Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta DdL 1660. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta DdL 1660. Mostra tutti i post

16/12/2025

Italia, lo spazio civico sotto pressione: quando la sicurezza diventa repressione

Il declassamento dell’Italia a paese con “spazio civico ostruito” nel rapporto Power Under Attack 2025 del Civicus Monitor non è un fulmine a ciel sereno, ma il punto di arrivo di un processo lungo e ormai strutturale. Secondo l’osservatorio internazionale, che analizza lo stato delle libertà fondamentali in 197 paesi, il nostro non è più uno spazio democratico pienamente garantito, bensì un contesto in cui il diritto di protesta, di associazione e di espressione incontra ostacoli sistematici.

Il giudizio è severo, ma difficilmente sorprendente. La categoria “ostruito” non indica una dittatura conclamata, bensì una democrazia in cui le libertà formali sopravvivono tra vincoli normativi, pratiche intimidatorie e un uso sempre più disinvolto degli strumenti repressivi. È in questa zona grigia che oggi si colloca l’Italia, accostata a paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán, spesso indicata come l’anomalia autoritaria dell’Unione Europea.

Il Civicus Monitor basa le proprie valutazioni su una pluralità di fonti: organizzazioni della società civile, osservatori indipendenti, analisi giuridiche e dati sul campo. I parametri presi in considerazione sono chiari e difficilmente contestabili: libertà di espressione, di manifestazione e di associazione. Il loro deterioramento, secondo il rapporto, è legato in Italia a una combinazione di scelte legislative, clima politico e pratiche amministrative che hanno progressivamente ristretto lo spazio del dissenso.

Un ruolo centrale in questo arretramento è attribuito al cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato nel giugno scorso. Presentato come uno strumento di tutela dell’ordine pubblico, il provvedimento introduce invece un inasprimento senza precedenti delle pene per forme di protesta non violenta. Blocchi stradali, manifestazioni contro infrastrutture strategiche, resistenza – anche passiva – a pubblico ufficiale diventano reati puniti con anni di carcere. La logica non è quella della mediazione democratica del conflitto, ma della sua neutralizzazione penale.

La stretta repressiva non si limita allo spazio pubblico, ma si estende a carceri e Centri di permanenza per il rimpatrio, dove anche atti di resistenza non violenta possono essere perseguiti penalmente. Un segnale chiaro: il dissenso non va ascoltato, ma scoraggiato.

A questo quadro si aggiunge un altro elemento di forte allarme: la normalizzazione della sorveglianza politica. L’uso dello spyware Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions, per attività di monitoraggio illegale nei confronti di giornalisti e attivisti rappresenta una grave compromissione del diritto alla critica e alla libera informazione. Quando chi indaga il potere viene sorvegliato dal potere stesso, il confine tra sicurezza e abuso si dissolve.

Il rapporto Civicus segnala inoltre un clima ostile nei confronti della stampa e della magistratura. I giornalisti sono sempre più spesso bersaglio di querele temerarie e procedimenti giudiziari utilizzati come strumento di intimidazione. Parallelamente, esponenti di governo alimentano campagne di delegittimazione contro i giudici, accusati di parzialità politica o di collusione con le organizzazioni non governative. Un doppio attacco che mina due pilastri fondamentali di qualsiasi sistema democratico.

La criminalizzazione della protesta colpisce in modo selettivo. Nel mirino finiscono soprattutto i movimenti per la giustizia climatica, le ong impegnate nel soccorso in mare delle persone migranti, le mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese e le lotte per il diritto alla casa. Fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative diventano strumenti ordinari di gestione del dissenso, più che eccezioni motivate.

Il caso italiano, tuttavia, non è isolato. Anche Francia e Germania sono state recentemente declassate, segno di un arretramento più ampio dello spazio civico in Europa. La crescente militarizzazione delle politiche pubbliche, alimentata da un contesto internazionale segnato da conflitti e riarmo, contribuisce a restringere gli spazi democratici. La sicurezza diventa una parola d’ordine che giustifica la compressione dei diritti, trasformando problemi sociali e politici in questioni di ordine pubblico.

In questo scenario, la retorica della “democrazia occidentale” mostra tutte le sue contraddizioni. I parametri liberali su cui essa si fonda vengono progressivamente svuotati proprio nei paesi che se ne proclamano custodi. Il declassamento dell’Italia non è solo una bocciatura internazionale, ma uno specchio che riflette una verità scomoda: la partecipazione democratica è sempre meno tollerata quando mette in discussione scelte politiche considerate intoccabili.

La domanda che resta aperta non riguarda tanto le classifiche, quanto il futuro dello spazio civico nel nostro paese. Se il dissenso viene trattato come una minaccia e non come una risorsa, la democrazia rischia di sopravvivere solo come forma, perdendo progressivamente la propria sostanza.

Fonte

13/12/2025

Libertà di espressione: in Italia il dissenso è “ostruito”

L’Italia non è un Paese dove la società civile può operare con garanzie piene, bensì uno stato in cui il diritto di protesta, di associazione e di critica incontra ostacoli sistematici. È questo il verdetto severo – ma diciamo la verità, anche prevedibile – del rapporto annuale “Power Under Attack 2025” del Civicus Monitor, un osservatorio globale che misura lo stato di salute delle libertà fondamentali in 197 nazioni.

Per la prima volta, l’Italia scivola nella fascia dei paesi con spazio civico “ostruito“. Un declassamento che ci allontana dalle cosiddette “democrazie aperte” e ci colloca sullo stesso gradino dell’Ungheria di Viktor Orbán. Lo stesso politico ungherese tacciato di essere il male profondo della UE, solo perché non si accoda alla linea guerrafondaia di Bruxelles.

Sia chiaro: siamo ben consci di quanto queste classifiche siano costruite con parametri intrinsecamente liberali, e allo stesso tempo non basta un’opposizione interessata alla guerra in Ucraina per rendere Orbán un alleato. Ma è omunque significativo osservare come la propaganda sulla democrazia occidentale si scontri sempre più con la realtà registrata sulla base di ciò che essa stessa propugna come tratto distintivo delle nostre comunità politiche.

Non siamo di fronte a un’autocrazia compiuta, specifica il rapporto, ma a una democrazia in cui le libertà formali esistono ma inciampano in barriere legali e intimidazioni crescenti. Ad aver peggiorato nettamente il giudizio internazionale di quest’anno c’è il Decreto Sicurezza approvato lo scorso giugno.

Secondo Civicus, il provvedimento rappresenta uno spartiacque: non protegge i cittadini, ma punisce il dissenso. Le pene draconiane che sono state introdotte per forme di disobbedienza civile non violente sono un segnale preoccupante: fino a due anni di carcere per i blocchi stradali, fino a sette per chi protesta contro infrastrutture strategiche e addirittura fino a venti per la resistenza a pubblico ufficiale.

Una stretta repressiva che entra fin dentro le carceri e i Centri per il rimpatrio (Cpr), dove anche la resistenza passiva diventa penalmente perseguibile. E che si palesa anche nel controllo sull’informazione. A preoccupare gli osservatori internazionali c’è infatti anche una vera e propria normalizzazione della sorveglianza politica. Il riferimento è al caso Paragon.

Altro elemento che desta allarme è l’utilizzo temerario delle querele, attacchi mediatici alla magistratura e limitazioni all’accesso agli atti. E contro gli attivisti c’è un’inflazione di fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative utilizzate come prassi per scoraggiare la partecipazione, soprattutto quando si tratta di movimenti per il clima, mobilitazioni pro-Palestina o difesa del diritto alla casa.

E l’Italia è in buona compagnia, in un trend che si può dire europeo: l’arretramento democratico si registra anche in Francia e Germania, anch’esse declassate tra le democrazie “ostruite”, rispettivamente per le limitazioni all’associazionismo e per la repressione delle piazze pacifiste.

La retorica securitaria, che trasforma i problemi sociali in questioni di ordine pubblico, sta diventando – secondo Civicus ma in maniera chiara ormai per chiunque non voglia chiudere gli occhi – un linguaggio politico comune nel Vecchio Continente.

Fonte

03/11/2025

Alcune note circa gli effetti dell’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto sicurezza”

di Pietro Garbarino

Al di là delle appropriate e puntuali osservazioni svolte dall’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione circa la nuova normativa sulla sicurezza approvata dal Parlamento alcuni mesi fa, pur con il “sotterfugio” della procedura di conversione di decreto legge, va rilevato che l’entrata in vigore di tale normativa ha completamente modificato non solo una rilevante serie di norme di legge sostanziali e del codice di procedura penale, ma ha altresì inciso sulla stessa struttura del reato penale così come configurata, e consolidata nel tempo, dalla dottrina penalistica a partire dal testo dell’Antolisei.

Tale consolidato e imponente orientamento dottrinale analizzava il reato penale e ne individuava gli elementi fondamentali nel modo seguente:

• Antigiuridicità del fatto obbiettivo; cioè il fatto commesso deve essere contrario a norme giuridiche che tutelano beni e situazioni ritenute a loro volta degne di tutela da parte dell’ordinamento giuridico come, ad esempio, l’integrità della persona o la tutela dei beni pubblici o privati,
• L’elemento soggettivo in capo a colui che commette il reato, sia nel senso della volontarietà (dolo) che nel senso della imprudenza, negligenza, imperizia (colpa) di chi agisce.
• Le circostanze in cui avviene il fatto, e cioè il concorso di situazioni specifiche che possano riguardare luoghi, contesti familiari e/o sociali, particolari situazioni di natura istituzionale e che concorrono a qualificare il fatto in modo più o meno grave o addirittura a modificarne la natura giuridica.

Sulla base di tale analitica struttura del reato la unanime dottrina ha ritenuto che se avviene un fatto che viola le norme della umana convivenza, e tale fatto è commesso volontariamente o con colpa, stante l’eventuale concorso di particolari circostanze, si può pervenire alla individuazione della eventuale responsabilità di chi tale fatto ha commesso.

Invece con la nuova normativa introdotta dalla legge 9.6.2025 n. 80 (per l’appunto il cosiddetto “Decreto Sicurezza”) tale impostazione giuridica sembra essere stata profondamente modificata.

Una prima profonda modifica la possiamo ravvisare nel nuovo art. 270 quinquies 3 c.p. (detenzione di materiale con finalità di terrorismo).

L’intento di tale norma è quello di prevenire chi si procura istruzioni sulla preparazione di congegni bellici (esplosivi, armi da fuoco o altre armi, sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose e altre tecniche e metodi) per il sabotaggio di servizi pubblici essenziali.

Prescindendo dal fatto che la condotta di chi preparava azioni di sabotaggio, attacchi e attentati ai servizi pubblici essenziali era già punita in precedenza da altra disposizione facente parte del medesimo contesto normativo, la modificazione sostanziale della struttura del reato introdotta con la nuova norma sta proprio nella punizione penale del fatto, in sé e per sé, di apprendere istruzioni sull’uso di tali congegni, armi e sostanze a prescindere da eventuali azioni successive che portino ad atti di attentato o di sabotaggio.

In altri termini è la sola circostanza di prendere visione ed eventualmente approfondire istruzioni tecniche su potenziali strumenti che possano essere finalizzati ad attività di terrorismo a qualificare la condotta illecita e perciò sanzionabile. Ciò sta a significare che è la mera circostanza quella che integra il reato prescindendo sia dal fatto antigiuridico che dall’elemento soggettivo dell’agente.

Come si può chiaramente rilevare in questo caso viene completamente stravolta e abbandonata l’impostazione dottrinaria che individua gli elementi del reato, nel senso che l’elemento eventualmente meno rilevante della fattispecie penale, e cioè la circostanza, integra il reato stesso indipendentemente dalla sussistenza degli altri elementi che la unanime dottrina ritiene indispensabili perché si possa parlare di condotta penalmente illecita.

*****

Una conferma di tale considerazione è costituita dalla introduzione del nuovo comma 11 decies all’art. 61 c.p. e cioè la norma che prevede le aggravanti per i vari tipi di reati.
Si tratta della circostanza di luogo per cui un reato contro le persone commesso in una stazione ferroviaria o metropolitana può comportare un aumento della pena irrogata fino a due terzi (ad esempio le lesioni personali punite con il massimo della pena di 3 anni, possono comportare, in quella circostanza, un aumento di pena fino a 5 anni) modificando sostanzialmente l’entità della pena e precludendo l’accesso a eventuali pene alternative o altri possibili benefici irrogabili per le pene brevi.

Stessa considerazione può farsi per i reati in danno di pubblici ufficiali (oltraggio, violenza, resistenza) là dove la qualità della vittima dell’azione illecita comporta un aumento di pena fino alla metà.

Si noti che per l’oltraggio a P.U. (il corrispondente reato di ingiuria tra privati è stato perfino depenalizzato) si può pervenire ad una pena di 4 anni e mezzo.

Ma, come se ciò non bastasse, è stata introdotta anche un’altra circostanza aggravante, cumulabile con la precedente, per cui la pena è ulteriormente aumentata se la violenza o minaccia a P.U. sia commessa al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture di interesse pubblico.

In sostanza si tratta delle contestazioni alle grandi opere, che spesso vengono contestate da comitati locali di cittadini e associazioni ambientaliste; l’antigiuridicità consiste dunque nel dissenso.

Ebbene, il fatto saliente del reato, e cioè avere offeso, minacciato o anche solo resistito con violenza al P.U., già punito con la reclusione sino a 7 anni, viene sanzionato ulteriormente per la circostanza che ciò avvenga nelle vicinanze (neppure dentro) una stazione ferroviaria o della metropolitana e per il fatto che si protesti contro un’opera pubblica.

Cioè, circostanze che possono essere anche occasionali e, comunque, attinenti al diritto costituzionale di dissentire da scelte politiche e amministrative possono comportare pene anche superiori ai 10 anni di reclusione.

*****

Ma una drammatica conferma di tale considerazione è data dall’introduzione nel codice penale di un secondo comma all’art. 415 c.p. (Istigazione a disobbedire alle leggi all’interno di istituto penitenziario).

Viene infatti aumentata la pena se un qualche invito a non rispettare leggi dello stato sull’ordine pubblico (evidentemente come tali vengono ritenute anche le norme sull’istituzione carceraria) avviene all’interno di un istituto di detenzione.

Il cittadino, ancorché detenuto, anche se viene interdetto dall’esercizio di alcuni diritti politici (come il voto), ha pur sempre diritto alla propria libertà di pensiero pur dovendo comunque sottostare ad eventuali norme che la limitano.

Ma nel caso di specie, è la condizione di detenzione che determina il reato, che in questo specifico caso non lascia neppure spazio a comportamenti di difesa passiva, comunque sanzionati.

Tale situazione di eguaglianza tra cittadini sancita dalla Costituzione, risulta dunque annullata e stravolta proprio dal fatto che la circostanza della detenzione incide sull’entità della pena, aggravandola per il detenuto che manifesti, anche pacificamente e legittimamente, le proprie opinioni e avanzi le proprie rivendicazioni.

Ulteriori casi di allargamento di ipotesi di reato su situazioni già sanzionate, e ciò per effetto delle circostanze prescindendo da fatto obiettivo ed elemento soggettivo del reato, la si può ravvisare sia nella modifica dell’art. 693 c.p. (Danneggiamenti in occasioni pubbliche manifestazioni) allorché il fatto contestato, in occasione di pubbliche manifestazioni, costituisce motivo di specifica aggravante, nonostante che il reato di danneggiamento, articolato per numerose ipotesi, già sia previsto. E la pena pecuniaria irrogabile, in tale eventualità, è assai pesante.

Ma se poi su detti beni, vengono compiuti atti di deturpamento, come ad esempio baffi alle immagini o copricapi ridicoli, o di imbrattamento come scritte con bombolette spray, entrerebbe in vigore la nuova formulazione dell’art. 639 c.p. che trasferisce il fatto da contravvenzione (reato minore e non gravemente punito) a delitto, e cioè a reato di superiore gravità; il tutto con pene pecuniarie molto pesanti.

Anche in questo caso è la circostanza, elemento eventuale del reato, a fare la differenza in quanto la situazione di protesta durante la quale possono accadere tali fatti, prevale sul fatto stesso e sulle intenzioni dell’agente.

*****

La protesta in quanto tale, pur nella sua legittimità costituzionale (art. 17-21-40), viene colpita direttamente dalla nuova penalizzazione del “blocco stradale e ferroviario”.

Portare sulla strada pubblica la protesta per informare, manifestare il proprio pensiero e protestare è un fatto storicamente connaturato alle vertenze sindacali o studentesche, in particolare quando situazioni di disagio vengono ignorate dalle naturali controparti.

Tale forma di lotta, vuole attirare l’attenzione pubblica sulla controversia in atto.
Ma è proprio la circostanza della controversia in atto quella che costituisce l’elemento essenziale del nuovo reato ipotizzato, che prescinde sia dalle sue motivazioni, sia dalla stessa applicazione di diritti costituzionali riconosciuti.

In altri termini, in tutti i casi che abbiamo testé descritto, il bene giuridico che appare violato, secondo la normativa in esame, appare essere più la pace sociale, mentre l’antigiuridicità sta nella protesta e nel dissenso, che sono invece ammessi e tutelati dalla Costituzione.

*****

Infine, per quanto riguarda il nuovo articolo 634 bis c.p. (occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui) anche qui sembra che il bene giuridico tutelato sia la proprietà in assoluto, oltre la valutazione di ogni sua funzione, ivi compresa quella sociale auspicata dall’art. 42 della Costituzione.

In altri termini un qualsiasi immobile, anche abbandonato o sfitto da tempo, ma ipoteticamente destinabile o destinato a domicilio altrui, costituisce un bene da proteggere in modo totale, mentre antigiuridico è il fabbisogno di casa di tante persone, in difficoltà per gli affetti alti o per la disoccupazione o la insufficienza di salari e pensioni.

Ovviamente l’occupazione-reato può riguardare anche pertinenze del detto immobile, protetto dalla sacralità delle proprietà.

Ma ciò che rileva ancor più è che dell’occupazione come fatto materiale sono ritenuti responsabili anche colui, o coloro, che hanno in qualche modo collaborato alla riuscita dell’occupazione. Anzi, qualora l’occupate accettasse di ritirarsi subito, ne diverrebbero gli unici responsabili.

Anche in questo caso la circostanza del bisogno di casa diviene il parametro unico per valutare la responsabilità dell’occupante, mentre qualsiasi altra valutazione oggettiva e soggettiva passa in secondo piano, in conformità del distorto principio giuridico che informa quel provvedimento normativo nel suo insieme.

In sostanza, quel distorto principio giuridico denunziato in precedenza, per cui sono pressoché esclusivamente le circostanze a integrare il reato, e secondo cui la norma penale ha funzione sanzionatoria “preventiva”, sembra dilagare, sommergendo la tradizionale e consolidata impostazione dottrinaria della struttura del reato.

Per di più, data la ormai prevalente rilevanza delle circostanze rispetto all’obbiettività del fatto reato, si va deteriorando una generale inversione dell’onere della prova, che è invece un principio giuridico fondamentale degli ordinamenti democratici dalla fine del 1700 sino ad oggi.

Cioè il cosiddetto principio dell’“habeas corpus”, che dovrebbe stare alla base del potere dello stato di punire chi infrange la legge penale e che invece conferisce al medesimo poteri eccessivi.

Fonte

22/10/2025

Troppi gli interrogativi sulla strage di carabinieri a Castel D’Azzano

di Antonio Camuso

Premessa utile è l’esprimere il mio cordoglio e la vicinanza alle vittime, e ai loro famigliari, di questa tragedia che ha colpito uomini in divisa chiamati a fare il loro dovere.

Ricordo i loro nomi: il brigadiere capo Valerio Daprà, il carabiniere scelto Davide Bernardello e il luogotenente Marco Piffari cui si aggiunge una lunga lista di feriti. Il solo numero di vittime tra personale esperto e percentualmente elevato rispetto ai presenti di quel blitz è già una prima conferma delle troppe anomalie in quella che, a denti stretti, si è confessato ai giornalisti, esser stata un’operazione in cui “qualcosa è andata storto”.

La Marina Militare considerava mio padre tra i migliori artificieri che avesse in Puglia ed io, sin da bambino, ho ascoltato i suoi racconti sulle operazioni di sminamento, ricerca esplosivi e di antiterrorismo da lui condotte per un periodo che va dalla seconda guerra mondiale sino all’omicidio di Aldo Moro, nel 1978, anno in cui andò in pensione.

Di quei resoconti ne ho fatto tesoro e l’aver lavorato, a mia volta, nel campo della Sicurezza al Volo, e l’aver condotto alcune inchieste giornalistiche su quell’argomento, fa sì che ritengo di avere il diritto di porre qualche domanda in merito.

In pieno svolgimento dei funerali di Stato ai caduti, i Media non cessano di dipingere i presunti autori o complici della strage, i tre fratelli, come disadattati, aspiranti terroristi e potenziali nemici della quiete e della sicurezza pubblica, in sostanza dei mostri, al fine di giustificare l’intera conduzione di quel blitz notturno, addossando unicamente ai tre fratelli l’intera responsabilità dei fatti.

Grande risalto si sta dando nel dipingere Maria Luisa, la donna rimasta anch’essa gravemente ustionata, al ruolo di matriarca, di plagiatrice dei fratelli, in pratica una strega e forse, tra le righe, c’è più di uno, in questo clima di caccia alle streghe, che rimpiange che non sia deceduta in quella pira funeraria.

Più di un cronista ha affermato che, nonostante fosse gravemente ustionata, non gridasse dal dolore ma si lanciasse in lamentose e incomprensibili cantilene, quasi un racconto medioevale su streghe avvolte dal fuoco, che dal rogo lanciano anatemi e maledizioni.

E in clima di caccia alle streghe s’inserisce la pesante polemica che ha coinvolto la Salis e la Destra. L’europarlamentare ha cercato di spiegare quanto il disagio abitativo e sociale attraversi e coinvolga l’intero territorio nazionale e crei in soggetti particolarmente vulnerabili l’impulso a gesti disperati, ma lei stessa è stata accusata di essere la nuova cattiva maestra di una prossima generazione di aspiranti terroristi kamikaze, reclutabili tra i senza casa, gli occupanti abusivi di case e centri sociali, contro i quali ci difenderà il “working in progress” dei decreti Sicurezza dei quali, questo governo ne ha fatto un cavallo di battaglia elettorale.

Accuse rivolte alla Salis che purtroppo non resusciteranno i tre carabinieri caduti, e che, al contrario, ostacolano la necessaria obiettività e discrezione con cui dovranno muoversi, non solo i magistrati inquirenti, ma anche le inderogabili e necessarie inchieste interne dei diversi corpi dello Stato coinvolti in quell’operazione, su dove si è sbagliato, affinché tali fatti non si ripetano.

Proverò a elencare gli interrogativi su quest’operazione “andata storta”, sulle modalità con cui si è mosso l’imponente “assetto” dispiegato quella notte, sulla catena di comando e sulle disposizioni date dalla autorità giudiziaria che ne aveva richiesto l’impiego.

I primi interrogativi riguardano la necessità di quel blitz in piena notte, e sull’utilità dell’assetto scelto per un’operazione da compiere, non contro un nucleo di spietati terroristi islamici, ma bensì contro tre persone fortemente disturbate negli atteggiamenti, nelle relazioni sociali e viventi in uno stato di disagio che procurava loro una egocentrica e falsa visione della realtà.

I giornali riportano che quella operazione era stata ordinata dal procuratore generale della Repubblica di Verona, Raffaele Tito, ed aveva due finalità di carattere legale: quella civile di attuare con la forza un decreto di sgombero e quella penale di perquisire l’abitazione alla ricerca di materiale incendiario compatibile alle presunte bottiglie molotov avvistate da un drone sul tetto casa.

Domanda: quali le reali ragioni di quel dispiegamento militare, visto che ad opporsi a questo decreto di sgombero non vi era una folla in rivolta come nei fatti di San Basilio a Roma e o le storiche “tute bianche” degli autonomi del Leoncavallo, bensì a fronteggiarlo tre anziani contadini usciti fuori da un film western su una comunità di amish o quaccheri americani?

Possibile che contro tre “fuori di testa” occorresse schierare un intero reparto di forze speciali con fucili, scudi ed elmetti per lanciarli in un assalto notturno e invece non scegliere un approccio più soft, con una squadra di negoziatori con il supporto di psicologi ed assistenti sociali che, mostrandosi in pieno giorno, avrebbero fatto calare la tensione emotiva?

Nello svolgimento di questa sciagurata operazione duale, civile/penale, a chi era stato affidato il comando? All’autorità di Pubblica sicurezza o a quella militare dei Carabinieri?

In pratica: chi ha dato l’ordine di irruzione manu militari del reparto speciale dei Carabinieri in quella cascina che non era Fort Alamo, ma poco più di una stamberga?

Se è vero che si aveva sentore che vi fosse da parte dei “resistenti” (alla forza pubblica) la possibilità di un atto inconsulto con l’utilizzo di gas o materiale incendiario, o esplodente, si era consultato un team di artificieri?

Perché non si è fatto preventivamente intervenire un mezzo meccanico per aprirsi un varco sicuro e il cui solo avvicinarsi avrebbe provocato sì una probabile reazione da parte di questi ultimi, ma generato le contromisure necessarie a tutelare l’incolumità di coloro che sarebbero poi dovuti intervenire?

Vi era necessariamente la necessità di cogliere nel sonno questa pericolosa “setta di kamikaze” nostrani?

Se invece dei poveri tre carabinieri a rimetterci la pelle fossero stati i tre fratelli, oggi per essi si verserebbero le stesse lacrime?

E in quel caso i relativi fascicoli penali si chiuderebbero immediatamente come quelli sulla morte per Taser di spostati, drogati deliranti, o affetti da crisi psichiatriche?

Non voglio offendere la memoria dei carabinieri caduti, ma certe anomalie di questa vicenda mi ricordano tristemente i tanti errori che produssero negli USA, nel 1993, la strage della setta dei davidiani a Waco.

Ricordo brevemente a tutti come si giunse a essa. L’FBI in collaborazione con la polizia locale aveva organizzato un blitz contro una setta pseudo-religiosa che viveva in una isolata comunità del Texas e accusata di possesso illegittimo di armi.

Il blitz andò a male procurando la morte di 4 agenti e 8 davidiani. Nonostante la gravità delle circostanze, l’FBI decise un atteggiamento soft, assediando per 51 giorni l’edificio dove si erano asserragliati un centinaio di uomini, donne e bambini. Infine l’FBI decise l’irruzione con un lancio di lacrimogeni che purtroppo provocarono un incendio ed una strage con 81 morti tra i davidiani. Le forti critiche ricevute costrinsero l’FBI a rivedere il suo modus operandi.

Perché la necessità di un assalto muscolare a questi tre “cavernicoli”? Nelle sue motivazioni si faceva esplicitamente riferimento al recente decreto Sicurezza ed in particolare al capitolo sgomberi?

In una dichiarazione apparsa in data odierna su Repubblica (18-10-25), il Procuratore della Repubblica, molto scosso, ammette di aver firmato il procedimento esecutivo dell’operazione di sfratto ma di aver delegato ai Carabinieri l’intera fase operativa di esso.

Quel format operativo che vedeva la contemporanea presenza del comandante provinciale dei carabinieri di Verona, oltre che del comandante del reparto operativo (testimoniato dalle cronache giornalistiche locali), era forse un team sperimentale da standardizzare poi se tutto fosse andato OK, per operazioni di sgombero in applicazione al recente decreto sicurezza?

Non è possibile che un brigadiere capo, alla testa del suo reparto speciale sia partito autonomamente all’assalto di quella stamberga, mettendo a rischio, se “qualcosa fosse andato storto”, la sua vita e quella dell’intero plotone al suo comando!

Possibile si addossi l’intera responsabilità dell’annientamento di un intero plotone di Forze Speciali, alla mano di una donna “delirante”, decisa al suicidio piuttosto che cedere un miserabile ed isolato casolare di campagna?

E se al suo posto vi fosse stato un terrorista fai-da-te, o peggio ancora un Unabomber che a distanza di sicurezza si fosse compiaciuto di assistere all’esplosione di una trappola esplosiva? È inconcepibile leggere sui giornali che un reparto di forze speciali si trovi intrappolato in un ambiente saturo di gas da cucina e cerchi disperatamente di rompere le finestre per evitare di saltare in aria!

Il modello israeliano

Un capitolo particolare riguarda la standardizzazione operativa tra le maggiori polizie militari in campo occidentale, ove le esperienze degli uni, sono travasate agli altri e dopo un’opportuna verifica sono inserite in nuove regole di ingaggio.

In testa sono le forze speciali israeliane e il loro modus operativo sta divenendo testo per tutti. Il campo di sperimentazione da decenni è principalmente la Cisgiordania, ove giornalmente i militari israeliani con assetti di polizia militare compiono continue irruzioni nelle abitazioni di sospetti “terroristi” procedendo spesso all’abbattimento delle case degli stessi.

Operazioni che grazie alla sofisticazione tecnologica hanno sempre più preminenza notturna, al fine di sorprendere i sospetti e contemporaneamente produrre uno stato di insicurezza per l’intera popolazione palestinese. Colpire uno in maniera spettacolare per dare una lezione a tutti ad imperitura memoria è l’arte di dimostrare la forza.

Le nostre forze speciali si addestrano in ambienti simili a quello ove è avvenuto la strage e sono innumerevoli i filmati pubblicitari/propagandistici che ci vengono riproposti sui media, o addirittura in DVD acclusi a riviste specializzate ove si vedono forze speciali che fanno irruzioni in vecchie case di campagna ormai abbandonate, scardinando porte, e irrompendo negli ambienti.

Se qualcuno voleva passare dal teorico al reale, quel casolare isolato, quei tre smarriti in un mondo tutto loro, ma intenzionati a difendere e perire con esso se necessario, sembrerebbero essere le cavie e l’ambiente perfetto... purtroppo qualcosa è andata storto. 

Ma la domanda principale è: dietro operazioni come quella sciagurata di Castel d’Azzano, vi sono direttive provenienti dall’alto, in altre parole, dagli organi politici di governo sugli organi di polizia, per una nuova postura contro il disagio, in qualunque forma si esprima?

Si è deciso di metter da parte la competenza e la professionalità messa in campo tante volte dalle stesse forze dell’ordine, polizia, carabinieri, in episodi di cronaca ove riuscivano con la negoziazione alla resa di gente fuori di testa che deteneva interi arsenali e si era barricata in casa e da lì sparacchiava sui passanti e minacciava di far saltare in aria interi condomini?

Quante volte abbiamo visto il maresciallo dei carabinieri del posto o il funzionario di polizia aiutato da psicologi e assistenti sociali venire a capo, senza danni ad alcuno, a vicende che sembravano destinate a finire in tragedie?

Ci auguriamo per tutti che si traggano, se pur amare, delle lezioni e dei ripensamenti su quanto accaduto, al fine che ciò non si ripeta più.

Ne va della sicurezza pubblica e del rispetto della vita di ognuno, ma innanzitutto la presa d’atto che tutto ciò che coinvolge gli esseri umani ha aspetti profondamente complessi e che non possono essere risolti drasticamente manu militari, come nelle norme di attuazione del decreto Sicurezza/sgomberi, che, se applicate meccanicamente, corrono il rischio di innescare pericolose reazioni individuali.

Fonte

21/06/2025

La prima vittima del “decreto sicurezza” è davvero inattesa: Cgil-Cisl-Uil

L’esordio operativo di una legge inqualificabile sulla cosiddetta “sicurezza” è sempre un esperimento “in corpore vili” che dimostra più di quello che sarebbe stato logico attendersi.

L’ultimo “decreto” voluto e approvato – con la “fiducia” – era atteso alla prova empirica e un po' tutti si aspettavano che sarebbe stato testato su “nemici storici”, ancorché niente affatto pericolosi. Insomma, su “anarchici” o “antagonisti”, consentendo così a governo e polizie di”fare una prova” senza rischiare incidenti politici rilevanti.

In fondo è chiaro che si tratta di una legge liberticida, pensata per impedire le proteste – oltre che per “scudare” le “forze dell’ordine” autorizzandole persino a organizzare e dirigere “organizzazioni terroristiche” – ma proprio per questo l’esordio avrebbe dovuto essere “soft”, tale insomma da ottenere il risultato voluto (incutere timore tra gli aspiranti manifestanti) ma riscuotendo il silenzio-assenso della pseudo-opposizione “democratica”.

E invece una questura politicamente incauta, o troppo desiderosa di farsi notare, ha deciso di aprire il dossier “ddl 1660” nientepopodimeno che sui metalmeccanici. Addirittura a Bologna, città simbolo di infami attentati terroristici organizzati dallo Stato e subappaltati alla manovalanza fascista nonché feudo fin qui inattaccabile del PD.

Ieri, oltre allo sciopero generale di USB e altri sindacati di base, c’era anche lo sciopero dei metalmeccanici proclamato da Cgil-Cisl-Uil per chiedere la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto. E proprio a Bologna era stata convocata la manifestazione nazionale.

Circa diecimila metalmeccanici sono sfilati per le vie periferiche della città (non si mai detto che i sindacati “complici” provino a infastidire in alcun modo...), fino ad imboccare la tangenziale, che non faceva parte del percorso concordato preventivamente.

Inevitabile un ingorgo temporaneo del traffico, ma del resto non si può certo pretendere che una vertenza che riguarda oltre un milione e trecentomila lavoratori – erano quasi due milioni ancora venti anni fa – sia gettata in un angolo, fuori dalla vista, tra viali deserti e pochi passanti distratti.

La stessa parola d’ordine su cui era stata convocata la manifestazione era del resto quasi una promessa azzardata – “senza contratto il Paese si blocca” – almeno per quanto riguarda la (scarsa) combattività delle organizzazioni suddette.

La deviazione sulla tangenziale poteva dunque essere gestita molto tranquillamente, come un piccolo incidente di percorso da affrontare in sede di discussioni post evento, con un paio di telefonate di “rimprovero”, e nessuno se ne sarebbe accorto. Oltretutto era stata evidente la contrattazione tra sindacalisti e “ufficiali di piazza” quando la deviazione stessa era stata concessa a due condizioni: i manifestanti devono entrare e uscire dal tratto in 45 minuti e senza accendere fumogeni.

E invece, dopo poche decine di minuti, ecco la questura annunciare che avrebbe “denunciato” i manifestanti per “blocco stradale” – un “reato” considerato gravissimo dal governo neofascista in carica, tanto da meritare magari qualche anno di galera. Anche se fino al 10 giugno – data di pubblicazione della “legge” – era nient’altro che un “illecito amministrativo” punibile con una ammenda di pochi spiccioli.

Il tutto con una nota ufficiale d’altri tempi: “I manifestanti, disattendendo le prescrizioni, hanno fatto ingresso in tangenziale, creando il blocco della circolazione stradale sul tratto interessato. I Reparti inquadrati della polizia, per scongiurare il verificarsi di ulteriori situazioni di pericolo, hanno evitato respingimenti con l’uso della forza. I dimostranti verranno denunciati penalmente”.

Un’altra parola ed era subito 1977, no?... 

Immediatamente è stato chiaro che era stata fatta una cazzata. In primo luogo politica. Cgil-Cisl-Uil sono ormai tre sindacati “di palazzo”, cui ogni governo affida il monopolio della “rappresentanza” anche quando non sono presenti in una azienda.

Sono oltretutto “cinghie di trasmissione” di diversi partiti politici, e spicca tra loro quella Cisl passata da tempo armi e bagagli a supporto dello stesso governo Meloni, tanto da far premiare il fresco ex segretario generale – Sbarra, per ironia della Storia – con un sottosegretariato fatto su misura.

Far passare questi carrozzoni corporativi per “sovversivi” era insomma piuttosto difficile, anche se il prode Fabio Rampelli – vecchio fascistone romano – ci ha provato con autentico sprezzo del ridicolo: “per i gruppettari di sinistra è assolutamente normale che decine di migliaia di sedicenti operai occupino la tangenziale bloccando la circolazione. Ormai siamo alla sovversione democratica, al teppismo di partiti e sindacati storici e la chiamano libertà...”.

“Gruppettari” i pallidi eredi del sindacalismo targato Pci-Psi-Dc? “Sedicenti operai” diecimila metalmeccanici in tuta blu? Dai, anche Netanyahu ci avrebbe pensato un attimo prima di spararla così inverosimile... 

Col passare delle ore dalla questura è balenato un refolo di resipiscenza, con la derubricazione della “denuncia” – oltretutto complicata da stendere, visto che ben pochi dei diecimila erano chiaramente identificabili – in più modesta “segnalazione all’autorità giudiziaria” competente per territorio.

Probabile che, alla fine, verranno “segnalati” soltanto gli organizzatori ufficiali della manifestazione, e che il passaggio in Procura sarà più formale che sostanziale.

Resta però gigantesco il problema della libertà di manifestare davvero un’opposizione autentica alle politiche del governo. Oggi, per dire, esponenti del PD o dei Cinque Stelle hanno preso parola per stigmatizzare l’operato della questura di Bologna. Possiamo dire con qualche certezza che non lo avrebbero fatto se la “prova del budino” fosse stata fatta su giovani e anziani manifestanti appena un po’ più radicali.

Del resto la logica di questo ultimo “decreto” trasformato in legge risale chiaramente a quel Minniti passato di poltrona in poltrona – dal “gruppo dei Lothar” che scortava mandrake-D’Alema a palazzo Chigi, poi al ministero dell’interno e agli accordi con gli scafisti libici (pardòn, la “polizia costiera”...) e quindi al “controllo” dei servizi segreti e infine alla galassia del militare-industriale italiano –. 

Lo spazio di “agibilità democratica” si va restringendo a ben poco in tutto l’Occidente neoliberista – basta guardare a quel che avviene negli Usa, in Francia, in Germania, ecc. – e un governo fascista dimostra di essere tale proprio in questa spirale.

Fonte

05/06/2025

Approvato il dl sicurezza; legalizza un "esercito contro il popolo"

Una porcata tira l’altra e i governi italiani, senza alcuna distinzione tra sedicenti “progressisti” e “fascio-conservatori”, da almeno 30 anni rispondono alla crisi di legittimazione – certificata dal tasso di astensionismo elettorale, ormai vicino al 50% (se le politiche avessero il quorum come i referendum non verrebbe eletto nessuno) – con “decreti sicurezza” sempre più forcaioli.

Ieri è stata la volta del dl Sicurezza del governo Meloni-Salvini, che è diventato legge con l’ok definitivo di un Senato che non ha neanche fatto finta di discutere nel merito, essendo stata posta dal governo la “fiducia” sul testo.

Un po’ di gazzarra in aula, a beneficio di telecamere, con il primo sit-in della legislatura inscenato da Pd, M5s e Avs, forse preoccupati che l’entrata in vigore delle nuove norme possa essere “festeggiata” dal governo già questo sabato, quando faranno finta di manifestare “contro lo sterminio in corso a Gaza”, ma senza dire una parola contro Israele (che non è ovviamente il solo killer Netanyahu).

Più di un parlamentare “democratico”, infatti, si è detto “preoccupato” che nella manifestazione possano “infiltrarsi estremisti” capaci nientepopodimeno che di “bruciare una bandiera israeliana” al fine oscurare un corteo che non ha comunque alcuna intenzione di “disturbare” i genocidi che regnano a Tel Aviv, al punto da sbarrare il palco a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati (questi “estremisti dell’Onu”...).

Del resto una delle norme più infami della nuova legge prevede appunto la possibilità per i servizi segreti di «creare e dirigere organizzazioni terroristiche con finalità sia di terrorismo internazionale che di eversione dell’ordine democratico e può fabbricare e detenere materiale esplodente».

Si potrebbe dire che non c’è alcuna novità. È quello che lo Stato italiano ha fatto per decenni, utilizzando manovalanza fascista per attuare le “stragi di Stato” (piazza Fontana, l’Italicus, Peteano, san Benedetto Val di Sambro, la stazione di Bologna, ecc.). L’unica differenza sta nel fatto che ora ognuna di quelle stragi sarebbe in futuro perfettamente “legale”. Sottratta per legge alle indagini della magistratura.

Abbiamo già analizzato altre volte il testo, nelle varie fasi dell’iter che doveva portare all’attuale approvazione definitiva (qui e qui alcuni dei moltissimi articoli pubblicati). Nulla è cambiato nonostante le decine di manifestazioni e ancor meno dopo la tardiva resipiscenza dell’“opposizione” democratica (quella che critica Meloni “da destra”, perché non è andata sul “treno dei volenterosi” guerrafondai pro Kiev e che aveva anticipato lo spirito di queste norme già ai tempi del “decreto Minniti”).

C’è poco da aggiungere, nel merito. Chiaro come il sole che qualsiasi protesta sarà da oggi in poi inquadrata come “ipotesi di reato”, giocando furbescamente sulla differenza tra la “libertà di manifestare” – formalmente quasi intatta – e l’atto stesso di manifestare (impossibile bloccare la circolazione stradale, praticare qualsiasi forma non violenta di protesta, come anche il solo sedersi a terra a là Gandhi, ecc.).

Così come è palese l’intenzione di “scudare” poliziotti, carabinieri, ecc., per qualsiasi violenza metteranno in atto contro i manifestanti. Sono quelli in divisa, di fatto, gli unici “cittadini” che potranno davvero sentirsi “più sicuri”, anzi “immuni”. Il decreto li formalizza come pretoriani da usare ad libitum contro la popolazione... 

Non parliamo poi delle carceri, dove il difendere i propri residui diritti diventerà una “aggravante penale” con altri mandati di cattura, processi, aumento delle pene ed esclusione dai pochi “benefici” rimasti dell’antica “legge Gozzini”.

Il fatto che il Parlamento sia stato anche questa volta bypassato è completamente in linea con la “nuova sensibilità europea”, che considera nulla la “rappresentanza politica degli interessi sociali” e gli stessi processi elettorali (se non danno il risultato voluto dall’establishment continentale) e vede con favore il “decisionismo” dei vertici. In fondo la Meloni non è che una von der Leyen in sedicesimo. Anzi, in ventisettesimo... 

Ad essere in pericolo, in definitiva, non è una “democrazia” già cadavere, ma la tutta la popolazione di questo paese. Stretta tra impoverimento e salari da fame, drastico taglio dei servizi sociali, con l’ombra sempre più vicina della guerra alle porte... che non potrà più fare granché per far rispettare i propri bisogni senza “commettere reato”.

Un esercito in senso stretto – 600mila uomini armati tra polizia, carabinieri, penitenziaria e forze militari propriamente dette – “vigilerà” che non si muova una foglia.

Come tutte le altre soluzioni reazionarie dello stesso tipo, nella Storia, ci vorrà forse un po’ di tempo, ma finirà nello stesso modo.

Fonte

19/05/2025

Dopo un anno e mezzo di atrocità genocide...

Il primo passo lo ha fatto la scorsa settimana il Financial Times, in un articolo del comitato editoriale intitolato: “Il Vergognoso Silenzio dell’Occidente su Gaza”, che denuncia gli Stati Uniti e l’Europa per aver “dichiarato a malapena una parola di condanna” per la criminalità del loro alleato, affermando che “dovrebbero vergognarsi del loro silenzio e smettere di permettere a Netanyahu di agire impunemente”.

Poi è arrivato l’Economist con un articolo intitolato: “La Guerra a Gaza Deve Finire”, in cui sosteneva che Trump avrebbe dovuto fare pressione sul Regime di Netanyahu per un cessate il fuoco, affermando che “Gli unici che traggono beneficio dal proseguimento della guerra sono Netanyahu, che mantiene intatta la sua coalizione, e i suoi alleati di estrema destra, che sognano di svuotare Gaza e ricostruirvi insediamenti ebraici”.

Sabato è uscito un editoriale dell’Independent intitolato: “Fine del Silenzio Assordante su Gaza: È Ora di Parlare”, in cui si sosteneva che il Primo Ministro britannico Keir Starmer “dovrebbe vergognarsi di non aver detto nulla, soprattutto perché Netanyahu ha annunciato nuovi Piani per espandere il già devastante bombardamento di Gaza”, e si affermava che “è ora che il mondo si svegli su ciò che sta accadendo e chieda la fine delle sofferenze dei palestinesi intrappolati nell’enclave”.

Domenica la redazione del Guardian ha pubblicato un articolo intitolato: “Il Punto di Vista del Guardian su Israele e Gaza: Trump Può Fermare Questo Orrore. L’alternativa è Impensabile”, affermando che “Il Presidente degli Stati Uniti ha la forza per imporre un cessate il fuoco. Se non lo fa, darà implicitamente il via libera a quello che sembra un piano di distruzione totale”.

“Cos’è questo, se non un Genocidio?”, si chiede il Guardian. “Quando agiranno gli Stati Uniti e i loro alleati per fermare l’orrore, se non ora?”

Per essere chiari, si tratta di editoriali, non di commenti. Ciò significa che non sono l’espressione dell’opinione di una singola persona, ma la posizione dichiarata di ciascuna testata nel suo complesso. Abbiamo visto occasionalmente editoriali critici nei confronti delle azioni di Israele durante l’Olocausto di Gaza sulla stampa occidentale tradizionale, ma vedere le testate stesse denunciare aggressivamente Israele e i suoi sostenitori occidentali contemporaneamente è una novità assoluta.

Alcuni sostenitori di Israele di lunga data hanno inaspettatamente iniziato a cambiare idea anche a livello individuale.

Il deputato conservatore Mark Pritchard ha dichiarato la scorsa settimana alla Camera dei Comuni di aver sostenuto Israele “a tutti i costi” per decenni, ma poi ha aggiunto: “Mi sbagliavo”, e di aver ritirato pubblicamente tale sostegno in merito alle azioni di Israele a Gaza.

“Per molti anni, sono in questa Camera da vent’anni, ho sostenuto Israele praticamente a tutti i costi, a dire il vero”, ha dichiarato Pritchard. “Ma oggi voglio dire che mi sono sbagliato e condanno Israele per ciò che sta facendo al popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, e vorrei ritirare immediatamente il mio sostegno alle azioni di Israele, a ciò che sta facendo in questo momento a Gaza”.

“Sono davvero preoccupato che questo sia un momento storico in cui le persone guarderanno indietro e scopriranno che abbiamo sbagliato come Paese”, ha aggiunto Pritchard.

L’opinionista filo-israeliana Shaiel Ben-Ephraim, che aveva denunciato con aggressività i manifestanti universitari e accusato i critici di Israele di “Infamia del Sangue” (antisemitismo) durante l’Olocausto di Gaza, ora ha fatto una dichiarazione pubblica e ha ammesso che Israele sta commettendo un Genocidio a cui bisogna opporsi.

“Ci ho messo molto tempo per arrivare a questa considerazione, ma è ora di ammetterlo. Israele sta commettendo un Genocidio a Gaza”, ha twittato di recente Ephraim. “Tra i bombardamenti indiscriminati degli ospedali, la fame della popolazione, i piani di Pulizia Etnica, il Massacro degli operatori umanitari e gli insabbiamenti, non c’è scampo. Israele sta cercando di sradicare il popolo palestinese. Non possiamo fermarlo se non lo ammettiamo”.

È strano che a tutte queste persone sia servito un anno e mezzo per arrivare a questa considerazione. Io stessa ho una tolleranza molto inferiore per il Genocidio e l’Omicidio di Massa di bambini. Se si è appoggiato il Genocidio per diciannove mesi, sembra un po’ strano iniziare improvvisamente a urlare di quanto sia terribile e chiedere di frenare all’improvviso.

Queste persone non hanno improvvisamente sviluppato una coscienza, stanno solo fiutando cosa c’è nell’aria. Una volta che il consenso supera un certo punto, è naturale che si scateni una corsa folle per evitare di essere tra gli ultimi a opporsi, perché sanno che porteranno quel marchio in pubblico per il resto della vita, dopo che la storia avrà esaminato con chiarezza ciò che hanno fatto.

Dopotutto, questo avviene in un momento in cui l’amministrazione Trump sta iniziando a irritare Netanyahu, spingendo di recente il Primo Ministro israeliano a dichiarare: “Penso che dovremo disintossicarci dall’assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti”, quando Washington ha scavalcato Tel Aviv e ha negoziato direttamente con Hamas per ottenere il rilascio di un ostaggio americano.

A quanto pare, gli Stati Uniti stanno escludendo Israele da un numero sempre maggiore di negoziati di affari internazionali in Paesi come Yemen, Arabia Saudita e Iran. Qualcosa sta cambiando.

Quindi, se dopo tutto questo tempo qualcuno sta ancora sostenendo Israele, il mio consiglio è di cambiare finché può. C’è ancora tempo per essere i primi tra i mascalzoni in questa folle corsa, ed evitare di essere gli ultimi a iniziare a comportarsi come se si fossero sempre opposti all’Olocausto di Gaza.

P.s. Tra quanti cercano di prendere l’ultimo treno utile per far dimenticare 19 mesi di sostegno al genocidio non c’è sicuramente il governo italiano, il cui ministro dell’interno – il prefetto Piantedosi – insiste nel dar ordine di fermare, identificare ed eventualmente arrestare chiunque, anche in perfetta solitudine (e anzi, soprattutto se da soli...) sventola o espone una bandiera palestinese.

Che, ricordiamo, è la bandiera di uno Stato riconosciuto dall’Onu, cui l’Italia ha accordato da decenni – anche durante i precedenti governi di destra – la possibilità di tenere aperto un ufficio di rappresentanza ufficiale, accreditato.

Un esempio di quanto stiamo dicendo:

*****

A Putignano (Bari), bandiera palestinese fatta rimuovere dal balcone per il passaggio del Giro d’Italia

La polizia fa togliere la bandiera della Palestina dal balcone: “Deve passare il Giro d’Italia” È successo in Puglia a Putignano (Bari) a denunciarlo Sofia Mirizzi, proprietaria della casa.

Deve passare il Giro d’Italia, vietato esporre bandiere della Palestina. Anche se sono su un balcone di proprietà privata. Questa è la linea seguita dalla polizia a Putignano, in Puglia

Così succede che a Putignano, comune di 25 mila abitanti in provincia di Bari famoso per il suo carnevale, le forze dell’ordine bussino alla porta di una residente chiedendo di rimuovere quella bandiera. Senza altre spiegazioni.

La denuncia di Sofia Mirizzi

La denuncia è arrivata dall’interessata, Sofia Mirizzi, che sui social ha spiegato quanto avvenuto: “Oggi (ieri, 13 maggio, ndr.) la polizia è salita a casa nostra per chiederci di rimuovere la bandiera della Palestina esposta sul nostro balcone privato. Non stavamo disturbando nessuno. Non stavamo violando alcuna legge. Stavamo semplicemente esercitando il nostro diritto di espressione in uno spazio che ci appartiene. Ci è dato ad intendere – ha aggiunto – che la bandiera doveva essere tolta perché il Giro d’Italia sarebbe passato proprio sotto casa nostra e la bandiera sarebbe stata inquadrata dalle telecamere nazionali”.

Poi, nel suo post di denuncia, Mirizzi continua con due domande: “Da quando esporre una bandiera che rappresenta un popolo e una causa umanitaria è diventato motivo d’intervento delle forze dell’ordine? In quale momento il sostegno civile e pacifico a un popolo sotto occupazione è diventato un problema di ordine pubblico? Chiediamo chiarezza, rispetto e il riconoscimento di un principio fondamentale in una democrazia – ha concluso –. Nessuno dovrebbe essere intimidito per aver espresso la propria solidarietà in modo pacifico e legittimo”.

Un episodio inquietante e di enorme gravità. Dopo Il 25 aprile ad Ascoli dove uno striscione antifascista era stato fatto rimuovere alla fornaia che lo aveva esposto e a Mottola (Taranto) 10 cittadini sono stati identificati per aver intonato “Bella Ciao”, a Roma attivisti della Cgil fermati per un volantinaggio sui referendum, ora questo nuovo episodio che ci dice chiaramente che siamo dentro uno Stato di polizia dove non è più consentito neanche esporre una bandiera dal balcone se questa non è gradita al governo.

Tra qualche settimana (il 26 maggio è prevista la votazione alla Camera) il decreto sicurezza sarà convertito in legge. Iniziamo concretamente a disobbedire esponendo le bandiere Palestinesi in ogni balcone come atto di solidarietà alla Palestina e contro lo Stato di Polizia.

Fonte

15/05/2025

Decreto Sicurezza, anche il CSM ne vede l’arbitrarietà

Il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura voterà oggi il suo parere rispetto al Decreto Sicurezza ancora in discussione in Parlamento.

La maggioranza di governo insiste nell’affermare che è prerogativa del legislatore l’individuazione delle condotte illecite colpite da sanzione penale, ma molti esperti della materia continuano a ricordargli che è la Corte Costituzionale a sottolineare come la discrezionalità non può equivalere ad arbitrio. Su questo è stato esplicito l’appello lanciato da 237 giuristi e costituzionalisti contro il Decreto Sicurezza.

Come noto il provvedimento del governo introduce 14 nuovi reati, 9 aggravanti e innumerevoli aumenti di pena.

Una delle preoccupazioni del CSM è l’impatto degli effetti del decreto sugli uffici giudiziari, visto che «una migliore efficacia dell’organizzazione» è semmai conseguenza di interventi di depenalizzazione e non il suo contrario. Una filosofia che questo governo ha attuato solo nel settore dei reati contro la pubblica amministrazione con l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, cavallo di battaglia del berlusconismo prima e della destra oggi.

Le misure di contrasto all’occupazione abusiva di immobili fanno emergere criticità sia sul versante dell’indeterminatezza della nozione di violenza sia sull’identificazione dei soggetti puniti al di fuori delle ipotesi di concorso, ma oscura è anche la procedura da seguire per la reintegrazione nel possesso.

Molto problematica rimane la risposta penale prevista per le forme di resistenza passiva all’interno delle carceri: infatti “si tratterebbe di una novità pressoché assoluta per il nostro ordinamento, sin qui solidamente ancorato al principio della irrilevanza penale delle condotte di mera inazione rispetto all’ordine impartito dall’autorità”. Inoltre, l’equiparazione tra condotte di resistenza passiva e quelle caratterizzate da violenza e minaccia potrebbe prestare il fianco a rilievi di irragionevolezza.

Nella bozza del CSM si segnala la sanzione penale contro le manifestazioni del dissenso come gli inasprimenti di pena per le condotte di blocco stradale, in passato oggetto sia di depenalizzazione sia di amnistia e indulto.

Molto ha fatto e fa discutere la decisione di sopprimere la presunzione assoluta di divieto di carcerazione per donne incinte o madri di minori di un anno.

Infine l’innalzamento dei limiti di età, da 14 a 16 anni, per l’impiego di minori nell’accattonaggio nella bozza di parere del CSM, appare poco coerente con precedenti interventi, che invece hanno valorizzato profili di responsabilità di soggetti legalmente minorenni, ma sempre più precoci sul piano psico-fisico e relazionale.

Fonte

13/04/2025

Decreto sicurezza. Attivista in sciopero della fame, ma Mattarella ha già firmato

La rete di ecologisti per la difesa climatica Ultima Generazione, per protestare contro il via libera al decreto Sicurezza varato dal Consiglio dei Ministri la scorsa settimana, ha messo in campo una serie di iniziative.

Un attivista di Ultima Generazione, Michele Giuli, insegnante al liceo Cavour di Roma, ha iniziato uno sciopero della fame per chiedere un incontro con il Presidente Mattarella e consegnare le quasi 100mila firme raccolte su una petizione lanciata da Ultima Generazione che chiedeva al presidente di non firmare l’approvazione del decreto.

Ma presidente della Repubblica, nonostante le richieste giunte da molte parti, ha firmato lo stesso il decreto sicurezza. Il testo era stato approvato nel Consiglio dei ministri di venerdì 4 aprile con un blitz che aveva bypassato il dibattito al Senato. Il decreto è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 4 aprile 2025.

Come noto gli attivisti di Ultima Generazione agiscono con iniziative non-violente per sensibilizzare l’opinione pubblica su temi che riguardano il cambiamento climatico e la messa in sicurezza dei territori da eventi atmosferici sempre più estremi, Ultima Generazione ha deciso di portare avanti una battaglia contro il dl Sicurezza alla luce del fatto che gli stessi attivisti e attiviste per l’ambiente sono un preciso target della criminalizzazione sancita del decreto.

Si prevede infatti che l’ammenda nei confronti di chi “distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o, ove previsto, non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui” sia tra i 20.000 e i 60.000 euro. Per chi “deturpa o imbratta beni culturali o paesaggistici propri o altrui, ovvero destina i beni culturali a un uso pregiudizievole per la loro conservazione o integrità ovvero a un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico” l’ammenda potrà raggiungere i 40.000 euro.

Ancora più gravemente, viene reintrodotto il reato di blocco stradale, punito con la reclusione fino a 2 anni, o 4 anni se commesso da cinque o più persone. Viene introdotto anche il reato di resistenza passiva durante le manifestazioni, con pene fino a 5 anni di carcere e 15.000 euro di multa.

In molti hanno definito il decreto sicurezza “il più grande e pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana”.

Fonte

05/04/2025

Approvato il Decreto Sicurezza. L’Italia è uno stato di polizia

Un presidio era stato chiamato ieri pomeriggio in piazza del Pantheon mentre il Senato con un blitz della destra al governo approvava il Decreto Sicurezza. L’iniziativa era stata organizzata dalla “Rete Nazionale a pieno regime” ed aveva chiamato a raccolta movimenti, partiti e sindacati. Presenti alla manifestazione anche esponenti politici di Pd, M5s, Avs, ed anche la Cgil.

Durante la manifestazione contro il Ddl sicurezza, i manifestanti hanno provato ad avanzare in corteo verso i palazzi istituzionali, ma sono stati bloccati dalla polizia che li ha fatti indietreggiare con spintoni e manganellate. Ma alla fine un corteo è riuscito lo stesso a partire dalla piazza.

Il golpe istituzionale compiuto dal governo Meloni, trasformando in Decreto legge il Disegno di legge 1660, indebitamente intitolato alla Sicurezza. In tal modo le destre vogliono dotarsi di più efficace strumentazione repressiva per fronteggiare le crescenti proteste contro il riarmo e la guerra. L’Italia è sempre meno una democrazia e sempre più uno stato di polizia governato da ristrette oligarchie antipopolari e guerrafondaie che devono ricorrere al manganello per imporre le proprie scelte catastrofiche.

Fonte

16/01/2025

Stato di guerra, Stato di polizia

Intanto la realtà: mai c’è stata, nella storia dell’Italia del dopoguerra, una così bassa conflittualità di piazza in occasione di manifestazioni politiche e, a maggior ragione, sindacali.

E mai c’è stata, all’opposto, una così continua determinazione delle forze di governo di inventare nuovi reati, aumentare ad libitum le pene, esentare le “forze dell’ordine” dal rispetto di qualsiasi legge che vale – come recita la scritta nei tribunali – “uguale per tutti”.

Mai come oggi, a chiudere questo cerchio, l’intero sistema mediatico è stato così compatto nell’utilizzare lo stesso linguaggio falsificante per descrivere le dinamiche di piazza. È diventato quasi impossibile trovare un articolo che non chiami “scontri” quelli che – anche ad uno sguardo superficiale sui video – appaiono sempre più spesso piogge di manganellate contro manifestanti privi di qualsiasi mezzo “atto ad offendere” o a proteggersi (scudi, caschi, ecc.).

Una parziale eccezione c’era stata per i “fatti di Pisa”, un anno fa, in cui il pestaggio immotivato era apparso così evidente da far imbestialire la popolazione tutta, e quindi far sorgere qualche dubbio persino in qualche redazione mainstream e nel Presidente più condiscendente che si ricordi. Poi, come sempre, è arrivata la magistratura a mettere sotto inchiesta gli studenti invece della polizia...

Ora siamo al “salto di qualità” nella legislazione. Non solo si sta portando ad approvazione un “ddl sicurezza” che contiene misure abnormi come il “reato di resistenza passiva” (sia in strada che in carcere!) o la legalizzazione di “gruppi terroristici organizzati dallo Stato”, ma già si prova a legiferare uno “scudo penale” per i reati commessi dalle “forze dell’ordine” nell’esercizio delle loro funzioni.

L’idea è chiara, la realizzazione un po’ più complicata perchè, per l’appunto, ogni legge è tale se è “uguale per tutti”. E dunque una violenza inutile o un abuso di potere non sono diminuiti dall’essere commessi da un “agente dello Stato”. Semmai sono aggravati...

Non si sa insomma ancora se questo “scudo” potrà essere “tombale” oppure più limitato, ma intanto si fa girare la voce – come un test o un sondaggio – sulla possibilità di impedire l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di un agente o militare “quando è evidente che ha usato l’arma di ordinanza nell’esercizio delle sue funzioni”.

Ma chi decide quando “è evidente”? Se non è un magistrato, allora sarà un ufficiale superiore di quell’agente, con le ovvie riserve che si possono avanzare.

I dubbi però non frenano l’offensiva, diventata intensa a cavallo degli ennesimi scontri-pestaggi di Roma e Bologna, che – secondo i partiti di governo – “dimostrerebbero un disegno eversivo”.

Per somma sfortuna dei meloniani, però, la sortita è subito inciampata nell’episodio dei giovani attivisti di Extinction Rebellion che, a Brescia, non solo sono stati portati in questura nonostante fossero già stati identificati, ma le donne fermate sono state costrette a denudarsi, togliere gli slip ed eseguire squat.

È palese che chi ha avuto questa brillante idea avesse come unico scopo quello di umiliare le ragazze, così da scoraggiarne la partecipazione futura ad altre proteste.

Ma la “tecnica” usata dalla polizia ha una lunga storia nell’arsenale repressivo di questo paese. Denudare i prigionieri e costringerli a fare squat è infatti una prassi invalsa nelle carceri speciali già negli anni ‘70 contro i prigionieri politici della lotta armata e poi continuamente confermata fino al più “innovativo” 41bis. Una “tecnica” inventata per estendere la “perquisizione personale” fino agli ultimi orifizi, naturalmente per “assicurarsi che il detenuto non porti con sé materiale pericoloso”.

Una tecnica infame anche contro quei prigionieri, ma che in nessun modo può essere giustificata contro manifestanti pacifici con un cartello in mano. Per di più donne.

Ma anche questa estensione delle “tecniche antiguerriglia” ai semplici manifestanti non è una novità. Fu già praticata, e a livello di massa, a Genova nel 2001, “grazie” al contributo degli agenti penitenziari e a medici compiacenti, nella caserma di Bolzaneto. Allora, nella sala operativa della questura presenziava il “più democratico” Gianfranco Fini e l’attuale sottosegretario a Palazzo Chigi, Mantovano. Stessa origine e – allora – stesso partito di Giorgia Meloni.

È quindi fin troppo semplice rintracciare la “cultura politica” alla base di queste “strette” in assenza di conflitto. Non si tratta del solito, vecchio, ammuffito, “fascismo nostalgico” dei fan del Ventennio. È la prepotenza proprietaria dell’oggi, la disperazione di un Occidente neoliberista che sente cadere la sua presa sul mondo intero e sulle proprie stesse popolazioni (più della metà non va più a votare).

È la logica della guerra.

Ce n’è una contro i “nemici esterni” (Russia, Iran, Cina, altri che entrano ed escono dalla lista a seconda degli eventi). E ce n’è una contro il “nemico interno”, per quanto debole e incapace di offendere possa essere.

Una guerra preventiva, si può dire, per impedirgli di esistere, agire, radicarsi, organizzare e rappresentare interessi sociali negati e calpestati.

Non essendoci realisticamente “problemi di ordine pubblico” – se non quelli generati dalle politiche che creano “rifiuti sociali” – le molte polizie vengono ridisegnate come “guardia del corpo” a disposizione dei poteri economici e politici. Guardia personale, ovviamente da esentare rispetto alla “legge per il popolo”. Da lasciar libera di agire come meglio crede per assolvere alla sua funzione, perché tanto è certo che se la prenderà sempre con i deboli.

Stato di guerra e Stato di polizia necessitano l’uno dell’altro.

Sarà un caso, ma ad oltre un anno dalla “festa di Capodanno” a casa Delmastro, pur essendo presenti solo politici “legge e ordine” e poliziotti (in servizio e fuori servizio), ancora non sappiamo chi è stato a sparare – per sbaglio, certo – a uno dei pochi “civili” presenti.

Una situazione che anticipa “lo scudo”. Anzi, lo richiede...

P.S. Due parole vanno però spese e pesate anche per chi scende in piazza. Noi ci atteniamo al criterio fondamentale del movimento NoTav: “si parte e si torna insieme”. Il che significa difesa di ognuno che manifesta insieme a noi e rispetto totale di ognuno per le decisioni prese prima di manifestare.

In una situazione politica così chiara non c’è spazio per le mosse individuali o di piccolo gruppo. Chi non lo capisce e pensa di usare le iniziative come spazio di azione privato, di fatto, concorre alla criminalizzazione delle proteste.

Può farlo da “agente di influenza inconsapevole” o per decisione meditata da altri. Da quando esiste la lotta di classe si presentano al mondo anche cretini e provocatori. Non sempre sono distinguibili (spesso sì, comunque), ma alla lunga non è neanche necessario distinguerli. In ogni caso è bene che stiano lontani...

Fonte

15/01/2025

I familiari delle vittime di stragi contro la “licenza di delinquere” del ddl 1660

Il ddl 1660 è stato criticato in ogni sua virgola per il forte inasprimento delle misure repressive verso la conflittualità sociale e per il rendere la vita impossibile ai migranti. Con la fisionomia del sistema italiano che ormai è completamente ascrivibile a quello di una democratura, in cui la dialettica politica diventa di per sé un crimine.

Che questa nuova legge serva a blindare un modello in crisi e prevenire qualsiasi sviluppo di un’alternativa è chiaro, così come è chiaro che in questa prospettiva si è pronti a usare qualsiasi strumento. La possibilità concessa ai servizi segreti di arrivare addirittura a dirigere organizzazioni terroristiche ed eversive esprime proprio questa deriva.

Sia chiaro: l’intelligence nazionale è sempre stata per lo meno informata e molto spesso coinvolta in questo tipo di attività, e non per colpa di “mele marce”. Basta ricordare che negli elenchi della P2 ritrovati – non li abbiamo tutti – erano presenti tutti i vertici dei servizi segreti, prima e dopo la riforma che affrontarono nel 1977.

Ma per lo meno era considerato illegale, e non parte delle proprie prerogative. E non ci si può di certo aspettare che chi sulla propria pelle ha vissuto gli effetti nefasti del terrorismo di stato possa rimanere in silenzio di fronte a una riforma del genere.

Infatti, le associazioni dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo hanno palesato la loro “forte preoccupazione, e anche indignazione, per quanto proposto all’articolo 31 del ddl Sicurezza”, cioè appunto la possibilità di porsi alla guida di organizzazioni stragiste ed eversive.

“La storia, anche quella giudiziaria”, fanno presente, “ci segnala la presenza di uomini degli apparati di polizia o di sicurezza in pressoché tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia (o nei depistaggi che ne sono stati il seguito), a partire da Portella della Ginestra e a seguire tutte le altre”.

Proprio dalla più terribile delle stragi della ‘Strategia della tensione’, quella della stazione di Bologna, nacque la legge per la tutela delle vittime di azioni terroristiche. L’estate appena passata, con l’ergastolo comminato a Paolo Bellini, ha confermato la mano fascista della strage, ma anche i legami con la classe dirigente e politica dell’epoca, di fedeltà atlantica, attraverso la P2.

Gli apparati di sicurezza furono protagonisti di una linea d’intervento che aveva come obiettivo quello di impedire “l’accesso alla politica delle masse”. Anche per questo, dicono le associazioni delle vittime, “il solo pensiero di fornire ancora più poteri a tale personale, ivi compreso il potere di delinquere, pare non solo una offesa alla Costituzione repubblicana ma anche eversivo”.

A loro avviso, servirebbero invece “misure di contenimento dei poteri e potenziamento di controlli sull’operato dei servizi. È fin troppo evidente per tutti, ma non per il governo”, che sta evidentemente preparando il terreno dell’inasprimento della guerra interna, mentre i venti di quella esterna si fanno sempre più forti.

Fonte

10/01/2025

I servizi segreti «infiltrano» le università

Il decreto sicurezza disegnato dal ministro dell’Interno Piantedosi suscita preoccupazione anche negli atenei. L’Associazione italiana per la Scienza Aperta (Aisa) ha segnalato i pericoli per la libertà della ricerca contenuti nel dispositivo ora in discussione al Senato.

In particolare, ricercatori e docenti segnalano il primo comma dell’articolo 31 che «obbliga chi lavora nelle università e negli enti di ricerca a collaborare con i servizi segreti». L’articolo in questione mira a modificare la legge del 2007 sul sistema di informazione per la sicurezza.

Ma se quel testo disciplinava che «il Dis, l’Aise e l’Aisi possono corrispondere con tutte le pubbliche amministrazioni e con i soggetti che erogano (…) servizi di pubblica utilità e chiedere ad essi la collaborazione necessaria per l’adempimento delle loro funzioni istituzionali», la nuova formulazione del governo Meloni cambia l’ordine dei soggetti e il verbo, modificando in peggio la collaborazione tra organi dello stato e università.

Si legge infatti nella bozza in corso di approvazione: «Le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico e i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi la collaborazione e l’assistenza richieste».

E poi stabilisce che gli accordi di collaborazione tra servizi segreti e università «possono prevedere la comunicazione di informazioni ai predetti organismi anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».

Ed è questo il punto che allarma l’associazione di docenti universitari. «Il potere dei servizi di informazione di corrispondere con gli altri soggetti si trasforma in obbligo di questi ultimi di prestare collaborazione e assistenza» – si legge nella nota di Scienza Aperta.

«L’imposizione nell’ambito universitario dell’obbligo di collaborare suscita preoccupazione: la disposizione legislativa, anche per la sua ambiguità, si presta a essere interpretata come fonte di un anomalo potere investigativo in capo ai servizi di informazione da utilizzare nei confronti di università ed enti pubblici di ricerca. Tale potere si pone in frontale contrasto con la Costituzione».

L’Aisa riporta anche le parole dell’ex procuratore Armando Spataro che, in sede di audizione, aveva sollevato la questione. Per Spataro la norma risponde a un generale «orientamento politico finalizzato ad estendere il ruolo delle agenzie di informazione nella direzione di attività che non competono loro, come, in particolare, quelle di indagine giudiziaria».

Nell’ambito del movimento di ricercatori e precari contro la riforma Bernini sul reclutamento e contro il definanziamento dell’università pubblica, l’Aisa chiede agli «organi di rappresentanza dell’università italiana e degli enti pubblici di ricerca di fare sentire la propria voce» e al Parlamento di non approvare il ddl sicurezza.

Fonte

05/01/2025

Storia e critica del vilipendio, a proposito di piazza Duomo

Questo intervento, molto preoccupato della piega che sta prendendo la repressione del dissenso sotto il governo Meloni, è apparso sul quotidiano di Confindustria. Ovvero del “sindacato” degli industriali, che non hanno certo lesinato elogi e attenzioni verso la maggioranza di centrodestra.

Anche senza nominare – come sarebbe stato giusto, se non altro per completezza – il “decreto sicurezza1660” coloro che scrivono toccano i punti essenziali riguardo un “reato” che potrebbe essere attribuibile a un piccolo gruppo di ragazzi, in maggioranza nordafricani, ripresi in video mentre festeggiavano il nuovo anno gridando un po’ di insulti verso la polizia (presente in massa) e l’Italia in generale.

Il reato di “vilipendio” è un classico reato di opinione, il cui contenuto semplicemente non esiste ma che gli “inquirenti” – polizia e/o magistratura – possono riempire a piacere. È appena il caso di ricordare che gli insulti di qualsiasi tipo sono già classificati come “reato” quando vengono rivolti verso una o più persone.

Molto più complicato invece è considerare “le istituzioni” in generale come soggetti che possano essere “vilipesi” dalle parole. L’unica eccezione che il codice penale individua è non a caso, il Presidente della Repubblica, che è al tempo stesso un individuo e una “istituzione”.

Se si insultano insomma i singoli componenti del governo o della maggioranza scatta, come per tutti i normali cittadini, la possibilità per “la persona offesa” di rivalersi in tribunale. Solo nel caso del Presidente della Repubblica la magistratura può – codice alla mano – promuovere un’iniziativa penale.

Ma il “vilipendio” di qualsiasi istituzione – nel caso in questione “della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze Armate (art. 290 del codice penale) e di vilipendio alla nazione italiana (art. 291)” – può essere contestato solo se si intende impedire la manifestazione di una critica, anche se espressa in forma volgare o popolaresca.

Per dire, dovrebbe essere contestato ogni volta che qualcuno dice “piove, governo ladro”. Mentre ci sarebbe un diluvio di possibili procedimenti in qualche modo più “legalmente giustificati” ogni qualvolta si dice in pubblico “arbitro cornuto” (perché si intende sempre “quell’arbitro lì”, che in questo momento da dirigendo una partita), visto che un arbitro è una persona.

Usciamo però dalle questioni giuridiche, che i due giornalisti de IlSole24Ore ricostruiscono puntualmente, sorvolando anche sulle possibilissime “minimizzazioni” relative all’occasione e al probabile tasso alcolico; concentriamoci sul dato di fatto politico.

Questo governo e questa maggioranza, ogni volta che devono affrontare un problema sociale – l’immigrazione e i “giovani di seconda generazione” sono un problema sociale, ma al tempo stesso anche una possibile risorsa – ricorrono immediatamente all’unico strumento che riescono a concepire: allungare la lista dei reati, aumentare le pene, ridurre le garanzie giuridiche, escogitare “decreti amministrativi inappellabili” (i “daspo”, i “decreti penali di condanna” senza processo, i “fogli di via”, ecc.).

Una serie di provvedimenti che nel loro insieme, con scarsa fantasia, si continua a definire “repressione” e che equivalgono di fatto a un’intimidazione perenne di qualsiasi forma di insofferenza sociale o di dissenso politico.

Il segno più evidente è quando, come in questo caso, si oltrepassa la linea che dovrebbe distinguere le “azioni” ritenute eventualmente sanzionabili (e anche qui ci sarebbe molto da discutere, visto che ormai è “reato” anche sedersi per terra...) dalle semplici parole.

Un ultima annotazione politica pare però necessaria, visto che ai due giornalisti è per qualche motivo sfuggita. A muoversi, in questo caso, pare anche la magistratura. Segno che, come sappiamo da sempre, ben difficilmente questo “potere” costituzionalmente indipendente da Parlamento e governo (legislativo ed esecutivo) agisce contro il potere politico.

È avvenuto ai tempi di “mani pulite”, certo, ma lì l’iniziativa vera veniva da un altro e più potente governo, che fece partire quella grande operazione di lawfare che mirava a spazzare via una classe politica certamente atlantica, corrotta e corrompibile, ma con un tasso di autonomia internazionale che l’attuale – al completo, senza eccezione alcuna – non osa neppure sognare.

*****

Molte e drammatiche notizie affollano i quotidiani del nuovo anno, dal sequestro di giornaliste alle stragi nei teatri di guerra e nelle città americane.

In mezzo ad esse, è apparsa una vicenda certo meno dolorosa o impressionante ma pure emblematica dei nostri tempi e delle risposte del potere al disagio sociale: l’indagine nei confronti di alcuni ragazzi per le intemperanze di cui hanno fatto sfoggio in piazza Duomo a Milano la sera di Capodanno.

I giornali riportano che su TikTok è comparso un video in cui una quindicina di giovani quasi tutti tra i 18 e i 20 anni, quasi tutti nordafricani (ma vi era anche un nostro connazionale), lanciavano insulti all’Italia e alle forze dell’ordine nel corso dei festeggiamenti per la fine dell’anno.

Dopo gli usuali strali di certa politica nostrana e una richiesta di accertamenti del Viminale, di questo video si sono interessati anche gli inquirenti, identificando i partecipanti e realizzando alcune informative giunte in Procura.

Allo stato, riferiscono i media, dopo un incontro fra il Procuratore e il Prefetto di Milano, si sta decidendo se iscrivere nel registro delle notizie di reato i protagonisti degli insulti, per i reati di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze Armate (art. 290 del codice penale) e di vilipendio alla nazione italiana (art. 291).

E già questa è una notizia. I reati di vilipendio sono una sorta di fossile normativo nel nostro ordinamento che il legislatore dovrebbe avere il coraggio di abrogare, se non altro perché in palese ed aperto contrasto con l’architettura costituzionale in tema non solo di libertà di manifestazione del pensiero ma anche di ampia tutela dei diritti politici, in particolare delle minoranze.

Il vilipendio politico compare per la prima volta nel codice Zanardelli (1889), con l’intento, riconosciuto dai molti critici fin d’allora, di fornire uno strumento per la repressione della libertà di critica i cui primi vagiti erano appena stati introdotti nell’ordinamento. Il codice Rocco (1930) non ha fatto che aumentare le pene e i possibili soggetti passivi delle disposizioni incriminatrici.

La repressione del dissenso delle minoranze

In sostanza, la matrice culturale resta la medesima: la repressione del dissenso di minoranze che protestano in modo vibrato contro una maggioranza in cui non si riconoscono.

Ma cosa vuol dire “vilipendere”? Una parafrasi può essere: manifestare dileggio, disprezzo, letteralmente “tenere a vile”. Ma è una parafrasi che non spiega, si limita a dire in altre parole. Una simile vaghezza, secondo alcuni non è frutto di sciatteria normativa, bensì un carattere mantenuto volutamente ambiguo dal legislatore per consentire alla magistratura di riempire di senso un’espressione che ne è obiettivamente povera, nella prospettiva di contenere il dissenso politico.

Ne sono prova le sentenze pronunciate negli anni Cinquanta nei confronti di anarchici, comunisti e separatisti tirolesi per espressioni meno incisive rispetto a quelle che saranno in bocca a esponenti di forze politiche, manifestamente contrarie all’unità nazionale, andate al governo quarant’anni dopo e al potere pure ora.

Non è nemmeno facile dire quale sia l’interesse tutelato da queste disposizioni. La tesi più condivisibile sembra essere quella che lo individua nel prestigio delle istituzioni. E, tuttavia, non sembra davvero che questo sia un bene giuridico che merita tutela in sede penale. Le istituzioni democratiche devono essere rispettate solo finché garantiscono le libertà su cui la democrazia si fonda, libertà tra le quali spicca proprio la dialettica politica e con essa la possibilità di criticare aspramente proprio i poteri pubblici e i loro vertici.

Del resto, un capo dello Stato saggio ed equilibrato quale Giorgio Napolitano si pronunciò per l’abolizione dell’offesa al prestigio del Presidente della Repubblica, preferendo che siano i cittadini a giudicare che cosa è libertà di critica, e che cosa non lo è. Qualcuno ha poi posto in dubbio persino che il vilipendio abbia capacità offensiva perché, come sostiene Tullio Padovani, “solo un prestigio fragile e precario può temere la parola di un esagitato”.

In questa prospettiva, il caso di questi giorni è ancor più paradossale: il prestigio della nazione sarebbe in pericolo per le parole di ragazzi che urlano la propria rabbia. Un disagio reale, che si manifesta anche nelle rime crude e non di rado violente dei trapper delle periferie milanesi, che certo non si cura resuscitando norme retrive e illiberali.

Vi è da sperare, dunque, che la magistratura non spenda tempo e risorse per questo genere di condotte, a nostro avviso lecite pur se deprecabili. Anche la sola presenza di un’indagine potrebbe infatti avere l’effetto di intimorire chi manifesta un dissenso magari radicale e di accrescere il sentimento di ostilità nei confronti del Paese e delle sue istituzioni da parte di chi si sente ai margini. E di ciò non abbiamo davvero bisogno.

Fonte

28/12/2024

Il Consiglio d’Europa scrive al Senato: “fermatevi sul ddl sicurezza”

Dopo le critiche di giuristi e gli appelli delle opposizioni, sul controverso disegno di legge Sicurezza del governo, approvato alla Camera e in corso di vaglio al Senato, si appuntano ora anche le perplessità e i dubbi del Consiglio d’Europa.

Pur nei toni felpati della diplomazia istituzionale, il commissario per i diritti umani dell’organismo internazionale, Michael O’Flaherty, ha inviato il 16 dicembre una lettera al Presidente del Senato italiano, Ignazio La Russa, contenente diverse considerazioni critiche sul ddl. Alla missiva, il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama ha risposto con un’altra missiva, protocollata il 19 dicembre, ossia ieri.

Nel testo La Russa ha comunicato al Consiglio d’Europa di aver trasmesso il messaggio, “per l’eventuale seguito di competenza”, al ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani e ai presidenti delle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, Alberto Balboni e Giulia Bongiorno, presso le quali è in corso l’esame del provvedimento.

«I senatori si astengano dall’adottare» la nuova legge

La lettera, resa nota oggi, contiene diversi passaggi pungenti. Alcune norme del ddl, scrive il commissario, “restringono il diritto a manifestare e esprimersi pacificamente“. E, a suo parere, “i senatori dovrebbero astenersi dall’adottarlo, a meno che non venga modificato in modo sostanziale per garantire che sia conforme agli standard del Consiglio d’Europa in materia di diritti umani“.

Nel merito, O’Flaherty ritiene che “gli articoli 11, 13, 14, 24, 26 e 27, che introducono reati definiti in termini vaghi e includono altre severe restrizioni, creino spazio per un’applicazione arbitraria e sproporzionata, colpendo attività che rappresentano un legittimo esercizio della libertà di riunione o espressione pacifica“.

Restrizioni ai diritti dei detenuti

Nella lettera, O’Flaherty lamenta inoltre la possibilità che il testo, se approvato,”limiterà anche i diritti delle persone detenute in carcere o nei centri di detenzione per i migranti“.

Il commissario ricorda come “i detenuti continuano a godere del diritto alla libertà di espressione, che comprende alcune forme di protesta pacifica che possono comportare una resistenza passiva“.

Ciò significa che, seppur con le limitazioni connesse al loro stato detentivo, le persone in carcere non possono essere escluse dal diritto a manifestare (per contestare per esempio le condizioni in cui sono trattenuti, che diversi organi di giustizia sovranazionali hanno spesso giudicato non sempre conformi agli standard internazionali).

Non solo: il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ritiene “che diverse misure all’interno del disegno di legge sembrano specificamente concepite per colpire i manifestanti ambientalisti, compresi i giovani difensori dei diritti umani“.

E proprio su questo, un giro di vite in Italia sembrerebbe già in atto, stante il fatto che – avverte ancora l’alto rappresentante dell’organismo internazionale – proprio il suo ufficio “ha già osservato un aumento delle segnalazioni dall’Italia di azioni legali e misure restrittive nei confronti di individui che sostengono azioni urgenti per la protezione dell’ambiente, anche attraverso l’attuazione della recente legislazione“.

Fonte

26/12/2024

Carcere, i poliziotti si sentono parte di un conflitto

Dopo aver visto il video del calendario 2025 della Polizia Penitenziaria, e queste immagini dove il carcere non appare mai, ma appaiono invece esibizioni di forza da parte di “pubblici ufficiali” compiaciuti di dare di sé un’idea tutta muscolare, sono andata a cercare le parole importanti pronunciate nella Casa di reclusione di Padova, nel 2016, da Francesco Cascini, magistrato, allora Capo del Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità.

Poliziotti si sentono parti di un conflitto

“La cultura dell’esecuzione penale passa anche per un’attenta lettura di quello che accade negli istituti penitenziari. Io spesso incontro la polizia penitenziaria, facciamo continuamente corsi di formazione. La sensazione, parlando con loro, è che si sentano ancora in larga misura parti di un conflitto.

Per moltissimi anni, prima con il regolamento Rocco che era del 1930 ed è stato in vigore fino al 1975, il carcere era segregazione, quindi era gestione e prosecuzione di un conflitto. Dopo quegli anni, gli anni del terrorismo e della criminalità organizzata hanno spinto il carcere a proseguire nel conflitto.

I poliziotti penitenziari erano uguali agli altri poliziotti: erano quelli che dovevano continuare a contenere quel pericoloso conflitto, impedire le rivolte, i sequestri, le uccisioni. E questa cosa qui ce la siamo portata dietro fino a qualche anno fa e forse è ancora latente, l’idea che è necessaria una polizia nel carcere sottintende l’idea che con l’esecuzione della condanna non inizia il periodo di risoluzione del conflitto ma è la prosecuzione di quel conflitto, ed è qui che nasce una contrapposizione insanabile tra quella che viene definita sicurezza negli ambienti penitenziari e il trattamento, se non si va oltre, se non si accetta l’idea che il momento dell’esecuzione penale, che sia in carcere o nel territorio, è il momento in cui i conflitti si risolvono”
.

Solo repressione

L’analisi di Francesco Cascini a distanza di anni è di stringente attualità, anzi si può dire che oggi ci sia un’accelerazione verso un ruolo della polizia penitenziaria sempre meno teso a contribuire alla funzione rieducativa della pena e disegnato, invece, in una concezione del carcere come luogo di scontro e di repressione.

Questo dicono anche alcune misure contenute nel Decreto sicurezza, come l’uso della bodycam per le forze di polizia impegnate nelle azioni di mantenimento dell’ordine pubblico, carcere per chi blocca una strada, aggravanti per i reati compiuti nelle stazioni e per le minacce e violenze commesse nei confronti di un pubblico ufficiale, in occasione della costruzione di una infrastruttura strategica, introduzione nel Codice penale del reato di “resistenza passiva” da applicarsi alle persone detenute.

Dunque, la finalità costituzionale della pena è soffocata dall’accentuazione degli aspetti conflittuali del rapporto detenuti-agenti.

La pena rabbiosa dei ‘fascicoli viventi’

E la pena torna a essere prevalentemente una pena rabbiosa, dove le persone detenute diventano “fascicoli viventi” e, nel rapporto con chi esercita il potere, nei consigli di disciplina, non riescono mai a portare le loro ragioni, e tanto meno ci riusciranno con lo spettro della denuncia per “resistenza passiva”.

Scrive Roberto Cornelli, professore ordinario di Criminologia all’Università statale di Milano, a proposito delle Polizia penitenziaria, di cui è un attento studioso: “Questo sentimento di isolamento e di delegittimazione istituzionale è quello che stiamo studiando in funzione di un tema di grande attualità, che è la propensione all’uso della forza.

Perché dobbiamo anche in questo caso uscire da un modo ricorrente di guardare alla violenza di polizia come il prodotto di mele marce e iniziare a chiederci – posto che da un punto di vista giudiziario la responsabilità penale è personale ovviamente – cosa poter fare sul piano istituzionale in termini preventivi.

Quali sono, in altre parole, gli elementi che fanno sì che ci sia una propensione all’uso della forza, vale a dire che si ritenga giusto e possibile usare la forza in certe situazioni?”
.

Se il Decreto sicurezza sta disegnando un’idea di società e di carceri, dove i conflitti sociali si risolvono con la forza, senza spazi di mediazione, l’Ordinamento penitenziario dice però che sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari “tutti coloro che, avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti, dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.

Oggi più che mai, allora, è importante il ruolo della società civile nel rendere le carceri più trasparenti possibile e nel lavorare perché non si affermi l’idea di una Polizia penitenziaria chiamata solo a risolvere con la forza tensioni, proteste, momenti di resistenza passiva. Una società civile che sappia attrezzarsi per disinnescare i conflitti.

Fonte

24/12/2024

Quale sicurezza? No al ddl 1660

La patologica bulimia in materia di introduzione di nuove fattispecie penali continua a non trovare limiti, laddove le stesse vengono previste, come nel caso del cosiddetto disegno di legge sulla sicurezza, al solo fine di punire con pene rigorose i manifestanti, per di più giovanissimi e quasi mai violenti, che protestano per la tutela ambientale.

Il governo Meloni e la relativa maggioranza parlamentare si sono distinti in questa prima fase della legislatura per aver continuato a mettere al centro dell’agenda politica le leggi e gli atti aventi forza di legge in materia di sicurezza.

Dalle norme sui rave a quelle varate dopo il naufragio di Cutro, dal decreto Caivano al pacchetto sicurezza, il governo è intervenuto pesantemente sul sistema penale con aumenti di pene e l’istituzione di nuovi reati che guardano solo alla propaganda.

Tale condotta è conforme a quanto già fatto dagli esecutivi che si sono succeduti nel corso degli ultimi trent’anni. In tal senso si evidenzia che a partire dagli anni '90 la tematica della sicurezza è stata spesso cavalcata al fine di distogliere l’attenzione pubblica dalle politiche statali fatte di tagli alla spesa sociale, riduzione del welfare state e dismissione del patrimonio pubblico.

È il trionfo di una mentalità neoliberista che ormai caratterizza la struttura degli stati – o, per meglio dire, l’effettiva capacità dei governi di controllare le forze di mercato – finendo per appiattire e neutralizzare le differenze novecentesche che marcavano la destra dalla sinistra.

È proprio in questa trasformazione dello stato, come mostrava il sociologo francese Loïc Wacquant, che si rintraccia sistematicamente un forte nesso tra la distruzione dello “stato sociale” e il rafforzamento dello “stato penale”.

L’uso disinvolto di misure restrittive della libertà personale quali arresti domiciliari, obblighi di dimora e di firma, e dei fogli di via che colpiscono gli attivisti che più si espongono nelle lotte per una società equa, è il segnale di un atteggiamento culturale pericoloso, fatto di chiusura e negazione di ogni dialettica: sussistono insomma gli elementi che configurano un autoritarismo in fieri, così distante dalla pretesa democratica dello stato di diritto che dovrebbe essere garantito dal dettato costituzionale.

Il tentativo di leggere, attraverso le dinamiche giuridiche, lo stato di salute della democrazia nel nostro Paese regala subito un quadro a dir poco inquietante: le pratiche di dissenso dovrebbero essere comprese e tollerate da un sistema democratico maturo, anche laddove le espressioni assumono i tratti più radicali ed al di fuori della legalità sancita dai codici.

Le cronache giudiziarie raccontano l’esatto opposto, e la disamina di provvedimenti e castelli accusatori conduce alla conclusione che l’intolleranza verso ogni forma ed ogni attore del dissenso è segno di una democrazia malata, o meglio parziale.

Una più approfondita riflessione sul diritto penale ne disvela l’origine e la funzione di strumento di controllo dispiegato verso le aree deboli della società.

Questa specifica natura del diritto penale si manifesta priva di ogni copertura proprio quando gli strumenti giuridici e di polizia che fornisce vengono forzati applicandoli nel senso del controllo dei conflitti politici e sociali.

D’altra parte il diritto sembra rispondere ad un senso di razionalità e misura ma, seppure affondi in questi concetti le sue radici storiche, i meccanismi di attuazione restano comunque atti prevaricatori e di controllo.

Le azioni giudiziarie intraprese verso l’azione politica manifesta da un lato la vera identità del codice penale, dall’altra rende necessario riportare il diritto alle sue le funzioni storiche e strutturali.

L’interazione tra la sfera del diritto e quella del dissenso politico lascia disorientati. Quali ragioni impongono la repressione della naturalezza della dialettica politica in seno alla società? Quali beni supremi sono messi in pericolo dalle condotte conflittuali?

Le azioni legali adottate contro i movimenti sono il segnale di uno spostamento del bene da tutelare verso pre-poteri politici esterni alle dinamiche di trasformazione sociale: ciò che si vuole proteggere quindi non è più la tutela di un bene per la comunità, bensì una modalità ben determinata, predefinita ed immutabile dello svolgersi della vita pubblica.

Non più la libertà del confronto democratico ma l’affermazione di una volontà altra che snatura la dimensione della partecipazione alla vita pubblica.

Entrando un poco nello specifico delle norme dei codici, non si può non notare come l’attuale corpus legislativo sia frutto di una stratificazione di legislazioni emergenziali: provvedimenti che nel corso di decenni sono stati adottati per fronteggiare situazioni contingenti e che hanno fornito alle autorità di polizia strumenti applicabili in forma sempre più slegata dalla magistratura.

L’uso della legislazione d’emergenza ha in Italia una purtroppo lunga tradizione, e questo non fa che peggiorare un codice penale concepito sotto il regime fascista e mai riformato.

Dal punto di vista del riconoscimento ed attribuzione delle responsabilità, si può riconoscere uno slittamento dal piano singolare a quello collettivo, nel senso che si adopera sempre di più il riconducimento di un singolo all’interno di una collettività, la quale quest’ultima ne diventa aggravante; infatti dentro dimensioni collettive, dove sussiste una dialettica sociale intensa, i canoni di lettura in chiave singolare dei comportamenti sono insufficienti ed inadeguati, ed allora si cerca di colmare il vuoto estendendo i criteri di valutazione identificati per le condotte collettive.

La lente di lettura della responsabilità individuale non può e non deve essere applicata ad un corpo collettivo e plurale, ed anzi bisogna riconoscere che ogni estensione del criterio di responsabilità singolare si fa strumentale e capziosa perché ha l’effetto di giudicare ed eventualmente condannare le trasformazioni stesse della società, mettendo alla sbarra gli stessi ideali che ne stanno alla base, ancor più se contrastanti con le processualità economiche e politiche dominanti.

Il condannare, infine, atto estremo del processo penale, dovrebbe assolvere ad una funzione rieducativa: ma allora condannare le mozioni trasformative della società significa voler rieducare, ricondizionare la società tutta, esprimendo una forza di direzione esterna.

Ancora una volta le azioni giudiziarie esprimono la faccia violenta del diritto penale, facendolo agire come strumento di supremazia politica sulla società ed in particolare sulle sue componenti più deboli.

La narrazione pubblica dei movimenti esclusivamente attraverso le azioni intraprese a livello giudiziario costituisce una ulteriore forma di repressione, agita questa volta sul piano simbolico.

Parlare alla società criminalizzando ogni forma di conflitto e ricostruendo non solo gli avvenimenti ma anche le motivazioni ottiene lo scopo di suscitare sentimenti negativi e di rigetto nell’opinione pubblica verso ogni processo di cambiamento; al contempo si genera una linea di pensiero diffuso che è politicamente contraria ad ogni conflitto.

Per di più la stampa in Italia è ben lungi dall’essere considerabile come una voce libera. Il mestiere del cronista è sempre più soggetto ad ingerenze che sfociano nella minaccia aperta. La scelta delle forme e delle fonti della narrazione da proporre al pubblico è quindi fortemente condizionata; e chi si dedica al giornalismo d’inchiesta subisce la stessa sorte di chi scende in piazza.

L’azione giudiziaria sta assumendo una connotazione funzionale alla dissuasione sul singolo giornalista, che si vede deferito all’ordine e deve fronteggiare richieste talvolta ingenti di risarcimento economico avanzate per via amministrativa e non più solo per le vie legali classiche.

Anche sotto questo aspetto dunque i provvedimenti posti in essere in forza del diritto sanciscono un rapporto sbilanciato tra chi fa inchiesta e chi ne è l’oggetto.

Ancora una volta, tramite ulteriori restrizioni delle libertà e dei diritti e tramite ricostruzioni a proprio vantaggio di alcuni istituti processuali, si delegano al sistema della giustizia penale quelle che sono rilevanti responsabilità dello stato in ordine a fenomeni di tipo sociale o politico sperando che tutto venga messo a tacere, che si reprima il dissenso e che si assolva lo Stato.

Un punto di non ritorno, uno spartiacque non colmabile tra chi tutti i giorni mette in pratica principi di solidarietà e uguaglianza, e chi governa. Uno spartiacque però che consente di disegnare un campo di forze eterogeneo e variegato, pronto a dare battaglia contro provvedimenti ideologici e dalle conseguenze nefaste.

Una battaglia che vale la pena intraprendere rompendo steccati e orticelli, mettendo al centro il minimo comune denominatore per riaprire una partita dentro la società e anche a sinistra.

Fonte