Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/08/2026
06/08/2026
Accordo tra Europol e Israele per scambio di dati sensibili. Da abolire
Un ulteriore problema è che non lo è solo sul piano economico e militare, ma lo è anche – ed è assai più delicato – su quello dei sistemi di intelligence, la cooperazione delle polizie e lo scambio dei dati sensibili.
Secondo quanto rivelato dal sito di inchiesta Irpimedia, il culmine di questa relazione è – o meglio, vorrebbe essere – un accordo per lo scambio di dati personali tra Europol, l’agenzia di polizia dell’Ue, e le autorità israeliane.
Un sito israeliano già nel settembre del 2022 dava per acquisito questo accordo di cooperazione tra Europol e agenzie di sicurezza di Israele. “Sono state completate le trattative tra Israele e l’Unione Europea per un accordo di condivisione di informazioni con Europol. L’ambasciatore di Israele presso l’UE Haim Regev e il rappresentante dell’UE hanno firmato mercoledì una dichiarazione di completamento dei negoziati tra le parti per lo scambio di informazioni su terrorismo e criminalità grave”.
Dopo quattro anni di negoziati, nel dicembre del 2022 erano però trapelate alcune notizie che davano l’accordo per morto o per lo meno congelato. Alla fine del 2022, il Servizio giuridico del Consiglio dell’Ue aveva infatti espresso un parere negativo sul testo, chiedendo di modificarne alcuni passaggi perché le norme europee impongono la tutela dei dati personali e dei diritti fondamentali.
Se l’accordo fosse stato approvato – è la tesi del Servizio giuridico – avrebbe esteso per la prima volta “la propria applicazione ai territori occupati da Israele nel 1967”, in contrasto con la posizione dell’Ue, che considera illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi
Ma la Commissione europea ha dichiarato che nel 2026 il mandato negoziale «è ancora in vigore», senza chiarire se o come siano state recepite le osservazioni in merito del Servizio giuridico della Ue.
Il documento riservato, prodotto dal Servizio legale del Consiglio dell’Ue nel novembre del 2022, aiuta a ricostruire gli eventi. Due mesi prima, la Commissione e il governo israeliano avevano dato il via libera a una bozza di accordo che però, per essere ratificato, aveva bisogno dei voti favorevoli del Consiglio e del Parlamento europeo. A quel punto, alcuni membri del Consiglio hanno chiesto al Servizio legale di valutare la conformità del testo con le norme comunitarie e internazionali.
La risposta dell’ufficio non consente ombre di dubbio: la Commissione aveva incluso articoli in netto contrasto con le norme europee e internazionali e non aveva informato il Consiglio nel corso dei negoziati.
Tra il 2023 e il 2026, la Commissione ha però continuato a incontrare diplomatici israeliani, tenendo all’oscuro il Parlamento europeo. Ventisette parlamentari europei hanno depositato un’interrogazione scritta per chiedere alla Commissione di informarli sul contenuto di questi incontri, sull’avanzamento dei negoziati e sui rischi per i diritti umani derivanti dall’accordo.
Il parlamentare francese Mounir Satouri, ha denunciato come “questo accordo peggiorerebbe anche la situazione dei palestinesi in Europa. Su pressione israeliana, diversi difensori dei diritti umani sono stati già attaccati all’interno dell’Ue. Con un accordo di questo tipo, questa criminalizzazione si rafforzerebbe e sarebbe ancora più difficile vivere come palestinesi in Europa”. Satouri cita, a titolo di esempio, il divieto di ingresso in Francia, per motivi di sicurezza, emanato nei confronti del difensore dei diritti umani palestinese Shawan Jabarin, direttore della ong Al-Haq, organizzazione che esiste dal 1979.
I dati al centro dell’accordo sono infatti quelli che la legislazione europea sulla privacy definisce “categorie speciali” di dati: «Informazioni sull’origine, la razza e l’etnia, sulle opinioni politiche, il credo religioso o filosofico, l’affiliazione a un sindacato, elementi genetici e biometrici, dati sulla salute, sulla vita sessuale o sull’orientamento sessuale». Queste categorie di dati potrebbero essere trasferite alla polizia israeliana, allo Shin Bet, ovvero l’intelligence interne e ad altre agenzie di sicurezza israeliane.
Questo accordo va abolito, senza se e senza ma.
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01/08/2026
Legge sul riconoscimento facciale, dallo stadio alle piazze?
Con il pretesto di adeguare la normativa nazionale alle regole europee, il provvedimento permetterebbe alla polizia di usare i sistemi tecnologici di riconoscimento biometrico, sia in seguito alla commissione di un reato, sia per ottenere dati in tempo reale durante lo svolgimento di eventi pubblici, come manifestazioni e cortei.
Gli articoli più pericolosi del provvedimento
Come riportato ieri, l’ennesima stretta repressiva effettuata dal governo passa soprattutto attraverso gli articoli 8 e 10.
Il primo consentirebbe alla polizia di utilizzare i dati biometrici raccolti con le telecamere presenti nelle città attraverso una semplice comunicazione, anche solo orale, al Pubblico ministero, senza passare per l’autorizzazione di un giudice.
Il secondo darebbe la possibilità di una raccolta dati preventiva e indiscriminata su chiunque acceda in un dato luogo o sia papabile di partecipazione a un dato evento.
La questione del consenso
Se il riconoscimento facciale è già presente nelle azioni della vita quotidiana odierna (sblocco dello smartphone, gate degli aeroporti ecc.), il primo cambio di passo del decreto è l’assenza di qualsivoglia consenso per la raccolta dei dati.
Ignaro di essere inquadrato e schedato, con il nuovo provvedimento il soggetto verrebbe registrato, inserito e confrontato in una banca dati della polizia dove inevitabilmente finirebbero tutti coloro che non abbiano precedenti, ma solo appunto in “preventiva”.
Il modello Stadio Olimpico di Roma
Un meccanismo del genere è già da una decina d’anni in funzione, con porca sorpresa, all’interno degli stadi italiani, luoghi divenuti oggetto di sperimentazione di tutta una serie di misure repressive verso la socialità organizzata, generalmente intesa.
Come riportava ieri per esempio Pier Luigi Pisa, allo Stadio Olimpico di Roma sono installati “sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, che impiegano la tecnologia di riconoscimento facciale” per individuare i tifosi sospettati di aver causato disordini o commesso reati.
Se l’autorizzazione del Garante della privacy del 2016 prevedeva che le immagini possono essere utilizzate “solo” per condotte legate al Daspo e per la durata di 7 giorni, al termine dei quali devono essere cancellate automaticamente, oggi “il dual use della repressione stadio-quartieri” sembra aver partorito l’ennesimo mostro liberticida.
Come funziona il riconoscimento facciale
Effettuato all’ingresso e all’interno dell’Olimpico, e comunicato ai tifosi con un piccolo asterisco in sede di acquisto del biglietto o dell’abbonamento, il riconoscimento facciale avviene attraverso un programma che permette l’identificazione dei soggetti tramite una foto, a partire da cui il volto viene confrontato con le migliaia presenti nell’archivio gestito dal ministero dell’Interno.
Ma la stessa società che fornisce il sistema per l’Olimpico – la leccese Reco 3.26 – ha da tempo sviluppato uno strumento per l’identificazione degli individui in tempo reale, non solo quindi a posteriori.
Il suo utilizzo era stato bloccato dal Garante per la privacy nel 2021 proprio perché l’elaborazione del software avrebbe coinvolto tutte le persone racchiuse nell’immagine, senza selettività alcuna.
Il provvedimento in questione, ed è il secondo cambio di passo, crea invece una base giuridica all’implementazione di tale riconoscimento in diretta, esaudendo un vecchio desidero delle forze dell’ordine.
Un nuovo capitolo delle leggi dual use stadio-quartieri
L’ennesimo ritrovato repressivo del governo Meloni sembra proseguire quelle sperimentazioni sull’ambiente stadio che poi sono state applicate contro qualsiasi voce del dissenso organizzato in società, come è stato per il passaggio dal daspo al daspo urbano, fino al daspo fuori contesto.
I quattro anni di governo Meloni, in continuità con quelli precedenti, hanno solo peggiorato le condizioni delle classi popolari e di chi vive del proprio lavoro, i quali per tutta risposta hanno ricevuto manganelli, gogna mediatica, denunce e carcere, nei casi peggiori.
Il riconoscimento biometrico facciale di massa ci pare allora come l’ennesimo motivo per continuare a organizzarsi, fuori e dentro gli stadi, contro un sistema che vorrebbe trasformare tutto in profitto a discapito della vita degli uomini e delle donne che vivono, lavorano e producono la vera ricchezza di questo Paese.
Leggi anche: Perché opporsi all’introduzione del riconoscimento biometrico negli stadi?
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31/07/2026
Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale
Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile».
I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».
L’articolo 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’IA integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice.
L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.
«Siamo al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del PD Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.
Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.
«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi –. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».
Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.
La nuova norma riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento.
Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.
La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati», sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).
«Tolleranza zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza.
Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano.
Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.
Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.
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12/07/2026
Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa
La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci sono anche altri due problemi: la libertà di manovra lasciata alle Big Tech e le modalità di votazione, che hanno palesato la natura delle istituzioni europee, che è tutto fuorché democratica.
Il 9 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato la proroga di una norma temporanea già sostenuta dal Consiglio dell’Unione Europea, all’unanimità. Si tratta della misura definita come “Chat Control”, che ha sollevato un acceso dibattito perché, nei fatti, permette il controllo di una gran quantità di dati privati da parte delle aziende di messaggistica e posta elettronica.
Con la formula “Chat Control” si intende una norma che permette ai fornitori di servizi di analizzare, in maniera volontaria, i contenuti, e di rimuoverli e segnalarli nel caso dell’individuazione di materiale pedopornografico o di messaggi finalizzati all’adescamento. Tale misura era in scadenza, ma è stata appunto prorogata fino al 3 aprile 2028.
A rimanere in dubbio è perso l’ampiezza dei poteri da concedere alle aziende. Infatti, tramite emendamento, le comunicazioni protette dalla cosiddetta “crittografia end-to-end”, ovvero dal quel sistema crittografico che consente la lettura del contenuto inviato solo sui dispositivi del mittente e del destinatario, rimangono fuori da questo provvedimento.
Sarà un software a effettuare una prima disamina dei contenuti controllati. Se l’algoritmo troverà una corrispondenza o un’elevata probabilità di illecito, allora verrà fatta una segnalazione poi controllata da revisori umani, autorità nazionali, forze di polizia e, nel futuro impianto, un Centro adibito a questo compito.
C’è però un problema enorme. Il software, per il modo in cui riconosce casi passibili di finire sotto segnalazione, usa meccanismi che rischiano di provocare una gran quantità di errori (i file esaminati possono essere milioni e milioni al giorno), e a dirlo è il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS).
Ma soprattutto, l’EDPS ha sottolineato che la norma approvata non definisce garanzie chiare sui limiti del monitoraggio delle imprese private, lasciando loro ampia discrezionalità. Questo potrebbe finire col colpire in particolare soggetti protetti da obblighi di riservatezza, come giornalisti, avvocati, e altri professionisti.
Il Garante ha infine criticato la possibilità che una norma nata in maniera eccezionale e temporanea nel 2021 diventa solida architettura della UE, nonostante l’impatto non chiarito sui diritti fondamentali dei suoi cittadini. Dietro il velo della lotta a crimini terribili, nei fatti un algoritmo metterà in mano a privati la gestione di una quantità enorme di dati riservati, che possono inoltre diventare anche strumento politico per una UE sempre più dedita alla censura, le sanzioni e la propaganda di guerra.
C’è poi la specifica di come il Parlamento Europeo ha votato tale proroga. Il testo era già stato respinto per ben due volte a marzo, ma la democraticissima presidente Roberta Metsola lo ha ripresentato ricorrendo a una procedura d’urgenza, così che al voto del 9 luglio fosse necessaria la maggioranza assoluta dell’Aula per respingere il provvedimento.
È così è accaduto che 314 parlamentari si sono espressi contro, e solo 276 a favore, ma alla fine il voto ha dato ragione a questi ultimi, perché a Metsola non andava giù l’opinione espressa dai colleghi precedentemente, per ben due volte. I due emendamenti decisivi per la tutela della crittografia hanno superato di poco la maggioranza assoluta richiesta (fissata a 360 voti), ottenendo rispettivamente 369 e 362 consensi.
Il provvedimento non è comunque entrato automaticamente in vigore. Il Consiglio deve decidere se accettare le modifiche inserite entro i prossimi tre mesi, e solo a quel punto il regolamento sarà adottato. Se invece il via libera non ci sarà, allora si aprirà un negoziato formale tra Parlamento e Consiglio per trovare un testo comune. Solo se questa mediazione non raggiungerà alcun risultato allora la proposta decadrà definitivamente.
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13/06/2026
Minority Report è legge. Tutti sorvegliati, tutti sospetti
Il riconoscimento facciale entra nelle mani delle questure: la nuova frontiera della sicurezza è il controllo biometrico della popolazione
Per anni ci hanno detto che era fantascienza. Che il mondo di Minority Report, dove gli individui vengono controllati, profilati e sospettati prima ancora di aver commesso un reato, apparteneva soltanto al cinema. Oggi non è più così. Con i decreti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri per attuare il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, il governo Meloni compie un salto di qualità nella costruzione dello Stato della sorveglianza.
L’annuncio è arrivato direttamente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Le forze di polizia potranno utilizzare sistemi di intelligenza artificiale e tecnologie di identificazione biometrica remota negli spazi pubblici non soltanto per individuare gli autori di reati già commessi, ma anche per finalità preventive. In altre parole, il controllo algoritmico delle persone entra ufficialmente tra gli strumenti ordinari della sicurezza pubblica.
Formalmente il ricorso al riconoscimento biometrico sarà limitato a situazioni specifiche e dovrà essere autorizzato da un giudice per periodi fino a quindici giorni. Ma è proprio qui che si nasconde la novità più inquietante: nei casi ritenuti urgenti, la polizia potrà attivare questi strumenti senza autorizzazione preventiva, limitandosi a comunicare successivamente l’iniziativa all’autorità giudiziaria, che avrà tre giorni per convalidarla.
Tradotto in termini concreti, saranno le stesse questure a decidere quando esiste una minaccia tale da giustificare l’attivazione di sistemi di riconoscimento facciale e monitoraggio biometrico della popolazione. Solo successivamente un giudice potrà intervenire per verificare la legittimità dell’operazione.
Il problema non è soltanto giuridico. È profondamente politico.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua espansione dei poteri di polizia: decreti sicurezza, zone rosse, Daspo urbani, videosorveglianza diffusa, controllo preventivo dei movimenti sociali, raccolta massiva di dati personali. Ora a questo arsenale si aggiunge l’intelligenza artificiale.
L’obiettivo dichiarato è prevenire il crimine. Ma chi decide cosa rappresenta una minaccia? Chi stabilisce quando un comportamento deve essere monitorato? E soprattutto: quali cittadini finiranno più facilmente dentro i radar degli algoritmi?
La letteratura scientifica internazionale fornisce una risposta molto chiara. I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per finalità predittive tendono a riprodurre e amplificare i pregiudizi presenti nei dati con cui vengono addestrati. Se le banche dati riflettono pratiche discriminatorie, controlli selettivi e profilazioni razziali già esistenti, l’algoritmo non farà altro che rafforzarle.
È ciò che è accaduto negli Stati Uniti con diversi software di predictive policing. Quartieri poveri, comunità afroamericane, migranti e minoranze etniche sono stati identificati come aree o soggetti “a rischio” non perché più inclini a commettere reati, ma perché già maggiormente controllati dalla polizia. Il risultato è un circolo vizioso: più controlli producono più dati, più dati alimentano gli algoritmi, più algoritmi giustificano nuovi controlli.
Con l’introduzione del riconoscimento biometrico preventivo il rischio è ancora più grave. Non si tratta più soltanto di osservare comportamenti, ma di identificare persone in tempo reale attraverso il volto, trasformando lo spazio pubblico in un ambiente permanentemente monitorato.
Le conseguenze per il diritto al dissenso sono evidenti. Basterà partecipare a una manifestazione? Essere presenti in una piazza considerata “sensibile”? Frequentare un contesto monitorato dalle autorità? In un paese dove negli ultimi anni la parola “sicurezza” è stata utilizzata per restringere gli spazi di protesta, il rischio di derive arbitrarie appare tutt’altro che teorico.
Il governo assicura che saranno rispettati i principi di proporzionalità, non discriminazione e trasparenza. Ma qui emerge un ulteriore paradosso. Le moderne reti neurali funzionano come vere e proprie scatole nere. Nemmeno gli sviluppatori sono spesso in grado di ricostruire con precisione il percorso logico che conduce l’algoritmo a individuare un soggetto come sospetto.
E allora come potrà un cittadino difendersi da una decisione algoritmica? Come sarà possibile contestare un sospetto se non si conoscono i criteri che lo hanno generato? Come si esercita il diritto di difesa contro una macchina che non spiega le proprie conclusioni?
Non serve evocare Orwell. Non serve nemmeno Spielberg. Basta osservare la traiettoria politica degli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’espansione dei poteri preventivi, dalle zone rosse alla sorveglianza tecnologica, il governo Meloni sta progressivamente sostituendo il principio di libertà con quello del sospetto.
L’intelligenza artificiale non è neutrale. Inserita dentro apparati già segnati da opacità, profilazione e uso estensivo dei poteri di controllo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento di selezione, discriminazione e repressione.
La promessa è quella della sicurezza. Il risultato potrebbe essere una società in cui tutti sono osservati e alcuni vengono sospettati prima ancora di aver fatto qualcosa.
La fantascienza, questa volta, è diventata politica.
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16/05/2026
Microsoft coinvolta nella sorveglianza di massa condotta dall’IDF
Il caso era esploso lo scorso anno, quando Microsoft ha commissionato un’inchiesta formale a seguito di alcune rivelazioni giornalistiche firmate da The Guardian, +972 Magazine e Local Call. Le indagini hanno accertato che l’Unità 8200, l’élite dell’intelligence militare israeliana, avrebbe utilizzato le infrastrutture di Azure per raccogliere e analizzare milioni di conversazioni telefoniche di palestinesi, sia a Gaza sia in Cisgiordania.
Secondo i risultati dell’inchiesta, condotta con il supporto dello studio legale statunitense Covington & Burling, l’Unità 8200 avrebbe violato i termini di servizio di Microsoft, che vietano esplicitamente l’uso delle proprie tecnologie per facilitare la sorveglianza di massa dei civili. Di conseguenza, Microsoft ha interrotto l’accesso dell’unità militare ai servizi cloud e ai prodotti di intelligenza artificiale legati al progetto.
L’uscita di Haimovich non è l’unica. Diversi manager del dipartimento di governance di Microsoft Israele hanno rassegnato le dimissioni per sospette violazioni del codice etico aziendale. La supervisione del braccio israeliano del colosso tecnologico sarà ora trasferita sotto la responsabilità di Microsoft Francia, segnando un netto declassamento dell’autonomia gestionale della sede di Tel Aviv.
Documenti visionati dalla stampa suggeriscono che Haimovich abbia giocato un ruolo chiave nel consolidare il rapporto tra Microsoft Israele e l’intelligence militare a partire dal 2021 (dunque ben prima del 7 ottobre 2023 da cui spesso i propagandisti sionisti fanno iniziare la storia del conflitto regionale), dopo un incontro tra il CEO globale di Microsoft, Satya Nadella, e l’allora comandante dell’Unità 8200.
Sotto la guida di Haimovich, sarebbe stata creata un’area specifica all’interno della divisione che si occupa di Azure per ospitare materiale d’intelligence sensibile, dove l’IDF ha poi trasferito l’immenso archivio di intercettazioni. I massimi dirigenti di Microsoft, tra cui lo stesso Nadella e il vice-presidente Brad Smith, hanno preso le distanze dall’accaduto, dichiarando di non essere stati a conoscenza dell’uso improprio di Azure.
Ma il movimento per il boicottaggio di Israele denuncia da anni che la casa di Bill Gates è complice dell’apartheid e della pulizia etnica dei palestinesi, e del resto è evidente come Haimovich venga ora scaricato solo dopo che un’indagine giornalistica ha reso impossibile difenderlo.
Haimovich ha salutato il personale con un’email in cui ha rivendicato i risultati economici ottenuti, definendo Israele come “uno dei mercati a più rapida crescita per Microsoft nel mondo”. Con il rimpasto dei vertici, Microsoft tenta ora di ripulire la propria immagine, cercando di bilanciare i lucrosi contratti nel settore della difesa con un rispetto di facciata dei propri standard etici globali, ma questo tipo di operazioni non attecchiscono nell’opinione pubblica.
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21/04/2026
Gran Bretagna - 12 università pagavano ex militari per sorvegliare studenti e docenti pro-Palestina
La società in questione, la Horus Security Consultancy Limited, avrebbe ricevuto almeno 440.000 sterline (circa 530.000 euro) dal 2022 a oggi. Tra le istituzioni coinvolte figurano nomi di assoluto rilievo come l’Università di Oxford, l’Imperial College London, la University College London (UCL), la London School of Economics (LSE) e l’Università di Bristol.
Fondata nel 2006 da Jonathan Whiteley, ex tenente colonnello con 23 anni di esperienza nell’intelligence, la Horus nasce già come progetto interno al team di sicurezza del prestigioso ateneo di Oxford, e si avvale di figure di alto profilo militare, come il colonnello Tim Collins, che dal 2020 è diventato direttore della società madre.
Il profilo politico di Collins può essere facilmente dedotto dal fatto che ha pubblicamente affermato che le manifestazioni in solidarietà con la Palestina sono orchestrate dalla Russia e dall’Iran, e ha anche invitato a deportare fuori dal Regno Unito i manifestanti non britannici che, a suo avviso, “si comportano male”.
Horus offre un servizio chiamato “Insight”, che utilizza strumenti di intelligenza artificiale per setacciare una vasta gamma di fonti web e social media, producendo rapporti dettagliati sulla base delle richieste dei clienti. Le università hanno domandato un controllo sulle possibili attività di protesta che potevano coinvolgere i propri campus.
La sclerotizzazione repressiva e di profilazione ha raggiunto però livelli preoccupanti. Tra le figure controllate c’era Rabab Ibrahim Abdulhadi, accademica palestinese-statunitense di 70 anni, che nel 2023 era stata chiamata a intervenire alla Manchester Metropolitan University. L’ateneo ha commissionato a Horus una “valutazione della minaccia” sulla sua persona, e il rapporto di sei pagine che la società ha redatto citava accuse di antisemitismo già smentite da tribunali e università negli Stati Uniti.
La dottoranda della LSE Lizzie Hobbs è stata messa sotto sorveglianza e i suoi post su X riguardanti lo sgombero di un accampamento di protesta sono stati segnalati all’ufficio sicurezza dell’ateneo. Contattata da Al Jazeera, Hobbs ha detto: “sapevamo che l’università effettuava attività di sorveglianza, ma è scioccante vedere quanto sia sistematica”. L’Università di Bristol, per riportare ancora un ulteriore esempio, avrebbe essa stesso fornito alla Horus una lista specifica di gruppi da monitorare.
Persino l’ONU è arrivata ad esprimersi sulla vicenda. Gina Romero, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, ha espresso profonda preoccupazione, anche dal punto di vista legale, per l’attività richiesta a Horus. Romero ha contattato vari studenti, e ha riscontrato che il “clima di terrore” instaurato ha provocato traumi psicologici e sta portando molti giovani ad abbandonare l’attivismo.
Molti atenei non hanno rilasciato commenti, mentre altri, come l’università di Sheffield e l’Imperial College, hanno difeso l’operato di Horus parlando di semplice monitoraggio preventivo necessario per garantire la sicurezza e la continuità delle attività universitarie. Sette università hanno addirittura rifiutato l’accesso agli atti richiesto da Al Jazeera e Liberty Investigates affermando che ciò avrebbe minato il modello di business di Horus.
Purtroppo, si osserva da tempo l’allargamento e l’irrigidimento di una forte ondata repressiva contro il movimento di solidarietà col popolo palestinese, intorno a cui sono cresciute una serie di altre critiche ai vari governi nazionali che hanno sostenuto l’economia del genocidio. La “Generazione Gaza” ha provocato smottamenti importanti in tutto l’Occidente, e la risposta è quella che, in questo caso, è esemplificata da Horus.
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13/03/2026
L’ombra di Thiel su Roma
Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies – la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo – arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.
Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.
Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?”. Una domanda legittima, a cui – come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio – non è arrivata alcuna risposta.
Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.
Chi è Peter Thiel: l’ideologo oscuro della tecno-destra
Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto in Sudafrica durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti – e meno conosciuti dal grande pubblico – del Pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.
Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” – disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano – espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.
La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt – il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista – e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano [nei fatti chi – sulla base della forza e dentro una crisi di sistema – stabilisce il nuovo ordine che cancella il precedente, ndr]. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.
“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale”. – Peter Thiel, Il momento straussiano
Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti» [manipolazione infame del Macbeth, ndr], Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo – qualcosa come il sistema ECHELON – come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.
Palantir: il grande occhio che non dorme
Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 – un anno prima che Thiel investisse in Facebook – nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence”. Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.
Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica.
In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la “sorveglianza predittiva”. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome (quelle che sparano da sole...).
E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni – “sta cercando nuovi accordi?” – non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.
Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.
Epstein, le società segrete e il “dialog”
La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures – co-fondato da Thiel – ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.
Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era – come ha scritto il manifesto – un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.
E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale – Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog – o qualcosa di molto simile – sbarca a Roma.
L’anticristo come progetto politico
Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull’“Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective – un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.
Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà.
Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” – gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo – sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del Mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.
Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel – una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale – sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.
Roma 2026 e il convegno del Parco dei Principi
Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti – la storia non si ripete mai con gli stessi attori – ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.
Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, giunge a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.
Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel – è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.
Il silenzio del governo e il vuoto dell’opposizione
Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi una dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.
L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo – il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.
Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce, spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.
Guerra a pezzi, caos organizzato e il nuovo ordine
Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico – l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali – non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.
In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti – magistratura, media, università – vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.
Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.
Cosa possiamo fare: una risposta possibile
Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridendo nervosamente di fronte all’abisso.
La domanda è seria: cosa possiamo fare?
Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione – blog, social, reti associative – ha il dovere di amplificarla.
Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica – parlamentare, giornalistica, associativa – per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.
Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.
Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel – e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno – richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.
Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola – si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.
Noi siamo pronti a lottare. E voi?
Fonti e riferimenti
1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html
2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley
3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/
4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano
5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel
6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/
7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/
8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/
9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/
10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj
11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/
12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies
13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311
14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/
15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026
16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025
Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.
Fonte
06/03/2026
I satelliti cinesi sull’Asia occidentale: uno scudo silenzioso per l’Iran
Conoscendo per antica esperienza lo stile cinese nelle relazioni internazionali eravamo certi che così non fosse, anche le forme dell’aiuto e o dell’incazzatura non assumevano le forme della “discesa in campo” o delle minacce di guerra.
Qualcosa si intuiva da alcune esternazioni nervose statunitensi, peraltro poco chiare o manifestamente propagandistiche. Qualcosa di molto più preciso, carte alla mano, ci dice il prof. Shivan Mahendrarajah, con un’analisi che riportiamo integralmente.
Poi si guarda al teatro di guerra e si deve registrare che il secondo attacco – stavolta con droni – da parte iraniana alla portaerei Usa Lincoln, posizionata nell’Oceano Indiano per far decollare comodamente i suoi bombardieri, non è stato “smentito” dal Pentagono. Contrariamente al primo.
Costringendo persino un artista dell’informazione distorta, come Enrico Mentana, ad esibirsi in un penoso esercizio di anti-logica dicendo: “Era già stato detto e smentito alcuni giorni fa, dunque se si ripete – anche se stavolta non c’è smentita – possiamo dedurre che sia andata allo stesso modo”. Basta un pierino alle elementari per alzare i dito e far notare che, se c’è una differenza, due eventi sono presumibilmente diversi.
Poi si collegano le informazioni e ci si accorge che proprio ieri, quasi in contemporanea con il dichiarato attacco alla Lincoln, l’Iran aveva annunciato l’entrata in servizio di un nuovo tipo di droni: a più lunga gittata, molto più veloci e soprattutto disegnati simil-stealth, ossia più difficilmente rilevabili ai radar.
Manca ancora il dettaglio importante in ogni guerra: come fanno a Teheran a sapere dove sta, di preciso, ogni componente della “grande armada” inviata da Trump? Il prof. Mahendrarajah suggerisce una risposta.
Buona lettura.
Quando MizarVision iniziò a pubblicare immagini satellitari del rafforzamento delle forze statunitensi nel Golfo Persico e in Giordania prima della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, la rete reagì immediatamente. Le fotografie circolarono ampiamente perché rivelavano qualcosa che gli operatori occidentali avevano accuratamente evitato di mostrare.
Per anni, aziende come Planet Labs e Maxar hanno filtrato o nascosto immagini ritenute sensibili agli interessi statunitensi e israeliani. Il pubblico raramente ha avuto accesso a immagini non elaborate degli schieramenti americani nell’Asia Occidentale. MizarVision ha interrotto questo schema e ha costretto tali schieramenti a rivelarsi pubblicamente.
Seguono ovvie domande: perché un’azienda cinese dovrebbe pubblicare materiale che le aziende occidentali nascondono sistematicamente? Chi c’è dietro MizarVision? Perché questa azienda cinese pubblica immagini sensibili mai viste prima dal pubblico?
MizarVision, secondo informazioni pubblicamente disponibili, è un rivenditore di immagini catturate da satelliti cinesi privati. Tuttavia, poiché Pechino autorizza preventivamente la divulgazione di informazioni sensibili, le sue motivazioni hanno destato perplessità.
Il ruolo della flotta satellitare cinese nel monitoraggio delle attività statunitensi e israeliane e nel supporto alle forze armate yemenite allineate ad Ansarallah e all’esercito iraniano durante la guerra dei 12 giorni tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dello scorso giugno, è sospettato da diplomatici e professionisti della sicurezza americani e israeliani; tuttavia, il grande pubblico ne era per lo più all’oscuro, presumendo che l’Iran avesse ottenuto immagini per scopi militari dai propri satelliti militari.
L’Iran gestisce un programma satellitare modesto. Non dispone della densità, della ridondanza e della copertura persistente necessarie per una rilevazione militare ad alta risoluzione e continuativa. Proprio come Israele dipende dall’architettura di ricognizione statunitense, l’Iran si appoggia a un alleato tecnologicamente avanzato in grado di fornire una sorveglianza continua e un rapido impiego delle missioni.
Questo partner è la Cina.
Il vantaggio orbitale della Cina
L’Iran ha 14 satelliti attivi elencati nella banca dati informatica del NORAD (Comando di Difesa Aerospaziale Nordamericano), controllata dagli Stati Uniti (i satelliti inattivi sono contrassegnati dal NORAD come “decaduti”). In generale, i satelliti vengono lanciati a diverse altitudini, che vanno da centinaia di chilometri a 36.000 chilometri nello spazio, e manovrati nelle orbite designate. Alcuni satelliti sono posizionati in “orbita geostazionaria” (GEO) per coprire una regione giorno e notte.
L’area di copertura dei satelliti GEO, detta “impronta”, può essere piuttosto estesa. Il tipo più comune di satelliti, “orbita terrestre bassa” (LEO), attraversa un percorso orbitale, ma ha un’impronta minore sull’area che attraversa (un passaggio dura da minuti a ore).
Il “carico utile”, la tecnologia a bordo, determina cosa un satellite può o non può fare. Il satellite iraniano “Jam-e Jam”, lanciato di recente, è GEO, ma il suo carico utile è destinato alle telecomunicazioni. Solo una manciata di satelliti iraniani LEO hanno capacità di acquisizione di immagini, ma solo uno dispone di una tecnologia di acquisizione di immagini di alta qualità. Ecco perché l’Iran ha bisogno di una nazione amica.
La posizione della Cina è completamente diversa. La sua flotta satellitare è stimata tra 1.100 e 1.350 unità attive che coprono GEO, LEO e tracce orbitali specializzate come quelle che supportano la navigazione BeiDou. Piattaforme militari e commerciali operano fianco a fianco. Molti satelliti con etichetta civile sono progettati per un duplice uso. Qualsiasi piattaforma in grado di risolvere i dettagli di uno stadio di calcio può altrettanto facilmente mappare un complesso militare.
L’ampiezza della costellazione cinese consente acquisizione di immagini continua, penetrazione radar attraverso la copertura nuvolosa, raccolta di segnali di intercettazione, tracciamento meteorologico, telecomunicazioni e trasmissione dati. Per portata e sofisticatezza, la rete si affianca al sistema gestito dall’Ufficio Nazionale di Ricognizione statunitense, che garantisce il predominio strategico americano e israeliano.
L’infrastruttura orbitale cinese è vasta, stratificata e sempre più assertiva nel suo utilizzo.
La Rete Jilin-1
MizarVision non lancia né gestisce satelliti. Il suo fondatore, Liu Ming, detiene il 35,38% della società, mentre fondi di investimento privati controllano le restanti azioni. Nessun fondo statale ufficiale figura nel registro degli azionisti, tuttavia la supervisione normativa in Cina garantisce l’allineamento con le priorità nazionali.
MizarVision acquista immagini dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e da sei proprietari e operatori satellitari cinesi privati. Come per le immagini in questione, MizarVision può annotarle prima di venderle. Un’azienda cinese è di interesse: Chang Guang Satellite Technology, Ltd., una diramazione commerciale dell’Accademia Cinese delle Scienze.
Chang Guang possiede e gestisce una famiglia di satelliti chiamata “Jilin-1”. Secondo una stima del 2024, il numero di unità attive è di circa 120, ma probabilmente è maggiore poiché la Cina ha un intenso programma satellitare e lancia frequentemente nuovi satelliti in orbita.
I satelliti Jilin-1 sono specializzati nell’acquisizione di immagini ad alta frequenza e operano in gruppi coordinati da cinque a dieci unità. I sistemi pancromatici combinano le bande visibili e infrarosse per generare immagini in scala di grigi con risoluzioni comprese tra 50 e 75 centimetri. I sistemi multispettrali forniscono immagini a colori a una profondità di due o tre metri. La capacità video ad alta definizione raggiunge una risoluzione compresa tra 92 e 120 centimetri, producendo clip che possono durare da 30 a 120 secondi a circa 10 fotogrammi al secondo. I satelliti funzionano in tutte le condizioni meteorologiche.
Orbitando in LEO a circa 535 chilometri, i satelliti Jilin-1 mantengono un’attività costante e non si spengono di notte. Il coordinamento della rete di satelliti consente una copertura persistente, una rapida riassegnazione e più rivisitazioni sulla stessa regione nell’arco di una sola giornata.
Sono agili, i satelliti si inclinano e si manovrano per catturare le immagini migliori. La rete di satelliti consente la multifunzionalità e una “copertura persistente” (24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all’anno). Sono ideali per il monitoraggio di aree diurne e notturne.
Chang Guang, tuttavia, non è strettamente privato. Le immagini acquisite dai loro satelliti vengono utilizzate dalle Forze Armate Cinesi. La maggior parte dei satelliti Jilin-1 è dedicata alla sorveglianza regionale, inclusa l’Asia occidentale.
Un messaggio trasmesso dall’orbita
Le immagini di MizarVision provengono quasi certamente da Jilin-1. Le immagini pubblicate sono in scala ridotta; ovvero, la qualità delle immagini è stata ridotta da “livello militare” a qualità commerciale (o forse inferiore, data la sfocatura di diverse immagini) per nascondere ai nemici della Cina la qualità delle tecnologie di rilevamento di immagini di un satellite e le sue capacità di inclinazione e manovra.
Perché Jilin-1? Perché Chang Guang ha fornito alla Russia immagini per la guerra in Ucraina, cosa che ha portato alle sanzioni del governo degli Stati Uniti. Nell’aprile 2025, il Dipartimento di Stato americano ha ammesso in una conferenza stampa che Chang Guang aveva fornito immagini ad Ansarallah, in Yemen. Inoltre, la dichiarazione del Dipartimento di Stato ha affermato che il governo degli Stati Uniti si stava impegnando con Pechino per impedire la cooperazione tra Cina e Ansarallah:
“Possiamo confermare le notizie secondo cui Chang Guang Satellite Technology Co., Ltd. sta sostenendo direttamente gli attacchi terroristici Houthi sostenuti dall’Iran contro gli interessi statunitensi. Le loro azioni e il sostegno di Pechino all’azienda, anche dopo i nostri impegni privati con loro, sono l’ennesimo esempio delle vuote pretese della Cina di sostenere la pace. Esortiamo i nostri alleati a giudicare il Partito Comunista Cinese e le aziende cinesi in base alle loro azioni, non alle loro vuote parole. Ripristinare la libertà di navigazione nel Mar Rosso è una priorità per il Presidente Trump. Pechino dovrebbe prendere seriamente questa priorità nel valutare qualsiasi futuro sostegno alla Chang Guang Satellite Technology. Gli Stati Uniti non tollereranno che nessuno fornisca supporto a organizzazioni terroristiche straniere, come gli Houthi”.Washington ha definito la cooperazione come un’interferenza destabilizzante. Pechino l’ha trattata come una collaborazione sovrana all’interno di un ordine multipolare in evoluzione.
Perché pubblicare?
La pubblicazione delle immagini del potenziamento militare statunitense nel Golfo Persico ha svolto due funzioni strategiche. Ha rivelato preparativi per la guerra che i funzionari statunitensi avrebbero preferito gestire in sordina, e ha dimostrato che tali preparativi venivano monitorati nei dettagli. La diffusione quotidiana o quasi quotidiana ha permesso agli osservatori di tutto il mondo di seguire gli schieramenti quasi in tempo reale, alimentando il dibattito pubblico anche mentre Washington andava avanti.
Un altro motivo della loro pubblicazione era quello di allertare americani e israeliani sul sostegno della Cina all’Iran. Il ruolo di Pechino nel fornire all’Iran “Informazioni, Sorveglianza e Ricognizione” via satellite era stato sospettato, ma non è mai stato confermato né dall’Iran né dalla Cina.
Quando il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che la maggior parte dei 14 missili iraniani non era riuscita a colpire la base aerea statunitense di Al-Udeid in Qatar, Teheran si è astenuta dal pubblicare immagini di valutazione dei danni delle bombe che avrebbero potuto confutare tale affermazione. Un’azienda satellitare occidentale ha infine diffuso immagini che contraddicevano la versione di Washington. La recente posizione di Pechino suggerisce che gli episodi futuri potrebbero svolgersi in modo diverso.
Il messaggio contenuto nei comunicati satellitari richiede poca interpretazione. I sistemi cinesi tracciano il posizionamento delle batterie THAAD e Patriot statunitensi. Registrano il posizionamento degli aerei nelle basi regionali. Osservano la concentrazione delle forze prima della loro mobilitazione.
Nella guerra contemporanea, il dominio dell’informazione plasma il campo di battaglia prima del lancio del primo missile.
La Cina ha dato segno di possedere questo vantaggio.
Fonte
24/02/2026
La tua auto ti spia e manda i dati ad Israele
Da un paio di anni non ho più l’auto, la trovavo solo un’incombenza costosa che mi faceva perdere tempo e mi creava solo stress. Certo mi davano della demodé mantenendo un modello senza internet e con la radio a CD. Ma io mai avrei comprato un’auto con un gps e con la possibilità dei costruttori di spegnermela o di sapere dove vado o cosa chiedo.
Questa mia idiosincrasia, che un tempo poteva apparire come un’ostinata resistenza al progresso, assume oggi i contorni di una lucida e quasi profetica precauzione alla luce delle recenti rivelazioni riguardanti l’industria della sorveglianza veicolare.
L’automobile, un tempo vessillo di libertà individuale e autonomia spaziale, ha subito una metamorfosi, trasformandosi in un complesso apparato di calcolo perennemente interconnesso, un nodo sensoriale che non si limita a trasportare il corpo fisico, ma estrae, elabora e trasmette incessantemente l’essenza digitale dei suoi occupanti.
L’indagine investigativa condotta da Omer Benjakob per il quotidiano Haaretz ha squarciato il velo su una realtà distopica: l’emergere di un nuovo e aggressivo settore dell’intelligence, denominato CARINT (Car Intelligence).
In questo scenario, aziende nate all’ombra degli apparati di sicurezza d’élite stanno capitalizzando l’esperienza maturata nel cyber-spionaggio militare per trasformare i veicoli moderni in sofisticati strumenti di sorveglianza. La transizione dall’oggetto meccanico alla piattaforma digitale ha creato una superficie d’attacco senza precedenti, dove ogni componente, dal sistema di monitoraggio della pressione degli pneumatici al microfono del vivavoce, può essere strumentalizzato come un sensore di intelligence per attori statali e privati.
L’indagine di Haaretz evidenzia come la CARINT rappresenti l’ultima, e forse più invasiva, frontiera dell’intelligence digitale. Se l’attenzione dell’opinione pubblica globale è stata a lungo catalizzata da spyware per smartphone come il famigerato Pegasus, una nuova e meno visibile generazione di aziende sta puntando ai sistemi digitali integrati nei veicoli.
I veicoli connessi contemporanei sono di fatto dei computer su ruote, dotati di dozzine di sistemi digitali che richiedono connessioni internet o cellulari costanti per il loro funzionamento ordinario. Questa dipendenza strutturale dalla connettività ha aperto la strada a strumenti cyber avanzati in grado di identificare un singolo bersaglio tra decine di migliaia di auto sulla strada, incrociando dati provenienti da fonti eterogenee.
L’indagine ha identificato almeno tre aziende israeliane leader in questo settore: Toka, Rayzone e Ateros. Ognuna di esse adotta paradigmi tecnici distinti, che spaziano dalla manipolazione offensiva dei sistemi multimediali alla fusione di dati pubblicitari, fino all’identificazione univoca dei veicoli tramite sensori hardware obbligatori.
La prevalenza di aziende israeliane non è un dato casuale, ma riflette una simbiosi profonda tra l’industria tecnologica civile e le unità di intelligence militare, come la celebre Unità 8200. Circa l’80% dei fondatori di aziende di cybersecurity in Israele proviene da questi ranghi, portando con sé una cultura operativa che vede nella sorveglianza di massa un’estensione naturale delle capacità di difesa e offesa dello Stato.
Toka e la manipolazione offensiva dei sistemi multimediali
La società Toka occupa una posizione di rilievo in questo mercato, grazie alla sua leadership carismatica e alle sue capacità tecniche aggressive. Co-fondata dall’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak e dall’ex capo cyber dell’esercito, il Generale di Brigata Yaron Rosen, Toka non si limita alla raccolta passiva di informazioni, ma sviluppa strumenti “offensivi” per l’infiltrazione remota dei sistemi veicolari.
Il software di Toka è progettato per penetrare i sistemi multimediali di un veicolo specifico. Una volta ottenuto l’accesso, gli operatori possono localizzare l’auto con precisione assoluta e tracciarne i movimenti, sia in tempo reale che attraverso la ricostruzione storica dei percorsi effettuati.
Tuttavia, la capacità più inquietante risiede nella possibilità di attivare e intercettare il microfono del sistema vivavoce dell’auto. Questo trasforma l’abitacolo, tradizionalmente considerato un ambiente privato, in una sala intercettazioni ambientale perennemente attiva.
Toka può inoltre accedere alle telecamere installate sul cruscotto (dashcam) o a quelle perimetrali del veicolo, fornendo un flusso video continuo sia dell’interno che dell’esterno dell’auto. L’azienda vanta la capacità di accedere ai dati di oltre 6.700 modelli di auto a livello globale, rendendo quasi ogni veicolo moderno un potenziale agente di sorveglianza.
Rayzone e la fusione dei metadati pubblicitari
Un paradigma differente è quello proposto da Rayzone, che opera nel settore CARINT attraverso la sua sussidiaria TA9. Rayzone non punta necessariamente all’hacking diretto del dispositivo, ma sfrutta l’ecosistema dell’ad-tech (advertising technology). La loro tecnologia si basa sulla “fusione dei dati”, un processo analitico che integra informazioni provenienti da diverse fonti per creare una mappatura di intelligence esaustiva sul bersaglio.
Attraverso la piattaforma TA9 IntSight, Rayzone analizza i dati di localizzazione e gli schemi di viaggio derivati dai segnali pubblicitari generati dalle app connesse all’infotainment del veicolo.
Questo approccio permette ai governi di monitorare i bersagli utilizzando le schede SIM installate nelle auto e monitorando le comunicazioni wireless e Bluetooth. Il sistema incrocia queste informazioni con le immagini delle telecamere stradali per l’identificazione delle targhe (LPR) e con altri database governativi.
Questa capacità di sintetizzare dati frammentari in un profilo coerente rappresenta un’evoluzione qualitativa della sorveglianza, dove l’identità digitale del conducente viene indissolubilmente fusa con la firma elettronica del veicolo.
Ateros e l’identificazione tramite la firma degli pneumatici
Forse la rivelazione più tecnicamente sorprendente riguarda Ateros e la sua società sorella Netline. Queste aziende hanno sviluppato strumenti che si interfacciano con i sistemi governativi per identificare le targhe e incrociarle con dati derivati da comunicazioni cellulari e altre capacità di segnale. Il loro prodotto di punta si integra con “Onyx”, un sistema di signals-intelligence (SIGINT) di Netline progettato per estrarre intelligence da veicoli connessi.
L’aspetto più innovativo e invasivo risiede nell’utilizzo dei sensori TPMS (Tire Pressure Monitoring System). Ogni pneumatico moderno deve essere dotato di questi sensori per motivi di sicurezza; essi possiedono un identificatore unico che trasmette dati sulla pressione al processore centrale del veicolo.
Il sistema di Ateros utilizza questo ID univoco come una sorta di “impronta digitale” hardware per identificare e tracciare un veicolo specifico, indipendentemente dalla targa o da altri segni distintivi esterni che potrebbero essere alterati. Poiché questi sensori trasmettono segnali RF non crittografati, l’identificazione può avvenire passivamente e a distanza, rendendo questo metodo estremamente efficace per il tracciamento clandestino.
Articolo lungo e noioso, più approfondito per chi è interessato all’argomento.
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21/02/2026
Censura di guerra nel Labour, altra tegola per Starmer
Un’inchiesta pubblicata su Racket News dal giornalista investigativo Matt Taibbi ha rimesso in fila gli elementi di un sistema coordinato di sorveglianza e delegittimazione ai danni di reporter indipendenti, orchestrato da Labour Together, think tank molto vicino all’attuale primo ministro britannico.
Il gruppo avrebbe commissionato delle indagini sui giornalisti che hanno portato alla luce scandali legati al partito laburista e, se tutto venisse confermato, in queste operazioni sarebbero stati coinvolti anche APCO (una delle più grandi società di consulenza per pubbliche relazioni al mondo) e il National Cyber Security Centre (NCSC), l’autorità tecnica nazionale del Regno Unito per le minacce e la sicurezza informatiche.
La vicenda ha origine nel 2023 quando, sempre su Racket News, Taibbi e il ricercatore Paul Holden pubblicano quelli che erano chiamati gli “UK Files”. I documenti, ottenuti da fonti autorevoli tra i quali Al Jazeera, rivelavano l’esistenza di una rete di legami tra Labour Together e altre organizzazioni, tra cui il Center for Countering Digital Hate (CCDH).
Quest’ultimo, fondato da Imran Ahmed, è accusato di aver orchestrato campagne di censura contro le voci del partito non allineate alla dirigenza blairiana, e dunque in particolare contro l’ala che faceva riferimento a Jeremy Corbyn. L’inchiesta aveva spiegato come Labour Together utilizzasse una “disinformazione proattiva” per screditare gli oppositori politici.
Labour Together, all’epoca, non diede una smentita chiara nel merito, ma sotto la guida di Josh Simons – oggi parlamentare – diede avvio a una controffensiva attraverso APCO. Stando al contratto poi trapelato, la società di consulenza aveva anche il compito di creare di sana pianta delle “narrazioni” che potessero mettere in cattiva luce alcuni agguerriti giornalisti: Taibbi e Holden, ovviamente, ma anche Kit Klarenberg, Gabriel Pogrund ed Henry Dyer.
Secondo alcune fonti, i rapporti di APCO sarebbero poi finiti al NCSC, con le inchieste dei giornalisti che venivano etichettate come il risultato di “informazioni ottenute tramite hackeraggio”, o presumibilmente fornite da “potenze ostili” come Russia e Cina. In questo modo, le indagini sulla guerra interna al Labour Party, scatenata contro l’ala più vicina alle esigenze dei lavoratori e fermamente antisionista, sarebbero state considerate come “minacce alla sicurezza nazionale”.
Un ottimo esempio di come la propaganda di guerra viene usata per gestire il “fronte interno” da parte di governi che sono ormai imbarcati in maniera evidente in una guerra contro il mondo. Tutto ciò che mette in discussione le politiche belliciste e antipopolari sul lato interno viene messo sotto l’ombrello di operazioni di potenze straniere, mentre invece sono il sintomo dello svilimento verso politiche repressive e autoritarie.
Fonte
05/02/2026
Appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta
Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanato solo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.
Mara e i fiori sospetti
Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
È in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non si era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali.
La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contatti tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni '70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.
La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dall’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».
Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12:34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12:53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.
Fonte
16/12/2025
Italia, lo spazio civico sotto pressione: quando la sicurezza diventa repressione
Il giudizio è severo, ma difficilmente sorprendente. La categoria “ostruito” non indica una dittatura conclamata, bensì una democrazia in cui le libertà formali sopravvivono tra vincoli normativi, pratiche intimidatorie e un uso sempre più disinvolto degli strumenti repressivi. È in questa zona grigia che oggi si colloca l’Italia, accostata a paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán, spesso indicata come l’anomalia autoritaria dell’Unione Europea.
Il Civicus Monitor basa le proprie valutazioni su una pluralità di fonti: organizzazioni della società civile, osservatori indipendenti, analisi giuridiche e dati sul campo. I parametri presi in considerazione sono chiari e difficilmente contestabili: libertà di espressione, di manifestazione e di associazione. Il loro deterioramento, secondo il rapporto, è legato in Italia a una combinazione di scelte legislative, clima politico e pratiche amministrative che hanno progressivamente ristretto lo spazio del dissenso.
Un ruolo centrale in questo arretramento è attribuito al cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato nel giugno scorso. Presentato come uno strumento di tutela dell’ordine pubblico, il provvedimento introduce invece un inasprimento senza precedenti delle pene per forme di protesta non violenta. Blocchi stradali, manifestazioni contro infrastrutture strategiche, resistenza – anche passiva – a pubblico ufficiale diventano reati puniti con anni di carcere. La logica non è quella della mediazione democratica del conflitto, ma della sua neutralizzazione penale.
La stretta repressiva non si limita allo spazio pubblico, ma si estende a carceri e Centri di permanenza per il rimpatrio, dove anche atti di resistenza non violenta possono essere perseguiti penalmente. Un segnale chiaro: il dissenso non va ascoltato, ma scoraggiato.
A questo quadro si aggiunge un altro elemento di forte allarme: la normalizzazione della sorveglianza politica. L’uso dello spyware Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions, per attività di monitoraggio illegale nei confronti di giornalisti e attivisti rappresenta una grave compromissione del diritto alla critica e alla libera informazione. Quando chi indaga il potere viene sorvegliato dal potere stesso, il confine tra sicurezza e abuso si dissolve.
Il rapporto Civicus segnala inoltre un clima ostile nei confronti della stampa e della magistratura. I giornalisti sono sempre più spesso bersaglio di querele temerarie e procedimenti giudiziari utilizzati come strumento di intimidazione. Parallelamente, esponenti di governo alimentano campagne di delegittimazione contro i giudici, accusati di parzialità politica o di collusione con le organizzazioni non governative. Un doppio attacco che mina due pilastri fondamentali di qualsiasi sistema democratico.
La criminalizzazione della protesta colpisce in modo selettivo. Nel mirino finiscono soprattutto i movimenti per la giustizia climatica, le ong impegnate nel soccorso in mare delle persone migranti, le mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese e le lotte per il diritto alla casa. Fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative diventano strumenti ordinari di gestione del dissenso, più che eccezioni motivate.
Il caso italiano, tuttavia, non è isolato. Anche Francia e Germania sono state recentemente declassate, segno di un arretramento più ampio dello spazio civico in Europa. La crescente militarizzazione delle politiche pubbliche, alimentata da un contesto internazionale segnato da conflitti e riarmo, contribuisce a restringere gli spazi democratici. La sicurezza diventa una parola d’ordine che giustifica la compressione dei diritti, trasformando problemi sociali e politici in questioni di ordine pubblico.
In questo scenario, la retorica della “democrazia occidentale” mostra tutte le sue contraddizioni. I parametri liberali su cui essa si fonda vengono progressivamente svuotati proprio nei paesi che se ne proclamano custodi. Il declassamento dell’Italia non è solo una bocciatura internazionale, ma uno specchio che riflette una verità scomoda: la partecipazione democratica è sempre meno tollerata quando mette in discussione scelte politiche considerate intoccabili.
La domanda che resta aperta non riguarda tanto le classifiche, quanto il futuro dello spazio civico nel nostro paese. Se il dissenso viene trattato come una minaccia e non come una risorsa, la democrazia rischia di sopravvivere solo come forma, perdendo progressivamente la propria sostanza.
Fonte
04/11/2025
Sorveglianza e repressione negli Stati Uniti
Non è chiaro quale app stiano utilizzando gli agenti nei video, anche se la stessa 404 Media aveva precedentemente rivelato che proprio ICE disporrebbe di una app, Mobile Fortify, che scansiona il volto di una persona e lo cerca su un database di 200 milioni di immagini per restituire il nome del soggetto, la data di nascita, e se è stato emesso un ordine di espulsione.
ICE acquista da anni anche la tecnologia dell’azienda di riconoscimento facciale Clearview AI. Il database di Clearview, che contiene miliardi di immagini, proviene in gran parte da foto postate sul web, che l’azienda ha raccolto in massa.
A settembre, la stessa 404 Media aveva riferito che ICE avrebbe speso milioni di dollari per la tecnologia Clearview al fine di individuare persone che riteneva avessero “aggredito” degli agenti. Sempre ICE avrebbe acquistato una tecnologia di scansione dell’iride da usare per strada per il suo reparto preposto alle espulsioni. In origine, tale tecnologia era progettata per identificare detenuti.
I social media sono la nuova frontiera della sorveglianza
Proprio alcuni giorni fa un’altra testata, The Lever, era uscita con una notizia riguardante ancora l’ampliamento delle capacità tech di ICE. Secondo i dati degli appalti federali esaminati dai suoi giornalisti, infatti, ICE avrebbe siglato un nuovo contratto da 5,7 milioni di dollari per un software di sorveglianza dei social media basato sull’intelligenza artificiale.
Il contratto quinquennale fornirebbe le licenze per un prodotto chiamato Zignal Labs, una piattaforma di monitoraggio dei social media utilizzata dall’esercito israeliano e dal Pentagono.
Scrive The Lever: “Un opuscolo informativo contrassegnato come riservato ma disponibile online pubblicizza che Zignal Labs ‘sfrutta l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico’ per analizzare oltre 8 miliardi di post sui social media al giorno, fornendo ‘feed di rilevamento curati’ ai propri clienti. Secondo l’azienda, queste informazioni consentono alle forze dell’ordine di ‘rilevare e rispondere alle minacce con maggiore chiarezza e rapidità’”.
Dai lontani campi di guerra alla strada sotto casa
Tutto ciò mi ha ricordato un articolo recente uscito sul sito di sicurezza nazionale americano War on the Rocks, scritto da ex militari per militari o ambienti affini. In sostanza, si domanda l’articolo, i metodi e le tecnologie applicate in guerra si espanderanno anche nelle società cosiddette liberal-democratiche?
Quoto: “La recente campagna militare di Israele a Gaza segna una svolta nella guerra moderna: la fusione tra controinsurrezione e intelligenza artificiale”. Gli Stati occidentali, si domanda, saranno dunque influenzati dal modello algoritmico di Israele?
“La posta in gioco è alta. Se l’approccio di Israele, caratterizzato da automazione, scala e logoramento (attrition, nel suo significato militare, ndr), diventasse un modello per le democrazie liberali, potrebbe normalizzare una forma di guerra che privilegia l’efficienza computazionale rispetto al giudizio umano”.
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