Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/05/2026

Thiago e Saif verso la liberazione

Forse il rapimento in Israele dei due attivisti della Flotilla è vicino alla fine. Ma bisogna usare il “forse”, perché dall’entità sionista bisogna aspettarsi sempre il peggio.

“Oggi, lo Shabak, l’agenzia di intelligence israeliana, ha informato il team legale di Adalah che gli attivisti e leader della Global Sumud Flotilla, Thiago Ávila e Saif Abukeshek, saranno rilasciati dalla detenzione israeliana, sabato 9 maggio 2026″, ha fatto sapere in una nota la ong Adalahche, con le avvocate Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, segue direttamente il caso dei due attivisti.

“Saranno consegnati più tardi oggi alle autorità israeliane per l’immigrazione e resteranno in custodia in attesa della loro deportazione”.

Ultim’ora. Nella notte è arrivata la notizia che Thiago Avila non era stato rilasciato ma che era ancora detenuto nella prigione israeliana di Askelon.

Sulle intenzioni del governo genocida di Tel Aviv nei confronti della missione è bene segnalare il post con cui ha annunciato il loro rilascio: “Dopo il completamento delle indagini, i due provocatori professionisti, Saif Abukeshek e Thiago Ávila, appartenenti alla flottiglia delle provocazioni, sono stati espulsi oggi da Israele”.

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09/05/2026

La Flottilla riparte. Ribadita la richiesta di liberazione di Thiago e Seif

“Oggi, venerdì 8 maggio, la nostra flotta partirà dalla Grecia alla volta della Turchia, dove oltre 30 imbarcazioni si uniranno alle altre in attesa per riunirsi all’Assemblea Internazionale di Marmaris, dove approfondiremo la nostra strategia politica e definiremo le prossime fasi della nostra missione”. La Global Sumud Flottilla ha fatto sapere con questa nota che la missione prosegue nonostante l’atto di pirateria israeliano subito la scorsa settimana nelle acque internazionali.

Il 9 Maggio più di 30 barche arriveranno in Turchia dove si uniranno a circa una dozzina di nuove imbarcazioni.

Gaza non è solo tragedia, è resistenza, è dignità, è sumud. E questo concetto lo conosciamo bene.

La Flotilla riparte e si sta riorganizzando per incontrare in Turchia le imbarcazioni in attesa e dopo l’assemblea internazionale del 10 maggio verrà comunicato quale sarà il proseguimento della missione.

Il 12 maggio è prevista una conferenza stampa a Marmaris, sul territorio turco, per presentare la prossima fase della missione e del movimento, annunciando gli impegni della società civile e dei partner politici per salvaguardare le future missioni e la solidarietà con la Palestina in tutto il Mondo.

“Presenteremo i piani per ritenere il regime israeliano responsabile dei suoi atti di pirateria, dei rapimenti in acque internazionali e degli abusi perpetrati nelle acque europee” dichiara la Flottilla che torna a chiedere l’immediata liberazione di Saif e Thiago ancora detenuti nelle carceri israeliane.

Thiago Ávila e Saif Abu Keshek sono in sciopero della fame da quasi una settimana.
Saif ha smesso anche di bere acqua. Sono detenuti in isolamento, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta a Gaza.

Contro di loro le autorità israeliane stanno utilizzando il perverso meccanismo della detenzione amministrativa che viene arbitrariamente rinnovata senza processo e senza una data. È un sistema brutalmente coloniale applicato sistematicamente contro i palestinesi.

Ma mentre i loro nomi riescono ancora ad attraversare i confini e arrivare sui giornali, oltre 9.500 prigionieri palestinesi vivono ogni giorno condizioni peggiori – lontano dagli occhi del mondo.

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07/05/2026

Nazionalisti dei miei stivali

Al di là del ribrezzo per la volgarità degli attacchi agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rivolti anche da alcune “alte cariche istituzionali” prontissime a chinarsi di fronte ad Israele, ci sono diversi aspetti della vicenda che riguardano l’assalto piratesco avvenuto davanti all’isola di Creta e il rapimento di Thiago Avila e Saif Abukeshek che delineano un radicale cambiamento nel rapporto tra Stati democratici e “cittadini”.

Riassumiamo i dati certi, incontestabili, per chiarire bene i termini della questione.

Tutte le imbarcazioni assaltate erano in acque internazionali, a quasi 1.000 chilometri da Gaza e da Israele. Per le leggi internazionali ancora vigenti, dunque, questo è un atto di pirateria che andrebbe sanzionato dall’intera comunità internazionale riunita nell’Onu. Il fatto che sia stato compiuto da uno Stato aggrava l’accusa, non la diminuisce.

Tutte le imbarcazioni fermate, secondo le stesse regole universalmente valide, sono da considerare “territorio nazionale” corrispondente alla bandiera con cui sono state registrate.

In particolare, la barca sui erano i due attivisti rapiti batteva bandiera italiana. Legalmente, a tutti gli effetti, sono stati dunque sequestrati in Italia. Il che giustifica non solo l’iniziativa della magistratura, ma avrebbe richiesto anche una “franca” protesta diplomatica del governo contro quello di Tel Aviv, almeno al livello del ritiro dell’ambasciatore.

Invece la Farnesina del prode Tajani si è limitata alla richiesta di “informazioni”, probabilmente sussurrando parole di scusa per il disturbo arrecato... 

I rapiti. Thiago è un cittadino brasiliano – e il suo governo ne sta chiedendo ogni giorno la liberazione – mentre Saif è un cittadino spagnolo di origine palestinese (la stessa richiesta la sta facendo il governo di Madrid).

Le accuse sollevate da Israele a giustificazione posticcia del rapimento (appartenenza o vicinanza ad “organizzazioni terroristiche” e “aiuto al nemico in tempo di guerra”) sarebbero risibili, in condizioni normali.

Se fossero state anche solo minimamente serie o supportate da uno straccio di prova – anche palesemente falso, come accaduto per Hannoun ed altri palestinesi a Genova – entrambi i sequestrati, infatti, sarebbero stati prima segnalati all’Interpol e quindi sottoposti ad indagine dai rispettivi governi.

Sui criteri con cui Israele definisce “terroristi” individui ed organizzazioni, meglio stendere una lapide d’acciaio. Per Tel Aviv lo sono tutti, tranne i servi. Prendere in esame quelle accuse è solo una perdita di tempo.

Stabiliti i fatti e le regole internazionali esistenti, c’è da chiedersi perché i governi europei – cui fanno capo quasi tutti gli attivisti imbarcati – abbiano accettato il comportamento di Israele nei confronti dei propri cittadini come “normale”. Nei casi peggiori quasi “giustificato”.

La risposta è ovvia: Tel Aviv è il terminale dell’imperialismo euro-atlantico in Medio Oriente, dunque qualsiasi cosa faccia – anche un genocidio – va minimizzata per poterlo sostenere.

Ma non è una scelta politica a costo zero. Il rapporto tra uno “Stato democratico” e i propri cittadini si regge su una serie di leggi e convenzioni, oltre che su diritti, per cui ogni singolo iscritto ad una anagrafe di questo paese deve essere tutelato dall’azione violenta o arbitraria di altri paesi. Qualsiasi sia il suo status o il suo certificato penale.

La tutela vale insomma per il pacifico turista che si trova in difficoltà durante un viaggio all’estero come per un imprenditore vessato ingiustamente, per un tossicodipendente finito in un carcere dell’altro mondo ed anche per un assassino condannato in via definitiva.

Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Giorgia Meloni accolse in aeroporto il ritorno di tal Chico Forti, per la cui estradizione dagli Stati Uniti si era battuto il suo governo.

Per gli attivisti della Flotilla – certamente pacifici e disarmati, esenti da qualsiasi reato – invece solo insulti, critiche, dileggio, zero copertura diplomatica anche davanti ad evidenti segni di pestaggio, tortura e persino stupro.

È qui evidente che l’obbedienza alle gerarchie “occidentali” prevale di gran lunga sulla difesa del “territorio nazionale” (le imbarcazioni in libera navigazione nel Mediterraneo) e soprattutto sulla tutela dei propri cittadini. I quali vengono abbandonati alle fantasie macabre di uno Stato “diverso”, se sostengono opinioni e valori che non piacciono a quello Stato e ai suoi alleati.

È una rottura del patto che sorregge la coesione sociale. Difficilmente recuperabile, fra l’altro, perché una volta fissati dei precedenti così infami, diventa persino “normale” proseguire sulla stessa strada.

E se i tuoi cittadini vengono svalutati al punto da essere “a disposizione” di volontà altrui, questo significa che anche per questo Stato non hanno alcun vero diritto e importanza. “Nemici e terroristi” per Israele, dunque anche per il governo di casa nostra.

È una logica da guerra civile globale, in cui “i nostri” e “i loro” vengono separati in base alla posizione assunta nel conflitto politico-sociale, non più in base alla nazionalità (che peraltro obbliga al pagamento delle tasse, va ricordato).

Che a sancire questa rottura siano poi dei governi ufficialmente schierati a difesa degli “interessi della nazione” ci sembra persino logico. Tra quel che fai e quel che dici di essere, in politica, non c’è più nessun rapporto.

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03/05/2026

Le extraordinary rendition di Israele sul territorio italiano. Una impunità che deve cessare

L’arresto, il pestaggio e la deportazione in un carcere israeliano di due attivisti della Global Sumud Flotilla a bordo di una imbarcazione italiana, somigliano in tutto e per tutto alle extraordinary rendition con cui la CIA ha sequestrato in giro per il mondo persone sospettate di essere legate ai network jihadisti dopo l’11 settembre 2001.

Ce ne fu anche una in Italia, clamorosa, contro l’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 per le strade di Milano con un blitz e condotto clandestinamente via Aviano (la base militare USA) in un carcere egiziano dove fu sottoposto a torture. I servizi segreti italiani ne furono complici. Gli agenti della CIA responsabili furono condannati da un tribunale italiano ma vennero graziati, prima da Napolitano e poi da Mattarella.

Il caso ancora più clamoroso – ma “stranamente” in questo caso senza alcuna conseguenza legale – fu il sequestro di Mordecai Vanunu effettuato dal Mossad in Italia (a Roma) il 30 settembre 1986. Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che svelò al Sunday Times e al mondo la minaccia dell’arsenale atomico israeliano. Sequestrato con una operazione clandestina del Mossad articolata tra Londra e Roma venne condotto in Israele e rinchiuso in carcere per diciotto anni.

Nel caso della Flotilla i militari israeliani hanno effettuato il sequestro a bordo di una imbarcazione battente bandiera italiana e in acque internazionali vicino alle coste della Grecia (della quale stanno emergendo tutte le complicità con il blitz israeliano contro la Flotilla). Coerenti con la loro mentalità e le loro regole di ingaggio hanno anche pestato duramente gli attivisti abbordati. Da quanto riferiscono gli avvocati che li hanno incontrati in carcere, le torture e vessazioni sono continuate in cella.

Ma una barca battente bandiera italiana in acque internazionale è territorio italiano e quindi i militari israeliani hanno sequestrato due persone sul nostro territorio. Una violazione palese di tutte le leggi internazionali e della sovranità nazionale italiana.

Tutto questo è stato denunciato sabato mattina dagli attivisti solidali con la Flotilla davanti alla Farnesina. Ma il governo italiano e il ministero degli Esteri rimangono tuttora silenti di fronte all’ennesima violazione israeliana contro l’Italia, in questo caso dunque verso un paese ritenuto “il miglior amico di Israele in Europa”.

Certo, di recente i rapporti tra il governo Meloni e Israele si sono un po’ raffreddati, sicuramente per merito delle enormi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi ma anche, e forse soprattutto, per una serie di abusi commessi da Israele verso i soldati italiani del contingente Unifil in Libano e verso il Vaticano.

C’è stata la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione firmato Italia-Israele del 2005 e una presa di posizione contro l’atto di pirateria nelle acque internazionali contro le barche della Flotilla. Ma in sede europea il governo italiano ha bloccato la risoluzione per l’interruzione del Trattato bilaterale tra UE e Israele, una misura assai più sostanziosa.

Thiago Avila è un attivista brasiliano mentre Seif Abu Keshek è ispano-palestinese, motivo per il quale la Spagna ha usato toni ben più alti contro il sequestro.

Ma adesso c’è una nuova rogna ed è grossa come una casa. E lo si capisce, appunto, dal mutismo del governo sul sequestro dei due attivisti in “territorio italiano”.

Ancora una volta siamo di fronte ad una verifica tra formalità e sostanza. Israele è abituata a fare come le pare in Italia e verso l’Italia e si sente ancora arrogante della propria impunità. Una indulgenza durata fin troppo.

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02/05/2026

Assalto sionista alla Flotilla. Due deportati in Israele

L’esercito israeliano ha dichiarato che intende deportare in Israele due membri della Global Sumud Flotilla rapiti in acque internazionali, nei pressi della Grecia.

Mentre tutti gli altri attivisti sequestrati saranno rilasciati sulle coste greche, in un accordo estremamente controverso con il governo e le forze armate di Atene, Sai Abu Keshek e Thiago Ávila verranno trattenuti dai militari di Tel Aviv che li porteranno in Israele dove subiranno interrogatori e, probabilmente, arresti.

I militari israeliani affermano che Sai Abu Keshek è sospettato di affiliazione con un’ “organizzazione terroristica”, mentre Thiago Ávila è sospettato di “attività illegali”.

Comunicato stampa 1° maggio Global Sumud Flotilla

Il rilascio parziale degli attivisti della global sumud flotilla non chiude l’incidente: due persone rimangono in detenzione israeliana senza alcuna base giuridica, le imbarcazioni sono distrutte, i crimini commessi in acque internazionali restano senza risposta istituzionale.

Chiediamo al Governo italiano e alle istituzioni europee di non trattare il parziale rilascio come una chiusura dell’incidente: è l’ultimo passaggio logistico di un’operazione illegale condotta in acque internazionali, in Unione Europea, e deve essere letto come tale.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, forze navali israeliane hanno abbordato a mano armata le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, in Unione Europea, nei pressi di Creta, a oltre 900 chilometri da Gaza. Hanno circondato le imbarcazioni civili, le hanno abbordate con l’uso della forza, le hanno private dei sistemi di navigazione e comunicazione e le hanno lasciate alla deriva con oltre 170 civili sequestrati.

L’operazione si è svolta a notevole distanza da qualsiasi area di conflitto diretto, configurando una deliberata estensione della zona operativa. Il 1° maggio, circa 175 attivisti sono stati sbarcati a Creta e consegnati alle autorità greche per il trasferimento all’aeroporto di Heraklion.

Il successivo trasferimento di 175 attivisti a Creta rappresenta una grave violazione del diritto internazionale, l’ultimo passaggio di un’operazione che solleva gravi interrogativi giuridici: detenzione senza accusa, assenza di accesso consolare verificabile e trasferimento forzato verso un paese terzo.

Il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha presentato questo come una risoluzione conclusiva, ringraziando Atene per la cooperazione. Non si tratta di una risoluzione. È l’ultimo passaggio logistico di un’operazione illegale, e deve essere letto come tale.

Esprimiamo profondo sconcerto e preoccupazione per la gravità dell’accaduto e per l’assenza di iniziative concrete successive alle dichiarazioni pubbliche di condanna. Le persone a bordo delle nostre imbarcazioni sono state sequestrate a mano armata in acque internazionali, trasportate contro la loro volontà su navi militari, trattenute senza accusa formale, senza accesso consolare confermato e senza alcuna procedura giudiziaria, e infine depositate nel territorio di uno Stato terzo che non aveva alcun titolo nella loro detenzione.

Il fatto che non si trovino più su una nave israeliana non modifica il carattere giuridico di quanto subito. Un sequestro di persona non cessa di essere tale perché la vittima viene infine lasciata da qualche parte. Particolarmente allarmante è la situazione di Saif Abukeshek e Thiago Avila, rapiti in acque internazionali, in Unione Europea, con l’intenzione di incarcerarli in Israele con l’accusa di attività illecite, senza che sia stata resa pubblica alcuna base giuridica.

L’identificazione dei due attivisti è avvenuta tramite comunicazioni pubbliche, senza garanzie procedurali fondamentali. Uno Stato non può stabilire un sospetto penale attraverso un comunicato diffuso sui social media.

Ricordiamo che l’estradizione di cittadini europei verso un paese in cui sono accertate violazioni dei diritti umani è vietata, come testimonia la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila nel caso Anan Yaeesh nel marzo 2024. Anche in Italia è stato aperto un procedimento per torture avvenute durante la precedente missione. Il rapimento di Saif Abukeshek è avvenuto su un’imbarcazione battente bandiera italiana: questo impone all’Italia precisi obblighi di protezione e di adoperarsi per porre fine a questa situazione grave e illegittima.

Tra le imbarcazioni sequestrate figurano almeno 7 battenti bandiera italiana, e tra le persone a bordo risultano 23 cittadini italiani.

L’azione delle forze israeliane configura, ai sensi della legislazione italiana, una serie di ipotesi di reato: tra le quali il tentato omicidio, il tentato naufragio, il danneggiamento seguito da pericolo di naufragio, il sequestro di persona e la violazione delle norme previste dalle convenzioni internazionali sulla navigazione ratificate dall’Italia.

Il trasferimento in Israele e la detenzione nelle carceri israeliane espongono inoltre le attiviste e gli attivisti al rischio di tortura e trattamenti inumani e degradanti. Amnesty International ha documentato che attivisti detenuti durante la precedente operazione, nell’ottobre 2025, sono stati sottoposti a privazione del sonno, negazione di acqua potabile e negazione di assistenza medica.

Questi abusi sono attualmente oggetto di indagine da parte della Procura di Roma, con l’ipotesi di reato di tortura. Le dichiarazioni israeliane circa il rispetto dei diritti umani nella presente operazione provengono dallo stesso Stato la cui condotta è sotto esame penale attivo in una giurisdizione europea. Non hanno alcun valore probatorio. Chiediamo con urgenza al Governo italiano di:

Avviare immediatamente misure di protezione consolare e di assistenza legale volte ad assicurare l’immediato rilascio e l’incolumità di tutti i partecipanti alla missione umanitaria imbarcati su navi battenti bandiera italiana.

Condannare pubblicamente e formalmente gli atti posti in essere da Israele contro la missione della Global Sumud Flotilla e avviare l’accertamento delle responsabilità per i crimini perpetrati.

Inviare immediatamente una nota diplomatica formale e pubblica al Governo di Israele, per riaffermare la natura umanitaria della Global Sumud Flotilla e chiedere formalmente a Israele di non interferire con il suo passaggio.

Adoperarsi per il rilascio delle imbarcazioni illegalmente sequestrate e del carico umanitario presente a bordo al momento dell’abbordaggio.

*****

I partecipanti della Global Sumud Flotilla hanno appena vissuto 40 ore di violenze deliberate a bordo di una nave militare israeliana, in acque greche.

Non hanno avuto accesso sufficiente a cibo e acqua. Sono stati costretti a dormire per terra, su pavimenti allagati apposta più volte.

Quando i militari hanno cercato di portare via due partecipanti, Saif Abukeshek (Spagna, di origine palestinese) e Thiago Ávila (Brasile), l’equipaggio ha reagito, ma in modo non violento. La risposta è stata una crudeltà sproporzionata.

I partecipanti sono stati presi a pugni e calci, trascinati sul ponte con le mani legate dietro la schiena. Alcuni hanno riportato il naso rotto, costole incrinate e sono stati picchiati fino a sanguinare. Nel caos, sono stati anche esplosi colpi di arma da fuoco.

E non è finita. La polizia greca sta trattenendo l’equipaggio, già provato, su autobus, impedendo loro di andarsene. Intanto Saif e Thiago sono stati portati via con la forza e trasferiti nei territori palestinesi occupati.

Nonostante tutto, i partecipanti non si sono piegati: in 60 hanno iniziato subito uno sciopero della fame.

Si tratta di un attacco grave contro civili pacifici. Non possiamo far finta di niente. Chiediamo la loro liberazione e che ci siano responsabilità a livello internazionale, subito.

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06/04/2026

Una nuova Global Sumud Flotilla è in partenza

Manca solo una settimana alla partenza ufficiale della nuova missione della Global Sumud Flotilla. Il 12 aprile è la data segnata come il momento principale di avvio della traversata, da Barcellona a Gaza, ancora posta sotto assedio dal regime sionista. Per quanto riguarda il nostro paese, alcune navi sono già partite, direzione Sicilia, dove dovrebbero riunirsi tra il 20 e il 25 aprile, in attesa della fase successiva dell’iniziativa.

Gli organizzatori promettono una flotta molto più imponente della precedente. Circa 80 navi e mille attivisti proveniente da oltre 100 paesi puntarenno verso la Striscia, con tre obiettivi in mente: innanzitutto quello politico di rompere ancora una volta l’assedio israeliano e mostrare l’ipocrisia del cessate il fuoco; portare aiuti; aprire un corridoio umanitario permanente.

Accanto alle sigle storiche di questo tipo di missione (Freedom Flotilla Coalition, Thousand Madleens, e così via) ci sarà anche il supporto della nave di ricerca e soccorso Open Arms. Contemporaneamente, un convoglio via terra composto da circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania. Thiago Ávila, attivista protagonista della precedente Sumud Flotilla e anche del Nuestra América Convoy, è arrivato a Barcellona qualche giorno fa.

Il percorso non è privo di insidie. La rotta tunisina, fondamentale nel 2025, è ora impraticabile: cinque attivisti del Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti definiscono un attacco politico. C’è poi l’incognita militare: come successo in passato, le navi potrebbero essere bersagliate da droni israeliani.

Ma i solidali non sembrano farsi scoraggiare. Anzi, ribadiscono: se i combattimenti sono fermi, allora qualsiasi blocco dovrebbe essere in ogni caso nullo, e contro il diritto internazionale. È così che si vuole rompere innanzitutto la falsa narrazione di una Gaza che il Board of Peace sarebbe in procinto di ricostruzione.

“Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione – ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza, una delle sigle dietro la Sumud – vogliamo dare una mano, portando medici, educatori, psicologi, ingegneri ed eco-costruttori”.

Nella Striscia, in realtà, Israele continua a uccidere (sono oltre 700 i morti nei sei mesi di “pace” passati dal cessate il fuoco di ottobre 2025), mentre il Board of Peace deve fare i conti con il nodo principale: Hamas non intende consegnare le armi, a meno che non venga garantita l’effettiva autodeterminazione del popolo palestinese, partendo innanzitutto dal ritiro completo di Israele dalla Striscia.

Ciò è stato confermato anche dalle indiscrezioni trapelate dopo la visita di un alto funzionario dell’organizzazione palestinese, Khalil al Hayya, al Cairo, il 2 aprile, per discutere coi mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. La situazione si trova perciò in uno stallo obbligato da Israele, che ha come obiettivo quello di prendersi tutta la Palestina – e oltre – e non può di certo permettere la nascita di uno stato palestinese.

Da parte nostra, da parte dei solidali in Italia e negli altri paesi occidentali, dopo che le cittadelle imperialiste hanno provato a far calare una coltre di silenzio sul genocidio dei palestinesi, e stanno implementando un po’ ovunque misure per criminalizzare l’antisionismo, è necessario rialzare la voce, il sostegno e far rivivere lo spirito e le piazze dell’autunno passato.

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30/11/2025

100mila persone in piazza mandano un avviso di garanzia al governo


La gente che si era mobilitata a settembre e ottobre riempiendo le piazze per la Palestina non è tornata a casa, al contrario ha rilanciato con due giorni di mobilitazione che hanno indicato come target il governo Meloni per le sue scelte sul riarmo e le spese militari, i bassi salari e il collasso dei servizi pubblici e la complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi.

Se qualcuno voleva trovare una opposizione politica e sociale al governo degna di questo nome, l’ha potuta verificare nello sciopero generale di venerdi e nella manifestazione di ieri pomeriggio con le decine di migliaia di persone che hanno manifestato per le strade di Roma da Porta San Paolo fino a gremire Piazza San Giovanni.

Le fotografie scattate da ogni angolazione durante il corteo e nella piazza finale testimoniano di una mobilitazione di massa pienamente riuscita. L’USB parla di centomila persone e anche questa volta la cifra non sembra andare lontano dalla realtà che abbiamo visto.

La preoccupazione che le telecamere spente su Gaza o la rassegnazione sul ritmo di marcia del governo sulla guerra, il riarmo e le misure antisociali avessero rimandato a casa le persone è svanita mano a mano che il corteo si componeva in tutta la sua potenza. Nel paese c’è un pezzo di società attivo e attivato che attraversa i posti di lavoro come i territori, le scuole come le università e che intende dare battaglia su una piattaforma in cui “tutto si tiene insieme”.

Vedere migliaia di bandiere delle organizzazioni dei lavoratori come USB sventolare insieme a quelle palestinesi, delle organizzazioni studentesche Osa e Cambiare Rotta e di Potere al Popolo, delle tante reti sociali che si sono definite come “equipaggi di terra” della Flotilla come dell’Arci, restituiva non solo un colpo d’occhio straordinario ma anche l’idea di un blocco sociale che tende a riconoscersi e convergere su contenuti avanzati e ben sintonizzati sulle priorità di una agenda politica complessiva.

Alla testa del corteo e sul camion che ospitava interventi e musica era possibile vedere insieme portuali, vigili del fuoco, attivisti e personalità come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Moni Ovadia che hanno dato il loro supporto allo sciopero di venerdì e alla manifestazione di ieri. Un momento emozionante è stato quando all’inizio del corteo l’amplificazione ha diffuso il brano che Roger Waters ha realizzato appositamente per questi due giorni di mobilitazione. Un silenzio quasi irreale che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone.

Altrettanto emozionanti gli interventi finale dal palco mentre la piazza si riempiva. Francesca Albanese, operai dell’Ilva, portuali genovesi, rappresentanti palestinesi, Guido Lutrario di USB, i due portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot con un intervento “a mezzi”, Greta Thunberg, Vincenzo Fullone, i vigili del fuoco, gli studenti, hanno aggiunto valore ai molti interventi che dal camion hanno accompagnato passo passo il corteo fino alla conclusione in Piazza San Giovanni.

A Milano, contemporaneamente alla manifestazione di Roma diverse migliaia di persone, partite da piazza XXIV Maggio ha attraversato la città fino a Piazza Duomo in occasione della Giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese.

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