Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano per sapere “cosa ne pensi” di Ranucci e Lavitola.
La risposta più spontanea sarebbe: “niente, caro, non me ne può fregare di meno”. Ma proprio la sproporzione tra la vicenda e l’enorme attenzione che le viene riservata finisce per raccontare qualcosa dello stato miserando della nostra discussione pubblica.
Valter Lavitola ha ammesso davanti ai magistrati di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La sua spiegazione appartiene già alla storia del grottesco nazionale: avrebbe organizzato un falso attentato non per uccidere il giornalista, ma per proteggerlo, inducendo lo Stato a rafforzarne la scorta.
È la versione di Lavitola, naturalmente, e come tale deve essere trattata. La Procura sta verificandola e valuta anche altre ipotesi sul movente. Non risultano elementi investigativi che indichino una conoscenza preventiva del piano da parte di Ranucci. Questo va detto con chiarezza, proprio perché “il metodo” che intendiamo criticare consiste nel trasformare suggestioni e coincidenze in prove.
Ma sgombrato il campo da qualsiasi equivoco, rimane una storia irresistibilmente simbolica. Lavitola è uno di quei personaggi che sembrano essere stati inventati per impedire alla realtà italiana di diventare troppo seria: faccendiere, intermediario, uomo di relazioni, protagonista di vicende politico-giudiziarie dell’ultima stagione berlusconiana, comparso anche nella guerra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
Uno di quei personaggi cui la politica, quando serve, affida ciò che preferisce non fare alla luce del sole. Un bandito senza particolare inclinazione per l’etica e la morale, insomma. Confesso: quasi mi sta più simpatico di Ranucci.
Perché il problema Ranucci, almeno per noi, non nasce oggi. E nemmeno il problema Report.
Abbiamo sempre guardato con diffidenza a quel format, già ai tempi di Milena Gabanelli. Non perché il giornalismo d’inchiesta sia inutile – esattamente il contrario – né perché Report non abbia realizzato inchieste importanti.
Il problema è una precisa concezione dell’inchiesta e del rapporto con lo spettatore: una comunicazione nichilista nella quale la realtà appare interamente occupata da poteri giganteschi, compromissioni infinite, reti ramificate e interessi tentacolari, mentre chi guarda viene lasciato piccolo piccolo, con le spalle al muro, davanti a qualcosa di troppo enorme per poter essere modificato.
L’inchiesta, in questo modello, rischia di diventare una pedagogia dell’impotenza. Dietro una porta c’è un interesse, dietro quell’interesse una rete, dietro quella rete un’altra rete ancora. Il potere è dappertutto e proprio per questo finisce per non essere più da nessuna parte.
Alla fine sappiamo forse qualcosa in più, ma comprendiamo molto meno quali siano i rapporti sociali, economici e politici che producono ciò che abbiamo appena visto. E soprattutto non sappiamo che cosa farcene.
Al conservatorismo di Gabanelli, Ranucci ha aggiunto una cifra personale perfettamente riconoscibile: quel sorriso ghignoso, l’alzata di spalle, l’allusione permanente a qualcosa che starebbe dietro ciò che è stato appena mostrato. Come a dire: avete visto fin dove arrivano? E che ci possiamo fare, questo è.
Non è una critica elaborata dopo l’attentato. È ciò che abbiamo scritto per anni.
Lo abbiamo scritto quando Report si è occupato del carcere e del 41-bis, contribuendo a rappresentare ogni critica al regime differenziato come una possibile “concessione alla mafia”.
Lo abbiamo scritto quando una puntata arrivò a mettere sotto sospetto associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, come se battersi contro l’ergastolo ostativo, denunciare abusi, sostenere le misure alternative o chiedere condizioni di detenzione rispettose dell’articolo 27 della Costituzione significasse necessariamente muoversi in una zona grigia di complicità.
È la stessa cultura per cui il detenuto resta colpevole anche dopo aver scontato la pena e chi ne difende i diritti diventa automaticamente sospetto.
È qui che il discorso su Report incontra qualcosa di molto più grande di Report: l’istinto di punire.
Il giustizialismo italiano non è soltanto la richiesta di pene più severe. È un modo di guardare la società dividendola continuamente tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, persone perbene e sospetti.
È la convinzione che il diritto penale possa supplire alla politica e che la galera possa risolvere ciò che la società non vuole comprendere. Una cultura penetrata profondamente anche in quella “sinistra” che avrebbe dovuto essere la prima a diffidare del potere punitivo dello Stato.
Sul carcere questo cortocircuito diventa evidentissimo. Il 41-bis e l’ergastolo ostativo sono stati progressivamente trasformati da strumenti eccezionali in feticci identitari: metterli in discussione significa esporsi immediatamente all’accusa di voler fare un favore alla mafia.
Poco importa che una democrazia costituzionale dovrebbe interrogarsi sempre sui limiti della pena, proprio quando ha davanti il peggiore dei colpevoli. È lì, non quando difende l’innocente simpatico, che si misura il garantismo.
E negli anni Report ha offerto più di una volta il proprio contributo a questo senso comune. Non è secondario. Perché quando il giornalismo d’inchiesta assume come propria la grammatica del sospetto, il passo verso la grammatica della punizione è brevissimo. Prima si costruisce il sospetto, poi si cerca il colpevole, infine si domanda perché non sia già in galera.
Lo stesso problema lo abbiamo incontrato quando Report si è occupato di immigrazione. Già ai tempi della Gabanelli contestavamo una rappresentazione nella quale il migrante finiva per essere letto soprattutto attraverso costi, irregolarità e allarme sociale.
Anche qui il meccanismo era simile: partire da singoli fatti, decontestualizzarli dalle politiche che li producono e riconsegnarli allo spettatore come manifestazione di una patologia. La domanda sulle responsabilità politiche e sociali viene sostituita dalla ricerca di qualcuno da indicare.
Ma è sul “caso Moro” che questa impostazione ha raggiunto probabilmente il suo punto più alto. Abbiamo dedicato numerosi articoli alle puntate di Report sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, contestando errori, ricostruzioni contraddittorie, vecchie piste presentate come nuove rivelazioni e la resurrezione infinita dei misteri.
Abbiamo documentato anche il ricorso di Ranucci a Francesco Pazienza come interlocutore nella preparazione di una puntata. Non per sostenere una nostra “verità ufficiale”, ma per una ragione opposta: quarantacinque anni di documenti, processi, commissioni parlamentari, archivi e ricerca storica non possono essere continuamente azzerati perché una nuova suggestione consente di rilanciare “il mistero”.
Il complottismo funziona precisamente così. Non ha nemmeno bisogno di inventare integralmente i fatti. Gli basta modificare il criterio attraverso cui vengono collegati. Una lacuna diventa un mistero, una contraddizione diventa una pista, una conoscenza diventa una rete, una coincidenza diventa un indizio. E quando manca la prova definitiva, la sua assenza può essere utilizzata come ulteriore dimostrazione della potenza di chi sarebbe riuscito a cancellarla.
È una concezione del potere che consideriamo politicamente regressiva. Perché i poteri reali non hanno quasi mai bisogno della Spectre.
Il capitalismo non necessita di una riunione segreta per produrre sfruttamento; una politica migratoria non necessita di una regia occulta per produrre clandestinità; lo Stato penale non necessita di un complotto per riempire le carceri; la repressione del dissenso non richiede che qualcuno telefoni contemporaneamente a questori, magistrati e direttori di giornale.
Bastano leggi, istituzioni, interessi convergenti, rapporti economici, culture professionali e rapporti di forza perfettamente visibili.
Il complottismo, paradossalmente, assolve il potere mentre pretende di smascherarlo. Lo rende “misterioso” quando è strutturale, “eccezionale” quando è ordinario, “nascosto” quando spesso opera alla luce del sole.
Poi c’è il secondo ingrediente: il narcisismo vittimario. La denuncia del potere tende progressivamente a identificarsi con il corpo di chi denuncia. Se vieni minacciato, significa che hai colpito nel segno. Se sei sotto scorta, significa che hai ragione. Se qualcuno cerca di intimidirti, ciò che hai raccontato acquista automaticamente una certificazione supplementare di verità.
È quello che potremmo chiamare il “metodo Saviano”, diventato ormai un modello riproducibile: la messa in scena della propria probità morale, del coraggio civile, della denuncia, della parresìa, fino alla progressiva transustanziazione della persona pubblica in santo civile. La persecuzione diventa conferma delle proprie ragioni. Il corpo minacciato sostituisce la prova.
Naturalmente esistono minacce vere, attentati veri e giornalisti che rischiano realmente la vita. Le scorte sono spesso indispensabili e chi minaccia un giornalista attacca la libertà di tutti. Proprio per questo bisognerebbe sottrarre queste cose alla liturgia. Una minaccia va accertata e contrastata, non trasformata in sacramento.
Ed eccoci a Lavitola.
Se la sua versione dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti alla caricatura perfetta di questo meccanismo: un attentato organizzato per rafforzare la protezione della persona colpita. La persecuzione fabbricata perché la persecuzione stessa produce valore pubblico. Non dimostrerebbe nulla contro Ranucci, che resta la vittima della vicenda. Dimostrerebbe però fino a quale punto il dispositivo simbolico della vittima possa essere diventato potente.
C’è quasi qualcosa di involontariamente comico nel fatto che uno dei giornalisti più celebrati d’Italia per la capacità di scoprire trame, retroscena, depistaggi e relazioni nascoste non sia riuscito, stando alla ricostruzione oggi disponibile, a distinguere un amico da chi stava organizzando un attentato contro di lui. Il fiuto, proprio...
Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla battuta.
Il problema più serio è che solo una “sinistra” profondamente segnata dal giustizialismo, dal legalismo e dalla fascinazione per il potere giudiziario poteva trasformare questo modello di giornalismo nel proprio totem.
È la stessa “sinistra” che negli ultimi trent’anni ha progressivamente sostituito la questione sociale con la questione morale, il conflitto con l’indignazione, l’organizzazione con la denuncia, la trasformazione dei rapporti di forza con l’attesa della prossima inchiesta giudiziaria o televisiva.
E così i nuovi santini hanno preso il posto dei vecchi riferimenti. Non più uomini e donne passati attraverso il carcere fascista, l’esilio, la clandestinità, le lotte operaie e la costruzione della Repubblica, ma magistrati, procuratori, giornalisti sotto scorta e professionisti della denuncia.
Una genealogia civile nella quale la virtù politica viene misurata sulla quantità dei nemici e “la verità” sulla quantità delle minacce ricevute.
È esattamente da qui che bisogna uscire.
Un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome non deve chiedere fede nel giornalista. Deve fornire documenti, verificare fonti, distinguere fatti e interpretazioni, sottoporre le proprie ipotesi alla possibilità di essere smentite. Deve rendere il potere più comprensibile, non più misterioso. E soprattutto deve essere disposto a esercitare nei confronti di se stesso lo stesso sospetto critico che esercita verso gli altri.
La vicenda Lavitola-Ranucci potrebbe almeno servire a ricordarcelo. Non abbiamo bisogno di santi del giornalismo e nemmeno di nuovi inquisitori. Abbiamo bisogno di giornalisti criticabili, contraddicibili, verificabili.
E abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista.
Perché il garantismo comincia esattamente dove finisce la simpatia per l’imputato. E l’antipenalismo comincia quando il colpevole ci fa schifo. Difendere le garanzie soltanto per chi riteniamo innocente non è garantismo: è solidarietà. Difenderle per il nemico significa invece porre un limite al potere che punisce.
È una regola semplice che dovremmo tornare a praticare anche nel giornalismo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/08/2026
Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire
19/07/2026
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.
Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.
Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.
Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.
In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti.
Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento.
Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile.
Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria.
Anche per questo Genova continua a parlarci.
Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda.
A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario.
L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza.
Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari.
Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria.
Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi.
Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente.
In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna.
Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato.
Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale.
Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali.
Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia.
La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica.
È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto.
Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico.
Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione sicuritaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.
Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà.
La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico.
Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica.
È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8.
Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso.
Ma Genova è stata anche altro.
È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza.
Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere.
Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo.
E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario.
Fonte
01/07/2026
Un manuale di resistenza civile nell’epoca della criminalizzazione del dissenso
Ci sono libri e opuscoli che arrivano nel momento giusto. Le Guidelines for Defenders – Guida essenziale di autodifesa contro la repressione per attivistə, organizzazioni e movimenti, promosse dalla rete In Difesa Di e dall’Hub 4 Defenders, appartengono senza dubbio a questa categoria.
Viviamo in una fase storica in cui la repressione non si manifesta soltanto attraverso il codice penale o la violenza poliziesca, ma assume forme più pervasive: misure amministrative, sorveglianza digitale, campagne di delegittimazione mediatica, strumenti preventivi, fogli di via, DASPO, fermi preventivi, criminalizzazione delle pratiche di solidarietà e delle forme di disobbedienza civile.
La guida parte da questa constatazione e la esplicita fin dalle prime pagine: lo spazio civico si è progressivamente ristretto e il dissenso è sempre più rappresentato come una minaccia all’ordine pubblico anziché come una componente essenziale della democrazia.
Il primo merito del vademecum è proprio questo: restituire dignità politica alla protesta. Non siamo di fronte a un semplice prontuario tecnico o a un elenco di norme. Il testo parte da un assunto fondamentale: manifestare, organizzarsi, difendere i territori, il clima, i diritti sociali e le libertà fondamentali non costituisce una devianza, ma l’esercizio di diritti costituzionali.
Dalla repressione come eccezione alla repressione come normalità
La guida fotografa con precisione il mutamento degli ultimi anni: il passaggio da un modello che tollerava il conflitto sociale, pur cercando di contenerlo, a un sistema che tende invece a prevenire, neutralizzare e scoraggiare la partecipazione politica.
L’attivismo climatico viene indicato come uno dei laboratori di questa nuova stagione repressiva, con la costruzione mediatica delle figure degli “ecovandali” e degli “ecoterroristi”, ma il discorso è estendibile all’intero universo dei movimenti sociali.
In questo senso, il vademecum diventa anche un piccolo saggio politico sulla trasformazione dello Stato contemporaneo. Le norme richiamate – dai nuovi Decreti Sicurezza al fermo preventivo di dodici ore, dall’inasprimento delle sanzioni per i blocchi stradali all’estensione delle misure di prevenzione – delineano una tendenza ben precisa: il ricorso crescente a strumenti eccezionali e amministrativi per governare il conflitto.
Sapere è già difendersi
Il cuore della pubblicazione è però eminentemente pratico. La guida accompagna attivistə e movimenti attraverso tutte le fasi di una mobilitazione: prima, durante e dopo la manifestazione. Come proteggere il proprio telefono, cosa dire durante un controllo, quali sono i limiti dei poteri di polizia, come comportarsi in caso di accompagnamento in questura, quali diritti si mantengono in caso di fermo o arresto.
La parte dedicata alla sicurezza digitale è particolarmente utile. In un’epoca in cui lo smartphone è diventato un archivio delle nostre relazioni, delle nostre reti e delle nostre pratiche politiche, il suggerimento di utilizzare PIN lunghi, disattivare il riconoscimento biometrico, proteggere le comunicazioni e usare strumenti criptati come Signal non rappresenta un esercizio di paranoia, ma un elemento essenziale di autodifesa democratica.
Altrettanto preziosa è la sezione dedicata alle misure di prevenzione, che spiega in maniera chiara e accessibile cosa siano avvisi orali, fogli di via, DASPO urbani, DACUR e sorveglianza speciale. Strumenti spesso poco conosciuti ma sempre più utilizzati nei confronti di attivisti e movimenti, e che rappresentano uno dei terreni più avanzati della trasformazione del diritto in senso preventivo e amministrativo.
Una cassetta degli attrezzi per i movimenti
Il pregio maggiore delle Guidelines for Defenders è forse quello di rifiutare l’individualizzazione della repressione. La guida insiste continuamente sulla dimensione collettiva della tutela: avere un numero di emergenza, individuare figure di riferimento, documentare eventuali abusi, attivare reti di supporto legale e psicologico, non lasciare nessuno solo davanti a un procedimento giudiziario o amministrativo.
È un approccio che ricorda una lezione storica dei movimenti: la repressione si combatte anche costruendo infrastrutture di solidarietà. La conoscenza dei propri diritti, la preparazione preventiva, la condivisione delle informazioni e l’organizzazione collettiva diventano così forme di resistenza.
Un manuale per tempi difficili
Il limite del testo è, semmai, quello di essere inevitabilmente sintetico. Alcuni temi – dalle tecniche investigative digitali alle nuove fattispecie di reato introdotte negli ultimi anni – meriterebbero un approfondimento maggiore. Ma non è questo l’obiettivo della pubblicazione. La sua funzione è un’altra: fornire strumenti essenziali e immediatamente utilizzabili.
Ed è proprio per questo che la guida risulta particolarmente preziosa. In un paese in cui il dissenso viene sempre più trattato come un’emergenza di ordine pubblico, conoscere i propri diritti diventa un atto politico.
Le Guidelines for Defenders ci ricordano una verità semplice ma spesso dimenticata: la libertà di manifestare non si difende soltanto nelle aule dei tribunali o nelle dichiarazioni di principio. Si difende anche attraverso la conoscenza, l’organizzazione e la solidarietà.
Perché in tempi di repressione crescente, l’autodifesa legale e collettiva non è un lusso: è una necessità democratica.
Il testo completo qui.
Fonte
25/04/2026
Decreto sicurezza convertito in legge: benvenuti nello Stato penale di polizia
Il decreto sicurezza è stato convertito in legge. Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto, la Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento voluto dal governo Meloni. Le opposizioni hanno protestato cantando Bella ciao ed esponendo cartelli con la scritta: “La nostra sicurezza è la Costituzione”.
È una frase esatta. Perché ciò che è stato approvato non rafforza la sicurezza collettiva, ma il potere repressivo dello Stato.
Nasce così una nuova fase politica: quella dello Stato penale di polizia.
Il decreto raccoglie e sistema la linea perseguita dalla destra fin dal suo insediamento: affrontare problemi sociali, economici e politici non con welfare, investimenti e mediazione democratica, ma con carcere, sanzioni, poteri amministrativi e apparati repressivi.
Il cuore del provvedimento è chiaro. C’è il fermo preventivo fino a dodici ore per chi viene ritenuto potenzialmente pericoloso durante manifestazioni pubbliche. Non serve un reato commesso. Non serve una condanna. Basta una valutazione preventiva delle forze dell’ordine.
Si limita la libertà personale sulla base del sospetto. È un salto gravissimo: il cittadino non viene colpito per ciò che ha fatto, ma per ciò che l’autorità presume possa fare.
Ci sono poi nuove pene contro chi protesta, blocca strade o ferrovie, occupa immobili. Il conflitto sociale viene trasformato in materia penale. Scioperi, picchetti, lotte territoriali, mobilitazioni per la casa o contro le grandi opere vengono trattati come problemi di ordine pubblico.
Ma il nucleo più inquietante del decreto è un altro: la protezione speciale concessa agli apparati coercitivi dello Stato.
Lo scudo penale per le forze dell’ordine rappresenta un principio politico prima ancora che giuridico. Il messaggio è semplice: chi esercita la forza pubblica deve essere messo al riparo da controlli, verifiche e responsabilità. Il governo aveva tentato inizialmente una sterilizzazione ancora più esplicita delle indagini; la norma è stata ritoccata, ma la direzione resta identica.
Si crea un doppio binario: rigore massimo per chi contesta, garanzie speciali per chi reprime.
È il contrario dello Stato di diritto, che dovrebbe sottoporre il potere coercitivo a controlli più severi, non più deboli.
Ancora più grave è la norma sugli agenti infiltrati nelle carceri. Personale della polizia penitenziaria potrà operare sotto copertura, fingersi detenuto, entrare nei circuiti interni, raccogliere informazioni e compiere attività normalmente penalmente rilevanti con copertura normativa finalizzata all’indagine.
Il carcere, già luogo segnato da opacità, sovraffollamento, violenze, suicidi e scarsissimo controllo esterno, viene trasformato in laboratorio permanente di eccezione. Invece di affrontare le cause strutturali del collasso penitenziario, il governo introduce logiche da intelligence dentro istituti dove lo Stato esercita già il massimo potere sui corpi e sulle vite delle persone recluse.
Questa norma non aumenta la sicurezza. Aumenta l’arbitrio.
Mette i detenuti dentro un regime di sospetto continuo, altera i rapporti interni, incentiva provocazioni, rende ancora più fragile il diritto di difesa e la trasparenza.
Scudo penale agli agenti e infiltrati nelle carceri sono il vero cuore autoritario del decreto. Perché rivelano la concezione dello Stato che ispira questo governo: un potere che si autoassolve mentre intensifica il controllo sugli altri.
Non manca il consueto capitolo propagandistico sulla sicurezza urbana e giovanile. Il governo interviene contro i cosiddetti “maranza”, costruendo il solito nemico sociale utile alla comunicazione politica: giovani delle periferie, spesso figli dell’immigrazione, trasformati in simbolo del disordine.
La marginalità viene criminalizzata invece che affrontata.
Sul fronte migratorio, il caso più grottesco è stato il bonus per i legali che accompagnano i rimpatri volontari, corretto all’ultimo minuto dopo i rilievi del Quirinale. Ma il problema vero resta l’impianto complessivo: il migrante trattato come pratica da espellere, non come soggetto di diritti.
Il decreto sicurezza non nasce da una necessità straordinaria. Nasce da una strategia politica coerente. Dal decreto rave al decreto Cutro, dal decreto Caivano ai pacchetti sicurezza successivi, il governo Meloni ha governato attraverso il panpenalismo: nuovi reati, aggravanti, più carcere, più discrezionalità amministrativa, meno garanzie. Invece di investire in scuola, lavoro, casa, sanità e servizi sociali, investe nel potere di polizia.
Il risultato è un mutamento dell’equilibrio costituzionale: meno giudice, più questore; meno Parlamento, più decreto; meno diritti, più interdizioni; meno welfare, più repressione.
Le libertà non vengono cancellate in un giorno. Vengono svuotate gradualmente, articolo dopo articolo. Oggi è stato compiuto un altro passo decisivo.
Questa legge normalizza il sospetto, protegge gli apparati, colpisce il dissenso e rafforza l’idea che i problemi sociali si risolvano con la forza.
Va detto senza ambiguità: non è una legge sulla sicurezza. È una legge di potere. È la costruzione dello Stato penale di polizia.
Fonte
13/04/2026
La risposta del governo alla crisi abitativa: case popolari ai poliziotti
Case popolari assegnate alle forze dell’ordine, mentre migliaia di famiglie restano in attesa. È questa la direzione presa dal governo con il protocollo firmato il 20 febbraio al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. L’obiettivo dichiarato è migliorare la “qualità della vita” nei quartieri popolari di Roma, a partire da zone come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca.
La misura prevede l’assegnazione di un primo blocco di alloggi dell’Ater alle forze di polizia. Non solo: quegli stessi immobili che oggi non possono essere utilizzati per mancanza di manutenzione verranno ristrutturati direttamente dal Viminale. Una corsia preferenziale che non riguarda l’emergenza abitativa generale, ma un segmento specifico: quello degli apparati di sicurezza.
In una città dove l’emergenza abitativa è strutturale e cronica, questa scelta produce un effetto immediato: sottrae case a chi è già in lista d’attesa e l’operazione rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi ne ha diritto.
Il paradosso è evidente. Da una parte, centinaia di appartamenti restano inutilizzati per mancanza di investimenti pubblici. Dall’altra, quando le risorse vengono trovate, non vengono destinate a ridurre la crisi abitativa, ma a rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei territori.
È una scelta politica precisa. Non si interviene sulle cause strutturali del disagio – mancanza di casa, precarietà, impoverimento – ma si agisce sugli effetti, trasformando il problema sociale in questione di ordine pubblico. Le periferie non vengono considerate spazi da ricostruire attraverso servizi, welfare e diritti, ma territori da presidiare.
In questo senso, l’operazione non è nuova. A Milano, dove oltre 17mila persone aspettano un alloggio popolare, una quota delle case viene già riservata alle forze dell’ordine. Eppure, questa presenza non ha prodotto un aumento percepito della sicurezza. Non ha risolto il disagio abitativo, né le tensioni sociali. Perché il problema non è la mancanza di controllo. Il problema è la mancanza di diritti.
La crisi abitativa oggi colpisce fasce sempre più ampie della popolazione: lavoratori precari, famiglie monoreddito, giovani, migranti. È un fenomeno trasversale che richiederebbe politiche strutturali: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, investimenti nell’edilizia popolare, contrasto alla rendita e alla speculazione.
Ma la risposta del governo va in un’altra direzione. Si costruisce una gerarchia nell’accesso ai diritti. Alcuni soggetti – in questo caso le forze dell’ordine – vengono privilegiati, mentre altri restano esclusi. Non in base al bisogno, ma in base alla funzione che svolgono dentro l’assetto politico e sociale.
La casa, da diritto, diventa strumento di governo del territorio, leva per rafforzare la presenza dello Stato in chiave securitaria, dispositivo per presidiare aree considerate problematiche. In questo schema, l’abitazione non è più risposta a un bisogno, ma parte di una strategia di controllo.
Il risultato è duplice. Da un lato si aggrava la competizione tra chi è già in difficoltà, alimentando conflitti tra poveri. Dall’altro si consolida l’idea che le periferie siano spazi da sorvegliare più che da vivere. Mentre migliaia di persone restano in graduatoria, il messaggio è chiaro: non tutti hanno lo stesso diritto alla casa. Alcuni hanno la priorità. Gli altri devono aspettare.
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11/04/2026
Italia - Nel 2025 sono aumentate del 58% le denunce contro manifestanti e attivisti
Stando ad un rapporto diffuso ieri dalla Polizia di Stato, nel 2025 le attività della Polizia e della Digos hanno portato al deferimento all’Autorità giudiziaria di “3.243 estremisti violenti di sinistra”, con 38 arresti e l’emissione di “61 fogli di via obbligatori e 20 avvisi” con quasi un milione e mezzo di persone che hanno manifestato nelle piazze di tutta Italia.
Nel 2025 si sono tenute infatti su tutto il territorio nazionale migliaia di manifestazioni per esprimere solidarietà al popolo palestinese, ben 11.250, di cui solo 390 hanno visto problemi di ordine pubblico.
“La campagna in argomento ha fatto registrare in Italia risultati particolarmente importanti dal punto di vista dei movimenti estremisti della sinistra antagonista, in particolare nella sua fase più recente, quella in appoggio alla missione umanitaria internazionale della Global Sumud Flotilla”, si legge nel documento del ministero dell’Interno.
“Tale mobilitazione, che ha coinvolto anche realtà del pacifismo e dell’antimilitarismo moderato, è cresciuta d’intensità in occasione della partenza della missione e ha raggiunto l’apice di attivismo i primi giorni di ottobre quando le navi della missione sono state fermate dall’Idf (Israel Defence Forces) e gli equipaggi rimpatriati nei Paesi di origine. La stessa si è evidenziata per le seguenti caratteristiche nei 15 giorni di massima attività: circa un migliaio di cortei in tutte le province del Paese; partecipazione di oltre 1.300.000 persone nelle varie manifestazioni; appoggio massiccio e attivo anche da ambienti sociali moderati come i sindacati o i partiti politici di ispirazione pacifista; immediatezza dell’attivazione della protesta di piazza in relazione alle notizie provenienti dal fronte internazionale” viene evidenziato nel report della Polizia di Stato.
Alle 3243 denunce contro chi nel 2025 è sceso in piazza, ha bloccato stazioni, strade, università, scuole per denunciare il genocidio dei palestinesi e le complicità del governo italiano, andranno aggiunte le centinaia di denunce che stanno arrivando in questi primi quattro mesi del 2026 per le medesime motivazioni.
E poi ci vengono a rompere le palle con l’Ungheria mentre stanno già materializzando qui da noi lo Stato di polizia.
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24/12/2025
Torino, la violenza che non fa notizia
Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.
E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.
La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.
La realtà è semplice e viene sistematicamente rimossa: un pezzo consistente di città è contro gli sgomberi dei centri sociali e le militarizzazioni dei quartiere. E l’unica violenza tangibile, quotidiana, strutturale, è quella dello Stato che sfratta, sgombera, arresta, manganella, affama, e approva manovre finanziarie di guerra contro ciò che resta dello stato sociale.
Sì, due cassonetti sono stati bruciati. Ma quei cassonetti hanno preso fuoco dopo l’ondata di lacrimogeni, come tentativo disperato di arginare le cariche contro persone inermi. E da lì, come sempre, si è levato rapido e compatto il coro “contro la violenza”. Un discorso solido, rassicurante, perfetto per i salotti televisivi.
Faceva un certo effetto leggerlo sui media nazionali mentre, in strada, ragazze e ragazzi correvano lungo il corteo distribuendo Malox, aiutando giovani e anziani con gli occhi bruciati, spaesati, terrorizzati. Faceva un certo effetto scoprirsi improvvisamente “delinquenti” o “anarchici” sulle pagine dei giornali, quando l’unica cosa che si stava facendo era prendersi cura gli uni degli altri.
Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le scalinate. Un gesto simbolico, potente, per ribadire l’esigenza di difendere spazi di cultura, di aggregazione sociale, di conflitto e di pensiero.
Intorno, una città militarizzata: ponti sul Po bloccati da camionette, blindati ovunque, agenti con gli scudi alti. Tutto questo per prevenire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: una manifestazione di dissenso collettivo.
E allora la domanda è inevitabile: repressione di cosa? Di cosa si ha così tanta paura? Di una storia, di un’esperienza, di una realtà che ha sempre cercato il radicamento nel territorio, il confronto con i bisogni reali, la costruzione di visioni alternative di presente e di futuro. Visioni che non possono essere isolate, che si intrecciano con altre lotte – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro o è collettivo, o non è.
Chi usa idranti e manganelli, chi blocca le stazioni, chi perquisisce “a sensazione”, chi rende pericoloso persino criticare tutto questo, sa bene cosa sta facendo. E sa bene che di queste pratiche non si parla: non nei giornali di destra, ma neppure in quelli che si definiscono progressisti.
Nessuno spende una parola per la ragazza di Bologna che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza persona. Nessuno per il giovane di Roma, anche lui ha perso un occhio perchè colpito dal violento getto d’acqua degli idranti. Vittime collaterali, cancellate.
Forse allora è il momento di rovesciare il tavolo e ragionare davvero su cosa sia la violenza. La società in cui ci costringete a vivere è violenza. Il riarmo, le guerre, i genocidi sono violenza. Le discriminazioni, le disuguaglianze sociali, il sistema economico che le produce sono violenza. Il lavoro precario e in nero è violenza. Il ricatto tra salute e lavoro è violenza. Costringere a migrare e lasciare morire è violenza.
Il controllo tecnologico, la devastazione ambientale, lo sgombero degli spazi, buttare persone per strada: tutto questo è violenza. La repressione che si abbatte su di noi è violenza. E anche la paura, la paura con cui ci tenete sottomessi, è violenza.
Per questo non venite a parlarci di violenza. Non quando resistiamo, in modo imperfetto e umano, a una minima parte della violenza su cui avete costruito queste società misere. Non quando difendiamo spazi, relazioni, possibilità di vita. Quella non è violenza: è sopravvivenza, è dignità, è lotta.
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16/12/2025
Italia, lo spazio civico sotto pressione: quando la sicurezza diventa repressione
Il giudizio è severo, ma difficilmente sorprendente. La categoria “ostruito” non indica una dittatura conclamata, bensì una democrazia in cui le libertà formali sopravvivono tra vincoli normativi, pratiche intimidatorie e un uso sempre più disinvolto degli strumenti repressivi. È in questa zona grigia che oggi si colloca l’Italia, accostata a paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán, spesso indicata come l’anomalia autoritaria dell’Unione Europea.
Il Civicus Monitor basa le proprie valutazioni su una pluralità di fonti: organizzazioni della società civile, osservatori indipendenti, analisi giuridiche e dati sul campo. I parametri presi in considerazione sono chiari e difficilmente contestabili: libertà di espressione, di manifestazione e di associazione. Il loro deterioramento, secondo il rapporto, è legato in Italia a una combinazione di scelte legislative, clima politico e pratiche amministrative che hanno progressivamente ristretto lo spazio del dissenso.
Un ruolo centrale in questo arretramento è attribuito al cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato nel giugno scorso. Presentato come uno strumento di tutela dell’ordine pubblico, il provvedimento introduce invece un inasprimento senza precedenti delle pene per forme di protesta non violenta. Blocchi stradali, manifestazioni contro infrastrutture strategiche, resistenza – anche passiva – a pubblico ufficiale diventano reati puniti con anni di carcere. La logica non è quella della mediazione democratica del conflitto, ma della sua neutralizzazione penale.
La stretta repressiva non si limita allo spazio pubblico, ma si estende a carceri e Centri di permanenza per il rimpatrio, dove anche atti di resistenza non violenta possono essere perseguiti penalmente. Un segnale chiaro: il dissenso non va ascoltato, ma scoraggiato.
A questo quadro si aggiunge un altro elemento di forte allarme: la normalizzazione della sorveglianza politica. L’uso dello spyware Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions, per attività di monitoraggio illegale nei confronti di giornalisti e attivisti rappresenta una grave compromissione del diritto alla critica e alla libera informazione. Quando chi indaga il potere viene sorvegliato dal potere stesso, il confine tra sicurezza e abuso si dissolve.
Il rapporto Civicus segnala inoltre un clima ostile nei confronti della stampa e della magistratura. I giornalisti sono sempre più spesso bersaglio di querele temerarie e procedimenti giudiziari utilizzati come strumento di intimidazione. Parallelamente, esponenti di governo alimentano campagne di delegittimazione contro i giudici, accusati di parzialità politica o di collusione con le organizzazioni non governative. Un doppio attacco che mina due pilastri fondamentali di qualsiasi sistema democratico.
La criminalizzazione della protesta colpisce in modo selettivo. Nel mirino finiscono soprattutto i movimenti per la giustizia climatica, le ong impegnate nel soccorso in mare delle persone migranti, le mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese e le lotte per il diritto alla casa. Fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative diventano strumenti ordinari di gestione del dissenso, più che eccezioni motivate.
Il caso italiano, tuttavia, non è isolato. Anche Francia e Germania sono state recentemente declassate, segno di un arretramento più ampio dello spazio civico in Europa. La crescente militarizzazione delle politiche pubbliche, alimentata da un contesto internazionale segnato da conflitti e riarmo, contribuisce a restringere gli spazi democratici. La sicurezza diventa una parola d’ordine che giustifica la compressione dei diritti, trasformando problemi sociali e politici in questioni di ordine pubblico.
In questo scenario, la retorica della “democrazia occidentale” mostra tutte le sue contraddizioni. I parametri liberali su cui essa si fonda vengono progressivamente svuotati proprio nei paesi che se ne proclamano custodi. Il declassamento dell’Italia non è solo una bocciatura internazionale, ma uno specchio che riflette una verità scomoda: la partecipazione democratica è sempre meno tollerata quando mette in discussione scelte politiche considerate intoccabili.
La domanda che resta aperta non riguarda tanto le classifiche, quanto il futuro dello spazio civico nel nostro paese. Se il dissenso viene trattato come una minaccia e non come una risorsa, la democrazia rischia di sopravvivere solo come forma, perdendo progressivamente la propria sostanza.
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29/11/2025
L’Italia della paura
Eppure, invece di affrontare le cause strutturali dell’insicurezza – la precarietà del lavoro, le disuguaglianze crescenti, la desertificazione dei servizi pubblici, la povertà abitativa – la politica ha scelto per anni la scorciatoia più redditizia: trasformare la paura in consenso.
Il centrodestra ha fatto di questo meccanismo un’arte, costruendo su di esso un’egemonia culturale che oggi appare quasi inscalfibile. Gli basta sollevare il tema della sicurezza, agganciarsi a un fatto di cronaca qualsiasi, amplificarlo fino alla distorsione, e usarlo per dipingere un Paese invivibile, assediato da nemici interni ed esterni.
È un copione che conosciamo bene: paura-audience-consenso. Una catena che si autoalimenta e che non richiede soluzioni, solo narrazioni. Non importa che i reati siano in calo: ciò che conta è la percezione, che può essere manipolata con estrema facilità. La destra rende il Paese più impaurito, e un Paese impaurito vota per chi promette ordine, disciplina, repressione. Una macchina perfetta, che produce insicurezza per poi venderne la cura.
Il centrosinistra, di fronte a questa strategia, non solo è apparso incapace di proporre un discorso alternativo, ma spesso si è consegnato alla logica dell’avversario. Diviso, litigioso, ripiegato su ambiguità e tatticismi, ha rinunciato a imporre un tema che parli ai bisogni materiali del Paese: lavoro, casa, cure, istruzione, diritti. Ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza, accettandone le categorie, adottandone persino la lingua. Così facendo, ha contribuito a legittimare un immaginario sicuritario che è esattamente ciò che blocca ogni possibilità di cambiamento. Il risultato? L’Italia rimane imbrigliata in una doppia assenza: assenza di welfare e assenza di alternativa.
Ma nel frattempo, qualcosa di più profondo è cambiato. Siamo di fronte a una mutazione antropologico-cognitiva che ha riscritto le fondamenta del discorso pubblico. L’uguaglianza, per anni pilastro della cultura politica italiana, è stata sostituita dalla legalità. La giustizia sociale è stata rimpiazzata dal giustizialismo. Il conflitto sui diritti e sulle risorse è stato cancellato e sostituito dal conflitto identitario, dal linciaggio morale, dalla caccia al colpevole. La cronaca nera è diventata il principale prisma attraverso cui osserviamo noi stessi. Tutti si percepiscono “giusti”, e i “colpevoli” sono sempre gli altri: i poveri, i migranti, i giovani, i marginali, chi non può difendersi.
La logica del capro espiatorio domina la scena. Si invoca la gogna, il processo mediatico, la punizione esemplare. È un rito collettivo che non risolve, non spiega, non approfondisce. Serve solo a canalizzare la rabbia di un Paese sempre più impoverito contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce. Basta salire su un treno, ascoltare le conversazioni, leggere i commenti sui social: ovunque si respira risentimento, sospetto, incattivimento. Non è un tratto caratteriale: è il risultato politico di un impoverimento materiale e simbolico che dura da decenni.
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione. Ogni fragilità sociale diventa devianza, ogni disagio diventa minaccia. La sicurezza non è una politica, ma un dispositivo ideologico: serve a giustificare misure eccezionali, a spostare il discorso pubblico, a disciplinare i corpi e le menti. Perfino la scuola, luogo per eccellenza del pensiero critico, viene inglobata nel paradigma sicuritario: presidi di polizia, lezioni sul rispetto dell’autorità, punizioni esemplari. Ma una scuola che educa alla paura e all’obbedienza non è più scuola: è il preludio culturale dell’autoritarismo.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è oggi il Paese europeo che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato securitario ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né governo né opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati. Ad esempio per le politiche migratorie: l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione, sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda.
Intanto, la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di Pil. Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti. È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive.
Eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali, di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale: un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura. Invertire questo ordine del discorso è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza.
Significa dire che l’Italia non è più povera perché “invasa”, ma perché sfruttata. Che non è più insicura perché ci sono “troppi giovani fuori controllo”, ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati. Che la repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
Ricostruire un immaginario alternativo significa rimettere al centro ciò che tiene insieme una società: la cura, il lavoro, la dignità, i servizi pubblici, la solidarietà. Significa dire chiaramente che la sicurezza reale – quella che cambia la vita delle persone – nasce da un welfare forte, non da uno Stato armato. Nasce da case accessibili, da salari dignitosi, da scuole libere, da quartieri vivi.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese. Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo gestione del declino.
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15/04/2023
Lavorare crepando
di Giovanni Iozzoli
È uscito da poco l’e-book “Lavora e crepa”, a cura dell’Osservatorio Repressione. Si tratta di un corposo quaderno di riflessione politica e teorica che raccoglie contributi diversi sul tema lavoro/repressione. L’obiettivo, con le parole dei curatori è: “porre l’attenzione sui meccanismi e i dispositivi che reprimono le resistenze nei luoghi di lavoro e creano quell’umanità a perdere necessaria ad alimentare questo sistema. Una produzione continua di vite di scarto o scarti di vite, con impatti individuali e sociali disastrosi”.
Il nesso sfruttamento-repressione è ben sintetizzato dal frammento in esergo: “siamo in un inferno neo-liberista che ha reso ben visibili i tratti di un domani già scritto dentro processi autoritari e securitari. Alla paura e all’incertezza di futuro la risposta è più sicurezza, più controllo, più repressione”. Il libro inquadra le tematiche securitarie – gli investimenti crescenti sull’ordine pubblico, l’espandersi della sfera penale, il moltiplicarsi di istituzioni repressive di ogni genere – mettendole in relazione con la fase di crisi che il capitalismo occidentale sta attraversando. Le promesse di benessere e opportunità per tutti si rivelano sempre più vuote; il malessere sociale cresce, insieme a nuove forme di ri-polarizzazione; e in questo contesto il principale investimento sistemico, in mancanza di altre strategie, è quello in “sicurezza”: cioè, organizzazione “scientifica” dei dispositivi di mantenimento dell’ordine sociale capitalista.
È questa una dinamica che riguarda le nostre società sviluppate, ma è chiaramente visibile nei paesi che un tempo si definivano “terzo mondo”: in occasione delle rivolte di piazza per la giustizia sociale, i governi di quei paesi, solitamente privi delle risorse minime necessarie a creare sistemi sanitari e scolastici decenti, esibiscono forze di polizia super attrezzate di armi e mezzi costosi e modernissimi, totalmente incongrui rispetto al panorama sociale circostante. Quegli strumenti rappresentano la prima fornitura che viene elargita ai governi che si sottomettono alle politiche del FMI. Come a dire: accettando le nostre ricette economiche le rivolte ci saranno, ma tranquilli vi mettiamo in condizione di reprimerle.
In questo primo quaderno si discute del “caso Piacenza”, epicentro del tentativo di criminalizzazione del sindacalismo di classe; di forme di controllo e coazione insite dentro il rapporto capitalistico, nelle moderne fabbriche automatizzate; del modello educativo di formazione e addomesticamento della forza lavoro, tra alternanza e stage gratuiti; della dialettica tra lavoro “garantito” e nuovo precariato di massa; delle bugie dell’“economia green” nel suo rapporto con il lavoro reale; della drammatica emergenza degli infortuni, delle morti e delle malattie professionali.
In questo ricco quadro di analisi i curatori manifestano un obiettivo: “senza la presunzione di trovare risposte confortanti, questo è un tentativo di innescare reti di relazione, spunti di riflessione condivisi, per non lasciare nell’isolamento tutte quelle voci che quotidianamente ricercano e desiderano una vita più che degna. Per far ciò, occorre calarsi nei luoghi e negli scarti di vite, o per dirla con Foucault: forse oggi l’obiettivo principale non è scoprire cosa siamo, ma piuttosto rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”.
L’Osservatorio Repressione è un’associazione di promozione sociale nata nel 2007. Si prefigge di promuovere e coordinare studi, ricerche, dibattiti e seminari, sui temi della repressione, della legislazione speciale, della situazione carceraria, nonché la raccolta di documenti inerenti la propria attività. L’Osservatorio cura la pubblicazione di materiali ed esiti delle proprie ricerche, promuove progetti indipendenti o coordinati con altre associazioni e movimenti che operano nello stesso ambito. Produci e crepa è il primo dei Quaderni 2023, altri seguiranno su carcere, migrazioni, militarizzazione dei saperi.
L’e-book è scaricabile dal sito osservatoriorepressione.info, insieme alle altre pubblicazioni già prodotte dall’associazione.
09/03/2023
“Lavora e crepa”. La repressione sui luoghi di lavoro
Nel giugno 2021 con la pubblicazione del libro “Umanità a perdere. Sindemia e resistenze”, l’Osservatorio Repressione si riprometteva di «far partire e dare continuità a un esperimento di analisi e riflessione collettiva che si componga di suggestioni e idee per entrare a gamba tesa in una battaglia politica e culturale di portata storica con tutte le ricadute possibili in termini di azioni politiche», per costruire l’Osservatorio come «un luogo dove accanto alla denuncia e alla controinformazione, possono trovare accoglienza idee e riflessioni per generare pratiche condivise di conflitto politico e sociale, per confrontandosi con la riconfigurazione dei dispositivi di repressione e con le sue ragioni storiche».
La repressione continua a manifestarsi attraverso norme e dispositivi. L‘obiettivo è annullare tutte quelle forme di conflittualità presenti nei luoghi di produzione. Prendendo spunto dal “caso Piacenza”, abbiamo chiesto all'avv. Marco Lucentini, di delineare il quadro del diritto del lavoro e del diritto sindacale in relazione ai cambiamenti in corso, anche rispetto all'uso dell'azione penale nei confronti delle pratiche di lotta.
Lo scopo di indebolire la capacità di composizione e azione della forza lavoro, si esprime massivamente all'interno dei luoghi di lavoro, ambienti del dominio per antonomasia.
Il libro si può scaricare da qui.
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09/02/2023
Per una critica al panpenalismo
Allo stesso tempo, mentre il disastro sociale generato dalla crisi economica e dalla pandemia stabilizza la negazione dei diritti sociali come tratto fondamentale del nostro sistema economico e istituzionale, il lungo cammino di quelle tendenze autoritarie è giunto a un corto circuito fondamentale di negazione anche dei diritti civili, il cui aspetto più noto, drammatico e dibattuto è la vergognosa inumanità delle condizioni di detenzione nelle carceri e la corrispettiva espansione della detenzione.
La crisi, nei suoi aspetti istituzionali, sta modificando gli scenari giuridici sul piano della dialettica tra dissenso politico-sociale e istanze di ordine pubblico, rispetto a cui si assiste alla configurazione di nuove, capillari forme di controllo che irretiscono sempre più la libertà di manifestazione, sia sul piano fisico della gestione dei cortei, sia su quello della libertà di dissenso.
Anche dal punto di vista sovranazionale il diritto penale è nel fulcro di opposte spinte ed è invocato tanto a tutela della cogenza dei diritti umani fondamentali, tanto a detrimento di essi per motivi di sicurezza.
Qual è, di fronte a tutti questi fattori di crisi sociale e istituzionale e all’inabissarsi delle diseguaglianze, il ruolo del diritto penale?
Cosa si intende per “legalità” dal punto di vista penalistico?
Esso è mero strumento di controllo nelle mani delle forze egemoni in un dato momento storico, o esistono dei limiti interni ed esterni alla sua azione che devono garantire i soggetti deboli?
Esistono ancora margini per portare conflitto dentro il suo campo d’azione?
Le sue radici ideologiche si basano sulla preservazione dei beni giuridici socialmente determinati. Come situarsi rispetto alle sue basi ideologiche e alle sue funzioni reali, sia storiche che attuali, ai mutamenti futuri?
Questi sono solo alcuni dei molti spunti che vorremmo discutere insieme con tre appuntamenti tematici:
1. Sorvegliare e punire. Carcere ostativo e 41 bis
2. Conflitto sociale e repressione penale
3. Emergenza infinita
Siamo convinti che sia possibile e necessario unire attorno a questi temi le energie accademiche critiche, i saperi tecnici e le forze conflittuali al fine di immaginare un percorso di lunga durata.
Fonte
03/02/2023
Il pericoloso asse media-politica per inventare allarmi e giustificare la repressione
E quel che è peggio è che i media italiani, anche quelli che si dicono progressisti, stanno cavalcando quest’onda, arrivando a inventare alleanze tra anarchici e mafia ed alimentando la paura.
È questa, in sintesi, l’analisi di Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione, che commenta ai nostri microfoni il clima di tensione che si sta creando in Italia e che né politica né stampa sembrano interessate a smorzare.
Al contrario: catalogare le manifestazioni di solidarietà nei confronti di Cospito e le azioni ai danni di cose nel calderone del presunto “terrorismo anarchico”, sostenere – come ha fatto il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che Cospito pure dal 41-bis avrebbe dimostrato di essere in comunicazione con i militanti all’esterno, sostenere che la battaglia dell’anarchico con lo sciopero della fame sarebbe un favore fatto ai boss mafiosi, non fa altro che far salire la tensione, col rischio che qualche mitomane dia vita ad un incidente che a sua volta giustifichi la repressione.
L’eterna emergenza e il codice penale per risolvere problemi sociali con la repressione
«Il clima che stiamo vivendo in Italia alimenta ulteriormente quello stato di emergenza che diventa stato di eccezione – osserva Di Sabato – Evocare il pericolo anarchico per non entrare nel merito delle questioni ormai è un film già visto. Oggi è la questione Cospito, ma lo è stata per i migranti e per altre questioni sociali».
Sia l’attuale che i precedenti governi, secondo il referente dell’Osservatorio Repressione, evitano accuratamente di affrontare le questioni sociali con politiche di welfare, ma adottano lo strumento repressivo come soluzione.
Di Sabato pone l’accento proprio sul “panpenalismo“, cioè la tendenza ad introdurre sempre nuovi reati, come quello di rave oggetto del primo provvedimento del governo Meloni, che è stato al centro anche di critiche da parte di giuristi, come Nicola Mazzacuva, presidente della Camera penale di Bologna, che nei giorni scorsi in un dibattito pubblico ha criticato l’ipertrofia del codice penale e il tentativo di risolvere ogni questione sociale a suon di carcere e misure repressive.
Cospito, ad inquietare è il ruolo che i media stanno esercitando
A contribuire sensibilmente al clima di tensione sembra giocare un ruolo importante il mondo del giornalismo mainstream. I principali media, in questi giorni, prendono le veline delle questure o dei servizi di sicurezza e le gettano in pasto all’opinione pubblica, senza alcun tipo di verifica.
Un esempio, in questo senso, è rappresentato dalla grafica di Sky Tg24, evidentemente basata su uno dei tanti rapporti dell’intelligence, che individua come “circoli anarchici” tutta una serie di centri sociali in Italia che hanno anche altre aree politiche di riferimento. Un calderone di luoghi, di cui si ignorano le idee politiche e le pratiche, che serve per creare nell’opinione pubblica la sensazione dell’accerchiamento e del pericolo.
Di Sabato si concentra invece sulla prima pagina de Il Fatto Quotidiano di quest’oggi, che sostiene tra le righe un legame tra Cospito e i boss mafiosi. Una tesi sostenuta ieri anche da un giornalista antimafia come Giovanni Tizian su il Domani e che appare piuttosto grottesca.
In particolare, Cospito avrebbe detto ai parlamentari che gli hanno fatto visita per verificare le sue condizioni di salute di visitare anche gli altri detenuti. Ma poiché al 41-bis solitamente sono reclusi i boss mafiosi, ecco che la stampa ha trovato una sorta di alleanza tra anarchici e mafia.
«Il Fatto Quotidiano dimostra di non conoscere nemmeno le prerogative dei parlamentari – contesta il referente dell’Osservatorio Repressione – che possono fare visite ispettive per verificare le condizioni di salute dei detenuti. Cospito ha detto quindi di verificare anche le condizioni degli altri, ma sul Fatto troviamo un grido all’allarme a tutta pagina, una cosa vergognosa. A questo punto il problema non sono le testate di destra, ma quelle che si ritengono democratiche».
Per Di Sabato queste testate non fanno informazione, non entrano nel merito della questione, ma al contrario alimentano la paura.
Questo clima di confusione, di associazioni indebite e di ignoranza serve sia alla costruzione del nemico, sia «a non mettere in questione il 41-bis o l’egastolo ostativo», sottolinea Di Sabato, secondo cui purtroppo le cose peggioreranno ulteriormente.
«Questo clima serve per fare un’azione di repressione preventiva verso problemi sociali che esploderanno a fronte di quelle che sono le drammaticità che sta vivendo questo Paese dentro una crisi economica, dopo la pandemia e con la guerra. La vicenda Cospito viene usata come un’azione di repressione preventiva».
Fonte
21/06/2021
Umanità a perdere. Sindemia e resistenze
Grazie a un’informazione quotidiana il nostro sito, le pagine facebook e twitter i canali telegram e youtube nel corso degli anni, hanno raggiunto un numero medio giornaliero di più di trentamila visitatori.
La collana editoriale nasce per andare oltre il quotidiano, per analizzare e comprendere, con adeguati strumenti di analisi e percorsi condivisi, dove sta andando il mondo a partire dal nostro punto di osservazione e azione.
Vorremmo far partire un esperimento di analisi e riflessione collettiva che si componga di suggestioni e idee per entrare a gamba tesa in una battaglia culturale e politica di portata epocale con tutte le ricadute in termini di azioni concrete e immediatamente politiche.
L’Osservatorio è dunque per noi un luogo dove accanto alla denuncia e alla controinformazione, possano trovare accoglienza idee e riflessioni finalizzate alla costruzione di un “cassetta degli attrezzi” per generare pratica condivisa di conflitto politico e sociale, per contribuire a trasformare la realtà, confrontandosi con la riconfigurazione dei dispositivi di repressione e con le sue ragioni storiche.
Un luogo per ascoltare, accogliere, dar voce e saper interpretare anche le idee, le proposte e le visoni di futuro che dai conflitti irrompono nella società.
Materiali di puro servizio, quali prontuari di autodifesa, come pure materiali di approfondimento e di dibattito, di maggior impegno analitico, di ricerca. Due conseguenti e diverse collane editoriali.
La scelta ci pare utile e coerente con la storia dello spazio di cooperazione politica e solidale che siamo sempre stati, chiamando a un lavoro collettivo le forze e le figure che continuano a muovere una critica organica e organizzare la resistenza alle dottrine e alle pratiche dello stato di sicurezza, per diffonderla e diffonderne la consapevolezza politica.
Quanto più sarà estesa e qualificata la partecipazione e la costruzione di percorsi unitari di denuncia, analisi e ricerca, tanto più il nostro lavoro avrà ragione di continuare ad esistere.
Prende avvio così questa collana editoriale con Umanità a perdere. Sindemia e resistenze, risultato di un percorso collettivo, iniziato nel novembre scorso con Salvatore Palidda, Claudio Dionesalvi, Antonio Mazzeo, Alessandra Cecchi, del portale Ecor.Network e Luca Trada del laboratorio politico Off Topic.
A loro abbiamo chiesto di raccontare, descrivere da un lato quanto la pandemia fosse l’occasione per accelerare processi di controllo sicuritario politico e sociale e dall’altro le pratiche di resistenza.
Salvatore Palidda, già docente di sociologia all’Università degli Studi di Genova, ci conduce nell’inferno dei nostri tempi con La guerra alle migrazioni nel Ventunesimo secolo; Claudio Dionesalvi, mediattivista, insegnante di Lettere nella scuola media, con La scuola ibernata ci racconta come l’impatto delle misure adottate per prevenire il contagio è stato devastante sulla paideia ed ha finito per disumanizzare la scuola; Antonio Mazzeo, Peace-researcher, con Militarismo e militarizzazione in tempi di pandemia ripercorre fatti e accadimenti di un’emergenza sanitaria, drammatica, reale, rappresentata e manipolata come un conflitto globale e totale onde assicurare centralizzazioni e autoritarismi decisionali, militarizzazioni dei territori e della sfera sociale, politica ed economica.
L’intervento di Ecor.Network, un portale di approfondimento e informazione sull’aggressione del profitto contro i territori di tutto il mondo e sui movimenti di resistenza, documenta come i promotori delle attività di maggiore impatto sull’ambiente e sulle comunità hanno approfittando della situazione creata dalla pandemia per espandersi e riorganizzarsi.
Infine con Crisi pandemica e capitalismo della sorveglianza, il laboratorio politico Off Topic analizza come la pandemica sia stata l’occasione per una crescita esponenziale della digitalizzazione dei nostri comportamenti e stili di vita ampliando a dismisura il potere di controllo delle big corporation sulle nostre vite.
Siamo dentro un inferno neoliberista che in un momento storico, segnato da una immane paura, ha reso macroscopici tutti i segni di un futuro prescritto accelerando processi autoritari e securitari.
Lo sviluppo capitalistico mostra il suo volto e le conseguenze sui destini di tutti gli esseri viventi del pianeta. Alla paura e all’incertezza di futuro la risposta è maggior sicurezza, controllo e repressione.
Il vocabolo pandemia è entrato prepotentemente nella nostra vita, ma da solo non basta a spiegare quello che stiamo vivendo, è solo un effetto.
Trenta anni fa l’antropologo medico americano, Merril Singer, coniò il sillogismo sindemia come: «l’insieme di problemi di salute, ambientali, sociali ed economici prodotti dall’interazione sinergica di una o più malattie trasmissibili, caratterizzata da ripercussioni sulle fasce di popolazione più svantaggiate».
Più in generale si può affermare che la sindemia è la relazione che esiste tra una pandemia e le condizioni ambientali, socio-economiche, politiche, il livello di istruzione, la povertà, il riscaldamento globale, il problema della perdita di lavoro, che hanno ripercussioni devastanti sulle fasce di popolazione più svantaggiate di cui ancora non si vedono tutti gli effetti, anche nei termini della perdita di vite umane.
È la logica dei dominanti che presuppone un eccesso di umanità di cui si può fare a meno. Bastano alcuni esempi.
L’uso dei brevetti sui vaccini a discapito dei paesi più poveri scegliendo consapevolmente di salvaguardare i paesi ricchi e le loro capacità di produrre, consumare e depredare di materie prime i paesi ai quali i vaccini sono negati, se poi si muore nelle strade come in India o Brasile poco importa.
Le politiche verso una umanità migrante ridotta in schiavitù la cui unica possibilità è sopravvivere nelle traversate del deserto, nei lager libici e in mare.
Infine, ma non da ultimo, il tentativo di portare a compimento la sussunzione della vita intera e dell’intera cooperazione sociale alla produzione del valore stesso a livello globale.
Ecco allora crescere la quantità di chi è parte di una Umanità a perdere espulsa e confinata nelle periferie delle nostre città come in tutti i sud del mondo.
Il libro si può ricevere scrivendo a info@osservatoriorepressione.info o dal sito https://momoedizioni.it/
Prezzo di copertina: 10 euro (per 136 pagine)
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