Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/08/2026
L’Iran viene spinto verso la soglia nucleare
L’Iran si sta avvicinando alla sua linea rossa riguardo al TNP. Il ritiro dal trattato non è più discusso solo come rappresaglia retorica. Istituzioni iraniane, incluso il parlamento, lo hanno esaminato come risposta pratica agli attacchi contro impianti nucleari sotto salvaguardia, al fallimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nel condannare tali attacchi, e al sospetto che le informazioni raccolte attraverso le ispezioni siano finite nei processi di targeting statunitensi e israeliani.
A fine marzo 2026, un disegno di legge con tripla urgenza che propone il ritiro dell’Iran dal TNP è stato caricato nel sistema legislativo del parlamento iraniano, sebbene non fosse ancora stato dibattuto o approvato.
Il TNP consente il ritiro quando uno stato conclude che “eventi straordinari” hanno messo in pericolo i suoi interessi supremi. L’Iran può sostenere plausibilmente che il bombardamento dei suoi impianti nucleari da parte di stati dotati di armi nucleari costituisca proprio un tale evento.
Funzionari iraniani che sostengono il ritiro dal trattato hanno sottolineato che un passo del genere non significherebbe necessariamente la decisione di fabbricare una bomba. Alaeddin Boroujerdi, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento, ha sostenuto a marzo 2026 che l’Iran dovrebbe lasciare il TNP insistendo: “Non stiamo cercando una bomba nucleare”.
Una tale mossa, tuttavia, terminerebbe o ridurrebbe radicalmente il sistema di ispezione attraverso il quale l’AIEA monitora il materiale nucleare iraniano. Tale distinzione è giuridicamente significativa ma strategicamente labile. Una volta che l’Iran avrà lasciato il trattato, avrà limitato gli ispettori e aumentato l’arricchimento, gli altri governi presumibilmente riterranno che stia preparando un’arma.
Secondo le rivelazioni di Transition Protocol, l’Iran ha deciso di spostare le sue scorte di uranio verso un arricchimento al 90%. L’Iran aveva accumulato circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% prima che gli ispettori perdessero la capacità di stabilire l’ubicazione e le condizioni dell’intera scorta.
L’uranio arricchito al 60% è già ben oltre il livello normalmente richiesto per la produzione di energia civile, sebbene non sia di per sé un’arma nucleare. Arricchire questo materiale a circa il 90% lo porterebbe nella gamma convenzionalmente definita come “grado per armi”.
Conversazioni con persone in Iran hanno rivelato che le autorità iraniane hanno incaricato l’apparato nucleare di prepararsi a processare gran parte di questo materiale verso il 90% se gli Stati Uniti dovessero compiere un’altra escalation.
Arricchire l’uranio, convertirlo in forma adatta, costruire un dispositivo esplosivo e sviluppare un’arma consegnabile sono fasi correlate ma distinte. Tuttavia, se le informazioni sono accurate, la direzione è inequivocabile.
Un altro importante attacco statunitense potrebbe indurre l’Iran a lasciare il TNP, arricchire l’uranio fino a un grado per armi e arrivare alla deterrenza di soglia. Teheran potrebbe allora assemblare un dispositivo senza testarlo, oppure potrebbe effettuare una detonazione sotterranea o dimostrativa per rimuovere ogni dubbio di aver superato la soglia.
Una tale detonazione costituirebbe una fase completamente nuova nella storia dell’Asia occidentale. Ma sarebbe la conseguenza di una guerra esistenziale, non la prova che l’Iran avesse sempre segretamente inteso arrivare a questo punto.
Corea vs. Libia
La scelta che gli strateghi iraniani devono affrontare è sempre più descritta attraverso due precedenti: la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) e la Libia.
La Libia rinunciò al suo embrionale programma nucleare e missilistico nel 2003. Trasferì attrezzature e documenti agli Stati Uniti, accettò ispezioni invasive e cercò relazioni normali con l’Occidente. Washington e Londra presentarono la decisione di Muammar Gheddafi come prova che il disarmo avrebbe portato sicurezza e riabilitazione internazionale.
Otto anni dopo, la NATO utilizzò una risoluzione delle Nazioni Unite apparentemente intesa a proteggere i civili per condurre una guerra per il cambiamento di regime. Lo stato libico fu distrutto e Gheddafi fu catturato e ucciso.
La RPDC seguì la strada opposta. Si ritirò dal TNP nel 2003, testò un dispositivo nucleare nel 2006 e sviluppò gradualmente una capacità nucleare e missilistica. La Corea del Nord ha subito sanzioni, isolamento, esercitazioni militari e minacce ripetute.
Tuttavia, nessun governo statunitense ha tentato un’invasione su vasta scala o una guerra di cambiamento di regime contro di essa. Washington negozia con Pyongyang in condizioni fondamentalmente diverse da quelle imposte a Baghdad, Tripoli o Teheran, perché le conseguenze di un attacco alla RPDC non possono essere controllate con sicurezza.
La lezione appresa a Teheran, Pyongyang e altrove è tremendamente semplice: Gheddafi abbandonò il suo deterrente, aprì il suo paese e non ricevette alcuna garanzia duratura contro l’attacco occidentale. La sua sottomissione rimosse un ostacolo al cambiamento di regime anziché garantire la sovranità della Libia.
Questa non è un’approvazione della proliferazione nucleare. Le armi nucleari sono strumenti di distruzione di massa e la loro abolizione rimane una necessità umana. È una spiegazione del calcolo strategico determinato dalla condotta occidentale.
Le potenze nucleari non hanno rispettato l’accordo di disarmo del TNP, hanno protetto l’arsenale nucleare non dichiarato di Israele, hanno attaccato stati non nucleari e hanno preteso che determinati avversari rimanessero permanentemente vulnerabili. Hanno trasformato il possesso nucleare nella polizza assicurativa più credibile contro il rovesciamento forzato.
L’Iran finora ha resistito a questa logica. La sua posizione ufficiale rimane che le armi nucleari sono religiosamente proibite, militarmente non necessarie e incompatibili con la sua dottrina dichiarata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito dopo gli attacchi precedenti che l’Iran non aveva abbandonato questa politica e continuava a considerare la produzione, l’accumulo e l’uso di armi di distruzione di massa come disumani e anti-islamici.
Ha anche spiegato che l’Iran ha portato l’arricchimento al 60% per dimostrare che minacce e pressioni non avrebbero costretto alla capitolazione.
Tuttavia, le dottrine non sono immuni ai cambiamenti nelle circostanze materiali. Se uno stato viene ripetutamente attaccato mentre osserva un divieto, e se i suoi attaccanti discutono apertamente di distruggere il suo governo (anche con armi nucleari), i suoi leader inevitabilmente riconsidereranno se la moderazione morale sia diventata un’esposizione strategica.
Il dibattito interno all’Iran si è già spostato dal chiedersi se le armi nucleari siano desiderabili al chiedersi se la deterrenza nucleare possa diventare indispensabile per la sopravvivenza nazionale.
Se l’Iran dovesse superare la soglia, quasi certamente presenterebbe la decisione come la costruzione di uno scudo, non come preparazione a una guerra offensiva. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non cercare conquiste territoriali, coercizione nucleare o attacchi contro popoli vicini. Il suo scopo immediato sarebbe convincere Washington e Tel Aviv che nessuna campagna per distruggere lo stato iraniano potrebbe procedere senza conseguenze inaccettabili per gli attaccanti.
Un deterrente, tuttavia, non può essere reso completamente sicuro dichiarandolo difensivo. Gli altri governi non possono conoscere le intenzioni future con certezza. Un’arma iraniana potrebbe stimolare un hedging nucleare da parte di Arabia Saudita, Turchia, Egitto o altri.
Israele potrebbe tentare un attacco preventivo prima che l’Iran completi la costruzione di un'arma atomica. Il periodo di transizione – tra l’arricchimento al 90% e l’istituzione di un deterrente credibile – sarebbe particolarmente pericoloso. Un errore di calcolo potrebbe produrre la catastrofe che tutte le parti affermano di opporsi.
Ecco perché la responsabilità decisiva ora ricade sugli stati che possono scegliere o meno se fare escalation. Se gli Stati Uniti attaccano di nuovo, intensificano un assedio economico progettato per spezzare lo stato iraniano, o rendono i negoziati indistinguibili da un ultimatum, rafforzeranno coloro che a Teheran sostengono che la via libica finisce con la morte e solo la via coreana garantisce la sopravvivenza.
L’Iran sembra prepararsi a resistere piuttosto che a capitolare. Sta rafforzando la sua struttura di comando, preservando la capacità missilistica e dei droni, e organizzandosi per una guerra economica prolungata.
La scommessa di Teheran è di poter assorbire un’enorme pressione finché la coalizione statunitense non dovrà affrontare crescenti costi militari, commerciali e politici (in particolare dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre). La questione nucleare ora si inserisce in quella più ampia strategia di sopravvivenza.
La scelta è quindi netta. Washington può accettare un accordo verificabile che riconosca il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare civile, garantisca la non aggressione e ripristini ispezioni credibili. Oppure può continuare una guerra che distrugge la restante base di sostegno alla moderazione all’interno dell’Iran.
Se sceglie l’escalation, non dovrebbe fingere di essere sorpresa quando l’Iran conclude che i trattati non forniscono scudi, le ispezioni non portano sicurezza, e solo il possesso dell’arma definitiva impedisce un’altra Libia.
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30/07/2026
Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?
Era solo questione di tempo
Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.
Il blitz di Kiev
“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.
L’intesa Mosca-Teheran
L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.
Ucraina superpotenza europea
Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.
“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.
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23/07/2026
Il poliziotto del Pilastro è “recidivo”
L’agente di polizia coinvolto nella morte di Fakir al Pilastro, sarebbe stato protagonista di un altro episodio che ha provocato lesioni ad una persona fermata lo scorso 10 luglio. Coincidenza vuole che anche in questo caso il “placcato a terra” fosse un cittadino straniero. Insomma, l’ipotesi di una profilazione razziale nelle scelte e nelle modalità di intervento potrebbe riaffacciarsi con una certa insistenza.
Il Fatto Quotidiano e Bologna Today hanno infatti raccolto la testimonianza-denuncia di Enrico Abhumere, 29 anni, di origini nigeriane e conosciuto nel mondo rapper con il nome d’arte “Bubu Doc”. Abhumere ha una protesi alla gamba amputata a causa di un cancro. La sua testimonianza – diventata anche una contro-denuncia penale verso i poliziotti che lo hanno accusato di resistenza – diventa emblematica di un contesto e “del” contesto in cui collocare l’intervento mortale al Pilastro contro Fakir.
Veniamo alla testimonianza di Enrico Abhumere.
“Stavamo andando a prendere un cornetto, era poco prima dell’una. Vengo fermato da due poliziotti”. E poi aggiunge: “Uno di loro due è quello coinvolto nel fermo di Fakir al Pilastro. L’ho visto, mi era molto vicino e nel video del Pilastro l’ho riconosciuto. Sono sicuro”, dice il Abhumere.
Sia Il Fatto Quotidiano che BolognaToday hanno ricostruito che si tratta effettivamente dello stesso agente su cui, insieme al collega e a quattro volontari della Croce Rossa, la Procura di Bologna sta svolgendo accertamenti con l’ipotesi del reato di omicidio colposo nel caso di Fakir.
Ad Abhumere viene contestato il fatto che il monopattino non ha la targa e che lui non sta indossando il casco. Insieme a lui sul monopattino c’è anche la fidanzata.
Dopo qualche minuto e il riconoscimento di rito, uno dei due agenti gli dice che può andarsene. Ma quando lui fa per andarsene viene fermato dal poliziotto che poi avrebbe riconosciuto nel video della morte del 42enne al rione Pilastro.
“Durante il riconoscimento è emerso anche che io avevo un richiamo orale, cosa di cui non sapevo nulla. E lui in tutta risposta mi ha detto ‘Lo vedi allora che sei ignorante, sei stupido’. Io mi sono subito accorto che non era un semplice controllo, era come se volessero qualcos’altro”.
“A quel punto io ho cominciato a fare dei video con il cellulare, ma era solo per tutelarmi – dice ancora –. Uno dei due agenti mi dice che potevo andare via, ma mentre inizio ad andarmene l’altro poliziotto mi dice ‘Non far finta di zoppicare, non c’è bisogno’. E mi mette una gamba sul monopattino per fermarmi – continua Enrico Abhumere –. Io gli ho spiegato che non fingevo di camminare male e che ho una protesi. Lui è stato molto arrogante nei modi, molto. Mi ha detto: ‘Se io voglio tu dormi qua’. Io mi sono arrabbiato perché lui non poteva sapere dei miei problemi, visto che ho una gamba amputata a causa di un tumore che ho avuto in passato”.
Da lì la situazione è degenerata: “Mi è venuto incontro cercando di mettermi le mani addosso. Io ho cercato di scansarlo, ma senza colpirlo e senza fargli del male, solo per togliergli le mani. A quel punto mi si avventano contro nove poliziotti, anche se dal video che ho messo sui social sembra che siano tre o quattro. Mi hanno atterrato con forza: mi sono fatto male alla spalla, al polso, e mi hanno rotto la protesi della gamba. Ho sentito un dolore fortissimo. Ora sto portando anche il gesso al braccio”.
Enrico Abhumere viene quindi portato in Questura, e qui rivela il giovane “arriva un bravo poliziotto, che mi dice di denunciare l’agente che mi ha fermato perché anche secondo lui quello era stato un abuso di potere e io non avevo fatto nulla. E così ho fatto: ho denunciato quello che mi è successo dopo che ho ricevuto la loro denuncia per minacce e resistenza a pubblico ufficiale”.
Emblematico è il format adottato dall’avvocato difensore dell’agente di polizia anche in questo caso. Il soggetto fermato “dava in escandescenze” (come al Pilastro, come Magherini, Aldrovandi e altri casi, ndr). E poi sulla pratica di sdraiare brutalmente a terra i fermati l’avvocato afferma che: “Dal momento in cui un poliziotto ti mette a terra, per quanto io possa essere il più esperto poliziotto al mondo, è chiaro che tu puoi battere un ginocchio, o puoi sbucciarti un gomito. È normale che ciò accada, soprattutto d’estate quando gli indumenti sono corti”. Ma in questo caso c’è anche una protesi rotta ad un soggetto con una gamba amputata.
Quali lezioni trarre da questa vicenda emblematica ma niente affatto eccezionale, anzi divenuta quasi normale soprattutto durante i fermi di cittadini “non bianchi”?
La prima è che riprendere quanto accade è decisivo e necessario. Può fare la differenza. La seconda, è che in caso di abusi e alle accuse di resistenza e oltraggio, non bisogna subire in silenzio ma fare subito una controdenuncia. La terza, è che lo scudo penale introdotto dal governo rende impuniti e impunibili episodi come quelli visti al Pilastro o contenuti nella denuncia di cui si parla in questo articolo. La quarta è che le istituzioni devono prendere sul serio, indagare, prevenire, reprimere, l’allarme sulla profilazione razziale nella gestione dell’ordine pubblico. Garantire sul serio la sicurezza significa anche questo.
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14/07/2026
Israele spara a Marwan Barghouti in carcere
Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.
La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa.
Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato.
La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti.
In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.
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12/06/2026
Cuba, la democrazia che non vogliono vedere
Negli ultimi giorni sono giunte alle redazioni che si occupano in modo militante di difendere Cuba – oltre a noi, FarodiRoma e Medifighter – diverse lettere e commenti critici dopo le iniziative di solidarietà con Cuba e dopo il dibattito svoltosi a Roma presso il Cinema Aquila.
Nulla di nuovo. Da decenni, ogni volta che si parla della Rivoluzione cubana, riaffiorano le stesse accuse: “non c’è democrazia”, “non c’è libertà”, “ci sono prigionieri politici”, “si tratta di una dittatura”.
Sono affermazioni che vengono ripetute con tale frequenza da apparire verità acquisite. Eppure raramente chi le pronuncia dimostra di conoscere davvero la realtà cubana, la sua storia, il suo sistema politico e soprattutto le condizioni eccezionali nelle quali il popolo cubano è costretto a vivere da oltre sessantasette anni.
La prima domanda che dovremmo porci è molto semplice: che cosa intendiamo per democrazia?
È davvero democratico un sistema nel quale quote sempre più ridotte della popolazione partecipano al voto? È davvero democratico un modello nel quale le decisioni fondamentali sono spesso determinate dal potere economico, finanziario e mediatico? È davvero democratico un sistema che lascia ai margini milioni di cittadini, privati di rappresentanza effettiva e sempre più lontani dalle istituzioni?
A Cuba esiste un modello diverso, che può essere condiviso oppure criticato, ma che non può essere liquidato con slogan superficiali. Si tratta di una concezione della democrazia fondata sulla partecipazione territoriale, sulle assemblee di quartiere, sul coinvolgimento delle organizzazioni sociali e popolari e su un processo di selezione dei candidati che non dipende dalle campagne milionarie né dalle lobby economiche.
Si può discutere di questo modello, ma non si può fingere che non esista.
Il bloqueo: espressione di una politica criminale che innesca un genocidio per colonizzare la perla dei Caraibi
Esiste poi una seconda questione che molti preferiscono ignorare: Cuba vive da oltre mezzo secolo sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Non un semplice embargo bilaterale, come spesso viene definito, ma un sistema di sanzioni extraterritoriali che colpisce chiunque intrattenga rapporti con l’isola.
Immaginiamo per un momento qualsiasi altro Paese sottoposto per decenni a una simile pressione economica, aggravata oggi da nuove misure restrittive. Immaginiamo quali sarebbero le conseguenze sociali, produttive e finanziarie. Eppure Cuba continua a garantire istruzione pubblica, sanità universale, ricerca scientifica e programmi sociali che molti Paesi più ricchi non riescono a offrire.
Durante la pandemia di Covid-19, il mondo ha visto medici cubani operare in decine di nazioni, comprese regioni italiane in difficoltà. Da decenni migliaia di professionisti cubani lavorano nei contesti più poveri dell’America Latina, dell’Africa e di altre aree del pianeta. Non è propaganda. È una realtà documentata.
Le faknews sui prigionieri politici
C’è poi il tema dei cosiddetti “prigionieri politici”, spesso evocato senza alcuna distinzione tra casi diversi e senza alcuna contestualizzazione. Come avviene in ogni Paese, anche a Cuba esistono persone detenute per reati comuni e procedure giudiziarie che possono essere oggetto di discussione e valutazione critica. Ma trasformare automaticamente ogni detenuto in un perseguitato politico è una semplificazione che non aiuta a comprendere la realtà.
Il punto fondamentale è un altro. Perché Cuba viene sottoposta a un livello di scrutinio e di condanna che raramente vediamo applicato ad altri Paesi alleati dell’Occidente, dove pure si registrano violazioni dei diritti umani, repressioni sociali e profonde disuguaglianze economiche?
La risposta è evidente. Cuba continua a rappresentare un’esperienza di indipendenza nazionale, di sovranità politica e di resistenza a un ordine internazionale dominato dalle grandi potenze economiche. È questo che molti non le perdonano.
Naturalmente Cuba non è un paradiso. Nessuna società lo è. Esistono problemi, difficoltà, contraddizioni e limiti che gli stessi cubani discutono quotidianamente. Ma una critica seria dovrebbe partire dalla conoscenza dei fatti e non dalla ripetizione meccanica di stereotipi costruiti in decenni di guerra mediatica.
Un rapporto fecondo tra direzione politica e popolo organizzato
Cuba ha resistito e continua a resistere da oltre sessantacinque anni a un blocco economico, commerciale e finanziario che non può essere ridotto a semplice misura diplomatica, ma che ha assunto nel tempo caratteristiche sistemiche di pressione permanente. In questo lungo processo storico, le leadership rivoluzionarie di Fidel Castro, Raúl Castro e oggi Miguel Díaz-Canel hanno rappresentato non soltanto una continuità politica, ma anche un modello di coinvolgimento popolare fondato su un principio essenziale: il mutuo insegnamento tra direzione politica e popolo organizzato.
In questa prospettiva, la Rivoluzione cubana non è mai stata un processo calato dall’alto, ma un’esperienza storica in cui la costruzione del consenso e della partecipazione ha assunto forme originali, radicate nella storia nazionale e nella lotta per la sovranità. È anche in questo senso che la figura di Fidel Castro può essere interpretata come quella del Martí del XX secolo, così come Hugo Chávez ha rappresentato una rielaborazione contemporanea dell’eredità bolivariana. Entrambi hanno contribuito in modo decisivo a definire le coordinate teoriche e politiche di ciò che oggi viene definito socialismo del XXI secolo.
Non è un caso che il cuore politico e teorico dell’ALBA-TCP si fondi proprio sull’integrazione bolivariana e martiana, intesa non come semplice alleanza regionale, ma come progetto storico di emancipazione dei popoli latinoamericani dal dominio economico e geopolitico esterno. In questo quadro, la dimensione simbolica e ideologica si intreccia costantemente con quella materiale, dando vita a un processo che non può essere compreso con le categorie convenzionali della politica occidentale.
Le relazioni internazionali avviate da Fidel e Che che continuano oggi
Una delle grandi capacità storiche di Fidel Castro è stata quella di costruire relazioni internazionali fondate non sulla potenza economica o militare, ma sulla forza concreta delle idee e della solidarietà attiva. È su questa base che Cuba ha sviluppato una rete di cooperazione internazionale unica nel suo genere, in particolare nei settori della sanità, dell’istruzione e della formazione, che ancora oggi rappresentano uno dei tratti distintivi della sua diplomazia.
Non a caso, la diplomazia cubana è oggi riconosciuta tra le più efficaci nel dialogo con soggetti e realtà politiche anche molto lontane dal campo socialista. Ciò dimostra come l’esperienza cubana non sia mai stata chiusa in sé stessa, ma abbia costantemente cercato interlocuzioni globali, mantenendo al centro la propria autonomia politica e la propria identità storica.
L’epoca aperta dalla Rivoluzione cubana ha dunque una risonanza universale che va ben oltre i confini dell’isola. Gli ideali di José Martí e di Fidel Castro continuano a rappresentare una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le dinamiche della transizione contemporanea, soprattutto nei Paesi del Sud globale, impegnati ancora oggi in processi di sviluppo segnati dagli effetti persistenti di un ordine economico internazionale profondamente diseguale.
È in questo contesto che si comprende anche il senso profondo della dignità, dell’appartenenza e dell’orgoglio nazionale del popolo cubano. Non si tratta di elementi astratti, ma di componenti storiche e materiali costruite nel tempo attraverso una lunga esperienza di resistenza e di costruzione sociale, profondamente intrecciata con l’evoluzione della Rivoluzione.
Questa specificità storica non può essere separata dal contesto in cui si è sviluppata. Essa è infatti strettamente legata a una realtà rivoluzionaria concreta e non può essere trasposta meccanicamente in contesti differenti, in particolare nei Paesi a capitalismo avanzato o in quelli pienamente inseriti nei circuiti dell’economia globale. Il suo significato cambia radicalmente a seconda delle condizioni materiali e dei rapporti di classe nei quali viene interpretata.
Basta con i doppi standard
Ed è proprio per questo che ogni analisi seria su Cuba deve partire dalla consapevolezza della sua storia concreta, evitando semplificazioni ideologiche e letture decontestualizzate che finiscono per oscurare la complessità di un’esperienza politica unica nel panorama contemporaneo.
Per questo rispondiamo alle lettere ricevute non con l’insulto ma con l’invito allo studio, all’approfondimento e al confronto. Chi vuole discutere di Cuba è il benvenuto. Ma discutiamo della Cuba reale, non di quella immaginata da una propaganda che troppo spesso sostituisce l’analisi con il pregiudizio.
La solidarietà con Cuba non significa rinunciare allo spirito critico. Significa rifiutare i doppi standard e riconoscere il diritto di un popolo a decidere autonomamente il proprio destino, senza assedi economici, senza ricatti e senza interferenze esterne.
È questo, in fondo, il vero tema della discussione.
Fonte
09/06/2026
Cuba sotto assedio nel silenzio del Mondo
Ci sono guerre che si combattono con i bombardieri, con i carri armati e con i missili. E poi ci sono guerre più subdole, meno appariscenti, spesso invisibili ai grandi mezzi di comunicazione, ma non per questo meno devastanti. La guerra economica che gli Stati Uniti conducono contro Cuba da oltre sessant’anni appartiene a questa seconda categoria.
Una guerra permanente, pianificata, scientificamente costruita per soffocare un popolo e piegarne la volontà politica attraverso privazioni, difficoltà e isolamento.
Oggi questa aggressione assume una forma ancora più sofisticata e pericolosa. La sospensione delle operazioni delle principali carte di credito internazionali, Visa e Mastercard, sull’isola non rappresenta un semplice problema tecnico o bancario. Siamo di fronte a un colpo durissimo, potenzialmente mortale, per una parte significativa dell’economia cubana.
Molti osservatori occidentali tendono a sottovalutare la portata di questa misura perché ragionano come se si trattasse di una questione amministrativa. In realtà, nel mondo contemporaneo, privare un Paese dell’accesso ai principali circuiti finanziari equivale a bombardarne le infrastrutture economiche. Se nel Novecento si distruggevano ponti, ferrovie e centrali elettriche, nel XXI secolo si colpiscono i sistemi di pagamento, le reti bancarie, i canali finanziari e gli strumenti attraverso cui circolano merci, servizi e capitali.
Visa e Mastercard non sono semplicemente due aziende. Sono l’ossatura del sistema dei pagamenti globali. Attraverso questi circuiti passano milioni di transazioni quotidiane che consentono il funzionamento del turismo, del commercio, dei servizi, delle prenotazioni alberghiere, dei trasferimenti di denaro e delle attività imprenditoriali.
Impedire o limitare l’utilizzo di questi strumenti significa rendere estremamente complicata la vita economica di un Paese già sottoposto a un assedio permanente.
Pensiamo al turismo internazionale. Un visitatore europeo, canadese, latinoamericano o asiatico è abituato a viaggiare utilizzando le proprie carte di credito per prenotare alberghi, acquistare servizi, effettuare pagamenti e gestire le spese quotidiane. Se improvvisamente questi strumenti cessano di funzionare, Cuba diventa una destinazione più difficile, più incerta e più costosa. Il danno per le strutture ricettive, per i lavoratori del settore turistico e per l’intero indotto economico è immediato.
Ma il problema non riguarda soltanto il turismo.
Le piccole attività commerciali, i ristoranti, i lavoratori autonomi, gli artigiani, le cooperative e le nuove forme di impresa nate negli ultimi anni sull’isola dipendono sempre più dai sistemi elettronici di pagamento e dai rapporti economici con l’estero. Colpire Visa e Mastercard significa colpire il tessuto produttivo che con enormi sacrifici cerca di generare reddito e occupazione.
Ancora più grave è l’impatto sulle famiglie. Milioni di cubani vivono grazie anche all’aiuto economico dei parenti emigrati. Ogni ostacolo ai trasferimenti finanziari significa rendere più difficile l’acquisto di beni essenziali, medicinali, alimenti e prodotti di prima necessità. Dietro le statistiche e le decisioni politiche ci sono persone reali, famiglie reali, anziani, bambini e lavoratori che pagano il prezzo di una strategia che pretende di colpire uno Stato ma finisce inevitabilmente per colpire la popolazione.
È questa la natura più crudele dell’embargo. Le sanzioni vengono presentate come strumenti politici, ma i loro effetti concreti ricadono soprattutto sui cittadini comuni.
L’obiettivo di Washington è evidente. Non si cerca il dialogo. Non si cerca la cooperazione. Non si cerca neppure una reale trasformazione democratica. Si cerca il logoramento. Si cerca di aggravare le difficoltà economiche fino a produrre malcontento sociale e instabilità interna.
L’amministrazione statunitense continua a utilizzare l’enorme potere del dollaro e del sistema finanziario internazionale come un’arma geopolitica. È una forma di imperialismo che non ha bisogno di occupazioni militari permanenti perché esercita il proprio dominio attraverso banche, sanzioni, circuiti di pagamento e controllo dei flussi finanziari globali.
Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, non è soltanto la brutalità dell’offensiva statunitense. È il silenzio del resto del mondo.
Da decenni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna quasi all’unanimità il blocco contro Cuba. Da decenni la comunità internazionale riconosce formalmente che esso costituisce una misura ingiusta, anacronistica e contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale.
Eppure nulla cambia. L’Europa si limita a dichiarazioni di circostanza. Molti governi latinoamericani denunciano l’embargo ma non costruiscono strumenti alternativi capaci di aggirarlo realmente. Le grandi istituzioni finanziarie internazionali preferiscono evitare qualsiasi confronto con Washington. Le banche di mezzo mondo rinunciano a operare con Cuba per paura di sanzioni secondarie e ritorsioni economiche.
Si è così creata una situazione paradossale. Quasi tutti dichiarano di essere contrari al blocco, ma quasi nessuno è disposto a sfidarlo concretamente.
La verità è che il potere imperiale statunitense continua a esercitarsi non solo attraverso la propria forza, ma anche attraverso la passività degli altri. Il silenzio, l’inerzia e la rassegnazione della comunità internazionale finiscono per trasformarsi in una forma di complicità.
Se un’altra grande potenza imponesse a un paese l’impossibilità di utilizzare i principali circuiti finanziari internazionali, il mondo parlerebbe di aggressione economica. Nel caso di Cuba, invece, si preferisce parlare di sanzioni, come se la terminologia potesse attenuare la sofferenza reale che esse producono.
Il popolo cubano continua a resistere con una dignità straordinaria. Resiste nonostante la scarsità di risorse, le difficoltà energetiche, gli ostacoli commerciali e il soffocamento finanziario. Ma sarebbe un grave errore trasformare questa resistenza in una narrazione romantica. Resistere non significa non soffrire. Resistere significa sopravvivere a una pressione costante che nessun altro Paese dell’emisfero occidentale sarebbe costretto a sopportare.
Per questo il blocco delle carte Visa e Mastercard assume un valore simbolico enorme. Esso mostra come l’assedio contro Cuba stia entrando in una fase ancora più sofisticata, nella quale non si colpiscono soltanto le merci o i commerci, ma l’intera architettura finanziaria che rende possibile la vita economica contemporanea.
La questione, dunque, non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il modello di ordine internazionale che stiamo accettando. Un ordine nel quale una potenza può decidere unilateralmente chi ha diritto di commerciare, chi può accedere ai sistemi di pagamento e chi deve essere escluso dal mercato globale.
Difendere Cuba oggi significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere strangolato economicamente per imporre una determinata scelta politica. Significa difendere la sovranità dei popoli, il diritto allo sviluppo e la dignità umana contro ogni forma di dominio imperiale.
E significa soprattutto rompere un silenzio che dura da troppo tempo. Perché l’assedio contro Cuba continua certamente per la volontà di Washington, ma continua anche grazie all’indifferenza di chi potrebbe opporvisi e sceglie invece di voltarsi dall’altra parte.
Il giorno in cui il mondo smetterà di considerare normale questo assedio, quel giorno l’embargo avrà già iniziato a perdere la sua forza. Fino ad allora, ogni nuova sanzione, ogni nuovo divieto, ogni nuova restrizione finanziaria continuerà a rappresentare non soltanto un attacco contro Cuba, ma una sconfitta per il diritto internazionale e per la coscienza civile dell’umanità.
05/06/2026
Nuove sanzioni contro Cuba, al centro la propaganda imperialista su Gaesa
Ovviamente, la giustificazione viene trovata nella solita propaganda imperialista che non ha un briciolo di verità. Il bersaglio delle misure che diventano effettive oggi è il conglomerato pubblico Gaesa, nato nelle e gestito dalle Forze Armate Rivoluzionarie. A Gaesa non potranno arrivare pagamenti in dollari, e l’impresa pubblica non potrà interfacciarsi con persone fisiche e giuridiche statunitensi.
Le sue attività finiscono sotto lo scrutinio dell’OFAC (Office for Foreign Asset Control). Intanto, proprio ieri, l’amministrazione Trump ha inserito nella lista delle persone considerate ostili agli interessi USA il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e la moglie, il figlio e il nipote di Raúl Castro, e sono stati sanzionati il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP), e altre società.
Sulla propaganda relativa a Gaesa abbiamo già pubblicato un’intervista a Luciano Vasapollo, che chiarisce la mistificazione imperialista usata da Washington (e sostenuta dal New York Times) per bersagliare il conglomerato pubblico, e le attività che ha diretto in uno dei pochi settori che ai cubani ha garantito un po’ di respiro rispetto alle violente pressioni stelle-e-strisce: quello del turismo.
L’escalation di sanzioni iniziata a gennaio, e proseguita con altri provvedimenti il primo maggio, oggi giunge al culmine colpendo uno dei pilastri della pianificazione socialista dell’Avana, e dunque tutto il modello rivoluzionario e tutta l’economia del paese. Infatti, il monito lanciato dal Dipartimento di Stato lo scorso 7 maggio alle istituzioni finanziarie e ai soggetti non statunitensi che operano sull’isola coglie ora i suoi frutti.
Chi fa affari con Gaesa rischia di subire le sanzioni secondarie americane e l’interdizione dalle attività negli Stati Uniti. Yahoo Finance ha eseguito una fotografia di chi ha annunciato di lasciare Cuba: le compagnie europee di spedizione container Cma-Cgm e Hapag-Lloyd; la società mineraria Sherritt e il gruppo alberghiero Blue Diamond Resorts, entrambi canadesi; la catena spagnola di hotel Iberostar.
Un altro colosso spagnolo del mondo ricettizio, Meliá Hotels International, ha annunciato il 3 giugno la cessazione delle attività turistiche, che riguardavano ben 15 strutture. I dati parlano del fatto che, solo nei primi due giorni di giugno, quasi trenta strutture alberghiere hanno interrotto le proprie operazioni a Cuba.
Inoltre, la Banca Centrale di Cuba ha annunciato che a partire dal 6 giugno verranno sospesi i pagamenti effettuati tramite Mastercard e Visa. È l’effetto della decisione della banca estera che gestisce tale tipo di transizioni sull’isola, banca che ha però deciso di troncare i rapporti con l’istituto finanziario cubano Fincimex.
La Banca Centrale, ad ogni modo, ha sottolineato che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera, oltre i contanti, come le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (russa) e UnionPay (cinese). Ma al di là di questo, il disegno statunitense è chiaro: vista l’importanza di Gaesa nelle varie attività economiche cubane, tante imprese e istituzioni stanno ora recidendo ogni rapporto con l’isola, rendendo ancora più difficile la vita della sua popolazione.
L’amministrazione USA vuole il collasso del sistema e del popolo cubano, per impartire una lezione esemplare a chi, per oltre 65 anni, non ha mai piegato la testa ai soprusi dell’imperialismo yankee. Ma continua a doversi confrontare con l’ostinazione di chi difende una sovranità conquistata attraverso una lista infinita di difficoltà, e che continua a ricevere una larga solidarietà internazionale. Il 7 giugno verrà ribadita anche in Italia, con un’importante assemblea nazionale.
Qui un articolo del 2 giugno in merito alla vicenda apparso sul Granma, organo di informazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.
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03/06/2026
Cuba, la scelta della pace contro la follia della guerra
Mentre nel mondo si moltiplicano i conflitti e il linguaggio della forza sembra sostituire sempre più spesso quello della diplomazia, da Cuba arriva un messaggio che merita di essere ascoltato. È un messaggio di pace, di ragionevolezza e di difesa della vita contro i tamburi di guerra che alcuni settori dell’establishment statunitense continuano irresponsabilmente a far risuonare nel continente americano.
Negli ultimi giorni sono emersi tre fatti di straordinaria importanza politica che, letti insieme, raccontano una realtà molto diversa da quella propagandata dai sostenitori dell’aggressione contro l’isola socialista.
Il primo riguarda un memorandum indirizzato al presidente Donald Trump da un gruppo di ex funzionari dell’intelligence, della diplomazia e delle forze armate degli Stati Uniti. Non si tratta di militanti rivoluzionari o di simpatizzanti del governo cubano. Si tratta di persone che hanno servito gli apparati strategici di Washington e che conoscono perfettamente i meccanismi della politica estera statunitense.
La loro conclusione è netta: una aggressione contro Cuba sarebbe destinata a un fallimento catastrofico. Tra i firmatari figurano ex analisti della CIA, ex ufficiali dell’intelligence e della diplomazia statunitense che invitano a sostituire la logica della minaccia con quella del dialogo.
Questa valutazione non nasce da motivazioni ideologiche, ma da una constatazione realistica. Cuba non è un paese disposto a piegarsi. La storia della Rivoluzione dimostra che il popolo cubano ha saputo resistere per oltre sessant’anni a blocchi economici, sabotaggi, campagne di destabilizzazione e tentativi di isolamento internazionale.
Pensare oggi di imporre con la forza un cambiamento politico significa ignorare la storia e sottovalutare la capacità di resistenza di un popolo che ha fatto della propria sovranità un valore irrinunciabile.
Il secondo elemento è rappresentato dall’appello internazionale lanciato da Cuba ai movimenti sociali, alle organizzazioni pacifiste e alla società civile mondiale. Di fronte all’escalation di minacce, l’isola non risponde con parole di odio, ma con un invito alla difesa della vita e della pace.
Si tratta di una posizione che richiama la migliore tradizione internazionalista della Rivoluzione cubana, sempre schierata contro le guerre imperialiste e a favore della cooperazione tra i popoli. L’appello denuncia il pericolo di una nuova stagione di aggressioni e richiama la comunità internazionale alle proprie responsabilità.
Il terzo fatto, forse il più significativo dal punto di vista politico, riguarda l’opinione pubblica statunitense. Una recente indagine demoscopica mostra infatti che la maggioranza degli elettori americani respinge l’ipotesi di un intervento militare contro Cuba. Perfino negli Stati Uniti cresce la consapevolezza che la strada della guerra non porterebbe alcuna soluzione. La maggioranza dei cittadini preferisce il dialogo, la cooperazione e la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi.
Questi tre elementi smontano la narrativa costruita dagli ambienti più aggressivi della politica statunitense. Non esiste alcun consenso internazionale per un’aggressione contro Cuba. Non esiste neppure un consenso interno negli Stati Uniti. E persino autorevoli ex rappresentanti degli apparati di sicurezza di Washington mettono in guardia contro i rischi di una simile avventura.
Dietro le minacce contro Cuba si nasconde una crisi più profonda. L’ordine internazionale unipolare costruito dopo la fine della Guerra Fredda sta mostrando tutte le sue contraddizioni. Emergono nuovi protagonisti globali, si rafforzano i processi di integrazione regionale e cresce la richiesta di un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco tra le nazioni. In questo scenario Cuba continua a rappresentare un simbolo di indipendenza politica e di resistenza all’egemonia imperiale.
È proprio per questo che l’isola continua a essere bersaglio di pressioni e aggressioni. Non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. Cuba dimostra che è possibile difendere la sovranità nazionale, garantire diritti sociali fondamentali e costruire relazioni internazionali fondate sulla solidarietà. Una testimonianza che continua a disturbare chi vorrebbe un mondo interamente subordinato alle logiche del mercato e della potenza militare.
Oggi più che mai diventa necessario rilanciare una mobilitazione internazionale per la pace. La comunità internazionale deve respingere ogni ipotesi di aggressione militare contro Cuba e chiedere la fine del blocco economico che continua a colpire duramente la popolazione civile. La pace non si costruisce con le portaerei, le sanzioni o le minacce. La pace si costruisce attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto della sovranità dei popoli.
Le voci che oggi si levano dagli stessi Stati Uniti, insieme all’appello proveniente da Cuba e al rifiuto popolare della guerra, dimostrano che un’altra strada è possibile. È la strada della convivenza pacifica, del diritto internazionale e della solidarietà tra i popoli.
Contro i tamburi di guerra, Cuba continua a scegliere la vita. E questa scelta riguarda tutti noi.
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30/05/2026
Cuba non è sola: le piazze italiane contro il bloqueo
Le diciotto piazze che giovedì hanno attraversato l’Italia da nord a sud, con migliaia di persone a Roma e decine di migliaia complessivamente mobilitate nel Paese, non rappresentano soltanto una manifestazione di solidarietà internazionale.
Sono state qualcosa di più profondo: un atto politico e morale contro la barbarie della guerra, contro il ricatto economico imposto ai popoli sovrani e contro l’idea che il mondo debba essere governato dalla legge del più forte.
Da Roma a Napoli, da Milano a Palermo, da Bologna a Bari, lavoratori, studenti, donne, migranti, associazioni pacifiste, sindacati di base e realtà della solidarietà internazionalista hanno riaffermato con forza che Cuba non è sola.
Hanno gridato che il popolo cubano ha diritto alla propria autodeterminazione e che il bloqueo imposto dagli Stati Uniti da oltre sessant’anni costituisce una violenza criminale, una forma di guerra economica permanente che colpisce la vita quotidiana di milioni di persone.
Il dato politico più importante emerso da questa straordinaria mobilitazione nazionale è che cresce anche in Italia una coscienza collettiva capace di collegare le lotte dei popoli.
La causa cubana, quella palestinese, la denuncia della NATO e delle politiche imperialiste, la richiesta di pace e giustizia sociale non sono battaglie separate. Sono parti di un unico fronte umano e politico contro un modello di dominio fondato sulla guerra, sul saccheggio delle risorse, sulla finanziarizzazione dell’economia e sulla distruzione dei diritti sociali.
Cuba continua a rappresentare, nonostante enormi difficoltà materiali, una straordinaria esperienza di resistenza. In decenni di aggressioni, attentati, sabotaggi e isolamento economico, l’isola non ha esportato guerre, né eserciti, né devastazione.
Ha esportato medici, solidarietà, alfabetizzazione, cooperazione internazionale. Ha mandato brigate sanitarie nei territori colpiti dalle epidemie, dai terremoti e dalle catastrofi naturali. Ha costruito un modello sociale fondato sulla gratuità e universalità della sanità e dell’istruzione, in netto contrasto con il neoliberismo che trasforma tutto in merce.
Lo abbiamo visto anche in Italia, nella Calabria abbandonata da decenni di privatizzazioni e tagli alla sanità pubblica, dove i medici cubani hanno rappresentato un aiuto concreto per intere comunità lasciate senza servizi essenziali. Eppure proprio chi ha smantellato il welfare e precarizzato il lavoro pretende di impartire lezioni di democrazia a un popolo che, pur sotto assedio, continua a difendere la propria dignità nazionale.
Il bloqueo non è un embargo qualsiasi. È un dispositivo di strangolamento economico che impedisce l’acquisto di medicinali, tecnologie, pezzi di ricambio, strumenti sanitari e risorse finanziarie. È un meccanismo che tenta di piegare un popolo attraverso la fame e la sofferenza. Ed è ancora più grave perché viene accompagnato da continue campagne mediatiche e da minacce di destabilizzazione politica e militare.
Per questo le piazze italiane di ieri assumono un significato internazionale. In un tempo segnato dalla militarizzazione dell’economia e dalla normalizzazione della guerra, schierarsi dalla parte di Cuba significa schierarsi dalla parte della pace. Significa dire no all’imperialismo, no alle sanzioni unilaterali, no alla logica dei blocchi geopolitici. Significa difendere il diritto dei popoli a scegliere autonomamente il proprio modello sociale, politico ed economico.
C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato. La solidarietà con Cuba nasce oggi soprattutto tra quelle fasce sociali che stanno pagando il prezzo più alto della crisi capitalistica: giovani senza prospettive, lavoratori impoveriti, migranti, pensionati, donne colpite dalla precarietà e dai tagli allo stato sociale.
Chi vive sulla propria pelle le conseguenze delle politiche neoliberiste comprende meglio il significato della resistenza cubana. Comprende che la battaglia contro il bloqueo riguarda anche il futuro dei diritti sociali in Europa.
Le mobilitazioni del 28 maggio indicano dunque la necessità di rilanciare un nuovo internazionalismo dei popoli. Un internazionalismo concreto, capace di trasformare la solidarietà in iniziativa politica, cooperazione, raccolta di farmaci, sostegno materiale e battaglia culturale contro la propaganda dominante.
Per questo sarà importante l’assemblea nazionale “Cuba per la pace”, convocata per il 7 giugno al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Non come semplice momento celebrativo, ma come tappa di un percorso più ampio di organizzazione e mobilitazione permanente.
Difendere Cuba oggi significa difendere l’idea stessa che un altro mondo sia possibile. Significa opporsi alla barbarie della guerra globale e riaffermare la centralità della pace, della giustizia sociale e della solidarietà tra i popoli.
Perché Cuba continua a resistere non solo per sé stessa, ma per tutti coloro che nel mondo non vogliono arrendersi all’arroganza dell’impero.
Cuba no está sola! Hasta la victoria siempre!
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26/05/2026
Attaccato in Libia il Convoy per Gaza
In un avviso diffuso in serata, il Sumud Convoy diretto a Gaza bloccato in Libia segnala che veicoli non identificati hanno speronato le tende, le persone vengono picchiate e trascinate con la forza in auto e autobus.
Uomini e donne vengono violentemente aggrediti e costretti ad abbandonare il sito dove si erano accampati gli attivisti nei pressi della Moschea di Sirte.
“Sebbene non sia chiaro chi sia il responsabile degli attacchi, ci giungono segnalazioni di forze di sicurezza legate alle autorità della Libia occidentale”, in pratica si tratterebbe di forze del governo libico “riconosciuto” dalla comunità internazionale ed anche dal governo italiano.
Domenica pomeriggio dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy avevano attraversato il checkpoint di Sirte – che divide la Libia tra quella controllata dal governo di Tripoli e quella controllata dal gen. Haftar – per negoziare con le autorità della Libia orientale (Haftar, ndr) la ripartenza del convoglio fermo da otto giorni nella zona neutrale. La diretta streaming si era interrotta e a quel momento la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla Maria Elena Delia ha affermato che “i contatti sono persi”.
Tra i dieci attivisti fermati ci sono due italiani, Domenico Centrone, trentatré anni di Molfetta, e Leonarda Alberizia, di Albugnano. Il convoglio è composto da duecentocinquanta persone, sette ambulanze, dieci camion, e punta ad arrivare al valico di Rafah a Gaza attraversando la Cirenaica e l’Egitto per portare aiuti umanitari ai palestinesi.
Poi ieri pomeriggio la situazione è precipitata. “Siamo stati attaccati dalle forze libiche dell’ovest nel nostro accampamento verso le 18:30. Eravamo in presidio ad attendere il rilascio delle compagne e dei compagni (i dieci attivisti fermati ieri dalle milizie della Libia dell’Est dopo aver oltrepassato il confine e ancora non rilasciati ndr), quando abbiamo visto arrivare le camionette nere con a bordo i militari. Erano tutti a volto coperto. Prima due, poi quattro, poi altri ancora. Ci siamo radunati tutti nella moschea ma i militari hanno iniziato a intimarci violentemente di sgomberare l’area, di salire sui pullman e di andare via”. Sara Suriano, attivista pugliese, ha così descritto quanto accaduto ieri pomeriggio a Sirte, nella Libia dell’Ovest.
Come noto, raggiungere Gaza dal valico di Rafah sul confine con l’Egitto significa attraversare almeno due zone critiche: la prima è quella del Sinai, spesso interdetta a causa dei combattimenti tra l’esercito egiziano e gruppi jihadisti, la seconda – se si proviene dal Maghreb occidentale – è indubbiamente la Libia spaccata in due e preda di milizie che in parte agiscono per conto proprio e in parte rispondono ai due governi contrapposti.
L’assedio israeliano dei palestinesi a Gaza da terra e da mare è diventato un genocidio ma è anche il rivelatore di tutte le contraddizioni e i contrasti aperti in Medio Oriente.
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22/05/2026
Cuba per la pace. Contro le aggressioni militari USA
Chiediamo a tutte le forze progressiste, democratiche, pacifiste e solidali di unirsi in un ampio fronte contro ogni tipo di aggressione a Cuba. Chiediamo la fine del blocco, che è a tutti gli effetti una punizione collettiva e unilaterale contro un Paese pacifico che ha esportato solo solidarietà e non rappresenta una minaccia per nessun altro Paese.
Convochiamo per giovedì 28 maggio una manifestazione a Roma, che si concluda sotto l’Ambasciata Usa, e si invitano tutte le città a costruire momenti unitari sotto le sedi diplomatiche e militari statunitensi nella stessa data.
Invitiamo tutti e tutte a un’assemblea unitaria nazionale della solidarietà con Cuba a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, per domenica 7 giugno alle ore 10:00.
Nel contesto attuale, invitiamo tutti alla massima allerta e pronta operatività per difendere Cuba nel nostro Paese e mobilitarsi subito in caso di attacco.
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21/05/2026
Cuba condanna le accuse contro il leader della Rivoluzione Raul Castro
Il governo degli Stati Uniti manca di legittimità e giurisdizione per intraprendere questa azione. Si tratta di un atto spregevole di provocazione politica, che si basa sulla manipolazione disonesta dell’incidente che portò all’abbattimento sullo spazio aereo cubano, nel febbraio 1996, di due velivoli operati dall’organizzazione terroristica Brothers to the Rescue, con base a Miami, la cui ripetuta violazione dello spazio aereo cubano per scopi ostili era chiaramente di dominio pubblico.
Il governo degli Stati Uniti, inoltre, distorce altre verità storiche sull’evento che usa come pretesto. Omette, tra gli altri dettagli, i molteplici reclami formali presentati da Cuba in quel periodo presso il Dipartimento di Stato, la Federal Aviation Administration degli Stati Uniti (FAA) e l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO), riguardanti le oltre 25 gravi e deliberate violazioni dello spazio aereo cubano commesse dalla suddetta organizzazione tra il 1994 e il 1996, in aperta violazione del diritto internazionale e dello stesso diritto statunitense.
Ignora inoltre gli avvertimenti pubblici e ufficiali emessi dalle autorità cubane sull’inammissibilità di tali violazioni del suo spazio aereo e i messaggi di avvertimento inviati direttamente al Presidente degli Stati Uniti sulla gravità e le possibili conseguenze di tali trasgressioni.
La risposta di Cuba alla violazione del suo spazio aereo costituì un atto di autodifesa, protetto dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale del 1944 e dai principi di sovranità e proporzionalità aerea.
Gli Stati Uniti, che sono stati vittime dell’uso dell’aviazione civile a scopi terroristici, non permettono e non permetterebbero la violazione ostile e provocatoria di aeromobili stranieri sul loro territorio e agirebbero, come hanno dimostrato, con l’uso della forza.
L’inazione del governo degli Stati Uniti di fronte agli allarmi inviati all’epoca da Cuba, ha reso evidente la sua complicità nella pianificazione e nell’esecuzione dal suo territorio di azioni violente, illegali e terroristiche contro il governo e il popolo cubano, una pratica ripetuta e sistematica dal trionfo della Rivoluzione fino ad oggi.
È molto cinico che questa accusa venga mossa dallo stesso governo che ha ucciso quasi 200 persone e distrutto 57 imbarcazioni nelle acque internazionali dei Caraibi e del Pacifico, lontano dal territorio degli Stati Uniti, con l’uso sproporzionato della forza militare, per presunti legami con operazioni di traffico di droga mai provati, che essa qualifica come reati di esecuzioni extragiudiziali. in conformità con il diritto internazionale e gli omicidi, secondo le stesse leggi statunitensi.
Questa falsa accusa contro il Leader della Rivoluzione Cubana si aggiunge ai disperati tentativi degli elementi anti-cubani di costruire una narrazione fraudolenta nel tentativo di giustificare la punizione collettiva e spietata contro il nobile popolo cubano, attraverso il rafforzamento di misure coercitive unilaterali, tra cui il blocco energetico ingiusto e genocida e le minacce di aggressione armata.
Cuba riafferma il suo impegno per la pace e la sua ferma determinazione a esercitare il diritto inalienabile all’autodifesa, come riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite.
Il popolo cubano riafferma la sua incrollabile determinazione a difendere la Patria e la sua Rivoluzione Socialista e, con la massima forza e fermezza, il suo sostegno illimitato e incrollabile al generale d’esercito Raúl Castro Ruz, leader della Rivoluzione cubana.
Patria o Morte, la supereremo.
L’Avana, 20 maggio 2026.
Fonte
Cuba resiste perché il suo popolo non si arrende
Il testo si colloca nel quadro delle recenti prese di posizione della Rete in Difesa dell’Umanità contro le minacce di dell’amministrazione Trump e contro il rafforzamento del bloqueo economico e finanziario.
C’è una verità che l’imperialismo nordamericano non riesce ad accettare: Cuba continua a esistere, a produrre, a educare, a curare, a creare cultura e coscienza collettiva nonostante oltre sessant’anni di bloqueo, aggressioni, sabotaggi economici e campagne mediatiche.
Il documento pubblicato dalla Red en Defensa de la Humanidad, “Cuba sigue en pie, trabaja, crea y lucha contra la amenaza del imperialismo”, rappresenta molto più di un comunicato politico. È la testimonianza concreta di una dignità storica che continua a sfidare il dominio unipolare e la logica della subordinazione coloniale.
In una fase storica segnata dalla crisi strutturale del capitalismo globale, Cuba continua a rappresentare una contraddizione vivente. Una piccola isola caraibica, priva delle immense risorse finanziarie delle grandi potenze, riesce ancora a garantire sanità pubblica, istruzione gratuita, ricerca scientifica, cooperazione medica internazionale e un sistema sociale fondato sulla centralità dell’essere umano e non del profitto.
È esattamente questo il punto che il documento della REDH mette in evidenza: l’attacco contro Cuba non nasce dalla “mancanza di democrazia”, formula ipocrita utilizzata dall’Occidente, ma dalla necessità dell’imperialismo di distruggere ogni esempio alternativo al neoliberismo.
Non è casuale che proprio nel 2026 si assista a una nuova escalation aggressiva da parte degli Stati Uniti. Le dichiarazioni provenienti dall’area trumpiana, le nuove sanzioni e le minacce militari denunciate dalla REDH mostrano come Washington consideri ancora Cuba un problema strategico e simbolico.
Il vero “pericolo” cubano non è militare. È politico e morale.
Cuba dimostra che anche sotto assedio si può costruire un modello sociale differente. Lo dimostra la lunga tradizione internazionalista delle brigate mediche, riconosciuta in decine di paesi del Sud globale; lo dimostra la capacità di resistenza durante le crisi energetiche e sanitarie; lo dimostra il livello di sviluppo scientifico raggiunto nonostante l’embargo.
Naturalmente nessuna analisi seria può ignorare le difficoltà reali che oggi attraversano la società cubana. La crisi energetica, l’emigrazione crescente, le difficoltà produttive e monetarie sono elementi concreti che incidono duramente sulla vita quotidiana del popolo cubano. Anche osservatori internazionali lontani dalle posizioni della Rivoluzione riconoscono il carattere drammatico della congiuntura economica attuale.
Ma proprio qui emerge l’ipocrisia occidentale: si pretende di giudicare Cuba senza considerare il peso devastante di un bloqueo che da decenni impedisce accesso al credito internazionale, approvvigionamenti energetici, tecnologie e normali relazioni commerciali.
Questo non significa negare la necessità di riforme, autocritica e innovazione nel modello economico cubano. Significa però rifiutare la narrazione tossica secondo cui tutte le difficoltà deriverebbero esclusivamente da errori interni. Persino nei dibattiti popolari presenti sui social latinoamericani emergono letture contrastanti ma convergenti su un punto: il bloqueo è un fattore strutturale della crisi. (Reddit)
La solidarietà internazionalista con Cuba oggi non può essere rituale o nostalgica. Deve diventare iniziativa politica concreta contro il bloqueo, contro la militarizzazione delle relazioni internazionali e contro la nuova offensiva neofascista globale denunciata dalla stessa REDH.
Difendere Cuba significa difendere il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino senza ricatti economici, invasioni finanziarie e terrorismo mediatico.
Per questo Cuba continua a essere in piedi.
Lavora.
Crea.
Lotta.
E proprio per questo continua a fare paura all’impero.
*****
Di seguito il testo della dichiarazione di REDH
Cuba resiste. Lavora, crea e lotta contro la minaccia dell’imperialismo
L’imperialismo pianifica con freddezza ogni mossa. Ogni mossa fa parte della sua ossessione storica di impadronirsi di Cuba.
All’embargo storico — il più lungo della storia — ha aggiunto il blocco sui combustibili, ricorrendo al ricatto e alle minacce contro chiunque tenti di vendere petrolio a Cuba. A ciò ha aggiunto una serie di sanzioni tra il 29 gennaio e il 7 maggio.
In quel contesto di privazioni calcolate che arrivano all’asfissia, in mezzo agli sforzi titanici del Governo Rivoluzionario di Cuba per installare fonti di energia solare, è arrivata una nave in aprile, inviata dalla Russia, che ha contribuito ad alleviare la grave situazione energetica.
Non è un caso che, con l’esaurirsi del carburante e l’avvicinarsi dell’estate, l’amministrazione Trump abbia giocato due carte: richiedere il permesso per la visita del direttore della CIA e offrire 100 milioni di dollari come aiuto umanitario.
In mezzo a enormi pressioni si impone come mantra la frase del segretario di Stato Marco Rubio: «Cuba è uno Stato fallito». A ciò si aggiunge la convinzione di Trump: «Verranno da noi».
Marco Rubio ha tirato fuori dal suo baule di bugie l’allarme: «Le basi di Cina e Russia installate a Cuba sono una minaccia per l’emisfero occidentale».
È tutto assolutamente falso, e lo sanno tutti: dai membri del Congresso che hanno visitato Cuba fino ai grandi media.
Non si tratta di una diagnosi, ma della perversa strategia di un impero in declino che crede di aver trovato la sua frutta matura. Ora è iniziata la nuova narrativa: «I droni cubani sarebbero stati attivati». Stanno cercando di preparare il colpo di grazia.
La loro sconfitta in Iran, l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, la firma di oltre sei milioni di cubani disposti a difendere la loro sovranità, il fatto di non essere riusciti a provocare un’esplosione interna e di aver constatato che il popolo continua a lavorare e a resistere li ha fatti disperare.
La minoranza fascista anticubana radicata in Florida ha finalmente trovato un governo su cui cavalcare, fare pressione e cercare di piegare ricattando con i propri voti. Vogliono una vittoria rapida. Vogliono reintrodurre il casinò, la droga e la prostituzione. Vogliono il porto, le scuole, le proprietà nazionalizzate.
È la fretta dell’impero quando sente che il tempo gli sta sfuggendo.
Un feroce blocco di oltre sei decenni non è servito loro a comprendere il costo della loro politica punitiva e fallimentare. Non capiscono con quale popolo hanno a che fare.
: Questo è lo stesso popolo e lo stesso Esercito Ribelle che, dopo anni di lotta internazionalista in Africa, si sedettero al tavolo delle trattative dove l’imperialismo cercò di strappare loro la certezza se avrebbero attraversato o meno il confine della Namibia. E il capo cubano rispose: «Non possiamo dire né che lo faremo né che non lo faremo».
Non sapranno mai quale sia la nostra decisione silenziosa.
Non conosceranno mai i sacrifici che siamo disposti a compiere.
Quell’internazionalismo ereditato da Fidel e Raúl non ha ampliato i nostri confini geografici, né ha portato con sé oro e argento; ha solo riportato sul nostro suolo i morti che abbiamo consegnato. Ma ha ampliato per sempre i nostri confini politici, di solidarietà e di rispetto senza pari.
E questo è il dato che l’impero, nella sua disperazione, non riesce a comprendere: che un’invasione di Cuba non sarà solo contro Cuba. Sarà contro tutti i popoli del mondo che iniziano a firmare e ad arruolarsi, come fecero a Girón per difendere Cuba dall’aggressione.
La resistenza non avrà una sola trincea: si moltiplicherà in ogni angolo della Nostra America e oltre
Cuba conosce bene il copione perché lo ha subito per più di sessant’anni. Sa che dietro ogni accusa c’è un piano di dominio, dietro ogni “minaccia” inventata c’è una flotta pronta a salpare, e dietro ogni “nazione fallita” c’è l’avidità di chi sogna di spartirsene i resti.
Ma questo popolo non è nuovo alla resistenza.* Ha una lunga tradizione alle spalle e ricorda bene da dove ha avuto inizio la sua prima missione.
Quando nella Sierra Maestra i razzi statunitensi caddero sulla casa dell’umile contadino Mario Sariol, Fidel pronunciò le parole che oggi risuonano con identica attualità: «Vedendo i razzi che hanno lanciato sulla casa di Mario, mi sono giurato che gli americani pagheranno a caro prezzo ciò che stanno facendo. Quando questa guerra finirà, per me inizierà una guerra molto più lunga e grande: la guerra che combatterò contro di loro. Mi rendo conto che quello sarà il mio vero destino».
Quella certezza non era uno slogan di emergenza, era la bussola fondante della Rivoluzione. Ed è quella bussola che continua a guidarci. Vogliono il nostro crollo. Vogliono la nostra umiliazione. Si sbagliano di popolo. Si sbagliano di storia.
Solo quando tenteranno il colpo finale capiranno che Cuba è ancora in piedi, aggrappata alla sua prima missione, che è anche la sua ultima trincea: lottare contro l’imperialismo.
¡Hasta la victoria siempre!
Dichiarazione della sezione cubana della Rete in Difesa dell’Umanità
L’Avana, 18 maggio 2026
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18/05/2026
Israele ferma ancora con la forza la Global Sumud Flotilla
La GSF riferisce che militari israeliani sono saliti a bordo di diverse imbarcazioni, mentre il convoglio tentava di proseguire verso la Striscia di Gaza in condizioni umanitarie catastrofiche dopo oltre due anni di bombardamenti ed offensive israeliane.
La diretta streaming di GSF ha mostrato attivisti a bordo di diverse imbarcazioni che indossavano giubbotti di salvataggio e alzavano le mani prima dell’avvicinamento di una barca con a bordo delle truppe. Poi i soldati israeliani in tenuta da combattimento sono saliti a bordo di un’imbarcazione e la diretta streaming si è interrotta bruscamente. Secondo notizie ufficiose le forze israeliane avrebbero detenuto almeno 100 passeggeri della GSF e li starebbero portando al porto di Ashdod. Invece nelle scorse settimane, quando avevano intercettato e fermato con la forza in acque internazionali un altro convoglio della GSF, aveva sbarcato tutti gli attivisti a Creta. Ad eccezione di due, portati in Israele e incarcerati in Israele prima di essere espulsi.
La scorsa settimana, oltre 50 imbarcazioni sono partite dal porto turco di Marmaris, in quella che gli organizzatori hanno descritto come la tappa finale di un viaggio volto a sfidare il blocco navale israeliano di Gaza. Le intercettazioni sono avvenute mentre la sezione turca della flottiglia affermava che una delle sue navi, la Munki, era stata attaccata da imbarcazioni militari israeliane. “La nave Munki della flottiglia è stata attaccata dalle forze di occupazione israeliane. Al momento abbiamo perso i contatti con l’imbarcazione”, ha dichiarato Global Sumud Filosu Turkiye in un comunicato pubblicato su X questa mattina.
Circa un’ora prima delle intercettazioni segnalate, il ministero degli Esteri israeliano aveva avvertito la flottiglia di abbandonare la rotta. “Cambiate rotta e tornate indietro immediatamente”, ha scritto in un comunicato. Il ministero ha descritto la missione umanitaria come una “provocazione”.
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Si prepara l’invasione di Cuba?
Coincidenza? Per Luciano Vasapollo, economista, già professore titolare di politiche economiche per quarant’anni alla Sapienza di Roma, alla PAMI e all’Università de L’Avana, non esiste coincidenza: esiste un piano. Alfonso Bruno lo ha intervistato.
Prima di tutto, una questione di lessico. Lei insiste a usare la parola “blocco” invece di “embargo”. Non è una sottigliezza semantica?
Non è affatto una sottigliezza, è una questione di verità. L’embargo è unilaterale: un paese smette di commerciare con un altro. Il blocco è una sanzione totale: qualsiasi paese al mondo che abbia rapporti commerciali, monetari o finanziari con Cuba viene a sua volta sanzionato dagli Stati Uniti.
Questo significa che non stiamo parlando di una scelta bilaterale ma di una punizione globale. Usare la parola “embargo” è già accettare la narrativa di Washington. Noi diciamo blocco, e lo diciamo con la massima precisione.
Il New York Times scrive che le finanze di Gaesa sono segrete, non compaiono nel bilancio dello Stato, e che la funzionaria al controllo del governo fu licenziata dopo aver ammesso di non averne accesso. Come risponde?
Falso, mille volte falso. Gaesa è accusata di essere un’impresa legata ai poteri governativi di Cuba semplicemente perché è un’impresa pubblica.
A Cuba esiste una pianificazione socialista: le imprese statali per definizione devono perseguire il benessere dello Stato. Non c’è nulla di strano se queste imprese sono in mano pubblica.
Quello che fa il New York Times è riprodurre pari pari la narrativa di Marco Rubio, secondo cui Gaesa si approprierebbe di tutto il denaro prodotto a Cuba a beneficio della famiglia Castro senza trasformarlo in opere pubbliche. È la narrativa imperialista secondo cui bisogna togliere al governo cubano le risorse finanziarie generate dal turismo. L’obiettivo è uno solo: distruggere qualsiasi fonte di reddito presente a Cuba.
Negli interventi dei giornali statunitensi, sembra che l’attacco sia nei riguardi della famiglia Castro. Sono accuse fondate?
Storicamente sappiamo chi sono i fratelli Castro che incarnano tutta la passione, l’amore e lo spirito di sacrificio per il popolo cubano. D’altra parte è assolutamente provato che la strategia imperiale – da sempre – è quella del divide et impera, pertanto si vogliono creare artificiosamente contrapposizioni nel popolo cubano e nei diversi settori delle Forze Armate per tentare di mettere al potere dei fantocci degli USA che possano essere servili ai loro interessi.
Ciò non sarà possibile perché il popolo cubano è unito e le Forze Armate rappresentano lo spirito e l’interesse popolare da oltre sessant’anni.
Ma un economista cubano dell’American University dice che il governo si lamenta del blocco quando è conveniente, poi costruisce hotel come se il blocco non esistesse. Nel 2024 Cuba ha speso in turismo undici volte quanto in istruzione e sanità. È tutto colpa del blocco?
Bisogna capire come funziona il blocco nella realtà. La persecuzione sistematica colpisce qualsiasi fonte di reddito e di entrata del paese. Il turismo era l’unica valvola rimasta.
Gli investimenti in hotel erano un tentativo disperato di trovare valuta straniera in un sistema bancario internazionale che è completamente precluso a Cuba – non possiamo fare nemmeno le più semplici transazioni commerciali finanziarie e monetarie. E contemporaneamente gli Stati Uniti colpivano le rimesse dei migranti e abbattevano gli accordi quadro per la cooperazione medica, sottraendo risorse che Cuba avrebbe investito in salute pubblica, medicine, educazione, costruzione di case.
Il deterioramento del sistema sanitario non dipende da scelte interne: dipende esclusivamente dal blocco, dalle sanzioni e da questo taglio sistematico delle entrate.
Trump e Rubio vengono da lei definiti criminali che preparano un’invasione. Ma Ratcliffe è andato all’Avana a trattare, non a invadere. Se l’obiettivo fosse la guerra, perché dialogare?
Perché gli Stati Uniti sono abituati a questo schema: prima si crea la giustificazione mediatica, poi si invade. Lo abbiamo visto con l’Iran, lo abbiamo visto con il Venezuela, dove per invadere hanno costruito un caso inesistente sul traffico di cocaina.
A Cuba stanno seguendo lo stesso copione: accuse sul terrorismo internazionale, guerra cognitiva e ibrida, guerra comunicativa. La visita di Ratcliffe non è diplomazia: è un ultimatum. È il messaggio che il tempo stringe.
Lo stesso Rubio ha detto esplicitamente che qualsiasi paese avrebbe ceduto in una settimana con un blocco così intenso – energetico, comunicativo, del combustibile. E aggiunge: non abbiamo altra strada, intendendo che l’unica rimasta è l’invasione militare. Non me lo invento: lo dicono loro.
Il NYT riporta che nel 1996 aerei civili disarmati con a bordo volontari che cercavano migranti in mare furono abbattuti su acque internazionali. Quattro morti, tre cittadini americani. Dal punto di vista cattolico del rispetto della vita umana, come giudica quell’episodio?
Quello che il New York Times chiama giornalismo indipendente su quell’episodio è parte della guerra mediatica contro Cuba. Bisogna ricordare chi era José Basulto, il fondatore di Brothers to the Rescue: un ex agente della CIA, veterano della Baia dei Porci, che aveva già sparato con un cannone contro un hotel cubano.
Quell’organizzazione aveva compiuto atti che Cuba considerava premeditati e non di natura civile, violando la sovranità territoriale. Il governo cubano aveva presentato denunce formali agli Stati Uniti per mesi. La questione è molto più complessa di come viene presentata, ed è strumentale tirarla fuori adesso, trent’anni dopo, esattamente nel momento in cui si cerca un pretesto per aumentare la pressione militare su Cuba.
Lei dice che le proteste a Cuba sono contro il blocco americano, non contro il governo. Da cosa trae questa conclusione?
Ho rapporti diretti con i cubani. Le proteste di Santiago e dell’Avana sono delimitate, estremamente piccole, e con un linguaggio molto aperto di agitazione politica ed emotiva contro il blocco degli Stati Uniti.
I siti cosiddetti “indipendenti” – sostenuti e strapagati dal governo degli Stati Uniti, con sede principalmente a Miami – le trasformano in una “ribellione politica” contro il governo cubano, nascondendo volutamente la causa: il blocco del petrolio, che provoca blackout di venti, anche ventiquattro ore al giorno, deteriorando le condizioni di vita per far sì che i cubani diano la colpa al proprio governo.
È una strategia precisa: creare contraddizioni nel popolo cubano, provocare una rottura anche tra i militari. Questo è l’obiettivo imperialista di queste operazioni di propaganda violentissima.
Sessantasette anni di blocco, le riserve di petrolio esaurite, i blackout che durano un giorno intero. E un direttore della CIA che atterra all’Avana con un ultimatum mentre i pubblici ministeri di Miami lavorano a un’accusa contro Raúl Castro.
Per Vasapollo la partita su Cuba non è mai stata umanitaria: è geopolitica, è ideologica, è la dimostrazione che Washington non tollera che a novanta miglia dalle sue coste esista ancora un paese che ha scelto un’altra strada. Il popolo cubano resiste. Fino a quando, non lo sa nessuno.
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07/05/2026
L’estremismo dei sionisti romani tra leader discussi e chat radicali
Nessuno dice di conoscerlo ora, eppure la famiglia Bondì qualche aggancio doveva averlo, se è stato scelto per lui l’esperto avvocato Cesare Gai, penalista di riferimento della comunità capitolina che ha anche rappresentato in giudizio l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). Non è però il gesto di un folle isolato.
«Anche se non era membro di nessun gruppo è cresciuto in un ambiente dove la violenza verbale e anche fisica è stata sdoganata», spiega un docente che frequenta il Tempio Maggiore. Non è una novità, infatti, la presenza nella comunità ebraica romana di piccoli nuclei che interpretano la loro militanza come una difesa a oltranza di Israele. E che hanno come riferimento storico il movimento politico sionista estremista statunitense Lega di difesa ebraica.
«Dal 7 ottobre in poi questi gruppi che usano la violenza come strumento politico hanno riscosso consensi anche nella destra ebraica tradizionale – ragiona Daniel, studente universitario e membro dei gruppi ebraici antirazzisti – Questo non è un episodio che cade dal niente».
A Roma negli ultimi anni c’è stato un incremento delle aggressioni da parte di gruppi sionisti di destra. La maggior parte è avvenuta alla fine dei cortei e dei presidi contro il genocidio in Palestina, ai danni di manifestanti che tornavano a casa, accerchiati e picchiati con caschi, catene, spranghe, bottiglie.
Ma ci sono stati anche i raid nelle università (La Sapienza e Roma III) e nelle scuole occupate, come quello al liceo Manara, firmato dalla «Brigata Aldo Vitali». Oltre alle violenze del 25 aprile 2024, quando un gruppo di sionisti a volto coperto lanciò lattine piene di cibo contro i manifestanti che indossavano le bandiere della Palestina. O quelle dello scorso ottobre al Liceo Caravillani di Monteverde, quando studenti e professori in assemblea per Gaza nel cortile vennero assaliti da uomini della sinagoga confinante.
In entrambi i casi era presente Riccardo Pacifici, ex leader della comunità romana e oggi vicepresidente della European Jewish Association. «Mi vergogno – ha commentato ieri Pacifici – Perché l’ha fatto lo dovrà dire lui». «Dovremmo interrogarci anche all’interno delle nostre istituzioni su come sia stato possibile arrivare a un gesto così». Senza dimenticare di accusare anche l’Anpi che «si deve prendere le proprie responsabilità, come dei fatti di Milano».
L’attuale leader della comunità ebraica della Capitale Victor Fadlun, si è dissociato «da qualsiasi forma di violenza». E ha definito un «oltraggio» l’uso del nome Brigata ebraica, smentendo che Eitan Bondì fosse un loro iscritto. Anche l’Ucei ha espresso condanna «di ogni forma di violenza da qualunque parte provenga».
Tuttavia i toni esasperati usati degli esponenti delle organizzazioni ebraiche in questi ultimi anni non sono passati inosservati. Pacifici è finito spesso nelle cronache, oltre che per il suo ruolo, per i modi spicci, per usare un eufemismo, e la lingua tagliente.
«C’è stata una deriva aggressiva nella comunità che ha allontanato molto – dice S, che preferisce rimanere anonima per paura di ritorsioni – D’altra parte quando si mutuano i linguaggi del ministro Smotrich o dello stesso Netanyahu è difficile che poi qualcuno non provi a prendere la presunta difesa degli ebrei alla lettera, sono cicli che si autoalimentano in gruppi chiusi dove alcuni metodi sono stati legittimati».
Il professore del Liceo Caravillani hanno sporto denuncia dopo l’episodio. Eitan Bondi si riuniva con i suoi amici a poche decine di metri di distanza dalla scuola, dalle parti della sinagoga di via Pozzo Pantaleo. Non è ancora certo se frequentasse uno di quei gruppi e neanche «il vecchio servizio d’ordine della comunità – spiega M. che si occupa di estremismi religiosi – che talvolta usa i pugni ma non le pistole».
Possibile che si sia radicalizzato on line. Su Telegram e Signal ci sono diverse chat sioniste di destra in cui la violenza verbale è la norma. E ci si scambiano video di esplosioni, irruzioni dell’Idf e palestinesi in fin di vita. Una si chiama, fondata da un ex portavoce dell’esercito, Dario Sanchez. Ha 11mila iscritti.
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30/04/2026
La sirena d’allarme di Parco Schuster
Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.
Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.
La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.
L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.
Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.
Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.
Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.
È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.
Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.
È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.
Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.
Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.
Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.
Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.
Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.
Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).
Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.
La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?
La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?
Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.
Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.
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