Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Dissenso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dissenso. Mostra tutti i post

01/07/2026

Un manuale di resistenza civile nell’epoca della criminalizzazione del dissenso

Ci sono libri e opuscoli che arrivano nel momento giusto. Le Guidelines for Defenders – Guida essenziale di autodifesa contro la repressione per attivistə, organizzazioni e movimenti, promosse dalla rete In Difesa Di e dall’Hub 4 Defenders, appartengono senza dubbio a questa categoria.

Viviamo in una fase storica in cui la repressione non si manifesta soltanto attraverso il codice penale o la violenza poliziesca, ma assume forme più pervasive: misure amministrative, sorveglianza digitale, campagne di delegittimazione mediatica, strumenti preventivi, fogli di via, DASPO, fermi preventivi, criminalizzazione delle pratiche di solidarietà e delle forme di disobbedienza civile.

La guida parte da questa constatazione e la esplicita fin dalle prime pagine: lo spazio civico si è progressivamente ristretto e il dissenso è sempre più rappresentato come una minaccia all’ordine pubblico anziché come una componente essenziale della democrazia.

Il primo merito del vademecum è proprio questo: restituire dignità politica alla protesta. Non siamo di fronte a un semplice prontuario tecnico o a un elenco di norme. Il testo parte da un assunto fondamentale: manifestare, organizzarsi, difendere i territori, il clima, i diritti sociali e le libertà fondamentali non costituisce una devianza, ma l’esercizio di diritti costituzionali.

Dalla repressione come eccezione alla repressione come normalità

La guida fotografa con precisione il mutamento degli ultimi anni: il passaggio da un modello che tollerava il conflitto sociale, pur cercando di contenerlo, a un sistema che tende invece a prevenire, neutralizzare e scoraggiare la partecipazione politica.

L’attivismo climatico viene indicato come uno dei laboratori di questa nuova stagione repressiva, con la costruzione mediatica delle figure degli “ecovandali” e degli “ecoterroristi”, ma il discorso è estendibile all’intero universo dei movimenti sociali.

In questo senso, il vademecum diventa anche un piccolo saggio politico sulla trasformazione dello Stato contemporaneo. Le norme richiamate – dai nuovi Decreti Sicurezza al fermo preventivo di dodici ore, dall’inasprimento delle sanzioni per i blocchi stradali all’estensione delle misure di prevenzione – delineano una tendenza ben precisa: il ricorso crescente a strumenti eccezionali e amministrativi per governare il conflitto.

Sapere è già difendersi

Il cuore della pubblicazione è però eminentemente pratico. La guida accompagna attivistə e movimenti attraverso tutte le fasi di una mobilitazione: prima, durante e dopo la manifestazione. Come proteggere il proprio telefono, cosa dire durante un controllo, quali sono i limiti dei poteri di polizia, come comportarsi in caso di accompagnamento in questura, quali diritti si mantengono in caso di fermo o arresto.

La parte dedicata alla sicurezza digitale è particolarmente utile. In un’epoca in cui lo smartphone è diventato un archivio delle nostre relazioni, delle nostre reti e delle nostre pratiche politiche, il suggerimento di utilizzare PIN lunghi, disattivare il riconoscimento biometrico, proteggere le comunicazioni e usare strumenti criptati come Signal non rappresenta un esercizio di paranoia, ma un elemento essenziale di autodifesa democratica.

Altrettanto preziosa è la sezione dedicata alle misure di prevenzione, che spiega in maniera chiara e accessibile cosa siano avvisi orali, fogli di via, DASPO urbani, DACUR e sorveglianza speciale. Strumenti spesso poco conosciuti ma sempre più utilizzati nei confronti di attivisti e movimenti, e che rappresentano uno dei terreni più avanzati della trasformazione del diritto in senso preventivo e amministrativo.

Una cassetta degli attrezzi per i movimenti

Il pregio maggiore delle Guidelines for Defenders è forse quello di rifiutare l’individualizzazione della repressione. La guida insiste continuamente sulla dimensione collettiva della tutela: avere un numero di emergenza, individuare figure di riferimento, documentare eventuali abusi, attivare reti di supporto legale e psicologico, non lasciare nessuno solo davanti a un procedimento giudiziario o amministrativo.

È un approccio che ricorda una lezione storica dei movimenti: la repressione si combatte anche costruendo infrastrutture di solidarietà. La conoscenza dei propri diritti, la preparazione preventiva, la condivisione delle informazioni e l’organizzazione collettiva diventano così forme di resistenza.

Un manuale per tempi difficili

Il limite del testo è, semmai, quello di essere inevitabilmente sintetico. Alcuni temi – dalle tecniche investigative digitali alle nuove fattispecie di reato introdotte negli ultimi anni – meriterebbero un approfondimento maggiore. Ma non è questo l’obiettivo della pubblicazione. La sua funzione è un’altra: fornire strumenti essenziali e immediatamente utilizzabili.

Ed è proprio per questo che la guida risulta particolarmente preziosa. In un paese in cui il dissenso viene sempre più trattato come un’emergenza di ordine pubblico, conoscere i propri diritti diventa un atto politico.

Le Guidelines for Defenders ci ricordano una verità semplice ma spesso dimenticata: la libertà di manifestare non si difende soltanto nelle aule dei tribunali o nelle dichiarazioni di principio. Si difende anche attraverso la conoscenza, l’organizzazione e la solidarietà.

Perché in tempi di repressione crescente, l’autodifesa legale e collettiva non è un lusso: è una necessità democratica.

Il testo completo qui.

Fonte

13/12/2025

Libertà di espressione: in Italia il dissenso è “ostruito”

L’Italia non è un Paese dove la società civile può operare con garanzie piene, bensì uno stato in cui il diritto di protesta, di associazione e di critica incontra ostacoli sistematici. È questo il verdetto severo – ma diciamo la verità, anche prevedibile – del rapporto annuale “Power Under Attack 2025” del Civicus Monitor, un osservatorio globale che misura lo stato di salute delle libertà fondamentali in 197 nazioni.

Per la prima volta, l’Italia scivola nella fascia dei paesi con spazio civico “ostruito“. Un declassamento che ci allontana dalle cosiddette “democrazie aperte” e ci colloca sullo stesso gradino dell’Ungheria di Viktor Orbán. Lo stesso politico ungherese tacciato di essere il male profondo della UE, solo perché non si accoda alla linea guerrafondaia di Bruxelles.

Sia chiaro: siamo ben consci di quanto queste classifiche siano costruite con parametri intrinsecamente liberali, e allo stesso tempo non basta un’opposizione interessata alla guerra in Ucraina per rendere Orbán un alleato. Ma è omunque significativo osservare come la propaganda sulla democrazia occidentale si scontri sempre più con la realtà registrata sulla base di ciò che essa stessa propugna come tratto distintivo delle nostre comunità politiche.

Non siamo di fronte a un’autocrazia compiuta, specifica il rapporto, ma a una democrazia in cui le libertà formali esistono ma inciampano in barriere legali e intimidazioni crescenti. Ad aver peggiorato nettamente il giudizio internazionale di quest’anno c’è il Decreto Sicurezza approvato lo scorso giugno.

Secondo Civicus, il provvedimento rappresenta uno spartiacque: non protegge i cittadini, ma punisce il dissenso. Le pene draconiane che sono state introdotte per forme di disobbedienza civile non violente sono un segnale preoccupante: fino a due anni di carcere per i blocchi stradali, fino a sette per chi protesta contro infrastrutture strategiche e addirittura fino a venti per la resistenza a pubblico ufficiale.

Una stretta repressiva che entra fin dentro le carceri e i Centri per il rimpatrio (Cpr), dove anche la resistenza passiva diventa penalmente perseguibile. E che si palesa anche nel controllo sull’informazione. A preoccupare gli osservatori internazionali c’è infatti anche una vera e propria normalizzazione della sorveglianza politica. Il riferimento è al caso Paragon.

Altro elemento che desta allarme è l’utilizzo temerario delle querele, attacchi mediatici alla magistratura e limitazioni all’accesso agli atti. E contro gli attivisti c’è un’inflazione di fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative utilizzate come prassi per scoraggiare la partecipazione, soprattutto quando si tratta di movimenti per il clima, mobilitazioni pro-Palestina o difesa del diritto alla casa.

E l’Italia è in buona compagnia, in un trend che si può dire europeo: l’arretramento democratico si registra anche in Francia e Germania, anch’esse declassate tra le democrazie “ostruite”, rispettivamente per le limitazioni all’associazionismo e per la repressione delle piazze pacifiste.

La retorica securitaria, che trasforma i problemi sociali in questioni di ordine pubblico, sta diventando – secondo Civicus ma in maniera chiara ormai per chiunque non voglia chiudere gli occhi – un linguaggio politico comune nel Vecchio Continente.

Fonte

03/12/2025

Macron propone una stretta sull’informazione. La UE vuole controllare i messaggi di tutti

Mentre in Italia il giornalismo mostra tutta la sua pochezza e, soprattutto, il suo asservimento, in merito alle polemiche intorno a Francesca Albanese e alla due giorni di mobilitazioni del 28 e 29 novembre, contro la finanziaria di guerra e per la Palestina libera, anche nel resto della UE la tendenza ormai è la stessa: l’informazione deve essere piegata alle esigenze strategiche delle capitali europee, e anzi è bene ampliare la sorveglianza indiscriminata e la schedatura, che in questi tempi di crisi il dissenso fa male ai mercati.

Avevamo già visto la nascita a Bruxelles di un vero e proprio “ministero della Verità”, di orwelliano sapore. Ora rincara la dose il presidente francese Emmanuel Macron, che ricordiamo aver cambiato più governi che cravatte, probabilmente, negli ultimi mesi. Il Napoleone dei nostri tempi (ahinoi!) ha lanciato una proposta controversa, ovvero quella di istituire un “marchio di qualità” per distinguere i siti di informazione “degni di fiducia” da quelli che non lo sono.

Sebbene Macron assicuri che tale potere non sarà in mano allo Stato ma a “professionisti dell’informazione” (come Reporters sans frontières e la sua Journalism Trust Initiative), la sostanza del problema rimane. Perché, dicono le voci critiche a questa proposta, che secondo il settimanale – di centrodestra, è bene ricordarlo – Le Point sono già più di 500 organi di stampa, non c’è garanzia rispetto alla neutralità di chi certifica il “marchio di qualità”.

E sia chiaro: è giusto avere opinioni sui fatti del Mondo. Noi pubblichiamo ogni giorno un giornale che indica in maniera ben chiara la sua posizione, già nella testata. Ma imporre un meccanismo di controllo amministrativo preventivo significa screditare a priori qualsiasi contenuto, etichettandolo come disinformazione.

Non a caso, questa misura sarebbe in contrasto persino con una legge francese del 1881, che garantisce la libertà di pubblicazione salvo specifici reati giudicati, come la cultura giuridica vuole, a posteriori. Macron sta insomma proponendo una misura che sarebbe in linea coi tempi di Napoleone III, non a caso.

A Bruxelles, invece, la recente approvazione del nuovo regolamento “Chat Control”, apre le porte al pericolo di espansione indiscriminata della sorveglianza preventiva, di violazione sistematica della privacy, di schedatura di massa. E infine, come è sempre più evidente in ogni atto della UE, di minare la libertà di espressione.

Quello a cui il Consiglio Europeo ha dato il via libera si presenta come uno strumento per una lotta nobile: si tratta del Regolamento per prevenire e combattere l’abuso sessuale dei minori, altrimenti detto CSAR. In realtà, si tratta del tentativo di definire un’infrastruttura permanente di verifica e scansione dei messaggi che gli utenti delle varie piattaforme digitali possono scambiarsi.

Il meccanismo tecnico si fonda sul client-side scanning, che permette l’analisi dei contenuti sul dispositivo dell’utente prima che questi vengano crittografati. La versione che dovrà essere votata in Parlamento Europeo nelle prossime settimane sembra edulcorata rispetto a quella iniziale. Infatti, non sarà più un funzionario pubblico a verificare i materiali, ma sarà alle piattaforme titolari dei diritti sulle chat che sarà affidato il controllo di ultima istanza.

Nei fatti, significa delegare i colossi digitali, il privato, alla verifica di ciò che inviamo o ci viene inviato, offrendo loro una leva ulteriore di potere, essendo legata a possibili incriminazioni. Inoltre, lo stesso European Data Protection Supervisor, l’autorità indipendente di sorveglianza per la UE, e diverse associazioni per i diritti digitali hanno sottolineato che le scansioni automatiche di messaggi privati sono una violazione della privacy garantita dall’articolo 7 della Carta dei Diritti Fondamentali UE.

Insomma, quella stessa architettura che viene millantata come garante della pace e dei diritti sta venendo picconata, giorno dopo giorno, per costruire una UE che sia adatta alla guerra, esterna e interna, che Bruxelles vuole condurre per riuscire a contare qualcosa nella competizione internazionale.

Fonte

13/01/2023

Taranto e Priolo. Il grande inganno

La questione ecologica comprende in sé e nella sua gestione le diseguaglianze in termini economici, sociali, di salute, quindi di qualità della vita. La risposta alle contraddizioni che il sistema capitalista stesso crea su questi temi è la conservazione di se stesso, per mezzo di strutture e dispositivi.

L’ordinamento penale e i suoi strumenti sono un esempio concreto e lampante. Spesso istituti e istituzioni di questo sistema entrano in un cortocircuito che gli permette di controbilanciare i temi, conservando le cellule che gli permettono di sopravvivere e continuare i processi di messa al valore totale, costruendo anche da un punto di vista ecologico, l’inganno.

Infatti, mentre la Corte europea dei Diritti dell’uomo (CEDU) si è pronunciata qualche mese fa con quattro condanne nei confronti dello Stato italiano per le emissioni dell’Ex Ilva, sottolineando la loro pericolosità per la salute dei cittadini e la mancata tutela da parte delle istituzioni, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge denominato “Misure urgenti per impianti di interesse strategico nazionale” coinvolgendo siti come il polo siderurgico di Taranto e il depuratore Ias di Priolo e di conseguenza il polo siderurgico che serve.

Entrambi i siti, con differenti tempistiche, sono stati oggetto di interventi da parte della magistratura e di enti pubblici di controllo, nonché da iniziative di comitati, movimenti e organizzazioni politico-sindacali, per problematiche di tutela ambientale, sanitaria, oltre che attraversati, nonostante la strategicità del settore, da ristrutturazioni e crisi occupazionali, ponendo in conflitto reddito-ambiente-salute.

Lo stesso decreto pone una sorta di “scudo penale” per questi tipi di impianto, sospendendo di fatto la possibilità dell’azione penale per tutelare e sanzionare reati nei confronti di beni giuridici come il reddito, la salute, l’ambiente, demandandola a un commissario o in caso di sequestro da parte della magistratura alle prescrizioni di un giudice.

Per garantire la continuità produttiva si sospende l’applicazione delle leggi di tutela ambientale, della salute, della sicurezza della popolazione generale e di quella lavorativa? Dove si pone il limite di questo controbilanciamento tra continuità della produzione e beni giuridici come salute e sicurezza dell’ambiente e delle persone?

Per esempio, potrebbe venire meno l’applicabilità della legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese, prevedendo che non possano mai essere comminate alle imprese ‘strategiche’ (ex Ilva e depuratore di Priolo) sanzioni interdittive che prevedano l’interruzione delle attività. Il tutto viene sostituito da un commissario o nei casi più gravi, gestito da un giudice.

Bisogna precisare che attorno all’ex Ilva, ruotano almeno 17 mila persone (tra dipendenti diretti e non) e che la vendita del suo acciaio nel 2021 si è aggirata attorno ai 1,2 miliardi di euro. Per mezzo di Invitalia (l’Agenzia governativa italiana che si occupa degli investimenti dello Stato) ad oggi lo Stato possiede il 32% del capitale, in attesa che la quota superi la maggioranza a maggio del 2024.

Il prestito appena approvato dal Governo, oltre a risanare parte dei debiti, è stato erogato anche con questa finalità. I 680 milioni sono infatti “convertibili”, trasformabili cioè in capitale sociale. Questo permetterà allo Stato di aumentare la propria “presenza” nell’azienda ancora prima del 2024, seppur continuando a mantenere rapporti con i soci privati. Secondo il Governo, sono già stati presi i primi accordi tra ArcelorMittal e Invitalia.

A quest’ultima, ad esempio, spetterà scegliere l’amministratore delegato, anche se non ancora in possesso della maggioranza, se non saranno rispettate determinate condizioni di “buona gestione”. Collegata al depuratore Ias di Priolo c’è la vicenda della raffineria Lukoil (fornisce il 22 per cento del carburante che circola in Italia), appena venduta a un fondo cipriota, bloccata in questi mesi a causa della proprietà russa, con mille posti diretti e duemila dell’indotto – con un totale di circa 10 mila – a rischio da novembre. In entrambi i territori in cui sono presenti i siti, da decenni, rimangono critiche le condizioni di salute per problematiche connesse all’esposizione a inquinanti dentro e fuori i luoghi di lavoro (oltre che agli “incidenti” sul lavoro).

Proprio su questo sfondo, in cui lo stesso decreto pone una sorta di “scudo penale” per questi tipi d’impianto, sospendendo di fatto la possibilità dell’azione penale per tutelare e sanzionare reati nei confronti di beni giuridici come il reddito, la salute, l’ambiente, si manifesta la massima applicazione nei confronti di qualsiasi forma organizzata e individuale di dissenso e conflitto con questo stato di cose, ricorrendo a strumenti del diritto penale “ordinario” e a strumenti speciali (es. sorveglianza speciale), per punire, arginare (sempre spesso “preventivamente”) e costruire l’immagine del soggetto pericoloso, fino a cancellare l’idea di altri modelli di vita e relazioni possibili.

Questo soggetto pericoloso si configura nelle organizzazioni sindacali conflittuali, nei comitati in difesa dell’ambiente, nei militanti e negli attivisti, attraverso altri decreti o modifiche a quelli già in vigore.

Che sia un rave, un picchetto, una manifestazione non autorizzata, un’esplosione a basso potenziale senza conseguenze verso terzi, un’azione di imbrattamento simbolica, la risposta sarà repressione del dissenso, carcere, 41 bis, punizione, colonizzazione dei corpi, delle menti, della parola senza sciogliere le contraddizioni.

Perché questo soggetto pericoloso porta con sé il concreto rischio di strappare via le maschere di questo grandissimo inganno. Come fare? Continuare a essere pericolosi.

Fonte

20/06/2019

Grazie ai miei due ultimi articoli pubblicati da Contropiano – su Berlinguer e Zeffirelli – mi hanno e ci hanno detto di tutto sui social.

Si è passati attraverso un florilegio di offese da catalogo Electa. Si è andati dal “bifolco incendiario” di libri, allo “snob intellettuale sinistroide.” Dal “rimminchionito” con annessa bruciatura delle sinapsi, all'“ignorante”, “ciuccio” e “presuntuoso”. Dal rozzo senza cultura, all’astioso, cattivo e invidioso. Dall’anticomunista al fascista rosso. Dal “revisionista” al “dogmatico”. Dal “rivoluzionario allucinato”, al “borghese delirante”. Dal “narcisista arrogante”, all'“erudito bilioso”. Dal “nemico della classe operaia”, al “relativista senza ideologia”. Dall'“ubriaco in pieno delirium tremens”, alla “comare incinghialita”. Roba che neanche l’Avvelenata di Guccini!

Mi hanno dato del “miserabile insensibile”, perché “non rispettoso della morte”. E vale per Berlinguer come per Zeffirelli. Qualcuno mi ha persino paragonato ad Hitler! E qualche altro mi ha addirittura minacciato. Naturalmente, l’ho invitato a dar seguito alle minacce, venendo a prendermi sotto casa. E in una tale collezione miseranda di accuse, chiaramente, è stato coinvolto anche il nostro giornale, Contropiano.

In questo schizofrenico delirio, però – tranne sporadici casi – nessuna argomentazione a sostegno. Solo gratuiti e grotteschi insulti. A confermare la vocazione politicamente populista, intellettualmente deviante, gnoseologicamente desertica, culturalmente degenerativa, intimamente viscerale, soggettivamente collerica, individualmente vendicativa e oggettivamente autoreferenziale dei social.

A dispetto della loro pur “democratica” potenzialità, i social si rivelano infatti, una volta di più, sovrastrutture atomizzate e atomizzanti. Tutte interne al villaggio globale dell’ideologia neoliberista e liquidamente postmodernista. Un villaggio divenuto, ormai, contrariamente a quel che la narrazione dominante vorrebbe propagandare in termini di gioioso e unificante crollo di muri e frontiere – privilegio riservato solo alle merci, al denaro e al capitale umano schiavizzato – un recinto asfittico e claustrofobico.

Una fattoria degli animali orwelliana, dentro cui azzannarsi, seppur fraternamente. O, per dirla con parole più semplici, uno strumento del Capitale, il cui interesse è relegarci a solipsismi bachechici. Politicamente innocui.

Insomma, la verità è che io sarò anche “cattivo”, insensibile e poco elegante come recensore e come “critico”. Ma, per indole e formazione, non amo le mezze misure e l’ipocrisia. Non amo chi smorza i toni o non affonda il coltello della critica stessa.

Certo, è materia delicata e non si deve giungere alla denigrazione. Principalmente, nel rispetto del lavoro altrui! Ma se le riflessioni sono sostenute da ragionamenti e dissertazioni precise e argomentate, si ha il diritto e il dovere di sostenere, fino in fondo, le proprie opinioni e le proprie tesi. Si ha il diritto e il dovere di esprimere un giudizio, anche terribilmente negativo. Può aiutare.

A me, per esempio, nel corso della vita, non hanno aiutato i complimenti quanto le stroncature.

Nell’epoca del consenso, della dittatura del like e dello spettacolo fattosi episteme del nostro tempo, tuttavia, le stroncature non esistono più. Non possono esistere. Semplicemente perché non esistono e non devono esistere spettacoli contro. E dato che siamo tutti immersi nel debordiano spettacolo dell’esistenza, ecco spiegato il motivo per cui, se ci si azzarda a proporre riflessioni minimamente fuori dal coro, il rischio è quello di venir aggrediti, anche se solo verbalmente e virtualmente. Non tolleriamo più il dissenso. E questo, dobbiamo dircelo con franchezza, succede anche tra noi compagni.

Personalmente, invece, continuo ad amare il dibattito e la dialettica. Unici strumenti per approfondire e capire. Amo anche la polemica, se condotta con le armi affilate del sapere e con educazione e rispetto reciproco, seppur scevri da perbenistiche tartuferie. Quello che non amo, invece, è il giudizio gratuito e immotivato.

Di questi tempi, però, con l’avvento della comunicazione social e smart, va constatato come la dialettica si stia sempre più riducendo ad un fatto personale. Allo sciorinare una serie di insulti, senza che ce ne sia la necessità, ma solo perché bisogna dimostrare, a chi legge – cioè ai terzi onnipresenti – che il nostro interlocutore è un coglione. Non sia mai lo pensino di noi o pensino che siamo troppo cedevoli o incapaci!

Personalmente, in questi casi incresciosi, divento intrattabile e anche arrogante. Al pari di chi pretende, però, di dar lezioni senza conoscerti. Senza conoscere la tua storia. Senza conoscere la tua, pur modesta, cultura.

Mi ostino a voler dialogare su facebook, certo. Anche perché il nostro è un quotidiano online. Accetto anche le critiche, ovviamente. Ma se portate con intelligenza, vivacità di pensiero e sorrette da una valida e necessaria struttura argomentativa. D’altra parte, la libertà di critica – seria!!! – dovrebbe essere il nucleo concettuale del marxismo. Devo averlo letto da qualche parte, se non ricordo male. Dunque se critico, devo necessariamente accettare le critiche altrui.

Non sono, però, tenuto ad accettare gli insulti. O peggio, lezioni di vita da perfetti sconosciuti che, il più delle volte, francamente, rappresentano un insulto alla stessa intelligenza umana.

A costoro, andrebbe ricordato che, se si pretende di dar lezioni, bisogna stare attenti a non essere colti in fallo. Se si punta il dito, bisogna essere inespugnabili. E bisogna essere, comunque, attrezzati e pronti a reggere le altrui contro repliche. Anche con ironia, volendo. Un meraviglioso strumento demitizzante, di cui troppi sono sprovvisti, oggidì!

Quei troppi, invece, che pensano di poter prevaricare, bacchettare, addirittura denigrare e offendere, quasi si sentissero investiti da una suprema autorità divina. Bene, in questi casi, in nome del mio arcigno ateismo, posso diventare, mio malgrado, saccente e spocchioso, fino all’antipatia più estrema.

E allora, fatte queste doverose precisazioni, vorrei ringraziare tutti i miei, i nostri detrattori. Perché fin quando esisteranno loro e fin quando le reazioni ai miei, ai nostri articoli saranno queste, io continuerò a scrivere e ad esercitare, con sempre maggior vigore e con sempre più convinzione, il mio diritto alla critica. Marxista e Militante. Un diritto alla critica, garantitomi anche da un giornale, marxista, comunista e militante, come Contropiano. Sostenuto ed autofinanziato dai compagni.

Un giornale che non si richiama ad un astratto e generico concetto di libertà, liberale, borghese e funzionale all’economia di mercato. Ma ad un ben più concreto, sincero, meno ambiguo, inderogabile concetto di partigianeria gramsciana. Il che vuol dire anche intollerante con gli intolleranti, secondo l’enunciato di Karl Popper. Un diritto altresì garantito da chi quel giornale dirige, con passione, disinteressato senso del dovere e totale abnegazione alla causa.

Pertanto si prosegue, si va avanti, senza se e senza ma. Senza timori reverenziali e perseguendo un preciso e coerente concetto di Politica, di Lotta, di Cultura, di Estetica, di Arte. Un concetto che si condensa in una logica, imprescindibile, materialistica visione del mondo – weltanschauung, la chiamerebbero i tedeschi – e sorretto dai presupposti teorici della dottrina marxista. Pur senza disdegnare, comunque, frequenti e salutari digressioni eretiche.

Ci battiamo per la rinascita e la costruzione di un pensiero critico e antagonista, in un mondo omologato dalla dittatura del pensiero unico neoliberista, culturalmente appiattito, filosoficamente genuflesso al dominio della scienza borghese e polverizzato dal relativismo post ideologico del credo mercantile e dal verbo postmodernista. Anche nel nostro campo. Anche a sinistra!

Ma soprattutto continuiamo, senza arretrare di un centimetro, convinti che se s’incazzano, cogliamo nel segno.

D’altra parte, un cantautore molto amato dal popolo della sinistra – significante polisemico variamente declinato – come De André, diceva di proseguire in direzione ostinata e contraria. Fuori dai cori.

Forse, molti sedicenti compagni, invece di cercare il consenso, questo semplice eppur fondamentale concetto, per un comunista, dovrebbero riscoprirlo. Un po’ di solitudine sulle montagne, o nelle Sierre, di tanto in tanto, può solo essere salutare!

Fonte

31/05/2019

M5S. La conferma di Di Maio zittisce, per ora, il dissenso interno

Con il voto sulla piattaforma Rosseau, Luigi Di Maio è stato confermato capo politico del Movimento 5 stelle con l’80% dei consensi. Il risultato è stato di 44.849 sì e 11.278 no su 56.127 votanti. “La riconferma del mio ruolo di capo politico è solo il primo passo per avviare una profonda organizzazione del Movimento 5 Stelle, per renderlo più vicino ai cittadini, ai territori, per rimarcare la nostra identità e per permettere a questo Governo di realizzare quella idea di Paese che abbiamo costruito negli ultimi 10 anni con esperti, portavoce ed attivisti” ha affermato Di Maio, in un post su Facebook dopo la sua conferma a capo politico del M5s. “Nelle prossime ore incontrerò i consiglieri regionali, lunedì i nostri sindaci e sabato prossimo una rappresentanza dei nostri consiglieri comunali di tutta Italia. Anche con loro parleremo di come rendere il Movimento più utile alle esigenze dei cittadini, delle imprese, delle associazioni, delle famiglie e in generale alle esigenze che vengono dal territorio”.

Annunciata anche una riorganizzazione della struttura del M5S. “Tra qualche settimana – dice Di Maio – conoscerete la nuova struttura organizzativa che per me deve prevedere compiti ben precisi in capo a persone individuate dal Movimento, penso a deleghe sull’economia, i territori, le liste civiche, le imprese, il lavoro, l’ambiente, la sanità, la tanto discussa comunicazione, tutte questioni che sono sempre state in capo a me, vista l’assenza di una struttura interna”.

Ma il referendum su Di Maio – al momento vinto da quest’ultimo, sostenuto da tutti i “padri” del movimento (Grillo Casaleggio) – se è servito a tacitare il crescente dissenso interno, non appare sufficiente a recuperarlo, sia a livello centrale sia locale. Un esponente storico del M5S, l’attuale Presidente della Camera Roberto Fico, ha spiegato così la sua contrarietà al referendum su Di Maio: “Ho subito detto di non essere d’accordo con il lancio della votazione di oggi su Rousseau. E per questo non parteciperò al voto. Sono sempre stato contrario alla politica che si identifica in una sola persona. Se il focus resta sulla fiducia da accordare o meno a una figura, e non sui tanti cambiamenti che invece, insieme, occorre porre in essere, non ci potrà essere alcuna evoluzione. Significa non cambiare niente”. In un altro passaggio Fico mette i piedi nel piatto sulle prospettive del M5S: “Dobbiamo decidere cosa essere. Attualmente abbiamo un vertice che però non è adeguatamente sostenuto da percorsi di confronto e ragionamento e che alle spalle non ha tutto un meccanismo di pesi e contrappesi. Occorre allora domandarsi se diventare, anche nelle forme standard, un partito a tutti gli effetti, con le dinamiche e i limiti che abbiamo sempre ritenuto di dover superare; oppure restare ancorati a una bellissima idea di movimento. Ma questo presuppone capire insieme come continuare a sviluppare questa idea oggi, in un contesto generale per forza di cose più ampio e complesso. Questo percorso da trovare insieme non è più rinviabile”.

Sulla rete però i malumori della base cinquestelle non sembrano affatto rientrati. Un attivista storico del M5S a Roma aveva definito le votazioni “le buffonarie”. Un altro attivista M5S napoletano scrive che: “Il problema, a mio avviso, non è il risultato elettorale. La questione essenziale e che si pagherà l’aver abbandonato i territori, aver rinunciato ad essere megafono delle istanze degli attivisti che nei quartieri e nei paesi conoscono e combattono i problemi quotidiani. Sono arrivate le decisioni calate dall’alto, i nomi imposti presi dalla società civile, i capilista scelti dal capo politico, gli esclusi senza motivo, le certificazioni date e non date, le cordate, i doppi incarichi, sono arrivati i Pomiglianesi e amici a Roma”.

Per ora il M5S e la sua attuale leadership hanno messo una toppa sul crescente dissenso interno. Che la toppa si riveli peggiore del buco lo vedremo presto, soprattutto sul come verrà affrontata e gestita l’escalation di Salvini dentro il governo ora che sta passando all’incasso del risultato elettorale.

Fonte

15/11/2018

Passa il Decreto Genova (e Ischia) ma esplodono le tensioni tra i parlamentari M5S

Il Decreto su Genova è stato approvato oggi in via definitiva dal Senato con 167 voti favorevoli, 49 contrari e 53 astensioni. Il provvedimento era passato alla Camera il primo novembre scorso. Intanto, cresce la tensione nel M5S contro i senatori “dissidenti”.

Prima c’era stata l’opposizione a votare il Decreto Salvini, poi il voto di ieri sul decreto Genova che portava “in pancia” anche la questione del condono per le case abusive a Ischia. Ieri il Senato ha reintrodotto il condono edilizio a Ischia, respingendo l’emendamento all’articolo 25, presentato ieri da Forza Italia e approvato in commissione al Senato battendo così la maggioranza. Con la bocciatura, votata durante l’esame del decreto Genova e altre emergenze in corso a Palazzo Madama, si torna di fatto al testo iniziale dell’articolo, per cui restano il riferimento e l’applicazione della legge sul condono dell’85 (la n.47) per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma di un anno fa.

Di Maio ha riunito ministri e capigruppo M5s per valutare le sanzioni contro i senatori “ribelli” Nugnes e De Falco, che non avevano votato il Decreto Salvini e che ieri hanno provocato il passo falso del governo, battuto in commissione al Senato sul condono a Ischia contenuto nel decreto. Il vertice dei 5Stelle evoca l’espulsione dal gruppo.

“È doveroso chiudere le pratiche del condono ancora aperte dal 1985 e dal 1994, ma con l’art. 25 del decreto Genova si dà questa possibilità anche alle domande del condono del 2003 che sarebbero illegittime perché il condono in Campania non è mai entrato in vigore per varie vicende giuridiche (e quindi tutti i campani potrebbero chiedere ora di avere lo stesso diritto)” scrive la senatrice Nugnes in un post , precisando inoltre, “non basta, si è anche stabilito che tutte le domande, di tutti e tre i condoni (2003, 1994 e 1985) siano evase esclusivamente secondo i parametri della legge 47/85 e quindi il condono Craxi, ben più permissivo dei due successivi”.

Ma i dissensi interni crescono. Dopo l’approvazione ieri dell’emendamento di FI che ha modificato la norma sul condono di Ischia in Commissione, oggi in Aula anche altri senatori M5S hanno deciso di non partecipare al voto, oltre Paola Nugnes, non hanno votato anche Bogo Deledda, Ciampolillo, Fattori, Giarrusso, Turco e Vaccaro.

Tra le preoccupazioni che emergono tra i Cinque Stelle più allineati, c’è la paura di regalare a Salvini il pretesto dei numeri risicati al Senato per aprire a Fratelli d’Italia la strada della maggioranza.

Fonte

21/09/2018

“La questione settentrionale”

Attilio, entusiasta, levò il pugno al cielo. «Sì, viva il socialismo, boia d’un mond lèder!»

Il Sol dell’Avvenire, Valerio Evangelisti

Nel quarto numero del 2016 della più prestigiosa rivista di geopolitica italiana “Limes”, dal titolo “indagine sulle periferie”, la redazione propone “un viaggio nei labirinti delle metropoli dove si giocano le partite decisive per il futuro dell’Italia e del mondo”.

Un titolo senz’altro suggestivo che invoca una idea-forza: non nel “centro”, ma nelle “periferie” si giocano le sorti del nostro Paese e del resto del mondo.

È il direttore della rivista, Lucio Caracciolo, nel suo editoriale “Il resto del mondo”, che azzarda una definizione particolarmente pregnante dalla particolare angolatura attraverso la quale la “sua” scienza osserva il mondo:

“In geopolitica, dove interessano le quote di potere materiale e immateriale in ambiti determinati e le competizioni per accaparrarsele, il termine «periferia» può essere adatto a descrivere, sulla scala urbana come su quella globale, i contesti a bassa pressione istituzionale e a forte informalità. Il resto del mondo: ciò che non pertiene direttamente ad un centro di potere, perché non conta o viene considerato più zavorra che risorsa. Lo scarto, per citare il papa delle periferie”.

Prendiamo il termine scarto con una altra valenza semantica e applichiamolo al nostro oggetto, scarto significa anche differenza, in questo caso potremmo dire: lo scarto tra centro e periferia.

Ed è proprio questo scarto nella sua doppia valenza, è uno dei nodi centrali del programma della Festa di Potere Al Popolo di Bologna, dal titolo appunto “Riprendiamoci le periferie”.

Non si tratta di una mera indagine sociologica per addetti ai lavori, ma di sviluppare quella capacità di esercitare una “pressione” su uno spazio che da punti di vista differenti – ma alla fine convergenti – noi insieme a Caracciolo definiamo come centrale nel nostro investimento politico.

È la pressione che esercitiamo sulla periferia, in grado di trasformarsi in pressione che la periferia esercita verso il centro, su cui alla fine saggiamo la nostra capacità militante.

Possiamo, anzi dobbiamo aggiungere, che sulla “messa a valore” di quella eccedenza umana (lo scarto appunto), dei suoi bisogni e del suo territorio da parte del capitale, contro la determinazione delle istanze della plebe che si gioca la partita, anche della rappresentanza e si configurano i rapporti di forza tra le classi.

*****

Mappare questo spazio centrale perché periferico, potremmo dire con un ossimoro, per orientare la nostra azione, come parte integrante di un mondo in cui dobbiamo sempre più “avere le radici nello sfondo”, per citare Pavese, è una premessa costante per potere incidere sui processi reali.

Questo universo ha una collocazione precisa e presuppone una relazione organica con le altre parti, sta di lato ma non “fuori”, sta ai margini ma non “oltre”.

Questo territorio, con al centro la Lombardia, è quello che va configurandosi nella divisione del lavoro made in UE come l’unica macro-regione italiana non in netta “discontinuità” con l’area core dell’Unione; al sud del quale, in questa ipotetica “nuova linea gotica” in sempre maggiore definizione costrittiva, l’Europa si tramuta in Mediterraneo.

In questo spazio, le aree metropolitane – che non solo le semplici estensioni urbane delle principali città – sono motori di sviluppo dove troviamo punti nevralgici che caratterizzano l’attuale modello e la sua riproduzione che il documento, proposto come base di discussione, introduce sinteticamente nelle sue specificità.

Come scrisse Desideri nella “Città di latta”, circa quindici anni fa: “la forma di metropoli odierna dal punto di vista fisico è la periferia”.

All’interno di queste aree, lo sviluppo ineguale interno, lo spazio è socialmente polarizzato, tra “noi” e “loro”.

Il nostro blocco sociale è anche la nostra speranza, o per dirla con Walter Benjamin: “è a favore dei disperati che ci è data la speranza”: quella della trasformazione e non certo della conservazione, anche delle forme del politico.

La speranza di non venire identificati come “loro” sta nel produrre uno scarto evidente con ciò che i subalterni percepiscono giustamente come alieno e ostile: “la Sinistra”, che individuano come parte del loro problema e non della soluzione.

La chiarezza di indicazione del nemico nella UE è alla base della possibilità di scalfire e sconfiggere le narrazioni correnti degli imprenditori del razzismo; ogni ambiguità o vaghezza a riguardo porta ad essere immediatamente identificati come “venditori di fumo” dal nostro blocco sociale di riferimento, in contiguità con i vari spacciatori di soluzioni che fino a qui hanno miseramente fallito.

Questa speranza si declina sempre in maniera duplice: da una parte come soddisfacimento di un bisogno che ha come conditio sine qua non l’attacco ad un interesse specifico di questo sistema; senza questa dialettica non si produce “rottura”, ma una continuità con un sistema di governance per cui i sottoposti sono solo cavie attraverso cui si misura la tolleranza nei confronti dell’esproprio quotidiano a cui vengono sottoposti.

Senza questa dimensione di lotta, rimangono le chiacchiere della sinistra nell’amministrazione dell’esistente e la morale dei buoni sentimenti, spesso eticamente condivisibili quanto inefficaci all’atto pratico.

Occorre quindi identificare gli strumenti organizzativi, non con una operazione a tavolino, ma con la continua sperimentazione con la verifica empirica: pratica-teoria-pratica.

Perché, senza sedimentazione organizzativa, la dimensione del conflitto fine a sé stessa rimane niente di più di un dato fisiologico di una frizione che non produce frattura, soprattutto in tempi come questi dove l’aspettativa di cambiamento non è data nella percezione dei più come una possibilità dell’azione collettiva ma rimane solo una variabile dentro le proprie scelte elettorali in senso “populista”.

Ma l’organizzazione non è solo avere le gambe per camminare, ma di cervello collettivo (il tempo dei “grandi intellettuali” è definitivamente tramontato, al massimo si accettano i contributi di quelli organici) che indica la strada da seguire.

Per sfuggire a questo scenario, che in un futuro forse neanche troppo lontano potrebbe concretizzarsi anche per noi – producendo non poche contraddizioni – , trovando nella nostra offerta politica un appeal maggiore di quello riscontrato in chiave elettorale senza essere in grado di dar vita ad un processo inclusivo di protagonismo popolare e di attitudine militante ricorriamo ad un episodio del “Trono di Spade” della famosa serie televisiva, terza stagione, decimo episodio per l’esattezza.

Quando la sua traduttrice Missandei riferisce solennemente agli schiavi che devono la loro libertà a Daenerys nata dalla tempesta, la non bruciata, regina dei Sette Regni di Occidente e madre dei draghi, questa le fa segno di tacere e pronuncia le seguenti parole:

“Non mi dovete la vostrà libertà. Io non posso darvela. Non mi appartiene, quindi non posso darvela. È vostra, e vostra soltanto. Se la rivolete, dovrete riprendervela da soli. Ognuno di voi”.

Ed è in queste parole che sta la differenza di un progetto come Potere Al Popolo ed una delle varianti populiste sul mercato della politica, come della “vecchia sinistra”.

Perciò l’appuntamento di Bologna è prezioso per definire dentro “la questione settentrionale” il nostro spazio d’intervento e di maggiore organizzazione.

Fonte

L'argomento trattato è certamente interessante e centrale, trovo tuttavia che la presentazione della periferia come "nuova frontiera" di contesa, sia una descrizione un po' troppo forzata, non tanto osservando la questione dal punto di vista e dell'agire politico di chi a vario titolo si adopera per un nuovo avvenire, ma per il capitale e i suoi interessi.

Questi ultimi e le strategie con cui vengono portati avanti hanno subito nell'ultimo trentennio un distacco tale dalla questione del consenso con il popolo da giungere all'estremo di non averne più bisogno.

Penso, quindi, che nelle occasioni in cui si parla di gestione, da parte del capitale di ogni dimensione, della sfera sociale, essa debba intendersi non come egemonia sul consenso popolare, ma come dominio sul dissenso al fine di mantenere le masse "periferiche", in uno stato di impossibilità fattuale di nuocere al cui interno s'incontrano: sfiducia nella politica e più in generale nella cosa pubblica, timore di perdere il poco che ancora materialmente si possiede (tanto a livello di "prodotti", quanto più in generale di stile di vita, anche virtuale); rancore individualistico da sfogarsi unicamente in proposte collettive e financo politiche portatrici esclisive di critiche senza alcuno slancio e propositività per superare lo stato di cose presente.

Per farla breve si tratta di una strategia di confinamento, anche militare, che probabilmente è l'aspetto più facilmente percepibile di questi tempi.

In questo senso, anche il rifarsi all'analisi geopolitica, di Limes, come qualsiasi altro contenitore di riflessioni del tutto inserito nelle dinamiche dominanti, finisce per far instradare anche le "nostre" analisi nell'alveo del "nemico".

03/06/2017

Il “tedesco” zittisce ogni dissenso dentro il M5S sulla legge elettorale

Il tedesco si sa non ammette repliche nè dissonanze. E di fronte al “tedesco” anche il M5S deve adeguarsi. Lo afferma senza concedere nulla il garante del movimento, Beppe Grillo, sul suo blog. “La legge elettorale sul modello tedesco“è stata votata a stragrande maggioranza dai nostri iscritti con oltre il 95% delle preferenze” e ora “i portavoce del MoVimento 5 Stelle devono rispettare questo mandato”.

Beppe Grillo ha stroncato così ogni dissenso interno al Movimento Cinque Stelle contro la legge elettorale sul modello tedesco. Uno stop perentorio ai malumori espressi ieri da diversi esponenti Cinque Stelle, tra cui Roberto Fico e Paola Taverna. “Il testo depositato in commissione mercoledì sera corrisponde al sistema votato dai nostri iscritti: proporzionale con 5% di sbarramento e divisione tra seggi proporzionali e collegi uninominali con predominanza dei primi per assegnare i seggi”. Quindi, scrive Grillo, “se gli altri partiti non cambieranno idea, i portavoce del MoVimento 5 Stelle in Parlamento voteranno a favore del testo, come deciso dai nostri iscritti che hanno e avranno sempre l’ultima parola su tali questioni. Vogliamo garantire agli italiani che potranno votare al più presto con una legge elettorale costituzionale”.

Grillo interviene anche nel merito, per spiegare che “le differenze esistenti con il modello tedesco sono dovute alle diversità dell’assetto costituzionale esistenti tra la Germania e l’Italia. In Italia il numero dei parlamentari non può essere modificato perchè è fissato dalla Costituzione. Il tedesco non prevede preferenze, ma prevede liste talmente corte da renderle superflue, che sono proprio quelle raccomandate dalla Corte costituzionale nella sua sentenza ammazza-Porcellum perché in grado di far riconoscere gli eletti agli elettori, e in ogni caso il MoVimento 5 Stelle indirà le parlamentarie online che si svolgeranno su Rousseau”. Poi la frecciata: “Non ci interessa garantire la rielezione di questo o quell’altro portavoce. Quello che conta è far rispettare il nostro metodo e garantire al Paese di avere una legge elettorale costituzionale, non il Verdinellum”.

Insomma, “il proporzionale tedesco non è il nostro modello ideale, ma è un sistema costituzionale che può diventare legge solo grazie a noi”. Cercando al tempo stesso di migliorare il testo, in particolare con un premio di governabilità per il primo partito: “Come gli iscritti hanno deciso, stiamo cercando di inserire alcuni correttivi di governabilità che possano evitare il grande inciucio post elettorale. Correttivi che potrebbero permettere ad un solo partito di avere la maggioranza dei seggi in Parlamento raggiungendo circa il 40% dei voti. Il proporzionale tedesco ha garantito al partito della Merkel il 49% dei seggi con il 41% dei voti. Noi vogliamo qualcosa di più per favorire ulteriormente la governabilità”.

Fonte

17/05/2016

Fuori dalla Cgil. A chi interessa minimizzare?

Troppi silenzi, troppa poca generosità e forse troppa paura accompagnano la decisione di Sergio Bellavita, Maria Pia Zanni, Stefania Fantauzzi di annunciare l’abbandono della Cgil. Che i palazzi e i palazzetti più o meno legati al partito democratico, al governo Renzi, ma anche alla finta opposizione contro di essi di CGILCISLUIL, abbiano interesse a tacere su tutta questa vicenda è comprensibile. Ma questa storia è stata messa sostanzialmente in sordina anche da buona parte di quella sinistra radicale che nel passato avrebbe speso paginate di discussione.

Pare quasi che la questione in sé non sia considerata rilevante, quando invece essa è fondamentale.

Alcuni delegati della FIOM degli stabilimenti Fiat hanno deciso di organizzare lotte contro il supersfruttamento del lavoro, e per farlo si sono uniti a militanti dei sindacati di base. Maurizio Landini e il suo gruppo dirigente, invece che premiare questi militanti, che rischiano il posto di lavoro per affermare i principi su cui è stata costruita la FIOM, invece che considerarli come esempio per tutti, li ha fatti dichiarare incompatibili con l’organizzazione. Sergio Bellavita ha pubblicamente espresso il proprio sostegno a questi lavoratori, e per questo è stato destituito da dirigente nazionale della FIOM e rimandato in fabbrica.

Non siamo di fronte ad una questione di carattere personale, ma alla repressione del dissenso su come ci si comporta rispetto alla Fiat di Marchionne. La FIOM di Landini ha deciso che la guerra è finita e che chi vuole continuarla viene cacciato. In nome del realismo si può anche essere d’accordo con questa scelta, in ben più grande dimensione in Grecia Tsipras ha fatto lo stesso con la Troika, ma non si può certo ridimensionarne l’importanza.

E invece dopo che Sergio e le altre compagne e compagni hanno annunciato che continueranno la lotta fuori da quella Cgil che impedisce loro di organizzarla da dentro, la gravità del fatto è scomparsa.

Da un lato ci sono coloro che spiegano che in fondo il mondo è sempre uguale a sé stesso, che la Cgil è sempre stata una organizzazione moderata e non si capisce perché qualcuno lo scopra solo ora. Dal lato opposto c’è chi accusa Bellavita e gli altri di aver alzato apposta lo scontro con Landini e Camusso, per farsi cacciare da una Cgil da cui da tempo avevano deciso di andarsene. In questo modo si evita opportunisticamente di affrontare la questione reale.

Chi crede nel sindacalismo conflittuale e di classe può restare in una Cgil e in una FIOM ove si colpiscono i lavoratori? Perché questo è il punto di fondo. Allontanamenti autoritari di dirigenti scomodi in Cgil e FIOM ci sono sempre stati, ma è la prima volta che si cacciano operai che scioperano. E non si venga a dire che non sono queste le ragioni. Se i delegati della FIOM di Melfi e Termoli con i militanti dei sindacati di base avessero organizzato convegni sul socialismo mondiale, nulla sarebbe accaduto. Invece hanno proclamato scioperi contro gli straordinari al sabato, riusciti per altro, e per questo sono andato sotto processo.

Questa è la vera normalizzazione in atto nella Cgil, non la cancellazione del dissenso nelle tavole rotonde, ma l'omologazione di tutti i comportamenti concreti a quelli dei vertici confederali e di categoria. E questa normalizzazione si scatena oggi perché è la Fiom di Landini a operarla per prima.

Lasciando la Cgil avevo scritto:
“La Cgil ha sempre avuto una dialettica interna. Tra linee politiche, tra esperienze, tra luoghi di lavoro, territori e centro, tra categorie e confederazione. Dagli anni '90 il confronto tra maggioranza e minoranze si è intrecciato con quello tra la FIOM e la confederazione. In questi confronti e conflitti si aprivano spazi di esperienze ed iniziative controcorrente. Oggi tutto questo non c’è più. Una normalizzazione profonda percorre tutta l’organizzazione e l’ultimo congresso le ha conferito sanzione formale. Non facciamoci ingannare dalle polemiche televisive e dalle imboscate di qualche voto segreto. Fanno parte di scontri di potere tra cordate di gruppi dirigenti, mentre tutte le decisioni più importanti son state assunte all’unanimità, salvo il voto contrario della piccola minoranza di cui ho fatto parte e di cui non si è mai tenuto alcun conto...”
Alcuni anni fa, quando ancora ero segretario della FIOM, il segretario della Cisl Bonanni in una intervista aveva rimproverato la maggioranza della Cgil di non avere il coraggio di liberarsi degli “antagonisti”. La CISL lo ha fatto in casa sua, sostenne allora il segretario di cui si è poi parlato per la pensione favolosa, ha pagato dei prezzi, ma ora è una organizzazione coerente. Ora la Cgil segue quel consiglio e lo può fare proprio perché è Maurizio Landini che lo mette in pratica: Susanna Camusso da sola non ci sarebbe riuscita.

Con coraggio i compagni della Fiat e Bellavita hanno sfidato questa normalizzazione e ne sono stati colpiti. Ora decidono di continuare fuori dalla Cgil per non rinunciare a tutto ciò che hanno fatto. Bisognerebbe sostenerli e basta.

Chi vuole restare in Cgil ovviamente merita rispetto, deve sapere però che non rimane per dissentire, ma per consentire. Il dissenso vero non sarà più ammesso, la vicenda Fiat è e verrà considerata come esemplare. Quindi chi resta dovrà adeguarsi, magari nel nome della rivoluzione futura, oppure incorrere nelle stesse sanzioni.

In questi giorni abbiamo visto in Francia sindacati sicuramente non rivoluzionari come la CGT promuovere giornate e giornate di sciopero contro la versione locale del Jobs act. E quei sindacati si sono incontrati con un poderoso movimento di giovani e studenti. In Grecia contro il nuovo cedimento di Tsipras ci sono stati poco tempo fa due giorni di sciopero generale, indetti non solo da parte dei comunisti e radicali del PAME, ma da tutti i sindacati.

O si capisce e si affronta la specifica gravità della situazione sindacale italiana, ove CgilCislUil non ci hanno neppure provato a contrastare le politiche liberiste dei governi e delle imprese, o si finisce per essere parte del degrado di quello che una volta era il movimento sindacale più forte d’Europa.

Per fortuna non è vero che fuori da questo degrado non ci sia nulla. Ci sono invece lotte ancora insufficienti, ma sempre più diffuse, che richiedono rappresentanza ed organizzazione. Fanno bene Bellavita, Zanni, Fantauzzi e spero anche altri con loro a cercare nuove vie per continuare. Anche perché a me pare che, dietro tanti discorsi sul bene dei lavoratori e sulla necessità di restare in Cgil per contestare i gruppi dirigenti, ci sia una certa dose di paura, che non è mai stata buona consigliera.

Fonte

Potere, obbedienza, egemonia

C’è una patologia che corrode dall’interno, come un tumore, le istituzioni, i partiti, i sindacati, le organizzazioni di massa: è la propensione all’obbedienza, è l’acritico istinto autoconservativo degli apparati che consiglia prudenza, sino all’autocensura, ogniqualvolta si tratta di esprimere delle opinioni che comportano un’assunzione di responsabilità.

All’obbedienza – atteggiamento moralmente peggiore del fideismo perché non richiede intima convinzione – si viene educati da chi detiene il potere.

Qui opera un patto talvolta implicito, talaltra esplicito, in ogni caso consapevole in entrambi i contraenti: “tu rinunci alla tua indipendenza, alla tua creatività e ti affidi a me; io ti ricompenserò assicurandoti protezione, garanzia di carriera... sotto il mio ombrello non avrai nulla da temere, purché il tuo appoggio mi sia sempre assicurato”.

Fatalmente, saranno i mediocri più ossequienti a superare di slancio questa selezione: mediocri, ma affidabili, perché proni al comando, quale che esso sia.

L’obbedienza non è pura cupidigia di servilismo. Essa si regge sulla paura: la paura della punizione, il timore di tornare ad occupare quel solo posto che le proprie modeste qualità consentirebbero.

Il potere è centripeto, guarda all’interno, non possiede velleità persuasive, la fascinazione che genera è perversa: esso costringe, blandisce, ricatta, premia o punisce, tiene in scacco.

La sua forza non viene (quasi mai) dal consenso che riscuote, ma dal timore che incute.1

E’ così che proliferano stuoli di cortigiani, solerti nel sostenere le tesi del capo, anche quando queste si rivelano manifestamente infondate.2

La clonazione, a cascata, di un funzionariato acefalo conferisce all’organizzazione una finta immagine di forza e di coesione interna, ne mimetizza la crisi latente ma – contemporaneamente – ne accentua la separatezza dal proprio corpo vivo. Allora, la distanza fra rappresentanti e rappresentati (fra governanti e governati) si allarga sino a diventare incolmabile.

E’ soprattutto nei momenti di stagnazione sociale che le organizzazioni si sclerotizzano, che i luoghi della rappresentanza si autonomizzano e degenerano nell’autoreferenzialità.

Organo e funzione si separano, i mezzi divorziano dai fini, la democrazia come partecipazione avvizzisce e lascia il posto ai riti plebiscitari.

Il leaderismo non è la variante di una democrazia venata di autoritarismo, ne è l’esatto contrario. E’ la rinunzia al proprio ruolo, al pensare in proprio.

C’è un Cesare che pensa ed opera per me. Egli non può sbagliare: se cade, tutto precipita.

Il dissenso diventa allora il peggiore dei delitti, la fenditura che incrina la diga. In esso, nella rivendicazione di criticità, si intravede il rischio della dissoluzione o di un indebolimento delle inossidabili certezze e, soprattutto, del potere costituito.

Il suo intrinseco monolitismo non sa (non può) riconoscere la ricchezza della dialettica. Che invece dovrebbe essere stimolata e accolta come una benedizione da parte di chi lavora per la democrazia.

Per mettere alla prova la realtà occorre vederla camminare sulla corda tesa, perché “solo quando le verità si fanno acrobati possiamo giudicarne il valore”.3

Quando invece si rinuncia alla ricerca del vero, che sempre confligge con l’inerzia della realtà data, si impone la “verità rivelata”, appannaggio di una casta sacerdotale che custodisce l’ortodossia e la brandisce come una clava contro chiunque vi si opponga.

Chi dissente è un eretico, un seminatore di discordia, da eliminare o da neutralizzare. Saranno soltanto i tempi, le circostanze, i metodi in auge a stabilirne il modo.

Anche il potere rivoluzionario tende fatalmente ad autocelebrarsi, ad ossificarsi, a vedere nella dialettica che si produce al suo interno un imminente pericolo dissolutivo ed eversivo del nuovo ordine.

Ma negando il dissenso la rivoluzione nega se stessa: nata per abbattere il dispotismo diventa essa stessa dispotica, si converte nel suo opposto.

Ecco perché quando si insedia un potere, di qualsiasi natura, è indispensabile fare nascere degli anticorpi, perché è nella fisiologia del potere mantenersi ad ogni costo.4

Quando il carattere democratico di un’organizzazione viene meno, quando la regola si dissolve nell’arbitrio, allora è necessario ribellarsi: “la disobbedienza, per chiunque conosca la Storia, è la virtù originale dell’uomo. Con la disobbedienza il progresso è stato realizzato; con la disobbedienza e la rivolta”.5

La disobbedienza, infatti, non è mai soltanto oppositiva. In essa c’è sempre, più o meno consapevolmente, un nucleo “costituente”. Occorre rendere esplicito e organico quel nucleo, far vivere fino in fondo, marxianamente, lo “spirito di scissione”.6

Ciò significa gettare nella lotta tutte le proprie risorse intellettuali, politiche e morali.

Se ciò non avviene, si cade inesorabilmente nella subalternità, si apre una fase di “rivoluzione passiva”.

Sindacato e Partito democratico – ciascuno nel proprio ambito – condividono lo stesso processo regressivo: il primo rinunciando, in quanto ritenuta velleitaria e rétro, ad un’autonoma soggettività del lavoro e rinculando dentro la cultura d’impresa; il secondo riducendosi ad una variabile più potabile del pensiero liberale, lungo una traiettoria ormai del tutto estranea all’ispirazione costituzionale.

Il nostrano riformismo ne è un eloquente esempio: introdurre piccole dosi di nuovo per salvare il vecchio, per consolidare l’egemonia delle classi dominanti.

Senza una critica radicale e senza una conseguente lotta sociale la crisi del capitalismo, per quanto profonda, si risolverà in una ristrutturazione: il capitalismo si rinnoverà trovando in se stesso le risposte che ne consentano la perpetuazione.

In altri termini, se il governo senza (separato dalla) società genera privilegi castali, corruzione, degenerazione della democrazia, derive oligarchiche, la sinistra senza (separata dalla) società, o introietta questi vizi omologandosi e, dunque, disintegrandosi, oppure diventa proteiforme, paralizzata da un sincretismo culturale che la rende incapace di elaborare una visione unitaria della realtà.7

Al contrario, essa deve rifondare se stessa riscoprendo le proprie radici sociali nella classe lavoratrice nella quale e per il riscatto della quale è nata,8 nella inestirpabile contraddizione fra capitale e lavoro, nella realtà non esorcizzabile dello sfruttamento, nella rivendicazione della libertà e dell’uguaglianza, nell’antagonismo fra il modo capitalistico di produzione e le condizioni di riproduzione della specie umana come ente naturale.

Note:

1) Si rammenti il capitolo XVII del Principe di Machiavelli (De crudelitate et pietate, et an sit melius amari quam timeri, vel e contra) dove il segretario fiorentino spiega che per il principe che vuole mantenere il potere l’ideale sarebbe potere essere amato e temuto insieme, ma poiché le due cose si trovano raramente congiunte, dovendo scegliere, è meglio essere temuto, perché l’amore può passare, ma la paura non viene mai meno (Niccolò Machiavelli, Il Principe, Einaudi, Torino, 1961, pp.79-84).

2) Si veda con quale lucidità Antonio Gramsci denunci i pericoli di quella degenerazione autoritaria che esalta i “corifei” e mortifica il pensiero critico, libero e indipendente: “(…) Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido finge di non sentire, scantona, ecc.; al terzo giorno, la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza e anche lo bastona. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vigliacco o un inetto, ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica deve sempre entusiasmare e trascinare, perché nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi” (dai Quaderni del carcere, nella versione curata da Platone, intitolata Passato e presente, Einaudi, Torino, 1952, p.70).

3) Oscar Wilde, Aforismi, Edizioni economiche Newton, Roma, 1993

4) Cfr il saggio di Cesare Musatti, Il contrario, in Chi ha paura del lupo cattivo, Editori Riuniti, Roma 1987, pp.150-9

5) Oscar Wilde, Aforismi, Edizioni economiche Newton, Roma 1993

6) Vedi il saggio di Giuseppe Prestipino Dialettica, in Le parole di Gramsci, per un lessico dei Quaderni del carcere, a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori, Carocci, Roma, 2004, pp.55-73

7) Il mito racconta che Proteo, ministro di Poseidone, dio del mare, fosse capace di trasformarsi in ogni creatura per sottrarsi al compito profetico di rivelare agli uomini la verità e il loro futuro

8) Il mito racconta che Anteo moltiplicasse le proprie forze sino a rendersi invincibile ogniqualvolta toccava la terra, sua madre. Anteo viene abbattuto da Ercole solo quando questi riesce a tenerlo sollevato per aria, prosciugando la fonte delle sue energie


Fonte

14/10/2013

L'intelligence europea a caccia dei critici della Trojka

Un recente saggio di Barbara Spinelli, ha ricordato che, intervenendo al forum di Cernobbio nel settembre 2012, l'allora premier Mario Monti invitò i poteri forti e i rappresentanti della grande borghesia presenti a preoccuparsi ed organizzarsi nei confronti del crescente risentimento popolare contro i diktat della Trojka europea. “C’è il rischio che mentre la costruzione europea si perfeziona, le difficoltà dell’Eurozona facciano emergere grandi, crescenti e pericolosi fenomeni di rigetto nelle opinioni pubbliche dei vari Paesi, con tendenze all’antagonismo e populismi che mirano alla disgregazione”. E ha poi proseguito: “La contrapposizione tra Paesi del Nord e del Sud dell’Europa fa riemergere vecchi stereotipi e vecchie tensioni. È paradossale e triste che mentre si sperava di completare l’integrazione europea si verifichi un pericoloso fenomeno opposto che mira alla disintegrazione dell’Europa. E questo avviene in quasi tutti i Paesi”. Non solo. Monti pretese anche la convocazione di un apposito vertice dell'Unione Europea per la lotta contro il populismo.

I risultati di quel vertice europeo straordinario, accolto entusiasticamente da Van Rompuy, si stanno vedendo, non solo sul piano della banalizzazione/criminalizzazione delle opinioni critiche verso i Trattati Europei, i dikat della Trojka e le misure di austerità e rigore, ma anche dello spionaggio e della repressione. Una preoccupazione dell'establishment europeo che viene confermata anche dal sondaggio Demos pubblicato oggi su La Repubblica nel quale si certifica – pur cercando di mitigarlo con i titoli e le parole – il crollo dell'europeismo della società italiana dal quasi 60% del 2000 al 33% di oggi.

Il sito tedesco  Deutsche Wirtschafts Nachrichten riporta che tra i progetti più ambiziosi del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, ci sia la creazione di un nuovo servizio di intelligence a livello di Unione Europea con retroscena piuttosto inquietanti. Finanziato con circa 230 milioni di Euro all'anno, secondo il sito tedesco, l'Unione Europea avrebbe ormai quasi portato a termine la creazione di un sistema europeo di intelligence capace di monitorare e spiare gran parte delle attività dei cittadini. Il servizio ufficialmente si occuperà principalmente di terrorismo ed evasione fiscale. “Nei fatti però cercherà ogni tipo di informazione: dai dissidenti agli euroscettici, dagli evasori fiscali fino ai "populisti" che criticano le politiche di Bruxelles” commenta il sito. Questo nuovo apparato di intelligence di Bruxelles avrà il compito di garantire, conclude il sito tedesco, che l'integrazione dell'EU proceda senza ostacoli.

Fonte

19/06/2013

I grullini

Fino a due mesi fa, all’indomani della candidatura di Rodotà al Quirinale e del conseguente suicidio del Pd che si riconsegnò nelle mani del suo peggior nemico (Napolitano) e del sottostante governo-inciucio Letta-Berlusconi, tutti i partiti lavoravano indefessamente per il Movimento 5Stelle.

Dopo averlo creato dal nulla, ignorando tutte le battaglie di Grillo e dei suoi ragazzi e rinchiudendosi nel sarcofago in attesa che passasse ‘a nuttata, l’avevano pasciuto e ingrassato demonizzandolo e facendolo linciare da tv e giornali al seguito. E con le presidenziali e il governo-vergogna l’avevano trasformato nel punto di riferimento della base del Pd in dissenso coi vertici che avevano resuscitato un’altra volta un Caimano morto e sepolto. Poi, proprio mentre l’inciucio confermava platealmente dieci anni di campagne grillesche contro “Pdl e Pdmenoelle”, il nastro s’è riavvolto a ritroso. Complice, certo, la disinformazione e la memoria corta degl’italiani. Ma soprattutto colpa del M5S che, da lepre inafferrabile, s’è trasformato in inseguitore trafelato. E ha preso a lavorare indefessamente per i partiti, facendo dimenticare tutte le magagne della politica politicante che a febbraio avevano spinto 9 milioni di italiani a mandarla al diavolo. Un suicidio di massa coronato dalla geniale operazione Gambaro. Intendiamoci: cacciare, o far cacciare dalla “rete”, una senatrice che ha parlato male di Grillo, manco fosse la Madonna o Garibaldi, è demenziale, illiberale e antidemocratico in sé. E non solo perché serve su un piatto d’argento agli eterni Gattopardi e ai loro camerieri a mezzo stampa la miglior prova di tutte le calunnie che hanno sempre spacciato per dogmi di fede. Non è nemmeno il caso di esaminare l’oggetto del contendere, cioè le frasi testuali pronunciate dalla senatrice nell’intervista incriminata a Sky, perché il reato di lesa maestà contro il  Capo è roba da Romania di Ceausescu.
Certo, affermare che il guaio del movimento fondato e portato al successo da Grillo è Grillo, è una fesseria. Certo, lo stillicidio di interviste in dissenso (le sole che interessino ai media italiani) per oscurare quanto di buono fanno i 5Stelle in Parlamento e di pessimo fanno i partiti, è fastidioso e altamente sospetto. Certo, senza Grillo e i suoi forsennati tour per l’Italia i 5Stelle non avrebbero preso un voto e le Gambaro non sarebbero state votate nemmeno dai parenti stretti. Ma il reato di cazzata non esiste e non deve esistere in un movimento che si dice democratico, anzi iperdemocratico. Grillo aveva tutto il diritto di incazzarsi e di farlo sapere, ma la cosa doveva finire lì. Il cerino sarebbe rimasto nelle mani della Gambaro e dei 10-20 furbetti che trescano con i partiti dopo aver intascato i voti e i posti grazie a un movimento anti-partiti (tutti). E che se la sarebbero vista con i loro elettori. O, se davvero hanno dietro qualche progetto ribaltonista, sarebbero usciti prima o poi allo scoperto.

Lunedì bastava una dichiarazione, firmata da chi voleva, per ribadire gl’impegni assunti con l’elettorato. Mettere ai voti le fesserie di una senatrice (che, diversamente da Salsi e Mastrangeli non ha violato alcuna regola interna) invitandola al pubblico autodafé, è una versione da Asilo Mariuccia del socialismo reale. Dopo aver trascorso i primi quattro mesi di vita parlamentare a guardarsi dalle presunte trappole dei partiti (che, così come sono ridotti, sono capaci al massimo di intrappolare se stessi), i “cittadini” hanno piazzato l’autotrappola perfetta. E ci sono cascati con tutte le scarpe. D’ora in poi i dissenzienti senz’arte né parte, magari pilotati dai soliti compratori di parlamentari, hanno di fronte un’autostrada: gli basterà rilasciare un’intervista critica al giorno per finire tutti dinanzi al tribunale del popolo, o della rete, e guadagnarsi l’insperata fama di nuovi Solgenitsin, con piedistallo e aureola di martiri. Al confronto, la partitocrazia più inetta, corrotta e antidemocratica dell’universo profumerà di Chanel numero 5. Un capolavoro.

Fonte

Senza offesa ma questi sono proprio gente da poco, soprattutto politicamente.