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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/05/2026

Assalto sionista alla Flotilla. Due deportati in Israele

L’esercito israeliano ha dichiarato che intende deportare in Israele due membri della Global Sumud Flotilla rapiti in acque internazionali, nei pressi della Grecia.

Mentre tutti gli altri attivisti sequestrati saranno rilasciati sulle coste greche, in un accordo estremamente controverso con il governo e le forze armate di Atene, Sai Abu Keshek e Thiago Ávila verranno trattenuti dai militari di Tel Aviv che li porteranno in Israele dove subiranno interrogatori e, probabilmente, arresti.

I militari israeliani affermano che Sai Abu Keshek è sospettato di affiliazione con un’ “organizzazione terroristica”, mentre Thiago Ávila è sospettato di “attività illegali”.

Comunicato stampa 1° maggio Global Sumud Flotilla

Il rilascio parziale degli attivisti della global sumud flotilla non chiude l’incidente: due persone rimangono in detenzione israeliana senza alcuna base giuridica, le imbarcazioni sono distrutte, i crimini commessi in acque internazionali restano senza risposta istituzionale.

Chiediamo al Governo italiano e alle istituzioni europee di non trattare il parziale rilascio come una chiusura dell’incidente: è l’ultimo passaggio logistico di un’operazione illegale condotta in acque internazionali, in Unione Europea, e deve essere letto come tale.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, forze navali israeliane hanno abbordato a mano armata le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, in Unione Europea, nei pressi di Creta, a oltre 900 chilometri da Gaza. Hanno circondato le imbarcazioni civili, le hanno abbordate con l’uso della forza, le hanno private dei sistemi di navigazione e comunicazione e le hanno lasciate alla deriva con oltre 170 civili sequestrati.

L’operazione si è svolta a notevole distanza da qualsiasi area di conflitto diretto, configurando una deliberata estensione della zona operativa. Il 1° maggio, circa 175 attivisti sono stati sbarcati a Creta e consegnati alle autorità greche per il trasferimento all’aeroporto di Heraklion.

Il successivo trasferimento di 175 attivisti a Creta rappresenta una grave violazione del diritto internazionale, l’ultimo passaggio di un’operazione che solleva gravi interrogativi giuridici: detenzione senza accusa, assenza di accesso consolare verificabile e trasferimento forzato verso un paese terzo.

Il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha presentato questo come una risoluzione conclusiva, ringraziando Atene per la cooperazione. Non si tratta di una risoluzione. È l’ultimo passaggio logistico di un’operazione illegale, e deve essere letto come tale.

Esprimiamo profondo sconcerto e preoccupazione per la gravità dell’accaduto e per l’assenza di iniziative concrete successive alle dichiarazioni pubbliche di condanna. Le persone a bordo delle nostre imbarcazioni sono state sequestrate a mano armata in acque internazionali, trasportate contro la loro volontà su navi militari, trattenute senza accusa formale, senza accesso consolare confermato e senza alcuna procedura giudiziaria, e infine depositate nel territorio di uno Stato terzo che non aveva alcun titolo nella loro detenzione.

Il fatto che non si trovino più su una nave israeliana non modifica il carattere giuridico di quanto subito. Un sequestro di persona non cessa di essere tale perché la vittima viene infine lasciata da qualche parte. Particolarmente allarmante è la situazione di Saif Abukeshek e Thiago Avila, rapiti in acque internazionali, in Unione Europea, con l’intenzione di incarcerarli in Israele con l’accusa di attività illecite, senza che sia stata resa pubblica alcuna base giuridica.

L’identificazione dei due attivisti è avvenuta tramite comunicazioni pubbliche, senza garanzie procedurali fondamentali. Uno Stato non può stabilire un sospetto penale attraverso un comunicato diffuso sui social media.

Ricordiamo che l’estradizione di cittadini europei verso un paese in cui sono accertate violazioni dei diritti umani è vietata, come testimonia la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila nel caso Anan Yaeesh nel marzo 2024. Anche in Italia è stato aperto un procedimento per torture avvenute durante la precedente missione. Il rapimento di Saif Abukeshek è avvenuto su un’imbarcazione battente bandiera italiana: questo impone all’Italia precisi obblighi di protezione e di adoperarsi per porre fine a questa situazione grave e illegittima.

Tra le imbarcazioni sequestrate figurano almeno 7 battenti bandiera italiana, e tra le persone a bordo risultano 23 cittadini italiani.

L’azione delle forze israeliane configura, ai sensi della legislazione italiana, una serie di ipotesi di reato: tra le quali il tentato omicidio, il tentato naufragio, il danneggiamento seguito da pericolo di naufragio, il sequestro di persona e la violazione delle norme previste dalle convenzioni internazionali sulla navigazione ratificate dall’Italia.

Il trasferimento in Israele e la detenzione nelle carceri israeliane espongono inoltre le attiviste e gli attivisti al rischio di tortura e trattamenti inumani e degradanti. Amnesty International ha documentato che attivisti detenuti durante la precedente operazione, nell’ottobre 2025, sono stati sottoposti a privazione del sonno, negazione di acqua potabile e negazione di assistenza medica.

Questi abusi sono attualmente oggetto di indagine da parte della Procura di Roma, con l’ipotesi di reato di tortura. Le dichiarazioni israeliane circa il rispetto dei diritti umani nella presente operazione provengono dallo stesso Stato la cui condotta è sotto esame penale attivo in una giurisdizione europea. Non hanno alcun valore probatorio. Chiediamo con urgenza al Governo italiano di:

Avviare immediatamente misure di protezione consolare e di assistenza legale volte ad assicurare l’immediato rilascio e l’incolumità di tutti i partecipanti alla missione umanitaria imbarcati su navi battenti bandiera italiana.

Condannare pubblicamente e formalmente gli atti posti in essere da Israele contro la missione della Global Sumud Flotilla e avviare l’accertamento delle responsabilità per i crimini perpetrati.

Inviare immediatamente una nota diplomatica formale e pubblica al Governo di Israele, per riaffermare la natura umanitaria della Global Sumud Flotilla e chiedere formalmente a Israele di non interferire con il suo passaggio.

Adoperarsi per il rilascio delle imbarcazioni illegalmente sequestrate e del carico umanitario presente a bordo al momento dell’abbordaggio.

*****

I partecipanti della Global Sumud Flotilla hanno appena vissuto 40 ore di violenze deliberate a bordo di una nave militare israeliana, in acque greche.

Non hanno avuto accesso sufficiente a cibo e acqua. Sono stati costretti a dormire per terra, su pavimenti allagati apposta più volte.

Quando i militari hanno cercato di portare via due partecipanti, Saif Abukeshek (Spagna, di origine palestinese) e Thiago Ávila (Brasile), l’equipaggio ha reagito, ma in modo non violento. La risposta è stata una crudeltà sproporzionata.

I partecipanti sono stati presi a pugni e calci, trascinati sul ponte con le mani legate dietro la schiena. Alcuni hanno riportato il naso rotto, costole incrinate e sono stati picchiati fino a sanguinare. Nel caos, sono stati anche esplosi colpi di arma da fuoco.

E non è finita. La polizia greca sta trattenendo l’equipaggio, già provato, su autobus, impedendo loro di andarsene. Intanto Saif e Thiago sono stati portati via con la forza e trasferiti nei territori palestinesi occupati.

Nonostante tutto, i partecipanti non si sono piegati: in 60 hanno iniziato subito uno sciopero della fame.

Si tratta di un attacco grave contro civili pacifici. Non possiamo far finta di niente. Chiediamo la loro liberazione e che ci siano responsabilità a livello internazionale, subito.

Fonte

24/04/2026

Libano - Israele uccide la giornalista Amal Khalil

Mentre stava documentando i raid israeliani nel sud del Libano, insieme alla fotografa Zeinab Faraj, la nota giornalista libanese Amal Khalil è stata presa di mira dai militari israeliani. Il fuoco è stato diretto prima contro l’automobile su cui viaggiava, poi sulla casa in cui si era rifugiata e infine persino sull’ambulanza che stava arrivando per soccorrerla.

La fotografa Faraj è stata portata in salvo, mentre il corpo della giornalista Amal Khalil è stato recuperato senza vita nella notte. Amal è stata uccisa perché raccontava la verità sul campo dell’ultima invasione israeliana del Libano.

Amal Khalil, 43 anni, giornalista del quotidiano libanese Al Akhbar, e la fotografa freelance Zeinab Faraj che era con lei, stavano documentando gli sviluppi delle operazioni israeliane nei pressi della città di Tiri, nel distretto meridionale di Beint Jbeil, area da settimane sotto il fuoco dell’esercito israeliano, quando un attacco ha colpito il veicolo che precedeva quello sul quale viaggiavano. A quel punto le due giornaliste si sono rifugiate in un’abitazione, che è stata poi centrata da un secondo attacco.

È stata uccisa per lo stesso motivo per cui sono stati uccisi circa 300 giornalisti palestinesi a Gaza, dove è stato vietato l’accesso a tutti giornalisti e osservatori internazionali. In Libano lo scorso 28 marzo le forze israeliane avevano ucciso altre tre giornalisti delle testate Al Manar e Al Mayadeen.

Israele pratica il terrorismo di stato per paura della verità su quanto avviene sul terreno, continuando a commettere crimini di guerra e contro l’umanità nella completa impunità.

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07/03/2026

Zelenskij minaccia di assassinare Orbán

Diciamola per come è. L’Ucraina al momento eccelle in una sola specialità: il terrorismo di Stato.

Lo sanno tutti, soprattutto a Bruxelles. Ma finora questa “virtù” si è espressa contro generali e politici russi, contro navi civili di Mosca, e quindi “era cosa buona”. Persino la distruzione del gasdotto Nord Stream – che ha privato tutta Europa del gas russo, infinitamente più economico del gnl Usa – è stata sopportata in silenzio come un prezzo collaterale dell’appoggio totale a Kiev.

Zelenskij e la banda di nazisti che controlla l’Ucraina, dopo oltre un decennio in cui si sono permessi qualsiasi nefandezza (ricordiamo l’incendio, gli omicidi e gli stupri nella Casa dei Sindacati di Odessa, durante Euro Majdan, 2014), si devono però essere convinti di poter fare come Israele. Con chiunque.

Così il cocainomane capo di Kiev se n’è uscito con una battuta suicida contro il suo arcinemico nella UE, l’ungherese Viktor Orbàn. Fascista quanto lui, certo, ma nazionalista di un altro paese e con qualche questioncella in sospeso. Sia per il passato che per il presente (storie di oleodotti interrotti da Kiev che lasciano Budapest al freddo).

Giovedì Zelenskij ha infatti accennato alla possibilità di fornire l’indirizzo di una “certa persona” – ampiamente interpretato come un riferimento a Orbán – alle truppe ucraine per un colloquio diretto “nella loro lingua“. Per chi ha familiarità con i film sulla mafia non serve traduzione: “ti faccio sparare o saltare in aria con lo Sbu” (il servizio segreto ucraino delegato a queste “imprese”).

Possibilità reale, persino quasi facile per chi ha affinato certe “qualità”, anche se un capo di stato diffidente e fascista come Orbàn qualche protezione ce l’ha di sicuro. Però bisogna essere cretini, oppure convinti di avere le forze di Netanyahu o Trump, per dirlo così apertamente.

A quel punto, dopo le ovvie proteste ungheresi (“come si può pensare di far entrare nella UE una bestia simile?”), anche Bruxelles ha dovuto rimbrottare bonariamente l’ultra-assistito ducetto di Kiev.

“In relazione specifica ai commenti fatti dal presidente Zelenskyy, siamo molto chiari come Commissione Europea: quel tipo di linguaggio non è accettabile. Non ci devono essere minacce contro gli Stati membri dell’UE”, ha dichiarato venerdì ai giornalisti Olof Gill, vicesegretario portavoce capo della Commissione, in una rara condanna del leader di Kiev. In pratica un “Così non si fa, siamo soliti usare le posate a tavola, da queste parti”.

Le tensioni tra Ucraina e Ungheria sono aumentate nelle ultime settimane, poiché Budapest continua a porre il veto a un pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro per Kiev. La principale lamentela di Orbán rimane l’interruzione del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba di epoca sovietica, che Budapest ritiene sia stata deliberatamente interrotta da Kiev. L’Ucraina nega l’accusa, sostenendo che la conduttura è stata gravemente danneggiata da “un attacco di droni russi” a gennaio.

Sapete quella vecchia favola dei russi così cretini da bombardarsi da soli infrastrutture che hanno costruito loro per guadagnare dal commercio? Sì, è una favola vecchia e riciclata, già usata pari pari al tempo dell’attentato al Nord Stream... Poi la magistratura tedesca ha emesso mandati di cattura per agenti ucraini (e uno lo ha trovato in Italia)... 

Ma i rapporti tra i due paesi, peraltro confinanti, sembrano ormai surriscaldati. Venerdì l’Ucraina ha accusato l’Ungheria di aver rapito sette dipendenti della banca statale Oschadbank e di aver sequestrato milioni in contanti e oro, mentre giovedì Orbán aveva giurato sui social media di voler “spezzare con la forza il blocco petrolifero ucraino”.

Dopo le minacce e i rimbrotti UE (l’unico alleato che gli sia rimasto, anche se ridicolo) Zelenskij si è detto pronto a riparare e riavviare l’oleodotto entro un mese se l’UE ne farà richiesta ufficiale, ma solo se Orbán prometterà di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro da parte della UE, fermo per il suo veto.

Nei prossimi giorni non mancheranno altri episodi di questa saga poco appassionante, ma certo indicativa di quante e quali idiozie siano state fatte in questi anni dai guerrafondai europei... Che ora cominciano a ricadere sulle loro teste.

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26/09/2025

Cento piazze permanenti per Gaza. Verso la manifestazione del 4 ottobre

Dopo che Gaza è sotto assedio da due anni e continua il genocidio del popolo palestinese, questa notte è stato sferrato un nuovo pesante attacco alla Global Sumud Flotilla. Alcune imbarcazioni sono state danneggiate e la missione sta rischiando di essere compromessa. “Israele” attacca impunemente una missione umanitaria in acque internazionali, in spregio ad ogni norma e con una brutalità inaccettabile. Inoltre le imbarcazioni battevano bandiera italiana, inglese e polacca, quindi si tratta di fatto di un atto di guerra in piena regola anche nei confronti del nostro Paese.

Il governo balbetta e stenta ad assumere una qualche iniziativa. Stanotte i bombardamenti sono continuati incessanti su Gaza, decine di persone sono già state massacrate all’alba di oggi, mentre il Governo coloniale sionista ha annunciato la chiusura del valico di Allenby con la Giordania, per strangolare e annettere la Cisgiordania. I nostri fratelli e le nostre sorelle che sono sulla Flotilla stanno mettendo a repentaglio la loro incolumità per rompere l’assedio e per supportare la liberazione del popolo palestinese. Noi che siamo l’equipaggio di terra dobbiamo entrare in azione contro il sionismo.

Proclamiamo lo stato di agitazione permanente e l’occupazione di cento piazze per Gaza. A partire da venerdì 26 settembre creiamo accampamenti permanenti in ogni città nelle grandi piazze. A Roma piazza dei Cinquecento, da dove è partito lo sciopero generale. A Genova nei pressi del valico 3, dove sono stati raccolti gli aiuti. Ogni territorio decida la sua piazza, facciamo dell’Italia una grande piazza per la Palestina.

Invitiamo tutte le realtà che hanno dato vita alle mobilitazioni di questi giorni ad unirsi in piazza, con la Palestina nel cuore, a fianco della Flotilla, per Gaza, fermiamo Israele.

Verso la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma – ore 14.30 Porta San Paolo

Il sionismo si ferma con la resistenza

Unione Sindacale di Base – Global Movement for Gaza – Movimento Studenti Palestinesi in Italia – Udap – Giovani Palestinesi – Associazione dei Palestinesi in Italia – Comunità Palestinese in Italia.

Fonte

24/09/2025

Pirati nazisionisti attaccano la Global Sumud Flotilla

Ultim’ora: in risposta all’attacco alla Global Sumud Flotilla a Roma è stato convocato un presidio e conferenza stampa alle ore 14.00 a Montecitorio. A Milano l’appuntamento è in piazza della Scala alle 18.00, a Bari alle 18.30 sotto la Prefettura, a Mestre sotto il Comune alle 18.00, a Bologna alle 19.30 in piazza del Nettuno, a Brescia alle 18.00 in piazza Rovetta, a Pisa alle 18.30 in piazza XX Settembre, a Livorno dalle 13.00 al porto al varco Valessini, a Terni ore 18.00 piazza della Repubblica, a Modena ore 18.30 in piazza Matteotti, a Catania ore 18.00 via Etnea angolo Prefettura, a Trieste alle 18.00 sotto la Prefettura, a Napoli alle 18.30 in Largo Berlinguer. In aggiornamento... 

Almeno 15 droni hanno sorvolato ogni dieci minuti a bassa quota le imbarcazioni e in particolare l’Alma, si legge nei post della Flotilla. Poi sono state udite esplosioni. Dalle prime notizie, e soprattutto dai dettagli “militari”, sembra che questo attacco sia ancora solo una ripetizione su grande scala degli attacchi portati nei porti della Tunisia.

In pratica un vasto “bombardamento” effettuato con ordigni incendiari, spray urticanti, bombe sonore, il cui scopo immediato è chiaramente quello di intimorire l’insieme della Flotilla. Ma è ovviamente anche un “avviso” della disponibilità israeliana a fare qualsiasi cosa, per quanto ignobile e illegale, per impedire che arrivi a Gaza.

L’attivista tedesca Yasemin Acar ha riferito su Instagram che cinque imbarcazioni sono state attaccate.

“Esplosioni, droni non identificati e disturbo delle comunicazioni. Stiamo assistendo in prima persona a queste operazioni psicologiche, proprio ora, ma non ci faremo intimidire”, hanno assicurato i partecipanti alla missione.

“Il limite cui Israele e i suoi alleati sono disposti a spingersi per prolungare gli orrori della fame e del genocidio a Gaza è disgustosa. Ma la nostra determinazione è più forte che mai”, assicurano gli attivisti. “Queste tattiche non ci scoraggeranno dalla nostra missione di portare aiuti a Gaza e rompere l’assedio illegale. Ogni tentativo di intimidirci rafforza solo il nostro impegno. Non saremo messi a tacere. Continueremo a navigare”.

L’attacco subito questa notte ha provocato danni a undici imbarcazioni.

La referente italiana della missione umanitaria, Maria Elena Delia, in un post su Instagram ha spiegato che “La barca Zefiro è stata colpita e danneggiata. È stato distrutto un sostegno dell’albero”.

Al momento, ha raccontato, “siamo in acque internazionali vicino alla Grecia. Quello che sta accadendo è nella totale illegalità”. Gli autori del raid “hanno attaccato con bombe sonore, danneggiato le barche e messo a rischio la vita delle persone”, ha sottolineato.

La Flotilla “ha già allertato la Farnesina”, ha spiegato, “quello che sta accadendo è di una gravità senza precedenti”. Sul piano legale, secondo il diritto internazionale, un attacco del genere si qualifica come un “atto di pirateria internazionale”.

E naturalmente il fatto che Israele, per motivi incomprensibili, sia considerata una “democrazia”, incrementa e non diminuisce la gravità dei crimini di guerra che sta compiendo da decenni ma soprattutto ora. Un genocidio o un atto di pirateria “democratici”, insomma, sono la dimostrazione che chi li compie pensa di essere al di sopra e contro il resto dell’umanità. Suprematisti tanto quanto i nazisti – anche Hitler era stato eletto, infondo – si comportano contro il resto del mondo come liberi massacratori protetti dalla potenza statunitense.

È da sottolineare, in proposito, che questo attacco è avvenuto poche ore dopo che l’Onu, pressoché al completo (tranne Israele e i suoi sempre più risicati complici dichiarati, tra cui il governo italiano), aveva ospitato il dibattito sul riconoscimento della Palestina come Stato. Un modo di dimostrare il disprezzo sionista per tutto il mondo, insomma.

La Sumud Flotilla attualmente conta 51 navi, la maggior parte delle quali si trova al largo dell’isola greca di Creta, quindi in acque internazionali, a centinaia di chilometri dalle coste di Gaza (le cui acque territoriali sono comunque di giurisdizione palestinese, non israeliana).

Sono cariche, come il mondo sa perché lo ha visto in diretta tv, di aiuti umanitari per le popolazioni sotto assedio.

Il governo nazisionista di Israele aveva ribadito lunedì che non permetterà alle barche di raggiungere Gaza, così come aveva fatto nei due precedenti tentativi degli attivisti di raggiungere la Striscia via mare, a giugno e luglio.

Questo attacco, così come i due avvenuti in Tunisia, li inquadriamo in una “normale” strategia militare che, da buoni genocidi, non distingue affatto tra miliziani e civili, tra palestinesi e cittadini di altri 44 paesi (sperando che i loro ministri degli esteri siano più “audaci” di Tajani – non serve molto, in fondo), per tentare di “sfoltire” la dimensione della Flotilla.

Attendiamo comunque con pazienza i negazionisti dei media che ricominceranno a parlare di “giallo” o di “un incidente a bordo” (di 11 imbarcazioni contemporaneamente... ne sarebbero comunque capaci, non gli manche il bronzo sulla faccia).

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11/09/2025

Contro nemici e alleati, è la logica dello Stato-mafia

di Alberto Negri

Siamo oltre l’estremismo sionista più radicale: Israele è ormai uno stato-mafia, uno stato terrorista. Prepara una trappola e agisce come un killer verso chiunque, finge di negoziare e poi uccide i negoziatori.

Non ha e non riconosce limiti: il diritto internazionale ormai per Tel Aviv è una nota a piè di pagina da ignorare con fastidio. Ricordiamolo adesso, in ogni momento, con la Flotilla diretta verso la Palestina.

Trump rispetto a Netanyahu è sempre indietro di un passo e finora ha accettato senza replicare la sua agenda di sterminio, se non sostenendo proposte deliranti come Gaza Riviera. A quel tavolo negoziale in Qatar, ieri insanguinato, siedono anche gli inviati americani: gli Stati Uniti sono d’accordo con Netanyahu in tutto e per tutto, ma a Doha anche Washington e Trump hanno fatto una figura meschina e inaffidabile.

Al premier Netanyahu non importa nulla degli ostaggi, altrimenti avrebbe già fatto un accordo, le vite stesse degli israeliani sono subordinate ai suoi obiettivi: restare al potere e sfuggire alla giustizia con una guerra infinita.

In fondo lui è il principale agente dell’antisemitismo. Il suo cinismo è totale: gli ostaggi da vivi costituiscono un motivo per continuare il genocidio e l’annessione di territori, da morti diventano una ragione in più per completare la strage e la pulizia etnica dei palestinesi.

Qui, dal fiume al mare, scorre soltanto sangue. Violando ogni legge internazionale e umiliando anche i Paesi che un giorno dovrebbero entrare nel cosiddetto Patto di Abramo che altro non è che una resa senza condizioni delle monarchie arabe del Golfo e dei loro alleati.

Soltanto degli sprovveduti o degli ipocriti potevano pensare che il genocidio di Gaza riguardasse soltanto i palestinesi: fa parte invece di un piano di controllo molto più ampio dello stesso Grande Israele territoriale.

Si tratta di attuare quello che già aveva in mente Trump durante la sua prima presidenza, ovvero fare di Israele, con la sua schiacciante superiorità bellica e tecnologica – componente attiva dello stesso complesso militar-industriale americano – il poliziotto assoluto della regione, in grado di colpire chiunque con azioni militari massicce o omicidi mirati.

Quello che è avvenuto ieri in Qatar è già accaduto in questi due anni ovunque. Israele ha fatto fuori la leadershp di Hamas, quella di Hezbollah, alti esponenti iraniani, ha colpito in Yemen e in Siria dove Al Sharaa è nel mirino delle truppe israeliane in ogni momento.

Questo ex militante di Al Qaeda è il caso, quasi unico, di un presidente che vive praticamente ai domiciliari perché Tel Aviv, che già occupa il sud del Paese, lo può fare fuori in ogni momento. Si può salvare soltanto se si fa complice del genocidio e della pulizia etnica di Gaza accettando, come si vocifera ogni tanto, l’esilio di migliaia di palestinesi, già presenti da decenni in Siria a centinaia di migliaia.

E qui arriviamo al punto. Cosa accade con l’evacuazione di Gaza City? Haaretz afferma che per i gazawi non c’è via di fuga e alternativa. Ma a cosa? Lo stesso esercito israeliano aveva indicato che l’unica soluzione è ammassarli in campi di concentramento dove ogni tentativo di uscirne verrà punito con la morte.

È quella amministrazione militare che il capo di stato maggiore Eyal Zamir non vuole ma che di fatto ha accettato con l’operazione a Gaza City. Poi bisognerà trovare il modo di fare accettare almeno in parte il loro esodo. E la destra israeliana al potere vede come candidati gli stessi Paesi arabi del Golfo che per lo meno dovranno finanziarlo e trovare delle soluzioni.

L’operazione di ieri in Qatar contro Hamas è un ammonimento ai capi arabi su quello che potrebbe succedere se non collaborano. Questa è la logica del ricatto dello stato mafioso-terrorista.

La stessa logica mafiosa, per altro, che Israele applica all’Europa. Dopo 19 round di sanzioni alla Russia, l’Europa e l’Italia non riescono a vararne neppure una contro Israele. È evidente che sono ricattati da Israele e dagli Stati Uniti.

Il governo italiano trema come una foglia perché gli apparati di sicurezza israeliani e americani ne limitano la sovranità e hanno la chiave della nostra cybersecurity. Resta così l’opinione pubblica, lasciata sola a protestare da politici complici e senza alcuna dignità.

Davanti a quanto accade – genocidio, annessioni, apartheid – appare persino assurdo invocare, come fanno gli europei, la soluzione dei “due popoli due stati” come praticabile e ragionevole. Come scrive sul sito indipendente israeliano-palestinese +972mag il giornalista palestinese Alaa Salama, la soluzione dei due stati appare ormai una mistificazione, un modo per giustificare e far guadagnare tempo al governo di Netanyahu, per altro inseguito come Putin da una mandato di cattura della Corte penale internazionale.

L’unica soluzione concreta è sanzionare i responsabili per isolarli e mettere fine al genocidio. Tutto il resto appare come un miserabile alibi. Ma come diceva Don Abbondio, uno il coraggio non se lo può dare.

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09/09/2025

Israele attacca il Qatar per uccidere una delegazione di Hamas

Israele è uno Stato-killer, che anche quando finge di trattare sta solo lavorando per eliminare la controparte.

Poco fa ha attaccato il Qatar con una classica operazione omicida dell’aviazione supportata dallo Shin Bet, il servizio segreto di Tel Aviv, prendendo di mira l’edificio in cui si stavano riunendo alcuni funzionari di Hamas per discutere – questo è l’elemento-chiave – la “proposta di pace” avanzata da Donald Trump.

Lo stesso Trump avrebbe approvato preventivamente l’attacco, il che riduce la credibilità dell’amministrazione Usa a quella di un semplice basista, al massimo una “copertura”, per i killer. In effetti, i bombardamenti sarebbero stati effettuati da 10 aerei israeliani, sganciando più di 10 bombe, una a pochi secondi di distanza dall’altra. Ma, secondo molte fonti tecnologicamente informate, aerei spia americani e britannici stavano sorvolando Doha al momento dell’attacco.

In pratica non sarebbe mai esistita alcuna “proposta di pace”, ma soltanto una finzione orchestrata per convincere quei responsabili di Hamas in esilio a Doha a riunirsi, così da facilitare l’attentato per eliminarli.

Le forze armate israeliane hanno confermato di aver “condotto un attacco mirato” contro i vertici di Hamas, dopo che esplosioni si sono udite a Doha, capitale del Qatar. L’attacco sarebbe stato condotto utilizzando aerei e droni, violando lo spazio aereo del paese.

Secondo la stampa israeliana tra i dirigenti nel mirino dell’attacco c’erano Khalil al Hayya, Zaher Jabarin, Khaled Meshaal e Nizar Awadallah. Ovvio che i nomi siano stati indicati ai giornali dagli stessi vertici dell’Idf.

Da parte sua, una fonte di Hamas ha dichiarato ad Al Jazeera che i leader del gruppo sono stati presi di mira a Doha mentre discutevano della proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per un cessate il fuoco a Gaza.

Può risultare sorprendete – per osservatori ingenui – che Israele attacchi un paese arabo in ottimi rapporti con l’Occidente ma che si propone(va?) anche come spazio di mediazione con parte della resistenza palestinese.

Ma la realtà del genocidio in corso, nonché le esplicite dichiarazioni di tutti i vertici israeliani (governo, opposizione, esercito, ecc.), certificano che Israele persegue un progetto suprematista che non contempla interlocuzione reale con nessuno, ma la semplice affermazione della propria “superiorità per diritto divino”.

Il che non promette niente di buono per il futuro dell’umanità, ma soprattutto per la stessa Israele e l’Occidente neoliberista che la protegge.

In aggiornamento

L’attacco sembra sia stato assai meno “preciso ed efficace” di quanto trionfalmente rivendicato dai genocidi sionisti. I media palestinesi scrivono che sono soltanto due le persone uccise nell’attacco a Doha, ma non si tratterebbe dei principali leader di Hamas.

Le vittime sarebbero Himam al-Hayya – figlio del leader di Hamas a Gaza, Khalil al-Hayya – e Jihad Labad, direttore dell’ufficio di Khalil al-Hayya e un funzionario della sicurezza del Qatar. Sul piano politico, però, l’attacco si sta rivelando un vero boomerang.

Anche i paesi arabi più moderati, dopo l’attacco pressoché contemporaneo alla Tunisia per colpire la “nave ammiraglia” della Global Sumud Flotilla e al Qatar per colpire i vertici di Hamas, stanno ufficialmente condannando Israele (vedremo se e quanto o quando prenderanno qualche decisione meno parolaia).

Il portavoce del ministero degli Esteri qatariota, Majed al Ansari ha riferito che «le autorità di sicurezza, la protezione civile e gli enti competenti hanno immediatamente iniziato ad affrontare l’incidente, adottando le misure necessarie per contenerne le ripercussioni e garantire la sicurezza dei residenti e delle aree circostanti».

Il Qatar «non tollererà questo comportamento sconsiderato di Israele e il continuo sabotaggio della sicurezza della regione, né qualsiasi azione che prenda di mira la sua sicurezza e la sua sovranità».

Anche il segretario generale dell’Onu, Guterres, ha spiegato che l’attacco è una “chiara violazione della sovranità del Qatar”.

La Turchia accusa lo Stato ebraico di «terrorismo» e di politiche espansioniste nella regione. «Questa è una chiara prova delle politiche espansionistiche di Israele nella regione e della sua adozione del terrorismo come politica di Stato», recita un comunicato del ministero degli Esteri turco. «L’attacco alla delegazione negoziale di Hamas mentre sono in corso i negoziati per il cessate il fuoco dimostra che Israele non mira a raggiungere la pace ma a perpetuare la guerra», lanciando un appello alla comunità internazionale per fare «pressione su Israele affinché ponga fine alla sua continua aggressione in Palestina e nella regione».

La Giordania ha condannato l’attacco definendolo una «palese violazione del diritto internazionale» e promettendo di schierarsi al fianco del Qatar se deciderà di rispondere alla violenza. Lo ha scritto il ministro degli Esteri della Giordania Ayman Safadi su X. «Siamo al fianco dei nostri fratelli in Qatar ed esprimiamo la nostra assoluta solidarietà nei loro confronti per qualsiasi misura adottino contro questa aggressione e per proteggere la loro sicurezza, stabilità e sovranità. Israele continuerà la sua aggressione, le sue guerre brutali, le sue violazioni del diritto internazionale e la sua minaccia alla pace e alla sicurezza regionale e internazionale a meno che la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di sicurezza [dell’Onu, ndr], non adotti le misure necessarie per scoraggiarlo e frenare la sua aggressione».

Anche l’Arabia Saudita ha dismesso i panni dell’osservatore distaccato per condannare «nei termini più forti» l’attacco di Israele definendolo «una brutale aggressione israeliana e una palese violazione della sovranità dello Stato fratello del Qatar». Ha inoltre avvertito delle «gravi conseguenze derivanti dalla persistenza dell’occupazione israeliana nelle sue trasgressioni criminali e dalla sua flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e di tutte le norme internazionali».

La Jihad islamica palestinese se la prende invece anche con Trump, considerandolo «responsabile del comportamento incontrollato dell’entità (Israele)». «Questo attacco è uno sviluppo pericoloso degli eventi che non deve essere tollerato», «è un atto criminale per eccellenza che viola tutti gli standard e i valori umani, nonché le più elementari leggi e norme internazionali». «Questo attacco – prosegue il comunicato – non tiene nemmeno conto che a Doha era presente anche la delegazione sionista (Israele) incaricata di trattare con Hamas per i negoziati» (su un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza).

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23/06/2025

Un cambio di pelle per i “nostri” 007: da infiltrati ad agenti provocatori

Il discusso decreto legge Sicurezza, ora convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80, ha dilatato (a dismisura?) le cosiddette garanzie funzionali degli operatori degli apparati di sicurezza ossia la loro facoltà di commettere reati per esigenze di servizio con la previa autorizzazione del Presidente del Consiglio o dell’Autorità da questi delegata.

La nuova norma, passata quasi sotto silenzio (l’art. 31, quarto comma, della legge n. 80), dice che, nell’ambito dell’attività dei Servizi di sicurezza, potranno essere autorizzati dal Presidente del Consiglio o dall’Autorità delegata una lunga serie di delitti contro la personalità dello Stato, contro l’ordine pubblico e contro l’incolumità pubblica.

L’elencazione di ciò che potrà essere consentito – qui limitato alle fattispecie più eclatanti – è francamente impressionante giacché spazia dalla “direzione” e “organizzazione” di associazioni con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico all’arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale; dall’organizzazione di viaggi di trasferimento per finalità di terrorismo all’addestramento e al finanziamento di attività terroristiche; dalla partecipazione alle associazioni mafiose alla fabbricazione e detenzione di materie esplodenti.

Sino all’istigazione a commettere “gravi delitti contro la personalità dello Stato”.

Tra le molte attività illecite “autorizzabili” spiccano dunque condotte criminose che vanno ben oltre l’infiltrazione in gruppi terroristici e prefigurano invece l’assunzione di ruoli preminenti ed attivi (non di promozione ma comunque) di direzione, di organizzazione, di finanziamento, di addestramento, di propaganda ed istigazione ai crimini, “in teoria” più consoni alle attività di agenti provocatori che di servizi di intelligence.

Il futuro più lontano è nel grembo di Giove e il passato ha conosciuto torsioni e deviazioni delle agenzie preposte alla sicurezza interna ed internazionale: è alle norme, dunque, che restano affidate le più salde garanzie sul rispetto dei limiti propri delle attività dei Servizi. E il fatto che le disposizioni sulle c.d. garanzie funzionali siano divenute così eccessive, sovradimensionate, debordanti non può lasciare tranquilli quanti hanno a cuore la legalità costituzionale.

Non saranno poche le norme del decreto legge sicurezza sulle quali verrà sollecitato lo scrutinio di legittimità costituzionale. Tra queste ben potrebbero figurare, ove di esse si giunga a discutere in un giudizio, le previsioni qui discusse per l’irragionevole ampiezza delle attività illecite in esse scriminate.

C’è inoltre anche un’altra questione che riguarda i limiti dei poteri dei Servizi di sicurezza che è emersa in questi giorni a margine del caso Paragon Graphite, lo spyware di fabbricazione israeliana che sarebbe stato usato per intercettazioni nei confronti di giornalisti di Fanpage (e non solo) alle quali i Servizi si sono dichiarati del tutto estranei. La vicenda, come si addice alle spy story, è intricata e densa di interrogativi ancora senza risposta. In attesa che la nebbia si diradi, anche grazie alle indagini, vale la pena di segnalare un punto.

La Relazione del COPASIR sull’utilizzo dello spyware Graphite sottolinea che l’art. 4 del decreto n. 144 del 2005 prevede che siano sottoposte all’autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma le “sole” intercettazioni preventive di conversazioni o comunicazioni effettuate anche in via telematica, oltre alle intercettazioni ambientali.

Ma è noto che i captatori informatici consentono di acquisire non solo comunicazioni in itinere ma «anche i messaggi scambiati con le diverse applicazioni a disposizione ovvero ogni altro contenuto che sia presente sul dispositivo mobile infettato dal cosiddetto spyware». Attività di acquisizione, questa, per la quale è oggi prevista la sola autorizzazione del Presidente del Consiglio o dell’Autorità delegata, senza alcun intervento dell’autorità giudiziaria.

Da tempo la Corte costituzionale, con la sentenza del 7 giugno 2023 n. 170, ha affermato che i messaggi archiviati nei device elettronici, che rivestano un interesse attuale per il proprietario, sono da ritenere a tutti gli effetti «corrispondenza» alla quale sono applicabili le garanzie di libertà e segretezza previste dall’art. 15 della Costituzione la cui limitazione può avvenire «soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Di qui l’opportunità di una revisione normativa che estenda l’autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma anche alla acquisizione di messaggi o altri dati informatici presenti nei dispositivi mobili acquisiti dai Servizi.

Sarebbe davvero singolare che attività dei Servizi di sicurezza estremamente invasive ed incidenti su beni costituzionalmente protetti come la segretezza della corrispondenza potessero continuare a svolgersi al di fuori di ogni vaglio preventivo dell’autorità giudiziaria a dispetto di quanto previsto dall’art. 15 della Costituzione.

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18/12/2024

Ucraina come Israele: terrorismo di stato

Quando perdi la guerra, ti dai al terrorismo come estremo tentativo di ottenere qualcosa, che sia qualche effimero e breve vantaggio sul campo o millantare ancora importanti capacità belliche, sul piano della mera propaganda. Soprattutto quando la tendenza di chi governerà tra un mese a Washington, tuo principale finanziatore, è quella di concentrarsi su teatri che non sono l’Europa orientale.

È quello che è successo nelle prime ore della mattinata di ieri, quando attraverso qualche etto di TNT posizionato su di un monopattino elettrico è stato ucciso il tenente generale russo Igor Kirillov, a capo delle truppe per la difesa nucleare, chimica e biologica (NBC, ovvero il reparto che si occupa delle contromisure di protezione da eventuali attacchi di quel tipo, non quelli che li preparano in territorio nemico), e con lui anche il suo assistente.

L’attentato esplosivo è stato realizzato all’entrata di un complesso residenziale nel sud-est di Mosca, ad appena 7 chilometri dal Cremlino. La scelta del luogo avrebbe potuto portare a molte più vittime, considerando che l’atto terroristico è stato effettuato in una zona civile, e non dentro recinti militari.

Non sono arrivati chiaramente comunicati ufficiali per rivendicare l’attentato, ma è evidente che l’azione è stata pensata ed orchestrata dal Servizio di sicurezza ucraino (SBU). La notizia è stata confermata da varie fonti che hanno parlato con le testate ucraine Unian e Kyiv Independent, e con quelle occidentali Financial Times, Reuters, AFP, BBC e Guardian.

Proprio il giorno prima della sua morte, Kirillov era stato condannato in contumacia per quasi 5mila casi in cui le autorità ucraine affermano che egli abbia dato ordine di utilizzare armi chimiche nel corso del conflitto con Kiev. Le accuse riguardavano l’uso di granate e droni equipaggiate con sostanze chimiche irritanti vietate dalle convenzioni internazionali.

Accuse di tal genere erano arrivate anche dal Dipartimento di Stato statunitense. Kirillov era stato poi sottoposto anche a sanzioni da diversi paesi, tra cui il Canada e il Regno Unito: il portavoce del primo ministro Starmer ha commentato la vicenda dicendo Londra non piangerà la morte del militare russo.

“Kirillov era un criminale di guerra e un obiettivo completamente legittimo [...]. Una fine così ingloriosa attende tutti coloro che uccidono gli ucraini”, ha detto una fonte a RBC, altra testata ucraina. Insomma, Kirillov è morto per mano di un’operazione terroristica in territorio nemico da parte dell’intelligence ucraina, non c’è dubbio.

La modalità ricorda molto quelle usate da Israele, anche recentemente con i cercapersone esplosivi, al di fuori di ogni conduzione normata della guerra, e con grave pericolo per i civili. Del resto, una sorta di Mossad ucraino esiste, ed è stata addestrata dalla CIA, che in quanto a terrorismo sicuramente se ne intende.

Questo attentato si inserisce in una scia di omicidi di importanti esponenti militari russi: il 12 dicembre, sempre a Mosca, era stato ucciso Mikhail Shatsky, a capo del dipartimento che si occupa di tecnologie missilistiche. Il 28 settembre, sempre nella capitale russa, era stato ucciso anche Aleksey Kolomeitsev, un colonnello che era incaricato della gestione degli attacchi tramite droni.

Kirillov è però sicuramente il più importante comandante russo ad essere stato eliminato dal febbraio 2022. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha ricordato che Kirillov aveva anche denunciato molti crimini occidentali, accusando la NATO di aver usato armi chimiche in Siria e puntando i riflettori su altre questioni, come i biolaboratori statunitensi in Ucraina.

Anche l’obiettivo politico sembra piuttosto scontato: nell’impossibilità di reggere ancora a lungo la guerra sul campo, per drammatica mancanza di uomini, si ricorre ad omicidi “mirati” per cercare di forzare la Russia a misure di rappresaglia che ricordino alla distratta opinione pubblica occidentale il “pericolo russo” e la convincano a mandare altri aiuti.

Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, ha parlato di un’imminente vendetta per l’assassinio di Kirillov. Ria Novosti riporta un’altra frase di Medvedev che, ripulita delle formule e dei toni da propaganda, risulta come una verità evidente: “rendendosi conto dell’inevitabilità della sua sconfitta militare, Kiev lancia attacchi codardi e spregevoli in città pacifiche”.

A farne le spese, ha detto sempre Medvedev, dovrà essere tutto l’apparato politico-militare dell’Ucraina. Zelensky e compagnia stanno infatti tentando in tutti i modi di spingere la Russia a un’ulteriore escalation, sperando che il nuovo inquilino della Casa Bianca non li abbandoni... magari preparando anche qualche false flag, sperando che non riguardi proprio le competenze di Kirillov (nucleare, chimica, biologia).

Ad ora, però, rimane il fatto che le centrali imperialiste occidentali confermano che per loro gli ucraini sono carne da macello, da sostenere fin quando se ne ricava qualcosa di utile, ma facilmente abbandonabili appena le priorità cambieranno.

Da sottolineare, comunque, l’atteggiamento della stampa occidentale, tutta immediatamente orientata a “spiegare” che questo tipo di terrorismo è in fondo “buono”. Una conferma, certo non l’ultima, che non esiste più alcuna regola o principio “etico”. Chi è “con noi” (l’Occidente) può fare qualsiasi cosa, chi è “contro di noi” è un demone qualsiasi cosa faccia...

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28/11/2024

DdL 1660: i servizi potranno guidare gruppi terroristici “per il bene dello Stato”

In Parlamento è scontro aperto sulle novità normative in merito ai poteri attribuiti ai Servizi segreti italiani dal controverso “Pacchetto Sicurezza”, che ha ottenuto l’ok della Camera dei Deputati e ora è al vaglio del Senato. Le opposizioni puntano il dito contro l’art.31 del disegno di legge, attraverso cui vengono ampliati in maniera significativa i poteri dei membri dell’intelligence, esprimendo preoccupazioni sulla tenuta democratica del Paese.

Il nuovo dettato, in vista della tutela della sicurezza e degli interessi della Repubblica, autorizza infatti gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.

La norma obbliga inoltre enti pubblici, università, aziende statali e concessionarie di servizi pubblici a un ruolo di collaborazione e assistenza verso i Servizi. Se il provvedimento diventasse legge, esse potranno essere chiamate a fornire informazioni in deroga alle normative sulla privacy.

L’art. 31 del nuovo DDL Sicurezza introduce nuove disposizioni inerenti all’attività dei Servizi, prevedendo non solo che gli operatori di AISI e AISE possano partecipare con un ruolo defilato a organizzazioni illegali, ma perfino arrivare a guidarle. Come chiarisce il Dossier del Servizio Studi del Senato, infatti, vengono contemplate «ulteriori condotte di reato per finalità informative, scriminabili, concernenti la direzione o l’organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico e la detenzione di materiale con finalità di terrorismo (reato quest’ultimo introdotto dall’articolo 1 del provvedimento), la fabbricazione o detenzione di materie esplodenti».

Il provvedimento legittima infatti reati di natura terroristica, tra cui anche l’addestramento e le attività con finalità di terrorismo interno, il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo interno, l’istigazione a commettere alcuni di questi delitti, la banda armata, l’apologia di attentato allo Stato.

Il DDL rende permanenti le disposizioni introdotte in via transitoria dal decreto-legge 7/2015 per il potenziamento dell’attività dei Servizi, come l’«estensione delle condotte di reato scriminabili, che possono compiere gli operatori dei servizi di informazione per finalità istituzionali su autorizzazione del Presidente del Consiglio dei ministri, a ulteriori fattispecie concernenti reati associativi per finalità di terrorismo», nonché la «tutela processuale» per gli 007 «attraverso l’utilizzo di identità di copertura negli atti dei procedimenti penali e nelle deposizioni».

A difendere la norma è il sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato ai Servizi, che in una nota ha scritto: «Alcune informazioni di rilevanza operativa e destinate a una ristretta cerchia di persone sono acquisibili solo da chi, in qualità di partecipe al sodalizio, riesce a guadagnare la fiducia dei sodali e dei promotori progredendo nel ruolo, sino a rivestire incarichi di tipo direttivo e organizzativo all’interno della consorteria eversivo-terroristica oggetto dell’attività».

Le opposizioni, e in particolare il M5S, sono però sulle barricate, anche perché l’ampliamento dei poteri di intelligence non viene accompagnato da un rafforzamento dei poteri di controllo del COPASIR, organismo parlamentare che vigila sulle attività dei Servizi. «Riteniamo che questo tipo di approccio sia completamente sbagliato: segnaliamo a tutto il Parlamento che si tratta di una deriva potenzialmente pericolosa – aveva detto a settembre in Aula il deputato Marco Pellegrini del M5S, membro del COPASIR –. In maniera netta e decisa proponiamo l’abrogazione dell’intero articolo 31 e sottoporremo la questione, per la sua importanza e delicatezza, al presidente della Repubblica».

Sentito da L’Indipendente, Pellegrini ha aggiunto: «Mediaticamente, modifiche normative così clamorose passano quasi in sordina, mentre si sparano titoloni per giorni e giorni su aspetti molto meno importanti e invasivi».

Lo scenario è ancora più inquietante se si guarda a quanto appurato da inchieste e sentenze in merito alle stragi avvenute nel nostro Paese dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli anni Ottanta – riconducibili alla «Strategia della tensione» – e gli attentati mafiosi del 1992 e 1993, in cui è stato messo il timbro sulla partecipazione morale e materiale di apparati deviati dello Stato sulla pianificazione di quegli eccidi e sui depistaggi andati in scena in seguito alla loro consumazione. Attività che, in passato, non erano scriminate. Sul punto, le novità introdotte dal DDL sembrano invece delineare uno scenario futuro – almeno in astratto – oltremodo nebuloso.

Ma c’è di più. La norma prevede infatti che le pubbliche amministrazioni e soggetti equiparati «siano tenuti a prestare agli organismi del sistema di informazione per la sicurezza la collaborazione e l’assistenza richieste necessarie per la tutela della sicurezza nazionale e l’estensione di tale potere nei confronti di società partecipate e a controllo pubblico».

DIS, l’AISE e AISI potranno stipulare convenzioni con tali soggetti, università ed enti di ricerca, per la definizione delle modalità della collaborazione e dell’assistenza, che potranno prevedere la comunicazione di informazioni «anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».

Vibranti sul punto le proteste delle opposizioni, che evidenziando il concreto pericolo che, consentendo l’accesso a banche date sensibili senza prevedere adeguati controlli, la norma possa aprire alla possibilità che le Procure della Repubblica e altri organi statali vengano abusivamente “spiati”.

«L’articolo 31 trasforma la pubblica amministrazione in una sorta di gigantesca Ovra – si legge in un comunicato degli esponenti del M5S –. È in gioco la sicurezza democratica del nostro Paese e serve cautela fino al completamento delle indagini in corso».

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10/10/2024

Israele spara pure sull’Onu, e non “per errore”

Israele ha preso di mira e colpito tre basi della missione Unifil schierata nel sud del Libano.

Andrea Tenenti, portavoce della missione Onu di cui fanno parte circa 1.100 soldati italiani, ha spiegato con molta chiarezza che l’attacco è stato del tutto “intenzionale”. Nessun “errore” possibile, stanti i simboli chiarissimi che contraddistinguono le truppe Onu, oltre che i sistematici rapporti di comunicazione con tutte le parti in causa, com’è obbligo di un contingente Onu.

Due delle basi colpite sono italiane e la terza è il quartier generale della missione. In quest’ultima, a Naqura, sono stati feriti due soldati indonesiani dopo che un carro armato israeliano ha sparato contro una torretta di osservazione della base. La torre è stata centrata e i due militari Onu sono precipitati a terra. Le loro condizioni non sono gravi, riferiscono fonti mediche locali. Non si contano al momento danni a quelli italiani.

Fonti dell’intelligence militare libanese hanno riferito da subito che Israele ha aperto il fuoco contro la base UNP 1-31 sulla collina di Labbune, nell’area di responsabilità del contingente italiano.

Secondo le fonti locali, dopo che un drone israeliano ha ripetutamente sorvolato la base – avendo quindi tutto il tempo e l’agio di identificare con la massima precisione l’identità dei “bersagli” – i colpi israeliani hanno preso di mira l’ingresso del bunker dove sono rifugiati i soldati italiani.

Alcune telecamere che si trovano negli avamposti italiani di due basi di Unifil sono state distrutte da colpi di armi leggere (fucili, a ulteriore dimostrazione dell’intenzionalità).

Ovvio che in questo caso le solite giustificazioni sioniste – “Base di Hamas”, oppure di “Hezbollah”, oppure “dell’Iran”, recepite ed avallate sistematicamente dai loro complici nei media occidentali – non possono essere neppure presentate.

Ma una volta escluso l’errore e accertata l’intenzionalità si deve discutere dello status di Israele nella comunità mondiale.

Il discorso di Netanyahu all’Onu, gli insulti rivolti all’assemblea che si andava svuotando mentre pronunciava il suo delirio suprematista (“siete una palude antisemita”), le stesse parole con cui ha ordinato ai libanesi di “liberarsi di Hezbollah, altrimenti farete la fine di Gaza” – detto mentre un milione di persone è stato costretto ad abbandonare le proprie case e a vagare senza meta tra aree che l’esercito israeliano prima dichiara “sicure” e poi bombarda – delineano con chiarezza quello che avevamo definito “una dichiarazione di guerra al mondo”.

Siamo oltre persino i crimini di guerra perpetrati in mille azioni (bombardamento di ospedali, scuole, ambulanze, giornalisti, ecc.). Siamo appunto a una esplicita dimostrazione di non accettazione di nessun “diritto internazionale” tra pari e di nessuna autorità collettiva fondata democraticamente.

Il ministro della difesa italiano Crosetto ha convocato l’ambasciatore di Tel Aviv in Italia per comunicargli, se non altro le proprie “perplessità” su un atto deliberato di guerra contro la comunità mondiale (che va ben oltre l’ormai esigua “comunità internazionale” di obbedienza statunitense).

Ma è chiaro che dopo questo attacco Israele deve essere cacciato via dall’Onu, dichiarato uno “stato canaglia” responsabile di terrorismo e genocidio (come sta procedendo la Corte internazionale di giustizia dell’Aja) e va messa all’ordine del giorno l’autorizzazione dell’Onu all’uso della forza contro questo “pericoloso soggetto senza legge” (come chiesto peraltro dalla Turchia, che è addirittura un membro della Nato, ossia del principale fornitore di armi ad Israele).

Non avverrà, lo sappiamo. Ma questo dimostra che il “diritto internazionale” non esiste più. Dunque non vale più per nessuno...

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08/10/2024

Libano - I cercapersone erano l’innesco della guerra

Purtroppo è ormai evidente come l’esplosione dei cercapersone fosse solo la prima fase di una campagna più grande. Una campagna militare, anzi, chiamiamola pure col suo nome, una guerra, che viene aperta da un’operazione di intelligence preparata da anni, che prevede l’infiltrazione di Hezbollah (probabilmente anche umana, HUMINT, o Human Intelligence), una manipolazione della catena di approvvigionamento dei cercapersone, la creazione di società a fare da intermediarie, e una parte diciamo “cyber”, su cui ancora è uscito molto poco, che consiste nella capacità di attivare i dispositivi riempiti di esplosivo a distanza in modo coordinato.

“Creare diffidenza nei confronti dei dispositivi di comunicazione all’interno di Hezbollah potrebbe essere una tattica mirata di Israele per “preparare lo spazio di battaglia” in vista delle imminenti operazioni militari israeliane contro il Libano”, aveva commentato a caldo su Wired Usa Thomas Rid, professore di studi strategici alla Johns Hopkins University e autore di Active Measures, specializzato in operazioni di disinformazione e influenza.

“Rid paragona l’operazione agli attacchi informatici o fisici alle infrastrutture di “comando e controllo” all’inizio di un conflitto, come gli sforzi degli Stati Uniti, documentati nel libro Playing to the Edge dell’ex capo dell’NSA Michael Hayden, di distruggere le comunicazioni dell’esercito iracheno basate sulla fibra ottica nel 2003, per “indirizzare” le forze armate del nemico verso comunicazioni via radio più facilmente intercettabili”, scrive Wired.

Che continua: “Questo porta gli attacchi al comando e controllo a un livello completamente nuovo”, afferma Rid. “Hanno inviato il messaggio: ‘No, non ci limitiamo a penetrare questi dispositivi e a sorvegliarvi, li facciamo letteralmente saltare in aria, togliendovi la fiducia che potevate avere nel vostro comando e controllo e anche in qualsiasi dispositivo futuro che potreste procurarvi”.

Questa fiducia è stata tolta però anche al resto della popolazione libanese che si trova da quel momento non solo ad affrontare l’incubo della guerra, degli attacchi aerei e degli sfollati, ma anche a vivere in uno stato di paranoia, diffidando di qualsiasi dispositivo, a partire dai telefoni, ma anche i power bank, i pannelli solari, o altri oggetti di uso comune, come riportato da molteplici testimonianze sui media.

Non solo in Libano: la compagnia aerea Emirates Airlines di Dubai ha vietato ai passeggeri di trasportare cercapersone e walkie-talkie sui suoi voli.

Esplosivi dentro le batterie?

In quanto ai cercapersone, uno dei pochi elementi filtrati in questi giorni lo ha riferito CNN. Le autorità libanesi hanno utilizzato alcuni dei dispositivi rimasti spenti al momento dell’attacco, e quindi ancora intatti, per indagare su quanto avvenuto, facendoli esplodere.

“I cercapersone utilizzati nelle esplosioni controllate erano spenti al momento dell’attacco del 17 settembre, il che significa che non hanno ricevuto il messaggio che ha fatto esplodere i dispositivi compromessi”, scrive CNN.

“Il modo in cui il materiale esplosivo è stato nascosto all’interno delle batterie dei cercapersone era così sofisticato da non poter essere individuato”, ha riferito una fonte dei servizi di sicurezza libanesi. “Il materiale esplosivo era incorporato nella batteria al litio del dispositivo ed era praticamente inosservabile”. La fonte aggiunge di non aver ‘mai visto nulla di simile’.

Questo resoconto è confermato da una diversa inchiesta del WashPost uscita nelle ultime ore (basata su molteplici fonti di intelligence di diversi Paesi) secondo la quale i cercapersone modificati erano una prodezza ingegneristica e l’esplosivo era così accuratamente nascosto da essere di fatto non rilevabile, anche qualora il dispositivo venisse smontato. Anzi, secondo fonti israeliane, Hezbollah avrebbe smontato alcuni dei cercapersone e potrebbe anche averli esaminati ai raggi X, ma senza rilevare la trappola.

Dopodiché, un segnale elettronico proveniente dai servizi segreti israeliani avrebbe innescato l’esplosione di migliaia di dispositivi in una sola volta. Il 17 settembre migliaia di cercapersone compromessi hanno dunque suonato in tutto il Libano e in Siria. Sullo schermo sarebbe apparsa una breve frase in arabo: “Avete ricevuto un messaggio criptato”. Molti membri di Hezbollah avrebbero seguito le istruzioni per controllare i messaggi in codice, che prevedeva di premere due pulsanti usando entrambe le mani, sostiene il WashPost.

Ricordiamo che nello spazio di una settimana ai cercapersone e walkie-talkie esplosi è seguita l’uccisione di Nasrallah e di altri capi di Hezbollah. Come scrive Natalia Antelava nella newsletter di Coda, “l’assassinio dell’intera struttura di comando della più potente milizia del Medio Oriente richiede una tecnologia all’avanguardia, un’incredibile penetrazione umana nelle società target e una straordinaria pazienza strategica. I media francesi hanno riferito che l’arrivo di Nasrallah al quartier generale sotterraneo di Hezbollah è stato comunicato agli israeliani da un infiltrato iraniano. Queste notizie non sono state confermate, ma l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha dato una notizia sconvolgente quando ha dichiarato alla CNN turca che persino il capo dell’unità iraniana che contrastava il Mossad era un agente israeliano”.

Va sottolineato però che l’intervista rilasciata a CNN Turk da Ahmadinejad, ricircolata in questi giorni, sembra essere ben più vecchia. Testimonia comunque un incredibile livello di infiltrazione umana, e non solo tecnologica, da parte di Israele.

Chi è Pauline? Il girotondo delle società e della catena di fornitura

Cosa sappiamo invece della parte sulla catena di fornitura e le società coinvolte? La scorsa volta avevo scritto delle due società, la BAC Consulting in Ungheria, e la Norta Global in Bulgaria, con la tecnologia ottenuta in licenza dalla taiwanese Gold Apollo.

Ora si è aggiunto un altro tassello alla catena: Hong Kong. In particolare c’è una società, Ellenberg Trading, registrata nel registro delle imprese di Hong Kong, fondata da una certa “Pauline Ellenberg” nel 2021, presunta residenza a Zurigo, attualmente introvabile da parte dei giornalisti.

L’azienda avrebbe effettuato pagamenti per milioni di euro alla società bulgara Norta, che a sua volta avrebbe trasferito il denaro alla società ungherese BAC Consulting, che avrebbe commissionato la produzione dei cercapersone, scrive la testata Der Standard, insieme ad altri. Dunque, in base a questa ricostruzione, la Ellenberg Trading sarebbe la società all’inizio della catena di pagamento, ma il denaro sarebbe stato trasferito da un conto aperto alla Mizrahi Tefahot, la terza banca più grande di Israele.

“Chi è Pauline Ellenberg? La risposta potrebbe avvicinare il mondo a chi ha lanciato l’operazione di intelligence con cui Hezbollah è stato indotto a comprare cercapersone esplosivi”, scrive la testata norvegese VG. Dunque la società di Hong Kong avrebbe versato circa 1,5 milioni di euro a una società in Bulgaria, la Norta Global, di proprietà di un norvegese (Rinson Jose, l’indiano-norvegese di cui avevo scritto nella scorsa newsletter, e su cui la polizia norvegese ha emesso un mandato di ricerca internazionale, essendo scomparso dopo essere andato a Boston per una conferenza).

I trasferimenti di denaro sarebbero stati effettuati da un conto bancario israeliano. E poi dalla Bulgaria il denaro sarebbe passato a una terza società in Ungheria, la BAC Consulting, gestita dall’ad italo-ungherese Cristiana Barsony-Arcidiacono, che aveva una filiale a Taiwan ed era un distributore di Gold Apollo, secondo lo stesso fondatore della società taiwanese.

Dunque Norta Global avrebbe trasferito più di un milione di euro alla società di Budapest BAC in diverse rate tra il 10 marzo 2023 e il 7 giugno 2024 – sostiene la testata ungherese Telex – mentre l’ungherese BAC avrebbe effettuato decine di trasferimenti alla taiwanese Gold Apollo a Taiwan (per un totale di oltre 717.000 euro). Inoltre, sempre la BAC avrebbe inviato soldi in 4 tranche a una società di Hong Kong, Apollo Systems Ltd, per un totale di oltre 122.000 dollari, nonché all’amministratore delegato della stessa (43.000 dollari). E ancora la BAC avrebbe pagato anche un’azienda di Hong Kong per servizi logistici, e un’altra azienda che produceva il display per i cercapersone.

Ma, secondo l’ufficio del procuratore distrettuale di Shilin, Taiwan, l’ufficio della BAC a Taiwan sarebbe registrato proprio sotto il nome di Apollo Systems Ltd. C’è da perdersi in mezzo a questa catena sfilacciata.

Ma dove sono stati costruiti i cercapersone?

Ciò detto, ancora non si sa un dato cruciale: dove siano stati effettivamente prodotti i cercapersone e come siano arrivati in Libano.

Secondo la testata ungherese Telex, che ha raccolto informazioni dirette o indirette dagli inquirenti, che a loro volta avrebbero sentito Cristiana Bársony-Arcidiacono, la spedizione sarebbe andata da Taiwan a Hong Kong e da lì in Libano – e le due società europee sarebbero servite solo per la parte commerciale, per consentire (a loro insaputa o meno) ai servizi segreti israeliani di pagare segretamente i cercapersone. Non è chiaro se si parla di spedizione solo sulla carta (virtuale, ma con pezze d’appoggio per documentarla agli acquirenti) o effettiva.

Perché il punto è: dove sono stati assemblati?

Poiché i leader di Hezbollah erano attenti al rischio di sabotaggi, i cercapersone non potevano infatti (almeno non sulla carta) provenire da Israele o suoi alleati. Qui entra in scena nel 2023 una proposta di acquisto da parte di una commerciale, una donna, non identificata finora, che propone dispositivi Apollo di marca taiwanese, un marchio e una linea di prodotti ben riconosciuti.

Si trattava dell’ex rappresentante di vendita in Medio Oriente per l’azienda taiwanese, la quale aveva fondato una propria società e acquisito una licenza per vendere una linea di cercapersone con il marchio Apollo, sostiene il WashPost. Sarebbe stata questa donna (all’oscuro del piano israeliano, così come all’oscuro era la Gold Apollo, sostengono le fonti del WashPost), a mettersi in contatto con rappresentanti di Hezbollah.

In tale ricostruzione i cercapersone in realtà sarebbero stati fisicamente assemblati in Israele sotto la supervisione del Mossad e contenevano un pacco batteria che nascondeva una minuscola quantità di un potente esplosivo.

Il dibattito legale

Mentre la guerra aperta, le bombe e le vittime sono ora giustamente al centro del ciclo mediatico, la questione dei cercapersone e walkie-talkie esplosi resta un caso particolare su cui si è aperto un dibattito a se stante. Sulla legittimità del loro utilizzo, sull’impatto sui civili, sulla trasformazione in armi di oggetti comuni e di uso civile, sulle conseguenze in termini di percezione della tecnologia, di chi la costruisce, di chi la fornisce, sulla sicurezza della catena di fornitura.

Linko al riguardo solo un paio di articoli: un pezzo di Foreign Policy, che solleva molte domande e obiezioni sull’operazione iniziale. E un editoriale del Guardian, secondo il quale l’uso di oggetti con trappole esplosive è illegale e inaccettabile. E infine un articolo sulle vittime civili dei cercapersone.

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06/10/2024

Perché è esatta la definizione “Israele stato terrorista”

Il giurista Ugo Giannangeli, avvocato penalista dal 1974, che all’impegno nella professione ha sempre affiancato un impegno sociale e politico nella sinistra militante, prevalentemente sui temi del carcere, della pena, della repressione delle lotte sociali e della solidarietà internazionale, in particolare a sostegno del popolo palestinese, ci ha fatto pervenire attraverso Laura Tussi, questo contributo che fa chiarezza sulle parole utilizzate dal prof. Luciano Vasapollo nell’assemblea pubblica (e non in una lezione) promossa da Cambiare Rotta alla Facoltà di Fisica dell’Università La Sapienza.

Parole che attribuiscono l’etichetta di “terrorista” allo Stato di Israele e che appaiono del tutto appropriate alla luce dei fatti.

Il giornalista Paolo Del Debbio è tornato con inspiegabile violenza verbale e cattiveria, come fanno notare i legali del professor Vasapollo che stanno lavorando su varie denunce penali e civili per falsità, diffamazione, calunnie, gravi offese e incitazione all’odio on line, e ciò per il secondo giorno di seguito, ad attaccarlo nelle trasmissioni 4 di sera e Diritto e rovescio, attivando volutamente contro il prof. Vasapollo, con le stesse modalità, addirittura un ministro della Repubblica, Matteo Salvini.

Il quale, ridicolamente quanto minacciosamente, si è unito a Del Debbio nel chiedere il licenziamento del docente dalla Sapienza, con il falso argomento che il suo intervento fosse stato pronunciato nel corso di una lezione universitaria e non in un’assemblea pubblica con la presenza di docenti, giornalisti, collettivi di facoltà, tanti anziani militanti della solidarietà internazionale etc.

Ma tutto questo florilegio di ingiurie viene motivato dai leoni da tastiera filo-sionisti, così come dai giornalisti mainstream della destra, con l’affermazione di Vasapollo sul fatto che Israele è uno “stato terrorista”.

Purtroppo, come abbiamo scritto sopra, si tratta di una verità, e non di oggi, come dimostrano gli attentati che hanno accompagnato la nascita stessa di Israele. (S.I.)

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Perché Israele può essere legittimamente definito “Stato terrorista”: dai “danni collaterali accettati” alle “vittime civili designate”. Uno degli slogan adottati nelle manifestazioni per la Palestina è: “From the river to the sea Palestine will be free”. Da subito i sionisti hanno gridato all’antisemitismo perché, secondo loro, questo slogan invocherebbe la distruzione di Israele.

Come al solito confondono o, meglio, giocano a confondere Israele con “tutti gli ebrei”. Del resto, è Israele che pretende di rappresentare, anche per legge dal 2018, gli ebrei di tutto il mondo, anche quelli che non sono affatto d’accordo col disegno sionista.

Lo slogan, invece, vuole quel territorio “free” dal sionismo, cioè da un progetto colonialista, suprematista e razzista che rivendica quel territorio come esclusivo per gli ebrei. Un rapido inciso: c’è da ricordare che in Israele il razzismo si estende sino a comprendere non solo ovviamente i palestinesi tutti, quindi anche quelli con cittadinanza israeliana, ma anche gli ebrei arabi.

Lo storico ebreo israeliano Zev Sternhell disse qualche anno fa che “in Israele cresce non solo un fascismo locale, ma anche un razzismo vicino al nazismo ai suoi esordi”.

E non c’era ancora l’attuale governo. Lo slogan, in realtà, invita al ritorno alle origini quando quel territorio era serenamente abitato da una popolazione di varie religioni senza alcuna pretesa di superiorità o esclusività di chicchessia. Persino il consiglio di vigilanza di Meta (Facebook, ecc.), il 4 settembre 2024, ha sentenziato che lo slogan non è incitamento all’odio.

Un altro slogan può ormai, quanto meno dal 17 settembre, essere considerato assolutamente veritiero e legittimo. Mi riferisco al frequente “Israele fascista, Stato terrorista”.

Sul “fascista” c’è poco da obiettare, perlomeno da quando al governo c’è la destra o, come ora, l’estrema destra, anche se, rispetto ai palestinesi, ben poca o nessuna differenza c’è mai stata tra destra e sinistra israeliana: le colonie sono avanzate sia sotto il Likud sia con i laburisti e i palestinesi sono stati repressi senza soluzione di continuità.

Sul “terrorista”, prima del 17 settembre 2024, si poteva forse discutere; ora non più e Israele è uno stato terrorista sotto ogni aspetto, anche quello tecnico giuridico. Ne spiego le ragioni. Sappiamo che non esiste una definizione univocamente accettata del termine “terrorismo”.

La più accreditata risale al 1999 ed è contenuta nella “Convenzione internazionale per la soppressione delle attività di finanziamento al terrorismo”. Così recita: è terroristico “ogni atto finalizzata a causare la morte o lesioni personali gravi ad un civile, o ad ogni altra persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di conflitto armato, quando lo scopo di questo atto, per propria natura ovvero per il contesto nel quale viene commesso, è quello di intimidire una popolazione oppure di costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto”.

Questa definizione non è stata particolarmente pubblicizzata per la consapevolezza che essa bene descrive l’attività di organizzazioni armate o di singoli individui, i cosiddetti “lupi solitari”, ma anche l’attività di Stati. La condotta distintiva dell’azione terroristica consiste nell’attacco indiscriminato diretto contro la popolazione: bombe nei mercati, nelle stazioni, nei bar, sui mezzi di trasporto.

L’Italia ne sa qualcosa: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus. Prima del 17 settembre molti civili sono sempre stati uccisi da Israele, ma venivano considerati “danni collaterali” cioè non espressamente voluti. Messi in conto come inevitabili.

Se si butta una bomba di una tonnellata sul condominio dove si ritiene che abiti un esponente di Hamas è ovvio che si mette in conto di uccidere decine di persone colpevoli solo di essere suoi familiari o vicini di casa. Se altri metodi meno cruenti vengono scartati evidentemente è perché scarso peso viene attribuito alla vita umana, a maggior ragione se palestinese. Del resto sappiamo che è stato espressamente affermato da Gallant [attuale ministro della difesa, ndr] che i palestinesi sono “animali umani”.

Non sono mancati casi di uccisioni di civili mirate: si pensi alla Grande marcia del ritorno del 2018/2019 quando centinaia di persone non armate sono state uccise e migliaia ferite dai cecchini israeliani solo perché manifestavano per il diritto al ritorno vicino a quella rete che poi, il 7 ottobre 2023, è stata abbattuta dalle ruspe della Resistenza palestinese.

Nonostante questi precedenti c’è sempre stata una certa resistenza a definire Israele “Stato terrorista”.

L’atteggiamento della comunità internazionale ha iniziato a cambiare con il genocidio in corso a Gaza. Una recente inchiesta di +972 Magazine e Local Call ha narrato il ruolo di Lavender nel genocidio in corso.

Lavender è lo strumento di intelligenza artificiale che dirige i bombardamenti su Gaza e sceglie gli obiettivi. Ha selezionato 37.000 sospetti militanti di gruppi armati. Non è previsto alcun controllo umano per la verifica della selezione anche se è stato statisticamente accertato che è presente una percentuale di errore del 10% (quindi quanto meno 3700 persone destinate ad essere uccise non hanno nulla a che vedere con Hamas o altre organizzazioni).

Le persone selezionate vengono bombardate di notte nella propria abitazione, quindi con la propria famiglia, da bombe definite “stupide” in contrapposizione a quelle “intelligenti”, molto più costose e quindi utilizzate in altre circostanze.

Le “vittime collaterali accettate” sono nell’ordine di 15/20 civili per un semplice militante; si sale sino a 100 e anche 300 civili per un militante di alto rango.

L’inchiesta mette in evidenza che i criteri adottati per qualificare un soggetto come “militante di Hamas” o altre organizzazioni sono quantomeno labili: la presenza su chat in cui è presente un sicuro militante, la frequente sostituzione del cellulare, il frequente cambio di casa eccetera. L’inchiesta riporta testimonianze di membri dell’esercito israeliano che riferiscono tra i militari un clima di assoluta isteria nella ricerca continua di obiettivi e parlano esplicitamente non di “operazioni militari” ma di pura vendetta per l’azione del 7 ottobre.

Occorre un notevole bagaglio di cinismo e spregiudicatezza per selezioni di questo tipo, ma se è un algoritmo a prendere le decisioni ci si sente deresponsabilizzati. La ricerca di un’equa proporzione tra vittima designata e danni collaterali non è una novità successiva all’azione del 7 ottobre; da tempo giuristi erano al lavoro per individuare criteri di tollerabilità e quindi di pretesa conformità al diritto internazionale nella rapporto obiettivo/danni collaterali.

Qualcosa di analogo avviene in Israele con la tortura consentita, secondo la commissione Landau, “in una certa misura” (con la misurazione affidata al torturatore!).

Sia pure in modo estremamente spregiudicato siamo però ancora nell’ambito di vittime sacrificate per raggiungere un obiettivo ben preciso e selezionato. Il 17 settembre 2024 avviene la svolta ed Israele salta il fossato a piedi pari.

Attraverso sofisticate tecnologie fa esplodere in Libano cercapersone, walkietalkie, elettrodomestici, pannelli solari, motorini elettrici eccetera. Centinaia di vittime e feriti (molti divenuti ciechi o evirati).

Se, prima, si poteva fingere di credere che il bombardamento sulle tende di sfollati a Khan Younis, Nuseirat o nell’ospedale di Al Shifa era rivolto a uno o più militanti di Hamas, come da rituale definizione dell’IDF, ora non si può credere che i destinatari delle esplosioni fossero tutti miliziani di Hezbollah. Quindi Israele, nel suo sempre più evidente tentativo di allargare il conflitto mediorientale, ha fatto ricorso al più classico strumento terroristico: l’uccisione in massa indiscriminata.

Un ex capo dello Shin Bet ha parlato esplicitamente di “terrorismo ebraico” facendo tornare alla memoria quello praticato da Irgun e Banda Stern.

Tutto questo avviene, non a caso, proprio mentre sul fronte giudiziario e istituzionale internazionale si susseguono le condanne di Israele, ovviamente senza che seguano conseguenze concrete o sanzioni: l’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024, il parere consultivo della stessa Corte del luglio 2024, la richiesta di ordini di arresto per Netanyahu e Gallant da parte della Procura presso la Corte penale internazionale, la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu dell’aprile 2024 che attribuisce alla Palestina diritti aggiuntivi all’interno dell’ONU ed esprime parere favorevole alla sua piena ammissione, la recente risoluzione dell’Assemblea generale che, in accoglimento del parere della Corte internazionale di giustizia, ribadisce l’obbligo di ritiro dai Territori occupati assegnando un termine di 12 mesi, la cessazione di nuovi insediamenti, la restituzione delle terre e delle proprietà sequestrate e la possibilità di ritorno dei palestinesi cacciati.

Israele reagisce con la brutalità a una offensiva di legalità internazionale. Smotrich afferma che sarebbe stata costruita una nuova colonia per ogni Paese che avrebbe riconosciuto lo Stato di Palestina.

La contrapposizione è frontale. Lo Stato che doveva essere messaggero di civiltà nel barbaro oriente è diventato messaggero di barbarie del complice Occidente.

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Nella foto di copertina: l’attentato all’ambasciata del Regno Unito in Italia avvenne nei pressi di Porta Pia a Roma il 31 ottobre 1946 e fu rivendicato dall’organizzazione paramilitare sionista Irgun Zvai Leumi, alla quale si deve anche l’esplosione che causò una strage all’hotel King David di Gerusalemme, quando 91 persone di varia nazionalità rimasero uccise nell’esplosione ed altre 46 ferite. Tra i terroristi che compirono l’attentato anche il futuro premier israeliano Menachem Begin.

Secondo lo storico del fascismo Giuseppe Parlato, nel dopoguerra l’Irgun aveva acquistato dai Fasci di Azione Rivoluzionaria (FAR) gli esplosivi utilizzati per l’attentato tramite gli uffici del suo co-fondatore Pino Romualdi, un fascista – in seguito segretario nazionale della Cisnal, sindacato del Msi (il partito da cui deriva l’attuale Fratelli d’Italia) – che aveva allestito un deposito segreto di munizioni dell’esercito ed esplosivi dopo la fine della guerra.

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24/09/2024

Ultima trincea: il corpo

La Guerra Mondiale in atto vede analisti e intellettuali dividersi sui meccanismi geopolitici che la hanno scatenata. Confini geografici, ingerenze politiche, dinamiche neo colonialiste, blocchi economici. Dal basso, invece, la sensazione è che questa Guerra Mondiale abbia, molto oltre le dinamiche belliche tradizionali, un unico obiettivo: l’annientamento del corpo umano.

In tal senso, oltre i conflitti tra nazioni, abbiamo conflitti dentro le nazioni: la trincea del Lavoro, con oltre due milioni di morti in tutto il mondo all’anno, è emblema di un conflitto tra profitto e Uomo. Tra Ultimi e padroni.

Il braccio di Satam Singh, il bracciante indiano morto a 31 anni, consegnato alla famiglia in una cassetta della frutta è simbolo, scultura vivida, di una guerra invisibile tra la casta feudale dei nostri imprenditori e la nuova schiavitù afona e invisibile. Il migrante visto, dunque, come macchinario che perde pezzi, esattamente come un trattore che si rompe. A Striano, un ragazzo marocchino di 23 anni, ha perso una gamba: amputata perché schiacciata da una colmatrice durante una lavorazione agricola.

Ma ai corpi mutilati dalla cultura del cottimo e a quelli assassinati dalla logica del profitto, vanno aggiunti i corpi che, per motivi diversi, diventano scarto, rifiuto umano non riciclabile, sia per la danza del tempo e un invecchiamento che li vede inservibili, che per le malattie che l’uso improprio della vita altrui causa nella psiche o nella salute fisica degli Ultimi. L’esubero da inviare nelle discariche di questa contemporaneità malata.

Il corpo che va nutrito, amato, curato diventa involucro vuoto di anima, macchina da utilizzare nelle dinamiche di un capitalismo criminale. I pezzi di ricambio, che siano le vagine delle prostitute o le braccia degli operai, parte del macchinario di profitto che li sfrutta, fintanto che può sfruttarli. Poi?

La trincea del corpo come cosa, oggetto, numero freddo per il quale i bambini morti a Gaza hanno lo stesso peso Etico dei goal di Dybala.

Ed è esattamente la scomparsa del valore della Vita e la comparsa del parametro corpo, che spinge la Pubblica Opinione a non cogliere la mostruosità intrinseca nelle aggressioni “a distanza” fatte da Israele nella sua ultima diavoleria tecnologica di inserire micro bombe nei walkie-talkie o nei cerca persone. Colpire indistintamente corpi nemici, intendendo per nemici “gli altri”, che siano i corpi dei poveri, i corpi dei lavoratori, i corpi visti come buchi erotici: corpi senza identità ne, tantomeno, la Dignità che ha evoluto il genere umano fino a questo punto di non ritorno.

Così a Napoli, a Piazza Nazionale, vedi di notte corpi a fine corsa in fila per aspettare una cura che renda più lieve il loro trapasso. Migranti con malattie terminali che non trovano nemmeno quella pietas che spetta al sole dei morenti. Un fascismo della freddezza, della Indifferenza che tollera, giustifica, discetta su una mostruosità che sta trasformando le nostre città in lager.

Il corpo come ultima trincea di una guerra, dove persino il cibo o l’acqua vengono trattati dai nostri amministratori come strumenti di profitto per sé stessi, i propri amici e i marci eserciti della bontà terzosettoriati. Così la distribuzione degli “avanzi” del nostro consumismo diventa ennesimo business dei baroni, del loro consenso e della loro sciagurata inutilità.

Ai due milioni di morti da Lavoro, bisogna quindi aggiungere milioni di morti da non lavoro, da fame, da malattie non curate, da abbandoni causati esattamente dalla perdita di qualche pezzo di sé, lasciato in un macchinario tessile o sotto un trattore. Il corpo in trincea della sopravvivenza, che sia in un fronte inventato per difendere qualche statista cocainomane o quello sventrato nelle nostre contrade è sempre quello del proletario, qualunque sia il colore della sua pelle.

Ed è esattamente da questo che l’autunno di Lotta che ci aspetta deve partire: la Vita, il suo unico e insostituibile peso specifico. Altrimenti è ennesima esercitazione da salotto, un comunismo da happy hour che serve solo a divertire i potenti.

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L’ultimo abominio di Israele

Il numero dei morti e soprattutto dei feriti in Libano e, meno, in Siria, non è ancora definitivo. Per ora siamo intorno a 4.000 per i primi, una dozzina per i secondi. Un film di genere “fanta-horror”, si può definire questa ultima “brillante” operazione israeliana, probabilmente un evento mai accaduto prima, e certo non con migliaia di apparecchi di comunicazione che esplodono in contemporanea.

Un’operazione che ci lascia inebetiti, prima che indignati, azione inedita che suscita sdegno, riprovazione, ma a quanto pare forse solo nel foro interiore, nel segreto dell’anima di coloro che hanno a cuore la giustizia, la verità e direi l’umanità. Negli altri (non considero i sionisti, ovviamente) sembra prevalga una sorta di ammirazione, una fascinazione per la bravura e la creatività del Mossad e degli apparati militari, polizieschi e spionistici di Tel Aviv.

Pensate, voi siete al supermercato, in biblioteca, in un edificio pubblico, o a casa vostra, persino in un corteo funebre (com’è accaduto), e se avete uno di quegli apparecchietti – i “cercapersone” – d’improvviso vi esplode in tasca, nello zainetto, sul tavolo, o tra le mani.

Voi neppure capite. Magari rimanete in vita, ma non udirete più, o non vedrete più, perché l’esplosione ha danneggiato irrimediabilmente la vista o l’udito. E il vostro volto, le vostre mani, il vostro corpo, se sopravviverete, recheranno per sempre i segni dello scoppio.

Qualcuno ha sentito parole di condanna? Qualche politico occidentale ha avuto il coraggio di dare voce allo sdegno che tanti di noi hanno provato, e che, ripeto, almeno nel foro interiore, forse tutti (a parte i sionisti, sono convito che tanti ebrei provano...) stanno provando? Naturalmente, le autorità israeliane se la cavano sempre con la spiegazione “volevamo colpire un capo”, “cercavamo un terrorista”, “è stata una operazione mirata”...

Stavolta l’obiettivo invece di Hamas era Hezbollah, ed esattamente come a Gaza o in Cisgiordania, per colpire un militante arabo (che legittimamente combatte l’occupante ebreo), si fa strage di civili innocenti. Tutto questo ad opera di uno Stato, quello di Israele, che è ormai dichiaratamente terrorista, e neppure lo nasconde, anzi sembra orgoglioso per ogni vittima, e aggiorna ora per ora la sua triste, miserabile contabilità.

Ben difficile pensare che gli Stati Uniti non fossero stati informati prima, della operazione omicida-tecnologica israeliana, come si sono affrettate a dichiarare le autorità statunitensi, con un classico esempio di “excusatio non petita – accusatio manifesta”. E al solito, la UE tace.

Il mondo deve mettere all’angolo questo Stato abusivo, nato col terrore, che vive generando terrore, talvolta pagandone le conseguenze, ma quasi sempre è carnefice non vittima, come invece regolarmente si presenta, sulla base di un passato ormai lontano, in cui davvero gli ebrei (che non sono i sionisti!) furono vittime dei carnefici nazisti (non i tedeschi, ma i nazisti).

Ora siamo alla pura infamia, alla più oscena delle scelleratezze, alla violenza che si fa legge, si fa senso comune, si fa cultura diffusa in Israele, ma qualcosa arriva anche fuori dei suoi confini, facendo gioire i suoi supporters nel mondo, che però sono sempre meno, al di fuori della ristretta cerchia degli Stati Uniti e delle nazioni satelliti.

Ripeto la mia domanda retorica, che però mi tormenta davvero: “Si può accettare tutto questo?”.

Fonte

23/09/2024

Cercapersone esplosi in Libano: una ricostruzione

Le esplosioni

La mattina del 17 settembre in Libano e in Siria migliaia di cercapersone sono esplosi nel giro di pochissimo tempo. Erano i dispositivi utilizzati da Hezbollah, il partito-milizia sciita intervenuto nel conflitto Israele-Hamas dopo il 7 ottobre.

Il gruppo aveva chiesto ai suoi membri di abbandonare i telefoni cellulari per timore che potessero essere localizzati o intercettati da Israele e si era affidato a una tecnologia considerata meno tracciabile, meno a rischio di diventare una firma per assassinii mirati.

In un discorso televisivo di oltre sei mesi fa, il segretario generale Hassan Nasrallah aveva invitato i membri di Hezbollah e le loro famiglie nel sud del Libano a rinunciare ai propri cellulari. “Spegnetelo, seppellitelo, mettetelo in una cassa di ferro e chiudetelo a chiave”, aveva detto a febbraio. “Fatelo per amore della sicurezza e per proteggere il sangue e la dignità delle persone”.

Giovedì, dopo le esplosioni, lo stesso Nasrallah ha affermato che i vertici di Hezbollah avevano ancora dei vecchi cercapersone, mentre quelli nuovi utilizzati nell’attacco sarebbero stati spediti negli ultimi sei mesi. Il gruppo ha avviato un’indagine sulle esplosioni. “Il nemico sapeva che i cercapersone erano 4.000”, ha aggiunto.

Secondo fonti della sicurezza libanese raccolte da CNN, Hezbollah avrebbe dunque acquistato i cercapersone mesi fa e il 17 settembre tali dispositivi sarebbero esplosi simultaneamente dopo aver ricevuto un messaggio (dopo aver suonato, secondo fonti libanesi).

Secondo un articolo del NYT che cita funzionari americani, Israele avrebbe piazzato cariche esplosive accanto alla batteria di ogni cercapersone, oltre a un meccanismo per la detonazione. La maggior parte dei cercapersone sarebbero stati del modello AR-924 dell’azienda Gold Apollo, ma altri tre modelli erano inclusi nella spedizione (su questo più dettagli sotto).

Le esplosioni già nelle prime ore hanno prodotto un bilancio provvisorio di oltre 12 morti (tra cui due bambini) e oltre 2800 feriti (fonti libanesi, bilancio in crescita), tra cui l’ambasciatore iraniano a Beirut (che sostiene di non aver avuto un cercapersone ma di essere stato vicino a uno di questi, e che comunque è gravemente ferito agli occhi), e panico generalizzato, non solo fra i militanti di Hezbollah: ai medici dell’ospedale dell’Università americana di Beirut è stato detto di gettare via i propri cercapersone, riferisce l’Economist.

Secondo la CNN, l’attacco è stato un’operazione congiunta del Mossad, i servizi segreti israeliani, e dell’esercito. Israele si è rifiutato di commentare pubblicamente le esplosioni. Anche se successivamente il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che sta iniziando una “nuova era” di guerra, “riconoscendo tacitamente il proprio ruolo negli attacchi”, scrive CNN.

Nella giornata del 18 settembre, ancora in Libano, anche un numero indefinito di walkie-talkie è esploso (foto di un walkie-talkie esploso), producendo nelle prime ore un bilancio di vari morti e centinaia di feriti (dato in sviluppo, al momento è di 25 morti e 600 feriti, fonti libanesi riprese da vari media).

Oltre ai walkie-talkie ci sono altri dispositivi tirati in ballo, su cui le informazioni restano però ancora più vaghe e confuse. “Sono state segnalate esplosioni di diversi dispositivi”, ha scritto Al Jazeera. “I principali sono radio walkie-talkie, ma sono stati menzionati anche telefoni cellulari, computer portatili e persino alcuni sistemi di energia solare. Anche diverse automobili sarebbero esplose, ma non è chiaro se l’esplosione sia stata causata dall’auto stessa o da qualcosa al suo interno”.

Per quanto riguarda i walkie-talkie, le immagini di quelli esplosi mostravano etichette con il nome della società giapponese ICOM e assomigliavano al modello IC-V82 dell’azienda. ICOM ha dichiarato giovedì di stare indagando sulla vicenda e non ha potuto confermare se avesse spedito i dispositivi, in parte perché quel modello è stato dismesso 10 anni fa.

“L’azienda di Osaka ha dichiarato che i suoi prodotti destinati ai mercati esteri sono venduti esclusivamente attraverso distributori autorizzati”, e ha già messo in guardia dalle versioni contraffatte dei suoi dispositivi che circolano sul mercato, in particolare dei modelli fuori produzione, scrive Reuters.

La dinamica delle notizie

Prima di andare a sviscerare alcuni nodi di una vicenda che lascia stupefatti, ripercorriamo la dinamica e il flusso di notizie del 17 settembre.

Sono le 12 circa (GMT time, 14 in Italia, 15 in Libano) ed escono le prime notizie sul fatto che l’intelligence interna israeliana (Shin Bet) avrebbe bloccato un complotto di un gruppo armato libanese per uccidere un ex alto funzionario della difesa, e che l’attacco era pianificato attraverso dell’esplosivo e un cellulare.

Passa circa un’ora (l’orario dell’attacco è stato successivamente stimato intorno alle 15:30 ore locali) e dal Libano arrivano le prime notizie che membri di Hezbollah sono stati feriti dalle esplosioni dei loro cercapersone.

Passa un’altra ora e il ministero della Sanità libanese rilascia una dichiarazione urgente in cui si afferma che “un gran numero di persone con varie ferite sta arrivando negli ospedali libanesi, ed è stato inizialmente determinato che le ferite sono legate all’esplosione di dispositivi wireless che erano in possesso dei feriti”.

Di conseguenza, il ministero invita tutti gli ospedali alla massima allerta e ad aumentare il livello di preparazione per rispondere all’emergenza. E chiede a tutti i cittadini che posseggano dispositivi di comunicazione wireless di starne lontani fino a quando non verrà fatta luce sull’accaduto. E aggiunge che la maggior parte delle ferite sono “al volto, specialmente agli occhi, o alle mani o all’addome”.

Chi ha costruito i cercapersone

Dalle prime immagini dei cercapersone distrutti si ricostruisce che possano essere prodotti da Gold Apollo, un produttore con sede a Taiwan.

Ma il fondatore di Gold Apollo, Hsu Ching-kuang, dichiara dopo poche ore che l’azienda non ha prodotto proprio quei cercapersone utilizzati nelle esplosioni in Libano. Che invece arrivano da una società europea, la Bac Consulting KFT (sede a Budapest), che aveva il diritto di utilizzare il marchio dell’azienda taiwanese.

Anzi, “per quanto riguarda il modello di cercapersone AR-924 menzionato nelle recenti notizie dei media [sul Libano], chiariamo che questo modello è prodotto e venduto da Bac”, ha dichiarato lo stesso Hsu Ching-kuang, aggiungendo che i rapporti commerciali tra la sua società e la Bac sarebbero iniziati tre anni fa e descrivendo i trasferimenti di denaro della società ungherese come “strani”.

Bac Consulting aveva pagato Gold Apollo da un conto bancario mediorientale che era stato bloccato almeno una volta dalla banca taiwanese di Gold Apollo, ha detto Hsu.

La pista ungherese

I documenti aziendali al Ministero della giustizia ungherese mostrano che Bac Consulting è stata registrata come società nel maggio 2022, scrive CBS News, con una Ceo di nome Cristiana Barsony-Arcidiacono.

Sempre secondo CBS, Barsony-Aricidiacono nel 2015 avrebbe registrato un’altra società a suo nome in Francia, “specializzata nel settore della consulenza aziendale e in altre attività”, poi sciolta nel 2016.

Giornalisti di DW hanno visitato l’indirizzo ufficiale della Bac a Budapest, ma non hanno incontrato né visto alcun dipendente. Nessuno ha risposto al campanello. Un foglio A4 con il nome della Bac stampato sopra sarebbe l’unico elemento visibile della società.

I residenti della casa in cuo dovrebbe essere presente l'azienda hanno dichiarato a DW di non conoscere tale società e di vedere raramente della corrispondenza inviata a quell’indirizzo. Sempre secondo dati analizzati da DW, nel 2023 la Bac Consulting aveva registrato un utile al netto delle imposte di 46.400 euro su 546 mila euro di ricavi.

Il governo ungherese ha confermato che la Bac è un intermediario commerciale, senza alcun sito produttivo od operativo in Ungheria. Che avrebbe un solo manager registrato all’indirizzo dichiarato e i dispositivi citati non sarebbero mai stati in Ungheria.

Nel mentre, dalla Sicilia la madre di Arsony-Arcidiacono, raggiunta da AP, ha dichiarato venerdì che la figlia sarebbe ora sotto la protezione dei servizi ungheresi. Il governo di Budapest non ha confermato.

La pista bulgara (e norvegese)

Ma a distanza di poche ore sbucava anche la pista bulgara. La lanciava una testata ungherese, Telex, secondo la quale Bac Consulting era semplicemente un intermediario nella transazione. E che l’amministratore delegato di Bac, la già citata Cristiana Barsony-Arcidiacono, avrebbe trattato con una società bulgara, Norta Global Ltd, con sede a Sofia.

“Anche se sulla carta è stata BAC Consulting a firmare il contratto con Gold Apollo, in realtà è stata Norta Global Ltd. a concludere l’affare. Secondo le nostre informazioni, è stata la società bulgara, e non BAC Consulting, a importare i cercapersone da Taiwan, e la società bulgara è stata anche quella che ha organizzato la consegna delle apparecchiature e le ha vendute a Hezbollah”, scrive Telex.

Secondo documenti esaminati da CBS News, la Norta Global Ltd. è stata registrata come società in Bulgaria nell’aprile 2022, con il suo unico proprietario un cittadino norvegese di nome Rinson Jose. Sul suo sito web – ora offline – Norta Global Ltd è descritta come un’azienda che offre una serie di servizi dall’outsourcing alla consulenza, all’integrazione di tecnologia e pagamenti, all’elaborazione di transazioni commerciali rilevanti.

Ma chi è Rinson Jose? Su questo si sono scatenati i media indiani, perché il norvegese ha origini nel Kerala. La testata indiana Onmanorama ha un profilo su Jose, sostenendo che venga dal distretto di Wayanad, che sia un ex seminarista, figlio di un sarto, poi passato a studi di gestione aziendale. Il giornale dice anche aver contattato i suoi famigliari (in India), secondo i quali ora si troverebbe negli Usa.

“È interessante sapere come una persona nata in Kerala sia in qualche modo presente nell’elenco delle persone che potrebbero essere collegate ai cercapersone”, commenta India Today qualificandosi per il campionato mondiale dell’understatement.

Jose aveva un profilo su Founders Nation, un sito web israeliano di business networking, che elenca diverse organizzazioni con legami, attuali o passati, con le Forze di Difesa Israeliane, scrive il WashPost, aggiungendo che martedì l’uomo sarebbe volato a Boston per partecipare a una conferenza tech, a cui non si sarebbe presentato. Da allora si sono perse le sue tracce.

Ad ogni modo,1,6 milioni di euro sarebbero transitati dalla società bulgara Norta Global, di proprietà del norvegese-indiano Rinson Jose, alla società ungherese Bac, registrata sotto Cristiana Barsony-Arcidiacono. Bac avrebbe poi esternalizzato la produzione e la vendita dei cercapersone alla società taiwanese Gold Apollo, sostiene la tv libanese LBC.

Un articolato progetto di intelligence

Fermiamoci con la cronaca e passiamo all’analisi (provvisoria, claudicante e da prendere con le pinze come qualsiasi altra analisi che si voglia fare in questa fase, di fronte a un evento così complesso e ancora oscuro).

Funzionari attuali e passati dell’intelligence americana e israeliana sentiti dal WashPost avrebbero tratteggiato il seguente quadro. Le esplosioni di cercapersone (e poi walkie-talkie e forse altri dispositivi) hanno rappresentato il culmine di un investimento pluriennale per penetrare nelle strutture di comunicazione, logistica e approvvigionamento di Hezbollah.

Molto prima che i cercapersone fossero imbottiti di esplosivo, hanno detto alcuni funzionari, l’agenzia di intelligence esterna israeliana, il Mossad, e altri servizi avevano sviluppato una comprensione dettagliata di “ciò di cui Hezbollah aveva bisogno, quali erano le sue lacune, quali le società di comodo con cui lavorava, dove erano, chi erano i contatti”.

Dopo aver mappato queste reti, è stato necessario creare un’infrastruttura di società, in cui una vende a un’altra che vende a un’altra ancora, il tutto per manovrare più vicino agli agenti di acquisto di Hezbollah, che si affidano a shell company (società di facciata).

Secondo fonti di intelligence sentite da ABC News, l’operazione sarebbe stata progettata addirittura da 15 anni, e la pianificazione dell’attacco avrebbe coinvolto società di comodo, con più livelli di ufficiali dell’intelligence israeliana e di beni che hanno fatto da copertura a una società legittima che ha prodotto i cercapersone.

Tuttavia, almeno alcuni di coloro che avrebbero partecipato all’operazione non sapevano per chi stessero effettivamente lavorando.

“Ci sono un sacco di società di facciata, prestanome e personaggi falsi”, ha dichiarato al WashPost Gavin Wilde, ex funzionario della Casa Bianca ed esperto di sicurezza informatica al Carnegie Endowment for International Peace. “Se davvero ci sono persone che sono state delle pedine [involontarie], dovranno vivere nella paura per il resto della loro vita, perché [anche se non erano a conoscenza dell’operazione] Hezbollah non ci crederà”.

Analisi tecnica

Ma di che tipo di operazione stiamo parlando? Si tratterebbe di un’operazione di “intercettazione della catena di fornitura” (supply chain interdiction). Detto in soldoni, il fulcro dell’attacco sta nella capacità di accesso fisico a dispositivi hardware e alla loro manipolazione, e al successivo controllo dell’approvvigionamento. È dunque soprattutto un’operazione di intelligence tradizionale, prima di essere qualsiasi altra cosa.

“La spiegazione più ovvia è che una piccola quantità di materiale esplosivo fosse nascosta all’interno dei cercapersone. I dispositivi sarebbero esplosi alla ricezione di un messaggio specifico (coded). Si tratta di qualcosa di simile a un ordigno innescato da un telefono cellulare, ma su scala molto più piccola e molto più difficile da individuare”.

“Per decenni, gli eserciti hanno utilizzato tattiche di sabotaggio con quantità variabili di esplosivo per interrompere le catene di approvvigionamento, di solito prendendo di mira le organizzazioni insurrezionali”, hanno dichiarato dei militari britannici esperti di esplosivi all’ong AOAV.org.

Attaccare segretamente la catena di approvvigionamento non è una tecnica nuova nelle operazioni militari e di intelligence. Ad esempio, la National Security Agency statunitense ha intercettato hardware e computer destinati a clienti esteri, inserendo malware o altri strumenti di sorveglianza e poi li ha riconfezionati per consegnarli a determinati acquirenti stranieri, come risulta da documenti interni della NSA del 2010.

Non solo: la creazione o il controllo successivo di società che producono o commerciano dispositivi di comunicazione mi ha fatto immediatamente venire in mente l’operazione pluriennale di Cia e servizi tedeschi sulla produzione e vendita di macchine cifranti ‘bacate’ (di cui scrissi un approfondimento qui).

Ma quello che, a detta di molti osservatori, differenzia quest’operazione è l’utilizzo di queste tecniche di intelligence consolidate per inserire esplosivi (e non strumenti di sorveglianza) in dispositivi tecnologici usati per comunicare, e farlo su scala (e non in un episodio singolo di uccisione mirata, come accaduto in passato da parte israeliana). Per poi farli esplodere all’unisono dopo essere riusciti, presumibilmente, a venderli all’organizzazione nemica.

Per alcuni l’operazione esemplifica la convergenza dei domini cyber e fisici (di cui si parla da un bel po’), ovvero l’uso di attacchi o elementi informatici/cyber per procurare danni fisici. Nello stesso tempo, evidenzia anche anche la progressiva adozione di tattiche asimmetriche da parte di Stati (e non solo da parte di soggetti non statali).

Come hanno fatto?

L’Irish Information Security Forum (IISF) ha provato a delineare le diverse fasi di questo attacco:

1) Raccolta di informazioni, infiltrazione, pianificazione
Richiede conoscenza delle decisioni strategiche segrete dei propri target, delle scelte di acquisto, delle reti della catena di approvvigionamento, dei punti di infiltrazione, della raccolta e della trasmissione di intelligence segreta, dell’approvvigionamento dei team di ingegneri. Richiede tante risorse normalmente associate a Stati.

2) Inserimento/intercettazione, manomissione o reingegnerizzazione
Le partite di cercapersone possono essere intercettate in qualche punto della catena logistica. Oppure si possono creare organizzazioni commerciali temporanee per gestire ordini ad hoc. L’inserimento di esplosivi però richiede un’attenta progettazione per garantire che i componenti aggiuntivi sostituiti o fabbricati siano integrati senza alterare l’aspetto esterno o la funzionalità di base dei cercapersone.

3) Attivazione a distanza
Per loro natura, i cercapersone sono stati progettati per consentire meccanismi di attivazione a distanza, come avvisi di prova, avvisi di trasmissione per le emergenze, ecc. Questo meccanismo potrebbe avvalersi di canali di comunicazione sicuri, potrebbe utilizzare il satellite in combinazione con le reti di radiofrequenza esistenti. La sincronizzazione delle esplosioni in più luoghi indica un alto livello di coordinamento e di controllo in tempo reale.

4) Cyber exploitation
Gli attaccanti avrebbero dovuto “sfruttare anche delle vulnerabilità nel firmware del dispositivo, nel metodo di utilizzo o nei protocolli di comunicazione”.

Non solo. L’esecuzione di un attacco di questo tipo avrebbe posto diverse sfide tecniche:

1) Miniaturizzazione degli esplosivi
L’integrazione di esplosivi nel dispositivo richiede una conoscenza ingegneristica dettagliata sia dell’elettronica che dei componenti esplosivi.

2) Comunicazione sicura
Gli aggressori dovevano individuare un metodo affidabile e sicuro per innescare a distanza il meccanismo di detonazione. Questo avrebbe potuto sfruttare le normali modalità operative in combinazione con un firmware compromesso o altri canali di comunicazione.

3) Sincronizzazione
Il coordinamento della detonazione simultanea di migliaia di cercapersone richiedeva meccanismi di sincronizzazione precisi. Ciò si sarebbe potuto ottenere con un sistema di controllo centralizzato in grado di inviare segnali di attivazione a tutti i dispositivi modificati nello stesso identico momento.

Qui finisce la riflessione dell’IISF cui rinvio per maggiori dettagli tecnici.

Perché i cercapersone

I cercapersone (pagers, beepers) lasciano una piccola impronta elettronica rispetto ai cellulari, rendendoli meno vulnerabili ad hacking, sorveglianza e localizzazione. Inoltre sono semplici da usare, hanno una batteria che dura molti giorni, e sono in grado di ricevere messaggi senza appoggiarsi a reti Internet o cellulari.

“I cercapersone Gold Apollo possono ricevere messaggi a una frequenza compresa tra 450 e 470 megahertz”, scrive NBC. “Il modello AR-924 è alfanumerico, cioè può inviare messaggi contenenti sia numeri che lettere. Come molti altri cercapersone, l’AR-924 è un dispositivo unidirezionale, cioè non è in grado di inviare messaggi ma solo di riceverli”.

“L’idea è che il pager ascolta sempre ed ha un indirizzo univoco”, commenta a Guerre di Rete un esperto di cybersicurezza che preferisce non essere citato. “Quando gli mandi un messaggio (su una frequenza condivisa, quindi probabilmente hai un limite massimo di messaggi simultanei che puoi inviare, al secondo, per ciascuna frequenza) si attiva, fa beep, decodifica/decripta il messaggio e te lo manda. Tante volte questi device o protocolli supportano messaggi broadcast.
Con un segnale sulla giusta frequenza, con la giusta potenza, con la giusta codifica, mandi un bel messaggio broadcast (tipo it alert) che arriva a tutti i pager che sentono il tuo segnale radio. Ora, così come il processore/micro controllore del cercapersone decodifica e mostra il messaggio, e invia il segnale al buzzer della suoneria, può mandare un segnale simile ad una bomba, se il messaggio contiene una sequenza predefinita.
Ovviamente è bene che la sequenza sia abbastanza lunga e randomica, che nessuno, per sbaglio, mandi quel messaggio prima del tempo. Magari sfrutti una violazione del protocollo. Ovviamente si tratta solo di ipotesi. Ci potremo fare delle idee più precise solo avendo maggiori dettagli”
.

Secondo fonti libanesi raccolte da Reuters, l’esplosivo usato nei cercapersone era PETN. Anche il NYT sostiene che sia PETN.

Cryptomuseum ha raccolto in una pagina molto utile tutte le specifiche tecniche degli AR-924.

Fonte