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13/04/2026

La risposta del governo alla crisi abitativa: case popolari ai poliziotti

Accordo tra Matteo Piantedosi e il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca: alloggi Ater destinati alle forze dell’ordine nelle periferie di Roma. Esclusi migliaia di cittadini in graduatoria.

Case popolari assegnate alle forze dell’ordine, mentre migliaia di famiglie restano in attesa. È questa la direzione presa dal governo con il protocollo firmato il 20 febbraio al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. L’obiettivo dichiarato è migliorare la “qualità della vita” nei quartieri popolari di Roma, a partire da zone come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca.

La misura prevede l’assegnazione di un primo blocco di alloggi dell’Ater alle forze di polizia. Non solo: quegli stessi immobili che oggi non possono essere utilizzati per mancanza di manutenzione verranno ristrutturati direttamente dal Viminale. Una corsia preferenziale che non riguarda l’emergenza abitativa generale, ma un segmento specifico: quello degli apparati di sicurezza.

In una città dove l’emergenza abitativa è strutturale e cronica, questa scelta produce un effetto immediato: sottrae case a chi è già in lista d’attesa e l’operazione rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi ne ha diritto.

Il paradosso è evidente. Da una parte, centinaia di appartamenti restano inutilizzati per mancanza di investimenti pubblici. Dall’altra, quando le risorse vengono trovate, non vengono destinate a ridurre la crisi abitativa, ma a rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei territori.

È una scelta politica precisa. Non si interviene sulle cause strutturali del disagio – mancanza di casa, precarietà, impoverimento – ma si agisce sugli effetti, trasformando il problema sociale in questione di ordine pubblico. Le periferie non vengono considerate spazi da ricostruire attraverso servizi, welfare e diritti, ma territori da presidiare.

In questo senso, l’operazione non è nuova. A Milano, dove oltre 17mila persone aspettano un alloggio popolare, una quota delle case viene già riservata alle forze dell’ordine. Eppure, questa presenza non ha prodotto un aumento percepito della sicurezza. Non ha risolto il disagio abitativo, né le tensioni sociali. Perché il problema non è la mancanza di controllo. Il problema è la mancanza di diritti.

La crisi abitativa oggi colpisce fasce sempre più ampie della popolazione: lavoratori precari, famiglie monoreddito, giovani, migranti. È un fenomeno trasversale che richiederebbe politiche strutturali: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, investimenti nell’edilizia popolare, contrasto alla rendita e alla speculazione.

Ma la risposta del governo va in un’altra direzione. Si costruisce una gerarchia nell’accesso ai diritti. Alcuni soggetti – in questo caso le forze dell’ordine – vengono privilegiati, mentre altri restano esclusi. Non in base al bisogno, ma in base alla funzione che svolgono dentro l’assetto politico e sociale.

La casa, da diritto, diventa strumento di governo del territorio, leva per rafforzare la presenza dello Stato in chiave securitaria, dispositivo per presidiare aree considerate problematiche. In questo schema, l’abitazione non è più risposta a un bisogno, ma parte di una strategia di controllo.

Il risultato è duplice. Da un lato si aggrava la competizione tra chi è già in difficoltà, alimentando conflitti tra poveri. Dall’altro si consolida l’idea che le periferie siano spazi da sorvegliare più che da vivere. Mentre migliaia di persone restano in graduatoria, il messaggio è chiaro: non tutti hanno lo stesso diritto alla casa. Alcuni hanno la priorità. Gli altri devono aspettare.

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