Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/11/2026

Dopo il 30 ottobre: che fare?

Uno sciopero generale con manifestazioni in più di 50 città, con circa un milione di persone in piazza che hanno bloccato i porti e le principali arterie, convocato da un’organizzazione sindacale ben diversa da CgilCislUil, è un fatto politico di portata enorme.

Ciò che è accaduto il 30 ottobre dovrebbe essere al centro del dibattito per i contenuti rivendicativi della mobilitazione e per le dinamiche che l’hanno prodotto, ma anche per il “cambio” dei paradigmi culturali che si è sviluppato da almeno un’anno a questa parte, in particolare tra le giovani generazioni, e che ora sta affiorando con forza.

Significativamente questo dato lo ha colto un giornale come Il Fatto ma non lo ha colto – ed era prevedibile – Il manifesto.

Governo e opposizioni dovrebbero chiedersi, il primo come sia possibile continuare a governare come se nulla fosse con una sfiducia popolare acclarata nelle piazze che hanno gridato a gran voce il celebre coro “Giorgia Meloni devi andartene, vattene, vattene”; le seconde dovrebbero interrogarsi sulla propria incapacità complessiva, a cominciare dai propri organi di informazione e dai corpi intermedi ad essi legati, di essere i vettori dell’unico vero movimento d’opposizione all’attuale esecutivo, un movimento che fino all’ultimo hanno snobbato o apertamente boicottato.

La verifica la si farà a breve con la manifestazione nazionale del 12 dicembre per le dimissioni del governo Meloni.

L’USB e le organizzazioni – da Potere al Popolo a organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta – che hanno sostenuto il percorso verso lo sciopero generale del 30 ottobre con la propaganda di strada, con le iniziative politiche nei territori e in scuole e università, con i propri canali di comunicazione, con le assemblee territoriali ed i pre-concentramenti per le manifestazioni, hanno stabilito una connessione sentimentale con una parte non trascurabile delle classi subalterne. E questo è un fattore che il centro-sinistra è stato assolutamente incapace di praticare in questi anni, così come hanno fatto sia CgilCislUil che le residuali realtà di quello che fu il cosiddetto movimento antagonista.

Ma di questo non vi è traccia nella politica ufficiale e negli organi di informazione che hanno invece ripuntato i propri riflettori ancora una volta sul Palazzo. Un milione di persone che scende in piazza apertamente contro il governo non ha suscitato la stessa morbosa attenzione di qualche vetrina spaccata o di presunta emergenza artefatta sull’ordine pubblico.

Ma quello rappresentato dalla gran parte dei mass media è solo il “Paese Legale” dove il circo mediatico, tranne rari momenti, è talmente distaccato dalla realtà che distorce pervicacemente, o ben presto rimuove, passando in fretta ad altro.

Se costoro prestassero attenzione ai discorsi in un bar, in un autobus, in un mercato o su un treno di pendolari, darebbero associazione sovversiva, istigazione a delinquere o banda armata a mezzo Paese!

Ed invece c’è stato il Paese reale che ha rotto la pace sociale rispondendo in massa all’appello di un sindacato di classe come l’Unione Sindacale di Base, vedendo in questa esperienza sindacale uno strumento di organizzazione e lotta reale contro guerra e carovita.

Un passaggio che in parte avevamo visto anche l’anno scorso quando l’USB si era fatta conoscere ai molti non solo come sindacato combattivo e di classe, ma anche come principale vettore della lotta contro la complicità del nostro governo con il genocidio palestinese ed in appoggio all’azione internazionale ed internazionalista della Global Somud Flottilla.

All’appello dello scorso anno era mancata ancora una parte importante della classe lavoratrice, a eccezione di alcuni settori come il comparto dell’istruzione e del Pubblico Impiego e alcuni segmenti decisivi della logistica come i portuali. Questa volta invece la risposta c’è stata anche nei bastioni della rappresentanza sindacale della Cgil.

Una parte importante dei giovani che avevano affollato le piazze dello scorso autunno per la Palestina, hanno anche iniziato a conoscere due organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta che il 30 ottobre hanno chiamato una sessantina di riuscitissime piazze attivandosi affinché lo sciopero generale riuscisse anche nelle scuole e università che si sono svuotate.

Queste organizzazioni studentesche con le proprie parole d’ordine, erano state la cifra dello sciopero della scuola dello scorso 16 febbraio e delle occupazioni studentesche. Parole d’ordine chiare, semplici e condivise: soldi alla scuola e non alla guerra, netta opposizione ai provvedimenti razzisti del Ministro dell’Istruzione e alla re-introduzione alla leva militare. In pratica gli stessi punti della piattaforma alla base del primo sciopero studentesco coordinato a livello europeo convocato per il prossimo 20 novembre,

Organizzazione sindacale e organizzazioni studentesche, hanno dimostrato una capacità di mobilitazione che è andata oltre i propri perimetri organizzativi di radicamento, con la capacità di parlare alla pancia profonda di lavoratori e lavoratrici, così come di studenti e studentesse, ponendosi come punti di riferimento, potremmo dire come “avanguardia” in senso figurativo come descritto dal dizionario Treccani: “Essere in testa, procedere con maggior impegno e con più decisione degli altri, assumendosi anche funzioni di guida”.

Anche Potere al Popolo occorre riconoscere che è stato bene nella partita di questo sciopero generale.

Nonostante una legge elettorale liberticida che difficilmente – se non per un precoce annullamento da parte della Corte Costituzionale – gli permetterà di andare alle elezioni politiche il prossimo anno, è stata l’unica forza politica a rispondere con una iniziativa nazionale – il 3 ottobre scorso – alla torsione autoritaria accelerata dall’attuale esecutivo anche sul fronte della rappresentanza. Potere al Popolo ha appoggiato sin da subito ed in maniera convinta lo sciopero generale convocato dall’USB, indicando nella “sfiducia popolare” la strada da percorrere contro l’attuale esecutivo e contribuendo a costruire sui territori lo sciopero stesso.

Potremmo dire che un blocco politico indipendente ha affiancato un sindacato che ha ampliato con uno sciopero generale la seconda giornata di mobilitazione internazionale dei portuali contro il traffico di armi e la guerra. Indubbiamente è stata una sfida che ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo intuendo che oltre ad essercene la necessità c’erano anche le condizioni, anzi l’urgenza.

E questo ha fatto sì che quello in Italia fosse solo il primo sciopero generale – in ordine di tempo – insieme a quelli proclamati in Francia il 5 novembre ed in Spagna l’11 novembre specificatamente contro caro-vita e guerra. Una dimensione europea del conflitto che ormai si dà di fatto e non per giaculatorie senza costrutto, perché passa tramite l’organizzazione concreta dei passaggi, della costruzione e della gestione.

Il 30 ottobre è stato un giorno di sfiducia popolare in cui le classi popolari hanno votato con i piedi marciando contro il governo del caro-vita e della guerra in decine di città, grandi, medie e piccole.

Da questo bisogna trarne le dovute conseguenze.

In primis la “pace sociale” si è rotta con la forza del conflitto di classe organizzato da un sindacato combattivo ed il supporto di un blocco politico e sociale indipendente in grado di interpretare le esigenze delle persone. Lo ha fatto mobilitandosi contro il governo, in un clima mutato che l’opposizione parlamentare ed il sindacalismo ad essa subordinata non sanno e non vogliono cogliere fino in fondo, mentre le latrine neo-fasciste – da quelle in parlamento a quelle dell’ex generale della Folgore – stanno scommettendo sulla marea montante delle forze dell’estrema destra in Europa.

Si è rotta poi la “gabbia ideologica” della passività sociale figlia della rassegnazione, che è stata per anni il principale prodotto culturale della sconfitta del comunismo novecentesco – in Europa – e del movimento operaio occidentale.

Infine, ma non per importanza, si è rotto anche un corollario ideologico – frutto dello stesso processo di riflusso – che ha inquinato per troppi anni il dibattito politico anche nelle file della cosiddetta sinistra radicale, disarmando le classi popolari e demonizzando il concetto di organizzazione rivelatosi invece decisivo.

Ciò che stiamo sperimentando, e il 30 ottobre ne è stata la rappresentazione plastica, è il fatto che in una società fluida i corpi solidi sono l’unica chance di invertire i rapporti di forza ed un’ancora di salvezza per le classi subalterne.

Lo sciopero generale e le manifestazioni del 30 ottobre sono state una “scuola politica” anche per le giovani generazioni, le quali hanno verificato come il consenso popolare, l’organizzazione e la determinazione rendono praticabile l’obiettivo, e rendono anche molto più impegnativa la risposta muscolare degli apparati dello Stato, che probabilmente non vogliono più fare i “fusibili” e la carne da cannone per un governo a scadenza ravvicinata.

Il 30 ottobre costituisce una data per cui c’è “un prima” ed un “dopo”, soprattutto se sarà il punto d’appoggio e di partenza per una campagna generale proprio sui temi su cui una parte importante del blocco sociale ha scioperato ed è scesa in piazza, colmando l’inconsistenza delle forze di opposizione e contrastando i cani da guardia della reazione neofascista.

Per rafforzare questo movimento reale c’è bisogno di irrobustire le organizzazioni che l’hanno reso possibile ed allargare lo spettro della cooperazione su alcuni obiettivi politici comuni, praticabili grazie alla forza sociale che si sta sviluppando.

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19/09/2026

Una domanda scomoda sulla guerra irrompe nel confronto tra candidati rettori alla Sapienza

Mercoledì scorso come studenti e rappresentanti di Cambiare Rotta, abbiamo partecipato al dibattito tra i candidati alla carica di Rettore della Sapienza. In questi mesi avevamo già denunciato la blindatura del processo elettorale, gestito a colpi di articoli di giornale e incontri istituzionali, dove la partecipazione studentesca viene sostituita dalla burocrazia. Abbiamo scelto di fare tutto il necessario per far arrivare la voce e le rivendicazioni degli studenti, anche a costo di scontrarci con le “regole” della Sapienza.

Dopo l’ultimo mandato Polimeni, segnato da autoritarismo, chiusura, crescente militarizzazione e smantellamento del pubblico, crediamo sia necessaria una svolta profonda. Tra le tante questioni da porre, abbiamo scelto quella che più ha attraversato le lotte studentesche degli ultimi anni: “Siete d’accordo con il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane e con la rottura dei rapporti con enti e aziende legate all’industria bellica?”

Al momento dell’estrazione, però, la parte della domanda riguardante Israele è stata censurata: dopo tre anni di mobilitazioni, cortei, presidi e boicottaggi accademici nelle facoltà, parlare di Israele in Sapienza è ancora un tabù. Abbiamo quindi preso parola e posto integralmente la nostra domanda, pretendendo risposte nette su un tema rispetto al quale contestiamo da tempo le scelte dell’Ateneo.

Come hanno risposto i candidati? Come ci aspettavamo quasi tutti si sono tenuti molto vaghi aggrappandosi alla retorica della pace e dei diritti umani senza affrontare il nocciolo della questione a riprova del fatto che non ci saranno rettori amici. Crediamo tuttavia siano emersi tre elementi su cui vale la pena ragionare:

1) La governance verticistica di Polimeni ha stufato molti, non solo gli studenti. I candidati si dividono principalmente tra chi rivendica una continuità con la Rettrice e chi ne critica i metodi. Lucidi e Sarto hanno difeso le misure adottate sul tema della militarizzazione, come la riforma del CERT (un comitato consultivo che non ha nessun potere effettivo), il panel dual-use e il bando per ricercatori provenienti da zone di guerra, che ricordiamo assegnò 10 borse su 12 a scienziati israeliani.
D’Urso e Faccini ci sono sembrati i candidati che più si presentano in rottura con i metodi della precedente governance – sarà solo strategia elettorale? – anche se spesso si sono limitati a parlare di “ascolto” della comunità, più che di partecipazione politica e spazi di democrazia diretta.
È ormai chiaro che la lotta alla militarizzazione dell’università è legata a doppio filo alla questione della democrazia interna. Come ha affermato lo stesso Lucidi, unico a dichiararsi apertamente contrario al boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane, questa è una questione politica, non tecnica, come invece continuano a sostenere Carcaterra e Faccini.

2) Questa battaglia la stiamo (lentamente) vincendo. Occupazioni, tende, raccolte firme e mobilitazioni degli ultimi anni raramente hanno ottenuto nell’immediato ciò che chiedevano, anche a causa della repressione che ha cercato di mettere in difficoltà i movimenti. Ma la pazienza, la testardaggine e soprattutto l’organizzazione hanno permesso a un martellamento costante di spostare progressivamente il dibattito e costringere tutti a fare i conti con le nostre rivendicazioni.
I segnali ci sono. Il bando MAECI Italia-Israele è andato deserto. Sapienza non ha rinnovato l’accordo quadro con Leonardo. In tutta Italia si sono registrate dimissioni dal comitato tecnico-scientifico della Fondazione Med-Or. E anche nel dibattito tra i candidati questo cambiamento si è sentito: D’Urso e Faccini hanno dichiarato che non entrerebbero negli organi di aziende legate all’industria bellica; Sarto e Carcaterra hanno riconosciuto l’importanza delle mobilitazioni che hanno portato alla nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Ingegneria, nonostante le resistenze che avevano accompagnato quella battaglia.
Lo stesso è avvenuto a Lettere, che si è espressa a favore del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane. È ancora molto poco, ma sicuramente un riconoscimento del peso che le mobilitazioni hanno avuto.
I movimenti crescono e muoiono, le piazze si riempiono e si svuotano. L’organizzazione è ciò che permette alle lotte di durare oltre il momento della mobilitazione, accumulare forza e inceppare concretamente i meccanismi della guerra dentro le università.

3) La militarizzazione degli atenei è un tema strategico dei prossimi anni. Ancora una volta, la risposta di Lucidi è stata forse la più lucida: dopo un’ora di dibattito su come aumentare di qualche decimo percentuale i finanziamenti pubblici all’università, ha posto con chiarezza una questione politica centrale: il complesso militare-industriale italiano ha risorse e vuole investirle nelle università.
In un contesto segnato dalla fine dei finanziamenti straordinari del PNRR e dall’avvio di ReArm Europe, sulle università si apre quindi una battaglia enorme: chi finanzierà ricerca e formazione, per quali obiettivi e nell’interesse di chi?

Dobbiamo continuare a martellare su questo punto per andare oltre le risposte vaghe dei candidati e strappare impegni concreti per il boicottaggio e contro la militarizzazione. Per questo riteniamo fondamentale costruire il 29 settembre un dibattito pubblico in cui studenti, docenti e ricercatori possano confrontarsi con i candidati su questi temi, come abbiamo chiesto nell’appello unitario.

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08/07/2026

Inaccettabili le nuove linee guida del ministero dell’Università per gli studenti stranieri

Per giovedì è stata convocata una manifestazione di protesta sotto la sede del ministero dell’Università e della Ricerca per respingere le nuove linee guida per l’ingresso, il soggiorno e l’immatricolazione degli studenti internazionali, varate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che rappresentano un attacco frontale e ideologico contro gli studenti extra-UE.

Si tratta di un dispositivo di esclusione classista e razzista che mira a colpire duramente sia chi tenta di accedere ai nostri atenei, sia chi è già iscritto e sta portando avanti il proprio percorso di studi.

Questo provvedimento introduce barriere insormontabili e spudoratamente discriminatorie come l’imposizione dell’obbligo di un’abilitazione di livello B2 in lingua italiana.

Una misura che si configura come un vero e proprio ricatto, applicato con feroce specificità e accanimento proprio contro gli studenti palestinesi, ai quali si pretende di imporre standard burocratici surreali mentre si nega loro il diritto alla vita e allo studio.

Viene demandata alle rappresentanze diplomatico-consolari la valutazione del presunto “rischio migratorio”. Una scusa per criminalizzare a priori il desiderio di formazione, trasformando i visti di studio in una concessione arbitraria basata su logiche di polizia e non sul diritto universale alla conoscenza.

Gli effetti di questa politica reazionaria e complice sono già drammaticamente visibili. Decine di studenti e studentesse palestinesi sono oggi bloccati a Gaza con il pretesto di non possedere la certificazione di italiano.

L’entità sionista ha raso al suolo ogni singola università di Gaza, distrutto centinaia di scuole, assassinato rettori, docenti, ricercatori e migliaia di studenti.

Davanti alle macerie di un intero sistema educativo e al genocidio in corso, il governo italiano non solo si rende complice politico e militare del massacro, ma alza muri burocratici per impedire a chi sopravvive di ricostruire la propria vita e il proprio futuro.

Allo stesso tempo si assiste all’espulsione silenziosa di 80 studenti tunisini regolarmente iscritti nei nostri atenei, che si vedono revocare o negare il permesso di soggiorno nonostante abbiano già sostenuto esami e versato tasse, in una logica di pura persecuzione dei corpi e dei diritti dei migranti.

Per protestare contro queste misure razziste e discriminatorie del ministero dell’Università, per domani – giovedì 9 luglio alle ore 11:00 – Cambiare Rotta, Movimento Studenti Palestinesi e USB hanno convocato una manifestazione sotto alla sede del ministero in Largo Antonio Ruberti.

“Questo pacchetto di norme non è un incidente di percorso, ma si inserisce perfettamente nelle politiche di forte chiusura e militarizzazione delle frontiere che attraversano l’intera Unione Europea” scrivono in un comunicato che richiede un incontro immediato con il ministero e il ritiro immediato delle linee guida.

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12/06/2026

I mondiali del razzismo e del suprematismo, specchio dell’imperialismo

È cominciata ieri la Coppa del Mondo di calcio maschile, uno degli eventi internazionali più attesi e dietro cui si mascherano flussi economici tali da poter rappresentare perfettamente gli indirizzi generali presi dal capitale. E se i tempi sono quelli del suprematismo genocidiario e dell’imperialismo sempre più esplicitamente predatorio, la massima competizione mondiale di uno degli sport più “commercializzati” e allontanati dalle classi popolari non poteva che esprimere questo collasso sociale, economico, e culturale.

Riportiamo i contributi in merito delle organizzazioni giovanili comuniste Cambiare Rotta e Osa, e di Calcio e Rivoluzione, rilanciando una rivista da loro recentemente pubblicata proprio sui Mondiali 2026.

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L’arbitro somalo Artan, eletto tra gli altri migliore arbitro della CONCACAF 2025, interrogato 11 ore e clamorosamente respinto dagli USA. La nazionale senegalese per ore perquisita e umiliata sulla pista d’atterraggio. Il calciatore iracheno Hussein interrogato 7 ore e a cui hanno negato il visto. La nazionale iraniana defenestrata in Messico con l’obbligo di entrare e uscire dagli USA per solo il tempo delle partite.

Il Mondiale di calcio 2026 deve ancora cominciare (sono cominciati ieri, ndr) ma, quello che doveva essere il grande circo propagandistico di Trump in crisi di consensi, interni e internazionali, si è trasformato nella sua cartina al tornasole. Un Mondiale che è già una pagina storica della vergogna razzista e suprematista dell’imperialismo USA in crisi, che prova agonizzante a prolungare il proprio dominio sul Mondo in maniera sempre più violenta.

I fatti di questi giorni sono solo gli ultimi esempi che si uniscono al feroce assedio genocida a Cuba che resiste eroicamente, e ad anni di ferrea complicità con Israele terrorista nel genocidio in Palestina e nell’escalation in tutto il Medioriente, dal Libano allo Yemen all’Iran.

È ancora più grave il pieno silenzio e complicità della FIFA dell’affarista Infantino – che pochi mesi fa ha consegnato il premio FIFA per la pace proprio a Donald Trump – e di tutte le organizzazioni internazionali calcistiche e sportive, che non hanno esitato un secondo a escludere la Russia e gli atleti russi da tutte le competizioni, ma tacciono davanti ai crimini occidentali, al genocidio del popolo palestinese, che tra le altre atrocità ha anche ammazzato centinaia di sportivi e tesserati Fifa e nega da anni a un intero popolo il diritto allo sport, fino agli scandali per le centinaia di operai morti nelle frettolose costruzioni delle strutture e la corruzione per i miliardi intascati per i mondiali in Qatar.

Mentre CIO, FIFA, UEFA e tutti gli altri organismi sportivi, teoricamente superpartes e sovranazionali, negli ultimi anni hanno levato la maschera dimostrando a pieno la loro funzione di cane da guardia a difesa degli interessi e dell’egemonia dell’imperialismo occidentale, qualcosa si muove: negli ultimi anni sono ormai centinaia in tutto il Mondo, e anche in Italia, gli episodi di dissenso contro guerra, genocidio in Palestina e disuguaglianze portati avanti da sportivi, tifoserie organizzate e squadre di sport popolare che indicano la strada nella solidarietà, organizzazione e lotta.

Cambiare Rotta – OSA

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Tra qualche ora (ieri sera, ndr) cominceranno i Mondiali di calcio maschile. Un’edizione che si preannuncia tra le più controverse di sempre: dalle politiche migratorie e xenofobe di Trump agli attacchi contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQI+ sembra sempre più evidente quanto sia impossibile separare il calcio dalla politica.

Tanto più per chi, come noi, crede che il calcio sia un fenomeno sociale di massa, specchio della società e terreno di lotta per l’egemonia politica e culturale. Da qui nasce “Il Mondo è tondo come un pallone”, una rivista collettiva, uno spazio di analisi e confronto per raccontare i Mondiali nella loro dimensione politica, economica e culturale.

La rivista può essere scaricata gratuitamente qui. Illustrazione: Sara Liguori in arte Sarita Graphic.

Calcio e Rivoluzione

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08/05/2026

Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo


Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni.

Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e università in piazza sui temi caldi della formazione – dal No alla nuova riforma dei tecnici e professionali, all’opposizione alle riforme di Bernini e alle tragedie della “distruzione pubblica” nel nostro paese. Con un rifiuto generale di ogni leva militare e la richiesta di soldi alla formazione e non alla guerra.

A Roma sono in corso gli appuntamenti sotto i ministeri – Mim e Mur – che puntano a ricongiungersi per muoversi in corteo, così le principali città d’Italia sono bloccate. Nelle piazze campeggiano enormi timer che rappresentano la “sveglia” del tempo finito che stiamo suonando al Governo, in altre ortaggi vengono lanciati contro le foto di una classe politica alla frutta, in alcune sputano fucili-giocattolo con fiori in canna al posto di proiettili: la nostra risposta alla leva e a alla guerra in cui ci vogliono trascinare.

Proprio domani è prevista una giornata giovanile europea di lotta alla leva militare promossa dalla campagna “We do not enlist”, in cui lo sciopero di oggi si inserisce.

Ma non è tutto. La presenza del segretario di stato USA Marco Rubio in Italia ha innescato la rabbia di studenti e studentesse che ne chiedono l’espulsione in quanto “persona non gradita”. Questo criminale internazionale è complice del genocidio a Gaza e responsabile della guerra in Medio Oriente, nonché protagonista della campagna contro Cuba che rischia di essere attaccata dagli Stati Uniti. Nelle piazze sventolano centinaia di bandiere cubane, a sostegno e difesa della Rivoluzione, della sovranità e della pace a Cuba, l’isola più solidale al mondo – e si alza un grido di protesta contro Rubio.

Non manca la solidarietà per la Flotilla. “Vogliamo la liberazione immediata dei nostri compagni sequestrati da Israele e la Palestina libera” chiedono ovunque gli studenti in lotta. Governo Meloni il tempo è finito!

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26/03/2026

I giovani che hanno detto no al governo Meloni adesso fanno gola a tutti

Chi lo avrebbe detto? Anche solo venerdì 21 marzo era impossibile immaginare una bocciatura tanto sostanziosa da parte delle giovani generazioni nei confronti del Governo Meloni. Sfidiamo a trovare una predizione di un risultato generoso come poi è stato, e questo dice molto.

Per chi conosce la situazione dietro al voto e alle peripezie connesse all’esercizio di questo elementare diritto democratico per i giovani, il tasso percentuale del 63,3% per il No da parte degli studenti stupisce veramente.

Tra il divieto per i fuorisede di votare dove si studia e si lavora – un segmento sociale che alle scorse europee ha premiato le liste d’opposizione, e che sono stati tra i protagonisti del “Blocchiamo tutto” d’autunno – e altri ostacoli al voto protrattisi fino al 22 e 23 nei seggi contro i rappresentanti di lista, si era creata una situazione ostica che però è stata superata da uno sforzo di volontà dei giovani che si sono recati alle urne e hanno ripagato con la stessa moneta: bocciando il governo.

Molti hanno speso ore e parte delle proprie finanze (spesso misere) per andare a votare nelle proprie città di provenienza e questo è stato un dato decisamente in controtendenza.

Sullo sfondo rimane infatti la depoliticizzazione come dato strutturale – un fattore di cui Cambiare Rotta e OSA hanno spesso parlato – ma nell’ultimo anno c’è stata anche una riattivazione e questi momenti di risveglio, ormai, stanno diventando sempre più frequenti.

Sulle colonne de “Il Tempo”, un editoriale di Federico Punzi apparso il 25 marzo parla esplicitamente di “battaglia delle idee” che la destra deve combattere fra i giovani per risultare attrattiva e strappare questa fascia “alla sinistra” (e che questo porti a un’evoluzione delle giovanili di destra, quelle che schedano i prof per intenderci, è una possibilità, non data a priori ma che è nelle cose). Il centrosinistra, dal canto suo, non è da meno.

Chiariamoci, su questo. I fiumi di inchiostro che stanno venendo versati sui giovani dalle colonne di Repubblica, La Stampa, ma anche dai post di incensamento dei politici del centrosinistra vanno presi decisamente sul serio. Da una parte, sanno di una rivendicazione insopportabile in quanto infondata. Parliamo di una massa giovanile per lo più estranea alla politica istituzionale e ad un centrosinistra che sistematicamente se ne è dimostrato nemico.

Chi ha fatto le scuole superiori durante la pandemia ricorda bene le manganellate del governo Draghi, a partecipazione PD, su chi protestava contro l’Alternanza Scuola Lavoro. I disastri fatti dalle politiche antipopolari di Renzi sono ancora vivi nella memoria collettiva e si potrebbe continuare a lungo.

In questo senso, l’intuizione del Comitato per il No Sociale è stata azzeccata: la manifestazione nazionale del 14 marzo per il No Sociale a referendum e governo ha colto il punto rompendo ritrosie e paure del centrosinistra che colpevolmente non volevano politicizzare questo momento. ⁠L’enorme presenza giovanile al corteo ne è stata una dimostrazione che tutti hanno dovuto registrare.

C’era stato anche un interessamento in scuole e università all’aspetto tecnico del quesito referendario da cui ne sono scaturite iniziative partecipate, e su questa volontà di voler capire le vicende d’attualità che appartiene a una parte non marginale del corpo studentesco servirà un supplemento di ragionamento. Ma alla fine ha prevalso la dimensione politica di rifiuto del Governo, e chi lo nega si espone al rischio di sembrare in malafede oltre che a sminuire un risultato esplosivo.

A monte infatti c’è una “questione giovanile” grande come una casa, che può essere la base di ripartenza per un progetto di cambiamento nel Paese. Le fasce giovanili che hanno detto no al governo sono una categoria senza nulla da perdere, non garantita, che subisce le politiche del Governo Meloni e ha davanti una crisi di prospettive aggravata dalla guerra e dal ritorno – odioso – della leva militare, la cui opposizione è al centro della campagna giovanile europea “We do not enlist – War on War” nata il 21 marzo a Milano, promossa in Italia da Cambiare Rotta e OSA.

È bene ricordare che non solo di voto si tratta, ma anche di mobilitazione, di cui questa generazione ha fatto ripartire focolai negli ultimi anni.

Le prime sono state le mobilitazioni per l’ambiente nel 2018, pur ampiamente sponsorizzate dall’UE ma in cui si scorgeva un’inquietudine del futuro “sistemica” ampiamente fondata.

Nel 2021, centinaia di scuole in tutta Italia avevano occupato e dato vita al movimento della Lupa dopo i 3 ragazzi uccisi in Alternanza Scuola Lavoro.

Poi ci sono state le proteste universitarie contro il caro-affitti con le famose tendate, seguite da quelle per Palestina con le acampade e infine con il ruolo da co-protagonisti a fianco degli operai durante le giornate del Blocchiamo Tutto d’autunno.

Quella che in molti hanno chiamato la “Generazione Gaza” percepisce perfettamente di vivere in un momento storico drammatico e di avere una classe politica indecente, incapace di affrontare questa situazione e che prova a fregarli con una restrizione degli spazi di democrazia. Questo è un settore sociale potenzialmente esplosivo, che può spostare gli equilibri nella società ma che proprio per questo inizia a far gola a molti e a preoccuparne altrettanti. Che, pertanto, proveranno a metterci mano, chi per cooptarlo e chi per criminalizzarlo.

Peraltro, il costante utilizzo dei giovani come massa di manovra per operazioni politiciste ed elettorali del centrosinistra hanno allontanato tanti ragazzi dalla politica, percepita come marcia. È un’esperienza che purtroppo in molti hanno constatato empiricamente con propri conoscenti e che una nuova generazione di giovanissimi può facilmente immaginare. Ma non tutti lo sanno; anzi, guai a sottovalutare l’attrattività che le sirene del centrosinistra potrebbero esercitare su una generazione arrabbiata ma politicamente acerba.

Nulla di peggio ci sarebbe se il risultato registrato il 22 e 23 marzo – che è, come dimostrato, un risultato di questi anni e questi mesi – venisse inghiottito da un campo largo che ha dato prova costante di tradire gli interessi dei giovani e la loro voglia di attivazione, che è un sentimento puro da preservare, per permettere che germogli ulteriormente.

Per fare ciò, non esistono formule magiche ma il lavoro di organizzazione costante. Coerenza politica, formazione, continuità, indipendenza sono merce rara che, se sostanziati con il grigio lavoro quotidiano di organizzazione in scuole, università e masse giovanili, alla lunga ripagano.

Cambiare Rotta e OSA stanno provando a utilizzare questo stile di lavoro, ritrovandosi all’inizio spesso in solitaria sulle posizioni politiche. È il caso della campagna per l’abolizione del PCTO, alla rottura dei rapporti con Israele, e tanti altri, che però dopo essere stati pazientemente coltivati sono poi esplosi a livello di massa.

Questo, forse, è ancora insufficiente. In una situazione di velocizzazione e politicizzazione inventare forme nuove di lotta smette di essere eccezione, e diventa pane quotidiano con cui confrontarsi. Senza rimuovere i propri punti fermi, che invece andranno ben tenuti a mente nei ragionamenti che nei prossimi giorni continueranno, sull’onda di un risultato a suo modo storico.

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23/03/2026

L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia la mobilitazione contro guerra e leva militare

L’Assemblea internazionale e internazionalista dei giovani contro la leva militare e il riarmo, sapeva già di momento storico da venerdì 20, quando fuori l’Università Statale i primi compagni delle delegazioni internazionali arrivati a Milano si raggruppavano, conoscendosi e scambiando materiale politico.

Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro di realtà studentesche e giovanili europee provenienti da diversi paesi (Francia, Germania, Paesi Baschi, Svizzera, etc.) promosso, oltre che dalle due organizzazioni italiane, da Aktion gegen Krieg und Militarisierung (Germania), Young Struggle (Germania, Francia), Jeunesse Communiste (Francia), Gatze Koordinadora Sozialista (Paesi Baschi) che si sono raggruppati nella neonata sigla “We do not enlist – War on War”.

Le realtà aderenti in verità sono state ben più numerose e alla fine la partecipazione ha reso gremita e stretta l’aula dell’università Bicocca da duecento posti che ospitava l’incontro, un po’ scomodo per alcuni ma decisamente incoraggiante sul piano politico per tutti.

È bene ricordare che i paesi delle realtà giovanili promotrici sono accomunati dai medesimi processi di militarizzazione di società e sistemi formativi, oltre che dalla reintroduzione della leva militare che è di recente tornata in Germania e Croazia ma annunciata anche in Francia e in Italia dal ministro Crosetto.

La percezione comune che si respirava fra i partecipanti a Milano è che l’incontro sia stata una boccata d’aria fresca, necessaria e attesa per inquadrare la questione e immaginare un piano d’opposizione unitario a un progetto che investe tutti.

D’altronde, se le classi dirigenti europee lavorano insieme e sono strette da interessi economici comuni, lo stesso si può e bisogna fare “dal basso” fra organizzazioni rivoluzionarie, per scardinare l’imperialismo dell’UE che ormai ha perso ogni parvenza di “progressismo e umanità” di cui un tempo amava fregiarsi. Questa visione accettata anche a sinistra non regge più.

Ad inaugurare simbolicamente i lavori è stato un ricordo della strage di Piazza Fontana fatto venerdì prima con una relazione in università e poi con un presidio in piazza.

La strage, anche se chiaramente più legata alla vicenda italiana, è stato un momento della guerra che a diversi livelli di intensità in base ai diversi paesi, è stata condotta dall’imperialismo occidentale della NATO al movimento di classe in tutta Europa, con la manovalanza del neofascismo internazionale che dopo la seconda guerra mondiale si era riciclato nel ruolo di lacchè dell’imperialismo.

La giornata di sabato è stata aperta dalle relazioni delle organizzazioni promotrici. Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi con la seconda fase di discussione che ha visto la partecipazione anche di realtà italiane. Grande entusiasmo per l’Unione Sindacale di Base la cui attività contro il traffico di armi ha ormai riconoscimento e stima internazionale.

Importante il contributo sulla nuova leva alla luce delle dottrine militari sulla “difesa totale” da parte della compagna Serena Tusini dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università (di cui abbiamo pubblicato il contributo sulla leva sul nostro giornale), ma il momento più toccante è stato senza dubbio quello dell’intervento del Consolato Cubano.

Come è stato giustamente detto, l’affetto che l’isola riceve oggi è il ritorno del lavoro del Che e di Fidel, del suo “Medici e non bombe” che più che uno slogan è diventata una realtà che il nostro paese ha conosciuto bene. La stessa assemblea si è aperta in solidarietà a Cuba che in contemporanea, si preparava ad accogliere il Nuestra America Convoy, con delegazioni già presenti sull’isola per portare aiuti sanitari, fra cui una compagna di Cambiare Rotta, che si è connessa salutando la platea.

Ma, all’analisi e al confronto, si è aggiunto il rilancio di lotta. L’8 maggio – Giornata dell’Europa per l’UE e la borghesia transnazionale, Giornata della Vittoria sovietica sul nazismo per noi – è stata scelta come data di mobilitazione giovanile internazionale contro la leva militare e il riarmo, gli organizzatori si sono dati prossimi momenti di confronto per definire le forme ma lo sciopero di oltre 50mila studenti tedeschi contro la leva lo scorso 5 marzo indica che c’è un terreno fertile di indisponibilità alla guerra da coltivare.

Lo spettro della guerra torna inquietante in Europa così come l’ascesa dell’estrema destra senza che ci sia un’opposizione convincente.

In questo senso, l’Assemblea Internazionale ha fatto intravedere una luce in fondo al tunnel, che fa ben sperare e a cui sarà opportuno dare continuità, come gli organizzatori si sono ripromessi di fare. Nel momento più buio una generazione di giovani europei contro la guerra può sorgere, se le realtà che ne sono l’avanguardia sanno sostanziare questo percorso che a Milano finalmente è nato.

Qui di seguito riportiamo la risoluzione approvata dall’assemblea internazionale di Milano.

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Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!
8 maggio mobilitazione internazionale contro la leva e la guerra

 
Comunicato delle organizzazioni politiche e sociali della campagna internazionale ‘Noi non ci arruoliamo’.

In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.

Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.

Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo per i propri interessi imperialisti e per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.

Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.

Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.

Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:

1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.

2) Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. Servono più fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali, non più armi.

3) Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.

4) I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero al di fuori di missioni ONU. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.

5) Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.

6) Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.

7) Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!

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03/03/2026

Cuba chiama, i comunisti rispondono con una raccolta farmaci e fondi

In seguito al lancio della campagna di solidarietà internazionalista con Cuba, strozzata dall’assedio statunitense, la Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e OSA hanno organizzato vari presidi fissi, oltre a diverse iniziative, per raccogliere medicinali e fondi, dal nord al sud del paese. L’obiettivo è quello di inviare un sostegno concreto alla resistenza antimperialista dell’isola.

Il sostegno a L’Avana cresce giorno dopo giorno a livello internazionale, con la dura condanna della crisi umanitaria che Washington sta creando volontariamente per “punire” la strenua difesa che della propria sovranità e della propria autodeterminazione fa il popolo cubano. Così come per il Venezuela, Cuba rappresenta una concreta alternativa nel pieno di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.

Per di più, rappresentano un’alternativa generale di modello, nel pieno della crisi sistemica del capitale. Cuba ha ad esempio mostrato la distanza abissale tra il “capofila” del mondo capitalistico, che ha appena dato avvio a un’ennesima guerra, già esplosa in un conflitto regionale, e il socialismo cubano, che esporta medici invece di bombe, e che ancora oggi sostiene la sanità calabrese.

La consapevolezza del fatto che, intorno alla rottura dell’assedio a cui è sottoposta Cuba, ci si gioca anche un pezzo della battaglia per un Mondo Nuovo, deve caratterizzare le varie forme di solidarietà. E deve preparare il terreno alla sensibilizzazione e al sostegno internazionalista da mettere in campo anche nel nostro paese a ridosso dell’arrivo sull’isola del Nuestra América Convoy, previsto per il 21 marzo.

Qui di seguito trovate la lista delle città (con luoghi e orari) dove potete partecipare alla solidarietà con Cuba. In fondo a questo articolo, trovare anche la lista di medicinali che si stanno raccogliendo.

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28/02/2026

Contro l’aggressione statunitense e sionista in Medio Oriente, fermare l’escalation bellica!

L’attacco militare lanciato da USA e Israele e la prima risposta dell’Iran si inseriscono in un contesto dove la tendenza alla guerra in “Medio Oriente” è divenuta da più di due anni un’ampia guerra guerreggiata di cui Israele è il suo maggiore vettore.

Questa continua aggressione bellica ha potuto contare sulla profonda complicità di tutto il blocco occidentale, comprese le classi dominanti del nostro paese.

In questo senso l’escalation militare a cui siamo assistendo è un altro tassello di una vera e propria guerra “costituente” che sta cambiando gli equilibri regionali dopo che alcuni attori del mondo multipolare – come la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese – sembravano essere diventati decisivi fattori di stabilizzazione nell’area, contendendo agli USA ed all’UE il ruolo di principali agenti politico-diplomatici.

In questo senso si pensi a quello che sembrava essere l’intervento risolutivo della Russia in Siria al fianco del regime baathista contro l’insorgenza jihadista, insieme alle altre forze del cosiddetto Asse della Resistenza, o il ruolo di mediatrice della Cina nella normalizzazione dei rapporti diplomatici tra due acerrimi nemici – dal 1979 – come l’Arabia Saudita e l’Iran, distensione che aveva portato alla concreta possibilità della fine del conflitto in Yemen, scatenato dall’aggressione congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Quella tendenza ad un parzialmente nuovo assetto medio-orientale, in cui avrebbe potuto trovare una giusta collocazione le legittime aspirazioni palestinesi, è divenuta – da due anni a questa parte – lettera morta.

Si è scatenata una guerra costituente che sembra avere principalmente due nemici, da un lato i palestinesi ed i territori da loro abitati sacrificati anche dalla Realpolitik dei regimi arabi – firmatari o pronti a firmare i cosiddetti Accordi di Abramo per normalizzare le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista sotto patrocinio statunitense come avevano fatto a suo tempo l’Egitto e poi la Giordania –, e dall’altro le forze del cosiddetto Asse della Resistenza che hanno nell’Iran uno dei principali propulsori e che insieme alla Siria di Assad avevano i principali fattori di profondità strategica; mentre l’Algeria – all’interno della Lega Araba – era riuscita, con una sapiente e certosina azione diplomatica, a rimettere al centro (per il mondo arabo) la questione palestinese ed aveva sapientemente preparato il terreno per la fine dell’isolamento politico del regime baathista siriano.

Quest’escalation bellica di carattere regionale che oltre al genocidio palestinese a Gaza e alla colonizzazione della Cisgiordania sta ridefinendo i rapporti di forza di quel quadrante – e che ha una funzione centrale nella ridefinizione del bilancio di potenza dei rapporti internazionali – rischia di estendersi ed intensificarsi a causa del secondo attacco congiunto statunitense ed israeliano all’Iran anche per la cospicua presenza della basi militari Usa nell’area e dei circa 40/50 mila soldati statunitensi, oltre alle forze navali della flotta nord-americana.

La convergenza tra sionismo e amministrazione statunitense sembra darsi su obiettivi in parte coincidenti, con Israele che promuove il “politicidio” palestinese oltre allo sterminio vero e proprio e alla volontà di annichilire sul nascere ogni Stato o forza politica che vede come minaccia strategica nella regione, e gli Stati Uniti che vogliono sbarrare la strada alla configurazione di un mondo multipolare e policentrico restando il dominus delle relazioni internazionali, e ristabilire la propria supremazia sia nell’Emisfero occidentale che nel Mediterraneo allargato.

Per farlo, gli USA, con una sorta di nuova politica delle cannoniere che ha colpito prima Venezuela e Nigeria, hanno bisogno di imporre le proprie condizioni ai paesi produttori di petrolio rispetto alla sua commercializzazione per mitigare gli effetti della de-dollarizzazione che procede a vantaggio dell’Euro e delle altre monete che hanno come garanzia un robusto apparato produttivo alle spalle, a dispetto del deserto industriale statunitense.

Gli Usa, sono divenuti da tempo esportatori di greggio, oltre che di shale gas, hanno una specie di “corrispettivo aureo” nel petrolio come contro-valore del dollaro che ne garantisce la propria solidità come equivalente generale per una quota strategica del commercio mondiale e come uno dei fattori decisivi, insieme alla potenza del complesso militare-industriale e della superiorità del proprio strumento bellico. Tutto questo affinché non venga messa in discussione la capacità di tenuta della sua economia caratterizzata da una crisi strutturale che non sembra avere sbocchi.

In base a queste priorità strategiche che hanno non pochi problemi di tenuta sociale interna – come mostrano le vincenti mobilitazioni contro l’ICE – va letta l'alleanza statunitense con Israele, e la creazione di una narrazione del nemico ripresa spesso supinamente dagli apparati della disinformazione strategica occidentali tra cui i media del nostro paese e confezionata dall’intelligence israeliana.

Questo è avvenuto anche per l’assoluta incapacità delle classi dominanti europee di stabilire relazioni paritetiche con Teheran, perseguendo quello che era lo spirito dei cosiddetti accordi sul nucleare iraniano – fortemente osteggiati da Israele ed ai tempi dall’Arabia Saudita – da cui erano usciti gli USA della prima amministrazione Trump.

Un vero e proprio “tradimento” da parte europea nei confronti di un paese che aveva rinunciato ai propri progetti di arricchimento dell’Uranio e che aveva ottenuto come contropartita la fine delle sanzioni in vigore dalla caduta dello Shah nel 1979 – un vero e proprio blocco economico che asfissia il Paese – e l’inizio della normalizzazioni delle relazioni a tutti i livelli che avrebbero potuto portare ad un processo di distensione complessiva.

Bisogna denunciare più che mai la rinnovata aggressività statunitense e sionista, nonché le complicità occidentale di cui gode a tutti i livelli. È necessario più che mai che “le armi tacciano” e che questa ulteriore escalation bellica rientri, continuando a recidere quei legami che connettono il nostro paese con il terrorismo sionista e i banditi statunitensi, che non indugiano un attimo di fronte alla possibilità di portare il mondo sull’orlo di un conflitto bellico mondiale per mantenere il proprio dominio nell’area e la propria rendita di potere mondiale.

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24/02/2026

Cuba chiama! Partiamo!

La volontà di strangolamento statunitense nei confronti della popolazione cubana ha come fine l’annichilamento della sua transizione socialista creando una condizione materiale dell’Isola più dura di quella attraversata nel periodo especial dell’inizio Anni Novanta del secolo scorso dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Per questo Cuba ha bisogno del più largo sostegno politico e del più ampio supporto materiale perché il blocco statunitense sta rendendo ancora più impegnative le condizioni di esistenza in quello che si configura come un assedio di stampo medievale.

Per queste ragioni la Rete dei Comunisti, Cambiare rotta e Osa promuoveranno una raccolta fondi da destinare alla campagna solidale “Energia per la vita – Accendiamo la luce a Cuba” per garantire elettricità a ospedali, scuole e spazi comunitari e invita tutti i singoli, le realtà solidali, le organizzazioni politiche e sindacali ad appoggiare tale campagna che intende contribuire all’acquisto di prodotti, attrezzature e supporti tecnici per il funzionamento dei pannelli solari.

Le donazioni possono essere effettuate sul conto intestato a Nexus Emilia Romagna ETS IBAN: IT58D 05018 02400 000011318730 Causale del bonifico: “Energia per la vita”.

Allo stesso tempo avvieremo una raccolta di farmaci e dispositivi medici, per cui verranno resi noti nel più breve tempo possibile sia i punti di raccolta permanenti che la tipologia di prodotti necessari. I farmaci saranno portati a Cuba da una nostra delegazione che partirà per l’Havana nelle prossime settimane.

Sosterremo la Nuestra América Convoy, una missione per rompere l’assedio che porterà un Convoglio coordinato via aria, terra e mare che convergerà all’Avana il 21 marzo, sostenuto da organizzazioni e Stati latino-americani e supportato da un ampio fronte internazionale.

Promuoverà in tutt’Italia, insieme a tutti i soggetti interessati, delle piazze Nuestra América in prossimità dell’arrivo delle delegazioni del Convoy nella capitale cubana, che facciano sentire la propria calorosa vicinanza al popolo cubano e latino-americano in genere, e chiedano la liberazione del legittimo presidente venezuelano Nicolás Maduro e della “prima combattente” Cilia Flores che, il 26 marzo, affronteranno la prima udienza del “processo farsa” a cui sono sottoposti dopo il loro rapimento ed incarcerazione da parte degli Stati Uniti.

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30/11/2025

100mila persone in piazza mandano un avviso di garanzia al governo


La gente che si era mobilitata a settembre e ottobre riempiendo le piazze per la Palestina non è tornata a casa, al contrario ha rilanciato con due giorni di mobilitazione che hanno indicato come target il governo Meloni per le sue scelte sul riarmo e le spese militari, i bassi salari e il collasso dei servizi pubblici e la complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi.

Se qualcuno voleva trovare una opposizione politica e sociale al governo degna di questo nome, l’ha potuta verificare nello sciopero generale di venerdi e nella manifestazione di ieri pomeriggio con le decine di migliaia di persone che hanno manifestato per le strade di Roma da Porta San Paolo fino a gremire Piazza San Giovanni.

Le fotografie scattate da ogni angolazione durante il corteo e nella piazza finale testimoniano di una mobilitazione di massa pienamente riuscita. L’USB parla di centomila persone e anche questa volta la cifra non sembra andare lontano dalla realtà che abbiamo visto.

La preoccupazione che le telecamere spente su Gaza o la rassegnazione sul ritmo di marcia del governo sulla guerra, il riarmo e le misure antisociali avessero rimandato a casa le persone è svanita mano a mano che il corteo si componeva in tutta la sua potenza. Nel paese c’è un pezzo di società attivo e attivato che attraversa i posti di lavoro come i territori, le scuole come le università e che intende dare battaglia su una piattaforma in cui “tutto si tiene insieme”.

Vedere migliaia di bandiere delle organizzazioni dei lavoratori come USB sventolare insieme a quelle palestinesi, delle organizzazioni studentesche Osa e Cambiare Rotta e di Potere al Popolo, delle tante reti sociali che si sono definite come “equipaggi di terra” della Flotilla come dell’Arci, restituiva non solo un colpo d’occhio straordinario ma anche l’idea di un blocco sociale che tende a riconoscersi e convergere su contenuti avanzati e ben sintonizzati sulle priorità di una agenda politica complessiva.

Alla testa del corteo e sul camion che ospitava interventi e musica era possibile vedere insieme portuali, vigili del fuoco, attivisti e personalità come Greta Thunberg, Francesca Albanese, Thiago Avila, Moni Ovadia che hanno dato il loro supporto allo sciopero di venerdì e alla manifestazione di ieri. Un momento emozionante è stato quando all’inizio del corteo l’amplificazione ha diffuso il brano che Roger Waters ha realizzato appositamente per questi due giorni di mobilitazione. Un silenzio quasi irreale che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone.

Altrettanto emozionanti gli interventi finale dal palco mentre la piazza si riempiva. Francesca Albanese, operai dell’Ilva, portuali genovesi, rappresentanti palestinesi, Guido Lutrario di USB, i due portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato e Marta Collot con un intervento “a mezzi”, Greta Thunberg, Vincenzo Fullone, i vigili del fuoco, gli studenti, hanno aggiunto valore ai molti interventi che dal camion hanno accompagnato passo passo il corteo fino alla conclusione in Piazza San Giovanni.

A Milano, contemporaneamente alla manifestazione di Roma diverse migliaia di persone, partite da piazza XXIV Maggio ha attraversato la città fino a Piazza Duomo in occasione della Giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese.

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06/07/2025

Chi controlla il controllore? Sulla sorveglianza delle opposizioni politiche in Italia

Oltre un mese fa, e nuovamente nei giorni scorsi, l’inchiesta giornalistica pubblicata da Fanpage ha portato alla luce fatti di estrema gravità per la tenuta democratica del nostro Paese. Secondo documenti interni e testimonianze, almeno cinque agenti della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione – cioè l’antiterrorismo del Ministero dell’Interno – si sarebbero infiltrati, sotto copertura, all’interno del movimento politico Potere al Popolo e delle sue organizzazioni giovanili, il Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli e Cambiare Rotta. L’operazione, protrattasi per diversi mesi tra l’autunno del 2024 e la primavera del 2025, avrebbe coinvolto più città italiane, tra cui Napoli, Milano, Bologna e Roma.

Stando a quanto emerso, gli agenti avrebbero partecipato a riunioni interne, assemblee pubbliche, discussioni e iniziative politiche locali, senza che risultino a oggi mandati giudiziari o indagini specifiche a carico degli attivisti coinvolti. L’assenza di una cornice giudiziaria, e la natura prolungata e sistematica di queste attività, disegna un profilo allarmante: non si tratterebbe di operazioni a scopo investigativo, ma di sorveglianza politica preventiva, cioè di un controllo generalizzato e pretestuoso su organizzazioni che esercitano legittimamente il diritto costituzionale alla partecipazione politica.

Tale condotta – se confermata – rappresenterebbe una violazione evidente dei principi fondamentali dello Stato di diritto. In una democrazia, il dissenso politico non è materia per i servizi di sicurezza. Nessuna forza dell’ordine dovrebbe infiltrarsi in un partito politico senza un preciso fondamento giuridico. Nessun governo dovrebbe permettere o tollerare che lo Stato impieghi i suoi strumenti di sorveglianza per monitorare chi partecipa attivamente alla vita pubblica.

La libertà di associazione, di riunione, di partecipazione politica e il diritto alla riservatezza – sanciti dalla Costituzione agli articoli 17, 18 e 49 e dalla Convenzione europea per i diritti umani agli articoli 8 e 11 – non sono privilegi concessi, ma diritti inalienabili. Il fatto che tutto questo stia avvenendo nel silenzio delle autorità competenti – a più di un mese dalla notizia né il Presidente del Consiglio né il Ministro degli Interni hanno rilasciato dichiarazioni – è inaccettabile e pericoloso.

Non è un caso isolato. Un’altra inchiesta ha documentato l’attività della multinazionale Paragon, incaricata da governi e agenzie europee, che ha schedato centinaia di attivisti, operatori umanitari e giornalisti. Anche in quel caso, nessuna risposta istituzionale. Si sta profilando, sotto gli occhi di tutti, una normalizzazione della sorveglianza del dissenso, della criminalizzazione della solidarietà, dell’uso strumentale dell’apparato repressivo.

Per questo, come cittadine e cittadini impegnati nella vita culturale, politica, accademica e sociale del Paese, sentiamo il dovere di prendere parola pubblicamente e chiediamo con urgenza:

1) Che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si esprimano pubblicamente su quanto accaduto, in Parlamento e davanti all’opinione pubblica;

2) Che siano chiariti i contorni dell’operazione: chi l’ha autorizzata, con quali obiettivi, attraverso quali catene di comando, e sulla base di quali elementi;

3) Che si apra un confronto trasparente sul ruolo delle forze di polizia di prevenzione, e sui limiti costituzionali delle attività di intelligence interna rivolte verso soggetti politici;

4) Che siano riaffermate in modo chiaro, nelle istituzioni e nel dibattito pubblico, le garanzie democratiche contro ogni forma di controllo politico e poliziesco del dissenso.

La fiducia nei principi democratici si misura anche nella capacità delle istituzioni di rispondere con trasparenza, rigore e rispetto alle accuse più gravi.

Tutelare il dissenso, in un Paese libero, non è un rischio da contenere: è un dovere da esercitare.

Roma, 2 luglio 2025

Primi firmatari e firmatarie:

Mimmo Cangiano (Professore associato di Critica Letteraria e Letterature Comparate, Università Ca’ Foscari Venezia);

Fabio de Nardis (professore ordinario di sociologia politica, Università del Salento);

Giulia Siviero (giornalista)

Carlo Rovelli (saggista e professore di Fisica, Università di Aix-Marseille)

Emiliano Brancaccio (professore ordinario di Economia politica, Università Federico II Napoli)

Andrea Segre (regista)

Fabrizio Barca (Co-coordinatore Forum Diseguaglianze Diversità)

Walter Massa (Presidente Arci nazionale)

Luciano Stella (produttore cinematografico, fondatore e presidente Stella Film)

Zerocalcare (fumettista)

Vauro (vignettista)

Giuristi democratici

Vera Gheno (sociolinguista e traduttrice)

Guido Carpi (professore ordinario letteratura russa Università “L’Orientale” di Napoli)

Giovanni Savino (ricercatore Università “Federico II” di Napoli)

Francesco dall’Aglio (professore Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia)

Lella Palladino (Una, Nessuna, Centomila)

Carlo Fanelli (Professore, Department of Social Science at York University, Toronto, Canada, direttore della rivista ALternate Routes)

Riccardo Bellofiore (docente universitario di Economia Politica Università di Bergamo)

Luigi De Magistris (ex-magistrato, ex sindaco di Napoli)

Porpora Marcasciano (scrittrice, Presidente commissione pari opportunità Comune di Bologna)

Guido Lutrario (Esecutivo Nazionale sindacato USB)

Dario Salvetti (operaio ex-GKN)

Sindacato Sudd Cobas

SLS sindacato lavoro e società

Cobas Scuola Padova

ADL Cobas

Osservatorio Repressione

Centri sociali del Nord-Est

Ultima generazione

Ottolina Tv

Mimmo Lucano (sindaco di Riace, europarlamentare)

Ilaria Salis (europarlamentare)

Giovanna Del Giudice (psichiatra, presidente di Conferenza Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia)

Duccio Nazari (cantante)

Alexander Hobel (docente di Storia Contemporanea Università di Sassari)

Lorenzo Zamponi (docente di sociologia presso Scuola Normale Superiore)

Aura Ghezzi (attrice)

Elisa Cuter (dottoranda Filmuniversität Konrad Wolf Babelsberg, autrice e editor)

Enrica Morlicchio (professore ordinario di sociologia economica, Università di Napoli Federico II)

Claudio Cozza (professore associato di politica economica, Università di Napoli “Parthenope”)

Pasquale De Sena (Professore ordinario di Diritto internazionale, Università di Palermo)

Roberto Evangelista (Ricercatore ISPF-CNR)

Rocco Sciarrone (professore ordinario di Sociologia economica, Università di Torino)

Andrea Morniroli (co-coordinatore Forum Disuguaglianze Diversità)

Vitaliano Menniti (consulente patrimoniale e finanziario)

Susanna Ronconi (ricercatrice e attivista, Forum Droghe)

Armida Parisi (docente di Letteratura Italiana)

Elena Granaglia (già docente universitario di Economia, Università La Sapienza Roma, co-coordinatrice del Forum Diseguaglianze Diversità)

Alessio Surian (docente Universitario presso Università degli Studi di Padova – FISPPA – Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata)

Giuliano Ciano (cooperatore sociale)

Alessio Malinconico (docente)

Delfina Curati (insegnante)

Giulia Agrelli (architetto, docente e attivista ecologista)

Domenico Ciruzzi (avvocato, Napoli)

Andrea Ranfagni (avvocato)

Stefano Vecchio (Presidente Forum Droghe)

Veronica Bruno (pensionata)

Roberto Escobar (professore di Filosofia, Università di Milano)

Nino Daniele (ex Assessore alla cultura di Napoli)

Virginia Amorosi (Ricercatrice Università Federico II di Napoli)

Luca Mandara (Docente a contratto, Università della Basilicata)

Rosa Sica (dipendente Università Federico II Napoli)

Veronica Bruno (pensionata)

Serena Elena Scocchia (ricercatrice quantitativa freelance)

Alfio Stefanic (pensionato)

Volpi Giampietro (pensionato, ex dirigente pubblica amministrazione)

Alfio Mastropaolo (professore emerito Università di Torino)

Maria Grazia Giannichedda (presidente associazione Franca e Franco Basaglia)

Eva Caianiello (docente già titolare di una cattedra di matematica e fisica)

Marina Piazza (sociologa)

Paola Arrigoni (post phd)

Giuseppe Teri (formatore, Scuola di formazione A. Caponnetto)

Roberta Fausta Ilaria Visone (insegnante e scrittrice)

David Armando (Dirigente di ricerca ISPF-CNR)

Alessia Scognamiglio (Ricercatrice ISPF-CNR)

Stefano Santabarbara (Promo ricercatore IBBA-CNR)

Anna Pia Ruoppo (Professoressa associata di Filosofia morale Università Federico II Napoli)

Alessio calabrese (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)

Cosimo Buongiorno (professore I.I.S.E. “Amaldi” di Roma)

Peppe De Cristofaro (Senatore)

Debora Serracchiani (deputata)

Andrea Giorgis (senatore)

Walter Verini (senatore)

Gianni Cuperlo (deputato)

Elio Vito (ex Ministro per i Rapporti col Parlamento)

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05/07/2025

Infiltrati in modica quantità

Il governo Meloni per bocca del suo sottosegretario all’Interno ha ammesso alla fine ciò che, grazie a FanPage, non poteva più negare.

Ben cinque poliziotti – almeno – sono stati infiltrati in Potere al Popolo con lo scopo particolare di spiare l’organizzazione e in Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista.

Meglio tardi che mai, visto che sinora il governo aveva taciuto e, quando era stato colto che con le mani nel sacco con il primo infiltrato a Napoli, aveva parlato di “iniziativa personale” e “storia d’amore”.

Ora il governo ammette lo spionaggio, ma con una mistificazione ed una aggravante.

La mistificazione è dichiarare che i poliziotti non fossero sotto copertura, perché regolarmente iscritti alla Università con il proprio nome. Che fesseria è questa? Forse che gli agenti si sono qualificati come tali mentre partecipavano alle assemblee e alle manifestazioni, compresa una che a Bologna contestava Giorgia Meloni?

Di scuse stupide e ridicole per le azioni della polizia è piena la storia, anche tragica, del nostro Paese. Qui si aggiunge goffaggine ad una infiltrazione maldestra e presto scoperta, certo, ma non per questo meno grave.

E infatti gravissima è la giustificazione del governo: le infiltrazioni sarebbero “atti legittimi per tutelare la sicurezza pubblica”.

Questa affermazione è stata fatta dal sottosegretario di un Governo che si è appena visto smontare dalla Corte di Cassazione la propria fascistissima legge sulla Sicurezza. Con la stessa credibilità costituzionale, ora il Governo Meloni rivendica per sé il potere di infiltrare e spiare organizzazioni democratiche.

Il sottosegretario ha lamentato che l’anno scorso, su 12.000 manifestazioni, il 2% sia finito in violenze. Premesso che è tutta da discutere la responsabilità di quelle violenze, se dei manifestanti o invece della repressione poliziesca, cosa vuol dire questa percentuale? Un diritto del governo all’infiltrazione in modica quantità?

No, quanto è avvenuto non ha nulla di legittimo, queste sono prove tecniche di Stato di Polizia, gravissime anche quando sono buffonesche.

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28/06/2025

“Ci hanno spiati e infiltrati”. Potere al Popolo, Cambiare Rotta e CAU chiedono risposte

Si è svolta ieri, presso la sala ‘Caduti di Nassirya’ del Senato della Repubblica, la conferenza stampa “Ci hanno spiati e infiltrati. Software spia contro giornalisti e attivisti, poliziotti infiltrati nei partiti politici. Dissenso e autoritarismo ai tempi del Governo Meloni“. Questo megafono parlamentare è stato messo a disposizione dall’iniziativa del senatore Peppe De Cristofaro, presidente del Gruppo Misto e membro di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS).

La conferenza stampa è stata voluta da Potere al Popolo, insieme alle organizzazioni giovanili Cambiare Rotta e Collettivo Autorganizzato Universitario (CAU), dopo le notizie emerse dall’inchiesta di Fanpage sulle infiltrazioni di forze di polizia dentro le tre realtà politiche. Non era uno, ma erano ben cinque gli agenti della Direzione Centrale della polizia di prevenzione – ovvero l’antiterrorismo – che per 8 mesi si sono infiltrati tra le fila delle organizzazioni politiche.

In realtà, l’evento ha voluto ricostruire il filo rosso di spionaggio e repressione che, come si è detto nell’introduzione della conferenza stampa, lega insieme tre casi: oltre a quello di infiltrazione diretto in ultima istanza verso Potere al Popolo, negli ultimi mesi ha tenuto banco nel dibattito pubblico l’utilizzo dello spyware israeliano Paragon per controllare e intercettare le attività dei giornalisti di Fanpage.it Francesco Cancellato, direttore della testata, e Ciro Pellegrino, così come l’utilizzo dello stesso software sui dispositivi dei fondatori dell’ONG Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia.

Il filo rosso denunciato è quello della gestione autoritaria del dissenso, che ha assunto la sua conformazione definitiva con la recente approvazione del decreto Sicurezza, smantellato appena ieri da una relazione della Corte di Cassazione. Uno strumento che, prima ancora di ricevere il via libera definitivo, ha palesemente già mietuto le sue prime vittime, almeno nella logica con cui è stato creato e che si nota nei casi riportati: quella di un pesante attacco alle libertà politiche e democratiche.

Il primo intervento è stato quello del portavoce di Potere al Popolo, Giuliano Granato. Il portavoce ha subito evidenziato che il fatto per il quale cinque agenti, più o meno nello stesso lasso di tempo, si siano infiltrati in un partito che partecipa regolarmente alle elezioni non possa essere derubricato a coincidenza o ad un’azione individuale. Si tratta di un’operazione in grande stile, e Granato chiede al governo e in particolare al ministro Piantedosi di far sapere chi ha pianificato tale operazione, chi l’ha ordinata e per quale motivo.

Granato ha poi chiesto che sia fatta chiarezza anche sul caso Paragon, e su come questo strumento sia stato usato per attaccare i media che, in maniera indipendente, portano alla luce notizie scomode, ma fondamentali per la formazione di un’opinione critica da parte dei cittadini. Ha poi denunciato anche l’attacco continuo al diritto di sciopero, da parte di Salvini, e di tutte quelle forme di lotta che vengono portate avanti per rivendicare diritti sacrosanti, come quello di un salario dignitoso o di un tetto sopra la testa.

Unendo i puntini di questo quadro, dice Granato, la conclusione è automatica: “siamo arrivati ad un punto in questo paese per il quale, visto che è stata infiltrata gente dell’antiterrorismo, fa terrore chi dà battaglia quotidianamente su questioni che sono di interesse pubblico, collettivo e generale“. Fa terrore il dissenso, che Granato ricorda essere il vero sale della democrazia, al di là della formale impalcatura democratica di un sistema di governo, e per questo l’operazione di infiltrazione è una questione che riguarda tutti, non solo Potere al Popolo.

È intervenuto poi Don Mattia Ferrari, cappellano di bordo di Mediterranea, rispondendo al quesito del perché spiare un’organizzazione che salva persone in mare. E una delle motivazioni che ha delineato è l’importanza che le informazioni contenute in uno dei telefoni infettati ha avuto per la denuncia dei trafficanti libici di esseri umani, e per la cattura di al-Masri.

Don Ferrari ricorda che Beppe Caccia e Luca Casarini sono stati spiati dal 2019 dall’intelligence, con un salto di qualità nel 2024, per motivazioni che sono dette legate a “immigrazione illegale“. E ricorda pure che lui stesso e Cancellato, stando alle notizie del Copasir, sono stati spiati, ma non dai servizi segreti italiani… e allora la domanda è: chi è stato a spiare?

Ciro Pellegrino ha sottolineato un’ipotesi inquietante: se l’inchiesta di Fanpage.it che ha svelato l’infiltrazione in Potere al Popolo fosse stata portata avanti mentre i telefoni dei giornalisti erano sotto controllo, ciò avrebbe potuto mettere in pericolo l’inchiesta stessa. E ha poi palesato la sorpresa nella mancanza di esternazioni di solidarietà da parte di tante parti politiche, in primis dal sindaco di Napoli, città nella quale è stato individuato il primo infiltrato in Potere al Popolo. Pellegrino ha concluso dicendo: “su questa storia non molleremo di un centimetro, perché la mia sensazione è che avremo altre sorprese“.

La parola è passata a Gianluca Bruni del CAU di Napoli, che ha ricostruito sinteticamente la storia del primo infiltrato citato da Pellegrino per poi denunciare la gravità inaudita dell’attacco portato avanti non solo dalla polizia di stato, ma anche dal governo, e non solo verso Potere al Popolo e due organizzazioni giovanili, ma verso la democrazia tutta. “Il governo Meloni sta calpestando la Costituzione“.

La domanda che si pone poi Bruni è perché tale infiltrazione, ricordando che non c’è ancora risposta a tre interrogazioni parlamentari in merito. E questo, senza dubbio, è perché Potere al Popolo e le due organizzazioni giovanili rappresentano un’alternativa alla barbarie che avviene a Gaza, alla barbarie della guerra interna contro i lavoratori, che muoiono a tre al giorno, alla criminalizzazione dei senza casa. Se la risposta del governo Meloni è considerare chi si batte contro tale barbarie come ‘terrorismo’, dice Bruni, “allora sì, siamo colpevoli“.

È intervenuta poi Alice Natale, senatrice accademica dell’Università di Genova per Cambiare Rotta, la quale ha ripercorso gli altri casi di infiltrazione che hanno interessato l’organizzazione giovanile comunista. Soprattutto, Natale ha sottolineato che l’infiltrazione fallita di Roma ha avuto questo esito anche per l’alta attenzione dei militanti locali, che avevano già subito un tentativo simile da parte di una ragazza, poi scoperta a parlare a più riprese con le forze dell’ordine.

Le infiltrazioni, dice Natale, sono un evidente attacco alla democrazia, e seppur siano partite prima dell’approvazione del decreto Sicurezza, ne condividono la matrice, quella di un contesto crescente di repressione nei confronti di organizzazioni che rappresentano un oppositore politico considerato ‘preoccupante’. Eppure, Cambiare Rotta fa tutto alla luce del sole, tanto che è reduce dalla partecipazione alle elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU).

Proprio perché l’agire di Cambiare Rotta è sempre limpido e cristallino, l’organizzazione ha deciso di rilanciare immediatamente sul piano politico, chiamando per lunedì 30 giugno e martedì 1° luglio due giornate di agitazione davanti ai rettorati, per chiedere ai Rettori che si esprimano su questo attacco alla legittima libertà al dissenso, avvenuto innanzitutto in luoghi del sapere critico come gli atenei.

Verrà lanciato anche un appello per chiedere sostegno e solidarietà a tutte le liste che hanno partecipato alle elezioni per il CNSU, al di là delle divergenze politiche, perché, come ripetuto da tutti gli interventi, l’attacco subito riguarda tutti, mentre il governo dovrà rendere conto delle tre interrogazioni parlamentari e dire chi c’è stato dietro le operazioni di spionaggio e infiltrazione.

La parola è stata poi lasciata ai tre parlamentari che hanno presentato le interrogazioni sul tema. Peppe De Cristofaro (AVS), che ha denunciato la torsione autoritaria del paese e la necessità di una solidarietà ampia per chi ha subito questi atti di spionaggio e infiltrazione.

Gilda Sportiello, del Movimento 5 Stelle, ha criticato il silenzio del governo Meloni di fronte alle infiltrazioni in Potere al Popolo e nelle due organizzazioni giovanili, e all’uso di Paragon. La denuncia si è estesa ai contenuti del decreto Sicurezza.

Infine, ha preso parola il deputato del PD Arturo Scotto, che ha attaccato il sovversivismo del governo Meloni. Scotto ha ricordato la propria distanza politica da Potere al Popolo, ma che in questi casi la denuncia non può che essere unanime.

Le domande dei giornalisti hanno sottolineato le responsabilità del centrosinistra e del cosiddetto ‘campo largo’ nel percorso che ha portato agli eventi discussi durante la conferenza stampa (dai decreti Minniti ai decreti Salvini, fino al fatto che le intercettazioni di Casarini e Caccia cominciarono sotto il governo Conte).

Giuliano Granato ha ribadito che Potere al Popolo ha sempre sottolineato le continuità tra centrosinistra e centrodestra, e continua a farlo, mentre la critica dovrebbe essere estesa all’intero modello capitalistico che vuole cancellare ogni alternativa, come successo col terrorismo finanziario contro la Grecia, ad esempio.

L’infiltrazione, dice, “rivela qualcosa dello stato dell’arte dall’altra parte“, cioè il pericolo che viene visto in Potere al Popolo e nelle organizzazioni giovanili che hanno animato le lotte degli ultimi mesi, soprattutto contro il genocidio. Tali lotte si sono poste su di un piano direttamente politico, in tendenza sistemico. E allora è salita la paura che la mobilitazione possa acquisire forza e partecipazione.
A partire dalle giornate di agitazione lanciate da Cambiare Rotta per il 30 giugno – 1° luglio, proprio per questo la lotta verrà invece rilanciata, e non si fermerà nemmeno durante questa calda estate.

Fonte

27/06/2025

Scoperti almeno cinque poliziotti infiltrati in Potere al Popolo: i documenti che lo provano

L’infiltrazione di polizie e servizi nell’opposizione politica è la regola, non l’eccezione, nella pratica di “governo”. A maggior ragione in tempi di riarmo e di guerra, in cui le “regole della democrazia” e la “sfera delle libertà” debbono cedere anche formalmente il passo ad altre ragioni ed interessi, pur di difendere l’unica “libertà” fondamentale: quella delle imprese e dei regime che le rappresenta.

Non importa quanto rilevante sia la forza d’opposizione, infiltrarla con propri “agenti” è un lavoro preventivo che in qualche modo verrà utilizzato per finalità, all’inizio, ancora indefinite. Ricordiamo che oltre 10 anni fa venne addirittura dall’allora segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, una denuncia di infiltrati dei servizi dentro un partito che fino a poco tempo prima era stato addirittura nel governo Prodi.

Perché la questione non riguarda la “pericolosità politica” dell’organizzazione sottoposta ad infiltrazione, ma la progettazione autoritaria che spinge uno Stato a combattere, anche preventivamente, la propria popolazione e le sue forme organizzate non “omogeneizzate”. O non ancora piratate... 

Potere al Popolo è un movimento politico più che “alla luce del sole”, costruito fin dal primo giorno in modo aperto e senza particolari sofisticazioni organizzative e programmatiche. Si presenta alle elezioni quando può e se lo ritiene utile, i suoi organismi dirigenti sono pubblici e per nulla “autoritari”. Infiltrarlo può sembrare uno spreco di tempo ed energie se si assume come scopo dei “servizi” quello di conoscere come è organizzato e chi compone le strutture di “direzione” (elette con voto online e procedura pubblica). Non c’è in effetti nulla che non si possa sapere su PaP anche solo guardando i suoi siti.

Ma se si prendono – almeno – cinque neo-poliziotti, giovani e appena “sfornati” dalle scuole di formazione – messe in piedi a suo tempo dall’ex ideatore e direttore dell’Ovra fascista, Guido Leto, “graziato” con l’amnistia e riciclato nella “Repubblica nata dalla Resistenza” – per piazzarli in PaP e Cambiare Rotta (una organizzazione giovanile che fa parte di quell’area), allora lo scopo non è “mantenere sotto controllo” o “raccogliere informazioni”.

Quale sia non possiamo ovviamente saperlo, perché sta solo nella testa di chi ha avviato “l’operazione”. Sappiamo però in che contesto viviamo e sappiamo che c’è un “decreto sicurezza” appena approvato che, tra le altre amenità anticostituzionali, prevede addirittura la possibilità per i servizi segreti di “creare e dirigere organizzazioni terroristiche” o comunque “violente”.

Non sono certo i ragazzi di PaP e CR il “personale” utilizzabile in questo senso, nessuno di loro in oltre otto anni di attività è mai stato accusato di aver tirato uno schiaffo... Ma siamo nel paese delle stragi di stato, dove si infiltravano con poliziotti e fascisti anche piccoli e innocui gruppi anarchici come quello di Pinelli e Valpreda.

Non perché fossero “pericolosi”, ma per condurre – su di loro e contro tutto il movimento operaio e studentesco – operazioni “falsa bandiera” a supporto di strette autoritarie feroci.

In effetti, il governo imperniato sugli eredi del Msi – l’incubatore politico da cui sono usciti molti “manovali” di quella stagione sanguinosa – deve ora spiegare il senso di questa “operazione” mirante ad avere “un piede dentro” un movimento politico indipendente e di sinistra. Non può essere per “assumere informazioni” e dunque perché?

Qui di seguito il dettagliato servizio di Fanpage, la testata online diventa nota – fra l’altro – perché il suo direttore è stato sottoposto ad intercettazioni illegali con lo spyware israeliano “Paragon”. Restiamo insomma in zona...

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Nel maggio scorso avevamo raccolto la denuncia di Potere al Popolo, che aveva scoperto un poliziotto infiltrato nelle fila del partito a Napoli. Su quel caso sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari a cui il governo di Giorgia Meloni non ha ancora risposto.

Ma dai documenti in possesso di Fanpage.it siamo riusciti a risalire all’intera operazione messa in campo dalla Direzione Centrale della polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, ai danni di un partito che si candida regolarmente alle elezioni politiche. Abbiamo scoperto infatti che le infiltrazioni ci sono state in diverse città italiane: Milano, Bologna e Roma, oltre che Napoli.

Nelle nostre ricerche, una volta identificati i poliziotti infiltrati in Potere al Popolo, abbiamo avvisato i responsabili e i dirigenti locali dell’organizzazione, riuscendo a trovare tutti i riscontri e le prove di una attività di spionaggio ed infiltrazione che è durata almeno 8 mesi.

Da Napoli a Milano: così i poliziotti si sono infiltrati nel partito

Grazie all’analisi dei documenti in nostro possesso abbiamo ricostruito tutti gli spostamenti dei 5 agenti di polizia che si sono infiltrati in Potere al Popolo. Appartengono tutti al 223esimo corso allievi agenti di polizia, e dopo un periodo di prova, che hanno trascorso in diverse Questure italiane, nel dicembre del 2024 sono stati trasferiti tutti alla Direzione centrale della polizia di prevenzione, ovvero all’antiterrorismo.

Non un solo infiltrato, non un caso singolo, ma una vera e propria operazione articolata. I 5 agenti hanno iniziato la loro infiltrazione in Potere al Popolo, spesso attraverso l’organizzazione giovanile “Cambiare Rotta”, contemporaneamente, tra ottobre e novembre del 2024, e solo a dicembre del 2024 hanno ricevuto il trasferimento ufficiale all’antiterrorismo.

A Milano i poliziotti infiltrati sono stati due. “Il primo soggetto si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università statale di Milano, all’inizio dell’anno accademico, nel mese di ottobre”, ci racconta Samuele Ortolini, di Cambiare Rotta Milano. La loro è l’organizzazione giovanile che fa capo all’area politica di Potere al Popolo. Un’associazione che si presenta anche alle elezioni studentesche nei principali atenei italiani.

“Si è presentato come uno studente fuori sede che aveva particolarmente a cuore il tema del carovita nella città di Milano. Ha partecipato alla contestazione che abbiamo fatto al teatro dal Verme di Milano a Carlo Calenda ed a molte altre manifestazioni. Il secondo soggetto invece si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università Bicocca, nel mese di dicembre” spiega Ortolini.

Le immagini che abbiamo ritrovato mostrano il primo poliziotto nel momento del suo giuramento in polizia, al termine del 223esimo corso allievi agenti di polizia, e poi in manifestazione a Milano in diverse occasioni. Una di queste è la contestazione a Carlo Calenda al teatro dal Verme di Milano. E poi ancora in piazza contro il carovita e per la Palestina, con la presenza anche alla manifestazione nazionale del 30 novembre scorso.

Era arrivato all’antiterrorismo dopo un periodo di prova alla Questura di La Spezia, presso il commissariato di Sarzana. Il secondo soggetto invece era più schivo: “Mostrava diffidenza a mostrarsi nei video e nelle foto – sottolinea l’attivista di Cambiare Rotta – perché diceva di non voler allarmare i suoi genitori”.

Eppure di lui siamo riusciti a trovare un video di una contestazione all’onorevole Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, all’università Bicocca di Milano. Compare per pochi secondi, dopo si copre il volto con lo striscione. “Nei momenti comuni non hanno mai esplicitamente dichiarato di conoscersi, ma erano molto affiatati, con la scusa che erano entrambi studenti fuori sede hanno socializzato fin da subito”, spiega Ortolini.

Ma dopo aver avvisato gli attivisti di Potere al Popolo di Milano, grazie al controllo delle foto sugli smartphone degli attivisti, siamo riusciti a trovare alcune foto dei due poliziotti infiltrati insieme ad una manifestazione.

Il secondo poliziotto, anche lui proveniente dal 223esimo corso, aveva svolto il periodo di prova addirittura al Viminale, al Ministero degli Interni, per poi essere trasferito a dicembre 2024 all’antiterrorismo. “Quando ci avete informato della loro reale identità, e cioè del fatto che fossero poliziotti, abbiamo ricostruito andando a ritroso la loro identità, e abbiamo notato molte somiglianze con il caso emerso a Napoli. Erano presenti nelle iniziative di lotta, ma al di fuori di queste non partecipavano a momenti di socialità”, conclude Ortolini.

Infiltrato anche a Bologna: “Era in piazza quando denunciammo il caso di Napoli”

Sempre al 223esimo corso allievi agenti appartiene anche il poliziotto infiltrato a Bologna in Potere al Popolo. Di lui abbiamo anche le immagini in divisa, oltre ai video che lo mostrano in piazza dietro lo striscione di PaP a urlare cori e slogan. Per lui i mesi di prova sono stati alla Questura di Modena, per poi arrivare alla Direzione centrale dell’antiterrorismo.

Come tutti gli altri ha 21 anni, nato nel 2004, ed è stato molto attivo a Bologna da dicembre 2024, prima contro il carovita ed il costo dei biglietti dei trasporti e poi nell’ambito universitario. Ha partecipato alla campagna elettorale per le elezioni studentesche e più di una foto lo ritrae ad un banchetto elettorale della lista di Cambiare Rotta.

“Sempre nell’autunno del 2024, come era successo anche a Napoli, un altro poliziotto si infiltra nella nostra organizzazione a Bologna”, ci spiega Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo. “Comincia a partecipare all’organizzazione giovanile Cambiare Rotta, partecipa a tutti i momenti, da quelli locali a quelli nazionali, ad esempio è stato presente al corteo per la Palestina il 30 novembre scorso a Roma. E partecipa molto attivamente alla campagna elettorale all’università per l’elezione del consiglio nazionale studentesco universitario, CNSU” spiega.

A maggio di quest’anno avviene però una cosa clamorosa, che oggi possiamo ricostruire dettagliatamente. È il 27 maggio e Potere al Popolo insieme ai collettivi universitari scende in piazza a Bologna per contestare la presenza di Giorgia Meloni in città. Lo stesso giorno Fanpage.it pubblica la notizia di un poliziotto infiltrato in Potere al Popolo a Napoli.

Dalle immagini che abbiamo ritrovato, il poliziotto infiltrato a Bologna è in quel corteo. Si sbraccia, urla slogan. “Siamo tutti antifascisti” dice, battendo le mani. Ma soprattutto è lì mentre dal megafono parlano del caso del poliziotto infiltrato a Napoli. L’agente dell’antiterrorismo prosegue la manifestazione, non si stacca. Ma sarà il suo ultimo atto.

“Nel momento in cui c’è anche una denuncia pubblica in quella piazza di Bologna, dell’episodio di Napoli, questo soggetto dall’indomani sparisce da un momento all’altro, non abbiamo avuto più alcuna sua notizia dal giorno successivo. Quando ci avete avvisato della sua reale identità è stato semplice capire il perché fosse sparito” racconta Granato.

L’infiltrazione fallita: il tentativo alla Sapienza di Roma

Sono in totale 5 gli agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia che sono stati trasferiti alla Direzione Centrale della polizia di prevenzione. Abbiamo ricostruito i volti e gli spostamenti di tutti e 5, ed abbiamo scoperto che tutti avevano un unico target: Potere al Popolo.

A Roma il tentativo di infiltrazione è però fallito, soprattutto grazie alla scrupolosità delle attiviste di Cambiare Rotta e Potere al Popolo e, evidentemente, per le condotte un po’ maldestre dell’agente in questione. Per lui dopo il giuramento c’è stato un periodo di prova alla Questura di Cremona e poi il trasferimento alla Direzione centrale a dicembre 2024. Nel mentre ha provato ad infiltrarsi alla Sapienza.

“Questo soggetto si è avvicinato a noi tramite un banchetto informativo elettorale, Cambiare Rotta si era candidata alle elezioni studentesche di ateneo, alla Sapienza”, ci racconta Anita Palermo di Potere al Popolo di Roma. “È sembrato molto strano perché appunto è spuntato dal nulla, non lo aveva mai visto nessuno, diceva di essere iscritto alla Sapienza dall’anno precedente, più o meno i volti, facendo politica all’università, li riconoscevo, e quindi mi aveva proprio stranito che questa persona non fosse mai comparsa, prima di quel momento. Intorno a novembre ha gravitato una o due settimane intorno a noi, e poi quando si è accorto che il nostro è stato un atteggiamento di chiusura, ha smesso di cercarci”, spiega l’attivista di PaP.

L’agente fa tante domande, forse troppe. Partecipa anche ad una assemblea a Giurisprudenza, di cui abbiamo una foto che lo identifica, ed addirittura siede in prima fila ed interviene. Un comportamento che viene reputato troppo strano per una persona che non si era mai vista in nessuna iniziativa politica all’università di Roma.

“Quando ci avete avvisato del fatto che questo soggetto fosse un poliziotto, abbiamo ricostruito. Il fatto di avere l’informazione compiuta della reale identità di questo soggetto ha avvalorato la nostra tesi, che era appunto una tesi di sospetto nei confronti di una persona che aveva un atteggiamento troppo strano”, ci dice Palermo.

Un’operazione su larga scala: “Vogliamo sapere chi l’ha ordinata”

Quella che abbiamo ricostruito è probabilmente una operazione su larga scala di spionaggio e infiltrazione di Potere al Popolo, partito che si presenta da anni alle elezioni politiche, e dell’associazione Cambiare Rotta, che si presenta alle elezioni del consiglio nazionale degli studenti universitari, che è un organo del Ministro dell’Istruzione, e alle elezioni dei consigli di ateneo, nelle principali università italiane. Dopo il primo caso denunciato da Potere al Popolo a Fanpage.it, sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari, una del PD, una di Avs e una del Movimento 5 Stelle, a cui il governo non ha ancora risposto.

Nessun commento è stato fatto dal Ministero dell’Interno. L’unica replica fu affidata alle agenzie da “fonti qualificate di polizia” che affermavano però cose dettagliate e in parte già smentite.

La prima era che nessuna Procura aveva mai autorizzato una attività simile, quindi immaginiamo che ancora oggi, davanti ad una operazione così grande, non ci siano autorizzazioni di sorta da parte della magistratura.

La seconda fu che si trattava di un caso isolato basato su iniziativa personale. In ultimo si faceva cenno al fatto che nel caso del poliziotto di Napoli, sui suoi profili social erano presenti le foto del giuramento in polizia. Circostanza falsa, visto che le foto di quel poliziotto in divisa, così come le altre trovate da Fanpage.it, non erano affatto sui profili social degli agenti, che invece erano assolutamente blindati, chiusi e senza nessun riferimento né fotografico, né di altro tipo alla reale attività dei soggetti in questione.

“Noi chiediamo di sapere innanzitutto chi ha ordinato questa operazione, perché non regge più questo silenzio, il governo deve dare spiegazioni assolutamente”, dice Giuliano Granato. Guardando le date di questa operazione non si può non pensare ad altre operazioni che si sono rivelate oscure e su cui ancora oggi il governo è incapace di fare chiarezza.

Le infiltrazioni in Potere al Popolo iniziano nell’autunno del 2024, di lì a pochissimo saranno infettati con lo spyware Paragon i telefoni del direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato, del collega Ciro Pellegrino, e dei fondatori di Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia. “Ci indica un percorso di repressione che questo governo sta intraprendendo e lo sta intraprendendo con, cito testualmente le parole di Giorgia Meloni, ‘metodi da regime’”.

“Noi facciamo un appello a quelle che sono le forze sociali, democratiche, le associazioni, ma anche i singoli cittadini e cittadine, a mobilitarsi affinché in questo paese si possa agire politicamente in modo democratico, senza dover avere paura delle infiltrazioni da parte della polizia”, sottolinea Anita Palermo.

Da quanto abbiamo potuto ricostruire, mentre l’infiltrato di Roma, dopo il suo tentativo fallito, ha fatto perdere immediatamente le sue tracce, l’agente infiltrato a Bologna è scomparso dal 27 maggio scorso, quelli di Milano invece sono andati via dal capoluogo lombardo il 23 ed il 27 maggio scorso, ufficialmente per un ritorno a casa alla fine dei corsi.

Solo uno era rimasto in contatto con l’organizzazione, fino alla manifestazione del 21 giugno scorso contro il riarmo europeo a Roma. In quella occasione abbiamo provato ad intercettarlo, con l’aiuto degli attivisti di Potere al Popolo, ma non si è presentato all’appuntamento che gli avevamo dato. Dal 22 giugno i telefoni di tutti gli agenti infiltrati risultano staccati.

“Le nuove scoperte ci danno ancora ulteriori preoccupazioni”, commenta Giuliano Granato. “Libertà di riunione, libertà di associazione e libertà di espressione, sono fondamenti della nostra democrazia, sono scritti nella carta costituzionale, e chiunque abbia autorizzato questa operazione, chiunque l’abbia ordinata, sta calpestando le basi stesse della nostra costituzione”, conclude il portavoce nazionale di Potere al Popolo.

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