di Luciano Vasapollo
C’è una lezione che la storia continua a ripetere, ma che troppi fingono di non vedere: con l’imperialismo non si negozia senza pagarne il prezzo. E spesso quel prezzo è la perdita della sovranità, della dignità, dell’indipendenza.
Lo dimostra oggi, con drammatica evidenza, quanto sta accadendo all’Iran. La pressione militare e politica esercitata dagli Stati Uniti e dai loro alleati si inserisce in una lunga sequenza storica: chi ha ceduto, chi ha accettato compromessi al ribasso, è stato progressivamente smantellato. Dall’Iraq alla Libia, passando per la Siria, il copione è sempre lo stesso.
L’illusione è quella di poter trattare da pari a pari. La realtà è che si entra in un meccanismo in cui la trattativa diventa resa, e la resa diventa subordinazione.
Non è un caso che, nel caso iraniano, la resistenza abbia prodotto un esito diverso rispetto ad altri scenari. Quando un Paese non si piega, quando mantiene una capacità di risposta, l’equilibrio cambia. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere un dato politico: la pace non si costruisce sulla capitolazione.
Lo stesso schema lo vediamo applicato contro Cuba. Qui la strategia è più lenta ma altrettanto feroce: un blocco economico criminale, inasprito negli ultimi anni, che mira a strangolare la popolazione e a piegare un progetto politico che resiste da oltre sessantacinque anni.
L’obiettivo è evidente: costringere alla resa un’isola che ha scelto un percorso autonomo, che ha affermato la propria sovranità e che continua a portare avanti un processo di transizione socialista fondato sull’internazionalismo.
Un internazionalismo concreto, non retorico. Lo abbiamo visto anche in Italia durante la pandemia da Covid-19, quando le brigate mediche cubane arrivarono in Lombardia e in Piemonte, portando aiuto dove altri avevano fallito. Lo vediamo oggi con centinaia di medici e infermieri presenti in Calabria. “Medici, non bombe”: una scelta di campo che dice molto più di mille dichiarazioni.
Ed è proprio questo che l’amministrazione statunitense vuole colpire: non solo un governo, ma un modello alternativo. Un modello che garantisce diritti fondamentali – casa, salute, istruzione – e che continua a rappresentare un punto di riferimento per molti popoli.
Di fronte a questo, la risposta non può essere l’ambiguità. È necessario continuare a sostenere politicamente la Rivoluzione cubana e aiutare concretamente la sua popolazione, oggi sottoposta a una pressione insostenibile. Le iniziative di solidarietà internazionale, come il convoglio Nuestra América, vanno in questa direzione: farmaci, aiuti, presenza.
Ma serve anche un’altra battaglia: quella dell’informazione. Perché il blocco non è solo economico, è anche mediatico. Si costruisce una narrazione che cancella le responsabilità dell’assedio e attribuisce ogni difficoltà a presunti fallimenti interni.
Per questo è fondamentale rilanciare una contro-informazione capace di ristabilire la verità dei fatti e di raccontare cosa rappresenta davvero Cuba nel mondo di oggi.
L’11 aprile, a Roma, la manifestazione “Cuba non è una minaccia” sarà un passaggio importante. Non solo un atto di solidarietà, ma una presa di posizione politica chiara: contro il blocco, contro le minacce, contro ogni tentativo di piegare un popolo.
Perché la questione non riguarda solo Cuba o l’Iran. Riguarda tutti. Riguarda il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.
E la storia, ancora una volta, ci insegna che chi cede all’impero perde tutto. Chi resiste, almeno, conserva la propria dignità.
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