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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/12/2025

Libertà di espressione: in Italia il dissenso è “ostruito”

L’Italia non è un Paese dove la società civile può operare con garanzie piene, bensì uno stato in cui il diritto di protesta, di associazione e di critica incontra ostacoli sistematici. È questo il verdetto severo – ma diciamo la verità, anche prevedibile – del rapporto annuale “Power Under Attack 2025” del Civicus Monitor, un osservatorio globale che misura lo stato di salute delle libertà fondamentali in 197 nazioni.

Per la prima volta, l’Italia scivola nella fascia dei paesi con spazio civico “ostruito“. Un declassamento che ci allontana dalle cosiddette “democrazie aperte” e ci colloca sullo stesso gradino dell’Ungheria di Viktor Orbán. Lo stesso politico ungherese tacciato di essere il male profondo della UE, solo perché non si accoda alla linea guerrafondaia di Bruxelles.

Sia chiaro: siamo ben consci di quanto queste classifiche siano costruite con parametri intrinsecamente liberali, e allo stesso tempo non basta un’opposizione interessata alla guerra in Ucraina per rendere Orbán un alleato. Ma è omunque significativo osservare come la propaganda sulla democrazia occidentale si scontri sempre più con la realtà registrata sulla base di ciò che essa stessa propugna come tratto distintivo delle nostre comunità politiche.

Non siamo di fronte a un’autocrazia compiuta, specifica il rapporto, ma a una democrazia in cui le libertà formali esistono ma inciampano in barriere legali e intimidazioni crescenti. Ad aver peggiorato nettamente il giudizio internazionale di quest’anno c’è il Decreto Sicurezza approvato lo scorso giugno.

Secondo Civicus, il provvedimento rappresenta uno spartiacque: non protegge i cittadini, ma punisce il dissenso. Le pene draconiane che sono state introdotte per forme di disobbedienza civile non violente sono un segnale preoccupante: fino a due anni di carcere per i blocchi stradali, fino a sette per chi protesta contro infrastrutture strategiche e addirittura fino a venti per la resistenza a pubblico ufficiale.

Una stretta repressiva che entra fin dentro le carceri e i Centri per il rimpatrio (Cpr), dove anche la resistenza passiva diventa penalmente perseguibile. E che si palesa anche nel controllo sull’informazione. A preoccupare gli osservatori internazionali c’è infatti anche una vera e propria normalizzazione della sorveglianza politica. Il riferimento è al caso Paragon.

Altro elemento che desta allarme è l’utilizzo temerario delle querele, attacchi mediatici alla magistratura e limitazioni all’accesso agli atti. E contro gli attivisti c’è un’inflazione di fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative utilizzate come prassi per scoraggiare la partecipazione, soprattutto quando si tratta di movimenti per il clima, mobilitazioni pro-Palestina o difesa del diritto alla casa.

E l’Italia è in buona compagnia, in un trend che si può dire europeo: l’arretramento democratico si registra anche in Francia e Germania, anch’esse declassate tra le democrazie “ostruite”, rispettivamente per le limitazioni all’associazionismo e per la repressione delle piazze pacifiste.

La retorica securitaria, che trasforma i problemi sociali in questioni di ordine pubblico, sta diventando – secondo Civicus ma in maniera chiara ormai per chiunque non voglia chiudere gli occhi – un linguaggio politico comune nel Vecchio Continente.

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19/10/2025

Dettagliato rapporto sulla repressione internazionale della solidarietà con la Palestina

Pochi giorni fa, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH, nel suo acronimo francese), ha pubblicato un corposo rapporto dal titolo “Solidarity as a Crime: Voices for Palestine Under Fire”. Parliamo di un raggruppamento di quasi 200 associazioni e ONG di ben 116 paesi diversi, che si occupano di difesa dei diritti umani.

Il contenuto del rapporto dettaglia per Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania come, in vari ambiti della vita quotidiana e politica di questi paesi, siano stati sistematicamente e sapientemente violati i diritti di “assemblea, associazione ed espressione”, nel tentativo di reprimere e criminalizzazione il movimento di solidarietà con la Palestina.

La FIDH scrive immediatamente che ogni violazione è stata verificata attraverso testimonianze e questionari, per mettersi al riparo dalle accuse di aver manipolato i dati. E anzi, è proprio contro la manipolazione che questo rapporto è stato redatto.

Alla prima pagina del documento leggiamo che, per gli estensori, esso è importante perché, alla luce delle informazioni raccolte, diventa fondamentale ribadire che la lotta contro l’antisemitismo e il terrorismo non deve essere manipolata per sopprimere i diritti umani, né dovrebbe essere consentito di mettere a tacere le critiche legittime alla violenza di Stato o la solidarietà internazionale.

Gli Stati hanno l’obbligo giuridico non solo di combattere la discriminazione e la violenza, ma anche di difendere il diritto alla libertà di espressione, soprattutto quando tale espressione è scomoda, dissenziente o sfida interessi potenti. Il mancato rispetto di tale obbligo mina lo Stato di diritto e mostra il doppio standard che erode la fiducia nel sistema internazionale dei diritti umani.

Il presente rapporto è un appello a un urgente esame, responsabilità e riforma. I diritti e la sicurezza di coloro che si battono per la giustizia in Palestina e altrove devono essere difesi, non soppressi.

Ci teniamo qui a sottolineare come questo studio sottolinei il pericolo rappresentato dalla sovrapposizione tra la critica alle politiche dello Stato di Israele, che come tutti i paesi del mondo porta avanti specifiche politiche con specifici responsabili, e la lotta all’antisemitismo, cioè alla discriminazione per motivi etnici e religiosi. E anzi, evidenzia come stia avvenendo il contrario, a discapito di musulmani e arabi.

Questa deliberata confusione ha permesso alle autorità di delegittimare e penalizzare una vasta gamma di attori, attivisti, accademici, studenti, artisti e persino funzionari eletti che denunciano pubblicamente le azioni israeliane a Gaza o sostengono la liberazione dei palestinesi.

In questo modo, il discorso politico, a lungo considerato un fondamento della vita democratica, viene sempre più spesso equiparato all’incitamento all’odio o all’ideologia estremista, soprattutto quando riguarda Israele o il sionismo. Questa strumentalizzazione non esiste nel vuoto.

In ciascuno dei paesi esaminati, il contesto post-7 ottobre 2023 ha aggravato problemi strutturali di lunga data: la contrazione dello spazio civico, l’erosione delle garanzie democratiche, la crescente islamofobia e la normalizzazione della profilazione razziale.

Gli attori statali hanno invocato la tutela dell’ordine pubblico, la prevenzione dell’antisemitismo e la sicurezza nazionale per giustificare misure draconiane, divieti di protesta, arresti arbitrari, sanzioni accademiche, censura dei media e minacce legislative, spesso in flagrante violazione degli standard internazionali in materia di diritti umani.

L’importanza di questo rapporto risiede, dunque, nel fatto che non si è soffermato unicamente sui manifestanti in piazza, ma ha anche preso in considerazione le varie modalità con cui sono stati censurati o hanno subito ripercussioni per le proprie posizioni anche titolari di cariche pubbliche, giornalisti, docenti universitari.

Non si può non sentire la ‘mancanza’ di uno studio approfondito anche per ciò che riguarda l’Italia, soprattutto per ciò che riguarda la libertà di insegnamento e di dibattito accademico, in un momento in cui il governo sta tentando di portare a compimento quello stesso processo di equiparazione tra antisemitismo e antisionismo attraverso il DDL 1627 citato nel rapporto.

Del resto, è lo stesso FIDH che chiarisce come il quadro delineato per i 4 paesi del documento sia il sintomo di un indirizzo più generale.

“Questa tendenza riflette un preoccupante spostamento verso la normalizzazione di misure eccezionali per gestire le voci dissenzienti”, ha affermato Yosra Frawes, responsabile dell’ufficio Maghreb e Medio Oriente presso la FIDH. Questa tendenza viene denunciata da questo giornale, ma soprattutto da tante realtà sociali e politiche (attivisti per il diritto all’abitare, sindacati precettati, partiti politici infiltrati) da tempo, e viene indicata come il risultato necessario dell’esacerbarsi delle contraddizioni.

La democrazia diventa un ostacolo quando gli indirizzi strategici devono essere tutti improntati alla guerra, e in cui, dunque, un fronte interno riottoso viene trasformato in un problema di ‘sicurezza’, delegittimando ogni dialettica politica. Si tratta della transizione verso quelle che spesso definiamo ‘democrature’.

Si legge nella conclusione: “In definitiva, la repressione della solidarietà con i palestinesi rivela una profonda crisi, non solo dei diritti umani nei territori occupati, ma della libertà stessa, nelle società che si dichiarano democratiche”.

La propaganda del ‘mondo libero’ che si oppone alle ‘autocrazie’ è morta sulla questione palestinese, ma questo significa anche che si aprono spazi per proporre un modello sociale e politico nuovo, opposto all’economia di guerra, al securitarismo e alla militarizzazione della dimensione civile.

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