C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale dove le medicine diventano difficile da reperire o un distributore costretto a razionare il carburante.
È questa la Cuba che Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, racconta – in un’ intervista a Alfonso Bruno, pubblicata da Mediafighter – dopo il suo più recente viaggio nell’isola, come membro di una delegazione della Rete dei Comunisti.
Un racconto segnato dalla sua lunga vicinanza alla Rivoluzione cubana, ma che pone al centro una questione che supera le appartenenze ideologiche: che cosa accade a una popolazione quando la crisi economica, le difficoltà interne e la pressione internazionale si sommano fino a incidere sui beni essenziali della vita quotidiana?
Si può parlare di genocidio, stante il fatto che una catena infinita di morti è il risultato pratico dell’attuale politica che vuole strangolare Cuba, finalizzata alla caduta dell’attuale governo rivoluzionario.
“Ho visitato un Paese in guerra”, racconta Vasapollo. “Non una guerra convenzionale, naturalmente, ma una guerra economica, finanziaria, commerciale ed energetica. Siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando vediamo le bombe. Ma quando manca il combustibile si fermano i trasporti, la produzione, una parte dei servizi sanitari. Quando viene meno l’elettricità, si interrompe la distribuzione dell’acqua, si deteriorano gli alimenti, diventano più difficili le cure. La guerra può anche non fare rumore e tuttavia entrare nelle case”.
La situazione energetica cubana ha effettivamente raggiunto nel 2026 livelli di particolare gravità. Il 3 agosto la rete elettrica nazionale è collassata, provocando un blackout generalizzato e aggravando una crisi che aveva già prodotto ripetute interruzioni nella fornitura di corrente.
Reuters ha descritto una rete caratterizzata da infrastrutture obsolete, carenza di combustibile e sottoinvestimenti, mentre il governo cubano attribuisce una parte decisiva delle difficoltà alla pressione esercitata dalle sanzioni statunitensi.
La questione non riguarda dunque soltanto l’energia. Il 23 aprile 2026 gli esperti delle Nazioni Unite titolari di procedure speciali hanno inviato una comunicazione agli Stati Uniti esprimendo preoccupazione per gli effetti che il blocco dei combustibili imposto con un ordine esecutivo del 29 gennaio avrebbe potuto avere sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Il documento dell’OHCHR indica come potenziali persone interessate circa dieci milioni di cubani.
È uno degli elementi che rendono particolarmente complesso il dibattito sull’isola. La crisi cubana non può essere spiegata attraverso una sola causa. Da una parte vi sono le conseguenze delle sanzioni e delle restrizioni statunitensi, dall’altra problemi strutturali interni: una rete energetica invecchiata, difficoltà produttive, carenze di investimenti, inefficienze burocratiche e una profonda crisi economica che dura ormai da anni.
Lo stesso Vasapollo, pur contestando radicalmente la politica statunitense, riconosce che Cuba non può attribuire ogni propria difficoltà esclusivamente all’esterno. “Cuba può e deve essere criticata”, afferma. “Nessuno Stato è perfetto e nessuna esperienza storica può essere considerata immune dagli errori. Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, scelte economiche che possono essere messe in discussione. Il governo cubano deve correggere ciò che non funziona e deve offrire soprattutto ai giovani nuove possibilità di lavoro, formazione e vita. Ma una cosa è criticare una politica economica e un’altra è utilizzare una pressione economica esterna per rendere più difficile il funzionamento dell’intero Paese”.
È una distinzione decisiva per comprendere il dibattito attuale. Washington sostiene che le proprie misure siano dirette contro il governo cubano e che l’obiettivo sia favorire cambiamenti economici e politici. L’Avana sostiene invece che le sanzioni producano effetti sproporzionati sulla popolazione e sull’intero sistema economico. La realtà quotidiana, intanto, è fatta di scarsità.
“Quando manca il combustibile non si ferma soltanto l’automobile”, spiega Vasapollo. “Si fermano gli autobus, diventa difficile raggiungere il lavoro, diventa più complicato trasportare gli alimenti, mantenere operative le strutture sanitarie, muovere le merci. E quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Se non funzionano le pompe, manca anche l’acqua. Se gli ospedali devono lavorare con una disponibilità energetica insufficiente, una difficoltà tecnica può trasformarsi in un problema umano”.
Proprio la dimensione sanitaria è una delle più delicate. L’elettricità è indispensabile per apparecchiature, refrigerazione, sale operatorie, laboratori e distribuzione dei medicinali. In un sistema già sottoposto a forti restrizioni, ogni interruzione può moltiplicare gli effetti della crisi.
“Ecco perché dico che l’economia non è soltanto un grafico”, insiste Vasapollo. “Dietro una sanzione, dietro una restrizione commerciale, dietro una difficoltà finanziaria ci sono persone concrete. Ci sono bambini, anziani, malati. Ci sono famiglie che devono decidere come utilizzare l’acqua che hanno a disposizione. Ci sono lavoratori che non riescono a raggiungere il proprio posto di lavoro. Ci sono ospedali che hanno bisogno di energia e medicinali. Non possiamo discutere di geopolitica dimenticando i corpi delle persone”.
Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda le merci destinate all’isola. Il governo cubano ha denunciato a fine luglio la presenza di oltre 7.000 container bloccati in porti internazionali, sostenendo che contengano alimenti, medicinali, materiali per il settore energetico e risorse per la rete idrica.
La cifra proviene dalle autorità cubane e non è stata verificata indipendentemente nella sua interezza, ma la denuncia si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà logistiche e finanziarie.
“Bisogna essere prudenti nel presentare questi numeri”, osserva Vasapollo. “Sono dati forniti dalle autorità cubane e devono essere indicati come tali. Ma il problema che descrivono è reale: le sanzioni non producono effetti soltanto sull’azienda direttamente colpita. Possono coinvolgere banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori commerciali. Un’impresa può decidere di non lavorare con Cuba non perché quella specifica merce sia necessariamente vietata, ma perché teme conseguenze finanziarie o sanzionatorie”.
Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore energetico. Nel marzo scorso gli Stati Uniti hanno autorizzato alcune operazioni relative al petrolio russo, ma il quadro delle esenzioni e delle restrizioni nei confronti di Cuba è rimasto complesso. Parallelamente, Washington ha consentito esportazioni limitate di carburante verso imprese private cubane, mentre la pressione sul settore energetico statale è rimasta molto forte.
La stessa Russia ha cercato di intervenire. Ad aprile Mosca ha confermato il proprio sostegno a Cuba e ha ricordato la consegna di circa 700 mila barili di greggio attraverso la petroliera “Anatoly Kolodkin”, destinati a dare sollievo al sistema energetico cubano. Ma un singolo carico non può risolvere una crisi strutturale.
“Una petroliera può aiutare, può dare respiro, ma non risolve il problema di un’intera economia”, osserva Vasapollo. “Cuba ha bisogno di una strategia energetica strutturale, di investimenti, di infrastrutture moderne, di diversificazione delle fonti. Ha bisogno di sviluppare le energie rinnovabili e soprattutto il fotovoltaico. Non si può pensare che la soluzione sia semplicemente aspettare il prossimo carico di petrolio”.
E qui emerge un altro aspetto del viaggio raccontato dall’economista: la capacità di adattamento della società cubana. “Ho visto una grande capacità di solidarietà”, racconta. “Una famiglia che ha un po’ d’acqua la divide con quella vicina. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi dispone di un’automobile cerca di accompagnare altre persone. Durante i blackout la gente scende in strada, si incontra, parla. Ho visto una comunità che cerca continuamente soluzioni”.
Una solidarietà che Vasapollo definisce “resistenza creativa”, ma sulla quale pone immediatamente un limite: “Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. È bello vedere che le persone si aiutano, ma non è bello che siano costrette a farlo perché manca un bene essenziale. Un popolo ha diritto all’acqua, all’elettricità, ai trasporti e alle medicine. La solidarietà non può diventare il sostituto permanente dei servizi pubblici”.
È proprio sul concetto di “guerra economica” che si concentra la parte più politica del suo ragionamento. Vasapollo arriva a utilizzare anche la parola “genocidio”, una definizione che deve però essere distinta dalla qualificazione giuridica del genocidio nel diritto internazionale.
“Capisco che sia una parola enorme”, riconosce. “E sono disposto a discutere sul piano giuridico. Non sto dicendo che Cuba sia teatro di una guerra convenzionale o che la situazione sia identica a quella di un genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali. Sto dicendo che bisogna interrogarsi sulle conseguenze di politiche che colpiscono beni essenziali e che producono sofferenza sulla popolazione”.
Il punto, dunque, è distinguere tra una valutazione politica e una definizione giuridica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle misure statunitensi sui diritti umani, ma ciò non equivale a una qualificazione giuridica della situazione cubana come genocidio.
Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite continua, intanto, a chiedere la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Nell’ultima votazione del 29 ottobre 2025, la risoluzione è stata approvata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.
Il dato testimonia l’ampiezza del dissenso internazionale nei confronti della politica dell’embargo, ma non chiude il dibattito sulle responsabilità interne cubane. La crisi dell’isola resta il risultato di fattori intrecciati: il peso delle sanzioni e dell’isolamento finanziario, le difficoltà energetiche, la fragilità produttiva, gli errori di politica economica e le conseguenze di anni di crisi. È proprio questa complessità che dovrebbe impedire sia la demonizzazione sia la santificazione.
Vasapollo non nasconde la propria vicinanza alla Rivoluzione cubana. Ma sostiene che la solidarietà con Cuba non debba necessariamente coincidere con un’adesione acritica al governo dell’Avana. “Si può criticare il sistema cubano e contemporaneamente essere contrari al blocco”, afferma.
“Si può essere cattolici, liberali, socialisti, conservatori e avere opinioni differenti sul socialismo cubano, ma incontrarsi su un principio fondamentale: non si colpisce una popolazione per ottenere un cambiamento politico. Se un bambino ha bisogno di un medicinale, non gli si domanda quale sistema economico preferisca sua madre. Se una famiglia non ha acqua, non le si chiede se voti per il Partito comunista. Prima viene la persona”.
Questa affermazione apre anche un capitolo delicato: quello dei diritti politici e religiosi a Cuba. La storia dei rapporti tra Rivoluzione e Chiesa cattolica è stata lunga e contraddittoria. Nei primi anni Sessanta vi furono espulsioni di sacerdoti, nazionalizzazioni delle scuole religiose e un forte irrigidimento nei rapporti con le confessioni. Ma sarebbe altrettanto fuorviante descrivere la situazione del 2026 come se fosse rimasta congelata a quella stagione.
Il dialogo con la Chiesa si è progressivamente riaperto. Nel 1985 Fidel Castro affrontò per 23 ore con il domenicano brasiliano Frei Betto il rapporto tra marxismo, cristianesimo e Rivoluzione, in conversazioni poi raccolte nel volume “Fidel y la religión”. La svolta ebbe poi una forte dimensione internazionale con la visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio 1998. Il Papa incontrò le autorità e la comunità cattolica e insistette sulla necessità che la Chiesa potesse vivere e operare nella società cubana.
La formula con la quale quella visita è rimasta impressa nella memoria collettiva sintetizzava una prospettiva che andava oltre la contrapposizione ideologica: “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. È una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
Perché Cuba ha bisogno di aprirsi, di modernizzare la propria economia, di affrontare le proprie inefficienze, di offrire prospettive ai giovani e di continuare a confrontarsi sul terreno dei diritti e delle libertà. Ma anche il mondo ha bisogno di aprirsi a Cuba, evitando che l’isola venga ridotta a un simbolo della Guerra fredda o a un semplice campo di battaglia nella contrapposizione tra Washington e i suoi avversari.
“Non voglio consegnare l’immagine di una Cuba paradisiaca”, precisa Vasapollo. “Non sarebbe seria. Ci sono problemi enormi. Ci sono persone che vogliono partire, giovani che cercano opportunità altrove, cittadini che criticano il governo e che desiderano cambiamenti. Tutto questo esiste. Ma esiste anche una società che conserva forme importanti di solidarietà e di comunità. E soprattutto esiste un popolo che non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica”.
È probabilmente questo il punto più significativo del suo racconto. Non si tratta di stabilire se Cuba sia un modello perfetto o un fallimento storico. Si tratta di capire se sia moralmente accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come leva per ottenere un mutamento politico.
La domanda riguarda anche l’Occidente. Perché la discussione sulle sanzioni non dovrebbe essere separata dalla discussione sui loro effetti. Se una politica estera produce conseguenze su acqua, salute, alimentazione, istruzione ed energia, la responsabilità di chi la decide non può fermarsi davanti alla porta dell’ufficio dove quella politica viene firmata. Il paradosso è che una misura economica appare astratta finché non arriva all’ultimo anello della catena.
“Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi in un’ambulanza che non parte, in una pompa che non porta acqua al quinto piano, in un frigorifero spento o in un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente”, osserva Vasapollo.
“Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare. La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci per costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi”.
La Cuba del 2026 appare così sospesa tra emergenza e trasformazione. La crisi energetica costringe il Paese a cercare nuovi fornitori, a sperimentare nuove forme di approvvigionamento e a guardare alle energie rinnovabili. La scuola deve affrontare una grave carenza di insegnanti e materiali, mentre i blackout continuano a condizionare la vita quotidiana. Non è una fotografia di stabilità. Ma neppure può essere ridotta a quella di un Paese semplicemente “messo in ginocchio” da un solo fattore.
“Non dobbiamo scegliere tra difendere Cuba e criticare Cuba”, conclude Vasapollo. “Possiamo fare entrambe le cose. Possiamo chiedere più diritti, più efficienza, più partecipazione e più opportunità per i giovani e contemporaneamente chiedere la fine delle politiche che colpiscono la popolazione. Possiamo sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità senza trasformare il governo cubano in un oggetto di culto. La solidarietà non è una canonizzazione politica”.
È una distinzione importante anche per un giornalismo che voglia sottrarsi alla propaganda. Cuba non è un paradiso. Non è neppure soltanto una dittatura caricaturale raccontata attraverso categorie ferme alla Guerra fredda. È un Paese reale, con una storia rivoluzionaria, un sistema politico specifico, risultati sociali riconosciuti, limiti e contraddizioni, una crisi economica profonda e una popolazione che oggi paga il prezzo di una combinazione di problemi interni e pressioni esterne.
E forse la domanda più urgente non è stabilire chi abbia l’ultima parola sulla Rivoluzione. È capire se, nel mondo contemporaneo, sia ancora possibile perseguire obiettivi politici senza trasformare l’acqua, l’energia, il cibo e le medicine in strumenti di contesa. Perché una guerra che non fa rumore può essere comunque una guerra. E quando entra nelle case, la prima responsabilità della politica dovrebbe essere quella di farla uscire.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/08/2026
Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana
22/08/2026
“C’è una guerra imperialista e genocida contro Cuba”
In questa intervista Luciano Vasapollo resoconta le condizioni incontrate durante il suo recente viaggio a Cuba con una delegazione della Rete dei Comunisti, della quale hanno fatto parte anche Rita Martufi e Giacomo Marchetti. Il suo è un racconto fortemente politico, che interpreta la drammatica situazione dell’isola come il risultato di una strategia di strangolamento economico, finanziario e commerciale condotta dagli Stati Uniti e resa possibile, a suo giudizio, anche dall’acquiescenza dell’Unione europea.
Nel suo racconto, Vasapollo insiste soprattutto su un punto: la guerra non coincide necessariamente con le bombe. Può essere combattuta anche attraverso sanzioni, blocchi commerciali, controllo delle forniture energetiche e impedimenti alle importazioni. Una guerra silenziosa che, secondo la sua lettura, produce effetti concreti sulla vita quotidiana della popolazione cubana.
Professor Vasapollo, quali sono le sue impressioni dopo questo nuovo viaggio a Cuba?
Le impressioni sono quelle di un Paese in guerra, perché di questo si tratta. Non lo dico per esagerare. Il problema è che siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando cadono le bombe, quando vediamo il sangue e i morti. Esistono invece guerre silenziose. Quella contro Cuba è una guerra economica, finanziaria e commerciale, una guerra di asfissia e di strangolamento che dura da decenni.
Il blocco statunitense ha progressivamente sottratto a Cuba possibilità di sviluppo e di autodeterminazione economica, politica e culturale. E negli ultimi mesi, con l’inasprimento delle misure volute dall’amministrazione Trump e soprattutto con il blocco delle forniture di combustibile, la situazione ha assunto caratteristiche ancora più drammatiche.
Lei parla addirittura di una guerra con caratteri genocidi. Non ritiene che sia un termine particolarmente forte?
È un termine forte, ma bisogna capire che cosa produce concretamente una politica di strangolamento. Quando manca il combustibile, inizialmente viene tolto alle automobili private, poi ai trasporti pubblici, quindi ai mezzi dello Stato e progressivamente anche ai servizi essenziali. Arriva un momento in cui vengono coinvolti i mezzi dei pompieri, le ambulanze e i sistemi di soccorso.
Senza combustibile non funzionano i trasporti, le persone non riescono a raggiungere il lavoro, le fabbriche si fermano. Se manca l’elettricità, non funzionano i frigoriferi e diventa difficilissimo conservare gli alimenti. Se mancano carburante ed energia, possono fermarsi anche le pompe che garantiscono l’approvvigionamento idrico.
Questa volta ho trovato una situazione persino peggiore rispetto al viaggio di marzo. In alcune realtà ho visto una mancanza d’acqua protrattasi per quaranta giorni. Non per una scelta della popolazione, ma perché le pompe dei pozzi non possono funzionare senza energia.
Quali sono le conseguenze più drammatiche che ha visto negli ospedali?
La mancanza di energia ha conseguenze che possono diventare questione di vita o di morte. Quando in un ospedale viene a mancare la corrente, vengono messi in difficoltà strumenti indispensabili per curare i malati. Ci sono bambini malati di leucemia o di cancro che necessitano di cure e apparecchiature che dipendono dalla disponibilità di energia elettrica.
E poi ci sono gli apagones, le interruzioni di corrente che possono durare trenta, quaranta o cinquanta ore consecutive, prima che l’elettricità ritorni magari soltanto per un periodo limitato. Quando tutti questi elementi si sommano – combustibile, elettricità, acqua, trasporti, medicine, alimenti – gli effetti sulla popolazione diventano devastanti.
Qual è, secondo lei, l’obiettivo politico di questa strategia?
Cuba non è in guerra con gli Stati Uniti. Non c’è una guerra dichiarata e Cuba non rappresenta una minaccia militare per Washington. Il punto, a mio avviso, è un altro: distruggere l’esempio di un altro mondo possibile.
Cuba dimostra che un Paese può organizzare la propria società al di fuori della logica dell’imperialismo e del capitalismo dominante, puntando sulla sanità pubblica, sull’istruzione gratuita, sullo sport e sull’accesso universale ai servizi fondamentali. È questo il vero problema per l’imperialismo: l’esistenza di un’alternativa.
Quindi il blocco non sarebbe soltanto uno strumento di pressione economica, ma una strategia ideologica?
Esattamente. Cuba viene punita perché ha scelto l’autodeterminazione e perché continua a rappresentare un modello alternativo. L’imperialismo statunitense non vuole semplicemente ottenere determinate concessioni economiche: vuole dimostrare che il socialismo non può funzionare.
E qui vedo anche una grande responsabilità dell’Europa. L’Unione europea continua a proclamare la propria autonomia strategica, la propria difesa dei diritti umani e il proprio multilateralismo, ma quando si tratta di Cuba troppo spesso accetta la logica imposta da Washington. Questa acquiescenza europea è politicamente grave.
Lei denuncia anche un grande silenzio mediatico. Perché?
Perché Cuba viene raccontata troppo spesso attraverso categorie precostituite. Si parla di crisi, di difficoltà, di problemi interni, ma raramente si mette al centro il fatto che esiste un blocco economico e finanziario che condiziona profondamente la vita dell’isola.
E questo silenzio riguarda anche una parte della sinistra europea. Non parlo soltanto della destra. Mi chiedo perché tanta stampa che si definisce progressista non racconti ciò che sta vivendo il popolo cubano e non racconti soprattutto la sua capacità di resistere.
Che cosa significa, concretamente, questa resistenza?
Significa inventiva, solidarietà e organizzazione collettiva. Ho visto persone affrontare la mancanza d’acqua attraverso una redistribuzione comunitaria. Una famiglia riesce a procurarsi una certa quantità d’acqua e la condivide con altre famiglie. Nei quartieri ci si organizza per capire chi ha una riserva e chi invece non ne ha.
Lo stesso accade con il cibo. Se una famiglia può cucinare una certa quantità di riso, ne prepara molto di più e lo distribuisce. Non è soltanto solidarietà individuale: è una forma di comunione dei beni di fronte a una difficoltà collettiva.
Anche sul piano dei trasporti avete visto forme di adattamento?
Certamente. Dove manca il carburante si cerca di utilizzare mezzi elettrici. Ho visto vecchi furgoncini sui quali sono stati installati pannelli solari. Si cerca di trasformare ciò che è possibile trasformare. Dalla Cina stanno arrivando pannelli solari che possono contribuire a questa riconversione.
Quando c’è un mezzo disponibile, viene utilizzato collettivamente. Cinque o sei persone salgono sullo stesso furgone e condividono il viaggio. È una risposta comunitaria a una situazione che rende impossibile la normalità.
E come reagiscono le persone agli apagones, alle lunghe interruzioni di corrente?
Con una dignità impressionante. La sera, quando manca la luce, le persone escono dalle case, si siedono sui muretti, parlano. I ragazzi si ritrovano insieme. Se qualche telefono ha ancora un po’ di carica, si ascolta della musica.
C’è una dimensione comunitaria molto forte. Per certi aspetti mi ha ricordato quello che accadeva una volta nei paesi della Calabria, della Sicilia e del Mezzogiorno: stare insieme, condividere quello che si ha, affrontare collettivamente le difficoltà.
È quella che definisco un’arte della sopravvivenza, ma anche un’arte del sorriso.
Questa capacità di resistere da dove nasce?
Nasce dalla storia di Cuba. È un popolo abituato alla lotta contro il colonialismo. Nell’Ottocento c’è José Martí e la resistenza al colonialismo spagnolo. Nel Novecento ci sono stati governi fantoccio e la forte influenza statunitense, fino alla Rivoluzione che ha cambiato radicalmente il volto dell’isola.
Poi sono arrivati decenni di blocco. Cuba ha imparato a resistere e a organizzarsi.
Lei contesta anche la definizione di “crisi umanitaria” riferita a Cuba. Perché?
Perché bisogna stare molto attenti alle parole. Non voglio che si trasformi una guerra economica in una presunta incapacità dello Stato cubano di governare il Paese.
Se si parla semplicemente di “crisi umanitaria”, si rischia di cancellare le cause politiche della situazione. E soprattutto si rischia di offrire agli Stati Uniti la giustificazione per un intervento presentato come umanitario. Prima si crea una situazione insostenibile attraverso il blocco e poi si interviene sostenendo di voler risolvere l’emergenza che si è contribuito a creare.
Cuba non è uno Stato fallito. Non lo è.
Perché è così importante sottolinearlo?
Perché abbiamo visto in questi giorni la capacità di Cuba di organizzare eventi internazionali di grande portata. Abbiamo partecipato a un convegno per i cento anni dalla nascita di Fidel Castro con circa 1.500 partecipanti, dei quali 1.100 stranieri provenienti da 63 Paesi.
Questo non è il quadro di uno Stato semplicemente collassato. È un Paese sottoposto a una pressione enorme che continua a organizzare la propria vita politica, sociale e internazionale.
Qual è allora la chiave per comprendere la resistenza cubana?
È la convinzione che esista un progetto alternativo. La resistenza non è soltanto sopravvivenza materiale. È anche convinzione politica. Molti cubani continuano a credere nel processo rivoluzionario e nel progetto socialista.
Abbiamo incontrato Miguel Díaz-Canel e abbiamo avuto con lui un confronto di circa tre quarti d’ora. Abbiamo espresso la nostra vicinanza e il nostro apprezzamento per il lavoro di resistenza che sta portando avanti insieme al popolo cubano.
Ma questa adesione riguarda davvero tutta la popolazione?
Non necessariamente. Non bisogna idealizzare. Ci sono persone che non sono comuniste, che non sono iscritte al Partito e che possono avere critiche nei confronti della Rivoluzione. Ma anche molti di loro comprendono che il ritorno sotto una logica coloniale e imperialista significherebbe una regressione drammatica.
C’è un sentimento anticolonialista e antimperialista che attraversa la società. La memoria di ciò che era Cuba prima della Rivoluzione rimane molto forte.
Lei sostiene quindi che la battaglia cubana abbia un significato che va oltre l’isola?
Assolutamente sì. La questione cubana riguarda tutti noi perché mette in discussione il sistema di potere internazionale. Cuba continua a sostenere che un Paese piccolo possa autodeterminarsi, scegliere il proprio sistema economico e politico e costruire relazioni internazionali senza sottostare ai diktat di Washington.
È questo che l’imperialismo non accetta.
E quale ruolo dovrebbe avere l’Europa?
L’Europa dovrebbe smettere di essere semplicemente un’appendice della politica estera statunitense. Se davvero vuole parlare di autonomia, sovranità, diritti umani e pace, deve avere il coraggio di applicare questi principi anche quando Washington preferirebbe il contrario.
La subordinazione dell’Unione europea agli interessi geopolitici statunitensi è uno dei problemi centrali della nostra epoca. L’Europa non può continuare a presentarsi come potenza autonoma mentre accetta il paradigma imperialista degli Stati Uniti.
Che cosa chiede allora alla società italiana ed europea?
Di non voltarsi dall’altra parte. Di conoscere Cuba, di rompere il silenzio e di costruire solidarietà concreta. Noi continuiamo a portare alimenti e soprattutto medicine. Le consegniamo alle istituzioni, ma anche alle comunità, ai nuclei familiari e ai Comitati di difesa della Rivoluzione, che le redistribuiscono nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle scuole.
Eppure anche la solidarietà internazionale viene ostacolata. Secondo quanto ci è stato riferito durante la nostra esperienza, migliaia di container contenenti alimenti e medicine destinati a Cuba rimangono bloccati nei porti caraibici. È un’altra dimostrazione, a nostro giudizio, di quanto sia estesa la pressione esercitata dal blocco.
Qual è dunque il suo appello finale?
Aiutiamo Cuba. Stiamo vicino a Cuba. Rompiamo il silenzio. Non accettiamo che una guerra economica venga resa invisibile soltanto perché non produce quotidianamente immagini di bombardamenti.
Cuba sta pagando un prezzo enorme per la scelta di autodeterminarsi. E proprio per questo la solidarietà internazionale non deve essere carità: deve essere una scelta politica contro ogni forma di imperialismo, colonialismo e subordinazione.
Quella cubana è una battaglia che riguarda anche la possibilità di immaginare un ordine internazionale diverso, nel quale i popoli possano decidere il proprio futuro senza essere strangolati perché hanno scelto una strada che Washington non condivide.
Fonte
14/08/2026
Fidel è la bussola più precisa
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.
Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.
Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.
A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.
“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.
“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.
Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario
Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.
“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.
Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.
Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.
“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.
Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.
Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.
“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.
Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.
“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.
Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.
Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.
Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.
Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.
In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.
In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.
Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.
Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.
Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.
Un leader che ha materializzato le sue idee
Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.
Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.
Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.
L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.
Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.
Fidel: una guida per superare le sfide
In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.
Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.
“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.
In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.
Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.
“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.
Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.
Appello ai partecipanti del colloquio
“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.
Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.
Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”
Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.
Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.
Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.
“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.
Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.
Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.
“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.
Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.
Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.
Fonte
11/08/2026
Dall’Italia una intensa presenza a Cuba per il centenario di Fidel Castro
Il prossimo 13 agosto a Cuba si celebrerà il centesimo anniversario della nascita di Fidel Castro. Per l’occasione sono previste moltissime attività alla quale stanno partecipando una settantina di delegazioni dal resto del mondo.
In questi giorni nell’isola assediata da un blocco statunitense genocida, sono arrivate anche dall’Italia numerosi gruppi di realtà solidali con la Rivoluzione Cubana.
Una delegazione della Rete dei Comunisti è a Cuba dalla scorsa settimana per partecipare alle cerimonie per il Centenario della nascita di Fidel Castro e a diversi incontri bilaterali.
C’è una brigata giovanile dall’Italia organizzata da Cambiare Rotta e Osa, che ha risposto all’invito dell’Unione della Gioventù Comunista cubana che oltre alle attività previste per le organizzazioni giovanili, tra le quali il lavoro volontario nei campi e gli incontri con i cdr nei quartieri, parteciperà ai lavori del Centenario di Fidel.
C’è poi una delegazione italiana, tra cui l’ Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, RdC e Usb, nella brigata europea José Marti organizzata dall’ICAP (Istituto Cubano per l’Amicizia tra i Popoli). Anche questa delegazione, dopo una serie di incontri e attività che hanno portato i partecipanti fino a Santa Clara, rientrerà a L’Avana per partecipare agli eventi del centenario.
Ad attraversare l’oriente dell’isola è invece il “Convoy Centenario”. È il terzo Convoy organizzato negli ultimi mesi dalla campagna Let Cuba Breath dopo quello di marzo e di maggio. Questo gruppo, organizzato in Italia da Aicec e tra i quali stanno partecipando Osa, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, RdC, Usb, Cgil, Donne contro la guerra e il genocidio e Avs non sarà all’Havana, ma si concentrerà sull’oriente Cubano e sui luoghi dove si è sviluppata per prima la guerriglia del movimento 26 Luglio.
Tutte le delegazioni hanno portato nell’isola farmaci e beni di prima necessità che verranno distribuiti nei vari incontri previsti.
Fonte
16/07/2026
L’altro Di Vittorio
di Giovanni Iozzoli
Michele Colucci, Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo, Carocci editore, Roma, 2026, pp. 260, € 23,00
È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome di Di Vittorio è stato spesso associato, quasi per riflesso automatico, ad un’idea di “arretratezza rurale”, espressione di un Mezzogiorno arcaico e immodificabile, da cui, grazie alla formazione educativa dell’azione sindacale, un povero bracciante si emancipa fino a diventare segretario generale del più grande sindacato italiano.
Se nel percorso biografico di Di Vittorio alcuni di questi elementi sono oggettivi – la mancanza di scolarizzazione, l’originaria condizione bracciantile – un racconto appiattito su questi elementi rischia di farne una figura anacronistica, pittoresca o, peggio, un esempio di self made man ante litteram che “si fa strada nella vita”. Queste letture rappresenterebbero l’esatto opposto del quadro valoriale, politico e ideologico che segna la biografia militante di Di Vittorio: ribelle per vocazione, leader naturale, instancabile tessitore di trame sovversive dai primi del secolo fino alla nascita della Repubblica.
Colucci infatti valorizza ed elabora un elemento essenziale, nella traiettoria umana e politica di Giuseppe Di Vittorio: il suo rapporto con il mondo, con il proletariato internazionale, con i movimenti operai e sindacali che agitano il continente a cavallo tra le due guerre. Un’impronta che lo formerà nei lunghi anni della latitanza, nell’ambiente del fuoriuscitismo e nella sua responsabilità di dirigente sindacale internazionale. Altro che arretratezza contadina: Di Vittorio si muove con disinvoltura dentro ambienti, contesti geografici e politici che lo formano come leader operaio di statura internazionale, in grado di esercitare il suo ruolo di avanguardia tra il cuore dell’Europa e la giovane Unione Sovietica.
Alla luce della necessità di ricomporre le tante stagioni che lo hanno visto protagonista, la prospettiva dello sguardo internazionale è particolarmente stimolante, anche perchè è evidente che funziona sia come risorsa cui attingere in momenti difficili sia come elemento che nella stessa biografia consente di mettere in relazione i diversi ambienti che ha frequentato e i differenti periodi storici che ha vissuto. Un esempio […] la risposta all’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Quando i due anarchici italiani vengono giustiziati negli Stati Uniti, ad agosto 1927, Di Vittorio si trova da pochi mesi esule a Parigi. Nel giro di poche ore è uno dei protagonisti della pianificazione e della realizzazione della rivolta di piazza che segue la loro morte: verrà per questo espulso dalla Francia (pag. 13).
Del resto, lo stesso universo bracciantile da cui Di Vittorio proveniva, non era già più il residuo semifeudale del Mezzogiorno arcaico; si trattava piuttosto di un mondo già segnato da imprese agricole di grandi dimensioni e abbastanza meccanizzate. Il giovanissimo Di Vittorio lavora sì la terra, ma impatta anche presto con le forme moderne dell’azienda capitalistica, dentro un territorio, la Capitanata, che già conosce da anni le lacerazioni sociali e le forme organizzate che la lotta di classe novecentesca sta generalizzando ovunque.
Gli eventi che si susseguono in Capitanata tra il 1909 e il 1914 ripropongono ciò che è avvenuto nel parmense con il grande sciopero agrario del 1908 e prefigurano relazioni e connessioni con le mobilitazioni che negli stessi anni vengono organizzate dal sindacalismo di classe negli Stati Uniti. Le cronache sugli scioperi a Cerignola scritte da Di Vittorio sono impaginate sulle colonne de “L’Internazionale” di fianco a quelle sui fatti di Chicago, di New York, di Paterson, di Lawrence (pag. 15).
In quella fioritura di organizzazioni e mobilitazioni contadine, il giovane Di Vittorio era emerso subito quale agitatore efficace e temuto. Suggestive le pagine sulla creazione del Circolo Giovanile Socialista a Cerignola, che sembrano evocare scenari attuali e prassi ricompositive, quasi da centro sociale ante litteram:
La nascita del Circolo rappresenta una novità dirompente nella storia di Cerignola, proprio a partire dalla ricomposizione tra città e campagna proposta da Di Vittorio. La struttura nasce per organizzare tutti quei lavoratori giovani e giovanissimi che di giorno lavorano dispersi nelle campagne ma che possono ritrovare una loro unità nell’ambito delle attività proposte dal Circolo, non solo in un’ottica di battaglie sindacali ma più in generale in chiave di emancipazione culturale e sociale. Grazie al Circolo giovanile, i ragazzi e le ragazze hanno la concreta possibilità di vivere un’alternativa all’alcolismo, si ritrovano la sera a cantare le canzoni di lotta in giro per la città, si rendono visibili fondando una nuova forma di socialità che per Cerignola rappresenta una grande novità, insieme all’autorganizzazione e alla rivendicazione di servizi fondamentali quali l’ambulatorio popolare e la scuola serale. […] Il posizionamento del Circolo è rivolto verso l’orientamento del sindacalismo rivoluzionario, in sintonia con la Camera del Lavoro di Parma (pag. 43).
Il movimento operaio italiano vive una fase di forte fluidità e Di Vittorio sta dentro questo magma di proposte, battaglie, feroci discussioni. Nel giro di quattro anni si passa dall’antimilitarismo contro la guerra coloniale in Libia, alle suggestioni interventiste a cui cede anche una parte del sindacalismo rivoluzionario. Questa articolazione delle posizioni dentro al campo operaio sarà il terreno di travaglio e formazione più aspro, per il giovane Di Vittorio.
La guerra irrompe in modo clamoroso all’interno del socialismo, delle organizzazioni sindacali, nelle formazioni anarchiche, nel mondo democratico: il dibattito su quale posizione prendere dilaga. Gli ambienti più vicini a Di Vittorio sono dilaniati dalla scelta. Si profilano due alternative, tra le quali lui stesso cerca di barcamenarsi senza prendere una posizione chiara per diversi mesi, almeno fino al dicembre 1914. […] Per gli interventisti, la guerra rappresenta una doppia occasione: combattere direttamente il militarismo tedesco e favorire a partire dal contesto bellico una dinamica di rottura rivoluzionaria. […] Il settore dei contrari all’intervento è convinto che in Italia, sulla scia delle battaglie contro la guerra in Libia, la gran parte delle masse sia istintivamente contraria alla guerra, ma i tentennamenti e le ambiguità dei dirigenti politici e sindacali possono rappresentare un grave rischio, anche alla luce delle tensioni militariste sempre più diffuse nella società” (pag. 69).
Anche dentro questo drammatico dibattito, l’autore evidenzia la visione globale del giovane Di Vittorio: l’arena mondiale è il vero terreno della lotta di classe, contro ogni approccio localista o provincialista. Nel 1924 Di Vittorio sceglie il PCD’I dopo aver partecipato in Unione Sovietica ai lavori del V Congresso mondiale della Terza Internazionale. L’epoca della fluidità ideale e organizzativa si è conclusa, lo sguardo si allunga definitivamente sul mondo, ma poggiando sulla roccia solida della bolscevizzazione.
Si apre una fase nuova: alla chiusura sempre più stringente e oppressiva degli spazi di libertà in Italia, si affianca la prospettiva dell’apertura di uno spazio di cooperazione globale incentrato su un luogo, l’Unione Sovietica, cui aveva guardato con estrema curiosità fin dalle prime notizie giunte dopo gli eventi del 1917. Non è più soltanto un auspicio o una speranza, è un livello concreto con cui si deve misurare, a partire dalle responsabilità che il gruppo dirigente comunista intende affidargli (pag. 101).
Quindi, sempre la dimensione internazionalista come fondante: trovando nel 1936 un terreno centrale nella battaglia contro il colonialismo italiano in Etiopia, il razzismo di regime e la sua pretesa missione “civilizzatrice”. Di Vittorio fa sue le parole profetiche di Marx: nessun popolo che anela alla libertà, può conculcare quella di altri popoli.
Gli anni dell’esilio sono un tourbillon frenetico e fecondo. Qui emerge il Di Vittorio più noto, rifugiato in Svizzera, in Germania, in Belgio – ma soprattutto a Parigi: “la città dove Di Vittorio riesce a raggiungere gli obiettivi politici più importanti, sperimentando alleanze, aggregazioni, interventi politici e sindacali che costituiscono un laboratorio di straordinaria importanza”. Agitatore metropolitano in Europa e poi commissario politico di brigata nella guerra di Spagna. E di nuovo, di ritorno dalla Spagna, instancabile costruttore di strutture, giornali, comitati e associazioni che tengono insieme il carattere pubblico e quello clandestino tipico del lavoro politico di un esule-latitante.
Dopo il 1943 – nel periodo che va dal Patto di Roma alla nascita della Repubblica, con la nuova centralità assunta della CGIL e il complesso equilibrio in seno alla Federazione Sindacale Mondiale – Di Vittorio consolida il suo ormai maturo protagonismo. Gode di un autorevolezza, nello scenario interno e mondiale, che gli permette di polemizzare con il mondo politico e sindacale di stretta osservanza sovietica, dopo i fatti ungheresi del ’56. Ma questa sua caratura – e il mito che ancora evoca la sua storia – vanno ricercati proprio in quel percorso di apertura al mondo che da Cerignola lo proietterà nella dura ed esaltante vicenda dell’esilio. Del Di Vittorio internazionalista e “cittadino del mondo”, ci parla Colucci in questo volume denso e interessante che sicuramente va consigliato a chi considera la storia del movimento operaio non un reperto archeologico, ma un libro aperto da interrogare.
22/05/2026
Cuba per la pace. Contro le aggressioni militari USA
Chiediamo a tutte le forze progressiste, democratiche, pacifiste e solidali di unirsi in un ampio fronte contro ogni tipo di aggressione a Cuba. Chiediamo la fine del blocco, che è a tutti gli effetti una punizione collettiva e unilaterale contro un Paese pacifico che ha esportato solo solidarietà e non rappresenta una minaccia per nessun altro Paese.
Convochiamo per giovedì 28 maggio una manifestazione a Roma, che si concluda sotto l’Ambasciata Usa, e si invitano tutte le città a costruire momenti unitari sotto le sedi diplomatiche e militari statunitensi nella stessa data.
Invitiamo tutti e tutte a un’assemblea unitaria nazionale della solidarietà con Cuba a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, per domenica 7 giugno alle ore 10:00.
Nel contesto attuale, invitiamo tutti alla massima allerta e pronta operatività per difendere Cuba nel nostro Paese e mobilitarsi subito in caso di attacco.
Fonte
09/05/2026
La Flottilla riparte. Ribadita la richiesta di liberazione di Thiago e Seif
Il 9 Maggio più di 30 barche arriveranno in Turchia dove si uniranno a circa una dozzina di nuove imbarcazioni.
Gaza non è solo tragedia, è resistenza, è dignità, è sumud. E questo concetto lo conosciamo bene.
La Flotilla riparte e si sta riorganizzando per incontrare in Turchia le imbarcazioni in attesa e dopo l’assemblea internazionale del 10 maggio verrà comunicato quale sarà il proseguimento della missione.
Il 12 maggio è prevista una conferenza stampa a Marmaris, sul territorio turco, per presentare la prossima fase della missione e del movimento, annunciando gli impegni della società civile e dei partner politici per salvaguardare le future missioni e la solidarietà con la Palestina in tutto il Mondo.
“Presenteremo i piani per ritenere il regime israeliano responsabile dei suoi atti di pirateria, dei rapimenti in acque internazionali e degli abusi perpetrati nelle acque europee” dichiara la Flottilla che torna a chiedere l’immediata liberazione di Saif e Thiago ancora detenuti nelle carceri israeliane.
Thiago Ávila e Saif Abu Keshek sono in sciopero della fame da quasi una settimana. Saif ha smesso anche di bere acqua. Sono detenuti in isolamento, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta a Gaza.
Contro di loro le autorità israeliane stanno utilizzando il perverso meccanismo della detenzione amministrativa che viene arbitrariamente rinnovata senza processo e senza una data. È un sistema brutalmente coloniale applicato sistematicamente contro i palestinesi.
Ma mentre i loro nomi riescono ancora ad attraversare i confini e arrivare sui giornali, oltre 9.500 prigionieri palestinesi vivono ogni giorno condizioni peggiori – lontano dagli occhi del mondo.
Fonte
05/05/2026
Cuba sotto assedio, ma non piegata: la risposta della Rivoluzione alle minacce di Trump
La risposta di Cuba non è ambigua. È ferma, articolata, profondamente politica. E passa attraverso le parole del presidente Miguel Díaz-Canel e del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che in questi giorni hanno delineato con chiarezza il quadro: non solo un inasprimento del blocco, ma una vera e propria escalation che sfiora il terreno della minaccia militare.
Rodríguez Parrilla non usa mezzi termini: “Respingiamo con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, denunciando quello che definisce apertamente “un castigo collettivo al popolo cubano”.
Ma è nella sua lunga relazione all’incontro internazionale di solidarietà che emerge la profondità della crisi: “Viviamo un periodo particolarmente pericoloso per l’umanità e per Cuba, la proliferazione delle misure coercitive unilaterali riporta il mondo in una crisi multidimensionale e minaccia Cuba, che è nel mirino dell’imperialismo”.
Non si tratta, dunque, di una semplice disputa bilaterale. È un modello di pressione globale, che colpisce la sovranità degli Stati e ridefinisce i rapporti internazionali. Il ministro cubano ricorda il famigerato Memorandum Mallory, denunciando una continuità storica inquietante: “Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo. Questa resta, ancora oggi, l’essenza della politica statunitense contro Cuba”.
L’elemento più grave, oggi, è il cosiddetto “blocco energetico”, che L’Avana considera senza esitazioni “un atto di guerra”. Le sanzioni contro chi esporta combustibile a Cuba rappresentano un salto qualitativo: “Quando il governo degli Stati Uniti perseguita il combustibile... si colpiscono i servizi medici... si danneggia la vita di milioni e milioni di persone... si tenta di seminare la disperazione”.
Eppure, è proprio su questo terreno che emerge la forza strutturale del sistema cubano. Rodríguez Parrilla lo sottolinea con chiarezza: “Cuba è uno Stato assediato, Cuba è uno Stato aggredito, non è uno Stato inefficiente”. Una frase che smonta una delle principali narrazioni occidentali e che trova conferma nella resilienza quotidiana del popolo cubano.
La risposta politica è altrettanto netta. Cuba è disponibile al dialogo, ma pone limiti invalicabili: “Non discuteremo mai con gli Stati Uniti questioni che riguardano esclusivamente la sovranità... e la libera determinazione dei cubani”. È il cuore della questione: non solo resistenza, ma autodeterminazione.
Le dichiarazioni di Trump, riportate dallo stesso ministro, segnano un ulteriore salto di qualità nella retorica aggressiva: l’ipotesi di “entrare e distruggere tutto” o l’immagine provocatoria di una portaerei a 90 metri dalle coste cubane. Parole che, seppur inserite in un contesto mediatico, hanno un peso geopolitico reale. La risposta cubana non è di paura, ma di deterrenza: “Cuba sarebbe un vespaio... una trappola mortale... lo scenario della guerra di tutto il popolo se l’imperialismo statunitense osasse attaccarci”.
Non meno importante è il richiamo alla dimensione globale della solidarietà. Oltre 800 delegati internazionali presenti all’Avana, rappresentanti di decine di Paesi e organizzazioni, testimoniano che Cuba non è isolata. Anzi, come sottolinea Rodríguez Parrilla, si sta consolidando “un fronte multipolare di solidarietà internazionale”.
Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, ha ribadito in più occasioni che la risposta cubana si fonda su unità e continuità rivoluzionaria. La mobilitazione di oltre 5 milioni di cittadini in tutto il Paese è il segnale più evidente: la legittimità del progetto socialista non è un residuo ideologico, ma una realtà viva.
In questo quadro, appare evidente anche il ruolo della diaspora più radicale di Miami, politicamente rappresentata da Rubio, che continua a esercitare un’influenza significativa nella definizione delle politiche statunitensi verso Cuba. Una diaspora che, come denuncia L’Avana, è stata storicamente “compromessa con il terrorismo” e che oggi si inserisce in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione.
Ma la vera questione, oggi, è un’altra: fino a che punto può spingersi questa escalation? E quale sarà la risposta della comunità internazionale? Rodríguez Parrilla pone una domanda che risuona ben oltre Cuba: “Quale giustificazione potrebbe avere... un atto barbaro... che provocherebbe distruzione e sofferenza?”.
È una domanda che chiama in causa non solo Washington, ma l’intero sistema internazionale.
Cuba, intanto, resta ferma sulla sua linea: “Cuba non minaccia nessuno... Cuba si difende, si difende con le idee e si difenderà con le armi”. Una dichiarazione che riassume sessant’anni di storia e che oggi torna a essere drammaticamente attuale.
Nel mondo instabile e frammentato del 2026, l’isola caraibica continua a rappresentare un punto di resistenza simbolica e politica. Non un relitto del passato, ma un laboratorio vivente di sovranità, giustizia sociale e conflitto globale.
Fonte
03/05/2026
Nuove sanzioni contro Cuba, a centinaia di migliaia rispondono in piazza per il Primo Maggio
La novità preoccupante di questo ordine esecutivo è la portata estremamente vasta della platea a cui potrebbe applicarsi: le sanzioni potrebbero colpire, infatti, anche realtà straniere che contino legami in settori nevralgici dell’economia cubana, dall’energia alla difesa fino ai comparti minerario e dei servizi finanziari.
Un elemento di particolare rilievo è l’autorizzazione all’introduzione di sanzioni secondarie, che permetteranno agli Stati Uniti di colpire anche soggetti terzi che siano considerati in un qualche modo facilitatori delle transazioni con le entità già inserite nella lista nera. Trump continua a ribadire che sarà ricordato come il presidente che prenderà Cuba, nonostante gli oltre 65 anni di strenua resistenza della Rivoluzione.
Martedì 28 aprile, il Senato statunitense ha votato con 51 voti contro 47, contro una misura procedurale che avrebbe bloccato il presidente dal potere ordinare un’azione militare contro l’isola caraibica. I repubblicani hanno difeso Trump in maniera piuttosto compatta, questa volta, affermando che, non essendovi ostilità attive tra gli Stati Uniti e Cuba, limitare i poteri della Casa Bianca non era necessario.
Ma il tipo di blocco messo in atto da Washington è già un atto di guerra, oltre che una punizione collettiva contro un popolo che ribadisce con forza e determinazione il proprio diritto all’autodeterminazione e la propria sovranità contro le aggressioni imperialiste.
La risposta del governo cubano alle sanzioni è stata immediata e carica di sdegno. Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha utilizzato i social media per condannare le misure coercitive che rinforzano un blocco “brutale e genocida”. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha rincarato la dose, sottolineando come l’annuncio sia giunto proprio durante le tradizionali celebrazioni del primo maggio.
Rodríguez ha definito le sanzioni una “punizione collettiva contro il popolo cubano” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite. “Mentre il governo degli Stati Uniti reprime il proprio popolo per le strade – ha aggiunto – cerca di punire il nostro, che resiste eroicamente agli attacchi dell’imperialismo degli Stati Uniti”.
Ma l’intimidazione non funziona. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a L’Avana per il primo maggio, ribadendo ancora una volta che il popolo cubano non rinuncerà a scegliere autonomamente il proprio futuro. È stato anche presentato il risultato della campagna “La mia firma per la Patria”, che ha visto l’adesione di oltre 6 milioni di cubani (l’81% della popolazione di età superiore ai 16 anni).
Ricordiamo che nella capitale cubana si trovano ancora tanti solidali di varie delegazioni internazionali (compresi compagne e compagni italiani di Potere al Popolo e Cambiare Rotta) che hanno partecipato agli eventi organizzati per la Festa dei lavoratori. Anche nei prossimi mesi continueranno le missioni internazionaliste verso l’isola.
Fonte
14/04/2026
Il Presidente cubano Diaz Canel ringrazia per le manifestazioni di solidarietà per Cuba
Gli organizzatori l’hanno definita come una manifestazione andata “oltre ogni aspettativa” per partecipazione e clima politico. Al centro della giornata, il sostegno a Cuba contro il blocco economico e la richiesta di “sovranità, indipendenza e autodeterminazione”.
Altrettanto avveniva a Parigi e in altre città europee per la giornata internazionale di solidarietà con l’isola che resiste.
Alle manifestazioni è giunto il messaggio di ringraziamento del Presidente Cubano Miguel Diaz Canel: “La nostra profonda gratitudine a decine di migliaia di amici solidali che si sono manifestati in modo contundente questo fine settimana in diverse capitali e città europee, contro l’intensificazione del blocco degli Stati Uniti contro il nostro popolo e le sue minacce contro la nostra sovranità, una chiara dimostrazione del fatto che Cuba non è sola”.
A tracciare un bilancio della manifestazione italiana è Luciano Vasapollo, della Rete dei Comunisti e tra i promotori dell’iniziativa: “È stato un grandissimo successo – afferma – sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Non ci aspettavamo numeri così alti, ma soprattutto una partecipazione così consapevole e combattiva”.
La manifestazione era stata indetta dall’associazione Italia-Cuba insieme a moltissime organizzazioni che da mesi riempiono le piazze d’Italia con le mobilitazioni su tutti i temi dell’agenda politica italiana e internazionale, contro il governo italiano e il genocidio dei palestinesi a Gaza, erano ben visibili organizzazioni come la Rete dei Comunisti le sue organizzazioni giovanili Osa e Cambiare Rotta, Potere al Popolo, il sindacato Usb, la Cgil, partiti come Rifondazione, PCI, Cuc e tante altre sigle dell’associazionismo solidale, con una marea di bandiere cubane ma anche palestinesi.
Il corteo di Roma si è concluso a Piramide, con interventi (dal camion) delle diverse organizzazioni e momenti culturali, tra musica e testimonianze.
“Una grande giornata – conclude Vasapollo – e un punto di partenza: la mobilitazione continuerà con raccolte fondi, medicinali e iniziative concrete per sostenere il popolo cubano”.
Fonte
12/04/2026
Cuba non è sola. Migliaia in piazza a Roma per sostenerla
Migliaia di persone, molte più delle cinquemila previste, hanno sfilato per le strade della Capitale dal Colosseo fino a Porta San Paolo a sostegno di Cuba, della sua esperienza e oggi della sua sopravvivenza di fronte all’aggressione scatenata dagli Stati dopo decenni di blocco economico.
Particolarmente emozionante è stato quando tutti gli spezzoni del corteo, sfilando su Viale Aventino, si sono fermati all’altezza di via Licinia sede dell’Ambasciata di Cuba in Italia ricambiando i saluti provenienti dal personale dell’ambasciata assiepati sul tetto della stessa.
Negli interventi finali è stato particolarmente toccante il ricordo dello scomparso e indimenticabile Gianni Minà.
La manifestazione ha visto una grande, bella e combattiva partecipazione. Tantissimi giovani hanno testimoniato il fatto che l’esperienza rivoluzionaria cubana, nonostante le sue difficoltà, è ancora un simbolo fortissimo di tutte le aspirazioni all’emancipazione sociale e internazionale, così come rimane un simbolo di dignità e resistenza all’imperialismo.
In queste settimane in Italia migliaia di persone si sono attivate in tutti i territori in solidarietà con Cuba, raccogliendo farmaci, soldi e fondi per i pannelli solari per contribuire all’indipendenza energetica dell’isola. Una connessione sentimentale e una attivazione diffusa che ricorda molto quella avvenuta anche sulla Palestina.
Cuba, decisamente, non è sola, come non lo è mai nessun popolo che resiste e si oppone all’imperialismo.
Fonte e foto del corte
10/04/2026
Cuba e le lezioni della storia: l’Iran ci insegna che con l’impero non si negozia
C’è una lezione che la storia continua a ripetere, ma che troppi fingono di non vedere: con l’imperialismo non si negozia senza pagarne il prezzo. E spesso quel prezzo è la perdita della sovranità, della dignità, dell’indipendenza.
Lo dimostra oggi, con drammatica evidenza, quanto sta accadendo all’Iran. La pressione militare e politica esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati si inserisce in una lunga sequenza storica: chi ha ceduto, chi ha accettato compromessi al ribasso, è stato progressivamente smantellato. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il copione è sempre lo stesso.
L’illusione è quella di poter trattare da pari a pari. La realtà è che si entra in un meccanismo in cui la trattativa diventa resa, e la resa diventa subordinazione.
Non è un caso che, nel caso iraniano, la resistenza abbia prodotto un esito diverso rispetto ad altri scenari. Quando un Paese non si piega, quando mantiene una capacità di risposta, l’equilibrio cambia. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere un dato politico: la pace non si costruisce sulla capitolazione.
Lo stesso schema lo vediamo applicato contro Cuba. Qui la strategia è più lenta ma altrettanto feroce: un blocco economico criminale, inasprito negli ultimi anni, che mira a strangolare la popolazione e a piegare un progetto politico che resiste da oltre sessantacinque anni.
L’obiettivo è evidente: costringere alla resa un’isola che ha scelto un percorso autonomo, che ha affermato la propria sovranità e che continua a portare avanti un processo di transizione socialista fondato sull’internazionalismo.
Un internazionalismo concreto, non retorico. Lo abbiamo visto anche in Italia durante la pandemia da Covid-19, quando le brigate mediche cubane arrivarono in Lombardia e in Piemonte, portando aiuto dove altri avevano fallito. Lo vediamo oggi con centinaia di medici e infermieri presenti in Calabria. “Medici, non bombe”: una scelta di campo che dice molto più di mille dichiarazioni.
Ed è proprio questo che l’amministrazione statunitense vuole colpire: non solo un governo, ma un modello alternativo. Un modello che garantisce diritti fondamentali – casa, salute, istruzione – e che continua a rappresentare un punto di riferimento per molti popoli.
Di fronte a questo, la risposta non può essere l’ambiguità. È necessario continuare a sostenere politicamente la Rivoluzione cubana e aiutare concretamente la sua popolazione, oggi sottoposta a una pressione insostenibile. Le iniziative di solidarietà internazionale, come il convoglio Nuestra América, vanno in questa direzione: farmaci, aiuti, presenza.
Ma serve anche un’altra battaglia: quella dell’informazione. Perché il blocco non è solo economico, è anche mediatico. Si costruisce una narrazione che cancella le responsabilità dell’assedio e attribuisce ogni difficoltà a presunti fallimenti interni.
Per questo è fondamentale rilanciare una contro-informazione capace di ristabilire la verità dei fatti e di raccontare cosa rappresenta davvero Cuba nel mondo di oggi.
L’11 aprile, a Roma, la manifestazione “Cuba non è una minaccia” sarà un passaggio importante. Non solo un atto di solidarietà, ma una presa di posizione politica chiara: contro il blocco, contro le minacce, contro ogni tentativo di piegare un popolo.
Perché la questione non riguarda solo Cuba o l’Iran. Riguarda tutti. Riguarda il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.
E la storia, ancora una volta, ci insegna che chi cede all’impero perde tutto. Chi resiste, almeno, conserva la propria dignità.
Fonte
31/03/2026
Una petroliera russa raggiunge Cuba, è il momento di intensificare la solidarietà
La nave Anatoly Kolodkin è partita dal porto di Primorsk il 9 marzo, con 650 mila barili di greggio (secondo il New York Times sono 730 mila, una differenza non di poco conto, ma parliamo comunque di oltre 90 mila tonnellate di petrolio). Il carico potrebbe essere raffinato in circa 180.000 barili di gasolio, una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno energetico nazionale per soli nove o dieci giorni.
Una quantità che è però vitale per un paese che non riceve forniture dallo scorso gennaio, e in cui gli effetti dell’assedio, oltre i blackout, colpiscono in maniera sempre più evidente i servizi sanitari e rappresentano una punizione collettiva della popolazione, proibita dal diritto internazionale.
Trump stesso ha risposto a domande sulla petroliera russa, in viaggio sull’Air Force One. “Ho detto loro che se un paese vuole inviare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o meno”, ha detto il tycoon, confermando le indiscrezioni del New York Times, secondo cui l’amministrazione avrebbe dato il “placet” tacito al passaggio della nave.
La dichiarazione di Trump, che è stata giustificata con la difficile situazione che vive la popolazione, sembra poco affine ai metodi terroristici usati fino a oggi, in America Latina come in Iran. E lascia margini di interpretazione non indifferenti intorno al fatto che anche altri paesi potrebbero rifornire Cuba di petrolio, con il timore di ripercussioni successive.
Ma il caso della Anatoly Kolodkin è un groviglio di tensioni internazionali particolare. La nave è infatti sottoposta a sanzioni da parte di USA, UE e Regno Unito a causa del conflitto ucraino. Prima di attraversare l’Atlantico, la petroliera è stata scortata attraverso la Manica da una nave militare russa, come riferisce la Royal Navy britannica, per poi procedere da sola verso i Caraibi.
Solo lo scorso 20 marzo, il Dipartimento del Tesoro aveva vietato esplicitamente qualsiasi transizione in favore de l’Avana riguardante il petrolio. E tuttavia, Washington ha anche recentemente allentato alcune restrizioni su Mosca per stabilizzare i flussi globali di greggio, pesantemente influenzati dagli attacchi militari statunitensi e israeliani contro le infrastrutture petrolifere in Iran, e dal conseguente blocco dello stretto di Hormuz.
Questo allentamento riguardava il petrolio in mare da prima del 13 marzo, e perciò la Kolodkin rientra perfettamente nella casistica prevista. Mentre il mercato degli idrocarburi e dell’energia procede verso una profonda crisi a causa dell’aggressione all’Iran, probabilmente Trump ha pensato bene di evitare di sollecitarlo ulteriormente, soprattutto se ciò sarebbe andato a inasprire i rapporti con la Russia, dopo aver promesso agli operatori commerciali una riduzione delle sanzioni per calmierare l’impennata dei prezzi.
Nonostante una concessione che non ha nulla di umanitario e che è legata al pantano in cui gli States si sono infilati nel Vicino Oriente, Trump non ha ammorbidito i toni contro il governo di Miguel Díaz-Canel. Cuba rimane sotto attacco, e la Casa Bianca continua a insistere che farà cadere la Rivoluzione socialista.
Da L’Avana rispondono che sono pronti a combattere per la loro autodeterminazione, e questa apertura “obbligata” di Trump rappresenta un momento fondamentale in cui allargare la solidarietà internazionale e rendere ancora più impraticabile un attacco a Cuba, di fronte a una netta caduta dei consensi per l’amministrazione stelle-e-strisce.
Fonte
28/03/2026
Cuba sopravviverà: un diario
A Paki Wieland (1944-2026), che ha combattuto la crudeltà dell’imperialismo statunitense per tutta la sua vita adulta.
La mattina della mia partenza dall’Aeroporto José Martí, intitolato al padre della patria, ho abbracciato tutti: la donna che ha gestito il mio check-in, l’uomo che ha timbrato il mio passaporto, il personale di terra. Il giorno prima avevo stretto forte tutti i miei amici, con le lacrime che lottavano per ottenere il diritto di scorrermi sul viso. Sembrava che, attraverso questi abbracci, volessi in qualche modo trasmettere la mia apprensione per ciò che potrebbe accadere a Cuba, ai cubani, alla Rivoluzione Cubana – a tutto quanto – a causa della follia di Donald Trump.
Che cosa è diventato il mondo? È come se miliardi di persone fossero diventate spettatrici delle atrocità imposte dagli Stati Uniti e da Israele: il genocidio del popolo palestinese, il rapimento del presidente venezuelano, i bombardamenti senza motivo contro l’Iran e, naturalmente, il tentativo di asfissiare Cuba. La brutalità decadente del governo statunitense, acuita dalla sconsideratezza di Trump, è imprevedibile e pericolosa. Nessuno può dire con certezza cosa succederà dopo.
Trump sembra intrappolato in Iran, dove non aveva previsto la saggezza politica degli iraniani nel rifiutare un cessate il fuoco ora, solo per permettere a Stati Uniti e Israele di riarmarsi e distruggere le loro città con maggiore ferocia tra una settimana. Trump non sembra in grado di fermare la guerra in Ucraina o il genocidio contro i palestinesi. L’alleato di Trump, Israele, ha nuovamente allargato la sua guerra al Libano e minaccia così di sconvolgere le strade del mondo arabo, dove già c’è inquietudine verso i loro governi completamente acquiescenti. Colpirà Cuba per prossima, pensando che sarà una vittoria rapida?
È difficile per me descrivere l’impatto del crudele Embargo di Trump sul petrolio a Cuba. Non ci sono state spedizioni di petrolio raffinato a Cuba dall’inizio di dicembre 2025. Ciò significa che ogni aspetto della vita moderna è stato completamente sconvolto.
Le strade dell’Avana sono silenziose perché semplicemente non c’è abbastanza carburante per auto e autobus per trasportare le persone. Scuole e ospedali – i templi della Cuba rivoluzionaria – lottano per mantenere i servizi di base. Gli agricoltori faticano a portare il cibo nelle città e le medicine sono costose, se disponibili. Immaginate di essere un paziente che necessita di neurochirurgia, con medici semplicemente riluttanti a rischiare di inserire una sonda nel vostro cervello in mezzo a fluttuazioni elettriche e blackout a singhiozzo.
Questo è stato l’esempio più crudo dei pericoli del Blocco Petrolifero di Trump che ho sentito durante la mia permanenza all’Avana. Mentre camminavo sul Malecon, ho visto passare alcuni carri trainati da cavalli. È quasi come se lo yanqui volesse punire la Rivoluzione Cubana e spingere dieci milioni di cittadini cubani nell’Età del Ferro.
Sono venuto a Cuba come parte di una delegazione di solidarietà dell’Assemblea Internazionale dei Popoli, una piattaforma di centinaia di organizzazioni da tutto il mondo che cercano di ristabilire l’internazionalismo da movimento a movimento.
La nostra delegazione era guidata da João Pedro Stedile (direzione nazionale del Movimento dei Senza Terra Brasiliano), e includeva Fred M’membe (Presidente del Partito Socialista dello Zambia e candidato dell’opposizione alla presidenza quest’anno), Brian Becker (uno dei leader del Partito per il Socialismo e la Liberazione negli Stati Uniti), Manolo De Los Santos (direttore del The People’s Forum), Giuliano Granato (uno dei leader di Potere al Popolo dall’Italia) così come Manuel Bertoldi e Laura Capote (coordinatori dei Movimenti ALBA). Abbiamo visitato molti luoghi, tra cui la Scuola Latinoamericana di Medicina, l’Istituto di Neurologia, il Centro Martin Luther King e Casa De Las Americas.
Ci siamo incontrati con il Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e con il Presidente di Cuba, così come con innumerevoli cubani comuni. Siamo andati nel cimitero principale dell’Avana per rendere omaggio ai trentadue cubani che hanno perso la vita difendendo la sovranità venezuelana, e abbiamo camminato per la città dell’Avana per incontrare persone che svolgevano la loro vita quotidiana.
Durante una delle conversazioni, un amico mi ha chiesto come avessi trovato Cuba, un luogo che ho visitato innumerevoli volte negli ultimi trent’anni. Ho detto che la situazione mi era sembrata difficile ma che la gente sembrava inarrestabile. Il mio amico è stato chiaro: la sensibilità prevalente nel paese era che i cubani avrebbero lottato fino alla fine per difendere il loro diritto a un futuro e il loro rifiuto di tornare al 1958, l’anno prima della Rivoluzione.
Durante i primi anni della Rivoluzione, Fidel Castro chiarì che l’urgenza era risolvere i bisogni e i problemi immediati del popolo. Ciò significava che la Rivoluzione Cubana poneva l’accento sulla fine della fame e della povertà, dell’analfabetismo e delle malattie, oltre a fornire alloggi e spazi culturali.
Vedere il deterioramento della vita a causa del duro Embargo, durato quasi settant’anni, e del nuovo Blocco Petrolifero è straziante. La priorità rimane garantire che ogni cubano possa vivere una vita dignitosa. Questo è stato anche il messaggio del Presidente di Cuba, Miguel Diaz Canel, un uomo di grande umiltà: resisteremo, ha detto, ma non permetteremo che la Rivoluzione sprechi le sue conquiste e la sua attenzione al benessere del nostro popolo.
Sedere su una sedia a dondolo accanto al mio amico Abel Prieto, ex Ministro della Cultura, a Casa De Las Americas, è stato un toccasana. Come al solito, Abel, mio compagno marxista-lennonista (!), mi ha fatto ridere di gusto e allo stesso tempo provare dolore. I suoi commenti spaziavano dalla valutazione di Trump (con “follia” come parola più usata) alla sua percezione della vitalità della realtà cubana (le folle straordinarie che hanno resistito sotto la pioggia battente per rendere omaggio alle spoglie dei cubani uccisi dalle forze statunitensi in Venezuela il 3 gennaio). Mi sono sentito confortato dal suo equilibrio tra umorismo e chiarezza, la sensibilità letteraria di Abel che teneva sotto controllo la situazione in rapido movimento.
Ho accettato l’opinione di Abel che forse gli Stati Uniti nella loro forma attuale sono un errore gigantesco – l’arroganza di Trump riflesso di qualcosa di intrinseco nell’idealismo estremo per cui gli Stati Uniti e le loro amministrazioni sanno tutto meglio di chiunque altro. Credono di sapere meglio cosa dovrebbero fare i palestinesi, i venezuelani, gli iraniani e i cubani.
In nome della “democrazia”, i diritti democratici e i diritti esistenziali delle persone in queste nazioni più oscure vengono completamente assorbiti dal Presidente degli Stati Uniti – il detentore del potere preponderante. È una visione brutta ma reale, una realtà che strappa le persone sensibili di tutto il mondo dal loro stesso desiderio di plasmare una realtà non così orribile. Un terzo delle persone uccise in Iran dagli Stati Uniti e da Israele sono bambini, e i bambini della Palestina, i cui nomi onoriamo, non diventeranno mai adulti.
Il mio ultimo giorno, ho visto un gruppo di scolari cubani giocare in un parco, vestiti con le loro divise scolastiche, le loro sciarpe rivoluzionarie al collo. Cinguettavano di risate e chiacchiere. Li ho osservati dall’altra parte della strada mentre giocavano a un gioco, sorvegliati da due insegnanti sorridenti, con alcuni coni per terra – un gioco che richiedeva loro di intrecciarsi tra questi. Quei bambini dovevano avere circa cinque o sei anni, bambini e bambine che giocavano in un bozzolo di grande felicità. Ho mandato loro un abbraccio virtuale. State al sicuro bambini. Sempre. Abbracciate Cuba per me ogni giorno.
Fonte


