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23/04/2026

Gli Emirati Arabi Uniti hanno avviato una trattativa serrata con la Casa Bianca per ottenere una via d’accesso privilegiata ai dollari statunitensi, attraverso linee di swap valutario. La mossa, rivelata dal Wall Street Journal, arriva mentre il conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran minaccia di trascinare la monarchia del Golfo in una pesante crisi finanziaria, mettendo a rischio la stabilità della sua moneta (il dirham) e anche il ruolo di hub finanziario globale assunto dal paese.

La scorsa settimana, il governatore della Banca Centrale emiratina, Khaled Mohamed Balama, ha incontrato a Washington il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e i vertici della Federal Reserve. L’obiettivo è stabilire una linea di swap: un accordo che permetterebbe ad Abu Dhabi di ottenere liquidità in dollari a costi contenuti per difendere le proprie riserve e sostenere l’aggancio della valuta locale al biglietto verde.

Sebbene non sia stata ancora presentata una richiesta formale, funzionari arabi hanno descritto l’iniziativa come una misura precauzionale necessaria a fronte di una possibile crisi di liquidità. La vicenda ha proporzioni sistemiche significative per l’attuale modello finanziario poiché gli emirati avrebbero accompagnato la richiesta con una minaccia poco velata: se il paese dovesse trovarsi a corto di dollari, potrebbero essere costretto a utilizzare lo yuan cinese o altre valute straniere per le transazioni petrolifere.

Il primato globale del dollaro si fonda, in larga parte, sul suo utilizzo quasi esclusivo nel mercato energetico. In questo modo, la moneta USA è diventato uno strumento fondamentale dell’imperialismo yankee nell’ultimo mezzo secolo. Anche semplicemente la possibilità che un dei principali produttori OPEC (oltre 3 milioni di barili al giorno) possa aprire le porte alla divisa cinese nelle transazioni sul petrolio rappresenta un pericolo enorme per Washington.

L’aggressione all’Iran e il suo fallimento, fino a questo momento, si configurano almeno come una battuta d’arresto non indifferente, ma potrebbero diventare una vera e propria disfatta strategica se ciò accelererà il processo di dedollarizzazione. E per quanto gli Emirati siano storici alleati degli Stati Uniti, il coinvolgimento nel conflitto contro Teheran ha avuto costi altissimi.

La Repubblica Islamica ha risposto con migliaia di attacchi tramite droni e missili, colpendo infrastrutture chiave per gas e petrolio. Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz ha inoltre paralizzato le esportazioni via mare, recidendo la principale fonte di afflusso di dollari per il paese.

I funzionari di Abu Dhabi non nascondono il proprio malumore nei confronti dell’amministrazione Trump, che ha mostrato ai paesi del Golfo, nel più bellicoso dei modi, l’incapacità statunitense di difenderli, elemento di scambio nell’accordo per il mantenimento del sistema del petrodollaro.

In attesa di una risposta dalla Federal Reserve, gli Emirati si sono mossi su altri fronti. Ma rimane il problema che qualsiasi ipotesi di ripresa veloce non è plausibile, nemmeno si raggiungesse davvero una pace tra i contendenti. Anche il ministro saudita delle Finanze, Mohammed Al-Jadaan, ha raffreddato qualsiasi entusiasmo rispetto a una ripartenza immediata del mercato degli idrocarburi.

L’aggressione all’Iran si sta rivelando sempre più come uno spartiacque storico rispetto al processo di erosione dell’egemonia statunitense nel mondo.

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