L’Italia da anni vive dentro un paradosso che è ormai diventato la sua cifra politica e culturale: più la società si impoverisce, più cresce la domanda di sicurezza. È un automatismo che non nasce dal caso, ma da una precisa dinamica economica e sociale. Le persone che vivono nella precarietà, schiacciate da salari bassi, servizi carenti, vita instabile, si sentono più esposte, più fragili, più sole. La paura, in un tale contesto, non è un’emozione: è un prodotto sociale, quasi un sottoprodotto dell’austerità, dell’erosione del welfare, della cancellazione dei diritti.
Eppure, invece di affrontare le cause strutturali dell’insicurezza – la precarietà del lavoro, le disuguaglianze crescenti, la desertificazione dei servizi pubblici, la povertà abitativa – la politica ha scelto per anni la scorciatoia più redditizia: trasformare la paura in consenso.
Il centrodestra ha fatto di questo meccanismo un’arte, costruendo su di esso un’egemonia culturale che oggi appare quasi inscalfibile. Gli basta sollevare il tema della sicurezza, agganciarsi a un fatto di cronaca qualsiasi, amplificarlo fino alla distorsione, e usarlo per dipingere un Paese invivibile, assediato da nemici interni ed esterni.
È un copione che conosciamo bene: paura-audience-consenso. Una catena che si autoalimenta e che non richiede soluzioni, solo narrazioni. Non importa che i reati siano in calo: ciò che conta è la percezione, che può essere manipolata con estrema facilità. La destra rende il Paese più impaurito, e un Paese impaurito vota per chi promette ordine, disciplina, repressione. Una macchina perfetta, che produce insicurezza per poi venderne la cura.
Il centrosinistra, di fronte a questa strategia, non solo è apparso incapace di proporre un discorso alternativo, ma spesso si è consegnato alla logica dell’avversario. Diviso, litigioso, ripiegato su ambiguità e tatticismi, ha rinunciato a imporre un tema che parli ai bisogni materiali del Paese: lavoro, casa, cure, istruzione, diritti. Ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza, accettandone le categorie, adottandone persino la lingua. Così facendo, ha contribuito a legittimare un immaginario sicuritario che è esattamente ciò che blocca ogni possibilità di cambiamento. Il risultato? L’Italia rimane imbrigliata in una doppia assenza: assenza di welfare e assenza di alternativa.
Ma nel frattempo, qualcosa di più profondo è cambiato. Siamo di fronte a una mutazione antropologico-cognitiva che ha riscritto le fondamenta del discorso pubblico. L’uguaglianza, per anni pilastro della cultura politica italiana, è stata sostituita dalla legalità. La giustizia sociale è stata rimpiazzata dal giustizialismo. Il conflitto sui diritti e sulle risorse è stato cancellato e sostituito dal conflitto identitario, dal linciaggio morale, dalla caccia al colpevole. La cronaca nera è diventata il principale prisma attraverso cui osserviamo noi stessi. Tutti si percepiscono “giusti”, e i “colpevoli” sono sempre gli altri: i poveri, i migranti, i giovani, i marginali, chi non può difendersi.
La logica del capro espiatorio domina la scena. Si invoca la gogna, il processo mediatico, la punizione esemplare. È un rito collettivo che non risolve, non spiega, non approfondisce. Serve solo a canalizzare la rabbia di un Paese sempre più impoverito contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce. Basta salire su un treno, ascoltare le conversazioni, leggere i commenti sui social: ovunque si respira risentimento, sospetto, incattivimento. Non è un tratto caratteriale: è il risultato politico di un impoverimento materiale e simbolico che dura da decenni.
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione. Ogni fragilità sociale diventa devianza, ogni disagio diventa minaccia. La sicurezza non è una politica, ma un dispositivo ideologico: serve a giustificare misure eccezionali, a spostare il discorso pubblico, a disciplinare i corpi e le menti. Perfino la scuola, luogo per eccellenza del pensiero critico, viene inglobata nel paradigma sicuritario: presidi di polizia, lezioni sul rispetto dell’autorità, punizioni esemplari. Ma una scuola che educa alla paura e all’obbedienza non è più scuola: è il preludio culturale dell’autoritarismo.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è oggi il Paese europeo che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato securitario ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né governo né opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati. Ad esempio per le politiche migratorie: l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione, sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda.
Intanto, la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di Pil. Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti. È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive.
Eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali, di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale: un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura. Invertire questo ordine del discorso è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza.
Significa dire che l’Italia non è più povera perché “invasa”, ma perché sfruttata. Che non è più insicura perché ci sono “troppi giovani fuori controllo”, ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati. Che la repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
Ricostruire un immaginario alternativo significa rimettere al centro ciò che tiene insieme una società: la cura, il lavoro, la dignità, i servizi pubblici, la solidarietà. Significa dire chiaramente che la sicurezza reale – quella che cambia la vita delle persone – nasce da un welfare forte, non da uno Stato armato. Nasce da case accessibili, da salari dignitosi, da scuole libere, da quartieri vivi.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese. Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo gestione del declino.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/11/2025
30/09/2025
Il 70% dei cittadini europei preoccupato dall’economia e dalla precarietà
Il 70% degli europei si considera in una situazione di precarietà a causa dei propri redditi insufficienti. L’89% afferma che questa situazione riguarda anche le persone che conoscono o con le quali lavorano. A rivelarlo è la XIX edizione del “Barometro europeo sulla povertà e sulla precarietà economica”, la rilevazione realizzata da IPSOS France per conto del Secours Populaire Francais presentata l’ 11 settembre scorso.
La ricerca ha coinvolto Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Moldavia, Polonia, Portogallo, Romania e Serbia, ed ha messo in evidenza come la principale preoccupazione delle persone sia la grande difficoltà a far fronte all’aumento inarrestabile delle spese per l’abitazione, la salute, la spesa alimentare.
Secondo la ricerca gli italiani sono quelli che denunciano il rischio più alto di ritrovarsi nel prossimo futuro in una situazione di precarietà (62%).
Gli europei condividono anche la sensazione di un accesso più difficile a una serie di servizi pubblici rispetto alle generazioni precedenti. Un dato ancora più marcato in Italia e Francia per quanto riguarda i servizi per la salute (50%), mentre il dato italiano che riguarda la sensazione di non poter accedere ad un impiego stabile (65%) è il peggiore tra quelli rilevati negli altri Paesi.
Il dato più eclatante è quello che evidenzia che un europeo con un lavoro su tre ritiene di non avere un reddito sufficiente per far fronte a tutte le spese: più di un europeo su quattro ha già dovuto saltare un pasto, nonostante avesse fame, a causa della propria situazione finanziaria, mentre un genitore su tre dichiara di non essere riuscito a provvedere ai bisogni essenziali dei propri figli. Una situazione che incide sulla salute mentale delle persone e le rende decisamente più pessimiste rispetto al futuro del loro benessere.
Molto interessante anche il focus della ricerca su ciò che i giovani pensano della loro situazione e del loro futuro. Uno su due non è soddisfatto delle proprie condizioni e anche tra gli studenti si riscontra una difficoltà crescente di vita con percentuali molto alte sia in Grecia che in Germania, dato che colpisce vista la differenza strutturale tra le due economie. Una situazione che si ripercuote sulla loro salute mentale: un giovane europeo su cinque denuncia che la sua situazione è oggi problematica in termini di stress, mancanza di sonno, depressione.
Insomma nella prospera Europa la maggioranza della popolazione appare tutt’altro che sicura, al contrario la precarietà di vita ormai è radicata e segnala il crescente aumento delle disuguaglianze. Le persone non si curano come dovrebbero, molte rinunciano ad un'alimentazione corretta o sufficiente per sostenere le spese dei figli, il lavoro precario e mal pagato dilaga nel mercato del lavoro.
I segnali di mobilitazione sociale provenienti da Francia ed ora anche dall’Italia, fanno ben sperare per un ciclo di conflitto che riponga con forza l’affermazione delle esigenze popolari rispetto a quelle dell’economia di guerra e del profitto privato.
Fonte
La ricerca ha coinvolto Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Moldavia, Polonia, Portogallo, Romania e Serbia, ed ha messo in evidenza come la principale preoccupazione delle persone sia la grande difficoltà a far fronte all’aumento inarrestabile delle spese per l’abitazione, la salute, la spesa alimentare.
Secondo la ricerca gli italiani sono quelli che denunciano il rischio più alto di ritrovarsi nel prossimo futuro in una situazione di precarietà (62%).
Gli europei condividono anche la sensazione di un accesso più difficile a una serie di servizi pubblici rispetto alle generazioni precedenti. Un dato ancora più marcato in Italia e Francia per quanto riguarda i servizi per la salute (50%), mentre il dato italiano che riguarda la sensazione di non poter accedere ad un impiego stabile (65%) è il peggiore tra quelli rilevati negli altri Paesi.
Il dato più eclatante è quello che evidenzia che un europeo con un lavoro su tre ritiene di non avere un reddito sufficiente per far fronte a tutte le spese: più di un europeo su quattro ha già dovuto saltare un pasto, nonostante avesse fame, a causa della propria situazione finanziaria, mentre un genitore su tre dichiara di non essere riuscito a provvedere ai bisogni essenziali dei propri figli. Una situazione che incide sulla salute mentale delle persone e le rende decisamente più pessimiste rispetto al futuro del loro benessere.
Molto interessante anche il focus della ricerca su ciò che i giovani pensano della loro situazione e del loro futuro. Uno su due non è soddisfatto delle proprie condizioni e anche tra gli studenti si riscontra una difficoltà crescente di vita con percentuali molto alte sia in Grecia che in Germania, dato che colpisce vista la differenza strutturale tra le due economie. Una situazione che si ripercuote sulla loro salute mentale: un giovane europeo su cinque denuncia che la sua situazione è oggi problematica in termini di stress, mancanza di sonno, depressione.
Insomma nella prospera Europa la maggioranza della popolazione appare tutt’altro che sicura, al contrario la precarietà di vita ormai è radicata e segnala il crescente aumento delle disuguaglianze. Le persone non si curano come dovrebbero, molte rinunciano ad un'alimentazione corretta o sufficiente per sostenere le spese dei figli, il lavoro precario e mal pagato dilaga nel mercato del lavoro.
I segnali di mobilitazione sociale provenienti da Francia ed ora anche dall’Italia, fanno ben sperare per un ciclo di conflitto che riponga con forza l’affermazione delle esigenze popolari rispetto a quelle dell’economia di guerra e del profitto privato.
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09/12/2024
L’ultimo rapporto Censis certifica il fallimento di tutta la classe dirigente
Il 58° rapporto Censis appena pubblicato certifica un’Italia in una crisi senza uscita, nonostante il governo continui a vantarsi di ottimi risultati. Ma i dati presentati non possono essere ridotti all’azione di Palazzo Chigi nell’ultimo biennio: lo studio mostra il fallimento di tutta la classe dirigente, almeno dell’ultimo trentennio.
Un fallimento che non è solo economico e sociale, ma potremmo dire anche “ideologico-propagandistico”, rispetto alla narrazione dell’Occidente come la casa della democrazia e dei diritti, e il resto del mondo come la “giungla” da portare sulla retta via.
L’inconsistenza di questa favola si nota facilmente col trattamento riservato alle elezioni in Georgia e in Romania, date per valide solo alla vittoria dei filo-NATO, o i fatti in Corea del Sud. E non attecchisce evidentemente più tra gli italiani, come dimostra il Censis.
Scorriamo i dati più significativi. Tra il 2003 e il 2023 il reddito lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%, e tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024 la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.
Il raffronto tra i primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 segna una riduzione della produzione delle attività manifatturiere del 3,4%. Le presenze turistiche, invece, sono aumentate del 18,7% rispetto al 2013, raggiungendo le 447 milioni di unità nel 2023: un paese-vetrina, più che una città-vetrina ormai.
In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie hanno registrato una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria ha segnato un aumento del 10,0%.
Quando alcuni politici presentano il turismo come il futuro del paese, gli si dovrebbe sbattere in faccia questi dati.
Il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000, in aumento del 4,6% rispetto al 2007. Eppure, l’andamento del PIL non è incoraggiante, e ciò dimostra che da una parte i lavori sono sempre più precari e peggio pagati (come quelli nel turismo e ristorazione, appunto), dall’altra che non riescono a riattivare un mercato interno reso asfittico per favorire le esportazioni.
Il risultato non può essere che la cristallizzazione, se non il peggioramento delle disuguaglianze. Gli italiani lo sentono sulla propria pelle, e infatti l’85,5% è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.
L’incertezza resa ormai normalità influisce pesantemente sulle giovani generazioni. Il 58,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% di disturbi alimentari. Un giovane su tre è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci.
In molti fuggono dal paese per cercare un’alternativa. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, e più di un terzo erano laureati. Impressionante il dato per cui il numero degli emigranti in possesso di laurea è passato dal 30,5% del totale nel 2013 al 50,6% nel 2022.
Se chi si laurea viene attratto altrove, in generale l’istruzione colpita da tagli e asservita agli interessi privati si mostra incapace di garantire le conoscenze fondamentali. I traguardi di apprendimento in italiano e in matematica sono spesso sotto le aspettative per tutti i cicli di istruzione.
Guardando ai servizi pubblici nel complesso, e all’accesso a consumi fondamentali, il quadro è altrettanto tragico. Ci sono ampie fette della popolazione che ha problemi a raggiungere una farmacia e un pronto soccorso, e la situazione peggiora più è piccolo il comune di residenza.
Tra il 2013 e il 2023 la spesa sanitaria privata pro-capite è aumentata del 23% in termini reali, superando i 44 miliardi di euro nell’ultimo anno. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check-up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche per la lunghezza delle liste di attesa o per i costi eccessivi.
Se una persona su due, per pagare una prestazione sanitaria, è dovuta ricorrere ai propri risparmi, dall’altra parte il risparmio previdenziale è diventato un miraggio. Il 75,7% degli intervistati pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. La percentuale, nel caso dei giovani, raggiunge l’89,8%, e diventa una certezza.
Come detto sopra, questa è incertezza di vita che è stata resa normalità, e questo è l’unico vero problema di sicurezza del paese. Eppure, la sicurezza è stata ormai trasformata da questione sociale e questione di ordine pubblico, anche se nell’ultimo decennio il numero di omicidi volontari, di furti e di rapine è crollato (rispettivamente, -32,1%, -35,9%, -41,3%).
Ma se si instilla nelle persone il sentore dell’insicurezza, e poi si alimenta l’idea che questa provenga dal diverso, dall’immigrato o dall’esterno, è più facile trovare dei modi per dividere gli sfruttati e metterli l’uno contro l’altro. Col problema, inoltre, che oggi sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco.
Il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi porta abitudini contrastanti con il proprio stile di vita, come il velo integrale. Il 29,3% è ostile a chi non si conforma alla concezione della “famiglia tradizionale”, il 21,8% si considera addirittura nemico di chi professa una religione diversa: il razzismo è una conseguenza quasi fisiologica di questa narrazione.
Qualcosa non torna, però, rispetto alle volontà della classe dirigente. Se sulle divisioni tra gli sfruttati, utili per la guerra interna, hanno ottenuto qualche risultato, non è passata invece l’idea che l’Occidente sia la culla dei diritti e della democrazia, e che questi vadano esportati anche con la guerra esterna.
Il 68,5% degli italiani ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. Il 66,3% attribuisce alla filiera euroatlantica, Stati Uniti in testa, la responsabilità dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Solo il 31,6% si dice d’accordo con la volontà dei paesi NATO di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL.
La crisi di egemonia delle centrali imperialistiche occidentali è ormai evidente. Tutti si rendono conto delle frottole che raccontano a Washington e Bruxelles, e di fronte al quadro sociale ed economico critico che è delineato nello stesso rapporto Censis la volontà maggioritaria non è quella di inasprire la spirale di guerra messa in moto, e che non accenna ad arrestarsi.
Che le democrazie liberali siano una farsa, spesso porta d’ingresso dei fascisti nelle istituzioni, è chiaro ai più, così come che la destabilizzazione di mezzo mondo è opera dell’Occidente in crisi, che cerca soluzioni nella guerra e nell’annientamento del nemico, azioni per cui ha appunto bisogno di più spese militari. Le quali verranno finanziate con altri insopportabili tagli a quelle sociali.
Sta a forze indipendenti e di rottura fare in modo che questa linea logica venga trasportata su un piano politico, cioè venga politicizzata e trasformata in organizzazione e proposta di alternativa sistemica.
Non è facile, e non ci sono ricette preconfezionate. Ma il rapporto Censis dimostra che ci sono i presupposti, e si sviluppano innanzitutto sull’orizzonte più alto delle contraddizioni del capitalismo in crisi, quello della guerra.
Fonte
Un fallimento che non è solo economico e sociale, ma potremmo dire anche “ideologico-propagandistico”, rispetto alla narrazione dell’Occidente come la casa della democrazia e dei diritti, e il resto del mondo come la “giungla” da portare sulla retta via.
L’inconsistenza di questa favola si nota facilmente col trattamento riservato alle elezioni in Georgia e in Romania, date per valide solo alla vittoria dei filo-NATO, o i fatti in Corea del Sud. E non attecchisce evidentemente più tra gli italiani, come dimostra il Censis.
Scorriamo i dati più significativi. Tra il 2003 e il 2023 il reddito lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%, e tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024 la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.
Il raffronto tra i primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 segna una riduzione della produzione delle attività manifatturiere del 3,4%. Le presenze turistiche, invece, sono aumentate del 18,7% rispetto al 2013, raggiungendo le 447 milioni di unità nel 2023: un paese-vetrina, più che una città-vetrina ormai.
In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie hanno registrato una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria ha segnato un aumento del 10,0%.
Quando alcuni politici presentano il turismo come il futuro del paese, gli si dovrebbe sbattere in faccia questi dati.
Il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000, in aumento del 4,6% rispetto al 2007. Eppure, l’andamento del PIL non è incoraggiante, e ciò dimostra che da una parte i lavori sono sempre più precari e peggio pagati (come quelli nel turismo e ristorazione, appunto), dall’altra che non riescono a riattivare un mercato interno reso asfittico per favorire le esportazioni.
Il risultato non può essere che la cristallizzazione, se non il peggioramento delle disuguaglianze. Gli italiani lo sentono sulla propria pelle, e infatti l’85,5% è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.
L’incertezza resa ormai normalità influisce pesantemente sulle giovani generazioni. Il 58,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% di disturbi alimentari. Un giovane su tre è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci.
In molti fuggono dal paese per cercare un’alternativa. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, e più di un terzo erano laureati. Impressionante il dato per cui il numero degli emigranti in possesso di laurea è passato dal 30,5% del totale nel 2013 al 50,6% nel 2022.
Se chi si laurea viene attratto altrove, in generale l’istruzione colpita da tagli e asservita agli interessi privati si mostra incapace di garantire le conoscenze fondamentali. I traguardi di apprendimento in italiano e in matematica sono spesso sotto le aspettative per tutti i cicli di istruzione.
Guardando ai servizi pubblici nel complesso, e all’accesso a consumi fondamentali, il quadro è altrettanto tragico. Ci sono ampie fette della popolazione che ha problemi a raggiungere una farmacia e un pronto soccorso, e la situazione peggiora più è piccolo il comune di residenza.
Tra il 2013 e il 2023 la spesa sanitaria privata pro-capite è aumentata del 23% in termini reali, superando i 44 miliardi di euro nell’ultimo anno. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check-up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche per la lunghezza delle liste di attesa o per i costi eccessivi.
Se una persona su due, per pagare una prestazione sanitaria, è dovuta ricorrere ai propri risparmi, dall’altra parte il risparmio previdenziale è diventato un miraggio. Il 75,7% degli intervistati pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. La percentuale, nel caso dei giovani, raggiunge l’89,8%, e diventa una certezza.
Come detto sopra, questa è incertezza di vita che è stata resa normalità, e questo è l’unico vero problema di sicurezza del paese. Eppure, la sicurezza è stata ormai trasformata da questione sociale e questione di ordine pubblico, anche se nell’ultimo decennio il numero di omicidi volontari, di furti e di rapine è crollato (rispettivamente, -32,1%, -35,9%, -41,3%).
Ma se si instilla nelle persone il sentore dell’insicurezza, e poi si alimenta l’idea che questa provenga dal diverso, dall’immigrato o dall’esterno, è più facile trovare dei modi per dividere gli sfruttati e metterli l’uno contro l’altro. Col problema, inoltre, che oggi sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco.
Il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi porta abitudini contrastanti con il proprio stile di vita, come il velo integrale. Il 29,3% è ostile a chi non si conforma alla concezione della “famiglia tradizionale”, il 21,8% si considera addirittura nemico di chi professa una religione diversa: il razzismo è una conseguenza quasi fisiologica di questa narrazione.
Qualcosa non torna, però, rispetto alle volontà della classe dirigente. Se sulle divisioni tra gli sfruttati, utili per la guerra interna, hanno ottenuto qualche risultato, non è passata invece l’idea che l’Occidente sia la culla dei diritti e della democrazia, e che questi vadano esportati anche con la guerra esterna.
Il 68,5% degli italiani ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. Il 66,3% attribuisce alla filiera euroatlantica, Stati Uniti in testa, la responsabilità dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Solo il 31,6% si dice d’accordo con la volontà dei paesi NATO di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL.
La crisi di egemonia delle centrali imperialistiche occidentali è ormai evidente. Tutti si rendono conto delle frottole che raccontano a Washington e Bruxelles, e di fronte al quadro sociale ed economico critico che è delineato nello stesso rapporto Censis la volontà maggioritaria non è quella di inasprire la spirale di guerra messa in moto, e che non accenna ad arrestarsi.
Che le democrazie liberali siano una farsa, spesso porta d’ingresso dei fascisti nelle istituzioni, è chiaro ai più, così come che la destabilizzazione di mezzo mondo è opera dell’Occidente in crisi, che cerca soluzioni nella guerra e nell’annientamento del nemico, azioni per cui ha appunto bisogno di più spese militari. Le quali verranno finanziate con altri insopportabili tagli a quelle sociali.
Sta a forze indipendenti e di rottura fare in modo che questa linea logica venga trasportata su un piano politico, cioè venga politicizzata e trasformata in organizzazione e proposta di alternativa sistemica.
Non è facile, e non ci sono ricette preconfezionate. Ma il rapporto Censis dimostra che ci sono i presupposti, e si sviluppano innanzitutto sull’orizzonte più alto delle contraddizioni del capitalismo in crisi, quello della guerra.
Fonte
02/05/2023
Un governo di piazzisti
La prova finale che ci troviamo a fare i conti con un governo di piazzisti l’ha offerta proprio la premier Giorgia Meloni quando, alla comunicazione ufficiale, ha sostituito un video con lo stile di chi vende materassi in televisione illustrando il “fantasmagorico” decreto sul lavoro, concludendolo poi platealmente con l’apertura della porta sulla sala che da lì a poco avrebbe ospitato il Consiglio dei Ministri. Piazzisti dunque, incluso come ha detto il prof. Rovelli, l’essere anche “piazzisti di guerra”.
Nel merito del decreto stanno uscendo alcune anticipazioni che non promettono niente di buono (dalla reintroduzione dei voucher come forma di retribuzione all’eliminazione del Reddito di Cittadinanza, riduzione delle tasse sul lavoro solo per pochi mesi, estensione dell’apprendistato oltre i 29 anni etc.).
Insomma un pugno di polvere negli occhi sul quale costruire la narrazione di un governo “attento ai problemi dei lavoratori” e non solo a quelli degli imprenditori, dei concessionari di beni pubblici, degli evasori fiscali.
Una cortina fumogena necessaria per attenuare i colpi delle misure antipopolari che dovranno essere adottate per obbedire ai diktat europei, i quali dopo la “pausa pandemica” sono tornati a far sentire il loro peso sulle priorità economiche e sociali del paese.
Un governo di destra non ha e non può avere a cuore gli interessi di lavoratrici, lavoratori, disoccupati, giovani precari, perché li ritiene la parte sbagliata della società, un male necessario al quale riservare le briciole.
Perché le sirene di cui ascoltare il canto sono quelle degli interessi dei ricchi ritenuti “gli unici in grado di fare crescita economica” (cosa completamente diversa dallo sviluppo, peraltro). È la manifestazione più esplicita del dogma del trickle down, lo “sgocciolamento” della sola ricchezza eccedente verso il basso.
Abbassare le difese immunitarie della parte povera della società attraverso la dealfabetizzazione è stato il lavoro propedeutico fatto negli ultimi decenni. Le disuguaglianze sociali sono fondamento della disciplina sociale e delle gerarchie da rispettare.
Aver esteso il segmento di società che vive nell’insicurezza economica e sociale fa sì che ogni briciola distribuita verso il basso sia vissuta come un'“ancora di salvataggio”. E del resto l’insicurezza è l’humus che consente di tenere al riparo le classi dominanti dalla rivalsa delle classi subalterne.
Questi ultimi anni, di “insicurezza”, ne hanno vista e distribuita a tonnellate: siamo passati dall’emergenza pandemica all’inflazione galoppante, dal boom della povertà e del lavoro povero alla guerra in poco più di trentasei mesi.
Se a questa condizione materiale aggiungiamo la totale perdita di credibilità della rappresentanza politica oggi a disposizione, il combinato disposto per un governo di destra, demagogico, socialmente selettivo e autoritario, è al meglio delle sue possibilità.
Ma a guastare le vendite televisive e il fumo negli occhi del governo agiscono due fattori: il primo è la realtà dei fatti. Il secondo sono le spinte soggettive al cambiamento del quadro esistente. Il primo comincia a pesare come un macigno, le seconde stanno lavorando per crescere spostando le macerie lasciate in decenni dal centro-sinistra nella società.
Fonte
Nel merito del decreto stanno uscendo alcune anticipazioni che non promettono niente di buono (dalla reintroduzione dei voucher come forma di retribuzione all’eliminazione del Reddito di Cittadinanza, riduzione delle tasse sul lavoro solo per pochi mesi, estensione dell’apprendistato oltre i 29 anni etc.).
Insomma un pugno di polvere negli occhi sul quale costruire la narrazione di un governo “attento ai problemi dei lavoratori” e non solo a quelli degli imprenditori, dei concessionari di beni pubblici, degli evasori fiscali.
Una cortina fumogena necessaria per attenuare i colpi delle misure antipopolari che dovranno essere adottate per obbedire ai diktat europei, i quali dopo la “pausa pandemica” sono tornati a far sentire il loro peso sulle priorità economiche e sociali del paese.
Un governo di destra non ha e non può avere a cuore gli interessi di lavoratrici, lavoratori, disoccupati, giovani precari, perché li ritiene la parte sbagliata della società, un male necessario al quale riservare le briciole.
Perché le sirene di cui ascoltare il canto sono quelle degli interessi dei ricchi ritenuti “gli unici in grado di fare crescita economica” (cosa completamente diversa dallo sviluppo, peraltro). È la manifestazione più esplicita del dogma del trickle down, lo “sgocciolamento” della sola ricchezza eccedente verso il basso.
Abbassare le difese immunitarie della parte povera della società attraverso la dealfabetizzazione è stato il lavoro propedeutico fatto negli ultimi decenni. Le disuguaglianze sociali sono fondamento della disciplina sociale e delle gerarchie da rispettare.
Aver esteso il segmento di società che vive nell’insicurezza economica e sociale fa sì che ogni briciola distribuita verso il basso sia vissuta come un'“ancora di salvataggio”. E del resto l’insicurezza è l’humus che consente di tenere al riparo le classi dominanti dalla rivalsa delle classi subalterne.
Questi ultimi anni, di “insicurezza”, ne hanno vista e distribuita a tonnellate: siamo passati dall’emergenza pandemica all’inflazione galoppante, dal boom della povertà e del lavoro povero alla guerra in poco più di trentasei mesi.
Se a questa condizione materiale aggiungiamo la totale perdita di credibilità della rappresentanza politica oggi a disposizione, il combinato disposto per un governo di destra, demagogico, socialmente selettivo e autoritario, è al meglio delle sue possibilità.
Ma a guastare le vendite televisive e il fumo negli occhi del governo agiscono due fattori: il primo è la realtà dei fatti. Il secondo sono le spinte soggettive al cambiamento del quadro esistente. Il primo comincia a pesare come un macigno, le seconde stanno lavorando per crescere spostando le macerie lasciate in decenni dal centro-sinistra nella società.
Fonte
05/08/2016
Il marketing della paura e l’utilità dell’Isis
La sensazione è sempre la stessa: essere preda di strategie elaborate troppo lontano da noi, di cui non sappiamo né le premesse, né gli obiettivi. Ma di sicuro, indagando gli effetti, si può comprenderne il senso e persino gli interessi. Peccato solo che ci riusciamo quando il “risultato” di quelle strategie è già stato ottenuto. Ed altre ancora, altrettanto sconosciute, sono state messe nel frattempo in campo.
La sintesi di Bauman, in questo caso, è esemplare:
La sintesi di Bauman, in questo caso, è esemplare:
“Esattamente. Come le leggi del marketing impongono ai commercianti di proclamare senza sosta che il loro scopo è il soddisfacimento dei bisogni dei consumatori, pur essendo loro pienamente consapevoli che è al contrario l’insoddisfazione il vero motore dell’economia consumistica, così gli imprenditori politici dei nostri giorni dichiarano sì che il loro obiettivo è garantire la sicurezza della popolazione, ma al contempo fanno tutto il possibile, e anche di più, per fomentare il senso di pericolo imminente. Il nucleo dell’attuale strategia di dominio, dunque, consiste nell’accendere e tenere viva la miccia dell’insicurezza…”.Fonte
(Zygmunt Bauman, intervistato da Giulio Azzolini, la Repubblica)
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