I rapporti tra mandante ed esecutore sono sempre a svantaggio del secondo, perché si assume i rischi immediati e di lungo periodo, mentre il primo “paga” solo eventualmente e se c’è un’autorità più forte in grado di imporgli un prezzo.
Questa considerazione andrebbe messa in primo piano ogni volta che si affronta la situazione ucraina, in cui c’è un esecutore certo – la parte nazista di quel paese, che si è resa disponibile a fare la guerra alla Russia per “indebolirla e dividerla in tanti staterelli”, come ha ammesso infine quella gola senza neuroni di Kaja Kallas, che guida la politica estera UE – e parecchi complici che, logicamente, hanno agito da esecutori di supporto.
Il mandante era e resta l’America, che però ha cambiato idea – e dunque strategia – oltre che il personale politico dirigente.
E per gli esecutori non c’è cosa peggiore, perché perdono le coordinate che orientavano le loro poche possibilità di scelta, rischiando ad ogni passo di ritrovarsi sotto i colpi del nemico scelto dal mandante e contemporaneamente di quelli del mandante stesso, ovviamente deciso ad imporre i propri esclusivi interessi come sempre era stato.
Questa seconda constatazione spiega buona parte dei problemi attuali dell’Unione Europea, che si ritrova con una guerra in casa senza più le forze per arrivare alla “vittoria”. Una seconda parte di problemi arriva comunque dalle scelte economiche e di struttura decisionale che si era data, obbedendo ai dettami dell’ordoliberismo tedesco che – parecchi anni fa, ormai – sembrava trionfante.
Tutti questi nodi sono arrivati al pettine e il Consiglio Europeo ci si è impiccato.
Riguardo all’Ucraina ci sarebbe molto da dire, ma nella sostanza la domanda resta: sono in grado gli europei di sostituire “il mandante” nel sostegno materiale e finanziario alla guerra? La risposta della realtà dice “no”, all’indomani della scoperta che se gli Stati Uniti non garantiscono minuto per minuto l’assistenza satellitare e di intelligence Kiev si ritrova come Gaza sotto i bombardamenti: non solo senza difese, ma persino senza sapere cosa e dove sta per piovergli addosso.
Sul piano finanziario, idem. Le necessità della junta Zelenskij crescono di giorno in giorno e la UE si ritrova, al contrario, costretta a ridurre un bilancio comunitario cresciuto oltre i limiti (e la tolleranza dei “mercati”). Con le piazze che ora premono esplicitamente per non accrescere la spesa militare – buona parte della quale finisce nelle trincee o nei “cessi d’oro” di Kiev – che va come sempre a scapito di quella sociale (sanità, scuole, pensioni, tutela ambientale, ecc.).
Le stesse “regole” adottate per imporre comportamenti “virtuosi” agli Stati meno abituati al controllo del bilancio si stanno ora rivelando trappole mortali anche per chi le aveva caldeggiate.
L’esempio più chiaro arriva dalle regole che formano il prezzo del gas europeo, chiamato “sistema Ets” che sta per entrare – dal 2027 – nella seconda fase di funzionamento (Ets2). La ratio di questo sistema risale all’epoca – pochi anni fa – in cui la UE avviava la “transizione ecologica” fondandola però su “criteri di mercato” anziché su decisioni politiche.
In estrema sintesi, il prezzo del gas è stato collegato a quello del carbonio, nella produzione di energia elettrica, tramite un sistema di quote che dovevano essere acquistate quando si superava una certa soglia di emissioni. Il meccanismo avrebbe dovuto indurre le produzioni maggiormente inquinanti (quelle a carbone) a cambiare la fonte energetica, alzando il costo da sopportare in quel caso.
Con la guerra in Ucraina, la distruzione dei gasdotti Nord Stream da parte dei servizi di Kiev e soprattutto le guerre nel Golfo Persico, però, anche le forniture di gas sono diventate problematiche. E il meccanismo di “trasmissione dei prezzi” ha preso a spingere velocemente verso l’alto quel che era stato fin lì la fonte energetica più economica (il gas veniva soprattutto dalla Russia).
Se non si rivede il meccanismo, l’entrata in vigore dell’Ets2 – con regole ancora più costrittive, perché si applicherebbero anche a settori che non possono sostituire velocemente la fonte energetica (riscaldamento domestico, automobili, ecc.) – si rischia l’esplosione dell’economia europea.
Il sistema Ets prevedeva una “riserva” nel caso il prezzo del gas fosse salito al sopra dei 45 euro, ma non prevedeva una situazione come quella attuale, a quasi 90 euro. Ma senza quelle regole, paradossalmente, in questo momento la domanda europea di gas sarebbe di molti miliardi di metri cubi in più. Difficili da trovare, visto che con le “sanzioni” si è rinunciato a quello russo mentre il blocco di Hormuz ha fortemente ridotto l’apporto di quello qatariota. Con conseguente volo del prezzo verso soglie himalayane...
Ovvio, insomma, che molti paesi europei abbiano messo sul tavolo la richiesta di rivedere il meccanismo. Ovvio anche che altri paesi – quelli che si erano già “messi in regola” riducendo le emissioni – si oppongano all’eliminazione di un loro “vantaggio competitivo”.
Il risultato è lo stallo. Come certificato dal comunicato finale del Consiglio Europeo conclusosi nella notte. “Nell’ambito della revisione in corso del sistema Ets e a supporto della competitività industriale europea – si legge al punto 11 delle conclusioni – il Consiglio Europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, da proteggere in modo efficace contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, per ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l’impatto sui prezzi dell’elettricità, preservando al tempo stesso il ruolo essenziale dell’Ets sul clima e la transizione energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che guidi gli investimenti e l’innovazione”.
Serve la traduzione, vero? In pratica tutto resta com’è. La formula recepisce le “preoccupazioni” (soprattutto dell’Italia meloniana e del “gruppo di Visegrad”), ma nulla di più.
Le bollette continueranno a salire, perché ogni aumento di prezzo si scaricherà sull’“utente finale”. Noialtri, in questo caso.
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17/10/2026
UE “congelata” sul prezzo del gas
24/06/2026
Minacciosa relazione contro il diritto di sciopero della Commissione di Garanzia
È stata presentata la Relazione Annuale sull’attività svolta nel 2025 dalla Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sul diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali (CGSSE) e, come era prevedibile, tanto la Relazione quanto l’intervento della presidente prof.ssa Bellocchi hanno completamente ignorato la bocciatura che la legge 146 del 1990 ha ricevuto dal Comitato Europeo per i Diritti Sociali (CEDS).
Un vero e proprio schiaffo che l’Italia ha indirizzato al Consiglio d’Europa, il cui pronunciamento non viene nemmeno preso in considerazione.
La CGSSE non si è limitata ad ignorare il pronunciamento del CEDS, ma marcia spedita in direzione esattamente contraria. Armata della clava del “contemperare” i diversi diritti costituzionali, la CGSSE rivendica il diritto ad allargare progressivamente la sfera di attuazione della legge, di pari passo con l’evoluzione del conflitto sociale.
L’anno 2025 ha messo in evidenza “la diffusione di scioperi di natura politica caratterizzati da una forte impronta transnazionale, in cui il conflitto in Palestina e la critica alla cosiddetta economia di guerra sono emersi come potenti catalizzatori di mobilitazioni trasversali”.
“Si è assistito – continua la CGSSE – a piattaforme rivendicative ibride, capaci di mescolare temi contrattuali (salari, sicurezza) con richieste radicali di politica estera, come la rescissione di memorandum internazionali o il recesso dagli impegni militari in ambito Ue e Nato”.
Questo utilizzo dello sciopero generale contro la guerra rappresenta per la CGSSE fonte di forte preoccupazione per cui “è stato avviato uno specifico percorso istruttorio volto all’adeguamento del quadro regolatorio”.
Tanto gli scioperi contro il traffico delle armi come l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra, quanto gli scioperi generali volti ad esprimere il massimo del dissenso contro le scelte guerrafondaie, costituiscono perciò la nuova frontiera sulla quale la CGSSE si predispone ad intervenire, per restringere ulteriormente il diritto di sciopero.
A nulla sono valse le considerazioni di eminenti giuristi, oltre che del buon senso comune, circa l’evidente incongruenza tra le armi, tanto più se destinate verso teatri attivi di guerra, e i servizi essenziali.
Per la CGSSE, chi blocca il traffico delle armi, con la sua azione genera “ripercussioni sull’operatività e la sicurezza della logistica nazionale, determinando ritardi e disservizi a catena per l’utenza”, per cui va sanzionato.
Né è giustificato ricorrere allo sciopero immediato come reazione a eventi di politica internazionale, come è il caso del genocidio in Palestina da parte dello stato terrorista di Israele e dello sciopero del 3 ottobre scorso, sul quale la CGSSE rivendica l’applicazione delle sanzioni verso le organizzazioni che hanno trasgredito.
Nella Relazione si menziona anche l’estensione al settore della logistica dell’applicazione della legge 146, che viene rivendicato come “un atto di chiarezza normativa”, pur riconoscendo che la logistica van ben oltre l’approvvigionamento di beni di prima necessità.
In questo caso, l’intervento della Commissione si è configurato come l’ennesimo abuso di poteri che non gli competono, non potendo essere demandata alla CGSSE la scelta di determinare cosa è “servizio essenziale” o cosa deve restarne necessariamente fuori.
Se la CGSSE avesse tenuto in considerazione il pronunciamento del CEDS, è bene ricordarlo, avrebbe dovuto modificare completamente l’indirizzo della sua azione e intervenire sui tre principi della Carta Sociale Europea che il CEDS ha riconosciuto violati dalla legge antisciopero in vigore in Italia:
1) un allargamento eccessivo del concetto di servizi essenziali e quindi della sfera di applicazione della legge;
2) l’obbligo di preavvisare il termine dell’agitazione, che il CEDS ha riconosciuto come un fattore di forte indebolimento del diritto di sciopero;
3) l’abuso dei periodi di franchigia e del concetto di rarefazione, che hanno fortemente compresso i tempi in cui è effettivamente possibile proclamare lo sciopero.
Il fatto che la CGSSE abbia deliberatamente deciso di ignorare tutto ciò è il segno che il diritto di sciopero è sotto attacco e che nuovi inasprimenti della legge 146 sono già pronti nel cassetto.
Fonte
Un vero e proprio schiaffo che l’Italia ha indirizzato al Consiglio d’Europa, il cui pronunciamento non viene nemmeno preso in considerazione.
La CGSSE non si è limitata ad ignorare il pronunciamento del CEDS, ma marcia spedita in direzione esattamente contraria. Armata della clava del “contemperare” i diversi diritti costituzionali, la CGSSE rivendica il diritto ad allargare progressivamente la sfera di attuazione della legge, di pari passo con l’evoluzione del conflitto sociale.
L’anno 2025 ha messo in evidenza “la diffusione di scioperi di natura politica caratterizzati da una forte impronta transnazionale, in cui il conflitto in Palestina e la critica alla cosiddetta economia di guerra sono emersi come potenti catalizzatori di mobilitazioni trasversali”.
“Si è assistito – continua la CGSSE – a piattaforme rivendicative ibride, capaci di mescolare temi contrattuali (salari, sicurezza) con richieste radicali di politica estera, come la rescissione di memorandum internazionali o il recesso dagli impegni militari in ambito Ue e Nato”.
Questo utilizzo dello sciopero generale contro la guerra rappresenta per la CGSSE fonte di forte preoccupazione per cui “è stato avviato uno specifico percorso istruttorio volto all’adeguamento del quadro regolatorio”.
Tanto gli scioperi contro il traffico delle armi come l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra, quanto gli scioperi generali volti ad esprimere il massimo del dissenso contro le scelte guerrafondaie, costituiscono perciò la nuova frontiera sulla quale la CGSSE si predispone ad intervenire, per restringere ulteriormente il diritto di sciopero.
A nulla sono valse le considerazioni di eminenti giuristi, oltre che del buon senso comune, circa l’evidente incongruenza tra le armi, tanto più se destinate verso teatri attivi di guerra, e i servizi essenziali.
Per la CGSSE, chi blocca il traffico delle armi, con la sua azione genera “ripercussioni sull’operatività e la sicurezza della logistica nazionale, determinando ritardi e disservizi a catena per l’utenza”, per cui va sanzionato.
Né è giustificato ricorrere allo sciopero immediato come reazione a eventi di politica internazionale, come è il caso del genocidio in Palestina da parte dello stato terrorista di Israele e dello sciopero del 3 ottobre scorso, sul quale la CGSSE rivendica l’applicazione delle sanzioni verso le organizzazioni che hanno trasgredito.
Nella Relazione si menziona anche l’estensione al settore della logistica dell’applicazione della legge 146, che viene rivendicato come “un atto di chiarezza normativa”, pur riconoscendo che la logistica van ben oltre l’approvvigionamento di beni di prima necessità.
In questo caso, l’intervento della Commissione si è configurato come l’ennesimo abuso di poteri che non gli competono, non potendo essere demandata alla CGSSE la scelta di determinare cosa è “servizio essenziale” o cosa deve restarne necessariamente fuori.
Se la CGSSE avesse tenuto in considerazione il pronunciamento del CEDS, è bene ricordarlo, avrebbe dovuto modificare completamente l’indirizzo della sua azione e intervenire sui tre principi della Carta Sociale Europea che il CEDS ha riconosciuto violati dalla legge antisciopero in vigore in Italia:
1) un allargamento eccessivo del concetto di servizi essenziali e quindi della sfera di applicazione della legge;
2) l’obbligo di preavvisare il termine dell’agitazione, che il CEDS ha riconosciuto come un fattore di forte indebolimento del diritto di sciopero;
3) l’abuso dei periodi di franchigia e del concetto di rarefazione, che hanno fortemente compresso i tempi in cui è effettivamente possibile proclamare lo sciopero.
Il fatto che la CGSSE abbia deliberatamente deciso di ignorare tutto ciò è il segno che il diritto di sciopero è sotto attacco e che nuovi inasprimenti della legge 146 sono già pronti nel cassetto.
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20/03/2026
Orbán blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina: prima garanzie sul petrolio russo
Il Consiglio Europeo si chiude con un nulla di fatto sull’Ucraina e un clima di tensione ai massimi storici. Al centro dello scontro c’è il veto di Viktor Orbán: il primo ministro ungherese ha bloccato il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, scatenando una durissima reazione dei partner europei.
Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.
L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.
Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.
Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.
Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.
La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.
Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.
Fonte
Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.
L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.
Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.
Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.
Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.
La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.
Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.
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19/03/2026
La Commissione di Garanzia vuole limitare il diritto di sciopero anche nella logistica
Un vergognoso paradosso. Proprio mentre le autorità italiane – Commissione di Garanzia inclusa – vengono condannate dal Comitato Europeo per i Diritti Sociali (organismo del Consiglio d’Europa) per le arbitrarie limitazioni al diritto di sciopero, la stessa Commissione di Garanzia censurata dagli organismi europei ha inteso estendere le medesime limitazioni già in atto nei servizi pubblici anche alla logistica.
L’Unione Sindacale di Base settore Logistica denuncia con forza l’intendimento della Commissione di Garanzia sugli Scioperi di estendere al settore le limitazioni previste dalla Legge 146/1990.
Per l’USB si tratta di un’operazione inaccettabile, “che punta a imbavagliare uno dei comparti più combattivi del mondo del lavoro e ad allinearlo al modello dei “servizi pubblici essenziali”, con l’unico scopo di ridurre al silenzio la voce dei magazzinieri, dei corrieri, dei camionisti e dei facchini che in questi anni hanno conquistato diritti reali, contrapponendosi alla malavita organizzata, portando oltretutto alle casse dello Stato somme ingenti recuperate dall’evasione fiscale e contributiva”.
Tutto ciò è stato ottenuto con la mobilitazione, che ha visto oltretutto il sacrificio di lavoratori uccisi durante le iniziative di lotta.
La logistica infatti non è un servizio pubblico, ma un pilastro dell’economia privata costruito sullo sfruttamento, sulla reiterata e certificata evasione fiscale e contributiva, sugli appalti incontrollati e su un sistema di lavoro che si regge sulla precarietà. La Logistica ed il trasporto merci sono ogni anno tristemente ai primi posti per infortuni sul lavoro ed incidenti mortali. Proprio per questo, colpire il diritto di sciopero in questo settore significa difendere lo sfruttamento e punire chi lo combatte.
Il recente pronunciamento del Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS), che ha condannato l’Italia per l’eccessiva restrizione del diritto di sciopero, evidenzia quanto sia già oltre misura il quadro normativo vigente. Invece di recepire la critica, le istituzioni tentano ora di ampliare ulteriormente la stretta, a tutto vantaggio delle grandi imprese e a svantaggio dei lavoratori, reali produttori dell’immensa ricchezza espressa dal settore.
USB ribadisce che lo sciopero è un diritto costituzionale, non una concessione. Le continue limitazioni, le precettazioni e le sanzioni disciplinari sono strumenti di repressione politica, non di equilibrio sociale.
“Non accetteremo nessuna nuova norma che riduca ulteriormente la capacità delle lavoratrici e dei lavoratori di organizzarsi e difendere i propri interessi” afferma l’USB in un comunicato.
Fonte
L’Unione Sindacale di Base settore Logistica denuncia con forza l’intendimento della Commissione di Garanzia sugli Scioperi di estendere al settore le limitazioni previste dalla Legge 146/1990.
Per l’USB si tratta di un’operazione inaccettabile, “che punta a imbavagliare uno dei comparti più combattivi del mondo del lavoro e ad allinearlo al modello dei “servizi pubblici essenziali”, con l’unico scopo di ridurre al silenzio la voce dei magazzinieri, dei corrieri, dei camionisti e dei facchini che in questi anni hanno conquistato diritti reali, contrapponendosi alla malavita organizzata, portando oltretutto alle casse dello Stato somme ingenti recuperate dall’evasione fiscale e contributiva”.
Tutto ciò è stato ottenuto con la mobilitazione, che ha visto oltretutto il sacrificio di lavoratori uccisi durante le iniziative di lotta.
La logistica infatti non è un servizio pubblico, ma un pilastro dell’economia privata costruito sullo sfruttamento, sulla reiterata e certificata evasione fiscale e contributiva, sugli appalti incontrollati e su un sistema di lavoro che si regge sulla precarietà. La Logistica ed il trasporto merci sono ogni anno tristemente ai primi posti per infortuni sul lavoro ed incidenti mortali. Proprio per questo, colpire il diritto di sciopero in questo settore significa difendere lo sfruttamento e punire chi lo combatte.
Il recente pronunciamento del Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS), che ha condannato l’Italia per l’eccessiva restrizione del diritto di sciopero, evidenzia quanto sia già oltre misura il quadro normativo vigente. Invece di recepire la critica, le istituzioni tentano ora di ampliare ulteriormente la stretta, a tutto vantaggio delle grandi imprese e a svantaggio dei lavoratori, reali produttori dell’immensa ricchezza espressa dal settore.
USB ribadisce che lo sciopero è un diritto costituzionale, non una concessione. Le continue limitazioni, le precettazioni e le sanzioni disciplinari sono strumenti di repressione politica, non di equilibrio sociale.
“Non accetteremo nessuna nuova norma che riduca ulteriormente la capacità delle lavoratrici e dei lavoratori di organizzarsi e difendere i propri interessi” afferma l’USB in un comunicato.
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14/03/2026
L’Italia condannata in Europa per le troppe limitazioni al diritto di sciopero
Il CEDS, ovvero il Comitato europeo dei Diritti Sociali, organo del Consiglio d’Europa, ha dato ragione a USB che nel 2022 aveva presentato un articolato ricorso – con l’assistenza del professore Giovanni Orlandini docente di Diritto del Lavoro Università di Siena e degli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo – sulla legge 146/ 90 e successive modifiche e sull’operato della Commissione di Garanzia sul diritto di Sciopero denunciando violazioni della Carta Sociale Europea.
In particolare il CEDS si è espresso, censurandole, contro ben quattro serissime violazioni del diritto di sciopero in Italia da anni denunciate dall’USB:
1) l’impropria estensione della qualifica di “servizi essenziali” a settori lavorativi che non ne erogano;
2) l’introduzione dell’obbligo di indicare con largo anticipo la durata dello sciopero e la sua conclusione. Secondo il CEDS, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione;
3) La cosiddetta “rarefazione oggettiva” tra uno sciopero e l’altro e l'individuazione di periodi di esclusione dallo sciopero;
4) l’imposizione di periodi nei quali è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia sono stati imposti a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi.
Vengono così demoliti tre pilastri della legge 146 che hanno fortemente indebolito il diritto di sciopero negli ultimi trentacinque anni anche con il consenso di CGIL, CISL e UIL. Viene di fatto censurato anche l’operato della Commissione di Garanzia che, sostituendosi al Parlamento, ha inasprito ulteriormente le restrizioni previste dalla legge e persegue tuttora l’obiettivo di allargare oltre misura la sua sfera di applicazione anche a settori lavorativi finora rimasti esclusi.
Secondo le norme che regolano i rapporti tra Governi e Consiglio d’Europa ora il Governo italiano è tenuto a intervenire immediatamente per eliminare le restrizioni al diritto di sciopero censurate dal CEDS.
Questa indubbia vittoria di USB consentirà di dare ancora più forza alle lotte nei luoghi di lavoro e alle mobilitazioni contro la guerra e i decreti sicurezza con cui si cerca di mettere ulteriori bavagli al movimento dei lavoratori.
Fonte
In particolare il CEDS si è espresso, censurandole, contro ben quattro serissime violazioni del diritto di sciopero in Italia da anni denunciate dall’USB:
1) l’impropria estensione della qualifica di “servizi essenziali” a settori lavorativi che non ne erogano;
2) l’introduzione dell’obbligo di indicare con largo anticipo la durata dello sciopero e la sua conclusione. Secondo il CEDS, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione;
3) La cosiddetta “rarefazione oggettiva” tra uno sciopero e l’altro e l'individuazione di periodi di esclusione dallo sciopero;
4) l’imposizione di periodi nei quali è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia sono stati imposti a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi.
Vengono così demoliti tre pilastri della legge 146 che hanno fortemente indebolito il diritto di sciopero negli ultimi trentacinque anni anche con il consenso di CGIL, CISL e UIL. Viene di fatto censurato anche l’operato della Commissione di Garanzia che, sostituendosi al Parlamento, ha inasprito ulteriormente le restrizioni previste dalla legge e persegue tuttora l’obiettivo di allargare oltre misura la sua sfera di applicazione anche a settori lavorativi finora rimasti esclusi.
Secondo le norme che regolano i rapporti tra Governi e Consiglio d’Europa ora il Governo italiano è tenuto a intervenire immediatamente per eliminare le restrizioni al diritto di sciopero censurate dal CEDS.
Questa indubbia vittoria di USB consentirà di dare ancora più forza alle lotte nei luoghi di lavoro e alle mobilitazioni contro la guerra e i decreti sicurezza con cui si cerca di mettere ulteriori bavagli al movimento dei lavoratori.
Fonte
16/10/2025
La repressione britannica sulla Palestina messa sotto accusa dal Consiglio d’Europa
Che ci sia un’ondata repressiva senza precedenti nel Regno Unito, per cancellare il dissenso verso la complicità del governo Starmer con la politica genocidiaria di Israele, è chiaro a tutti ed è stato evidenziato anche dal nostro giornale. Da qualche settimana, in realtà, ad aver sollevato l’allarme sulle centinaia di arresti è stato anche Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa.
Il salto di qualità nelle intimidazioni di Downing Street si è avuta questa estate, quando la rete di attivisti Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da allora, chiunque abbia anche solo esposto un cartello con il quale condannava la messa al bando di quella realtà, in virtù della normativa britannica, è stato sistematicamente arrestato dalla polizia.
La misura della crisi democratica innescata da questa pesante limitazione dell’espressione del dissenso è plasticamente mostrata da presidi in cui i manifestanti sono stati arrestati a centinaia. E tutto ciò non è passato inosservato nemmeno a un organo che di certo non può essere tacciato di essere un braccio di quelle ‘autocrazie’ che tanto spesso alle ‘democrature’ occidentali piace stigmatizzare.
O’Flaherty ha infatti inviato una lettera ufficiale alla ministra dell’Interno di Londra, Shabana Mahmood, sentondosi in dovere di aggiungere qualche specifica alle indicazioni date dopo una precedente visita svoltasi a inizio luglio. Proprio la proscrizione di Palestine Action, “che è stata criticata da esperti ONU e dall’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU” ricorda il suo omologo del Consiglio d’Europa, ha fatto precipitare la situazione.
Il funzionario europeo sottolinea anche che “la legislazione nazionale volta a contrastare il ‘terrorismo’ o l'‘estremismo violento’ non deve imporre alcuna limitazione ai diritti e alle libertà fondamentali, incluso il diritto alla libertà di riunione pacifica, che non sia strettamente necessaria per la tutela della sicurezza nazionale e dei diritti e delle libertà altrui”, cosa che invece è avvenuta in maniera sistematica in Gran Bretagna.
Ma c’è di più. O’Flaherty pone sotto osservazione l’intero apparato legislativo britannico riguardante le proteste, dato che solleva domande in relazione alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. “L’adozione del Police Crime, Sentencing and Courts Act 2022 e del Public Order Act 2023 – scrive nella lettera – continua a consentire alle autorità di imporre limiti eccessivi alla libertà di riunione e di espressione, con il rischio di forme eccessive di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine”.
Il Commissario del Consiglio d’Europa chiede, dunque, che Londra proceda a una “revisione completa della conformità dell’attuale legislazione sulla sorveglianza delle proteste con gli obblighi del Regno Unito in materia di diritti umani”. Questa lettera è stata inviata lo scorso 23 settembre, ma da allora la ministra britannica Mahmood non solo non ha fatto nulla, ma ha persino annunciato il peggioramento di tale quadro normativo.
Infatti, pochi giorni fa, la responsabile dell’Interno ha espresso la volontà di imporre nuove restrizioni alle proteste, attraverso le quali la polizia potrà imporre agli attivisti di modificare il luogo di una manifestazione se la frequenza di particolari proteste in particolari luoghi abbia portato a disordini.
Se per disordini si intende l’arresto in massa di persone pacificamente sedute per terra, che tengono un cartello opponendosi alla messa al bando di Palestine Action, si capisce come questo tipo di provvedimento avrà un effetto liberticida sul diritto a manifestare. In pratica, ogni luogo sensibile e di governo diventerebbe proibito al dissenso. Con buona pace di chi si fa difensore della putrescente ‘democrazia’ occidentale.
Fonte
Il salto di qualità nelle intimidazioni di Downing Street si è avuta questa estate, quando la rete di attivisti Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da allora, chiunque abbia anche solo esposto un cartello con il quale condannava la messa al bando di quella realtà, in virtù della normativa britannica, è stato sistematicamente arrestato dalla polizia.
La misura della crisi democratica innescata da questa pesante limitazione dell’espressione del dissenso è plasticamente mostrata da presidi in cui i manifestanti sono stati arrestati a centinaia. E tutto ciò non è passato inosservato nemmeno a un organo che di certo non può essere tacciato di essere un braccio di quelle ‘autocrazie’ che tanto spesso alle ‘democrature’ occidentali piace stigmatizzare.
O’Flaherty ha infatti inviato una lettera ufficiale alla ministra dell’Interno di Londra, Shabana Mahmood, sentondosi in dovere di aggiungere qualche specifica alle indicazioni date dopo una precedente visita svoltasi a inizio luglio. Proprio la proscrizione di Palestine Action, “che è stata criticata da esperti ONU e dall’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU” ricorda il suo omologo del Consiglio d’Europa, ha fatto precipitare la situazione.
Il funzionario europeo sottolinea anche che “la legislazione nazionale volta a contrastare il ‘terrorismo’ o l'‘estremismo violento’ non deve imporre alcuna limitazione ai diritti e alle libertà fondamentali, incluso il diritto alla libertà di riunione pacifica, che non sia strettamente necessaria per la tutela della sicurezza nazionale e dei diritti e delle libertà altrui”, cosa che invece è avvenuta in maniera sistematica in Gran Bretagna.
Ma c’è di più. O’Flaherty pone sotto osservazione l’intero apparato legislativo britannico riguardante le proteste, dato che solleva domande in relazione alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. “L’adozione del Police Crime, Sentencing and Courts Act 2022 e del Public Order Act 2023 – scrive nella lettera – continua a consentire alle autorità di imporre limiti eccessivi alla libertà di riunione e di espressione, con il rischio di forme eccessive di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine”.
Il Commissario del Consiglio d’Europa chiede, dunque, che Londra proceda a una “revisione completa della conformità dell’attuale legislazione sulla sorveglianza delle proteste con gli obblighi del Regno Unito in materia di diritti umani”. Questa lettera è stata inviata lo scorso 23 settembre, ma da allora la ministra britannica Mahmood non solo non ha fatto nulla, ma ha persino annunciato il peggioramento di tale quadro normativo.
Infatti, pochi giorni fa, la responsabile dell’Interno ha espresso la volontà di imporre nuove restrizioni alle proteste, attraverso le quali la polizia potrà imporre agli attivisti di modificare il luogo di una manifestazione se la frequenza di particolari proteste in particolari luoghi abbia portato a disordini.
Se per disordini si intende l’arresto in massa di persone pacificamente sedute per terra, che tengono un cartello opponendosi alla messa al bando di Palestine Action, si capisce come questo tipo di provvedimento avrà un effetto liberticida sul diritto a manifestare. In pratica, ogni luogo sensibile e di governo diventerebbe proibito al dissenso. Con buona pace di chi si fa difensore della putrescente ‘democrazia’ occidentale.
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30/05/2025
La “profilazione razziale” nell’ordine pubblico è un problema serio
Uno studio europeo dice quello che è davanti agli occhi di tutti in qualsiasi stazione ferroviaria o strada e... apriti cielo.
“La nostra raccomandazione verso il governo italiano è che conduca al più presto uno studio indipendente sul fenomeno della profilazione razziale nelle sue forze di polizia, per poter valutare la situazione”. Ad affermarlo è Bertil Cottier, il presidente della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (Ecri) presentando il rapporto.
La vicepresidente dello stesso organismo, Tena Simonovic Einwalter, ha sottolineato che: “È un fenomeno crescente in molti Paesi europei, agenti di polizia fermano le persone basandosi sulla base del colore della pelle, o sulla loro presunta identità o religione, tutto ciò viola i valori europei”.
“Nel nostro report annuale 2024 non citiamo Paesi nello specifico, ma basandoci sui report paese già pubblicati in passato, tra cui quello sull’Italia, possiamo certamente dire che il problema della profilazione razziale nell’operato delle forze dell’ordine è un problema che si riscontra frequentemente in Italia e Francia”, ha aggiunto Tena Simonovic Einwalter.
Lo stesso rapporto indica invece una lieve controtendenza in uno dei paesi in cui il fenomeno negli anni scorsi è stato assai pesante e denunciato sistematicamente: la Gran Bretagna.
Fin qui lo studio segnala un fattore circoscritto invitando a studiarlo per riparare i danni, ma poi allarga la sfera del problema estendendola anche alla politica che in Italia critica i giudici sui processi che riguardano i migranti, ai politici che fanno dichiarazioni omofobe e razziste, etc. con argomentazioni piuttosto consuete ma che battono sui nervi dei partiti di destra oggi al governo in Italia.
Questo secondo aspetto del rapporto della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa è stato meno pubblicizzato, preferendo dare risalto alle osservazioni sui comportamenti delle forze dell’ordine. Da qui la levata di scudi di tutti i ministri, i sottosegretari, i funzionari, gli uscieri della destra a difesa “degli uomini e delle donne in divisa”.
Ma a questo atteggiamento della destra si è allineato anche il Presidente della Repubblica Mattarella, che solo fino a ieri ci ha ripetuto un giorno si e un giorno pure che bisogna essere sempre allineati e obbedienti all’Europa, ai suoi valori e alle sue istituzioni.
Ma c’è veramente qualcosa di inedito, non veritiero o scandaloso nel rapporto del Consiglio d’Europa? Se un qualsiasi osservatorio indipendente “italiano” monitorasse quanto avviene nelle stazioni e nelle strade italiane giungerebbe alle medesime conclusioni. È forse sfuggito a molti quanto accade e quanto è accaduto nei mesi invernali davanti agli Uffici Stranieri delle Questure dove si rinnovano i permessi di soggiorno? Era alla luce al sole. Eppure sarebbe bastato un minimo di organizzazione e bendisposizione in più per evitare file vergognose e perfino alcuni decessi in strada.
Il fatto che la marginalità e l’illegalità vedano spesso coinvolti cittadini stranieri – spesso abbandonati in un limbo a vagare per le strade senza vedere alcuna luce in fondo al tunnel dopo essere riusciti ad arrivare qui – già darebbe una cornice oggettiva a comportamenti soggettivi. Ma quando è la stessa politica istituzionale a fomentare comportamenti scorretti o arbitrari da parte di “uomini e donne in divisa”, è chiaro che prima e o poi la contraddizione balza agli occhi. Anche in quelli di organismi europei adorati da alcuni e detestati da altri, a seconda delle circostanze.
Fonte
“La nostra raccomandazione verso il governo italiano è che conduca al più presto uno studio indipendente sul fenomeno della profilazione razziale nelle sue forze di polizia, per poter valutare la situazione”. Ad affermarlo è Bertil Cottier, il presidente della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (Ecri) presentando il rapporto.
La vicepresidente dello stesso organismo, Tena Simonovic Einwalter, ha sottolineato che: “È un fenomeno crescente in molti Paesi europei, agenti di polizia fermano le persone basandosi sulla base del colore della pelle, o sulla loro presunta identità o religione, tutto ciò viola i valori europei”.
“Nel nostro report annuale 2024 non citiamo Paesi nello specifico, ma basandoci sui report paese già pubblicati in passato, tra cui quello sull’Italia, possiamo certamente dire che il problema della profilazione razziale nell’operato delle forze dell’ordine è un problema che si riscontra frequentemente in Italia e Francia”, ha aggiunto Tena Simonovic Einwalter.
Lo stesso rapporto indica invece una lieve controtendenza in uno dei paesi in cui il fenomeno negli anni scorsi è stato assai pesante e denunciato sistematicamente: la Gran Bretagna.
Fin qui lo studio segnala un fattore circoscritto invitando a studiarlo per riparare i danni, ma poi allarga la sfera del problema estendendola anche alla politica che in Italia critica i giudici sui processi che riguardano i migranti, ai politici che fanno dichiarazioni omofobe e razziste, etc. con argomentazioni piuttosto consuete ma che battono sui nervi dei partiti di destra oggi al governo in Italia.
Questo secondo aspetto del rapporto della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa è stato meno pubblicizzato, preferendo dare risalto alle osservazioni sui comportamenti delle forze dell’ordine. Da qui la levata di scudi di tutti i ministri, i sottosegretari, i funzionari, gli uscieri della destra a difesa “degli uomini e delle donne in divisa”.
Ma a questo atteggiamento della destra si è allineato anche il Presidente della Repubblica Mattarella, che solo fino a ieri ci ha ripetuto un giorno si e un giorno pure che bisogna essere sempre allineati e obbedienti all’Europa, ai suoi valori e alle sue istituzioni.
Ma c’è veramente qualcosa di inedito, non veritiero o scandaloso nel rapporto del Consiglio d’Europa? Se un qualsiasi osservatorio indipendente “italiano” monitorasse quanto avviene nelle stazioni e nelle strade italiane giungerebbe alle medesime conclusioni. È forse sfuggito a molti quanto accade e quanto è accaduto nei mesi invernali davanti agli Uffici Stranieri delle Questure dove si rinnovano i permessi di soggiorno? Era alla luce al sole. Eppure sarebbe bastato un minimo di organizzazione e bendisposizione in più per evitare file vergognose e perfino alcuni decessi in strada.
Il fatto che la marginalità e l’illegalità vedano spesso coinvolti cittadini stranieri – spesso abbandonati in un limbo a vagare per le strade senza vedere alcuna luce in fondo al tunnel dopo essere riusciti ad arrivare qui – già darebbe una cornice oggettiva a comportamenti soggettivi. Ma quando è la stessa politica istituzionale a fomentare comportamenti scorretti o arbitrari da parte di “uomini e donne in divisa”, è chiaro che prima e o poi la contraddizione balza agli occhi. Anche in quelli di organismi europei adorati da alcuni e detestati da altri, a seconda delle circostanze.
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21/03/2025
Riarmo, dazi e tassi: le conclusioni del Consiglio Europeo e il “whatever it takes” di Christine Lagarde
Il Consiglio Europeo è terminato ieri sera a Bruxelles, esaurendo i suoi lavori in una sola giornata. I temi sul tavolo erano competitività, migrazioni e ovviamente difesa, come pietra angolare del nuovo warfare con cui le classi dirigenti unioneuropeiste vogliono tentate di dare risposta alla crisi economica e a quella della loro egemonia.
Per ciò che riguarda i flussi migratori, il focus è stato sulla spinta a “facilitare, aumentare e accelerare i rimpatri”, associando a questa politica anche una maggiore attenzione sui partenariati con i paesi più vicini e su “l’allineamento delle politiche in materia di visti da parte dei paesi limitrofi”.
Alla chiusura della gabbia europea, in materia di energia la von der Leyen, durante la conferenza stampa finale, è stata chiara: “la risposta principale per ridurre i prezzi dell’energia è investire di più nelle energie a basse emissioni di carbonio, ovvero il nucleare e le energie rinnovabili, perché sono i combustibili fossili che importiamo a determinare i prezzi”.
Se da una parte si invoca la flessibilità sulle multe per il mancato raggiungimento degli obiettivi sulle emissioni, la riduzione dei costi dell’energia – che hanno dato un duro colpo alla competitività dell’industria europea – viene connesso al rilancio del nucleare. Con tutte le possibili ricadute dual use delle tecnologie ad esso legate.
Arrivando infine alla questione più dirimente, ovvero quella bellica, il primo elemento da sottolineare è che le conclusioni sull’Ucraina sono stato approvate da 26 membri della UE, senza l’Ungheria di Orban. Gli altri leader europei hanno ribadito la “necessità di continuare a sostenere l’Ucraina politicamente e militarmente”.
Scholz ha addirittura tirato fuori nuovamente una questione che si sente da tempo: quella di prendere “decisioni in politica estera nel Consiglio Europeo con una maggioranza qualificata di due terzi, anzichè all’unanimità”. Un passo nella revisione istituzionale della UE che diventa fondamentale per stare al passo con la velocizzazione dell’esplosione delle contraddizioni.
L’indirizzo adottato per l’Ucraina rimanda alla formula già usata da von der Leyen di raggiungere una “pace attraverso la forza”, mentre alcuni paesi hanno ribadito anche la volontà di accelerare i negoziati per l’ingresso del paese est-europeo nella UE. Intanto, Kiev potrà partecipare agli acquisti comuni per la difesa promossi attraverso il SAFE, il programma da 150 miliardi di prestiti promosso dalla Commissione Europea.
Anche Orban ha invece dato il via libera alle conclusioni che puntano “ad accelerare i lavori su tutti i fronti per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa entro i prossimi cinque anni”. Rimangono distanze importanti per quanto riguarda la modalità dei finanziamenti e le casse di chi il riarmo dovrebbero alla fine rimpinguare.
Dentro l’architettura dell’Unione Europea l’alto debito pubblico rimane una pesante ipoteca per qualsiasi opzione, anche con l’attivazione delle clausole di salvaguardia. Per questo mentre la Germania sicuramente ne approfitterà, altri paesi ad alto debito sembrano più riluttanti a percorrere questa strada.
Macron, invece, è il principale sostenitore del Buy European, mentre altri vorrebbero una maggiore integrazione con la catena del valore statunitense. Anche solo per ammansire Donald Trump, che sembra determinato a scavare il solco della guerra commerciale con gli alleati-vassalli della sponda est dell’Atlantico.
“Siamo in attiva discussione con l’amministrazione statunitense su questo tema – ha detto von der Leyen – e posso confermare che abbiamo deciso di modificare i tempi di entrata in vigore delle tariffe. Ma l’impatto della nostra risposta non cambia. Questo è molto importante, perché copre misure fino a 26 miliardi di euro”.
Un discorso che mostra in realtà profonda preoccupazione per la tenuta della fragile UE di fronte alle sollecitazioni della fase storica che viviamo. In un certo senso, questo passaggio storico è stato ribadito dalla presidente della BCE, Christine Lagarde, intervenuta in audizione alla Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo.
Il suo discorso ha spaziato su tutti i temi caldi dell’economia dell’Unione Europea, e ha sottolineato come l’istituto che presiede è pronto a fare “whatever it takes” per rispettare il suo mandato. Il richiamo alla famosa frase di Mario Draghi non può essere inteso solo come un gioco retorico.
Bisogna ricordare che il predecessore di Lagarde usò quell’espressione per annunciare ai mercati l’intenzione di impegnarsi in un largo e diversificato programma di acquisto di titoli di stato dei paesi UE, per combattere la speculazione a cui erano soggetti nel pieno della crisi del debito sovrano del 2012.
Oggi non è facile prevedere quali saranno le mosse della BCE, ma quello che è certo è che dire “whatever it takes” spinge a paragonare il passaggio storico che stiamo vivendo a quello affrontato dal progetto unioneuropeista poco più di un decennio fa, nei termini di pericoli per la sua tenuta e della necessità di ‘inventarsi’ soluzioni nuove per proiettarlo oltre la crisi.
Mentre Lagarde stima l’effetto dei dazi USA al 25% sull’import europeo in una riduzione della crescita dell’area euro dello 0,3% del PIL (quasi la metà della crescita registrata nel 2024), e quello dei contro-dazi per ora bloccati ad un ulteriore 0,2%, la politica monetaria si fa più prudente su ulteriori tagli dei tassi di interesse (la prossima riunione è a inizio aprile).
Rimangono nell’aria altre soluzioni per il finanziamento del riarmo, ad esempio gli Eurobond. Mentre non merita davvero commento il dibattito sulla volontà di rinominare il piano di Rearm Europe con formule che possano o rimandare a famosi fascisti europeist (Defend Europe) o con espressioni che sono più digeribili dall’opinione pubblica: la sostanza rimane la stessa.
Intanto, guardando ai prossimi appuntamenti di rilevanza internazionale, a margine del Consiglio Europeo Macron ha chiamato per giovedì prossimo un summit della ‘coalizione dei volenterosi’ vicina a Zelensky, per rilanciare il sostegno a Kiev.
Il presidente francese ha detto che metteranno a punto i “lavori di sostegno a breve termine all’esercito ucraino, di difesa di un modello di esercito ucraino durevole e sostenibile per prevenire le invasioni russe, e inoltre delle garanzie di sicurezza che possano fornire gli eserciti europei”.
Bruxelles vuole dunque continuare la guerra alla Russia sulla pelle degli ucraini, perché è l’unica giustificazione che riesce a trovare per legittimare il proprio tentativo di assumere pienamente un ruolo definitivamente imperialista.
Fonte
Per ciò che riguarda i flussi migratori, il focus è stato sulla spinta a “facilitare, aumentare e accelerare i rimpatri”, associando a questa politica anche una maggiore attenzione sui partenariati con i paesi più vicini e su “l’allineamento delle politiche in materia di visti da parte dei paesi limitrofi”.
Alla chiusura della gabbia europea, in materia di energia la von der Leyen, durante la conferenza stampa finale, è stata chiara: “la risposta principale per ridurre i prezzi dell’energia è investire di più nelle energie a basse emissioni di carbonio, ovvero il nucleare e le energie rinnovabili, perché sono i combustibili fossili che importiamo a determinare i prezzi”.
Se da una parte si invoca la flessibilità sulle multe per il mancato raggiungimento degli obiettivi sulle emissioni, la riduzione dei costi dell’energia – che hanno dato un duro colpo alla competitività dell’industria europea – viene connesso al rilancio del nucleare. Con tutte le possibili ricadute dual use delle tecnologie ad esso legate.
Arrivando infine alla questione più dirimente, ovvero quella bellica, il primo elemento da sottolineare è che le conclusioni sull’Ucraina sono stato approvate da 26 membri della UE, senza l’Ungheria di Orban. Gli altri leader europei hanno ribadito la “necessità di continuare a sostenere l’Ucraina politicamente e militarmente”.
Scholz ha addirittura tirato fuori nuovamente una questione che si sente da tempo: quella di prendere “decisioni in politica estera nel Consiglio Europeo con una maggioranza qualificata di due terzi, anzichè all’unanimità”. Un passo nella revisione istituzionale della UE che diventa fondamentale per stare al passo con la velocizzazione dell’esplosione delle contraddizioni.
L’indirizzo adottato per l’Ucraina rimanda alla formula già usata da von der Leyen di raggiungere una “pace attraverso la forza”, mentre alcuni paesi hanno ribadito anche la volontà di accelerare i negoziati per l’ingresso del paese est-europeo nella UE. Intanto, Kiev potrà partecipare agli acquisti comuni per la difesa promossi attraverso il SAFE, il programma da 150 miliardi di prestiti promosso dalla Commissione Europea.
Anche Orban ha invece dato il via libera alle conclusioni che puntano “ad accelerare i lavori su tutti i fronti per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa entro i prossimi cinque anni”. Rimangono distanze importanti per quanto riguarda la modalità dei finanziamenti e le casse di chi il riarmo dovrebbero alla fine rimpinguare.
Dentro l’architettura dell’Unione Europea l’alto debito pubblico rimane una pesante ipoteca per qualsiasi opzione, anche con l’attivazione delle clausole di salvaguardia. Per questo mentre la Germania sicuramente ne approfitterà, altri paesi ad alto debito sembrano più riluttanti a percorrere questa strada.
Macron, invece, è il principale sostenitore del Buy European, mentre altri vorrebbero una maggiore integrazione con la catena del valore statunitense. Anche solo per ammansire Donald Trump, che sembra determinato a scavare il solco della guerra commerciale con gli alleati-vassalli della sponda est dell’Atlantico.
“Siamo in attiva discussione con l’amministrazione statunitense su questo tema – ha detto von der Leyen – e posso confermare che abbiamo deciso di modificare i tempi di entrata in vigore delle tariffe. Ma l’impatto della nostra risposta non cambia. Questo è molto importante, perché copre misure fino a 26 miliardi di euro”.
Un discorso che mostra in realtà profonda preoccupazione per la tenuta della fragile UE di fronte alle sollecitazioni della fase storica che viviamo. In un certo senso, questo passaggio storico è stato ribadito dalla presidente della BCE, Christine Lagarde, intervenuta in audizione alla Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento Europeo.
Il suo discorso ha spaziato su tutti i temi caldi dell’economia dell’Unione Europea, e ha sottolineato come l’istituto che presiede è pronto a fare “whatever it takes” per rispettare il suo mandato. Il richiamo alla famosa frase di Mario Draghi non può essere inteso solo come un gioco retorico.
Bisogna ricordare che il predecessore di Lagarde usò quell’espressione per annunciare ai mercati l’intenzione di impegnarsi in un largo e diversificato programma di acquisto di titoli di stato dei paesi UE, per combattere la speculazione a cui erano soggetti nel pieno della crisi del debito sovrano del 2012.
Oggi non è facile prevedere quali saranno le mosse della BCE, ma quello che è certo è che dire “whatever it takes” spinge a paragonare il passaggio storico che stiamo vivendo a quello affrontato dal progetto unioneuropeista poco più di un decennio fa, nei termini di pericoli per la sua tenuta e della necessità di ‘inventarsi’ soluzioni nuove per proiettarlo oltre la crisi.
Mentre Lagarde stima l’effetto dei dazi USA al 25% sull’import europeo in una riduzione della crescita dell’area euro dello 0,3% del PIL (quasi la metà della crescita registrata nel 2024), e quello dei contro-dazi per ora bloccati ad un ulteriore 0,2%, la politica monetaria si fa più prudente su ulteriori tagli dei tassi di interesse (la prossima riunione è a inizio aprile).
Rimangono nell’aria altre soluzioni per il finanziamento del riarmo, ad esempio gli Eurobond. Mentre non merita davvero commento il dibattito sulla volontà di rinominare il piano di Rearm Europe con formule che possano o rimandare a famosi fascisti europeist (Defend Europe) o con espressioni che sono più digeribili dall’opinione pubblica: la sostanza rimane la stessa.
Intanto, guardando ai prossimi appuntamenti di rilevanza internazionale, a margine del Consiglio Europeo Macron ha chiamato per giovedì prossimo un summit della ‘coalizione dei volenterosi’ vicina a Zelensky, per rilanciare il sostegno a Kiev.
Il presidente francese ha detto che metteranno a punto i “lavori di sostegno a breve termine all’esercito ucraino, di difesa di un modello di esercito ucraino durevole e sostenibile per prevenire le invasioni russe, e inoltre delle garanzie di sicurezza che possano fornire gli eserciti europei”.
Bruxelles vuole dunque continuare la guerra alla Russia sulla pelle degli ucraini, perché è l’unica giustificazione che riesce a trovare per legittimare il proprio tentativo di assumere pienamente un ruolo definitivamente imperialista.
Fonte
20/03/2025
Al via il vertice europeo su competitività e riarmo
I capi di governo della Ue si riuniscono oggi e domani a Bruxelles per il Consiglio europeo, per discutere temi chiave come la competitività, la situazione in Ucraina e le politiche di riarmo.
La sessione odierna prevede discussioni sulla competitività dell’Ue, con particolare attenzione alle strategie per rafforzare l’industria e il mercato interno. Oggi è previsto inoltre il cosiddetto Vertice euro, in formato inclusivo, per discutere della situazione economica e finanziaria alla luce delle incertezze e dei rischi geopolitici attuali. A questa parte della riunione parteciperanno anche la presidente della Banca Centrale Europea, Cristine Lagarde, e il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe.
A fare da sfondo è la decisione strategica di procedere sul piano dell’economia di guerra. La Commissione europea mercoledi scorso ha presentato il “Libro bianco per la difesa” una sorta di manuale di istruzioni per gli Stati membri per rafforzare le capacità militari dell’Unione Europea.
Il piano presentato due settimane fa da Ursula von der Leyen ha l’obiettivo dichiarato di reperire 800 miliardi di euro per mettere in funzione la difesa e il complesso militare-industriale europei. Una cifra ambiziosa, la cui raccolta dipende soprattutto dalla volontà degli Stati membri dell’Unione europea, dicono i diplomatici a Bruxelles.
La Commissione europea invita gli Stati membri ad attivare entro fine aprile le deroghe al Patto di stabilità per investimenti in difesa permettendo di superare i limiti di spesa dell’1,5% del Pil l’anno per 4 anni. Secondo la Commissione l’attivazione delle clausole di salvaguardia, il meccanismo per avere deroghe al Patto di stabilità, dovrebbe consentire fino a 650 miliardi di investimenti aggiuntivi nella difesa.
Italia, Francia, Olanda, Svezia e Spagna hanno fatto sapere che non metteranno in atto la clausola di salvaguardia e non faranno ricorso ai prestiti.
L’Ue sta accelerando gli sforzi per rafforzare la sua “prontezza alla difesa” (“Readiness 2030”) per misurarsi con le crisi geopolitiche immediate e future. Nell’ultima riunione del Consiglio europeo i capi di governo hanno chiesto una mobilitazione più rapida delle procedure e dei finanziamenti necessari ed hanno inoltre individuato una serie di ambiti d’azione prioritari a livello della Ue e in piena coerenza con la Nato. Oggi i leader dell’Ue dovrebbero dare seguito a questi punti e discutere delle prossime tappe alla luce della presentazione del Libro bianco sul futuro della difesa europea.
L’orientamento sugli acquisti di armamenti nel quadro del “Rearm Europe” dovrebbe prevedere una quota del 65% per le armi prodotte da industrie europee e il resto da paesi extraUe, in particolare Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.
Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti non fanno ufficialmente parte dell’agenda dei lavori, ma potrebbero emergere nelle discussioni dopo che Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei. Ciò ha provocato la ritorsione dell’Ue, pesa inoltre la minaccia di Trump di colpire vini e alcolici dell’Ue con dazi del 200% e l’allarme che potrebbe annunciare ulteriori dazi all’inizio di aprile.
“Non vogliamo dare l’impressione che stiamo cercando di staccarci dagli Stati Uniti” riferisce alla Reuters un funzionario del governo tedesco. Sempre secondo il funzionario, è possibile che le conclusioni del vertice dedicato all’Ucraina si chiuda con un voto unanime di tutti i paesi tranne l’Ungheria che, come l’ultima volta, ha rifiutato di sottoscrivere le conclusioni condivise dagli altri 26 Paesi.
Fonte
La sessione odierna prevede discussioni sulla competitività dell’Ue, con particolare attenzione alle strategie per rafforzare l’industria e il mercato interno. Oggi è previsto inoltre il cosiddetto Vertice euro, in formato inclusivo, per discutere della situazione economica e finanziaria alla luce delle incertezze e dei rischi geopolitici attuali. A questa parte della riunione parteciperanno anche la presidente della Banca Centrale Europea, Cristine Lagarde, e il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe.
A fare da sfondo è la decisione strategica di procedere sul piano dell’economia di guerra. La Commissione europea mercoledi scorso ha presentato il “Libro bianco per la difesa” una sorta di manuale di istruzioni per gli Stati membri per rafforzare le capacità militari dell’Unione Europea.
Il piano presentato due settimane fa da Ursula von der Leyen ha l’obiettivo dichiarato di reperire 800 miliardi di euro per mettere in funzione la difesa e il complesso militare-industriale europei. Una cifra ambiziosa, la cui raccolta dipende soprattutto dalla volontà degli Stati membri dell’Unione europea, dicono i diplomatici a Bruxelles.
La Commissione europea invita gli Stati membri ad attivare entro fine aprile le deroghe al Patto di stabilità per investimenti in difesa permettendo di superare i limiti di spesa dell’1,5% del Pil l’anno per 4 anni. Secondo la Commissione l’attivazione delle clausole di salvaguardia, il meccanismo per avere deroghe al Patto di stabilità, dovrebbe consentire fino a 650 miliardi di investimenti aggiuntivi nella difesa.
Italia, Francia, Olanda, Svezia e Spagna hanno fatto sapere che non metteranno in atto la clausola di salvaguardia e non faranno ricorso ai prestiti.
L’Ue sta accelerando gli sforzi per rafforzare la sua “prontezza alla difesa” (“Readiness 2030”) per misurarsi con le crisi geopolitiche immediate e future. Nell’ultima riunione del Consiglio europeo i capi di governo hanno chiesto una mobilitazione più rapida delle procedure e dei finanziamenti necessari ed hanno inoltre individuato una serie di ambiti d’azione prioritari a livello della Ue e in piena coerenza con la Nato. Oggi i leader dell’Ue dovrebbero dare seguito a questi punti e discutere delle prossime tappe alla luce della presentazione del Libro bianco sul futuro della difesa europea.
L’orientamento sugli acquisti di armamenti nel quadro del “Rearm Europe” dovrebbe prevedere una quota del 65% per le armi prodotte da industrie europee e il resto da paesi extraUe, in particolare Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.
Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti non fanno ufficialmente parte dell’agenda dei lavori, ma potrebbero emergere nelle discussioni dopo che Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europei. Ciò ha provocato la ritorsione dell’Ue, pesa inoltre la minaccia di Trump di colpire vini e alcolici dell’Ue con dazi del 200% e l’allarme che potrebbe annunciare ulteriori dazi all’inizio di aprile.
“Non vogliamo dare l’impressione che stiamo cercando di staccarci dagli Stati Uniti” riferisce alla Reuters un funzionario del governo tedesco. Sempre secondo il funzionario, è possibile che le conclusioni del vertice dedicato all’Ucraina si chiuda con un voto unanime di tutti i paesi tranne l’Ungheria che, come l’ultima volta, ha rifiutato di sottoscrivere le conclusioni condivise dagli altri 26 Paesi.
Fonte
28/12/2024
Il Consiglio d’Europa scrive al Senato: “fermatevi sul ddl sicurezza”
Dopo le critiche di giuristi e gli appelli delle opposizioni, sul controverso disegno di legge Sicurezza del governo, approvato alla Camera e in corso di vaglio al Senato, si appuntano ora anche le perplessità e i dubbi del Consiglio d’Europa.
Pur nei toni felpati della diplomazia istituzionale, il commissario per i diritti umani dell’organismo internazionale, Michael O’Flaherty, ha inviato il 16 dicembre una lettera al Presidente del Senato italiano, Ignazio La Russa, contenente diverse considerazioni critiche sul ddl. Alla missiva, il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama ha risposto con un’altra missiva, protocollata il 19 dicembre, ossia ieri.
Nel testo La Russa ha comunicato al Consiglio d’Europa di aver trasmesso il messaggio, “per l’eventuale seguito di competenza”, al ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani e ai presidenti delle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, Alberto Balboni e Giulia Bongiorno, presso le quali è in corso l’esame del provvedimento.
«I senatori si astengano dall’adottare» la nuova legge
La lettera, resa nota oggi, contiene diversi passaggi pungenti. Alcune norme del ddl, scrive il commissario, “restringono il diritto a manifestare e esprimersi pacificamente“. E, a suo parere, “i senatori dovrebbero astenersi dall’adottarlo, a meno che non venga modificato in modo sostanziale per garantire che sia conforme agli standard del Consiglio d’Europa in materia di diritti umani“.
Nel merito, O’Flaherty ritiene che “gli articoli 11, 13, 14, 24, 26 e 27, che introducono reati definiti in termini vaghi e includono altre severe restrizioni, creino spazio per un’applicazione arbitraria e sproporzionata, colpendo attività che rappresentano un legittimo esercizio della libertà di riunione o espressione pacifica“.
Restrizioni ai diritti dei detenuti
Nella lettera, O’Flaherty lamenta inoltre la possibilità che il testo, se approvato,”limiterà anche i diritti delle persone detenute in carcere o nei centri di detenzione per i migranti“.
Il commissario ricorda come “i detenuti continuano a godere del diritto alla libertà di espressione, che comprende alcune forme di protesta pacifica che possono comportare una resistenza passiva“.
Ciò significa che, seppur con le limitazioni connesse al loro stato detentivo, le persone in carcere non possono essere escluse dal diritto a manifestare (per contestare per esempio le condizioni in cui sono trattenuti, che diversi organi di giustizia sovranazionali hanno spesso giudicato non sempre conformi agli standard internazionali).
Non solo: il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ritiene “che diverse misure all’interno del disegno di legge sembrano specificamente concepite per colpire i manifestanti ambientalisti, compresi i giovani difensori dei diritti umani“.
E proprio su questo, un giro di vite in Italia sembrerebbe già in atto, stante il fatto che – avverte ancora l’alto rappresentante dell’organismo internazionale – proprio il suo ufficio “ha già osservato un aumento delle segnalazioni dall’Italia di azioni legali e misure restrittive nei confronti di individui che sostengono azioni urgenti per la protezione dell’ambiente, anche attraverso l’attuazione della recente legislazione“.
Fonte
Pur nei toni felpati della diplomazia istituzionale, il commissario per i diritti umani dell’organismo internazionale, Michael O’Flaherty, ha inviato il 16 dicembre una lettera al Presidente del Senato italiano, Ignazio La Russa, contenente diverse considerazioni critiche sul ddl. Alla missiva, il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama ha risposto con un’altra missiva, protocollata il 19 dicembre, ossia ieri.
Nel testo La Russa ha comunicato al Consiglio d’Europa di aver trasmesso il messaggio, “per l’eventuale seguito di competenza”, al ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani e ai presidenti delle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, Alberto Balboni e Giulia Bongiorno, presso le quali è in corso l’esame del provvedimento.
«I senatori si astengano dall’adottare» la nuova legge
La lettera, resa nota oggi, contiene diversi passaggi pungenti. Alcune norme del ddl, scrive il commissario, “restringono il diritto a manifestare e esprimersi pacificamente“. E, a suo parere, “i senatori dovrebbero astenersi dall’adottarlo, a meno che non venga modificato in modo sostanziale per garantire che sia conforme agli standard del Consiglio d’Europa in materia di diritti umani“.
Nel merito, O’Flaherty ritiene che “gli articoli 11, 13, 14, 24, 26 e 27, che introducono reati definiti in termini vaghi e includono altre severe restrizioni, creino spazio per un’applicazione arbitraria e sproporzionata, colpendo attività che rappresentano un legittimo esercizio della libertà di riunione o espressione pacifica“.
Restrizioni ai diritti dei detenuti
Nella lettera, O’Flaherty lamenta inoltre la possibilità che il testo, se approvato,”limiterà anche i diritti delle persone detenute in carcere o nei centri di detenzione per i migranti“.
Il commissario ricorda come “i detenuti continuano a godere del diritto alla libertà di espressione, che comprende alcune forme di protesta pacifica che possono comportare una resistenza passiva“.
Ciò significa che, seppur con le limitazioni connesse al loro stato detentivo, le persone in carcere non possono essere escluse dal diritto a manifestare (per contestare per esempio le condizioni in cui sono trattenuti, che diversi organi di giustizia sovranazionali hanno spesso giudicato non sempre conformi agli standard internazionali).
Non solo: il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ritiene “che diverse misure all’interno del disegno di legge sembrano specificamente concepite per colpire i manifestanti ambientalisti, compresi i giovani difensori dei diritti umani“.
E proprio su questo, un giro di vite in Italia sembrerebbe già in atto, stante il fatto che – avverte ancora l’alto rappresentante dell’organismo internazionale – proprio il suo ufficio “ha già osservato un aumento delle segnalazioni dall’Italia di azioni legali e misure restrittive nei confronti di individui che sostengono azioni urgenti per la protezione dell’ambiente, anche attraverso l’attuazione della recente legislazione“.
Fonte
22/10/2024
Razzismo istituzionale e “in divisa”. L’Italia della Meloni smascherata dal Consiglio d’Europa
Da Strasburgo, dopo la Corte Europea di Giustizia, è arrivata un’altra tegola in testa al governo Meloni. Il rapporto della Commissione sul Razzismo e l’Intolleranza del Consiglio d’Europa (in sigla Ecri, ma da non confondere con il Consiglio Europeo dei capi di stato, ndr), rileva “con seria preoccupazione che il discorso pubblico italiano è diventato sempre più xenofobo negli ultimi anni e che i discorsi politici hanno assunto toni altamente divisivi e antagonisti, in particolare nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, nonché di cittadini italiani con background migratorio, rom e persone Lgbti”. (1)
Nel documento viene sottolineato come “Purtroppo un certo numero di dichiarazioni e commenti considerati dispregiativi e carichi di odio provengono da politici e funzionari pubblici di alto profilo, soprattutto durante i periodi elettorali”.
Di fronte a tale situazione l’Ecri nel suo ultimo rapporto dedicato all’Italia, e aggiornato ad aprile 2024, raccomanda “che le figure pubbliche, compresi i funzionari di alto livello e i politici di tutti gli schieramenti, siano fortemente incoraggiati ad assumere una posizione tempestiva, ferma e pubblica contro l’espressione di discorsi d’odio razzisti e lgbti-fobici e a reagire con discorsi alternativi, nonché a promuovere la comprensione tra le comunità, anche esprimendo solidarietà a coloro che sono bersaglio di discorsi d’odio”.
Ma c’è un aspetto altrettanto grave che viene sottolineato dal rapporto dell’Ecri. In Italia le forze dell’ordine fanno profilazione razziale durante le attività di controllo, sorveglianza e indagine, soprattutto nei confronti della comunità rom e delle persone di origine africana.
La Commissione evidenzia piuttosto gravemente come “le autorità non sembrano essere consapevoli della portata del problema e non hanno considerato l’esistenza della profilazione razziale come una forma di potenziale razzismo istituzionale”. Non solo.
La profilazione razziale, sottolinea il rapporto dell’Ecri, “ha effetti notevolmente negativi perché genera un senso di umiliazione ed ingiustizia per i gruppi coinvolti, provocando stigmatizzazione e alienazione”. È inoltre “dannosa per la sicurezza generale in quanto diminuisce la fiducia nella polizia e contribuisce alla tendenza a non denunciare i reati”. Per la Commissione, dunque, le autorità dovrebbero sottoporre le pratiche di fermo e di controllo/perquisizione della Polizia ad un esame indipendente.
Infine, con delle osservazioni che coincidono con uno dei temi centrali dello scontro politico in corso tra governo e magistratura, la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (Ecri), ha denunciato “le critiche indebite che mirano a minare l’autorità dei singoli giudici che decidono sui casi di migrazione” tra gli esempi di casi negativi che concernono il discorso pubblico e politico che “promuove una cultura dell’esclusione dei migranti piuttosto che la loro inclusione”. Secondo l’organo del Consiglio d’Europa tali critiche “minano l’indipendenza della magistratura che tratta di questi casi”, che deve essere invece “rispettata, protetta e promossa”.
L’Ecri ritiene inoltre che “i partiti dovrebbero adottare codici di condotta appropriati che proibiscano l’uso di discorsi d’odio, invitino i loro membri e seguaci ad astenersi dal pronunciarli, appoggiarli o diffonderli e prevedano sanzioni in caso contrario”.
Praticamente è arrivata una ennesima clava dalle istituzioni europee, in questo caso “allargate”, contro il governo Meloni e il segno reazionario e razzista di cui è intriso da capo a piedi. Il consueto vittimismo aggressivo dei Calimero di governo stavolta non basterà a metterci una pezza, neanche con la complicità dei telegiornali o di Ursula Von der Leyen.
Nota:
(1) Il Consiglio d’Europa è un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali nei Paesi in Europa. È stato fondato il 5 maggio 1949 con il Trattato di Londra e oggi conta 46 Stati membri. La sua sede istituzionale è a Strasburgo. Nel 1989 gli è stato riconosciuto lo status di osservatore dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Fonte
Nel documento viene sottolineato come “Purtroppo un certo numero di dichiarazioni e commenti considerati dispregiativi e carichi di odio provengono da politici e funzionari pubblici di alto profilo, soprattutto durante i periodi elettorali”.
Di fronte a tale situazione l’Ecri nel suo ultimo rapporto dedicato all’Italia, e aggiornato ad aprile 2024, raccomanda “che le figure pubbliche, compresi i funzionari di alto livello e i politici di tutti gli schieramenti, siano fortemente incoraggiati ad assumere una posizione tempestiva, ferma e pubblica contro l’espressione di discorsi d’odio razzisti e lgbti-fobici e a reagire con discorsi alternativi, nonché a promuovere la comprensione tra le comunità, anche esprimendo solidarietà a coloro che sono bersaglio di discorsi d’odio”.
Ma c’è un aspetto altrettanto grave che viene sottolineato dal rapporto dell’Ecri. In Italia le forze dell’ordine fanno profilazione razziale durante le attività di controllo, sorveglianza e indagine, soprattutto nei confronti della comunità rom e delle persone di origine africana.
La Commissione evidenzia piuttosto gravemente come “le autorità non sembrano essere consapevoli della portata del problema e non hanno considerato l’esistenza della profilazione razziale come una forma di potenziale razzismo istituzionale”. Non solo.
La profilazione razziale, sottolinea il rapporto dell’Ecri, “ha effetti notevolmente negativi perché genera un senso di umiliazione ed ingiustizia per i gruppi coinvolti, provocando stigmatizzazione e alienazione”. È inoltre “dannosa per la sicurezza generale in quanto diminuisce la fiducia nella polizia e contribuisce alla tendenza a non denunciare i reati”. Per la Commissione, dunque, le autorità dovrebbero sottoporre le pratiche di fermo e di controllo/perquisizione della Polizia ad un esame indipendente.
Infine, con delle osservazioni che coincidono con uno dei temi centrali dello scontro politico in corso tra governo e magistratura, la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa (Ecri), ha denunciato “le critiche indebite che mirano a minare l’autorità dei singoli giudici che decidono sui casi di migrazione” tra gli esempi di casi negativi che concernono il discorso pubblico e politico che “promuove una cultura dell’esclusione dei migranti piuttosto che la loro inclusione”. Secondo l’organo del Consiglio d’Europa tali critiche “minano l’indipendenza della magistratura che tratta di questi casi”, che deve essere invece “rispettata, protetta e promossa”.
L’Ecri ritiene inoltre che “i partiti dovrebbero adottare codici di condotta appropriati che proibiscano l’uso di discorsi d’odio, invitino i loro membri e seguaci ad astenersi dal pronunciarli, appoggiarli o diffonderli e prevedano sanzioni in caso contrario”.
Praticamente è arrivata una ennesima clava dalle istituzioni europee, in questo caso “allargate”, contro il governo Meloni e il segno reazionario e razzista di cui è intriso da capo a piedi. Il consueto vittimismo aggressivo dei Calimero di governo stavolta non basterà a metterci una pezza, neanche con la complicità dei telegiornali o di Ursula Von der Leyen.
Nota:
(1) Il Consiglio d’Europa è un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali nei Paesi in Europa. È stato fondato il 5 maggio 1949 con il Trattato di Londra e oggi conta 46 Stati membri. La sua sede istituzionale è a Strasburgo. Nel 1989 gli è stato riconosciuto lo status di osservatore dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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05/10/2023
Migranti. Raggiunto accordo europeo. Occorre vedere se funziona
I paesi dell’Unione Europea hanno raggiunto un controverso e contrastato accordo sul testo chiave del regolamento per la gestione delle crisi su migrazione e asilo.
La cancellazione del paragrafo sulle operazioni condotte dalle Ong ha soddisfatto la Germania, il che ha permesso di raggiungere l’accordo sul regolamento, in vista della riunione informale dei capi di Stato e di governo prevista per oggi e domani a Granada. L’intesa è stata raggiunta nonostante il voto contrario di Polonia e Ungheria e l’astensione di Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per l’approvazione serviva la maggioranza qualificata, ossia il consenso di almeno 15 paesi che rappresentino il 65% della popolazione europea.
L’Ungheria, in continuità con le sue posizioni, contesta l’intesa a Bruxelles: il regolamento, ha detto il viceministro degli Interni ungherese Rétvári, “non fermerà la migrazione, ma la impone agli Stati membri”.
La svolta per l’accordo è arrivata dopo che la Germania ha accettato di tornare al testo formulato a luglio. In particolar modo, da quanto si apprende, è stato declassato nella sezione dei ‘considerando’ il punto che riguarda l’esclusione dei salvataggi delle ong dalle situazioni di strumentalizzazione della migrazione.
“L’incaglio” era rappresentato dall’esclusione dei salvataggi compiuti dalle navi Ong dalle possibili situazioni di «strumentalizzazione» dei flussi migratori da parte di Paesi terzi. Nei giorni dello scontro con Berlino per il finanziamento da 750mila euro del Governo tedesco alla Ong Sos Humanity, il passaggio era stato giudicato dal governo Meloni come una provocazione.
Il testo approvato, si legge in una nota diffusa dal Consiglio Europeo, “stabilisce il quadro di riferimento che consentirebbe agli Stati membri di affrontare situazioni di crisi nel campo dell’asilo e della migrazione modificando alcune regole, ad esempio per quanto riguarda la registrazione delle domande di asilo o la procedura di frontiera per l’asilo”.
I Paesi interessati potranno inoltre richiedere misure di solidarietà e sostegno all’Ue e ai suoi Stati membri. In situazioni di crisi o di forza maggiore, spiega ancora il Consiglio Europeo, “gli Stati membri possono essere autorizzati ad applicare norme specifiche in materia di asilo e di procedure di rimpatrio”.
Tra le altre misure previste c’è la registrazione delle domande di protezione internazionale che può essere completata entro quattro settimane dalla loro presentazione, alleggerendo l’onere per le amministrazioni nazionali sovraccariche. I contributi di solidarietà che uno Stato membro può chiedere in situazione di crisi potranno, secondo la posizione adottata dal Consiglio, assumere la forma di: ricollocazione dei richiedenti asilo o beneficiari di protezione internazionale dallo Stato membro in situazione di crisi agli Stati membri contributori; compensazioni di responsabilità, vale a dire che lo Stato membro sostenitore si assumerebbe la responsabilità di esaminare le richieste di asilo al fine di aiutare lo Stato membro che si trova in una situazione di crisi; e contributi finanziari o misure di solidarietà alternative. Queste misure eccezionali e questo sostegno di solidarietà, si legge nella nota, richiedono l’autorizzazione del Consiglio Europeo, in conformità con i principi di necessità e proporzionalità, e nel pieno rispetto dei diritti.
Nel testo però non vi è nessun accenno alla solidarietà europea, che può essere manifestata anche dietro un contributo economico e non di accoglienza, nessuna revisione degli accordi di Dublino, il che mantiene l’Italia tra i Paesi di primo approdo ai quali spettano le procedure di identificazione e richiesta d’asilo, ma solo maglie più larghe sulla possibilità di raggiungere accordi con i Paesi d’origine e di transito per effettuare rimpatri.
Fonte
La cancellazione del paragrafo sulle operazioni condotte dalle Ong ha soddisfatto la Germania, il che ha permesso di raggiungere l’accordo sul regolamento, in vista della riunione informale dei capi di Stato e di governo prevista per oggi e domani a Granada. L’intesa è stata raggiunta nonostante il voto contrario di Polonia e Ungheria e l’astensione di Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per l’approvazione serviva la maggioranza qualificata, ossia il consenso di almeno 15 paesi che rappresentino il 65% della popolazione europea.
L’Ungheria, in continuità con le sue posizioni, contesta l’intesa a Bruxelles: il regolamento, ha detto il viceministro degli Interni ungherese Rétvári, “non fermerà la migrazione, ma la impone agli Stati membri”.
La svolta per l’accordo è arrivata dopo che la Germania ha accettato di tornare al testo formulato a luglio. In particolar modo, da quanto si apprende, è stato declassato nella sezione dei ‘considerando’ il punto che riguarda l’esclusione dei salvataggi delle ong dalle situazioni di strumentalizzazione della migrazione.
“L’incaglio” era rappresentato dall’esclusione dei salvataggi compiuti dalle navi Ong dalle possibili situazioni di «strumentalizzazione» dei flussi migratori da parte di Paesi terzi. Nei giorni dello scontro con Berlino per il finanziamento da 750mila euro del Governo tedesco alla Ong Sos Humanity, il passaggio era stato giudicato dal governo Meloni come una provocazione.
Il testo approvato, si legge in una nota diffusa dal Consiglio Europeo, “stabilisce il quadro di riferimento che consentirebbe agli Stati membri di affrontare situazioni di crisi nel campo dell’asilo e della migrazione modificando alcune regole, ad esempio per quanto riguarda la registrazione delle domande di asilo o la procedura di frontiera per l’asilo”.
I Paesi interessati potranno inoltre richiedere misure di solidarietà e sostegno all’Ue e ai suoi Stati membri. In situazioni di crisi o di forza maggiore, spiega ancora il Consiglio Europeo, “gli Stati membri possono essere autorizzati ad applicare norme specifiche in materia di asilo e di procedure di rimpatrio”.
Tra le altre misure previste c’è la registrazione delle domande di protezione internazionale che può essere completata entro quattro settimane dalla loro presentazione, alleggerendo l’onere per le amministrazioni nazionali sovraccariche. I contributi di solidarietà che uno Stato membro può chiedere in situazione di crisi potranno, secondo la posizione adottata dal Consiglio, assumere la forma di: ricollocazione dei richiedenti asilo o beneficiari di protezione internazionale dallo Stato membro in situazione di crisi agli Stati membri contributori; compensazioni di responsabilità, vale a dire che lo Stato membro sostenitore si assumerebbe la responsabilità di esaminare le richieste di asilo al fine di aiutare lo Stato membro che si trova in una situazione di crisi; e contributi finanziari o misure di solidarietà alternative. Queste misure eccezionali e questo sostegno di solidarietà, si legge nella nota, richiedono l’autorizzazione del Consiglio Europeo, in conformità con i principi di necessità e proporzionalità, e nel pieno rispetto dei diritti.
Nel testo però non vi è nessun accenno alla solidarietà europea, che può essere manifestata anche dietro un contributo economico e non di accoglienza, nessuna revisione degli accordi di Dublino, il che mantiene l’Italia tra i Paesi di primo approdo ai quali spettano le procedure di identificazione e richiesta d’asilo, ma solo maglie più larghe sulla possibilità di raggiungere accordi con i Paesi d’origine e di transito per effettuare rimpatri.
Fonte
01/07/2023
Consiglio Europeo: migranti, guerra, economia e Cina
Il 29 e 30 giugno si è svolto il Consiglio Europeo, già preannunciato come un delicato momento di confronto tra i vertici degli esecutivi dei membri UE. Ci si aspettava che il nodo della gestione dei migranti avrebbe fatto registrare scintille, ed effettivamente non sono mancate.
L’accordo è stato largo riguardo il sostegno ai “lavori svolti su un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia”. In sostanza si concretizza in fondi europei ed investimenti in cambio del blocco delle partenze dalle coste tunisine, un modello «libico» da diffondere “tra l’Unione europea e i partner nella regione”.
In realtà l’intesa con Tunisi deve essere ancora confermata, e non è detto che all’incontro del 3 luglio vada tutto come previsto. Ma finché si è parlato di pagare profumatamente l’esternalizzazione del controllo dei confini non ci sono stati intoppi: serrare la gabbia europea verso l’esterno trova tutti in perfetta sintonia (“democratici sovranazionali” e “nazionalisti sovranisti”).
È stato il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, raggiunto l’8 giugno dai ministri degli Interni, a provocare lo scontro. Esso regolerà i ricollocamenti dei richiedenti asilo, i contributi finanziari e altre misure di solidarietà interna alla UE.
L’accordo è stato trovato ricorrendo alla maggioranza qualificata, come previsto dai trattati comunitari in materia, ma al Consiglio sia l’Ungheria sia la Polonia si sono opposte. I rappresentanti dei due paesi volevano infatti che si continuasse a seguire la regola del consenso, come negli scorsi anni.
Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, ha chiesto dunque a Giorgia Meloni di svolgere un tentativo di mediazione. La leader di Fratelli d’Italia ha sottolineato proprio come fosse inutile l’ostruzionismo su come smistare i migranti una volta giunti in Europa, perché si avranno sempre idee inconciliabili.
La Meloni è arrivata a dire che i ricollocamenti non sono la sua priorità, ma lo è “fermare l’immigrazione illegale a monte”, con accordi come quello con la Tunisia. L’Italia è tuttora fondamentale nel dialogo con l’altra sponda del Mediterraneo, e la capa di governo vuole rivendicare questo ruolo.
Anche se la missione di portare a miglior consiglio i due paesi riottosi non è andata a buon fine, la legittimità che Michel ha riconosciuto con la sua richiesta a Giorgia Meloni è evidente, nonostante i problemi sul PNRR. È probabile che anche questo sia un segnale del processo di normalizzazione della destra post-fascista e della ricerca di nuovi equilibri politici.
Giorgia Meloni si è riscoperta, per noi senza sorprese, una ferma sostenitrice di una UE unita e con un profilo strategico maggiormente proiettato verso l’esterno, terreno su cui superare anche le diatribe interne. La ‘politica di potenza’ è condivisa da tutte le classi dirigenti comunitarie, il resto è solo gioco delle parti per imbonire l’elettorato.
Una politica che ovviamente è fortemente orientata alla guerra. L’altro tema ampiamente dibattuto è stata la situazione ucraina, ribadendo “il sostegno finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico”. L’undicesimo pacchetto di sanzioni è stato accolto con favore, mentre sono stati criticati Iran e Bielorussia per l’appoggio alla Russia.
È stata espressa la volontà di organizzare un “vertice di pace globale” sulla base della formula di pace dell’Ucraina, che i paesi UE si impegneranno a ricostruire. Parallelamente, è stato valutato positivamente il processo che sta avvicinando sempre più l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia alla UE.
Ai timori sulla sicurezza alimentare globale, si sono affiancati quelli per la distruzione della diga Kakhova, con importanti ripercussioni anche sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Qui, come al solito, si è assistito alla smentita degli allarmismi di Kiev.
Infatti, le autorità ucraine avevano rilasciato dichiarazioni riguardo al fatto che i russi avevano minato quattro reattori della centrale, pronti a creare un incidente epocale. L’AIEA non ha rilevato alcun segnale di un’azione del genere, anche se le ultime notizie parlano di indicazioni di evacuazione entro il 5 luglio anche per i dipendenti ucraini.
Del resto, come ha detto Rafael Grossi, a capo dell’AIEA, “può succedere di tutto”. La sua principale preoccupazione è però, ad ora, il pericolo che la centrale corre, trovandosi in una condizione di estrema fragilità e quasi sulla linea della controffensiva ucraina.
Sempre in relazione all’ambito bellico, è stata sottolineata la necessità di procedere sulla strada tracciata dalla ‘Bussola strategica europea’ più di un anno fa. In generale, è stata confermata la spinta ad aumentare i fondi militari e le basi comuni della sicurezza, anche informatica, e della difesa della UE.
Questo obiettivo verrà raggiunto con l’acquisizione congiunta di munizioni e missili, ma anche con lo European defence industry reinforcement through common procurement act (EDIRPA), una cornice per procedere con appalti in comune, e con lo European Defence Improvement Programme (EDIP).
Per quest’ultimo strumento, un insieme di investimenti iscritti nella cornice NATO, è stato chiesto alla Commissione di elaborare una proposta.
Sulla situazione economica, è stata riaffermato l'obiettivo di una maggiore ‘competitività’, da realizzarsi attraverso la ‘transizione verde e digitale’, nonché una maggiore attenzione anche all’ambito farmaceutico. Da evidenziare la preoccupazione espressa per gli effetti che avrà sulla UE il per nulla amichevole Inflation Reduction Act statunitense.
Fondamentale rimane poi la riduzione delle dipendenze strategiche e la diversificazione delle catene di approvvigionamento. Qui entra sulla scena il rapporto complesso con la Cina, a cui è dedicata una delle sette parti in cui sono divise le conclusioni del Consiglio.
Il Dragone viene di nuovo definito come “un partner, un concorrente e un rivale sistemico”, con cui collaborare per affrontare sfide dalla dimensione globale. Se anche, come detto, la UE vuole rendersi più autonoma da Pechino, però “non intende procedere a un disaccoppiamento né chiudersi in se stessa”.
Vengono poi al solito espresse critiche sulla situazione dei diritti umani in Tibet e in Xinjiang. Viene però anche ripetuto che la comunità europea sostiene coerentemente la politica di “un’unica Cina” (che implica il non riconoscimento di Taiwan come Stato indipendente).
Per concludere, nel testo finale vi sono accenni ai Balcani, alla Turchia, al Mediterraneo orientale e all’Africa. In poche parole, uno sguardo a tutto tondo sui vari settori di interesse di una UE che non ha assolutamente rinunciato a svolgere un ruolo attivo nella competizione globale.
Non un traguardo semplice, ma che comunque verrà perseguito ad ogni costo, facendoci scivolare sul piano inclinato della guerra e della barbarie. È bene rimanere allerta sui prossimi sviluppi dei nodi dirimenti riassunti in questo Consiglio Europeo, perché ne deriveranno anche indizi sugli spazi praticabili per la costruzione di un’alternativa.
Fonte
L’accordo è stato largo riguardo il sostegno ai “lavori svolti su un pacchetto di partenariato globale reciprocamente vantaggioso con la Tunisia”. In sostanza si concretizza in fondi europei ed investimenti in cambio del blocco delle partenze dalle coste tunisine, un modello «libico» da diffondere “tra l’Unione europea e i partner nella regione”.
In realtà l’intesa con Tunisi deve essere ancora confermata, e non è detto che all’incontro del 3 luglio vada tutto come previsto. Ma finché si è parlato di pagare profumatamente l’esternalizzazione del controllo dei confini non ci sono stati intoppi: serrare la gabbia europea verso l’esterno trova tutti in perfetta sintonia (“democratici sovranazionali” e “nazionalisti sovranisti”).
È stato il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, raggiunto l’8 giugno dai ministri degli Interni, a provocare lo scontro. Esso regolerà i ricollocamenti dei richiedenti asilo, i contributi finanziari e altre misure di solidarietà interna alla UE.
L’accordo è stato trovato ricorrendo alla maggioranza qualificata, come previsto dai trattati comunitari in materia, ma al Consiglio sia l’Ungheria sia la Polonia si sono opposte. I rappresentanti dei due paesi volevano infatti che si continuasse a seguire la regola del consenso, come negli scorsi anni.
Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, ha chiesto dunque a Giorgia Meloni di svolgere un tentativo di mediazione. La leader di Fratelli d’Italia ha sottolineato proprio come fosse inutile l’ostruzionismo su come smistare i migranti una volta giunti in Europa, perché si avranno sempre idee inconciliabili.
La Meloni è arrivata a dire che i ricollocamenti non sono la sua priorità, ma lo è “fermare l’immigrazione illegale a monte”, con accordi come quello con la Tunisia. L’Italia è tuttora fondamentale nel dialogo con l’altra sponda del Mediterraneo, e la capa di governo vuole rivendicare questo ruolo.
Anche se la missione di portare a miglior consiglio i due paesi riottosi non è andata a buon fine, la legittimità che Michel ha riconosciuto con la sua richiesta a Giorgia Meloni è evidente, nonostante i problemi sul PNRR. È probabile che anche questo sia un segnale del processo di normalizzazione della destra post-fascista e della ricerca di nuovi equilibri politici.
Giorgia Meloni si è riscoperta, per noi senza sorprese, una ferma sostenitrice di una UE unita e con un profilo strategico maggiormente proiettato verso l’esterno, terreno su cui superare anche le diatribe interne. La ‘politica di potenza’ è condivisa da tutte le classi dirigenti comunitarie, il resto è solo gioco delle parti per imbonire l’elettorato.
Una politica che ovviamente è fortemente orientata alla guerra. L’altro tema ampiamente dibattuto è stata la situazione ucraina, ribadendo “il sostegno finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico”. L’undicesimo pacchetto di sanzioni è stato accolto con favore, mentre sono stati criticati Iran e Bielorussia per l’appoggio alla Russia.
È stata espressa la volontà di organizzare un “vertice di pace globale” sulla base della formula di pace dell’Ucraina, che i paesi UE si impegneranno a ricostruire. Parallelamente, è stato valutato positivamente il processo che sta avvicinando sempre più l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia alla UE.
Ai timori sulla sicurezza alimentare globale, si sono affiancati quelli per la distruzione della diga Kakhova, con importanti ripercussioni anche sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Qui, come al solito, si è assistito alla smentita degli allarmismi di Kiev.
Infatti, le autorità ucraine avevano rilasciato dichiarazioni riguardo al fatto che i russi avevano minato quattro reattori della centrale, pronti a creare un incidente epocale. L’AIEA non ha rilevato alcun segnale di un’azione del genere, anche se le ultime notizie parlano di indicazioni di evacuazione entro il 5 luglio anche per i dipendenti ucraini.
Del resto, come ha detto Rafael Grossi, a capo dell’AIEA, “può succedere di tutto”. La sua principale preoccupazione è però, ad ora, il pericolo che la centrale corre, trovandosi in una condizione di estrema fragilità e quasi sulla linea della controffensiva ucraina.
Sempre in relazione all’ambito bellico, è stata sottolineata la necessità di procedere sulla strada tracciata dalla ‘Bussola strategica europea’ più di un anno fa. In generale, è stata confermata la spinta ad aumentare i fondi militari e le basi comuni della sicurezza, anche informatica, e della difesa della UE.
Questo obiettivo verrà raggiunto con l’acquisizione congiunta di munizioni e missili, ma anche con lo European defence industry reinforcement through common procurement act (EDIRPA), una cornice per procedere con appalti in comune, e con lo European Defence Improvement Programme (EDIP).
Per quest’ultimo strumento, un insieme di investimenti iscritti nella cornice NATO, è stato chiesto alla Commissione di elaborare una proposta.
Sulla situazione economica, è stata riaffermato l'obiettivo di una maggiore ‘competitività’, da realizzarsi attraverso la ‘transizione verde e digitale’, nonché una maggiore attenzione anche all’ambito farmaceutico. Da evidenziare la preoccupazione espressa per gli effetti che avrà sulla UE il per nulla amichevole Inflation Reduction Act statunitense.
Fondamentale rimane poi la riduzione delle dipendenze strategiche e la diversificazione delle catene di approvvigionamento. Qui entra sulla scena il rapporto complesso con la Cina, a cui è dedicata una delle sette parti in cui sono divise le conclusioni del Consiglio.
Il Dragone viene di nuovo definito come “un partner, un concorrente e un rivale sistemico”, con cui collaborare per affrontare sfide dalla dimensione globale. Se anche, come detto, la UE vuole rendersi più autonoma da Pechino, però “non intende procedere a un disaccoppiamento né chiudersi in se stessa”.
Vengono poi al solito espresse critiche sulla situazione dei diritti umani in Tibet e in Xinjiang. Viene però anche ripetuto che la comunità europea sostiene coerentemente la politica di “un’unica Cina” (che implica il non riconoscimento di Taiwan come Stato indipendente).
Per concludere, nel testo finale vi sono accenni ai Balcani, alla Turchia, al Mediterraneo orientale e all’Africa. In poche parole, uno sguardo a tutto tondo sui vari settori di interesse di una UE che non ha assolutamente rinunciato a svolgere un ruolo attivo nella competizione globale.
Non un traguardo semplice, ma che comunque verrà perseguito ad ogni costo, facendoci scivolare sul piano inclinato della guerra e della barbarie. È bene rimanere allerta sui prossimi sviluppi dei nodi dirimenti riassunti in questo Consiglio Europeo, perché ne deriveranno anche indizi sugli spazi praticabili per la costruzione di un’alternativa.
Fonte
27/07/2020
Siamo proprio sicuri che ci sarà un Recovery Fund?
Scalfire il muro di menzogne sparso a proposito del Recovery Fund è difficile, ma non impossibile. Occorre tempo, pazienza, attenzione. E c’è il forte “rischio” che a breve sia la realtà ad imporsi, squarciando il velo delle stupidaggini ripetute soprattutto da ministri, opinionisti un tanto al chilo, mezzibusti senza spina dorsale né professionalità.
Da parte nostra, abbiamo fin da subito indicato alcuni punti molto critici, che mettono in forse l’applicabilità del meccanismo decisionale escogitato per il solo Recovery Fund (e lo stesso Bilancio Europeo, cui è agganciato). E in ogni caso continuiamo a smontare, da soli o in ottima compagnia, il contenuto finanziario del “piano”.
Ma se a sollevare gli stessi dubbi, all’interno di un discorsetto edificante e fasullo, è addirittura Mario Monti (ex Commissario europeo, ex Presidente del consiglio, ex leader di un partitino personale fallito, membro stabile del Bilderberg Group, establishment “europeista” duro e puro, ecc.), allora qualche problema deve esistere davvero.
La frase sibillina che gli è scappata in un semi-entusiastico pezzo sul Corriere è stata notata da pochi, ma presto messa in evidenza. «Il bilancio della Ue 2021-27 e il Recovery Fund, per dispiegare i loro effetti, richiedono che la decisione sulle nuove risorse proprie venga ratificata da tutti gli Stati membri, come se fosse una modifica dei Trattati (e magari qualche paese penserà di ricorrere a un referendum...)».
Poche righe per dire che quanto “concordato” al Consiglio Europeo a proposito dei fantastiliardi che dovrebbero “arrivare dall’Europa” è sub judice. È per ora una proposta, poco più, che ben 27 Parlamenti nazionali dovranno approvare. E le popolazioni di alcuni paesi, è noto, sono state addestrate negli anni a concepire i “mediterranei” come fastidiose cicale mangiasoldi. Anche se nella realtà accade da decenni l’esatto opposto (basterebbe ricordare i rebates – sconti sui contributi da versare al bilancio comunitario – o lo scandaloso dumping fiscale ai danni dei partner).
Questa condizione politicamente instabile sarà chiarita solo nei prossimi mesi. E solo dopo che tutti e 27 avranno dato il loro benestare si comincerà – eventualmente – a ragionare sulla distribuzione di fondi raccolti con il normale indebitamento sui “mercati”; insomma, con debiti pubblici che andranno cumulati su quelli già in essere.
Scrive infatti Monti: “Non dobbiamo illuderci che il «superfreno» che il solito Rutte avrebbe voluto (la possibilità per un singolo Paese di far bloccare le erogazioni sul Recovery Fund a Paesi che non rispettino le condizioni pattuite), non adottato dal Consiglio europeo, sia uscito di scena.”
I nostri ministri, opinionisti, leader d’opposizione, ecc, ci hanno bombardato con il messaggio esattamente opposto (“Colpo ai populisti, per l’Europa è nuovo inizio“), mentre tutta la discussione pubblica verte sul “cosa faremo di tutti quei soldi”.
In realtà, la situazione è tutt’altra. Quel meccanismo di governance escogitato per il Recovery Fund – Commissione Europea (“governo”) più “maggioranza qualificata del Consiglio Europeo” (vertice dei 27 capi Stato e di governo) – non è previsto da nessun trattato Ue.
Dunque, legalmente, equivale ad un nuovo trattato, che deve essere approvato a livello nazionale. Finché non c’è il voto parlamentare di tutti i Paesi quel dispositivo barocco semplicemente non esiste.
Ma se non esiste quel dispositivo non esistono nemmeno i 750 miliardi di cui si ciancia a ruota libera. “Basta che un solo Parlamento voti ‘no'” e – dice lo stesso Monti – “Niente risorse proprie. Niente possibilità per la Ue di indebitarsi nel mercato. Niente bilancio settennale. Niente Recovery Fund.”
Insomma, i nostri opinion maker dovrebbero dotarsi di un rosario e accendere parecchi ceri alla madonna perché intervenga sui cervelli dei deputati – o, sia mai detto, dell’elettorato – di un Paese “frugale” e li convinca ad emettere il sospirato “sì”.
Monti, che dell’establishment continentale è un cane da guardia feroce, ci consiglia infatti di non dare adito ai “parlamentari sovranisti olandesi”, di cui l’insopportabile Rutte è l’esponente meno ruvido, “di dimostrare che loro, sì, sanno essere intransigenti verso paesi che non mettono in ordine la loro economia, non quel mollacchione di Rutte...”
Come fare ad imbonirli? Semplice: fare di corsa quel che loro, come tutto l’establishment europeo, pretendono da noi e dagli altri “mediterranei”: “È essenziale che il nostro Paese dia segni concreti e rapidi di avere volontà e capacità di realizzare seriamente ciò che giova alla nostra economia e che la Ue ci chiede di fare, perché siamo un pezzo importante dell’Europa.”
Fuor di metafora: tagliare la spesa per pensioni, istruzione, sanità, pubblica amministrazione (come esplicitamente detto nel testo dell’“accordo” sul Recovery Fund).
Tutto questo vi puzza di “condizionalità”? Nonostante tutti vi dicano che qui non ci sono, mentre nel MES sì (qualcuno, più bugiardo della media, arriva a dire che non ci sarebbero neanche lì...)?
Beh, vi ricorda Monti col suo fare sardonico, “Che comportino o no forme esplicite di condizionalità, gli aiuti di altri mettono comunque in posizione subalterna.”
Fino a citare esplicitamente il povero Dante Alighieri, col suo «come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e’l salir per l’altrui scale».
Il discorso è chiaro: non ci sono “contributi a fondo perduto”, non c’è alcuna solidarietà europea, ma solo prestiti condizionati e molto, ma molto, “salati”. Non in termini di interessi da pagare, forse, ma certamente in termini di autonomia decisionale e di “ragione sociale”.
Peggio. Non è neppure detto che quei soldi ci saranno. Perché, appunto, “Basterebbe il no di un Parlamento”.
Quel che né Monti né altri dicono – perché dovrebbero aprire una riflessione pesante sul passo indietro fatto in direzione di un “approccio inter-governativo” apertamente conflittuale – è che questa incertezza procedurale costruita con una “toppa peggiore del buco”, stesa su un disaccordo inconciliabile tra gruppi di Paesi con interessi e situazione debitoria (pubblica) differenti, sarà un problema serissimo per l’architettura europea. Anche se dovesse essere approvata.
Con un “innovazione” degna di miglior causa, infatti, è stato delineato un “governo di minoranza”, secondo cui basta creare un gruppo di Paesi con il 35% della popolazione continentale per bloccare qualsiasi erogazione dei fondi a un Paese considerato – a ragione o a torto, non importa – “inadempiente” nella realizzazione di alcune “riforme”.
Al momento attuale, questa minoranza con potenziale potere di veto è rappresentata dai cinque “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia), che però non dispongono del peso demografico sufficiente. Basterebbe però che su un loro “niet” si schieri anche la Germania ed il gioco è fatto. Berlino si ritrova così in mano il joystick decisivo, mentre nelle cronache passa per un “mediatore solidale”...
Il sospetto che tutta questa manfrina di quattro giorni fosse concordata, è insomma ben più di un pensiero maligno.
Ma nel momento in cui fosse fatta scattare questa trappola sul collo di qualche malcapitato “mediterraneo” – e l’Italia è la principale indiziata, per ora – è facilmente ipotizzabile un andamento futuro delle istituzioni europee caratterizzato da “minoranze di blocco variabili”, su questo o quel tema, per ritorsione o gioco di logoramento.
Manovrare un Continente con queste premesse, nel pieno della più grave crisi del dopoguerra, non sembra facilissimo. Non basta essere feroci, per vincere le guerre. Dovrebbero ricordarlo bene a Berlino, e anche i boeri alla Rutte...
Fonte
Da parte nostra, abbiamo fin da subito indicato alcuni punti molto critici, che mettono in forse l’applicabilità del meccanismo decisionale escogitato per il solo Recovery Fund (e lo stesso Bilancio Europeo, cui è agganciato). E in ogni caso continuiamo a smontare, da soli o in ottima compagnia, il contenuto finanziario del “piano”.
Ma se a sollevare gli stessi dubbi, all’interno di un discorsetto edificante e fasullo, è addirittura Mario Monti (ex Commissario europeo, ex Presidente del consiglio, ex leader di un partitino personale fallito, membro stabile del Bilderberg Group, establishment “europeista” duro e puro, ecc.), allora qualche problema deve esistere davvero.
La frase sibillina che gli è scappata in un semi-entusiastico pezzo sul Corriere è stata notata da pochi, ma presto messa in evidenza. «Il bilancio della Ue 2021-27 e il Recovery Fund, per dispiegare i loro effetti, richiedono che la decisione sulle nuove risorse proprie venga ratificata da tutti gli Stati membri, come se fosse una modifica dei Trattati (e magari qualche paese penserà di ricorrere a un referendum...)».
Poche righe per dire che quanto “concordato” al Consiglio Europeo a proposito dei fantastiliardi che dovrebbero “arrivare dall’Europa” è sub judice. È per ora una proposta, poco più, che ben 27 Parlamenti nazionali dovranno approvare. E le popolazioni di alcuni paesi, è noto, sono state addestrate negli anni a concepire i “mediterranei” come fastidiose cicale mangiasoldi. Anche se nella realtà accade da decenni l’esatto opposto (basterebbe ricordare i rebates – sconti sui contributi da versare al bilancio comunitario – o lo scandaloso dumping fiscale ai danni dei partner).
Questa condizione politicamente instabile sarà chiarita solo nei prossimi mesi. E solo dopo che tutti e 27 avranno dato il loro benestare si comincerà – eventualmente – a ragionare sulla distribuzione di fondi raccolti con il normale indebitamento sui “mercati”; insomma, con debiti pubblici che andranno cumulati su quelli già in essere.
Scrive infatti Monti: “Non dobbiamo illuderci che il «superfreno» che il solito Rutte avrebbe voluto (la possibilità per un singolo Paese di far bloccare le erogazioni sul Recovery Fund a Paesi che non rispettino le condizioni pattuite), non adottato dal Consiglio europeo, sia uscito di scena.”
I nostri ministri, opinionisti, leader d’opposizione, ecc, ci hanno bombardato con il messaggio esattamente opposto (“Colpo ai populisti, per l’Europa è nuovo inizio“), mentre tutta la discussione pubblica verte sul “cosa faremo di tutti quei soldi”.
In realtà, la situazione è tutt’altra. Quel meccanismo di governance escogitato per il Recovery Fund – Commissione Europea (“governo”) più “maggioranza qualificata del Consiglio Europeo” (vertice dei 27 capi Stato e di governo) – non è previsto da nessun trattato Ue.
Dunque, legalmente, equivale ad un nuovo trattato, che deve essere approvato a livello nazionale. Finché non c’è il voto parlamentare di tutti i Paesi quel dispositivo barocco semplicemente non esiste.
Ma se non esiste quel dispositivo non esistono nemmeno i 750 miliardi di cui si ciancia a ruota libera. “Basta che un solo Parlamento voti ‘no'” e – dice lo stesso Monti – “Niente risorse proprie. Niente possibilità per la Ue di indebitarsi nel mercato. Niente bilancio settennale. Niente Recovery Fund.”
Insomma, i nostri opinion maker dovrebbero dotarsi di un rosario e accendere parecchi ceri alla madonna perché intervenga sui cervelli dei deputati – o, sia mai detto, dell’elettorato – di un Paese “frugale” e li convinca ad emettere il sospirato “sì”.
Monti, che dell’establishment continentale è un cane da guardia feroce, ci consiglia infatti di non dare adito ai “parlamentari sovranisti olandesi”, di cui l’insopportabile Rutte è l’esponente meno ruvido, “di dimostrare che loro, sì, sanno essere intransigenti verso paesi che non mettono in ordine la loro economia, non quel mollacchione di Rutte...”
Come fare ad imbonirli? Semplice: fare di corsa quel che loro, come tutto l’establishment europeo, pretendono da noi e dagli altri “mediterranei”: “È essenziale che il nostro Paese dia segni concreti e rapidi di avere volontà e capacità di realizzare seriamente ciò che giova alla nostra economia e che la Ue ci chiede di fare, perché siamo un pezzo importante dell’Europa.”
Fuor di metafora: tagliare la spesa per pensioni, istruzione, sanità, pubblica amministrazione (come esplicitamente detto nel testo dell’“accordo” sul Recovery Fund).
Tutto questo vi puzza di “condizionalità”? Nonostante tutti vi dicano che qui non ci sono, mentre nel MES sì (qualcuno, più bugiardo della media, arriva a dire che non ci sarebbero neanche lì...)?
Beh, vi ricorda Monti col suo fare sardonico, “Che comportino o no forme esplicite di condizionalità, gli aiuti di altri mettono comunque in posizione subalterna.”
Fino a citare esplicitamente il povero Dante Alighieri, col suo «come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e’l salir per l’altrui scale».
Il discorso è chiaro: non ci sono “contributi a fondo perduto”, non c’è alcuna solidarietà europea, ma solo prestiti condizionati e molto, ma molto, “salati”. Non in termini di interessi da pagare, forse, ma certamente in termini di autonomia decisionale e di “ragione sociale”.
Peggio. Non è neppure detto che quei soldi ci saranno. Perché, appunto, “Basterebbe il no di un Parlamento”.
Quel che né Monti né altri dicono – perché dovrebbero aprire una riflessione pesante sul passo indietro fatto in direzione di un “approccio inter-governativo” apertamente conflittuale – è che questa incertezza procedurale costruita con una “toppa peggiore del buco”, stesa su un disaccordo inconciliabile tra gruppi di Paesi con interessi e situazione debitoria (pubblica) differenti, sarà un problema serissimo per l’architettura europea. Anche se dovesse essere approvata.
Con un “innovazione” degna di miglior causa, infatti, è stato delineato un “governo di minoranza”, secondo cui basta creare un gruppo di Paesi con il 35% della popolazione continentale per bloccare qualsiasi erogazione dei fondi a un Paese considerato – a ragione o a torto, non importa – “inadempiente” nella realizzazione di alcune “riforme”.
Al momento attuale, questa minoranza con potenziale potere di veto è rappresentata dai cinque “frugali” (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia), che però non dispongono del peso demografico sufficiente. Basterebbe però che su un loro “niet” si schieri anche la Germania ed il gioco è fatto. Berlino si ritrova così in mano il joystick decisivo, mentre nelle cronache passa per un “mediatore solidale”...
Il sospetto che tutta questa manfrina di quattro giorni fosse concordata, è insomma ben più di un pensiero maligno.
Ma nel momento in cui fosse fatta scattare questa trappola sul collo di qualche malcapitato “mediterraneo” – e l’Italia è la principale indiziata, per ora – è facilmente ipotizzabile un andamento futuro delle istituzioni europee caratterizzato da “minoranze di blocco variabili”, su questo o quel tema, per ritorsione o gioco di logoramento.
Manovrare un Continente con queste premesse, nel pieno della più grave crisi del dopoguerra, non sembra facilissimo. Non basta essere feroci, per vincere le guerre. Dovrebbero ricordarlo bene a Berlino, e anche i boeri alla Rutte...
Fonte
24/04/2020
Consiglio Europeo: i lavoratori hanno perso
Decisamente irrituale l’intervento in diretta di
ieri del Presidente del Consiglio Conte per spiegare le decisioni prese
dal Consiglio Europeo.
Cinque minuti di diretta con un testo imparato praticamente a memoria per dire che siamo a un passaggio storico. Il Recovery Fund (l’Unione Europea è una fabbrica di nomi sempre nuovi che non significano niente) sarebbe uno strumento innovativo che l’Italia e altri stati hanno imposto come risposta solidale alla crisi. Che cosa realmente sia questo fondo, Conte non lo ha detto, anche perché nessuno, lui compreso, lo sa.
Tecnicamente dovrà essere impostato dall’Eurogruppo che si terrà a maggio, per poi passare al vaglio della Commissione Europea e, nuovamente, al Consiglio Europeo. Tempi lunghissimi per un progetto vago che probabilmente dovrà anche essere approvato dai Parlamenti Nazionali.
Le incognite sono tantissime a cominciare dalla parte considerabile come prestito e dalla parte che sarà invece considerabile come sussidio. Su questo ovviamente è già cominciato il balletto delle interpretazioni discordanti tra i presidenti e i governatori dei vari paesi.
Ovviamente Conte ha ribadito che partiranno anche gli altri strumenti in campo senza citarli. Tra cui le briciole del fondo Sure, la partita di giro dei prestiti erogati alle imprese dalla BEI e ovviamente il MES, di cui oramai si parla pochissimo e che probabilmente dovrà essere accettato perché i fondi stanziati tramite gli altri strumenti sono di entità ridicola rispetto alle esigenze.
La domanda, a questo punto, è se esistono ancora margini di manovra per una mutualizzazione del debito, quella propugnata con gli Eurobond chiesti dal Presidente Conte e ora sostituiti dal Recovery Fund. Apparentemente tutto è possibile ma fin da ora vanno fatte alcune considerazioni:
1) l’approvazione di questo sistema di finanziamento è incerta e i tempi saranno troppo lunghi;
2) il tutto dovrà essere collocato nella cornice dei Trattati europei, che sostanzialmente impediscono ogni tipo di mutualizzazione e socializzazione del debito.
Il Presidente del Consiglio ha affrontato questa partita in condizioni difficili. Probabilmente ne è uscito sconfitto e l’enfasi sul grande risultato data ieri in diretta televisiva è totalmente menzognera. Non ci interessa qui fare valutazioni e dare dei giudizi sulla sua figura politica. È evidente che l’intera partita fosse truccata già in partenza, anche perché parte del suo governo (il PD con Gualtieri, Gentiloni, le dichiarazioni di Letta e il ritorno di Prodi) ha lavorato alacremente per indebolire il fronte spingendo per il MES.
Ma l’errore di Conte è fondamentalmente un altro: non aver compreso che ciò che chiedeva e che effettivamente sarebbe indispensabile (un meccanismo finanziario solidale per affrontare la crisi determinata dal Covid-19) è incompatibile con i trattati della UE e con lo Statuto della BCE.
La partita, quindi, non è solo tecnica ma politica. Accettando il meccanismo solidale la UE si sarebbe trasformata radicalmente in un organo con obiettivi diversi da quelli per cui è stata costruita: questa operazione, evidentemente, non è possibile.
Rimane il fatto che per la narrazione mediatica l’Italia non ha “perso”, così come non hanno “vinto” né la Germania né gli altri paesi del Nord. Questa retorica nazionale, forse serve per fare capire meglio questioni complesse, ma è sbagliata alla radice. La crisi della pandemia, così come le precedenti, non impatteranno sugli Stati nel loro complesso ma sulle classi subalterne. I padroni e la borghesia cosmopolita vinceranno comunque siano essi italiani, tedeschi oppure olandesi. I lavoratori e gli sfruttati pagheranno il conto indipendentemente dal fatto di essere italiani o tedeschi. Lo pagheranno ovviamente in modo differenziato ma le loro condizioni saranno sempre più difficili.
Il capolavoro, per le classi dominanti europee, paradossalmente, è stato quello di erigere una Unione che divideva i subalterni tra gli stati mentre univa i padroni (almeno una parte di essi) a livello continentale. Avrebbe dovuto essere il contrario ma fin dall’inizio la costruzione è stata orientata in senso opposto.
Nel frattempo, in attesa che l’Unione Europea stabilisca il livello di condizioni alle quali salvare una parte del nostro residuo sistema produttivo e sociale, l’Italia ne subisce le conseguenze, con una sanità pubblica a pezzi, con una cassa integrazione che non viene pagata, con una parte di borghesia perdente che sta fallendo mentre la grande borghesia trasferisce capitali all’estero sfruttando la deregolamentazione del sistema finanziario.
Da una crisi di sistema, caro Presidente Conte, purtroppo non si esce con i giochi di parole. E neppure attraverso la retorica sugli “eroi” che stanno combattendo la pandemia, mandati al macello da un sistema che lei non ha creato, ma che evidentemente non può cambiare perché non possiede gli strumenti e la forza per farlo.
Fonte
Cinque minuti di diretta con un testo imparato praticamente a memoria per dire che siamo a un passaggio storico. Il Recovery Fund (l’Unione Europea è una fabbrica di nomi sempre nuovi che non significano niente) sarebbe uno strumento innovativo che l’Italia e altri stati hanno imposto come risposta solidale alla crisi. Che cosa realmente sia questo fondo, Conte non lo ha detto, anche perché nessuno, lui compreso, lo sa.
Tecnicamente dovrà essere impostato dall’Eurogruppo che si terrà a maggio, per poi passare al vaglio della Commissione Europea e, nuovamente, al Consiglio Europeo. Tempi lunghissimi per un progetto vago che probabilmente dovrà anche essere approvato dai Parlamenti Nazionali.
Le incognite sono tantissime a cominciare dalla parte considerabile come prestito e dalla parte che sarà invece considerabile come sussidio. Su questo ovviamente è già cominciato il balletto delle interpretazioni discordanti tra i presidenti e i governatori dei vari paesi.
Ovviamente Conte ha ribadito che partiranno anche gli altri strumenti in campo senza citarli. Tra cui le briciole del fondo Sure, la partita di giro dei prestiti erogati alle imprese dalla BEI e ovviamente il MES, di cui oramai si parla pochissimo e che probabilmente dovrà essere accettato perché i fondi stanziati tramite gli altri strumenti sono di entità ridicola rispetto alle esigenze.
La domanda, a questo punto, è se esistono ancora margini di manovra per una mutualizzazione del debito, quella propugnata con gli Eurobond chiesti dal Presidente Conte e ora sostituiti dal Recovery Fund. Apparentemente tutto è possibile ma fin da ora vanno fatte alcune considerazioni:
1) l’approvazione di questo sistema di finanziamento è incerta e i tempi saranno troppo lunghi;
2) il tutto dovrà essere collocato nella cornice dei Trattati europei, che sostanzialmente impediscono ogni tipo di mutualizzazione e socializzazione del debito.
Il Presidente del Consiglio ha affrontato questa partita in condizioni difficili. Probabilmente ne è uscito sconfitto e l’enfasi sul grande risultato data ieri in diretta televisiva è totalmente menzognera. Non ci interessa qui fare valutazioni e dare dei giudizi sulla sua figura politica. È evidente che l’intera partita fosse truccata già in partenza, anche perché parte del suo governo (il PD con Gualtieri, Gentiloni, le dichiarazioni di Letta e il ritorno di Prodi) ha lavorato alacremente per indebolire il fronte spingendo per il MES.
Ma l’errore di Conte è fondamentalmente un altro: non aver compreso che ciò che chiedeva e che effettivamente sarebbe indispensabile (un meccanismo finanziario solidale per affrontare la crisi determinata dal Covid-19) è incompatibile con i trattati della UE e con lo Statuto della BCE.
La partita, quindi, non è solo tecnica ma politica. Accettando il meccanismo solidale la UE si sarebbe trasformata radicalmente in un organo con obiettivi diversi da quelli per cui è stata costruita: questa operazione, evidentemente, non è possibile.
Rimane il fatto che per la narrazione mediatica l’Italia non ha “perso”, così come non hanno “vinto” né la Germania né gli altri paesi del Nord. Questa retorica nazionale, forse serve per fare capire meglio questioni complesse, ma è sbagliata alla radice. La crisi della pandemia, così come le precedenti, non impatteranno sugli Stati nel loro complesso ma sulle classi subalterne. I padroni e la borghesia cosmopolita vinceranno comunque siano essi italiani, tedeschi oppure olandesi. I lavoratori e gli sfruttati pagheranno il conto indipendentemente dal fatto di essere italiani o tedeschi. Lo pagheranno ovviamente in modo differenziato ma le loro condizioni saranno sempre più difficili.
Il capolavoro, per le classi dominanti europee, paradossalmente, è stato quello di erigere una Unione che divideva i subalterni tra gli stati mentre univa i padroni (almeno una parte di essi) a livello continentale. Avrebbe dovuto essere il contrario ma fin dall’inizio la costruzione è stata orientata in senso opposto.
Nel frattempo, in attesa che l’Unione Europea stabilisca il livello di condizioni alle quali salvare una parte del nostro residuo sistema produttivo e sociale, l’Italia ne subisce le conseguenze, con una sanità pubblica a pezzi, con una cassa integrazione che non viene pagata, con una parte di borghesia perdente che sta fallendo mentre la grande borghesia trasferisce capitali all’estero sfruttando la deregolamentazione del sistema finanziario.
Da una crisi di sistema, caro Presidente Conte, purtroppo non si esce con i giochi di parole. E neppure attraverso la retorica sugli “eroi” che stanno combattendo la pandemia, mandati al macello da un sistema che lei non ha creato, ma che evidentemente non può cambiare perché non possiede gli strumenti e la forza per farlo.
Fonte
12/10/2017
Che fine fanno i migranti respinti in Libia? Il Consiglio d’Europa lo chiede a Minniti
A Strasburgo è stata resa pubblica la lettera del 28 settembre che Nils Mui Nieks, il commissario ai Diritti umani del Consiglio d’Europa, ha inviato al ministro dell’Interno italiano Marco Minniti. Nella lettera si chiede, tra l’altro, di chiarire “quali salvaguardie l’Italia abbia predisposto per garantire che le persone intercettate o salvate dalle navi italiane nelle acque territoriali libiche non siano poi sottoposte a situazioni contrarie all’articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti umani”, esponendoli a rischi di tortura, pene o trattamenti inumani e degradanti.
Secondo Mui Nieks, l’obbligo per gli Stati membri della Convenzione europea di non rinviare i migranti irregolari salvati in mare in paesi in cui c’è un rischio di violazione dell’articolo 3 vale non solo quando il salvataggio avviene nelle acque internazionali, ma anche quando si verifica nelle acque territoriali libiche.
“Alla luce di rapporti recenti sull’attuale situazione dei migranti in Libia, consegnare degli individui alle autorità libiche o ad altri gruppi in Libia li esporrebbe a un rischio reale di tortura, pene o trattamenti inumani e degradanti”. Per questo, spiega il commissario ai Diritti umani, “chiedo al governo italiano di chiarire che tipo di operazione di sostegno si aspettano di fornire alle autorità libiche nelle acque territoriali libiche” e quali garanzie sul trattamento dei migranti.
La lettera esprime anche un “sincero apprezzamento per gli sforzi fatti dall’Italia per salvare vite in mare, per ricevere i migranti che sono sbarcati sulle sue coste negli ultimi anni”. Il commissario accoglie con favore “l’adozione da parte del governo di un piano d’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale”, e si dice “ben consapevole delle sfide che l’Italia sta affrontando e che continueranno a sottolineare negli altri Stati europei l’importanza della solidarietà”.
Ma le difficoltà nell’affrontare i flussi crescenti di migranti via mare “non assolvono uno Stato dai suoi obblighi in base all’articolo 3 della Convenzione”, che contiene “una proibizione di natura assoluta” dei trattamenti inumani, secondo quanto ha stabilito la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, sottolinea ancora Mui Nieks, che conclude la lettera con una ulteriore richiesta di informazioni “circa le misure prese per assicurare che le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, incluse quelle condotte dalle organizzazioni non governative, possano continuare efficacemente e in sicurezza”.
Ai primi di settembre un reportage dell’Avvenire riprendendo fonti locali dell’Organizzazione Internazionale dei Migranti (organismo Onu), riferiva che erano circa 400mila i profughi ‘contabilizzati’ dalle autorità di Tripoli, ma che quelli rimasti imprigionati nel Paese, secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione.
La presidente internazionale di Medici senza frontiere (Msf) Joanne Liu, tornata da una visita al centro di detenzione “ufficiale” allestito dal governo di Tripoli, aveva lanciato nelle scorse settimane un duro atto d’accusa: “Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani basata sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù. E i leader europei sono complici” dello sfruttamento, mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente dall’Africa. Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi”, aveva denunciato in una conferenza stampa internazionale Joanne Liu.
Fonte
Secondo Mui Nieks, l’obbligo per gli Stati membri della Convenzione europea di non rinviare i migranti irregolari salvati in mare in paesi in cui c’è un rischio di violazione dell’articolo 3 vale non solo quando il salvataggio avviene nelle acque internazionali, ma anche quando si verifica nelle acque territoriali libiche.
“Alla luce di rapporti recenti sull’attuale situazione dei migranti in Libia, consegnare degli individui alle autorità libiche o ad altri gruppi in Libia li esporrebbe a un rischio reale di tortura, pene o trattamenti inumani e degradanti”. Per questo, spiega il commissario ai Diritti umani, “chiedo al governo italiano di chiarire che tipo di operazione di sostegno si aspettano di fornire alle autorità libiche nelle acque territoriali libiche” e quali garanzie sul trattamento dei migranti.
La lettera esprime anche un “sincero apprezzamento per gli sforzi fatti dall’Italia per salvare vite in mare, per ricevere i migranti che sono sbarcati sulle sue coste negli ultimi anni”. Il commissario accoglie con favore “l’adozione da parte del governo di un piano d’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale”, e si dice “ben consapevole delle sfide che l’Italia sta affrontando e che continueranno a sottolineare negli altri Stati europei l’importanza della solidarietà”.
Ma le difficoltà nell’affrontare i flussi crescenti di migranti via mare “non assolvono uno Stato dai suoi obblighi in base all’articolo 3 della Convenzione”, che contiene “una proibizione di natura assoluta” dei trattamenti inumani, secondo quanto ha stabilito la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, sottolinea ancora Mui Nieks, che conclude la lettera con una ulteriore richiesta di informazioni “circa le misure prese per assicurare che le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, incluse quelle condotte dalle organizzazioni non governative, possano continuare efficacemente e in sicurezza”.
Ai primi di settembre un reportage dell’Avvenire riprendendo fonti locali dell’Organizzazione Internazionale dei Migranti (organismo Onu), riferiva che erano circa 400mila i profughi ‘contabilizzati’ dalle autorità di Tripoli, ma che quelli rimasti imprigionati nel Paese, secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione.
La presidente internazionale di Medici senza frontiere (Msf) Joanne Liu, tornata da una visita al centro di detenzione “ufficiale” allestito dal governo di Tripoli, aveva lanciato nelle scorse settimane un duro atto d’accusa: “Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani basata sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù. E i leader europei sono complici” dello sfruttamento, mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente dall’Africa. Accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall’Europa, le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi”, aveva denunciato in una conferenza stampa internazionale Joanne Liu.
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