La velocizzazione e la politicizzazione dello scontro in atto a livello mondiale, ci obbligano ad andare oltre la descrizione dei fenomeni, le statistiche economiche, la stessa diffusa lettura geopolitica, per evidenziare la dinamica fondamentale nascosta sotto la coltre delle forme e interpretabile, dal nostro punto di vista, solo utilizzando la cassetta degli attrezzi del pensiero marxista e leninista.
L’avvento di Trump, in quanto fenomenologia “pura” della fame di profitto del capitale, porta allo scoperto la condizione reale degli USA in quanto imperialismo non più egemone ma solo dominante e, comunque, come prodotto del livello di sviluppo più avanzato raggiunto dal Modo di Produzione Capitalista dopo la fase della sua mondializzazione, cioè di quel periodo descritto a suo tempo come globalizzazione liberista.
Su questo passaggio, indubbiamente storico, vogliamo promuovere per il 9 e 10 maggio un Forum di analisi e approfondimento come Rete dei Comunisti e mettendolo, come è nostra abitudine, al servizio della indispensabile discussione collettiva che oggi chiama tutte le forze comuniste, di classe e democratiche di fronte alla crisi di un modo di produzione che sta creando i presupposti per il proprio superamento dentro una crisi dagli sviluppi, anche militari, pieni di incognite per l’umanità nel suo complesso.
Per cogliere la natura delle contraddizioni che si vanno esprimendo è necessario avere una visione storica della dinamica registrata dalla fine del ‘900 con la piena mondializzazione e la crescita prodotta dagli spiriti animali del capitalismo liberista che hanno generato, a partire dalla crisi finanziaria e del debito a cavallo degli anni ’10, la saturazione degli spazi di sviluppo e quella frammentazione del mercato che oggi si manifesta attraverso il conflitto militare ed una accentuata competizione economica.
Quello che è entrato in crisi è il ruolo egemonico degli USA, nel contesto della competizione con altri soggetti imperialisti o concorrenti – dall’Unione Europea alla Cina – con il fallimento verificatosi in Afghanistan nel tentativo di occupare il centro del continente euroasiatico per condizionare i potenziali e previsti antagonisti, quali la Cina, la Russia, il mondo islamico, con un progetto strategico basato sulla dottrina di Zbigniew Brzezinski che sosteneva tale ipotesi già dai primissimi anni Novanta. Fattore decisivo di questa dottrina era la rottura di ogni possibile relazione tra l’Europa e la Russia per disgregarle ed indebolirle entrambe, un passaggio materialmente diventato più visibile negli ultimi anni.
La sconfitta statunitense in questi anni non è avvenuta sul piano militare ma su quello economico e politico, facendo emergere i limiti della egemonia USA, attraverso i quali si intravvedono quelli generali del MPC esplosi successivamente con la seconda presidenza Trump, dove l’impossibilità della crescita ha prodotto sia la frammentazione del mercato mondiale che il ricorso alla guerra.
Siamo passati nell’arco di un ventennio dalla “impetuosa” crescita liberista a politiche di pura rapina rivolte non solo verso i paesi del sud del Mondo, come è sempre stato fatto, ma a spese di paesi anch’essi capitalisti o imperialisti, vedi la politica dei dazi.
Nel Forum “Il Giardino e la Giungla” svolto nel 2023, avevamo analizzato i limiti che si andavano manifestando e che avevano un carattere strutturale nel MPC, da quelli prodotti dall’aumento della composizione organica del capitale e della caduta del saggio di profitto a quelli della saturazione del mercato globale, da quella dell’uso illimitato della leva finanziaria fino a quello della compressione dei salari mondiali, limiti non più superabili dalla normale “fisiologia” economica capitalista e che spingono verso un salto qualitativo dell’imperialismo USA come punta avanzata dello sviluppo capitalistico mondiale.
Insomma il paese egemone che aveva trainato il blocco imperialista dominante dalla fine della seconda guerra mondiale, composto sostanzialmente dall’Euroatlantismo e supportato da Giappone, Canada, Australia, Corea del Sud, petromonarchie del Golfo etc. viene destrutturato dalla impossibilità di una crescita condivisa dei profitti producendo delle fratture interne.
In questa dinamica va collocata la contraddizione, per molti versi inaspettata, tra USA e UE che oggi procede verso un salto di qualità che avrà effetti finanziari ed economici ma anche sociali e politici. È esattamente con questo salto che oggi siamo concretamente, e non solo per via analitica, chiamati a fare i conti.
In sintesi possiamo affermare che la fase liberista è stata superata da una fase “predatoria”, oppure, come ha detto David Harvey, siamo in una fase di “accumulazione per esproprio” in cui gli ordinari meccanismi economici di valorizzazione e accumulazione a beneficio del centro imperialista principale sono superati dai meri rapporti di forza che traspaiono attraverso l’uso dello strumento militare.
Tale strumento è stato sempre usato nei momenti di crisi e di competizione con l’obiettivo di subordinare Stati e popoli agli interessi predominanti, ma comunque sempre in funzione di una potenziale crescita anche se in conflitto con gli altri paesi imperialisti. Questo è accaduto durante la fase coloniale per rafforzare e far crescere le economie dei paesi capitalisticamente più avanzati ed è accaduto in forme più estese e drammatiche nelle due guerre mondiali e successivamente nelle guerre di aggressione imperialiste.
Il MPC tende ad una crescita quantitativa “infinita” e portatrice dei rapporti sociali capitalistici ma, mai come oggi, la mondializzazione prodotta in questo inizio di secolo ha coperto tutto il Globo. Questo fattore fa emergere i limiti allo sviluppo che, in senso capitalistico, sono i limiti dell’incremento dei processi di valorizzazione e profittabilità di una dimensione del capitale finanziario mai avuta precedentemente nella Storia.
Dunque le scelte che sta facendo Trump, cioè gli USA in quanto paese oggi capitalisticamente più avanzato ma in declino, sono il riflesso dei limiti di crescita del MPC in generale che assume forme “predatorie” simili a quelle avute nell’accumulazione primitiva, ma che nascondono esiti opposti a quelli storicamente materializzati, in quanto ieri tali forme erano foriere di crescita tramite il colonialismo, oggi queste sono il sintomo della crisi di prospettiva.
Dunque gli USA non possono più svolgere una funzione di riferimento e crescita generale avuta fin dalla fine della seconda guerra mondiale per il resto dei paesi capitalisti, e tanto meno per chi è periferico, in quanto una pratica predatoria, per evidenti motivi, non può essere generalizzata se non come conflitto.
Inoltre la competizione estrema che si è andata determinando ha portato ad un estremo sviluppo delle forze produttive sotto il segno del capitale, cioè ha indebolito, frammentato, attraverso l’uso della tecnologia fino alla intelligenza artificiale, la forza contrattuale del lavoro erodendo salari e redditi, in modo più pesante quelli del lavoro subalterno e manuale ma anche di quello subordinato e mentale, generando una crisi economica e sociale e di fiducia nell’attuale sistema economico, in particolare nei centri imperialisti.
Di tutto questo vorremmo parlare nelle due giornate di lavoro non solo in termini analitici, ma anche in funzione della ripresa del movimento di classe e comunista in una Europa sempre più reazionaria e guerrafondaia.
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