettendo in circolazione le più svariate versioni del “piano di pace” Trump-Vance (per dire: The Telegraph scrive che Trump prevederebbe di dislocare truppe britanniche nella prevista “zona smilitarizzata” di 1.200 km), diversi media occidentali – legati a questa o quella compagine politico-affaristica – cercano di alimentare una situazione per cui, osserva Stanislav Stremidlovskij su IARex.ru, verrà riservato all’Ucraina lo stesso trattamento toccato alla Germania guglielmina dopo l’armistizio di Compiègne del 1918 (l’incontro Starmer-Macron si è svolto proprio nell’anniversario del 11 novembre): ne faranno un mostro revanscista cui, però, a differenza della Germania, non concederanno venti anni di tempo prima che diventi nuovamente un veicolo di attacco da volgere a est.

Il nocciolo del dibattito in corso verte sul dilemma se gli americani resteranno o meno in Europa. Presumendo che non lo faranno, Macron propone a Londra di sacrificare le “relazioni trans-atlantiche” a favore di quelle continentali, col primo ministro polacco Donald Tusk che parla di alleanza con Francia, Gran Bretagna, Paesi nordici e Repubbliche baltiche per definire una nuova architettura di sicurezza europea e, in particolare, per continuare a sostenere il regime di Kiev nel suo confronto con la Russia, ma senza Washington.

Questo da un lato. Dall’altro, si vocifera di una possibile “sorprendente alleanza” tra Trump, primo ministro ungherese Viktor Orban e Papa Francesco che, si dice, «potrebbe significare la fine delle speranze di un ulteriore sostegno all’Ucraina nella sua lotta contro la Russia».

A questo riguardo, l’ambasciatore ungherese presso la Santa Sede, Eduard Habsburg, ha dichiarato alla britannica The Independent che esiste la possibilità che il pontefice «sostenga un accordo di pace a cui si oppongono tutti gli altri alleati occidentali della NATO».

Habsburg ha ricordato che «negli ultimi anni l’Ungheria ha condotto una battaglia solitaria per il cessate il fuoco immediato e la pace in Ucraina, con Papa Francesco come unico alleato». Ora, a Budapest e Vaticano «si affiancherà un nuovo alleato: Donald Trump», ha detto l’ambasciatore con un ottimismo probabilmente esagerato.

Sta di fatto che l’attuale leadership della Commissione europea e della UE, osserva Stremidlovskij, sta giocando per la squadra della cosiddetta “autonomia strategica” – le ultime decisioni in merito ai fondi che Bruxelles intende destinare alla guerra, sono lì a dimostralo – e accusa Orban di «sfiducia nella UE ed entusiasmo per la Russia».

La potenziale entrata in gioco degli USA sulle posizioni di Budapest non farà che accrescere la divisione e la polarizzazione interna in Europa, come starebbero a dimostrare le iniziative di Parigi, Londra e Varsavia. Molto dipenderà dalla Germania che, però, al momento è alle prese con seri problemi interni, nonostante quei guerrafondai dei Verdi non lascino dubbi su quali posizioni occupare.

Ma pare che alla nuova “Compiègne” si sia parlato anche d’altro, più “operativamente” legato al conflitto in Ucraina.

I Paesi della NATO intendono minare il sistema di sicurezza paneuropeo, ha dichiarato alle Izvestija il rappresentante permanente russo presso l’OSCE Aleksandr Lukaševic. Ciò si esprime soprattutto nella sfrenata espansione dell’infrastruttura militare e nella liquidazione del regime di controllo degli armamenti.

Da parte sua, Vladimir Zelenskij ha ripetutamente chiesto all’Occidente di autorizzare attacchi con armi a lungo raggio sul territorio russo e vari media ipotizzano che proprio quest’ultimo punto possa essere stato al centro dell’incontro Macron-Starmer.

Alla vigilia dell’incontro, The Daily Telegraph scriveva che i due intendevano affrontare la questione su come sia possibile convincere Joe Biden ad autorizzare tali attacchi con i missili Storm Shadow: «Siamo molto interessati a sfruttare fattivamente il tempo fino al 20 gennaio e non lasciare tutto in pausa fino alla prossima amministrazione», era scritto, citando ambienti governativi britannici.

Il tema era stato discusso lo scorso 11 settembre, nel corso della visita a Kiev del Segretario di stato Anthony Blinken e del Ministro degli esteri britannico David Lammy, e tutto lasciava pensare che l’autorizzazione sarebbe arrivata. Ma tutto era rimasto in sospeso e anche Zelenskij, durante la visita in USA a fine settembre, aveva sollevato la questione, ma senza successo. Pur se, in realtà, i colpi portati da Kiev contro la Crimea costituiscono già attacchi a lungo raggio: ma qui la questione è sofisticamente aggirata, considerando la penisola “territorio ucraino”.

Nel campo atlantico ci sono sostenitori della linea dura, che potrebbero complicare i potenziali negoziati tra Mosca e Washington, dice alle Izvestia il politologo serbo-francese Nikola Mirkovic: «Vogliono continuare questa guerra contro la Russia e vogliono quindi trarre quanto più vantaggio possibile dagli ultimi mesi di presidenza di Joe Biden».

Al momento, comunque, il quesito è se Washington intenda andare o meno a una escalation e non si può escludere, dichiara sempre alle Izvestija il politologo Aleksej Fenenko, che la Casa Bianca autorizzi «un singolo attacco, per verificare la reazione russa e, eventualmente, effettuarne un secondo, in uno scenario di escalation strisciante».

Ma in sostanza il complesso della questione, a oggi, verte sull’enigma se Donald Trump si riveli davvero un “pacificatore” del conflitto in Ucraina, o se invece, molto più semplicemente, si limiterà a tirarne fuori gli USA, e come. Anche perché, stando alla CNN, nelle alte sfere militari yankee si intende «resistere agli ordini» che Trump avrebbe intenzione di impartire, una volta insediato, di «dispiegare le truppe per operazioni di polizia sul territorio USA», per aggirare in tal modo, col semplice ignorare il tema ucraino, l’accusa mossagli durante il primo mandato, di essere un “agente del Cremlino”.

Tutto questo non significa, afferma Boris Džerelievskij, del Servizio analitico del Donbass, che Trump starà al gioco di Zelenskij, il quale crede che il neoeletto presidente si vedrà costretto ad attuare i desideri di Kiev, dopo che Mosca avrà rifiutato le iniziative di “pace” di Washington. Anche perché, di fatto, Trump non ha finora avanzato alcun concreto “piano di pace”, all’infuori di diverse varianti di congelamento delle ostilità sulla linea del fronte, con l’intenzione più che altro di sondare il terreno per possibili colloqui di pace e vedere l’ipotetica reazione delle parti, in primo luogo di Mosca.

Ma, in concreto, ciò che sinora è stato proposto da Trump, non è altro che ciò su cui Mosca potrebbe contare in caso di sconfitta, con in più la richiesta di ridurre la cooperazione russa con Cina, Iran e RPDC.

Però, difficilmente Trump potrebbe proporre condizioni di pace accettabili Mosca, perché questo «equivarrebbe al suo suicidio, non necessariamente solo politico». Tra l’altro, secondo The Wall Street Journal, pare che Trump, nei colloqui con alcuni leader UE, non abbia preso alcun serio impegno sull’Ucraina, non abbia parlato di alcuno dei suoi piani, ma si sia limitato a chiedere come i suoi interlocutori intendano risolvere il problema.

In soldoni: Washington se ne va e l’Ucraina tocca alla UE. Del resto, come rivela il Financial Times, i vampiri guerrafondai di Bruxelles già dirottano altre centinaia di miliardi per la guerra.

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08/10/2024

Caso Talgo, il doppio binario su cui viaggiano i capitali

di Emiliano Brancaccio

La Spagna ha bloccato la vendita all'Ungheria della sua azienda di treni, per "motivi di sicurezza": Orbán potrebbe cedere alla Russia tecnologie da usare in Ucraina

Chi ha paura della libera circolazione dei capitali? Un tempo erano i lavoratori, che però non osavano contrastarla. Oggi sono i capitalisti, che non ci pensano due volte a reprimerla se confligge con i loro vitali interessi. I trattati UE vietano le restrizioni ai movimenti di capitali, sia tra stati membri sia con paesi terzi. Blocchi alla circolazione dei capitali sono ammessi solo in casi particolari, tra cui comprovati “motivi di ordine o sicurezza pubblica”.

La possibilità di utilizzare questa deroga ha sempre suscitato imbarazzo tra le forze progressiste. Quando nel 2015 in Grecia vinse la coalizione di sinistra guidata da Alexis Tsipras, si pose la necessità di bloccare le fughe di capitali in atto. Sembrava l’unica mossa razionale per frenare la tremenda recessione che affliggeva la Grecia, eppure non mancarono i tentennamenti. Anche l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis si concesse il lusso di titubare. A suo avviso, il blocco dei capitali in fuga andava evitato perché altrimenti i greci che possedevano ricchezze «sarebbero stati considerati come poveracci che avevano gli euro ma non erano liberi di usarli come volevano».

I poveracci veri, che gli euro non ce li avevano, dovettero quindi sobbarcarsi il peso di una crisi alimentata dalle fuoriuscite di denaro. Alla fine il blocco venne introdotto ma solo quando le ricchezze erano ormai finite tutte all’estero.

Quando invece le deroghe agevolano gli interessi prevalenti, la libera circolazione dei capitali viene tolta di mezzo senza tanto indugio. Sta accadendo soprattutto in questi tempi guerreschi, con Stati Uniti e alleati che in modo sempre più spregiudicato alzano barriere finanziarie contro i flussi di capitali provenienti da paesi “non amici”.

Il protezionismo bellico è ormai talmente radicato da colpire anche i movimenti interni all’Unione europea. È accaduto in questi giorni, con il governo spagnolo che ha impedito l’acquisizione dell’azienda costruttrice di treni Talgo da parte del gruppo ungherese Ganz-MáVag. Gli ungheresi lamentano la violazione del principio di libera circolazione dei capitali in Europa. Ma gli spagnoli ribattono di aver bloccato l’acquisto per i consueti motivi di “sicurezza” ammessi dai Trattati.

La Spagna ha secretato i documenti che spiegano meglio la decisione. Ma un alto funzionario del governo spagnolo ha dichiarato che l’obiettivo del blocco è impedire che l’Ungheria trasferisca alla Russia alcune tecnologie di Talgo utili al controllo dei trasporti ucraini. Il gruppo Ganz-MáVag è infatti parzialmente controllato dallo stato. Sotto la pressione del governo Orbán, il gruppo potrebbe trasferire il sistema a scartamento variabile di Talgo per permettere ai treni russi di spostarsi senza problemi tra i binari ucraini e quelli più stretti dei paesi europei confinanti. Fantafinanza di guerra? Non è detto.

Del resto, non è solo questione di rotaie. Per il ministro degli esteri ungherese i legami commerciali e finanziari con la Russia sono vitali e «l’Ungheria non può permettersi di rinunciarvi». A pensarci bene, sembra la riedizione del tragico dilemma che un decennio fa vide l’Ucraina al bivio tra Ue e Russia, con le autorità europee che insistevano per accordi di cooperazione che di fatto tagliassero fuori le aziende russe. Se l’Ucraina oggi è martoriata da una feroce invasione e da una guerra, lo dobbiamo anche agli accordi commerciali privilegiati su cui noi europei abbiamo insistito all’epoca.

Il guaio è che quando si inaugura il gioco delle barriere non si sa mai come possa finire. Adesso la linea del protezionismo di guerra si è fatta più profonda e si è spostata: non più ai bordi dell’Ue ma addirittura al suo interno. Ci sarebbe da ripensare tutta la strategia europea, ma anche il Rapporto Draghi sembra indicare il contrario: c’è voglia di condurre il wargame fino in fondo.

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18/09/2024

L'“asse del male” da Taiwan a Israele e Ungheria

La parte tecnologica dell’offensiva terroristica di Israele contro Hezbollah in Libano è, con il passare delle ore, relativamente chiara e semplice.

Il New York Times, citando funzionari americani e di altri paesi, riferisce che Israele ha nascosto materiale esplosivo all’interno di un lotto di cercapersone ordinati qualche mese fa da Hezbollah ad una società di Taiwan, la Gold Apollo.

Secondo il quotidiano newyorkese, gli esplosivi sono stati piazzati accanto alla batteria di ogni cercapersone ed è stato inserito un detonatore per determinare le esplosioni a distanza. I dispositivi sono stati fatti esplodere simultaneamente con un sms.

Il capo dell’azienda taiwanese, Hsu Chin-kuang, ha smentito che i cercapersone siano stati prodotti dalla Gold Apollo. Come si usa dire in questi casi, “non poteva far altro”, il terrore del fallimento si è immediatamente spalancato davanti ai dirigenti di Gold Apollo (chi mai comprerà più qualcosa da loro?), che hanno dopo qualche ora diramato una nota in cui scaricano ogni responsabilità sul partner ungherese Bac Consulting KFT.

I cercapersone AR-924 utilizzati dai militanti di Hezbollah sarebbero stati prodotti da Bac Consulting KFT, azienda con sede nella capitale ungherese. “Secondo l’accordo di cooperazione, autorizziamo Bac a utilizzare il nostro marchio per la vendita di prodotti in regioni designate, ma la progettazione e la produzione dei prodotti sono di esclusiva responsabilità di Bac”, ha precisato Gold Apollo.

In pratica, il Mossad è venuto in qualche modo a sapere dell’ordinativo inviato alla Gold Apollo o alla Bac Consulting, ha contattato i vertici dell’azienda per verificare la possibilità di inserire una carica di esplosivo all’interno dei “teledrin” (come venivano chiamati una volta) e – una volta ricevuto l’ok e fissato il prezzo – ha fornito il “componente letale” da montare.

L’intera partita è stata “taroccata” direttamente nella catena di montaggio, sicuramente automatizzata. I dispositivi in questione, infatti, sono troppi (diverse migliaia) e troppo piccoli per essere stati modificati in un secondo momento.

Anche lo spazio necessario per ospitare la carica esplosiva deve aver richiesto una modifica del disegno ingegneristico originale, e in qualche modo i tecnici a diretto contatto con i vari componenti devono essere stati invitati alla cautela nel maneggiare le microbombe, per evitare incidenti.

Tutte operazioni che sembrano però impossibili per l’aziendina ungherese – la cui titolare risulta Cristiana Barsony-Arcidiacono, al momento irrintracciabile – che ha sede in una banale villetta ad uso abitativo in un sobborgo di Budapest.

Evidentemente si è trattato soltanto di una “copertura” utilizzata per schermare chi materialmente ha ricevuto l’ordine e provveduto a costruire i dispositivi pronti ad esplodere. Il che, obiettivamente, riporta la responsabilità a Taiwan o a una fabbrica israeliana.

Poi la spedizione, l’arrivo in Libano, la distribuzione a dirigenti e militanti di Hezbollah e infine l’esplosione comandata con un messaggio inviato a tutti i cercapersone di quella partita.

È chiaro che la reputazione internazionale di Taiwan e/o dell’Ungheria (il paese governato da fascisti che si è offerto di ospitare le partite di calcio casalinghe di Israele) esce devastata da questa vicenda. Una delle regole basilari del “mercato” è che si consegna al “cliente” quel che aveva ordinato, non certo un ordigno costruito per eliminare tutti i suoi “dipendenti”.

Se accetti invece di fare un’altra cosa obbedendo a un secondo “cliente”, nemico del primo, tu sei fuori di testa e anche dal mercato. Nessuno – anche molto diverso da Hezbollah (un partito politico che fa parte della coalizione che governa il Libano) o altre organizzazioni simili – si fiderà mai più di te. E neanche del paese in cui sei “basato”.

Di fatto, insomma, questo episodio di “guerra sporca” spinge obiettivamente verso una separazione totale dei mercati e dei possibili fornitori.

C’è da sottolineare anche come abbia funzionato, pure in questo caso, la propaganda di guerra occidentale. Nelle prime ore dopo l’attacco diverse agenzie stampa, imbeccate dai soliti “analisti” a libro paga, avevano indicato l’Iran come luogo di produzione di quei cercapersone.

Il che, se fosse stato vero, apriva gigantesche riserve sulla capacità di Tehran di proteggere le proprie filiere produttive, sia tecnologiche che militari, e di porsi dunque come patron affidabile dell’“asse della resistenza”.

Non che l’Iran sia proprio “impenetrabile” – molti importanti scienziati, generali dei Guardiani della rivoluzione, lo stesso ex capo politico di Hamas, Haniyeh, ecc. – sono stati uccisi sul suo territorio in operazioni ordite dal Mossad. Ma certamente, se addirittura una intera partita di migliaia di dispositivi destinati ad aumentare la “sicurezza” interna di Hezbollah fosse stata così facilmente modificata in una sua fabbrica, la sua credibilità sarebbe stata ridotta al minimo.

Diffondere questa falsa notizia, insomma, fa parte della “guerra psicologica” che da sempre presenta Israele (e l’Occidente) come onnipotente e imbattibile. Quindi meglio sottomettersi, un po’ come al “cavaliere nero” di Gigi Proietti...

La questione che riguarda invece tutto il mondo è se sia possibile continuare a tollerare che un paese si ritenga legittimato a uccidere chiunque gli si opponga, con qualsiasi mezzo e a proprio insindacabile giudizio.

Questo, infatti, non è più uno Stato – tanto meno “democratico” – ma un’organizzazione di killer professionisti. Pericolosissimi, oltretutto, perché invasati convinti di agire “con dio dalla nostra parte”, dotati di uno “statuto speciale” che li colloca al di sopra del resto dell’umanità.

E dunque contro tutti.

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18/07/2024

Guerra in Ucraina - Piani e obiettivi di pace, veri e falsi

Prima di tutto, la situazione interna ucraina, che manda al fronte ogni genere di disabili e anziani, pur di alimentare la carne da cannone necessaria all’interesse euro-atlantico di continuare quanto più possibile il conflitto con la Russia.

Citando fonti militari ucraine – che però non forniscono cifre concrete – la Reuters parla di un ritmo della mobilitazione raddoppiato a maggio e giugno rispetto ai due mesi precedenti. Nessuno parla però delle perdite, che stanno crescendo agli stessi ritmi. Ed è lo stesso Zelenskij a lamentare la disponibilità di riserve di 14 brigate che però non hanno con che combattere, per i ritardi nelle forniture di armi, a dispetto dei ritmi di produzione delle aziende belliche occidentali.

Al netto dei piagnistei ukronazi per le armi che sarebbero sempre poche, è vero che si sono viste code davanti ai distretti, ma non certo di giovani desiderosi di farsi mandare al fronte, bensì, perlopiù di operai che, col consenso delle aziende, possono sperare di rinnovare il rinvio: niente volontari.

Il normale ucraino non vuole affatto andare al fronte; lo testimonia anche solo il filo spinato piazzato lungo il Tibisco, il guado del quale costituisce una flebile speranza (quanti annegati!) di passare in Romania. Così, si cercano altre vie di fuga verso Romania o Moldavia. Lo testimoniano vari episodi di tentato suicidio (o, quantomeno, di autolesionismo) negli stessi locali dei distretti militari, una volta che i malcapitati siano stati accalappiati per strada e trascinati in quelle stanze.

Pare che il Ministero della guerra golpista, dall’inizio del conflitto, avrebbe denunciato oltre 180.000 uomini per violazione della registrazione ai distretti e si parla di oltre 400.000 denunce di imboscati, soprattutto nelle regioni di L’vov, Transcarpazia, Ivano-Frankovsk, Ternopol, Khmelnitskij.

Va peggio a chi è fuggito in Polonia: qui, nei piani di Varsavia, dovrebbe formarsi una “Legione” di “volontari” ucraini da rispedire al fronte.

D’altro canto, il sostegno occidentale sembra abbastanza diverso da come presentato da Kiev. Ad esempio, proprio riguardo la Polonia e a proposito dell’accordo di “difesa” Varsavia-Kiev, se l’ufficio presidenziale ucraino afferma che questo «prevede la possibilità di intercettare missili e droni russi», di fatto nel documento è detto che continuerà il dialogo sulla opportunità di intercettare esclusivamente missili e droni in volo verso la Polonia ed esclusivamente «attenendosi alle necessarie procedure, concordate da stati e organizzazioni aderenti».

Il Ministro della guerra polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha detto chiaramente che Varsavia non abbatterà missili russi sull’Ucraina senza il consenso della NATO e Washington, dice il portavoce della Casa Bianca John Kirby, non vuole «escalation… non vogliamo che Putin ottenga argomenti per dire che la guerra è provocata dalla NATO, che è una guerra tra Russia e Occidente o tra Russia e USA».

Anche da Londra si è chiarito che Kiev può sì decidere autonomamente come usare i missili britannici, ma solo sul territorio ucraino. E Varsavia potrà fornire a Kiev MiG-29 solo dopo che la NATO fornirà alla Polonia nuovi aerei al posti di quei MiG. Sono pure abbastanza modesti anche gli aiuti militari da Rep. Ceca e Germania, per quanto effettivi.

The New York Times, su fonti governative, scrive che obiettivo della guerra non è quello di reintegrare l’intero territorio ucraino (a questo punto cosa «praticamente impossibile»), bensì conservare lo stato ucraino per il «futuro occidentale».

C’è poi il consigliere presidenziale Mikhail Podoljak, che non esclude possibili colloqui con Mosca per il tramite di intermediari: si sono fatti avanti Bulgaria, Turchia, senza considerare i “viaggi navetta” di Viktor Orbàn. Per conto suo, Kiev punterebbe su USA, Cina o UE: quest’ultima è fuori gioco per Mosca, che la considera parte in conflitto per le sue forniture di armi a Kiev. Anche gli USA non vanno bene per Mosca; rimarrebbe dunque Pechino.

In ogni caso, a detta di Orbàn, entrambe le parti, Mosca e Kiev, pensano che il tempo sia dalla loro e considerano il cessate il fuoco un regalo fatto all’avversario. Di sicuro, potrebbe esserlo per Mosca, che in più di un’occasione ha dichiarato di escludere ogni ipotesi di nuovi “Minsk-1” E “Minsk-2”, cioè colloqui-farsa, utili solo a fornire a Kiev e ai suoi padrini una pausa di respiro utile a rimpinguare le forze.

In breve, scrive Pavel Volkov su Ukraina.ru, sia Orbàn, che Trump, Xi, Lula, Modi e anche Putin concordano che la nuova frontiera tra Russia e Ucraina coinciderà con la linea del fronte al momento del cessate il fuoco. Mosca chiede inoltre il ritiro delle sanzioni, restituzione dei fondi congelati, riduzione delle forze armate ucraine e status neutrale per il paese, con diritto di adesione alla UE, ma anche, all’interno, diritti concessi ai cittadini ucraini di lingua russa.

In questa cornice, la solita Mar’jana Bezuglaja (deputata, megafono di “Servo del popolo”: era stata lei a silurare, col beneplacito della presidenza, Valerij Zalužnyj) dà dei traditori al Comandante in capo Aleksandr Syrskij e alla sua cerchia, che sarebbero favorevoli a «sottoscrivere qualsiasi variante di capitolazione e imposizione della pace. Egli non crede nella vittoria». Ecco così trovato il colpevole della “resa” di molte città e villaggi alle forze russe, delle decine di migliaia di soldati ucraini uccisi, dello sperpero dei fondi così generosamente donati dall’Occidente.

Chi in realtà parla davvero sottovoce di “intesa col nemico”, siede ancora più in alto a Kiev, per quanto si possa parlare di alto e basso per un paese in cui i nazisti della junta majdanista si preoccupano solo di conservare nelle proprie tasche quanto accumulato degli “aiuti occidentali”, svicolando tra coltellate alla schiena dei ladri-gemelli e ordini di sicuro macello per miglia di giovani mandati al fronte.

Insomma, data la crisi politica USA, l’impotenza degli attori (di spalla) europei, le non illimitate capacità dell’industria bellica, tutto ciò impone ancora una volta alla juna nazista di riflettere sull’illusione di un roseo futuro preparato per l’Ucraina dai padrini occidentali. In questo senso, ricorda il politologo Matvej Kiselov su news-front.su, lo scorso febbraio era stato appunto Zalužnyj a pagare con l’esilio, accusato di ogni male del paese. Ora sembra essere la volta di Syrskij, nonostante egli, a differenza del suo predecessore, sia in tutto e per tutto “uomo di Zelenskij”.

In effetti, afferma l’analista militare Jurij Kotenok, appare oltremodo risibile l’accusa a Syrskij di voler capitolare: obiettivo principale di Bezuglaja è piuttosto quello di parare i colpi che dovrebbero in realtà essere indirizzati contro Vladimir Zelenskij e la sua banda. Di fatto, afferma Kotenok, Mosca non deve affatto rilassarsi nella speranza di alleggerimenti al fronte: quanto a preparazione, i generali ucraini non sono inferiori a quelli russi.

Certo, i vertici militari ucraini sono consapevoli che la guerra potrebbe essere persa poche settimane dopo che l’Occidente ridurrà bruscamente le forniture, ma questo per ora non impedisce loro di tentare colpi, molto sanguinosi, anche contro Mosca. Il male per Syrskij è che viene considerato “uomo di Mosca” dai nazi-nazionalisti ucraini e, anche per questo, il suo destino appare appeso a un filo: il minimo insuccesso al fronte e già una decina di generali sono pronti a prenderne il posto.

Ora, tirando qualche somma e se si guarda alle vicende ucraine semplicemente dal punto di vista della pura pietà, osserva Vladimir Skachko su Ukraina.ru, va dato atto a Viktor Orbán di agire per il meglio: da un lato, ha quantomeno mostrato al mondo chi voglia davvero la pace e chi no e, dall’altro, sta dando una possibilità alla stessa Ucraina che, trascinandosi ancora la guerra, rischia di rimanere senza uomini,proprio a dispetto di quelle “code di volontari ai distretti” di cui si diceva prima.

D’altra parte, parlando di Orbàn, è chiaro che la sua “missione di pace” sia abbastanza interessata: quantomeno per la sicurezza ungherese, che avrebbe molto a risentirne in caso di lunga prosecuzione e estensione del conflitto. Così, Orbàn ha consegnato alla UE un piano per il cessate il fuoco probabilmente concordato a Mosca, Pechino e forse anche con Trump, a parere del quale (Trump) Kiev e Mosca hanno vedute totalmente divergenti sulla questione, mentre Bruxelles non vuole nemmeno sentir parlare di pace fino a quando non riceverà l’ordine da Joe Biden, che però vede nella guerra in Ucraina la strada principale per mantenersi al potere.

Per quanto riguarda i “geniali politici” di Bruxelles, inutile tornare ancora sull’autentico boicottaggio che i “democratici europeisti” stanno operando nei confronti di Orbàn e anche del summit sulle questioni internazionali previsto per fine agosto a Budapest; come è stato detto: quando Zeus vuol punire qualcuno, lo priva della ragione, oppure lo eleva a politico UE, che più o meno è la stessa cosa.

E tuttavia, nota Skachko, nonostante i musi lunghi che potrebbero svetrinare dopo il 5 novembre Giorgia e Ursula, Kaja e Josep Borrell, Mosca non dovrebbe lasciarsi troppo sedurre dalle iniziative di pace di Orbàn, soprattutto dopo che lui le ha concordate con Trump: «sono entrambi politici occidentali, non filorussi e ognuno di loro ha in mente i propri interessi».

Il cosiddetto piano di pace di Trump per l’Ucraina non promette nulla di buono per la Russia e si può ridurre a due tesi che si escludono a vicenda: o l’Ucraina viene costretta al tavolo dei negoziati con la minaccia di privarla di qualsiasi assistenza, senza la quale Kiev sarà finita nel giro di pochi giorni. Oppure sarà la Russia a venir costretta a subire le stesse minacce di armare l’Ucraina in maniera tale da poter infliggere al nemico una “sconfitta strategica”. Insomma: dappertutto ultimatum a Mosca; e perché mai essa – che, d’altronde, non può rifiutare la pace – dovrebbe discutere alle condizioni dettate da altri, quando sta vincendo sul terreno e può essa stessa dettare le proprie condizioni?

Tanto più che, come ipotizza non senza fondamento Vasim Trukhacëv su news-front.su, l’interesse di Viktor Orbàn a farsi “intermediario di pace” è strettamente legato al suo piano di di convincere UE e NATO a dare il consenso per un referendum che sancisca l’unione all’Ungheria dei territori sudoccidentali della regione ucraina di Transcarpazia.

Secondo Orbàn, NATO e UE dovrebbero obbligare Kiev a dare l’assenso per il referendum e finché a Bruxelles non intervengono, Orbàn continuerà dimostrativamente a volare a Mosca e Pechino e a frenare ogni ipotesi di adesione ucraina a UE e NATO. Ma non appena Bruxelles consentirà al mutamento delle frontiere, finirà ogni politica “particolare” di Budapest nei confronti di Mosca. A quel punto Giorgia e Ursula, Kaja e Josep potranno esclamare rivolti a Budapest: «non venererete divinità straniere, ma venererete soltanto il Signore vostro Dio, che vi libererà dal potere di tutti i vostri nemici»(Libro dei Re-I, 38-39).

Ma intanto, aggiungiamo, che Orbàn continui pure a fare la spola e che la sua missione ottenga qualcosa di buono.

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06/07/2024

Guerra in Ucraina - Orban spiazza tutti

In un post pubblicato su X prima della partenza, il premier ungherese ha spiegato che “non è possibile arrivare alla pace in Ucraina stando comodamente seduti in poltrona a Bruxelles”. “Anche se la presidenza di turno dell’Ue non ha mandato di negoziare per conto dell’Ue, non possiamo sederci e aspettare che la guerra finisca miracolosamente”.

Non solo. “L’Ungheria sarà presto il solo Paese in Europa in grado di mantenere il dialogo sia con Mosca che con Kiev”, aveva affermato Orban, all’inizio del suo incontro con Putin.

La scorsa settimana, a sorpresa, Orban era stato ricevuto a Kiev dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il quale, come noto, le relazioni non sono idilliache. Ma in quella occasione non era ancora presidente di turno dell’Unione Europea. È infatti entrato in carica il 1 Luglio.

“Per l’Europa la pace è la cosa più importante. Riteniamo che l’obiettivo principale dei prossimi sei mesi della nostra presidenza sia la lotta per la pace” ha affermato Orban a Mosca dopo l’incontro con Putin.

“Bisogna fare molti passi per avvicinare la fine della guerra”, ha detto Orban durante la conferenza stampa congiunta, definendo comunque “un passo importante” il contatto che ha avuto con Putin.

“Continuerò a lavorare in questa direzione, per l’Europa la pace è la cosa più importante – ha affermato il premier ungherese, che dal primo luglio scorso è presidente di turno della Ue – Volevo sentire l’opinione del presidente sulle iniziative di pace possibili, cosa pensa del cessate il fuoco e dei negoziati di pace e di come potrebbero essere portati avanti”.

Alla fine dell’incontro bilaterale, Putin ha affermato che la Russia considera la visita del primo ministro Orban come un tentativo di ripristinare il dialogo con l’Unione Europea e dargli ulteriore slancio.

Inutile dire che l’iniziativa di Orban, sicuramente non concordata con i vertici della Ue, ha suscitato un vespaio proprio tra questi ultimi. “La presidenza di turno dell’Ue non ha il mandato di interagire con la Russia per conto dell’Ue” e “nessuna discussione sull’Ucraina può aver luogo senza l’Ucraina”, ha scritto ieri via social il presidente uscente del Consiglio Europeo Charles Michel.

A ruota è arrivata anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen: “Il primo ministro ungherese Viktor Orban è in visita a Mosca. L’appeasement non fermerà Vladimir Putin. Solo l’unità e la determinazione apriranno la strada ad una pace complessiva, giusta e duratura in Ucraina”, dice via social.

Infine è intervenuto anche l’Alto Rappresentante della politica estera europea, l’uscente Josep Borrell, il quale ha precisato in una nota, che la visita di Orban a Mosca “si svolge esclusivamente nel quadro delle relazioni bilaterali tra Ungheria e Russia”. L’Ungheria, ricorda, “è ora lo Stato membro dell’Ue che esercita la presidenza di turno del Consiglio fino al 31 dicembre 2024. Ciò non comporta alcuna rappresentanza esterna dell’Unione, che spetta al presidente del Consiglio Europeo a livello di capi di Stato e di governo e all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza a livello ministeriale”.

Il premier ungherese è sicuramente un personaggio indigeribile da molti punti di vista, ma se ha deciso di “forzare” l’empasse dei negoziati per mettere fine alla guerra alla periferia dell’Europa – anche mandando il boccone di traverso alla conventicola dei guerrafondai di Bruxelles – nulla esclude che la strada aperta possa rivelarsi migliore da quella oltranzista e inefficace seguita fino ad oggi dall’Unione Europea.

Che popolari, socialisti, liberali, verdi al governo nella Ue come in molti paesi europei si siano fatti soffiare una iniziativa diplomatica come questa da uno come Orban, è emblematico della pochezza e dell’avventurismo che domina nelle scelte degli attuali vertici politici in Europa. Il problema, semmai, è che l’alternativa rappresentata dai neofascisti e dalla destra – una volta al governo – potrebbe rivelarsi peggiore anche di questi. Messa così è decisamente una alternativa del diavolo.

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27/06/2024

Il falco Rutte alla guida della NATO

Se c’era un modo per incarnare la blindatura dei vincoli euroatlantici, quelli da economia di guerra della NATO e quelli da massacro sociale dei lavoratori del Patto di Stabilità, quel modo era nominare Mark Rutte alla guida dell’alleanza atlantica.

Sarà lui a sostituire Jens Stoltenberg, il cui mandato era stato prorogato per due anni consecutivi per dare continuità all’amministrazione della NATO nel pieno dell’impegno bellico contro la Russia, per interposta Ucraina.

Rutte concluderà ufficialmente il suo quarto mandato da primo ministro dell’Olanda il prossimo 2 luglio, lasciando il posto a Dick Schoff, designato dalla maggioranza guidata dal Partito per la Libertà di Geert Wilders, uscita dalle elezioni dello scorso novembre.

Il politico olandese arriva a questa carica dopo aver incassato il sostegno anche di Ungheria e Slovacchia, paesi pubblicamente contrari alla deriva da scontro totale con Mosca che la NATO ha tenuto negli ultimi due anni.

Ovviamente, Budapest e Bratislava non hanno messo in discussione questa alleanza guerrafondaia. Ma da Rutte hanno ricevuto alcune garanzie rispetto al suo mandato (che potrebbe durate almeno quanto quello di Stoltenberg, avendo Rutte solo 57 anni).

Orbán ha ottenuto che i suoi soldati non vengano coinvolti in operazioni NATO in Ucraina, e che a queste non saranno destinati fondi ungheresi. Inoltre, il ministro degli Esteri ha annunciato il sostegno al piano di pace sino-brasiliano elaborato un mese fa.

I vertici slovacchi hanno invece avuto rassicurazioni sulla protezione dello spazio aereo del paese. Infatti, la Slovacchia è rimasta coi cieli scoperti dopo che molti sistemi di difesa sono stati consegnati all’Ucraina e altri, olandesi e italiani, sono stati riposizionati.

Insomma, alcuni rallentamenti nei meccanismi euroatlantici, che hanno come contraltare vittorie utili da spendere nella politica interna. Ma non ancora qualcosa di sufficiente a fermare la volontà di escalation.

Difatti, sono subito arrivati i complimenti del presidente ucraino Zelensky. In maniera speculare, il portavoce del Cremlino Peskov ha espresso scetticismo sulla nomina: “difficilmente può cambiare qualcosa” dato che i paesi occidentali “stanno lavorando per infliggere una sconfitta strategica alla Russia”.

Mosca parla di tutta la NATO, che siano gli Stati Uniti o la UE. Rutte stesso ha subito detto che “l’Alleanza (atlantica, ndr) è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva”.

Anche Stoltenberg ha ricordato che “Mark è un vero ‘transatlantista’”, ribadendo che oggi più che mai l’imperialismo occidentale ha bisogno che Washington e Bruxelles restino unite, nella loro guerra contro il mondo.

Del resto, anche i prossimi alti dirigenti della UE, se saranno quelli oggi in discussione, hanno indicato nel riarmo e nell’assunzione di una maggiore proiezione militare un pilastro dei prossimi cinque anni.

La von der Leyen e Michel avevano già indicato nei vincoli di bilancio e nel sostegno all’Ucraina i due paletti che, se rispettati, rendono tutti benvenuti in UE. Anche le estreme destre, che sono anzi molto utili nell’implementare nuovi dispositivi repressivi.

Soprattutto ora, che il nuovo Patto di Stabilità devasterà ulteriormente lo stato sociale e le condizioni dei lavoratori di tutto il Vecchio Continente, mentre tutti i fondi possibili saranno reindirizzati verso la costruzione di un keynesismo militare in salsa europea.

Rutte è l’uomo giusto per entrambe le sponde dell’Atlantico, affinché venga portato avanti questo indirizzo. Come è stato falco dei conti pubblici, sarà falco degli obiettivi di spesa militare, trascinando con sé la gamba europea della NATO.

Che di conseguenza imporrà il vincolo esterno in maniera ferrea (almeno per i paesi con meno potere contrattuale) e destinare più soldi possibile alle armi. Rutte è il sigillo del futuro di guerra che aspetta l’Occidente, se non si romperanno i vincoli euroatlantici.

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26/06/2024

L’Ungheria chiede la revoca dell’immunità parlamentare per Ilaria Salis

Il tribunale di Budapest chiederà al Parlamento europeo di revocare l’immunità parlamentare della neoeletta eurodeputata Ilaria Salis.

La decisione era già stata annunciata alcuni giorni fa dal capo di gabinetto del governo ungherese: “L’autorità ungherese competente dovrebbe chiedere al Parlamento europeo la revoca dell’immunità”.

A riferirlo è il quotidiano online ungherese Index.hu, il quale afferma che il tribunale regionale di Budapest ha annunciato di aver deciso di rivolgersi alla presidenza del Parlamento europeo affinché Strasburgo prenda una decisione sulla sospensione del diritto all’immunità dell’eurodeputata italiana.

La procedura prevede un voto in seduta plenaria per decidere se sospendere o meno l’immunità parlamentare per Ilaria Salis. Facile prevedere che tutti i neofascisti nel Parlamento europeo ne approfitterebbero per cercare di rispedire Ilaria Salis nelle galere ungheresi.

Qualora la richiesta di Budapest venisse approvata, l’Ungheria dovrebbe spiccare un mandato d’arresto europeo nei suoi confronti, che però dovrebbe essere valutato da un tribunale italiano.

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