Un esame degli stipendi ultra milionari dei vertici della società pubbliche come Eni, Terna ed Enel, rivela una realtà impietosa e vergognosa: l’AD di Terna per soli tre anni di lavoro pretende una buonuscita di 7,3 milioni di euro, avendo percepito in quei tre anni di lavoro uno stipendio pari a 3,8 milioni annui lordi. La pretesa di una buonuscita così ricca deriva dal non ritenere sufficiente la proposta di andare a presiedere un’altra società pubblica – l’Eni – con un incarico altrettanto remunerativo e prestigioso.
C’è poi il caso di Claudio Descalzi che a 71 anni, è stato confermato come Amministratore Delegato dell’Eni, e potrebbe ricevere un aumento della retribuzione del 73% arrivando a percepire fino a 15,4 milioni annui, (sempre lordi certo), mentre Flavio Cattaneo AD di Enel si ferma a soli 10,14 milioni lordi all’anno!! Se si continuasse a scavare ne verrebbero fuori tanti altri.
Si tratta delle stesse aziende che insieme alle banche, per cui sia la Meloni in Italia sia la Commissione Europea a livello continentale, hanno negato l’imposizione di tasse sugli extra profitti fatti in questi anni a causa del boom dei prezzi dell’energia o dell’aumento dei tassi di interessi bancari.
“Tutto questo avviene in nome del credo liberista di abolire qualsiasi laccio e lacciolo per chi produce ricchezza, privata naturalmente” – denuncia l’USB in un comunicato – “mentre niente arriva invece a chi la ricchezza la produce davvero, ossia quella classe lavoratrice largamente intesa che negli ultimi decenni nel nostro paese è andata ad aumentare il numero dei working poor, cioè di coloro i quali pur lavorando sono sempre più poveri”.
Di fronte a una nuova fiammata inflazionistica, in parte dovuta all’escalation del conflitto nel Medio Oriente ma molto alla speculazione sulle materie prime, “il governo italiano non ha ritenuto di mettere in campo alcuna misura volta a mitigare questa situazione, tranne la ridicola abolizione di circa 20 centesimi sulle accise dei combustibili” – sottolinea l’Usb – “mentre il padronato procede a chiusure e a licenziamenti di massa oltre a cercare di reggere la concorrenza firmando insieme a CGIL CISL e UIL contratti vergognosi che non recuperano alcunché della perdita salariale!”
E non è affatto vero che i soldi non ci sono, tutti sanno che ormai centinaia di miliardi sono stati spostati dalle spese sociali, sanità, pensioni, assistenza e stanno prendendo la strada delle spese militari con cui già ora si massacrano popolazioni inermi per gli interessi di un capitalismo giunto allo stadio predatorio.
USB chiama a due giornate di mobilitazione avendo da tempo lanciato una campagna al cui centro sta la richiesta di un salario mensile di 2000 euro netti, 12 euro di salario minimo orario, la reintroduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale, l’azzeramento dell’IVA sui generi di prima necessità, il blocco degli sfratti per morosità incolpevole, la moratoria sui distacchi delle utenze elettriche.
Su questi obiettivi è stata convocata per il 23 maggio una manifestazione nazionale a Roma e che sarà preceduta il 29 aprile da un presidio a Montecitorio, alle ore 15 Piazza Capranica.
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