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10/04/2026

Razionamenti e limiti ai condizionatori. Ma l’austerità non si tocca

Il Commissario UE per l’Energia, Dan Jørgensen, ha lanciato un monito molto chiaro alle capitali europee, attraverso delle dichiarazioni al Financial Times: evitare che lo shock energetico si trasformi in una crisi del debito. La Commissione Europea sta premendo sui membri UE affinché i sussidi, i tagli alle accise e i tetti ai prezzi siano limitati nel tempo e nella portata.

Si tratta molto spesso di misure che aiutano più la domanda e gli speculatori che i consumatori comuni (così è nel caso italiano), ma per Bruxelles il nodo centrale è ribadire l’intoccabilità dell’austerità europea, che viene “piegata” (non cancellata) solo per il riarmo. Il cappio dell’architettura europea, per quanto si sia dimostrata inadeguata alla nuova fase storica, continua a essere difeso.

Dopo l’inevitabile sospensione del Patto di Stabilità con la pandemia da Covid-19, ora la UE vuole evitare il bis del 2022, quando la crisi energetica dovuta all’esplosione del conflitto in Ucraina produsse un estremo rialzo dell’inflazione, una risposta da manuale neoliberista, ovvero con l’aumento dei tassi di interesse, e l’esplosione del costo del servizio del debito insieme a politiche di deficit considerate eccessive.

Il rapporto debito/PIL dell’Unione è salito dal 77,8% di fine 2019 all’82,1% registrato alla fine dello scorso anno. L’aumento degli investimenti militari dal 2022 ha ulteriormente messo sotto pressione i bilanci. Anche Christine Lagarde, presidente della BCE, ha ribadito la necessità di politiche temporanee, mirate e calibrate su fragilità specifiche del mercato.

Il commissario UE all’Economia, Valdis Dombrovkis, ha appena affermato che, per la Commissione, la crescita quest’anno sarà inferiore dello 0,2-0,4%, ma potrebbe crollare anche dello 0,6%, con una perturbazione economica più lunga di quella che ora viene prevista.

Appare chiaro che sono tutte crisi che il capitale su base continentale si è “autoprodotto”: le sanzioni, il dirottamento dei margini di spesa verso la difesa, la compressione della domanda interna mentre il modello export-oriented deve confrontarsi con una geopolitica di guerra, la distruzione degli apparati pubblici e l’abbandono di una reale transizione energetica, il reiterare politiche economiche fallimentari nel pieno di una crisi strutturale.

Questo insieme di vincoli che la UE si è posta impongono una e una sola alternativa: scaricare sulla vita quotidiana di milioni di cittadini i costi di una scelta strategica guerrafondaia e di un modello di sviluppo costruito sullo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dei servizi pubblici. Tradotto: imporre razionamenti e limitazioni ai consumi.

Sia chiaro che la crisi innescata dall’aggressione imperialista all’Iran non avrà confini, e non finisce con l’appena concordato cessate il fuoco. La distruzione di infrastrutture fondamentali nel Vicino Oriente, data l’interconnessione dei mercati, avrà effetti di lungo periodo sulle forniture e sui prezzi per tutti. Ma è anche chiaro che il conflitto ha in qualche misura imposto a tappe forzate una ridefinizione importante della geopolitica dei combustibili fossili, e nel pieno della tempesta la soluzione è ridurne l’utilizzo.

Dal 28 febbraio, inizio delle ostilità, la fattura energetica dell’UE è lievitata di 14 miliardi di euro. Per questo sempre il Commissario all’Energia, scrive El País, ha presentato ai ministri dei Ventisette una serie di iniziative a breve termine ispirate alle raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.

Tra queste misure vi si trova la riduzione dei limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, incentivi massicci allo smart working per ridurre gli spostamenti (e anche alla didattica a distanza dove possibile), controllo rigoroso delle temperature negli edifici pubblici, promozione di treni ad alta velocità e notturni per sostituire i voli interni. Sul medio periodo, restano sul tavolo il tetto al prezzo del gas e gli acquisti congiunti a livello europeo.

Se la storia si ripete come farsa, appare chiaro che questo è il ritorno della massima draghiana sulla “pace o i condizionatori”. Quando ci si avvia sulla strada della guerra invece che della cooperazione e della soluzione comune delle tensioni, non si torna indietro. L’imperialismo ha innescato l’esplosione di una serie di contraddizioni che investiranno pesantemente tutto il nostro modello di vita, che sia stato previsto o meno, che venga venduto dalla propaganda come lo scotto per una supposta superiorità morale o meno.

E il prezzo da pagare potrebbe essere ancora più alto di quello che si immagina. Il blocco delle rotte commerciali ha colpito duramente la produzione di fertilizzanti, un settore chiave che potrebbe trascinare con sé l’agricoltura di vari paesi, innescando una crisi alimentare globale. Anche la catena di approvvigionamento dei medicinali è sotto osservazione.

Se non si isolano e rompono immediatamente le cause di questa catena di destabilizzazione (che sono evidentemente il suprematismo sionista e l’imperialismo statunitense ed europeo), la strada è tracciata. Verso il baratro.

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