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20/04/2026

L’equilibrismo di Tajani in Cina, tra il Made in Italy e l’ombra di Trump

Tajani allunga la lista di politici europei che, nelle ultime settimane, sono andati in Cina a portare avanti gli interessi di politica estera e commerciale dei propri paesi e, in parte, anche comunitari. Nei fatti, però, sono andati col cerino in mano a chiedere al Dragone di aiutarli a sostenre le economie del Vecchio Continente e, a volte, anche a fare quello che la UE non può fare, perché non vuole e perché non ha le carte giuste: controbilanciare l’aggressività statunitense.

Alla fine del 2023 il Belpaese è uscito dagli accordi sulla Nuova Via della Seta, unico paese del G7 che vi aveva aderito. Ma lo scambio commerciale e gli investimenti tra l’Italia e la Cina rimangono importanti. Pechino è rimasta coerente nella porpria visione dei rapporti internazionali, mentre la UE gioca su un terreno strumentale, passando dalla guerra totale sotto la copertura del padrino stelle-e-strisce e cercando il riassorbimento dei punti di frizione, ora che deve confrontarsi con l’imprevedibilità di Washington.

Ormai persino la “vassalla di ferro”, Giorgia Meloni, è stata posta sotto accusa da Trump, e allora la visita di Tajani assume un peso maggiore. Per Pechino, accogliere il ministro italiano con tutta la disponibilità possibile è l’occasione perfetta per mostrare al Mondo il contrasto con l’approccio muscolare della Casa Bianca, e discutere di alcuni dossier comunque significativi.

Tajani, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, pubblicata anche sul sito della Farnesina, ha ricordato che la Cina è “il nostro quarto partner commerciale nel mondo e il primo in Asia, ma il nostro deficit commerciale continua ad aumentare, siamo a 46 miliardi”. Per un paese in cui quasi il 40% del PIL proviene dall’export, come ha ricordato lo stesso Tajani, è un nodo imprescindibile.

In questo momento, sono 1.500 le aziende italiane che operano nel Dragone, con un fatturato di 33 miliardi di euro. Il distretto di Suzhou rimane il principale polo produttivo italiano fuori dall’UE. Ma quei 46 miliardi di euro di passivo sulla bilancia commerciale preoccupano, anche perché si allargano.

Il riequilibrio viene cercato chiedendo l’allentamento delle maglie e delle regolamentazioni del mercato interno, facilitando l’ingresso di prodotti Made in Italy. Eppure, quello che può offrire Roma a Pechino, oltre a un po’ di meccanica, sono soprattutto i beni agroalimentari e la gioielleria. A ricordare come solo il brand Italia ha ancora un po’ di attrattiva, avendo distrutto il tessuto industriale del nostro paese.

Sulle questioni davvero spinose, è la Cina ad avere il pallino del gioco in mano. Bloomberg riferisce che Tajani ha chiesto un più facile accesso alle terre rare cinesi, e Pechino, da parte sua, ha chiesto conto dell’esercizio del Golden Power del governo Meloni su Pirelli. Appena una decina di giorni fa il governo Meloni aveva blindato la governance del gruppo, limitando numeri e peso di Sinochem, primo socio di Pirelli.

Tajani ha rassicurato che si tratta di un’operazione che è servita unicamente a tutelare la presenza dell’azienda sul mercato statunitense, e che non danneggerà i soci cinesi. Ma già di per sé ha mostrato l’equilibrismo con cui il governo si muove tra i due maggiori attori globali. Per ora, il ministro italiano porta a casa tre intese strategiche (settori industriale e legno-arredo) per un valore di 360 milioni di euro, ma quanto può durare?

Se questo equilibrismo, sul breve periodo, può fare contenti tutti con bilanci più gonfi, sul lungo periodo ignora la politicizzazione sempre crescente della competizione globale. Insomma, ancora una volta un paese europeo si mostra incapace di portare avanti una linea politica autonoma, sempre condizionato dal tentativo di guadagnare su ogni tavolo. Una strategia che per ora ci tiene a galla, ma che in futuro ci porterà a picco.

Ad ogni modo, si sono discussi anche i temi geopolitici più caldi. Tajani ha chiesto all’omologo cinese, Wang Yi, di usare il suo peso su Mosca e Teheran per fermare i conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Dunque, come già aveva fatto pochi giorni fa il primo ministro spagnolo, la UE non condanna mai le aggressioni dei propri alleati, e chiede agli altri di fare il lavoro diplomatico a cui hanno rinunciato. Anche in questo caso, questo gioco non può durare a lungo.

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