Approvato con la fiducia il pacchetto repressivo del governo Meloni: fermo preventivo, nuove pene contro il dissenso, più poteri agli apparati, criminalizzazione della povertà e dei migranti. Una svolta autoritaria contro la Costituzione
Il decreto sicurezza è stato convertito in legge. Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto, la Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento voluto dal governo Meloni. Le opposizioni hanno protestato cantando Bella ciao ed esponendo cartelli con la scritta: “La nostra sicurezza è la Costituzione”.
È una frase esatta. Perché ciò che è stato approvato non rafforza la sicurezza collettiva, ma il potere repressivo dello Stato.
Nasce così una nuova fase politica: quella dello Stato penale di polizia.
Il decreto raccoglie e sistema la linea perseguita dalla destra fin dal suo insediamento: affrontare problemi sociali, economici e politici non con welfare, investimenti e mediazione democratica, ma con carcere, sanzioni, poteri amministrativi e apparati repressivi.
Il cuore del provvedimento è chiaro. C’è il fermo preventivo fino a dodici ore per chi viene ritenuto potenzialmente pericoloso durante manifestazioni pubbliche. Non serve un reato commesso. Non serve una condanna. Basta una valutazione preventiva delle forze dell’ordine.
Si limita la libertà personale sulla base del sospetto. È un salto gravissimo: il cittadino non viene colpito per ciò che ha fatto, ma per ciò che l’autorità presume possa fare.
Ci sono poi nuove pene contro chi protesta, blocca strade o ferrovie, occupa immobili. Il conflitto sociale viene trasformato in materia penale. Scioperi, picchetti, lotte territoriali, mobilitazioni per la casa o contro le grandi opere vengono trattati come problemi di ordine pubblico.
Ma il nucleo più inquietante del decreto è un altro: la protezione speciale concessa agli apparati coercitivi dello Stato.
Lo scudo penale per le forze dell’ordine rappresenta un principio politico prima ancora che giuridico. Il messaggio è semplice: chi esercita la forza pubblica deve essere messo al riparo da controlli, verifiche e responsabilità. Il governo aveva tentato inizialmente una sterilizzazione ancora più esplicita delle indagini; la norma è stata ritoccata, ma la direzione resta identica.
Si crea un doppio binario: rigore massimo per chi contesta, garanzie speciali per chi reprime.
È il contrario dello Stato di diritto, che dovrebbe sottoporre il potere coercitivo a controlli più severi, non più deboli.
Ancora più grave è la norma sugli agenti infiltrati nelle carceri. Personale della polizia penitenziaria potrà operare sotto copertura, fingersi detenuto, entrare nei circuiti interni, raccogliere informazioni e compiere attività normalmente penalmente rilevanti con copertura normativa finalizzata all’indagine.
Il carcere, già luogo segnato da opacità, sovraffollamento, violenze, suicidi e scarsissimo controllo esterno, viene trasformato in laboratorio permanente di eccezione. Invece di affrontare le cause strutturali del collasso penitenziario, il governo introduce logiche da intelligence dentro istituti dove lo Stato esercita già il massimo potere sui corpi e sulle vite delle persone recluse.
Questa norma non aumenta la sicurezza. Aumenta l’arbitrio.
Mette i detenuti dentro un regime di sospetto continuo, altera i rapporti interni, incentiva provocazioni, rende ancora più fragile il diritto di difesa e la trasparenza.
Scudo penale agli agenti e infiltrati nelle carceri sono il vero cuore autoritario del decreto. Perché rivelano la concezione dello Stato che ispira questo governo: un potere che si autoassolve mentre intensifica il controllo sugli altri.
Non manca il consueto capitolo propagandistico sulla sicurezza urbana e giovanile. Il governo interviene contro i cosiddetti “maranza”, costruendo il solito nemico sociale utile alla comunicazione politica: giovani delle periferie, spesso figli dell’immigrazione, trasformati in simbolo del disordine.
La marginalità viene criminalizzata invece che affrontata.
Sul fronte migratorio, il caso più grottesco è stato il bonus per i legali che accompagnano i rimpatri volontari, corretto all’ultimo minuto dopo i rilievi del Quirinale. Ma il problema vero resta l’impianto complessivo: il migrante trattato come pratica da espellere, non come soggetto di diritti.
Il decreto sicurezza non nasce da una necessità straordinaria. Nasce da una strategia politica coerente. Dal decreto rave al decreto Cutro, dal decreto Caivano ai pacchetti sicurezza successivi, il governo Meloni ha governato attraverso il panpenalismo: nuovi reati, aggravanti, più carcere, più discrezionalità amministrativa, meno garanzie. Invece di investire in scuola, lavoro, casa, sanità e servizi sociali, investe nel potere di polizia.
Il risultato è un mutamento dell’equilibrio costituzionale: meno giudice, più questore; meno Parlamento, più decreto; meno diritti, più interdizioni; meno welfare, più repressione.
Le libertà non vengono cancellate in un giorno. Vengono svuotate gradualmente, articolo dopo articolo. Oggi è stato compiuto un altro passo decisivo.
Questa legge normalizza il sospetto, protegge gli apparati, colpisce il dissenso e rafforza l’idea che i problemi sociali si risolvano con la forza.
Va detto senza ambiguità: non è una legge sulla sicurezza. È una legge di potere. È la costruzione dello Stato penale di polizia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/04/2026
Il governo mette la fiducia anche sul decreto sicurezza. Hanno timore di tutto… e vergogna di niente
Il governo porrà oggi la fiducia al decreto sicurezza in discussione alla Camera. Dalle 16 è previsto il via alle dichiarazioni di voto e, a seguire, il voto sulla fiducia e l’esame degli ordini del giorno.
L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il prolungamento della discussione alla Camera, per poi riportare il testo al Senato entro i tempi utili, si sarebbe arenato davanti all’ostacolo tecnico della mancanza di coperture finanziarie, segnalata dalla Ragioneria dello Stato.
Si tratta del quarto decreto sicurezza da quando è in carica il governo Meloni, rivelando una vocazione all’instaurazione dello stato di polizia che è decisamente grave quanto allarmante.
Ieri c’era stata una dura protesta delle opposizioni culminata con l'“occupazione” dei banchi del Governo da parte dei deputati che si oppongono al decreto sicurezza. Dopo il voto contrario della Camera sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai partiti di opposizione, la situazione è degenerata in una protesta aperta, con deputati delle opposizioni che hanno occupato l’emiciclo e i banchi del Governo, rendendo impossibile il proseguimento dei lavori.
Per mettere una pezza alla vergogna sull’incentivo agli avvocati (tra l’altra respinta dai diretti interessati), il governo varerà un decreto legge ad hoc per abrogare l’assurda norma che introduce un incentivo economico per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio degli immigrati e riescono a convincerli a rimpatriare volontariamente. Questa, secondo quanto si apprende da diverse fonti, sarebbe la soluzione individuata dal governo per superare il casino scatenato sul decreto sicurezza e i rilievi del Quirinale.
Intanto, però, il decreto sicurezza è stato approvato così com’è dalla Camera e sarà corretto con il nuovo decreto legge, che dovrebbe andare in Gazzetta insieme alla legge approvata da Montecitorio.
Con una toppa peggiore del buco il governo approverà poi un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine.
Benvenuti nel paese-caserma.
Fonte
L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il prolungamento della discussione alla Camera, per poi riportare il testo al Senato entro i tempi utili, si sarebbe arenato davanti all’ostacolo tecnico della mancanza di coperture finanziarie, segnalata dalla Ragioneria dello Stato.
Si tratta del quarto decreto sicurezza da quando è in carica il governo Meloni, rivelando una vocazione all’instaurazione dello stato di polizia che è decisamente grave quanto allarmante.
Ieri c’era stata una dura protesta delle opposizioni culminata con l'“occupazione” dei banchi del Governo da parte dei deputati che si oppongono al decreto sicurezza. Dopo il voto contrario della Camera sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai partiti di opposizione, la situazione è degenerata in una protesta aperta, con deputati delle opposizioni che hanno occupato l’emiciclo e i banchi del Governo, rendendo impossibile il proseguimento dei lavori.
Per mettere una pezza alla vergogna sull’incentivo agli avvocati (tra l’altra respinta dai diretti interessati), il governo varerà un decreto legge ad hoc per abrogare l’assurda norma che introduce un incentivo economico per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio degli immigrati e riescono a convincerli a rimpatriare volontariamente. Questa, secondo quanto si apprende da diverse fonti, sarebbe la soluzione individuata dal governo per superare il casino scatenato sul decreto sicurezza e i rilievi del Quirinale.
Intanto, però, il decreto sicurezza è stato approvato così com’è dalla Camera e sarà corretto con il nuovo decreto legge, che dovrebbe andare in Gazzetta insieme alla legge approvata da Montecitorio.
Con una toppa peggiore del buco il governo approverà poi un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine.
Benvenuti nel paese-caserma.
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11/04/2026
Italia - Nel 2025 sono aumentate del 58% le denunce contro manifestanti e attivisti
Secondo l’Osservatorio Repressione, in Italia nel 2025 sono aumentate del 58% le denunce contro chi partecipa alle manifestazioni di movimento in Italia. Nel 2024 le denunce comminate contro attivisti e attiviste e contro i/le partecipanti alle manifestazioni di movimento infatti erano state 2.051, mentre nel 2025 sono salite a 3243, con un aumento percentuale del 58,12% rispetto all’anno precedente.
Stando ad un rapporto diffuso ieri dalla Polizia di Stato, nel 2025 le attività della Polizia e della Digos hanno portato al deferimento all’Autorità giudiziaria di “3.243 estremisti violenti di sinistra”, con 38 arresti e l’emissione di “61 fogli di via obbligatori e 20 avvisi” con quasi un milione e mezzo di persone che hanno manifestato nelle piazze di tutta Italia.
Nel 2025 si sono tenute infatti su tutto il territorio nazionale migliaia di manifestazioni per esprimere solidarietà al popolo palestinese, ben 11.250, di cui solo 390 hanno visto problemi di ordine pubblico.
“La campagna in argomento ha fatto registrare in Italia risultati particolarmente importanti dal punto di vista dei movimenti estremisti della sinistra antagonista, in particolare nella sua fase più recente, quella in appoggio alla missione umanitaria internazionale della Global Sumud Flotilla”, si legge nel documento del ministero dell’Interno.
“Tale mobilitazione, che ha coinvolto anche realtà del pacifismo e dell’antimilitarismo moderato, è cresciuta d’intensità in occasione della partenza della missione e ha raggiunto l’apice di attivismo i primi giorni di ottobre quando le navi della missione sono state fermate dall’Idf (Israel Defence Forces) e gli equipaggi rimpatriati nei Paesi di origine. La stessa si è evidenziata per le seguenti caratteristiche nei 15 giorni di massima attività: circa un migliaio di cortei in tutte le province del Paese; partecipazione di oltre 1.300.000 persone nelle varie manifestazioni; appoggio massiccio e attivo anche da ambienti sociali moderati come i sindacati o i partiti politici di ispirazione pacifista; immediatezza dell’attivazione della protesta di piazza in relazione alle notizie provenienti dal fronte internazionale” viene evidenziato nel report della Polizia di Stato.
Alle 3243 denunce contro chi nel 2025 è sceso in piazza, ha bloccato stazioni, strade, università, scuole per denunciare il genocidio dei palestinesi e le complicità del governo italiano, andranno aggiunte le centinaia di denunce che stanno arrivando in questi primi quattro mesi del 2026 per le medesime motivazioni.
E poi ci vengono a rompere le palle con l’Ungheria mentre stanno già materializzando qui da noi lo Stato di polizia.
Fonte
Stando ad un rapporto diffuso ieri dalla Polizia di Stato, nel 2025 le attività della Polizia e della Digos hanno portato al deferimento all’Autorità giudiziaria di “3.243 estremisti violenti di sinistra”, con 38 arresti e l’emissione di “61 fogli di via obbligatori e 20 avvisi” con quasi un milione e mezzo di persone che hanno manifestato nelle piazze di tutta Italia.
Nel 2025 si sono tenute infatti su tutto il territorio nazionale migliaia di manifestazioni per esprimere solidarietà al popolo palestinese, ben 11.250, di cui solo 390 hanno visto problemi di ordine pubblico.
“La campagna in argomento ha fatto registrare in Italia risultati particolarmente importanti dal punto di vista dei movimenti estremisti della sinistra antagonista, in particolare nella sua fase più recente, quella in appoggio alla missione umanitaria internazionale della Global Sumud Flotilla”, si legge nel documento del ministero dell’Interno.
“Tale mobilitazione, che ha coinvolto anche realtà del pacifismo e dell’antimilitarismo moderato, è cresciuta d’intensità in occasione della partenza della missione e ha raggiunto l’apice di attivismo i primi giorni di ottobre quando le navi della missione sono state fermate dall’Idf (Israel Defence Forces) e gli equipaggi rimpatriati nei Paesi di origine. La stessa si è evidenziata per le seguenti caratteristiche nei 15 giorni di massima attività: circa un migliaio di cortei in tutte le province del Paese; partecipazione di oltre 1.300.000 persone nelle varie manifestazioni; appoggio massiccio e attivo anche da ambienti sociali moderati come i sindacati o i partiti politici di ispirazione pacifista; immediatezza dell’attivazione della protesta di piazza in relazione alle notizie provenienti dal fronte internazionale” viene evidenziato nel report della Polizia di Stato.
Alle 3243 denunce contro chi nel 2025 è sceso in piazza, ha bloccato stazioni, strade, università, scuole per denunciare il genocidio dei palestinesi e le complicità del governo italiano, andranno aggiunte le centinaia di denunce che stanno arrivando in questi primi quattro mesi del 2026 per le medesime motivazioni.
E poi ci vengono a rompere le palle con l’Ungheria mentre stanno già materializzando qui da noi lo Stato di polizia.
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23/03/2026
Il governo Meloni spinge il decreto sicurezza verso una stretta ancora più repressiva
Il cosiddetto decreto sicurezza sta cambiando natura sotto i nostri occhi. Non è più un intervento mirato, né un insieme coerente di norme. È diventato un contenitore espansivo, dentro cui la maggioranza sta inserendo tutto ciò che può rafforzare un indirizzo politico preciso: estendere la capacità repressiva dello Stato.
La quantità di emendamenti presentati è già di per sé indicativa. Non si tratta di correzioni tecniche o aggiustamenti marginali, ma di una vera e propria offensiva normativa. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati competono nel rilanciare misure sempre più dure, in una sorta di gara interna a chi riesce a spingersi più avanti nella torsione sicuritaria. Il risultato è un testo che perde qualsiasi equilibrio e assume una funzione chiara: trasformare problemi sociali, economici e politici in questioni di ordine pubblico.
Uno dei terreni su cui questa trasformazione appare più evidente è quello dei CPR. Qui il salto è netto. Non siamo più di fronte a strutture amministrative, ma a spazi sempre più assimilabili a carceri, dove il diritto viene progressivamente piegato alle esigenze dell’espulsione.
L’idea di incentivare economicamente gli avvocati che convincono i migranti ad accettare il rimpatrio rivela una concezione profondamente distorta della difesa: non più tutela dei diritti, ma ingranaggio di una macchina che ha un unico obiettivo, allontanare.
Ancora più significativa è la proposta di spostare le visite mediche dopo l’ingresso nei centri. Non è una scelta neutra. Serve a evitare che condizioni di salute possano bloccare i rimpatri. In altre parole, la garanzia sanitaria viene ridotta a ostacolo da aggirare.
Parallelamente, il decreto rilancia una delle narrazioni più funzionali alla costruzione del consenso: quella delle cosiddette baby gang. Anche qui, la risposta non è sociale ma penale. L’inasprimento delle pene per i minorenni, l’introduzione di aggravanti vaghe e facilmente estendibili, fino alla possibilità – mai del tutto abbandonata – di abbassare l’età dell’imputabilità, segnano un passaggio preciso. Non si interviene sulle condizioni che producono marginalità giovanile, ma si anticipa la soglia della punizione. Si costruisce il deviante prima ancora che il reato.
La stessa logica attraversa le norme dedicate alle manifestazioni. Qui il messaggio è ancora più esplicito. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di sicurezza.
L’introduzione di strumenti come le pallottole di vernice per “marcare” i manifestanti o le capsule al peperoncino per disperdere i cortei non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. La piazza diventa uno spazio da controllare, tracciare, neutralizzare.
A questo si aggiunge un forte inasprimento delle pene per i danneggiamenti, con aggravanti automatiche quando le azioni sono collettive. È un passaggio decisivo, perché colpisce non il singolo comportamento, ma la dimensione stessa della protesta.
Dentro questo quadro si inserisce anche un principio particolarmente rivelatore: chi si ferisce durante un’azione ritenuta illecita non ha diritto ad alcun risarcimento. È una rottura simbolica prima ancora che giuridica. Significa affermare che chi si oppone, chi protesta, chi entra in conflitto, perde ogni tutela. Non è più un soggetto di diritto, ma un corpo su cui il potere può esercitarsi senza limiti.
Accanto alla repressione diretta si sviluppa poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella della sorveglianza. L’estensione dei sistemi di videosorveglianza anche in luoghi come asili nido e strutture per anziani, con l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale, segnala un passaggio ulteriore. Non si tratta più di controllare situazioni specifiche, ma di costruire un ambiente in cui la sorveglianza diventa permanente. La sicurezza si trasforma in osservazione continua, preventiva, diffusa.
A completare il quadro, nuovi finanziamenti alle forze di polizia locale e l’estensione delle aggravanti a sempre più categorie professionali. Anche qui il segnale è chiaro: il diritto penale si espande, ingloba nuovi ambiti, diventa la risposta standard a ogni forma di conflitto o tensione sociale.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro un contesto segnato dal progressivo arretramento del welfare, dalla precarizzazione del lavoro, dall’aumento delle disuguaglianze. Ma invece di intervenire su queste cause, il potere politico sceglie un’altra strada: trasformare l’insicurezza sociale in un problema di ordine pubblico. Non ridurre la paura, ma governarla.
Il decreto sicurezza, in questo senso, non è una risposta alla crisi. È la sua gestione politica. Non produce più sicurezza, ma più controllo. Non rafforza i diritti, ma li restringe. Non affronta le contraddizioni, ma le sposta sul terreno della punizione.
È qui che il nodo diventa evidente. Quando la sicurezza smette di essere una condizione materiale – fatta di lavoro, casa, servizi, diritti – e diventa una tecnica di governo, ciò che si costruisce non è una società più sicura. È una società più disciplinata. Più sorvegliata. Più diseguale.
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La quantità di emendamenti presentati è già di per sé indicativa. Non si tratta di correzioni tecniche o aggiustamenti marginali, ma di una vera e propria offensiva normativa. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati competono nel rilanciare misure sempre più dure, in una sorta di gara interna a chi riesce a spingersi più avanti nella torsione sicuritaria. Il risultato è un testo che perde qualsiasi equilibrio e assume una funzione chiara: trasformare problemi sociali, economici e politici in questioni di ordine pubblico.
Uno dei terreni su cui questa trasformazione appare più evidente è quello dei CPR. Qui il salto è netto. Non siamo più di fronte a strutture amministrative, ma a spazi sempre più assimilabili a carceri, dove il diritto viene progressivamente piegato alle esigenze dell’espulsione.
L’idea di incentivare economicamente gli avvocati che convincono i migranti ad accettare il rimpatrio rivela una concezione profondamente distorta della difesa: non più tutela dei diritti, ma ingranaggio di una macchina che ha un unico obiettivo, allontanare.
Ancora più significativa è la proposta di spostare le visite mediche dopo l’ingresso nei centri. Non è una scelta neutra. Serve a evitare che condizioni di salute possano bloccare i rimpatri. In altre parole, la garanzia sanitaria viene ridotta a ostacolo da aggirare.
Parallelamente, il decreto rilancia una delle narrazioni più funzionali alla costruzione del consenso: quella delle cosiddette baby gang. Anche qui, la risposta non è sociale ma penale. L’inasprimento delle pene per i minorenni, l’introduzione di aggravanti vaghe e facilmente estendibili, fino alla possibilità – mai del tutto abbandonata – di abbassare l’età dell’imputabilità, segnano un passaggio preciso. Non si interviene sulle condizioni che producono marginalità giovanile, ma si anticipa la soglia della punizione. Si costruisce il deviante prima ancora che il reato.
La stessa logica attraversa le norme dedicate alle manifestazioni. Qui il messaggio è ancora più esplicito. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di sicurezza.
L’introduzione di strumenti come le pallottole di vernice per “marcare” i manifestanti o le capsule al peperoncino per disperdere i cortei non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. La piazza diventa uno spazio da controllare, tracciare, neutralizzare.
A questo si aggiunge un forte inasprimento delle pene per i danneggiamenti, con aggravanti automatiche quando le azioni sono collettive. È un passaggio decisivo, perché colpisce non il singolo comportamento, ma la dimensione stessa della protesta.
Dentro questo quadro si inserisce anche un principio particolarmente rivelatore: chi si ferisce durante un’azione ritenuta illecita non ha diritto ad alcun risarcimento. È una rottura simbolica prima ancora che giuridica. Significa affermare che chi si oppone, chi protesta, chi entra in conflitto, perde ogni tutela. Non è più un soggetto di diritto, ma un corpo su cui il potere può esercitarsi senza limiti.
Accanto alla repressione diretta si sviluppa poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella della sorveglianza. L’estensione dei sistemi di videosorveglianza anche in luoghi come asili nido e strutture per anziani, con l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale, segnala un passaggio ulteriore. Non si tratta più di controllare situazioni specifiche, ma di costruire un ambiente in cui la sorveglianza diventa permanente. La sicurezza si trasforma in osservazione continua, preventiva, diffusa.
A completare il quadro, nuovi finanziamenti alle forze di polizia locale e l’estensione delle aggravanti a sempre più categorie professionali. Anche qui il segnale è chiaro: il diritto penale si espande, ingloba nuovi ambiti, diventa la risposta standard a ogni forma di conflitto o tensione sociale.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro un contesto segnato dal progressivo arretramento del welfare, dalla precarizzazione del lavoro, dall’aumento delle disuguaglianze. Ma invece di intervenire su queste cause, il potere politico sceglie un’altra strada: trasformare l’insicurezza sociale in un problema di ordine pubblico. Non ridurre la paura, ma governarla.
Il decreto sicurezza, in questo senso, non è una risposta alla crisi. È la sua gestione politica. Non produce più sicurezza, ma più controllo. Non rafforza i diritti, ma li restringe. Non affronta le contraddizioni, ma le sposta sul terreno della punizione.
È qui che il nodo diventa evidente. Quando la sicurezza smette di essere una condizione materiale – fatta di lavoro, casa, servizi, diritti – e diventa una tecnica di governo, ciò che si costruisce non è una società più sicura. È una società più disciplinata. Più sorvegliata. Più diseguale.
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26/02/2026
Mattarella firma il decreto Sicurezza. Modificato, ma non meno pericoloso
Sono passati 19 giorni dal licenziamento nel Consiglio dei Ministri al via libera dal capo dello Stato, ma ora Sergio Mattarella ha firmato il nuovo decreto Sicurezza che ha fatto molto discutere per l’evidente torsione autoritaria che porta con sé. Da molti media viene presentato come leggermente annacquato rispetto alle prime ipotesi, ma i problemi di fondo rimangono.
Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).
Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24, ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano...
Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”.
Ciò potrà essere desunto anche in relazione alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.
Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.
Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.
Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.
Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.
Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.
Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso”. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.
Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.
C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.
Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.
Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang”. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.
Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.
Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del provvedimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.
Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.
Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.
E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.
Fonte
Le quasi tre settimane impiegate dal Presidente della Repubblica per dare l’ok al provvedimento (e Mattarella non è mai stato parco di firme) fanno ben capire la gravità delle misure introdotte nella – pur di facciata – “democrazia liberale”. Sicuramente, l’emersione della verità sui fatti dell’esecuzione di Abderrahim Mansour da parte di un poliziotto che lo taglieggiava ha reso più complicato far accettare le novità del decreto (e ha dato una spallata anche alla propaganda sul prossimo referendum sulla riforma della giustizia).
Ad ogni modo, il testo delle nuove disposizioni arriva in Senato per la discussione parlamentare. Al suo interno, rimangono le misure che rappresentano il “cuore politico” del provvedimento, come è stato chiamato in un servizio di SkyTg24, ovvero il fermo preventivo in caso di manifestazioni pubbliche e lo “scudo penale”, ripensato più come “filtro penale”, che però non attenua l’opportunità di impunità per gli agenti che calcano un po’ troppo la mano...
Partiamo dal fermo preventivo. Rimane, così come rimangono le 12 ore massime entro cui trattenere il “sospetto”. Quello che cambia sono le motivazioni: non più “circostanze di fatto” che arbitrariamente lasciavano in capo alle forze dell’ordine la decisione se procedere al fermo, ma un “attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”.
Ciò potrà essere desunto anche in relazione alla “rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni”. Insomma, certamente c’è stato un restringimento della casistica che legittima il fermo preventivo, ma la natura di fondo non è affatto cambiata.
Il “pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se può essere associato a una sorta di “stigma penale” che ci si porta dietro per cinque anni, è una formulazione abbastanza larga da permettere una limitazione concreta del diritto a manifestare.
Rimane poi il nodo dei tempi: il fermo dovrà pur essere comunicato al magistrato, che può disporre il rilascio immediato se ne mancano i presupposti. Ma anche con la burocrazia più veloce del mondo, ci potrebbero volere ore per verificare tutti i documenti e decretare l’illegittimità del fermo. Al fermato, dunque, sarebbe comunque impedito di manifestare.
Lo “scudo” penale, si legge su molte ricostruzioni, diventa un “filtro”. Il pubblico ministero, in presenza di una “causa di giustificazione” (come può essere la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi in servizio), effettuerà una “annotazione preliminare” per la persona coinvolta nel fatto, senza iscriverla direttamente nel registro degli indagati.
Le tutele rimangono le stesse (tutela legale, accesso agli atti, e così via), ma si evita l’avvio immediato di procedimenti disciplinari o sospensioni professionali. L’annotazione preliminare ha una durata massima di 150 giorni, dopodiché il pubblico ministero dovrà decidere se archiviare o procedere con l’iscrizione formale tra gli indagati.
Si allungano i tempi per gli accertamenti, ma il fatto che per le forze dell’ordine che usano violenza venga prevista una sorta di “riserva protetta”, alternativa ai percorsi che rispondono al principio che “la legge è uguale per tutti”, rimane. Inoltre, abbiamo sentito questi giorni di casi di “testimoni brutalizzati” e altre oscenità, che mostrano come, con tale “filtro”, sarà più complesso far emergere elementi che spingano verso delle vere e proprie indagini.
Come avevamo scritto tre settimane fa, inoltre, il problema “di modello” rimane: “si costruisce un’idea di legittimità preventiva dell’uso della forza, un’anticipazione di fiducia verso chi reagisce, verso chi “si difende”, verso chi afferma di aver agito in un contesto percepito come minaccioso”. Il rafforzamento delle tutele per gli agenti e misure preventive di detenzione dal sapore fascista blindano il potere e imprimono una svolta verso lo “stato di polizia”.
Nel decreto Sicurezza, poi, rimangono altre misure critiche. Zone rosse, multe esorbitanti per mancato preavviso o deviazione del percorso di una manifestazione. La strategia di colpire “l’indipendenza economica” dei manifestanti, delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono mobilitazione è una scelta che mette a serio rischio l’agibilità politica nel paese.
C’è infine un’ultima modifica rispetto al testo originario, cioè il dietrofront sull’obbligo per i commercianti di registrare l’identità di chiunque acquistasse un coltello con lama superiore ai 15 centimetri. La norma avrebbe costretto coltellerie, ferramenta, supermercati e persino catene di arredamento a conservare i dati degli acquirenti (anche di semplici coltelli da cucina) per ben 25 anni.
Si trattava evidentemente della messa in capo a una serie di piccole e grandi attività di una schedatura di massa, con dati sensibili elargiti senza tanti contrappesi o motivazioni concrete di pericolo per la sicurezza. Era anche un impegno sostanzioso per le stesse attività commerciali, che si è preferito eliminare.
Per mantenere però tutto il valore simbolico di questa misura (perché questo era il suo senso fin dall’inizio), rimane il divieto di vendita ai minori con sanzioni amministrative per i genitori. Mettendo in capo a questi ultimi una responsabilità economica indiretta, si vuole percorrere la strada dell’allarmismo sul fenomeno delle “baby gang”. Resta inoltre il rischio di arresto in flagranza per chi viene sorpreso a portare fuori casa strumenti da taglio senza giustificato motivo.
Ovviamente, quello che è stato davvero “ridotto” nel testo arrivato in Senato è l’esborso economico. Vengono stanziati 19 milioni per la videosorveglianza comunale nel biennio 2025/2026, ma spariscono i fondi per gli anni successivi e anche il piano da 50 milioni per la sicurezza ferroviaria.
Non che ce ne sia da rammaricarsi: è evidente che la ragione del provvedimento è tutta beceramente securitaria, nel senso di spingere l’acceleratore sull’idea di un paese nel caos, per cui serva un controllo costante. L’Italia è già uno dei paesi più videosorvegliati in Europa, e di altre migliaia di telecamere non c’è bisogno.
Ma il tema è proprio che la “sicurezza”, per la classe dirigente, va intesa dentro la cornice dell’austerità di bilancio. In un paese segnato da profonde disuguaglianze, salari da fame, sanità e servizi sociali smantellati, crisi abitativa, la sicurezza reale, ovvero quella che si esprime nella piena garanzia di diritti sociali, viene trasformata in un problema di ordine pubblico, a cui rispondere con l’inasprimento di misure repressive. Ovviamente, quanto più a costo zero possibile.
Il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti, com’è chiaro, sono le varie forme di espressione del dissenso, e dunque qualsiasi tipo di opposizione reale agli indirizzi politici di guerra, interna ed esterna, che sono stati adottati dai governi europei per fare fronte alla propria crisi economica e strategica.
E nel frattempo, una sana democrazia, di cui la vera cartina tornasole è lo spazio effettivo di una dialettica politica che passi anche attraverso un inevitabile conflitto sociale, viene seppellita sotto i tratti di una “democratura” che si fonda sulla possibilità di mettere una X su una scheda ogni tanto, ma senza poter davvero poter intervenire sulle scelte politiche di fondo.
Fonte
11/02/2026
Amerikan ICE: nel cuore della bestia
di Lance Henson
L’America sta attualmente vivendo una vera e propria occupazione totale da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti) e di altre agenzie federali del Dipartimento della Sicurezza Interna.
L’ICE esiste dal 2003, ma la sua attività e le conseguenti tattiche fasciste si sono intensificate da quando sono stati stanziati fondi attraverso il “Big Beautiful Bill” di Trump, per arrestare una quota giornaliera di 3000 persone irregolari, descrivendo le persone da arrestare come «tutte le persone di pelle scura, le persone con un accento, le persone nere, gli Hmong e perfino i nativi americani che sembrano stranieri».
Su State of the Union della CNN, Greg Bovino, comandante della polizia di frontiera degli Stati Uniti, ha affermato che Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva della Veteran’s Administration, era un terrorista “domestico” armato, con un’arma nascosta legalmente detenuta e autorizzata dallo Stato del Minnesota, e che Pretti aveva attaccato e intendeva nuocere ai sei agenti federali dell’ICE che lo avevano disarmato, messo a terra e giustiziato.
Oggi in Minnesota le persone sono ancora più unite in una solidarietà comunitaria. Membri dell’American Indian Movement, che ha avuto origine a Minneapolis nel 1968, stanno pattugliando il ghetto della comunità dove vivono e lavorano le famiglie dei nativi.
Questi atti di protezione reciproca sono così alieni ai burattini presidenziali che Pam Bondi, Procuratrice Generale degli Stati Uniti, ha ipotizzato sabato che ci fosse qualcosa di davvero losco nel modo in cui la comunità di Minneapolis era così ben organizzata. Vi sono anche affermazioni da parte dell’amministrazione Trump secondo cui tutti i manifestanti sarebbero agitatori politici prezzolati.
La Guardia Nazionale del Minnesota ha chiarito da che parte sta: indossando giubbotti fluorescenti per distinguersi dagli agenti federali, sta distribuendo cibo e acqua a coloro che protestano.
Con l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti – e un successivo omicidio che non è ancora stato annunciato, se mai lo sarà – nelle strade di Minneapolis, e con l’arrivo di Tom Homan, lo zar della Sicurezza Interna, l’ICE ha intensificato la propria violenza contro i manifestanti.
Con l’arresto del giornalista Don Lemon, il diritto alla libertà di parola garantito dal Primo Emendamento verrà ora messo alla prova nei tribunali americani. Se tu sei di pelle scura, se il tuo modo di parlare non è in qualche modo “americano”, puoi essere fermato o trattenuto; se fotografi troppo da vicino, puoi essere spinto a terra, irrorato con sostanze chimiche tossiche o colpito più volte da colpi d’arma da fuoco.
MSBC, il programma di notizie televisive, riferisce che più città-santuario saranno attaccate con le stesse tattiche dell’ICE.
Springfield, Ohio: Trump ha diffuso la voce che gli haitiani che si trovano là mangiano topi e praticano il cannibalismo, quindi naturalmente l’ICE andrà là per iniziare a deportarli.
Tre nativi americani senzatetto sono stati arrestati a Minneapolis un mese fa. Uno è stato rilasciato, due Lakota sono stati inghiottiti dal sistema penale, la loro ubicazione non è nota. Il consiglio tribale di Pine Ridge, la riserva nativa più povera d’America, ha approvato all’unanimità una legge che vieta l’ingresso dell’ICE nella loro riserva.
I nativi americani continuano comunque a essere arrestati. La maggior parte di loro non viene incriminata se riesce a produrre documenti d’identità emessi dalle autorità tribali.
A Minneapolis lo scorso fine settimana Bruce Springsteen ha fatto uscire ed eseguito la sua canzone Streets of Minneapolis. I gruppi rock&roll Rage Against the Machine e Green Day hanno composto canzoni dedicate al movimento di protesta.
Pare che Walz – il governatore del Minnesota – abbia chiamato la Guardia Nazionale in assistenza alla sicurezza dei manifestanti a Minneapolis. C’è stato un resoconto confermato che riferisce che l’ICE ha sparato a un altro uomo, non un manifestante, un uomo in abiti da lavoro che aspettava l’autobus a una fermata per andare a lavorare. La polizia locale è arrivata e ha cercato di rianimarlo. L’uomo è morto.
Queste informazioni sono in tempo reale, da fonti affidabili.
Dal bastione
La Heritage Foundation venne fondata nel 1973 come risposta alla minaccia dell’OPEC e all’aumento dei prezzi del petrolio in America: Joseph Coors, il magnate della birra, e i suoi compari del club “Fortune 500”.
Questo club era composto dai più ricchi capi d’azienda americani. Negli anni '80 la fondazione presentò a Reagan un piano in 41 punti riguardante la loro risposta all’OPEC. Il piano suggeriva che i geologi mappassero i giacimenti petroliferi dell’America Latina. Utilizzando la CIA, gli USA avrebbero instaurato governi fantoccio controllabili dal governo americano.
Il Nicaragua fu il primo obiettivo sperimentale. Il movimento di resistenza EZLN, formato inizialmente da donne indigene, divenne l’esercito ribelle che si oppose all’incursione di soldati governativi e mercenari assoldati dagli USA. Il resto è storia.
In altre nazioni di lingua spagnola emersero leader ribelli come il Subcomandante Marcos.
La caccia mineraria condotta dagli Stati Uniti si può ora vedere in Medio Oriente e in Venezuela. Lì, la maggior parte delle guerre è stata provocata dagli USA per il controllo dei minerali. Il piano di politica interna in America è l’ultima fase del piano originale.
A quei tempi ebbi la fortuna di operare come poeta nelle scuole di molte riserve native americane. Mentre lavoravo nella riserva Hopi, l’insegnante della classe in cui stavo tenendo lezione mi consegnò, in busta gialla, un dono proveniente dagli uomini sacri segreti della Second Mesa. Questa busta conteneva informazioni sulla neonata Heritage Foundation.
Quando, alcuni anni dopo, ne feci l’oggetto di una conferenza all’università di Genova, la mattina seguente mi fecero uscire di nascosto dalla città e mi portarono in auto in un appartamento a Firenze. Ero stato prelevato in tutta fretta da Genova perché mentre tenevo lezione erano presenti in aula due agenti del Dipartimento di Stato americano. Fui poi oggetto di critiche in un articolo su un giornale genovese.
Una settimana dopo, un’organizzazione svizzera per i diritti umani, Incomindios Switzerland, mi invitò a presentare il medesimo documento in una sessione di gruppo di lavoro all’ONU a Ginevra. Lo feci, e la presidente dell’incontro, Madame Dias, me ne chiese una copia. Mi fu quindi concesso lo status di ONG, e divenni il rappresentante della mia nazione Cheyenne in quella sede per 15 anni.
Fonte
L’America sta attualmente vivendo una vera e propria occupazione totale da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti) e di altre agenzie federali del Dipartimento della Sicurezza Interna.
L’ICE esiste dal 2003, ma la sua attività e le conseguenti tattiche fasciste si sono intensificate da quando sono stati stanziati fondi attraverso il “Big Beautiful Bill” di Trump, per arrestare una quota giornaliera di 3000 persone irregolari, descrivendo le persone da arrestare come «tutte le persone di pelle scura, le persone con un accento, le persone nere, gli Hmong e perfino i nativi americani che sembrano stranieri».
Su State of the Union della CNN, Greg Bovino, comandante della polizia di frontiera degli Stati Uniti, ha affermato che Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva della Veteran’s Administration, era un terrorista “domestico” armato, con un’arma nascosta legalmente detenuta e autorizzata dallo Stato del Minnesota, e che Pretti aveva attaccato e intendeva nuocere ai sei agenti federali dell’ICE che lo avevano disarmato, messo a terra e giustiziato.
Oggi in Minnesota le persone sono ancora più unite in una solidarietà comunitaria. Membri dell’American Indian Movement, che ha avuto origine a Minneapolis nel 1968, stanno pattugliando il ghetto della comunità dove vivono e lavorano le famiglie dei nativi.
Questi atti di protezione reciproca sono così alieni ai burattini presidenziali che Pam Bondi, Procuratrice Generale degli Stati Uniti, ha ipotizzato sabato che ci fosse qualcosa di davvero losco nel modo in cui la comunità di Minneapolis era così ben organizzata. Vi sono anche affermazioni da parte dell’amministrazione Trump secondo cui tutti i manifestanti sarebbero agitatori politici prezzolati.
La Guardia Nazionale del Minnesota ha chiarito da che parte sta: indossando giubbotti fluorescenti per distinguersi dagli agenti federali, sta distribuendo cibo e acqua a coloro che protestano.
Con l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti – e un successivo omicidio che non è ancora stato annunciato, se mai lo sarà – nelle strade di Minneapolis, e con l’arrivo di Tom Homan, lo zar della Sicurezza Interna, l’ICE ha intensificato la propria violenza contro i manifestanti.
Con l’arresto del giornalista Don Lemon, il diritto alla libertà di parola garantito dal Primo Emendamento verrà ora messo alla prova nei tribunali americani. Se tu sei di pelle scura, se il tuo modo di parlare non è in qualche modo “americano”, puoi essere fermato o trattenuto; se fotografi troppo da vicino, puoi essere spinto a terra, irrorato con sostanze chimiche tossiche o colpito più volte da colpi d’arma da fuoco.
MSBC, il programma di notizie televisive, riferisce che più città-santuario saranno attaccate con le stesse tattiche dell’ICE.
Springfield, Ohio: Trump ha diffuso la voce che gli haitiani che si trovano là mangiano topi e praticano il cannibalismo, quindi naturalmente l’ICE andrà là per iniziare a deportarli.
Tre nativi americani senzatetto sono stati arrestati a Minneapolis un mese fa. Uno è stato rilasciato, due Lakota sono stati inghiottiti dal sistema penale, la loro ubicazione non è nota. Il consiglio tribale di Pine Ridge, la riserva nativa più povera d’America, ha approvato all’unanimità una legge che vieta l’ingresso dell’ICE nella loro riserva.
I nativi americani continuano comunque a essere arrestati. La maggior parte di loro non viene incriminata se riesce a produrre documenti d’identità emessi dalle autorità tribali.
A Minneapolis lo scorso fine settimana Bruce Springsteen ha fatto uscire ed eseguito la sua canzone Streets of Minneapolis. I gruppi rock&roll Rage Against the Machine e Green Day hanno composto canzoni dedicate al movimento di protesta.
Pare che Walz – il governatore del Minnesota – abbia chiamato la Guardia Nazionale in assistenza alla sicurezza dei manifestanti a Minneapolis. C’è stato un resoconto confermato che riferisce che l’ICE ha sparato a un altro uomo, non un manifestante, un uomo in abiti da lavoro che aspettava l’autobus a una fermata per andare a lavorare. La polizia locale è arrivata e ha cercato di rianimarlo. L’uomo è morto.
Queste informazioni sono in tempo reale, da fonti affidabili.
Dal bastione
La Heritage Foundation venne fondata nel 1973 come risposta alla minaccia dell’OPEC e all’aumento dei prezzi del petrolio in America: Joseph Coors, il magnate della birra, e i suoi compari del club “Fortune 500”.
Questo club era composto dai più ricchi capi d’azienda americani. Negli anni '80 la fondazione presentò a Reagan un piano in 41 punti riguardante la loro risposta all’OPEC. Il piano suggeriva che i geologi mappassero i giacimenti petroliferi dell’America Latina. Utilizzando la CIA, gli USA avrebbero instaurato governi fantoccio controllabili dal governo americano.
Il Nicaragua fu il primo obiettivo sperimentale. Il movimento di resistenza EZLN, formato inizialmente da donne indigene, divenne l’esercito ribelle che si oppose all’incursione di soldati governativi e mercenari assoldati dagli USA. Il resto è storia.
In altre nazioni di lingua spagnola emersero leader ribelli come il Subcomandante Marcos.
La caccia mineraria condotta dagli Stati Uniti si può ora vedere in Medio Oriente e in Venezuela. Lì, la maggior parte delle guerre è stata provocata dagli USA per il controllo dei minerali. Il piano di politica interna in America è l’ultima fase del piano originale.
A quei tempi ebbi la fortuna di operare come poeta nelle scuole di molte riserve native americane. Mentre lavoravo nella riserva Hopi, l’insegnante della classe in cui stavo tenendo lezione mi consegnò, in busta gialla, un dono proveniente dagli uomini sacri segreti della Second Mesa. Questa busta conteneva informazioni sulla neonata Heritage Foundation.
Quando, alcuni anni dopo, ne feci l’oggetto di una conferenza all’università di Genova, la mattina seguente mi fecero uscire di nascosto dalla città e mi portarono in auto in un appartamento a Firenze. Ero stato prelevato in tutta fretta da Genova perché mentre tenevo lezione erano presenti in aula due agenti del Dipartimento di Stato americano. Fui poi oggetto di critiche in un articolo su un giornale genovese.
Una settimana dopo, un’organizzazione svizzera per i diritti umani, Incomindios Switzerland, mi invitò a presentare il medesimo documento in una sessione di gruppo di lavoro all’ONU a Ginevra. Lo feci, e la presidente dell’incontro, Madame Dias, me ne chiese una copia. Mi fu quindi concesso lo status di ONG, e divenni il rappresentante della mia nazione Cheyenne in quella sede per 15 anni.
Fonte
04/02/2026
Gabrielli sull’ordine pubblico: attenti agli “incantatori di serpenti”
Leggendo l’intervista rilasciata a Repubblica dall’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, sullo status dell’ordine pubblico in Italia e gli scontri di Torino, veniva voglia di titolarla: “la saggezza del vecchio sbirro”. In essa c’è una visione piuttosto diversa dagli starnazzamenti liberticidi degli esponenti di governo e della loro maggioranza. Eppure viene da uno che che il lavoro della repressione lo ha fatto per decenni, a tutti i livelli.
Le parole e la visione di un ex altissimo responsabile degli apparati di sicurezza come Gabrielli smontano pezzo su pezzo le strumentalizzazioni del governo e mettono in guardia anche gli uomini e le donne in divise dal lasciarsi imbrigliare dagli “incantatori di serpenti”.
“Penso che la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di questi comportamenti siano un prerequisito. Non un inciso retorico, ma la soglia minima di serietà con cui affrontare i temi dell’ordine pubblico” – afferma Gabrielli nell’intervista – “Quindi, penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Come ho sempre fatto, del resto. Ma – e qui sta il punto – non solo dai violenti”. Da chi? Domanda il giornalista: “Dagli incantatori di serpenti”.
Dice molto questo passaggio dell’intervista a Repubblica di uno che è stato a capo di ogni apparato repressivo (polizia, servizi segreti interni, una lunghissima carriera da funzionario di polizia, Digos in primis).
Gabrielli non ci gira intorno quando afferma di avercela “Con tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
Non solo. Anche relativamente alle nuove misure liberticide sulla “sicurezza” messe in cantiere dal governo, Gabrielli afferma testualmente che “proprio sulla base dell’esperienza. Non servirà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre”.
Gabrielli non si tira indietro nel porre e nel rispondere ad una domanda cruciale: “quale ordine pubblico merita un Paese democratico?”
“Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico?” – si chiede l’ex capo della polizia – “Riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello di sicurezza”.
Tra le righe, ma anche in modo più nitido in alcuni passaggi, da questa intervista emerge come l’ordine pubblico non sia un problema esclusivo di chi porta una divisa – e quindi dei maggiori poteri e impunità che il governo vorrebbe affidargli – ma sia un problema collettivo dell’intera società, cioè anche di quelli che la divisa non la portano, e che di fronte a quello che Gabrielli definisce il rischio di snaturamento della democrazia e del tradimento della fiducia del paese che porta all’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni, di fatto acutizza e incentiva anche le possibilità di scontro nelle piazze e nelle strade. Insomma l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere l’ordine pubblico.
Uno snaturamento che, nel comportamento del governo, prefigura invece una guerra ai civili affrontata predisponendo una “milizia fidelizzata impunibile” (questo e non altro è lo “scudo penale”) che si dovrà occupare della “sicurezza del potere”, non certo di quella della popolazione.
Sono ovviamente la visione e le parole di un uomo dello Stato e non di un manifestante. Di un funzionario che si preoccupa di come garantire il potere con la massima efficacia ma facendo attenzione a non moltiplicare l’odio sociale per la divisa. Non è cioè il punto di vista di chi è costretto a protestare e nella gestione dell’ordine pubblico vede spesso solo il prodotto finale (le manganellate, i pestaggi in caserma o nei commissariati etc.), ma che di “sfiducia nelle istituzioni” ne ha giustamente accumulata parecchia avendone ragioni da vendere.
Ma sono parole emblematiche del fatto che la destra al governo sta producendo una torsione autoritaria – più bonapartista che classicamente fascista, per molti aspetti – e che chi ha il “senso dello Stato” come intero complessivo di una società, e non come strumento di vantaggio e coercizione per la propria fazione, non vuole accettare. Inoltre, come abbiamo documentato sul nostro giornale, già oggi l’Italia è il paese con il più alto numero di uomini e donne in divise in rapporto alla popolazione.
Pur dovendo fare la necessaria tara tra chi ha responsabilità di governo e chi no, la visione di Gabrielli cozza frontalmente contro quella del ministro degli Interni Piantedosi, il quale nella sua comunicazione alla Camera dei Deputati ha fatto affermazioni gravissime, inaccettabili e minacciose.
“Va valutato il sostegno alla manifestazione da parte di coloro che ora rimarcano la distanza dai fatti avvenuti. Chi sfila accanto a questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto Piantedosi mettendo esplicitamente nel mirino tutti coloro che sono andati alla manifestazione di Torino ma non hanno partecipato agli scontri e, in molti casi, non condividevano politicamente la scelta di arrivare allo scontro con la polizia.
“Così si offre complicità e copertura, tanto più che Askatasuna ha rivendicato le azioni”. E dunque “no a silenzi e no alle ambiguità”, è l’accusa lanciata dal ministro dell’Interno a tutte le forze politiche. Una volta si sarebbe detto che le sta accusando di essere dei “fiancheggiatori”.
“Quanto avvenuto a Torino dimostra in modo chiaro che siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo stato, contro le forze dell’ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna” – ha insistito Piantedosi – “Tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”.
Insomma siamo ormai alle manifestazioni di piazza come strategia di eversione, un salto di qualità nelle intenzioni e nella visione del governo in senso autoritario che non deve solo preoccupare ma deve far scattare un potente segnale di reazione politica e di massa.
È una contraddizione importante e interessante quella che è stata sollevata da Gabrielli. Ma è anche un segno di quanto sia “fuori” l’attuale maggioranza di governo.
Fonte
Le parole e la visione di un ex altissimo responsabile degli apparati di sicurezza come Gabrielli smontano pezzo su pezzo le strumentalizzazioni del governo e mettono in guardia anche gli uomini e le donne in divise dal lasciarsi imbrigliare dagli “incantatori di serpenti”.
“Penso che la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di questi comportamenti siano un prerequisito. Non un inciso retorico, ma la soglia minima di serietà con cui affrontare i temi dell’ordine pubblico” – afferma Gabrielli nell’intervista – “Quindi, penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Come ho sempre fatto, del resto. Ma – e qui sta il punto – non solo dai violenti”. Da chi? Domanda il giornalista: “Dagli incantatori di serpenti”.
Dice molto questo passaggio dell’intervista a Repubblica di uno che è stato a capo di ogni apparato repressivo (polizia, servizi segreti interni, una lunghissima carriera da funzionario di polizia, Digos in primis).
Gabrielli non ci gira intorno quando afferma di avercela “Con tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.
Non solo. Anche relativamente alle nuove misure liberticide sulla “sicurezza” messe in cantiere dal governo, Gabrielli afferma testualmente che “proprio sulla base dell’esperienza. Non servirà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre”.
Gabrielli non si tira indietro nel porre e nel rispondere ad una domanda cruciale: “quale ordine pubblico merita un Paese democratico?”
“Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico?” – si chiede l’ex capo della polizia – “Riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello di sicurezza”.
Tra le righe, ma anche in modo più nitido in alcuni passaggi, da questa intervista emerge come l’ordine pubblico non sia un problema esclusivo di chi porta una divisa – e quindi dei maggiori poteri e impunità che il governo vorrebbe affidargli – ma sia un problema collettivo dell’intera società, cioè anche di quelli che la divisa non la portano, e che di fronte a quello che Gabrielli definisce il rischio di snaturamento della democrazia e del tradimento della fiducia del paese che porta all’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni, di fatto acutizza e incentiva anche le possibilità di scontro nelle piazze e nelle strade. Insomma l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere l’ordine pubblico.
Uno snaturamento che, nel comportamento del governo, prefigura invece una guerra ai civili affrontata predisponendo una “milizia fidelizzata impunibile” (questo e non altro è lo “scudo penale”) che si dovrà occupare della “sicurezza del potere”, non certo di quella della popolazione.
Sono ovviamente la visione e le parole di un uomo dello Stato e non di un manifestante. Di un funzionario che si preoccupa di come garantire il potere con la massima efficacia ma facendo attenzione a non moltiplicare l’odio sociale per la divisa. Non è cioè il punto di vista di chi è costretto a protestare e nella gestione dell’ordine pubblico vede spesso solo il prodotto finale (le manganellate, i pestaggi in caserma o nei commissariati etc.), ma che di “sfiducia nelle istituzioni” ne ha giustamente accumulata parecchia avendone ragioni da vendere.
Ma sono parole emblematiche del fatto che la destra al governo sta producendo una torsione autoritaria – più bonapartista che classicamente fascista, per molti aspetti – e che chi ha il “senso dello Stato” come intero complessivo di una società, e non come strumento di vantaggio e coercizione per la propria fazione, non vuole accettare. Inoltre, come abbiamo documentato sul nostro giornale, già oggi l’Italia è il paese con il più alto numero di uomini e donne in divise in rapporto alla popolazione.
Pur dovendo fare la necessaria tara tra chi ha responsabilità di governo e chi no, la visione di Gabrielli cozza frontalmente contro quella del ministro degli Interni Piantedosi, il quale nella sua comunicazione alla Camera dei Deputati ha fatto affermazioni gravissime, inaccettabili e minacciose.
“Va valutato il sostegno alla manifestazione da parte di coloro che ora rimarcano la distanza dai fatti avvenuti. Chi sfila accanto a questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto Piantedosi mettendo esplicitamente nel mirino tutti coloro che sono andati alla manifestazione di Torino ma non hanno partecipato agli scontri e, in molti casi, non condividevano politicamente la scelta di arrivare allo scontro con la polizia.
“Così si offre complicità e copertura, tanto più che Askatasuna ha rivendicato le azioni”. E dunque “no a silenzi e no alle ambiguità”, è l’accusa lanciata dal ministro dell’Interno a tutte le forze politiche. Una volta si sarebbe detto che le sta accusando di essere dei “fiancheggiatori”.
“Quanto avvenuto a Torino dimostra in modo chiaro che siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo stato, contro le forze dell’ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna” – ha insistito Piantedosi – “Tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”.
Insomma siamo ormai alle manifestazioni di piazza come strategia di eversione, un salto di qualità nelle intenzioni e nella visione del governo in senso autoritario che non deve solo preoccupare ma deve far scattare un potente segnale di reazione politica e di massa.
È una contraddizione importante e interessante quella che è stata sollevata da Gabrielli. Ma è anche un segno di quanto sia “fuori” l’attuale maggioranza di governo.
Fonte
03/02/2026
In Italia c’è bisogno di più polizia? La realtà dice il contrario
In Italia, il numero degli agenti di polizia (inteso in senso ampio come forze di polizia a ordinamento civile e militare) in rapporto al numero di abitanti è generalmente intorno a 1 agente ogni 430-460 abitanti, una quota percentuale assai superiore a quella di altri paesi europei come Germania, Francia o Regno Unito.
I dati aggiornati al 2021-2023 ci dicono quanti sono in Italia gli uomini e le donne in divisa con funzioni coercitive appartenenti al Ministero dell’Interno e al Ministero della Difesa:
Polizia di Stato: circa ~100.000 unità
Arma dei Carabinieri: circa ~100.000 unità
Guardia di Finanza: circa ~65.000 unità
Polizia Penitenziaria: circa ~40.000 unità
Corpi di polizia locali (Polizia Municipale): circa ~60.000 unità
Il totale approssimativo è di circa 365.000 agenti (comprese le funzioni amministrative e non esclusivamente di “pattuglia”). La popolazione italiana nel 2023 era di circa 58,8 milioni di abitanti. Il rapporto è quindi di 365.000 agenti su 58.800.000 abitanti, ossia di 1 agente ogni 161 abitanti.
Ovviamente il dato include anche personale con compiti amministrativi, investigativi, di sorveglianza penitenziaria, fiscali, ecc. Inoltre, i corpi hanno competenze specifiche e non tutti sono dedicati all’ordine pubblico in strada.
Un poliziotto ogni 220 abitanti. Ancora non basta?
Facendo un confronto a livello internazionale, secondo i dati dell’Eurostat (2020), l’Italia ha circa 455 agenti ogni 100.000 abitanti, cioè 1 ogni 220 abitanti se si considerano solo le forze di polizia principali (se invece si includono le polizie locali e la polizia penitenziaria). Questa cifra è superiore a paesi come il Regno Unito, Germania, Francia o Scandinavia.
La densità degli agenti di polizia/procapite varia poi tra regioni e città, ma il numero “reale” percepito dai cittadini (presenza o visibilità delle pattuglie in strada) è inferiore al dato complessivo.
Diminuiscono i reati visibili, aumentano quelli meno “impattanti”
Questo numero crescente di agenti delle varie polizie contrasta però con la diminuzione dei reati, inclusi quelli “di prossimità” ovvero quelli legati alla microcriminalità che sono poi quelli più rilevati o percepiti dalla gente comune.
Occorre dire che questi sono anche i reati più direttamente legati al peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori popolari o marginali del paese. In particolare da dopo la pandemia di Covid – che è stato e rimane un vero e proprio spartiacque temporale e sociale – la situazione in molti ambiti più deboli della società è crollata verticalmente e non è più risalita. Emblematico anche il ritorno di droghe “a basso prezzo”, ad alta diffusione e, di conseguenza, ad alto incentivo di micro-criminalità per rimediare i due soldi necessari alle dosi.
Facendo un rapporto con i dati di più di dieci anni fa e sulla base degli ultimi dati disponibili (2014-2023) i reati in generale registrano un calo generale. Tuttavia, osservando l’ultimo decennio, la tendenza è stata altalenante. Dopo un picco negativo nei primi anni 2010, c’è stata una relativa stabilità o lieve diminuzione, seguita da un aumento significativo nel 2023. Il dato del 2023 – secondo il rapporto del Viminale, ha registrato un aumento complessivo dei reati del +7,8% rispetto al 2022, un dato che ha invertito la tendenza degli anni precedenti.
Ma occorre sottolineare che il 2023 è stato il primo anno pienamente “post-Covid”. Lo stop e le limitazioni alla vita sociale e degli spostamenti durante la pandemia (2020-2021) ha inevitabilmente influito sulle opportunità di commettere reati, soprattutto per quelli contro il patrimonio.
Nel periodo preso in esame sono diminuiti in modo netto i furti in abitazione, borseggi, scippi, rapine, cioè i reati più fastidiosi e invasivi nella vita quotidiana delle persone.
Anche gli omicidi (che in Italia hanno numeri tra i più bassi d’Europa) mostrano un trend in ulteriore calo, nonostante casi di grande impatto mediatico che sembrano voler per forza dimostrare il contrario.
Sono invece aumentati in modo netto i reati informatici e le frodi, con una impennata costante, favorita dalla digitalizzazione.
Sono aumentati i reati legati alla violenza di genere e allo stalking con un aumento delle denunce, che riflette sia una maggiore diffusione del fenomeno ma anche una maggiore consapevolezza e capacità di emersione. I reati predatori “di strada” ((come le rapine) dopo un lungo calo, nel 2022-2023 hanno mostrato segnali di inversione di tendenza, contribuendo all’aumento complessivo del 2023. I reati come usura ed estorsione sono rimasti sostanzialmente stabili o in leggero aumento in alcune aree.
Si registra poi un andamento altalenante, senza un calo strutturale evidente, per reati contro la Pubblica Amministrazione (corruzione, concussione etc.).
Percezione, manipolazione, realtà
L’attenzione morbosa dei mass media su certi crimini (es. aggressioni, risse) ha creato una percezione di aumento generalizzato della criminalità che non sempre corrisponde al dato statistico reale.
Se si osservano le scalette dei principali telegiornali o l’impostazione dei giornali locali (quelli che è più facile trovare sui tavolini dei bar), queste restituiscono una sensazione perenne di insicurezza, pericolo e attenzione alla “cronaca nera” impressionante ma altrettanto strumentale. Ad aggravare lo scenario c’è poi l’insistenza sul fatto che i protagonisti siano immigrati o meno.
La percezione dunque supera abbondantemente la realtà, ma è proprio su questa manipolazione che la destra gioca la sua partita sulla “sicurezza” e il progetto di uno vero e proprio stato di polizia.
Inoltre va registrato l’aumento delle denunce per reati o violazioni su cui prima c’era meno reazione da parte delle vittime. Per alcuni reati come le molestie o la violenza domestica, si registra un aumento delle denunce che può indicare non un aumento dei fatti, ma una emersione dei reati che prima non venivano denunciati.
Volendo tirare le somme possiamo affermare che negli ultimi dieci anni, non c’è stata una tendenza univoca. Per molti reati tradizionali contro il patrimonio (furti, rapine), il trend è stato in calo fino al 2021/2022, mentre per i reati contro la persona (specie in ambito familiare) e i reati informatici, il trend è stato in netto aumento.
Dunque, già oggi in Italia abbiamo il più alto numero di poliziotti a testa di molti paesi europei eppure – dalla destra ma anche da Pd e M5S – sentiamo ancora parlare di aumento degli organici di polizia, carabinieri, guardie penitenziarie, polizie locali etc. Una solerzia che si perde sempre per strada quando parliamo di medici, infermieri, Vigili del Fuoco, addetti ai servizi sociali etc.
Anche i reati più “fastidiosi” per la gente comune (quelli di prossimità come scippi, furti in casa o di automobili o di loro componenti etc.) sono in calo.
Eppure nella percezione sociale, ampiamente manipolata dai mass media e dalla politica, sembra invece il contrario e su questo mondo alla rovescia la destra intende edificare una società-caserma e uno stato di polizia. Facciamogli tana!!
Fonti ufficiali:
Ministero dell’Interno
ISTAT
Rapporto sui bilanci delle Forze di polizia
Eurostat (2020: “Police, court and prison personnel statistics”)
Annuale Statistico del Ministero dell’Interno (ultima edizione: 2023).
Rapporti ISTAT sulla sicurezza dei cittadini.
A questo punto diventa illuminante la lectio magistralis su Repressione è civiltà (Gian Maria Volontè). Ci fa comprendere molte delle cose che stanno avvenendo sotto i nostri occhi.
Fonte
I dati aggiornati al 2021-2023 ci dicono quanti sono in Italia gli uomini e le donne in divisa con funzioni coercitive appartenenti al Ministero dell’Interno e al Ministero della Difesa:
Polizia di Stato: circa ~100.000 unità
Arma dei Carabinieri: circa ~100.000 unità
Guardia di Finanza: circa ~65.000 unità
Polizia Penitenziaria: circa ~40.000 unità
Corpi di polizia locali (Polizia Municipale): circa ~60.000 unità
Il totale approssimativo è di circa 365.000 agenti (comprese le funzioni amministrative e non esclusivamente di “pattuglia”). La popolazione italiana nel 2023 era di circa 58,8 milioni di abitanti. Il rapporto è quindi di 365.000 agenti su 58.800.000 abitanti, ossia di 1 agente ogni 161 abitanti.
Ovviamente il dato include anche personale con compiti amministrativi, investigativi, di sorveglianza penitenziaria, fiscali, ecc. Inoltre, i corpi hanno competenze specifiche e non tutti sono dedicati all’ordine pubblico in strada.
Un poliziotto ogni 220 abitanti. Ancora non basta?
Facendo un confronto a livello internazionale, secondo i dati dell’Eurostat (2020), l’Italia ha circa 455 agenti ogni 100.000 abitanti, cioè 1 ogni 220 abitanti se si considerano solo le forze di polizia principali (se invece si includono le polizie locali e la polizia penitenziaria). Questa cifra è superiore a paesi come il Regno Unito, Germania, Francia o Scandinavia.
La densità degli agenti di polizia/procapite varia poi tra regioni e città, ma il numero “reale” percepito dai cittadini (presenza o visibilità delle pattuglie in strada) è inferiore al dato complessivo.
Diminuiscono i reati visibili, aumentano quelli meno “impattanti”
Questo numero crescente di agenti delle varie polizie contrasta però con la diminuzione dei reati, inclusi quelli “di prossimità” ovvero quelli legati alla microcriminalità che sono poi quelli più rilevati o percepiti dalla gente comune.
Occorre dire che questi sono anche i reati più direttamente legati al peggioramento delle condizioni di vita di ampi settori popolari o marginali del paese. In particolare da dopo la pandemia di Covid – che è stato e rimane un vero e proprio spartiacque temporale e sociale – la situazione in molti ambiti più deboli della società è crollata verticalmente e non è più risalita. Emblematico anche il ritorno di droghe “a basso prezzo”, ad alta diffusione e, di conseguenza, ad alto incentivo di micro-criminalità per rimediare i due soldi necessari alle dosi.
Facendo un rapporto con i dati di più di dieci anni fa e sulla base degli ultimi dati disponibili (2014-2023) i reati in generale registrano un calo generale. Tuttavia, osservando l’ultimo decennio, la tendenza è stata altalenante. Dopo un picco negativo nei primi anni 2010, c’è stata una relativa stabilità o lieve diminuzione, seguita da un aumento significativo nel 2023. Il dato del 2023 – secondo il rapporto del Viminale, ha registrato un aumento complessivo dei reati del +7,8% rispetto al 2022, un dato che ha invertito la tendenza degli anni precedenti.
Ma occorre sottolineare che il 2023 è stato il primo anno pienamente “post-Covid”. Lo stop e le limitazioni alla vita sociale e degli spostamenti durante la pandemia (2020-2021) ha inevitabilmente influito sulle opportunità di commettere reati, soprattutto per quelli contro il patrimonio.
Nel periodo preso in esame sono diminuiti in modo netto i furti in abitazione, borseggi, scippi, rapine, cioè i reati più fastidiosi e invasivi nella vita quotidiana delle persone.
Anche gli omicidi (che in Italia hanno numeri tra i più bassi d’Europa) mostrano un trend in ulteriore calo, nonostante casi di grande impatto mediatico che sembrano voler per forza dimostrare il contrario.
Sono invece aumentati in modo netto i reati informatici e le frodi, con una impennata costante, favorita dalla digitalizzazione.
Sono aumentati i reati legati alla violenza di genere e allo stalking con un aumento delle denunce, che riflette sia una maggiore diffusione del fenomeno ma anche una maggiore consapevolezza e capacità di emersione. I reati predatori “di strada” ((come le rapine) dopo un lungo calo, nel 2022-2023 hanno mostrato segnali di inversione di tendenza, contribuendo all’aumento complessivo del 2023. I reati come usura ed estorsione sono rimasti sostanzialmente stabili o in leggero aumento in alcune aree.
Si registra poi un andamento altalenante, senza un calo strutturale evidente, per reati contro la Pubblica Amministrazione (corruzione, concussione etc.).
Percezione, manipolazione, realtà
L’attenzione morbosa dei mass media su certi crimini (es. aggressioni, risse) ha creato una percezione di aumento generalizzato della criminalità che non sempre corrisponde al dato statistico reale.
Se si osservano le scalette dei principali telegiornali o l’impostazione dei giornali locali (quelli che è più facile trovare sui tavolini dei bar), queste restituiscono una sensazione perenne di insicurezza, pericolo e attenzione alla “cronaca nera” impressionante ma altrettanto strumentale. Ad aggravare lo scenario c’è poi l’insistenza sul fatto che i protagonisti siano immigrati o meno.
La percezione dunque supera abbondantemente la realtà, ma è proprio su questa manipolazione che la destra gioca la sua partita sulla “sicurezza” e il progetto di uno vero e proprio stato di polizia.
Inoltre va registrato l’aumento delle denunce per reati o violazioni su cui prima c’era meno reazione da parte delle vittime. Per alcuni reati come le molestie o la violenza domestica, si registra un aumento delle denunce che può indicare non un aumento dei fatti, ma una emersione dei reati che prima non venivano denunciati.
Volendo tirare le somme possiamo affermare che negli ultimi dieci anni, non c’è stata una tendenza univoca. Per molti reati tradizionali contro il patrimonio (furti, rapine), il trend è stato in calo fino al 2021/2022, mentre per i reati contro la persona (specie in ambito familiare) e i reati informatici, il trend è stato in netto aumento.
Dunque, già oggi in Italia abbiamo il più alto numero di poliziotti a testa di molti paesi europei eppure – dalla destra ma anche da Pd e M5S – sentiamo ancora parlare di aumento degli organici di polizia, carabinieri, guardie penitenziarie, polizie locali etc. Una solerzia che si perde sempre per strada quando parliamo di medici, infermieri, Vigili del Fuoco, addetti ai servizi sociali etc.
Anche i reati più “fastidiosi” per la gente comune (quelli di prossimità come scippi, furti in casa o di automobili o di loro componenti etc.) sono in calo.
Eppure nella percezione sociale, ampiamente manipolata dai mass media e dalla politica, sembra invece il contrario e su questo mondo alla rovescia la destra intende edificare una società-caserma e uno stato di polizia. Facciamogli tana!!
Fonti ufficiali:
Ministero dell’Interno
ISTAT
Rapporto sui bilanci delle Forze di polizia
Eurostat (2020: “Police, court and prison personnel statistics”)
Annuale Statistico del Ministero dell’Interno (ultima edizione: 2023).
Rapporti ISTAT sulla sicurezza dei cittadini.
A questo punto diventa illuminante la lectio magistralis su Repressione è civiltà (Gian Maria Volontè). Ci fa comprendere molte delle cose che stanno avvenendo sotto i nostri occhi.
Fonte
22/01/2026
La chiamano sicurezza ma è lo “stato di polizia”
Il nuovo pacchetto sicurezza, non è stato discusso nel Consiglio dei ministri di due giorni fa ma è stato rinviato al prossimo. A Palazzo Chigi sono stati comunque presentati ben 65 articoli delle nuove misure coercitive di cui 25 contenute in un decreto e 40 in un disegno di legge.
Presentato dalla stampa all’opinione pubblica come un provvedimento di emergenza relativo alla criminalità minorile e al divieto sull’uso e la vendita di coltelli – un plateale fumo negli occhi – in realtà questo ennesimo pacchetto sicurezza mira ad un “bersaglio grosso” assai diverso: le manifestazioni.
Il governo punta piuttosto esplicitamente a restringere pesantemente l’agibilità politica nelle piazze affidando alla polizia ampissimi poteri per poter intervenire contro i manifestanti, delineando così uno scenario che potrebbe somigliare moltissimo alle immagini di abusi e brutalità che giungono dalle città statunitensi.
Il pacchetto sicurezza 2026 vorrebbe introdurre la possibilità per la polizia di trattenere, fino a 12 ore, i manifestanti sospettati “di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. Con questo potere discrezionale alla polizia nelle piazze, ogni manifestazione rischia di degenerare ancora prima di cominciare.
Vengono aumentate fino a 20 mila euro le sanzioni economiche per mancato preavviso di un corteo o sitin, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, così come sta avvenendo con le multe che stanno arrivando a decine contro gli attivisti pro Palestina per le manifestazioni di settembre e ottobre o con le sanzioni contro i sindacati per lo sciopero generale del 3 ottobre scorso.
Viene poi aggiunto un reato punendo con la detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità” (si suppone misurabile nella velocità della fuga, ndr). Un articolo che sembra scritto su misura dopo la drammatica vicenda del giovane Ramy a Milano morto durante un inseguimento dei carabinieri.
E proprio per polizia e carabinieri ci sarà ancora più impunità, perché con le nuove misure gli agenti non saranno più iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Non poteva mancare anche una sezione dedicata all’immigrazione, dove si vorrebbe introdurre la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Questa misura potrebbe durare 30 giorni al massimo. In questo caso, i migranti a bordo di tali imbarcazioni, potrebbero essere condotti in paesi diversi da quello di appartenenza o di provenienza. Un articolo ad hoc per consentire la deportazione nel lager allestito in Albania dal governo italiano. Non solo. A complicare la vita agli immigrati ci saranno nuovi limiti sui ricongiungimenti familiari.
Aumenta poi la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o anche per “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno ma sulla base dello stato delle relazioni diplomatiche del nostro con altri paesi. Il riferimento è quasi ovvio verso Israele, il quale da tempo sta pretendendo dalle autorità italiane la persecuzione di cittadini stranieri residenti in Italia ma attivi nelle manifestazioni per la Palestina o ritenuti “ostili” da Tel Aviv.
Da alcune indiscrezioni pare che su queste misure, incluse quelle contro le manifestazioni, ci sia qualche perplessità dal Quirinale. Ma su questo versante c’è poco da essere ottimisti. L’anticostituzionalità di alcune norme del nuovo pacchetto sicurezza, così come di quelle del decreto sicurezza approvato solo qualche mese fa, sono piuttosto evidenti. Ma è evidente anche l’anticostituzionalità delle scelte militariste fatte dal governo – e dal Quirinale – sul fronte della guerra in Ucraina.
È drammaticamente chiaro come questo provvedimento da vero e proprio stato di polizia sia anche il prodotto di un clima politico condizionato dalla logica di guerra all’esterno e di controllo ferreo sul “fronte interno”, puntando a ridurre, o ancora meglio a eliminare, ogni spazio di dissenso verso le scelte dei governi, soprattutto quelle che possono trascinare il paese dentro scenari da incubo. È questa la cifra dello scontro politico in atto.
Fonte
Presentato dalla stampa all’opinione pubblica come un provvedimento di emergenza relativo alla criminalità minorile e al divieto sull’uso e la vendita di coltelli – un plateale fumo negli occhi – in realtà questo ennesimo pacchetto sicurezza mira ad un “bersaglio grosso” assai diverso: le manifestazioni.
Il governo punta piuttosto esplicitamente a restringere pesantemente l’agibilità politica nelle piazze affidando alla polizia ampissimi poteri per poter intervenire contro i manifestanti, delineando così uno scenario che potrebbe somigliare moltissimo alle immagini di abusi e brutalità che giungono dalle città statunitensi.
Il pacchetto sicurezza 2026 vorrebbe introdurre la possibilità per la polizia di trattenere, fino a 12 ore, i manifestanti sospettati “di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. Con questo potere discrezionale alla polizia nelle piazze, ogni manifestazione rischia di degenerare ancora prima di cominciare.
Vengono aumentate fino a 20 mila euro le sanzioni economiche per mancato preavviso di un corteo o sitin, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, così come sta avvenendo con le multe che stanno arrivando a decine contro gli attivisti pro Palestina per le manifestazioni di settembre e ottobre o con le sanzioni contro i sindacati per lo sciopero generale del 3 ottobre scorso.
Viene poi aggiunto un reato punendo con la detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità” (si suppone misurabile nella velocità della fuga, ndr). Un articolo che sembra scritto su misura dopo la drammatica vicenda del giovane Ramy a Milano morto durante un inseguimento dei carabinieri.
E proprio per polizia e carabinieri ci sarà ancora più impunità, perché con le nuove misure gli agenti non saranno più iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.
Non poteva mancare anche una sezione dedicata all’immigrazione, dove si vorrebbe introdurre la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Questa misura potrebbe durare 30 giorni al massimo. In questo caso, i migranti a bordo di tali imbarcazioni, potrebbero essere condotti in paesi diversi da quello di appartenenza o di provenienza. Un articolo ad hoc per consentire la deportazione nel lager allestito in Albania dal governo italiano. Non solo. A complicare la vita agli immigrati ci saranno nuovi limiti sui ricongiungimenti familiari.
Aumenta poi la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o anche per “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno ma sulla base dello stato delle relazioni diplomatiche del nostro con altri paesi. Il riferimento è quasi ovvio verso Israele, il quale da tempo sta pretendendo dalle autorità italiane la persecuzione di cittadini stranieri residenti in Italia ma attivi nelle manifestazioni per la Palestina o ritenuti “ostili” da Tel Aviv.
Da alcune indiscrezioni pare che su queste misure, incluse quelle contro le manifestazioni, ci sia qualche perplessità dal Quirinale. Ma su questo versante c’è poco da essere ottimisti. L’anticostituzionalità di alcune norme del nuovo pacchetto sicurezza, così come di quelle del decreto sicurezza approvato solo qualche mese fa, sono piuttosto evidenti. Ma è evidente anche l’anticostituzionalità delle scelte militariste fatte dal governo – e dal Quirinale – sul fronte della guerra in Ucraina.
È drammaticamente chiaro come questo provvedimento da vero e proprio stato di polizia sia anche il prodotto di un clima politico condizionato dalla logica di guerra all’esterno e di controllo ferreo sul “fronte interno”, puntando a ridurre, o ancora meglio a eliminare, ogni spazio di dissenso verso le scelte dei governi, soprattutto quelle che possono trascinare il paese dentro scenari da incubo. È questa la cifra dello scontro politico in atto.
Fonte
16/01/2026
In Italia sempre più “stato di polizia”
La fabbrica di misure repressive del governo sta facendo ormai i doppi turni. Sono passati pochi mesi dall’approvazione dell’ultimo Decreto Sicurezza e ne sta già arrivando un altro che introduce nuovi reati e si accanisce – ancora una volta – sulle manifestazioni politiche di piazza. La tabella di marcia verso uno stato di polizia subisce così una nuova accelerazione.
Il nuovo testo si compone di tre capitoli (Sicurezza pubblica, Immigrazione e Protezione internazionale e Funzionalità Forze di polizia e del Ministero interno) e di 40 articoli.
Con questo decreto il governo sposta il baricentro dalla prevenzione alla punibilità immediata e aggravata.
Il nuovo pacchetto sicurezza del Viminale introduce una logica che va a conformare l’intero ordinamento ovvero che la sicurezza urbana, dei privati cittadini e di chi indossa una divisa diventano prevalenti sulla discrezionalità individuale e sugli iter procedurali.
La novità sostanziale è che il possesso di strumenti potenzialmente atti a offendere o il mancato rispetto delle autorità non vengono più considerati illeciti minori, ma pilastri di una nuova architettura di intimidazione, controllo e repressione politica e sociale.
Attraverso il potenziamento dei poteri delle forze di polizia lo Stato punta a scoraggiare la criminalità diffusa prima ancora che essa si manifesti in atti violenti ma, allo stesso tempo, anche le manifestazioni politiche di piazza.
Il piano messo a punto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si divide in due binari paralleli.
Il primo è un decreto legge finalizzato a interventi urgenti e strutturali, come l’aumento delle telecamere di videosorveglianza nelle zone rosse cittadine e il potenziamento organico delle forze dell’ordine.
Il secondo è un disegno di legge (Ddl) che contiene le riforme strutturali del codice e delle procedure.
Colpire i minorenni punendo i genitori
Il nuovo pacchetto sicurezza interviene sul fenomeno delle baby gang, introducendo il principio della responsabilità indiretta ma economica dei genitori. Se un minore viene sorpreso con un coltello o riceve un ammonimento del questore (per i maggiori di 14 anni), i genitori saranno puniti con multe che vanno dai 200 ai 1.000 euro.
Mano pesante contro le manifestazioni di piazza
Per quanto riguarda le manifestazioni politiche il nuovo pacchetto sicurezza introduce l’arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento (articolo 6, comma 1, lett. b). Saranno inoltre possibili perquisizioni più estese e il fermo preventivo fino a 12 ore per i soggetti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico.
Viene altresì modificato il terzo comma dell’articolo 24, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, depenalizzando anche l’ipotesi di disobbedienza all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento, attualmente punita con l’arresto e l’ammenda fino a 413 euro, con l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 2000 a 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. b). Viene infine modificato l’articolo 654 c.p (Grida e manifestazioni sediziose), primo comma, già depenalizzato, con l’aumento della sanzione amministrativa pecuniaria da 400 a 2400 euro in luogo di quella attualmente prevista da 103 a 619 euro (articolo 9, comma 2).
Sono previste sanzioni fino a 20.000 euro per chi manifesta senza autorizzazione o devia il percorso di un corteo o non scioglie le manifestazioni abbastanza in fretta.
C’è l’introduzione del divieto di partecipare a pubbliche riunioni o di prendere parte a pubblici assembramenti, disposto dal giudice, con immediata esecutività, con la sentenza, anche non definitiva, di condanna per taluni delitti commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa di riunioni o assembramenti pubblici. Tale misura potrà essere graduata dall’Autorità giudiziaria in base alla gravità del fatto e alla pericolosità del suo autore (articolo 10).
Viene introdotta la possibilità per gli agenti di polizia, nel corso di operazioni di prevenzione svolte nell’ambito dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti per manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenerle per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche in relazione a specifiche circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona (articolo 7, comma 2).
Viene introdotta la possibilità di procedere alla perquisizione sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ed anche al fine di accertare l’eventuale possesso di strumenti o oggetti atti ad offendere in aggiunta alla perquisizione prevista dall’art. 4, comma 1 della legge 22 maggio 1975, n. 152 (c.d. legge Reale) attualmente consentita solo in casi eccezionali di necessità e di urgenza e nel corso di operazioni di polizia, al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione. È inoltre prevista la possibilità di espletare tale attività di perquisizione nell’ambito di circoscritte e programmate operazioni di polizia volte alla prevenzione di reati che possono turbare l’ordine e la sicurezza pubblica, in una specifica fascia oraria notturna – dalle ore 23:00 alle ore 04:00 – e in luoghi ben determinati (articolo 7, comma 1, lett. a).
Non toccate i giornalisti durante i cortei
Somiglia fortemente ad una sorta di legge ad personam per i “vittimisti aggressivi” giornalisti della destra l’introduzione di un’aggravante specifica per chi attenta all’incolumità dei giornalisti durante lo svolgimento del loro lavoro nei casi in cui il fatto sia commesso contro gli iscritti all’albo e nei registri dei giornalisti ovvero contro i direttori di testate giornalistiche non iscritti all’albo, durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse (articolo 13).
Scudo penale per gli agenti di polizia e i cittadini che sparano per legittima difesa
Con il rischio di aumentare l’impunità per i privati cittadini, ma anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero non provvede all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che l’uso delle armi è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro (articolo 11).
Complicare la vita alle famiglie di immigrati
Per non farsi mancare nulla, c’è una stretta anche contro gli immigrati.
C’è infatti una stretta sui ricongiungimenti familiari per i quali la legge restringerà le categorie di parenti per i quali è possibile richiedere il visto d’ingresso in Italia, riducendo i margini per l’immigrazione regolare legata ai vincoli di parentela non stretti.
Viene esteso il divieto di accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane, attualmente previsto solo per i soggetti condannati con sentenza definitiva o confermata in appello negli ultimi 5 anni per reati contro la persona o il patrimonio, anche nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva nel corso dei 5 anni precedenti, per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza, commessi in occasione di manifestazioni (articolo 7, comma 1, lett. a). Insomma per un condannato sarà impossibile anche andare a prendere un treno perché le stazioni sono considerate come tali infrastrutture.
Posti di blocco: sottrarsi diventa reato
Con modalità molto “amerikane” diventa illecito penale punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni il non fermarsi all’alt della polizia e darsi alla fuga con modalità pericolosa per la pubblica e privata incolumità, accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita. In tal caso, resta applicabile, in via cautelativa e provvisoria, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente (articolo 8). Sottrarsi ad un posto di blocco diventa così un reato. Difficile dire se questo ridurrà o aumenterà i casi in cui chi non si ferma viene fatto oggetto di colpi di arma da fuoco – spesso letali – come drammaticamente avvenuto dall’introduzione della famigerata Legge Reale del 1975.
Approfondimenti su questo nuovo pacchetto liberticida e repressivo ci saranno nei prossimi giorni.
Fonte
Il nuovo testo si compone di tre capitoli (Sicurezza pubblica, Immigrazione e Protezione internazionale e Funzionalità Forze di polizia e del Ministero interno) e di 40 articoli.
Con questo decreto il governo sposta il baricentro dalla prevenzione alla punibilità immediata e aggravata.
Il nuovo pacchetto sicurezza del Viminale introduce una logica che va a conformare l’intero ordinamento ovvero che la sicurezza urbana, dei privati cittadini e di chi indossa una divisa diventano prevalenti sulla discrezionalità individuale e sugli iter procedurali.
La novità sostanziale è che il possesso di strumenti potenzialmente atti a offendere o il mancato rispetto delle autorità non vengono più considerati illeciti minori, ma pilastri di una nuova architettura di intimidazione, controllo e repressione politica e sociale.
Attraverso il potenziamento dei poteri delle forze di polizia lo Stato punta a scoraggiare la criminalità diffusa prima ancora che essa si manifesti in atti violenti ma, allo stesso tempo, anche le manifestazioni politiche di piazza.
Il piano messo a punto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si divide in due binari paralleli.
Il primo è un decreto legge finalizzato a interventi urgenti e strutturali, come l’aumento delle telecamere di videosorveglianza nelle zone rosse cittadine e il potenziamento organico delle forze dell’ordine.
Il secondo è un disegno di legge (Ddl) che contiene le riforme strutturali del codice e delle procedure.
Colpire i minorenni punendo i genitori
Il nuovo pacchetto sicurezza interviene sul fenomeno delle baby gang, introducendo il principio della responsabilità indiretta ma economica dei genitori. Se un minore viene sorpreso con un coltello o riceve un ammonimento del questore (per i maggiori di 14 anni), i genitori saranno puniti con multe che vanno dai 200 ai 1.000 euro.
Mano pesante contro le manifestazioni di piazza
Per quanto riguarda le manifestazioni politiche il nuovo pacchetto sicurezza introduce l’arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento (articolo 6, comma 1, lett. b). Saranno inoltre possibili perquisizioni più estese e il fermo preventivo fino a 12 ore per i soggetti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico.
Viene altresì modificato il terzo comma dell’articolo 24, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, depenalizzando anche l’ipotesi di disobbedienza all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento, attualmente punita con l’arresto e l’ammenda fino a 413 euro, con l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 2000 a 20.000 euro (articolo 9, comma 1, lett. b). Viene infine modificato l’articolo 654 c.p (Grida e manifestazioni sediziose), primo comma, già depenalizzato, con l’aumento della sanzione amministrativa pecuniaria da 400 a 2400 euro in luogo di quella attualmente prevista da 103 a 619 euro (articolo 9, comma 2).
Sono previste sanzioni fino a 20.000 euro per chi manifesta senza autorizzazione o devia il percorso di un corteo o non scioglie le manifestazioni abbastanza in fretta.
C’è l’introduzione del divieto di partecipare a pubbliche riunioni o di prendere parte a pubblici assembramenti, disposto dal giudice, con immediata esecutività, con la sentenza, anche non definitiva, di condanna per taluni delitti commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa di riunioni o assembramenti pubblici. Tale misura potrà essere graduata dall’Autorità giudiziaria in base alla gravità del fatto e alla pericolosità del suo autore (articolo 10).
Viene introdotta la possibilità per gli agenti di polizia, nel corso di operazioni di prevenzione svolte nell’ambito dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti per manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenerle per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche in relazione a specifiche circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona (articolo 7, comma 2).
Viene introdotta la possibilità di procedere alla perquisizione sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ed anche al fine di accertare l’eventuale possesso di strumenti o oggetti atti ad offendere in aggiunta alla perquisizione prevista dall’art. 4, comma 1 della legge 22 maggio 1975, n. 152 (c.d. legge Reale) attualmente consentita solo in casi eccezionali di necessità e di urgenza e nel corso di operazioni di polizia, al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione. È inoltre prevista la possibilità di espletare tale attività di perquisizione nell’ambito di circoscritte e programmate operazioni di polizia volte alla prevenzione di reati che possono turbare l’ordine e la sicurezza pubblica, in una specifica fascia oraria notturna – dalle ore 23:00 alle ore 04:00 – e in luoghi ben determinati (articolo 7, comma 1, lett. a).
Non toccate i giornalisti durante i cortei
Somiglia fortemente ad una sorta di legge ad personam per i “vittimisti aggressivi” giornalisti della destra l’introduzione di un’aggravante specifica per chi attenta all’incolumità dei giornalisti durante lo svolgimento del loro lavoro nei casi in cui il fatto sia commesso contro gli iscritti all’albo e nei registri dei giornalisti ovvero contro i direttori di testate giornalistiche non iscritti all’albo, durante lo svolgimento delle proprie funzioni o a causa di esse (articolo 13).
Scudo penale per gli agenti di polizia e i cittadini che sparano per legittima difesa
Con il rischio di aumentare l’impunità per i privati cittadini, ma anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero non provvede all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che l’uso delle armi è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro (articolo 11).
Complicare la vita alle famiglie di immigrati
Per non farsi mancare nulla, c’è una stretta anche contro gli immigrati.
C’è infatti una stretta sui ricongiungimenti familiari per i quali la legge restringerà le categorie di parenti per i quali è possibile richiedere il visto d’ingresso in Italia, riducendo i margini per l’immigrazione regolare legata ai vincoli di parentela non stretti.
Viene esteso il divieto di accesso alle infrastrutture pubbliche urbane ed extraurbane, attualmente previsto solo per i soggetti condannati con sentenza definitiva o confermata in appello negli ultimi 5 anni per reati contro la persona o il patrimonio, anche nei confronti di coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva nel corso dei 5 anni precedenti, per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza, commessi in occasione di manifestazioni (articolo 7, comma 1, lett. a). Insomma per un condannato sarà impossibile anche andare a prendere un treno perché le stazioni sono considerate come tali infrastrutture.
Posti di blocco: sottrarsi diventa reato
Con modalità molto “amerikane” diventa illecito penale punito con la reclusione da 6 mesi a 5 anni il non fermarsi all’alt della polizia e darsi alla fuga con modalità pericolosa per la pubblica e privata incolumità, accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita. In tal caso, resta applicabile, in via cautelativa e provvisoria, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente (articolo 8). Sottrarsi ad un posto di blocco diventa così un reato. Difficile dire se questo ridurrà o aumenterà i casi in cui chi non si ferma viene fatto oggetto di colpi di arma da fuoco – spesso letali – come drammaticamente avvenuto dall’introduzione della famigerata Legge Reale del 1975.
Approfondimenti su questo nuovo pacchetto liberticida e repressivo ci saranno nei prossimi giorni.
Fonte
21/07/2025
Genova 2001, il “decreto sicurezza” prima del ddl
Quando si parla di Genova, a più di vent’anni di distanza, si rischia spesso di rimuovere la sua natura più profonda: Genova non fu un incidente, né un eccesso, né una parentesi chiusa. Fu, al contrario, la manifestazione acuta di un conflitto strutturale, il punto di convergenza fra un ciclo storico di restaurazione e un tentativo, embrionale ma reale, delle classi subalterne di riorganizzarsi contro l’ordine globale.
Le radici di quel luglio 2001 affondano nei decenni precedenti. La sconfitta delle grandi lotte operaie alla Fiat nel 1980 chiuse un ciclo: la borghesia italiana, sostenuta apertamente dallo Stato, impose flessibilità, disciplinamento, privatizzazioni. Il PCI, incapace di una strategia autonoma, abbandonò ogni pretesa di egemonia operaia e divenne garante della stabilità repubblicana.
Negli anni Novanta il PDS-DS completò la mutazione: servilmente allineato a Blair e Schröder, si fece gestore delle compatibilità neoliberali, abbandonando le periferie, smantellando il welfare e normalizzando la precarietà.
Napoli, nel marzo 2001, segnalò la vitalità di un nuovo antagonismo sociale. Il Global Forum mise in luce la capacità di mobilitazione di un blocco composito: disoccupati organizzati, centri sociali, studenti, sindacalismo conflittuale. La repressione fu feroce: cariche, arresti preventivi, militarizzazione dei quartieri. Napoli fu il banco di prova di una strategia che a Genova avrebbe trovato applicazione sistematica.
A Genova, nel 2001, la macchina dello Stato si mosse compatta. Il governo Berlusconi II dettò la linea politica: Claudio Scajola, ministro dell’Interno, orchestrò la cornice repressiva; Piero Fassino, dai banchi dell’opposizione, contribuì a legittimare la retorica della “sicurezza” con un linguaggio bipartisan; Roberto Castelli, alla Giustizia, difese pubblicamente l’operato della polizia. Gianni De Gennaro guidò la macchina esecutiva come capo della Polizia, Arnaldo La Barbera coordinò i servizi segreti operativi sul terreno, mentre Francesco Colucci fu la figura formale della questura di Genova.
Tutti, ciascuno al proprio livello, eseguirono la funzione che la gerarchia imponeva: garantire che la sfida lanciata dalla piazza venisse ricondotta alla compatibilità, a qualunque costo.
Il 20 luglio 2001 la città era già blindata, la zona rossa presidiata, le strade militarizzate. Fu in quella giornata che l’ordine di mostrare la forza dello Stato si concretizzò nella sua forma più feroce.
Nel pomeriggio, in piazza Alimonda, la giovane vita di Carlo Giuliani venne spezzata. Ventitré anni, figlio di una famiglia comunista, un ragazzo che aveva scelto di stare dalla parte giusta della barricata. Un proiettile lo colpì al volto, e il suo corpo fu schiacciato sotto le ruote del blindato: la violenza dello Stato non si limitava a disperdere, ma a punire esemplarmente.
La macchina della propaganda si mise subito in moto: la vittima fu trasformata in colpevole, la ribellione in devianza. Per anni Carlo fu descritto come teppista, sobillatore, come se la sua esecuzione fosse la logica conseguenza della sua esistenza. Ma chi guarda la storia dal basso sa che Carlo non fu un errore, ma un segnale: che la giovinezza proletaria, quando si fa soggetto, fa paura. La sua memoria resta, ostinata, fra i caduti della lotta di classe.
Nelle ore successive, decine e decine di manifestanti vennero arrestati, portati a Bolzaneto. Fu lì che la sospensione del diritto divenne regola: umiliazioni, pestaggi sistematici, torture psicologiche e fisiche. Non fu un eccesso, ma una pedagogia della paura: dimostrare che la democrazia cede, senza scrupoli, davanti alla necessità di difendere i rapporti di produzione.
La notte del 21 luglio, infine, fu la Diaz a chiudere il cerchio: l’irruzione più brutale e simbolica. I vertici politici e polizieschi, con De Gennaro, La Barbera e Colucci al comando operativo, scelsero la violenza deliberata: un massacro di corpi e diritti, un tentativo di distruggere la capacità dei movimenti di egemonizzare l’opinione pubblica. La Diaz fu la prova che lo Stato è disposto a calpestare i propri stessi codici pur di riaffermare l’ordine.
Politicamente, Genova rivelò la piena complicità della sinistra istituzionale. I DS non solo non furono in piazza, ma giustificarono la repressione. Rifondazione Comunista, pur intercettando inizialmente la mobilitazione, preferì il compromesso e la governabilità con Prodi, votando missioni militari e austerità.
Nel dopo-Genova, la rabbia restò, ma si fece impotente. La crisi globale del 2008 completò la sconfitta, lasciando spazio alla cooptazione populista.
Il Movimento 5 Stelle fu l’esempio più sofisticato di neutralizzazione. Nei primi anni seppe catalizzare rabbia e diffidenza verso le élite, portando avanti battaglie simboliche: la Val di Susa, l’opposizione a discariche e inceneritori, la denuncia dei privilegi della “casta”. Ma ogni conflitto venne depoliticizzato, svuotato di contenuto di classe, ridotto a “onestà” e “trasparenza”.
Le contraddizioni esplosero quando il M5S si trovò a gestire il potere: la sua partecipazione ai governi Conte e Draghi lo vide convertito da “forza antisistema” a forza d’ordine, amministratore delle compatibilità e garante della disciplina di bilancio. Il movimento che aveva parlato alla Val di Susa firmò documenti di sostegno alla TAV; quello che aveva denunciato le missioni militari ne approvò i rifinanziamenti.
Nei primi anni di governo arrivarono persino a firmare atti formali e a deliberare documenti che avallavano e sostenevano la prosecuzione dei lavori per la TAV Torino–Lione, contraddicendo clamorosamente anni di retorica No TAV che ne aveva alimentato il consenso iniziale. Quell’atto sancì simbolicamente la mutazione definitiva del M5S: da interprete moraleggiante del malcontento a garante della continuità istituzionale.
Oggi la possibilità stessa di una Genova appare remota. Il tessuto organizzativo è frammentato, la repressione è più pervasiva. Il dispositivo giuridico è più sofisticato: ordinanze restrittive, fogli di via, sorveglianze speciali, misure preventive, denunce per devastazione, associazione a delinquere, terrorismo interno.
La giurisprudenza ha criminalizzato picchetti e blocchi stradali, mentre la sorveglianza digitale e la schedatura preventiva isolano e neutralizzano le avanguardie. A livello internazionale, il ciclo delle mobilitazioni globali è stato interrotto: la guerra al terrore, le crisi economiche, la chiusura dei confini hanno legittimato uno stato di eccezione permanente.
Qui sta la lezione più dura e più lucida di Genova. La lotta di classe non conosce scorciatoie: ogni tregua rafforza il nemico, ogni compromesso ne legittima il dominio. La cooptazione è più efficace della repressione diretta: il capitale sa trasformare la ribellione in spettacolo, il dissenso in brand, la lotta in governabilità.
Eppure Genova resta.
Resta come ammonimento: che nessuna mobilitazione può vincere se non è radicata nei rapporti di produzione, se non è organizzata in autonomia, se non ha coscienza storica.
Resta come memoria: che lo Stato, anche nella sua forma più democratica, è sempre pronto a mostrare la propria violenza di classe, sempre pronto a colpire chi minaccia i rapporti sociali.
Resta come promessa: che nessun ordine, per quanto saldo, è eterno; che ogni sistema porta in sé le contraddizioni che possono distruggerlo.
Ma resta, anche, la domanda più amara: sapremo mai, noi, esserne all’altezza? Sapremo trasformare la memoria in forza, la rabbia in progetto, la frammentazione in organizzazione? O resteremo prigionieri delle nostre nostalgie, mentre le classi dominanti continuano a governare l’ingiustizia con la benevolenza dei vinti?
Genova ci consegna, insieme, la più alta delle promesse e la più dura delle sconfitte.
Nulla è più pericoloso per le classi dominanti di una generazione che abbia imparato la lezione di Genova: che la violenza dello Stato non è devianza ma regola; che la sinistra istituzionale non è avanguardia ma complice; che il populismo non è alternativa ma gestione ordinata del malcontento.
Nulla è più temibile di un movimento che abbia imparato a non dimenticare, a non farsi più addomesticare, a trasformare la memoria in organizzazione e la rabbia in progetto.
Genova resta.
Carlo Giuliani resta.
E attende chi saprà, finalmente, farne storia.
Fonte
Le radici di quel luglio 2001 affondano nei decenni precedenti. La sconfitta delle grandi lotte operaie alla Fiat nel 1980 chiuse un ciclo: la borghesia italiana, sostenuta apertamente dallo Stato, impose flessibilità, disciplinamento, privatizzazioni. Il PCI, incapace di una strategia autonoma, abbandonò ogni pretesa di egemonia operaia e divenne garante della stabilità repubblicana.
Negli anni Novanta il PDS-DS completò la mutazione: servilmente allineato a Blair e Schröder, si fece gestore delle compatibilità neoliberali, abbandonando le periferie, smantellando il welfare e normalizzando la precarietà.
Napoli, nel marzo 2001, segnalò la vitalità di un nuovo antagonismo sociale. Il Global Forum mise in luce la capacità di mobilitazione di un blocco composito: disoccupati organizzati, centri sociali, studenti, sindacalismo conflittuale. La repressione fu feroce: cariche, arresti preventivi, militarizzazione dei quartieri. Napoli fu il banco di prova di una strategia che a Genova avrebbe trovato applicazione sistematica.
A Genova, nel 2001, la macchina dello Stato si mosse compatta. Il governo Berlusconi II dettò la linea politica: Claudio Scajola, ministro dell’Interno, orchestrò la cornice repressiva; Piero Fassino, dai banchi dell’opposizione, contribuì a legittimare la retorica della “sicurezza” con un linguaggio bipartisan; Roberto Castelli, alla Giustizia, difese pubblicamente l’operato della polizia. Gianni De Gennaro guidò la macchina esecutiva come capo della Polizia, Arnaldo La Barbera coordinò i servizi segreti operativi sul terreno, mentre Francesco Colucci fu la figura formale della questura di Genova.
Tutti, ciascuno al proprio livello, eseguirono la funzione che la gerarchia imponeva: garantire che la sfida lanciata dalla piazza venisse ricondotta alla compatibilità, a qualunque costo.
Il 20 luglio 2001 la città era già blindata, la zona rossa presidiata, le strade militarizzate. Fu in quella giornata che l’ordine di mostrare la forza dello Stato si concretizzò nella sua forma più feroce.
Nel pomeriggio, in piazza Alimonda, la giovane vita di Carlo Giuliani venne spezzata. Ventitré anni, figlio di una famiglia comunista, un ragazzo che aveva scelto di stare dalla parte giusta della barricata. Un proiettile lo colpì al volto, e il suo corpo fu schiacciato sotto le ruote del blindato: la violenza dello Stato non si limitava a disperdere, ma a punire esemplarmente.
La macchina della propaganda si mise subito in moto: la vittima fu trasformata in colpevole, la ribellione in devianza. Per anni Carlo fu descritto come teppista, sobillatore, come se la sua esecuzione fosse la logica conseguenza della sua esistenza. Ma chi guarda la storia dal basso sa che Carlo non fu un errore, ma un segnale: che la giovinezza proletaria, quando si fa soggetto, fa paura. La sua memoria resta, ostinata, fra i caduti della lotta di classe.
Nelle ore successive, decine e decine di manifestanti vennero arrestati, portati a Bolzaneto. Fu lì che la sospensione del diritto divenne regola: umiliazioni, pestaggi sistematici, torture psicologiche e fisiche. Non fu un eccesso, ma una pedagogia della paura: dimostrare che la democrazia cede, senza scrupoli, davanti alla necessità di difendere i rapporti di produzione.
La notte del 21 luglio, infine, fu la Diaz a chiudere il cerchio: l’irruzione più brutale e simbolica. I vertici politici e polizieschi, con De Gennaro, La Barbera e Colucci al comando operativo, scelsero la violenza deliberata: un massacro di corpi e diritti, un tentativo di distruggere la capacità dei movimenti di egemonizzare l’opinione pubblica. La Diaz fu la prova che lo Stato è disposto a calpestare i propri stessi codici pur di riaffermare l’ordine.
Politicamente, Genova rivelò la piena complicità della sinistra istituzionale. I DS non solo non furono in piazza, ma giustificarono la repressione. Rifondazione Comunista, pur intercettando inizialmente la mobilitazione, preferì il compromesso e la governabilità con Prodi, votando missioni militari e austerità.
Nel dopo-Genova, la rabbia restò, ma si fece impotente. La crisi globale del 2008 completò la sconfitta, lasciando spazio alla cooptazione populista.
Il Movimento 5 Stelle fu l’esempio più sofisticato di neutralizzazione. Nei primi anni seppe catalizzare rabbia e diffidenza verso le élite, portando avanti battaglie simboliche: la Val di Susa, l’opposizione a discariche e inceneritori, la denuncia dei privilegi della “casta”. Ma ogni conflitto venne depoliticizzato, svuotato di contenuto di classe, ridotto a “onestà” e “trasparenza”.
Le contraddizioni esplosero quando il M5S si trovò a gestire il potere: la sua partecipazione ai governi Conte e Draghi lo vide convertito da “forza antisistema” a forza d’ordine, amministratore delle compatibilità e garante della disciplina di bilancio. Il movimento che aveva parlato alla Val di Susa firmò documenti di sostegno alla TAV; quello che aveva denunciato le missioni militari ne approvò i rifinanziamenti.
Nei primi anni di governo arrivarono persino a firmare atti formali e a deliberare documenti che avallavano e sostenevano la prosecuzione dei lavori per la TAV Torino–Lione, contraddicendo clamorosamente anni di retorica No TAV che ne aveva alimentato il consenso iniziale. Quell’atto sancì simbolicamente la mutazione definitiva del M5S: da interprete moraleggiante del malcontento a garante della continuità istituzionale.
Oggi la possibilità stessa di una Genova appare remota. Il tessuto organizzativo è frammentato, la repressione è più pervasiva. Il dispositivo giuridico è più sofisticato: ordinanze restrittive, fogli di via, sorveglianze speciali, misure preventive, denunce per devastazione, associazione a delinquere, terrorismo interno.
La giurisprudenza ha criminalizzato picchetti e blocchi stradali, mentre la sorveglianza digitale e la schedatura preventiva isolano e neutralizzano le avanguardie. A livello internazionale, il ciclo delle mobilitazioni globali è stato interrotto: la guerra al terrore, le crisi economiche, la chiusura dei confini hanno legittimato uno stato di eccezione permanente.
Qui sta la lezione più dura e più lucida di Genova. La lotta di classe non conosce scorciatoie: ogni tregua rafforza il nemico, ogni compromesso ne legittima il dominio. La cooptazione è più efficace della repressione diretta: il capitale sa trasformare la ribellione in spettacolo, il dissenso in brand, la lotta in governabilità.
Eppure Genova resta.
Resta come ammonimento: che nessuna mobilitazione può vincere se non è radicata nei rapporti di produzione, se non è organizzata in autonomia, se non ha coscienza storica.
Resta come memoria: che lo Stato, anche nella sua forma più democratica, è sempre pronto a mostrare la propria violenza di classe, sempre pronto a colpire chi minaccia i rapporti sociali.
Resta come promessa: che nessun ordine, per quanto saldo, è eterno; che ogni sistema porta in sé le contraddizioni che possono distruggerlo.
Ma resta, anche, la domanda più amara: sapremo mai, noi, esserne all’altezza? Sapremo trasformare la memoria in forza, la rabbia in progetto, la frammentazione in organizzazione? O resteremo prigionieri delle nostre nostalgie, mentre le classi dominanti continuano a governare l’ingiustizia con la benevolenza dei vinti?
Genova ci consegna, insieme, la più alta delle promesse e la più dura delle sconfitte.
Nulla è più pericoloso per le classi dominanti di una generazione che abbia imparato la lezione di Genova: che la violenza dello Stato non è devianza ma regola; che la sinistra istituzionale non è avanguardia ma complice; che il populismo non è alternativa ma gestione ordinata del malcontento.
Nulla è più temibile di un movimento che abbia imparato a non dimenticare, a non farsi più addomesticare, a trasformare la memoria in organizzazione e la rabbia in progetto.
Genova resta.
Carlo Giuliani resta.
E attende chi saprà, finalmente, farne storia.
Fonte
06/07/2025
L’obiettivo della destra: l’impunità per le forze dell’ordine
C’è un metodo nella pervicace avversione delle destre per le leggi che puniscono la tortura. E ci sono almeno due chiari obiettivi politici: il primo, accattivarsi una volta per tutte le simpatie (e i voti) degli appartenenti alle forze dell’ordine; il secondo, la progressiva demolizione della dottrina dei diritti umani.
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, da leader della Lega, ha promesso (cioè minacciato) un intervento normativo che “circoscriva” il reato di tortura, introdotto faticosamente nel nostro ordinamento solo nel 2017, con circa trent’anni di ritardo rispetto agli impegni presi dall’Italia in sede internazionale.
«Bisogna permettere alla polizia penitenziaria di fare il suo lavoro», ha detto il ministro, ripescando il capzioso argomento sempre opposto contro i progetti di legge sulla tortura: l’idea che gli agenti, per paura di incorrere nel reato, finirebbero per autolimitarsi, al punto di non poter svolgere i loro compiti ordinari.
Argomento capzioso, perché il crimine di tortura è tale in caso di violenze fisiche e psicologiche di grande intensità, che non si compiono certo per caso o per sbaglio o in un semplice e involontario eccesso nell’uso della forza.
E tuttavia le forze dell’ordine italiane hanno una tradizione professionale così radicata nella cultura predemocratica, che tale argomento, pur così ambiguo, è stato ripetuto fino all’ultimo, nel 2017, da tutti i maggiori rappresentanti sindacali e istituzionali, sia nel dibattito pubblico sia nelle audizioni parlamentari.
Ora Matteo Salvini annuncia il ritorno all’ancien régime, sia pure senza specificare in che modo il reato di tortura sarà circoscritto, e lo fa durante una conferenza stampa convocata per lodare il recente decreto sicurezza, un provvedimento chiave del Governo Meloni, perché vi è condensata l’ideologia autoritaria e post costituzionale che sta guidando la sua azione.
Il decreto sicurezza, ormai legge, ha già introdotto nell’ordinamento alcune norme “in favore” delle forze dell’ordine, come il sostegno alle spese legali per eventuali cause giudiziarie o l’inasprimento delle pene per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, un “crimine” dai confini incerti spesso contestato durante le manifestazioni pubbliche.
Altre misure sono state annunciate da ministri e sottosegretari, tanto che si è parlato, nell’insieme, di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine, che verrebbero quindi sottratte – in determinate circostanze – alle leggi ordinarie. I sindacati di polizia sembrano gradire e lo stesso si può dire di quei commentatori e opinion leader che normalmente formano e indirizzano la percezione pubblica dei fatti politici.
Nessuno che sollevi dubbi sulla deriva in corso, nonostante siamo il paese del G8 di Genova, più volte condannato alla Corte europea per i diritti umani per la diffusa pratica della tortura durante le giornate del luglio 2001 e per l’inadeguata punizione dei responsabili; il paese con le carceri che scoppiano per il sovraffollamento, con i detenuti e gli stessi agenti sottoposti a condizioni di vita insopportabili (con altissimi e trascurati indici di suicidio); il paese nei cui tribunali si stanno celebrando numerosi processi per tortura, in testa il clamoroso caso delle violenze compiute nel 2020 nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere e riprese dalle telecamere interne.
L’Italia, in verità, è il paese della tortura, nel senso che l’abuso di potere e la violenza su manifestanti e oppositori, su arrestati e detenuti accompagnano la storia delle nostre forze dell’ordine da tempo immemorabile, senza che l’avvento della Repubblica abbia prodotto un’autentica discontinuità.
La tortura – il più ignobile dei crimini compiuti da persone al servizio dello Stato – fa parte della nostra storia ed è ancora fra noi: i libri di Mimmo Franzinelli, Donatella Di Cesare, Marina Lalatta Costerbosa, Patrizio Gonnella sono lì a dimostrarlo.
In un paese così, una legge sulla tortura (oltretutto imperfetta) non poteva, da sola, imprimere una vera svolta, che infatti non c’è stata. Per avviare un cambio di passo radicale e concreto, servirebbe una vasta operazione di verità sulle culture professionali delle nostre forze dell’ordine e una conseguente azione formatrice e riformatrice.
È quanto, peraltro, chiedeva all’Italia la Corte europea per i diritti umani nella nota sentenza Cestaro sul caso Diaz. Ma niente del genere è mai stato messo all’ordine del giorno.
All’opposto, la destra oggi sente di avere campo libero e punta a serrare i ranghi, a blandire le pulsioni più oscure e violente, a circoscrivere, con il campo d’applicazione del reato di tortura, anche il raggio d’azione dei diritti umani fondamentali.
È questo il progetto politico, non più nascosto, dell’estrema destra di governo, in Italia come nel resto d’Europa. Il decreto sicurezza, nel suo piccolo, ma non troppo piccolo, è il codice Rocco del governo Meloni, con la sua forte impronta repressiva e incostituzionale. E l’attivismo della presidente del consiglio sulla questione dei migranti non può ingannare: il progetto generale è una rivisitazione della dottrina dei diritti umani, superando la sua pretesa universalistica.
Nel maggio scorso Meloni e la premier danese Mette Frederiksen (socialdemocratica, ahinoi), sostenute da altri sette premier europei, hanno chiesto al Consiglio d’Europa di aprire una discussione su come la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea sui diritti umani, lasciando intendere che occorre una radicale revisione dei criteri di valutazione dei diritti umani alla luce del fenomeno migratorio.
Il disegno, nell’insieme, è molto chiaro: meno diritti per immigrati e disturbatori vari, differenziando i livelli di cittadinanza e limitando gli spazi della protesta e dell’esercizio dei diritti civili, con le forze dell’ordine che tornano a essere – rigidamente – il braccio armato del potere.
Questo è il “nuovo” corso immaginato dalle destre – ma non solo dalle destre – per un’Europa che si prepara a definire un assetto istituzionale postdemocratico, com’è inevitabile che sia quando si decide di investire il proprio futuro nella costruzione di un’economia di guerra.
Fonte
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, da leader della Lega, ha promesso (cioè minacciato) un intervento normativo che “circoscriva” il reato di tortura, introdotto faticosamente nel nostro ordinamento solo nel 2017, con circa trent’anni di ritardo rispetto agli impegni presi dall’Italia in sede internazionale.
«Bisogna permettere alla polizia penitenziaria di fare il suo lavoro», ha detto il ministro, ripescando il capzioso argomento sempre opposto contro i progetti di legge sulla tortura: l’idea che gli agenti, per paura di incorrere nel reato, finirebbero per autolimitarsi, al punto di non poter svolgere i loro compiti ordinari.
Argomento capzioso, perché il crimine di tortura è tale in caso di violenze fisiche e psicologiche di grande intensità, che non si compiono certo per caso o per sbaglio o in un semplice e involontario eccesso nell’uso della forza.
E tuttavia le forze dell’ordine italiane hanno una tradizione professionale così radicata nella cultura predemocratica, che tale argomento, pur così ambiguo, è stato ripetuto fino all’ultimo, nel 2017, da tutti i maggiori rappresentanti sindacali e istituzionali, sia nel dibattito pubblico sia nelle audizioni parlamentari.
Ora Matteo Salvini annuncia il ritorno all’ancien régime, sia pure senza specificare in che modo il reato di tortura sarà circoscritto, e lo fa durante una conferenza stampa convocata per lodare il recente decreto sicurezza, un provvedimento chiave del Governo Meloni, perché vi è condensata l’ideologia autoritaria e post costituzionale che sta guidando la sua azione.
Il decreto sicurezza, ormai legge, ha già introdotto nell’ordinamento alcune norme “in favore” delle forze dell’ordine, come il sostegno alle spese legali per eventuali cause giudiziarie o l’inasprimento delle pene per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, un “crimine” dai confini incerti spesso contestato durante le manifestazioni pubbliche.
Altre misure sono state annunciate da ministri e sottosegretari, tanto che si è parlato, nell’insieme, di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine, che verrebbero quindi sottratte – in determinate circostanze – alle leggi ordinarie. I sindacati di polizia sembrano gradire e lo stesso si può dire di quei commentatori e opinion leader che normalmente formano e indirizzano la percezione pubblica dei fatti politici.
Nessuno che sollevi dubbi sulla deriva in corso, nonostante siamo il paese del G8 di Genova, più volte condannato alla Corte europea per i diritti umani per la diffusa pratica della tortura durante le giornate del luglio 2001 e per l’inadeguata punizione dei responsabili; il paese con le carceri che scoppiano per il sovraffollamento, con i detenuti e gli stessi agenti sottoposti a condizioni di vita insopportabili (con altissimi e trascurati indici di suicidio); il paese nei cui tribunali si stanno celebrando numerosi processi per tortura, in testa il clamoroso caso delle violenze compiute nel 2020 nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere e riprese dalle telecamere interne.
L’Italia, in verità, è il paese della tortura, nel senso che l’abuso di potere e la violenza su manifestanti e oppositori, su arrestati e detenuti accompagnano la storia delle nostre forze dell’ordine da tempo immemorabile, senza che l’avvento della Repubblica abbia prodotto un’autentica discontinuità.
La tortura – il più ignobile dei crimini compiuti da persone al servizio dello Stato – fa parte della nostra storia ed è ancora fra noi: i libri di Mimmo Franzinelli, Donatella Di Cesare, Marina Lalatta Costerbosa, Patrizio Gonnella sono lì a dimostrarlo.
In un paese così, una legge sulla tortura (oltretutto imperfetta) non poteva, da sola, imprimere una vera svolta, che infatti non c’è stata. Per avviare un cambio di passo radicale e concreto, servirebbe una vasta operazione di verità sulle culture professionali delle nostre forze dell’ordine e una conseguente azione formatrice e riformatrice.
È quanto, peraltro, chiedeva all’Italia la Corte europea per i diritti umani nella nota sentenza Cestaro sul caso Diaz. Ma niente del genere è mai stato messo all’ordine del giorno.
All’opposto, la destra oggi sente di avere campo libero e punta a serrare i ranghi, a blandire le pulsioni più oscure e violente, a circoscrivere, con il campo d’applicazione del reato di tortura, anche il raggio d’azione dei diritti umani fondamentali.
È questo il progetto politico, non più nascosto, dell’estrema destra di governo, in Italia come nel resto d’Europa. Il decreto sicurezza, nel suo piccolo, ma non troppo piccolo, è il codice Rocco del governo Meloni, con la sua forte impronta repressiva e incostituzionale. E l’attivismo della presidente del consiglio sulla questione dei migranti non può ingannare: il progetto generale è una rivisitazione della dottrina dei diritti umani, superando la sua pretesa universalistica.
Nel maggio scorso Meloni e la premier danese Mette Frederiksen (socialdemocratica, ahinoi), sostenute da altri sette premier europei, hanno chiesto al Consiglio d’Europa di aprire una discussione su come la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea sui diritti umani, lasciando intendere che occorre una radicale revisione dei criteri di valutazione dei diritti umani alla luce del fenomeno migratorio.
Il disegno, nell’insieme, è molto chiaro: meno diritti per immigrati e disturbatori vari, differenziando i livelli di cittadinanza e limitando gli spazi della protesta e dell’esercizio dei diritti civili, con le forze dell’ordine che tornano a essere – rigidamente – il braccio armato del potere.
Questo è il “nuovo” corso immaginato dalle destre – ma non solo dalle destre – per un’Europa che si prepara a definire un assetto istituzionale postdemocratico, com’è inevitabile che sia quando si decide di investire il proprio futuro nella costruzione di un’economia di guerra.
Fonte
05/07/2025
Infiltrati in modica quantità
Il governo Meloni per bocca del suo sottosegretario all’Interno ha ammesso alla fine ciò che, grazie a FanPage, non poteva più negare.
Ben cinque poliziotti – almeno – sono stati infiltrati in Potere al Popolo con lo scopo particolare di spiare l’organizzazione e in Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista.
Meglio tardi che mai, visto che sinora il governo aveva taciuto e, quando era stato colto che con le mani nel sacco con il primo infiltrato a Napoli, aveva parlato di “iniziativa personale” e “storia d’amore”.
Ora il governo ammette lo spionaggio, ma con una mistificazione ed una aggravante.
La mistificazione è dichiarare che i poliziotti non fossero sotto copertura, perché regolarmente iscritti alla Università con il proprio nome. Che fesseria è questa? Forse che gli agenti si sono qualificati come tali mentre partecipavano alle assemblee e alle manifestazioni, compresa una che a Bologna contestava Giorgia Meloni?
Di scuse stupide e ridicole per le azioni della polizia è piena la storia, anche tragica, del nostro Paese. Qui si aggiunge goffaggine ad una infiltrazione maldestra e presto scoperta, certo, ma non per questo meno grave.
E infatti gravissima è la giustificazione del governo: le infiltrazioni sarebbero “atti legittimi per tutelare la sicurezza pubblica”.
Questa affermazione è stata fatta dal sottosegretario di un Governo che si è appena visto smontare dalla Corte di Cassazione la propria fascistissima legge sulla Sicurezza. Con la stessa credibilità costituzionale, ora il Governo Meloni rivendica per sé il potere di infiltrare e spiare organizzazioni democratiche.
Il sottosegretario ha lamentato che l’anno scorso, su 12.000 manifestazioni, il 2% sia finito in violenze. Premesso che è tutta da discutere la responsabilità di quelle violenze, se dei manifestanti o invece della repressione poliziesca, cosa vuol dire questa percentuale? Un diritto del governo all’infiltrazione in modica quantità?
No, quanto è avvenuto non ha nulla di legittimo, queste sono prove tecniche di Stato di Polizia, gravissime anche quando sono buffonesche.
Fonte
Ben cinque poliziotti – almeno – sono stati infiltrati in Potere al Popolo con lo scopo particolare di spiare l’organizzazione e in Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista.
Meglio tardi che mai, visto che sinora il governo aveva taciuto e, quando era stato colto che con le mani nel sacco con il primo infiltrato a Napoli, aveva parlato di “iniziativa personale” e “storia d’amore”.
Ora il governo ammette lo spionaggio, ma con una mistificazione ed una aggravante.
La mistificazione è dichiarare che i poliziotti non fossero sotto copertura, perché regolarmente iscritti alla Università con il proprio nome. Che fesseria è questa? Forse che gli agenti si sono qualificati come tali mentre partecipavano alle assemblee e alle manifestazioni, compresa una che a Bologna contestava Giorgia Meloni?
Di scuse stupide e ridicole per le azioni della polizia è piena la storia, anche tragica, del nostro Paese. Qui si aggiunge goffaggine ad una infiltrazione maldestra e presto scoperta, certo, ma non per questo meno grave.
E infatti gravissima è la giustificazione del governo: le infiltrazioni sarebbero “atti legittimi per tutelare la sicurezza pubblica”.
Questa affermazione è stata fatta dal sottosegretario di un Governo che si è appena visto smontare dalla Corte di Cassazione la propria fascistissima legge sulla Sicurezza. Con la stessa credibilità costituzionale, ora il Governo Meloni rivendica per sé il potere di infiltrare e spiare organizzazioni democratiche.
Il sottosegretario ha lamentato che l’anno scorso, su 12.000 manifestazioni, il 2% sia finito in violenze. Premesso che è tutta da discutere la responsabilità di quelle violenze, se dei manifestanti o invece della repressione poliziesca, cosa vuol dire questa percentuale? Un diritto del governo all’infiltrazione in modica quantità?
No, quanto è avvenuto non ha nulla di legittimo, queste sono prove tecniche di Stato di Polizia, gravissime anche quando sono buffonesche.
Fonte
05/06/2025
Approvato il dl sicurezza; legalizza un "esercito contro il popolo"
Una porcata tira l’altra e i governi italiani, senza alcuna distinzione tra sedicenti “progressisti” e “fascio-conservatori”, da almeno 30 anni rispondono alla crisi di legittimazione – certificata dal tasso di astensionismo elettorale, ormai vicino al 50% (se le politiche avessero il quorum come i referendum non verrebbe eletto nessuno) – con “decreti sicurezza” sempre più forcaioli.
Ieri è stata la volta del dl Sicurezza del governo Meloni-Salvini, che è diventato legge con l’ok definitivo di un Senato che non ha neanche fatto finta di discutere nel merito, essendo stata posta dal governo la “fiducia” sul testo.
Un po’ di gazzarra in aula, a beneficio di telecamere, con il primo sit-in della legislatura inscenato da Pd, M5s e Avs, forse preoccupati che l’entrata in vigore delle nuove norme possa essere “festeggiata” dal governo già questo sabato, quando faranno finta di manifestare “contro lo sterminio in corso a Gaza”, ma senza dire una parola contro Israele (che non è ovviamente il solo killer Netanyahu).
Più di un parlamentare “democratico”, infatti, si è detto “preoccupato” che nella manifestazione possano “infiltrarsi estremisti” capaci nientepopodimeno che di “bruciare una bandiera israeliana” al fine oscurare un corteo che non ha comunque alcuna intenzione di “disturbare” i genocidi che regnano a Tel Aviv, al punto da sbarrare il palco a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati (questi “estremisti dell’Onu”...).
Del resto una delle norme più infami della nuova legge prevede appunto la possibilità per i servizi segreti di «creare e dirigere organizzazioni terroristiche con finalità sia di terrorismo internazionale che di eversione dell’ordine democratico e può fabbricare e detenere materiale esplodente».
Si potrebbe dire che non c’è alcuna novità. È quello che lo Stato italiano ha fatto per decenni, utilizzando manovalanza fascista per attuare le “stragi di Stato” (piazza Fontana, l’Italicus, Peteano, san Benedetto Val di Sambro, la stazione di Bologna, ecc.). L’unica differenza sta nel fatto che ora ognuna di quelle stragi sarebbe in futuro perfettamente “legale”. Sottratta per legge alle indagini della magistratura.
Abbiamo già analizzato altre volte il testo, nelle varie fasi dell’iter che doveva portare all’attuale approvazione definitiva (qui e qui alcuni dei moltissimi articoli pubblicati). Nulla è cambiato nonostante le decine di manifestazioni e ancor meno dopo la tardiva resipiscenza dell’“opposizione” democratica (quella che critica Meloni “da destra”, perché non è andata sul “treno dei volenterosi” guerrafondai pro Kiev e che aveva anticipato lo spirito di queste norme già ai tempi del “decreto Minniti”).
C’è poco da aggiungere, nel merito. Chiaro come il sole che qualsiasi protesta sarà da oggi in poi inquadrata come “ipotesi di reato”, giocando furbescamente sulla differenza tra la “libertà di manifestare” – formalmente quasi intatta – e l’atto stesso di manifestare (impossibile bloccare la circolazione stradale, praticare qualsiasi forma non violenta di protesta, come anche il solo sedersi a terra a là Gandhi, ecc.).
Così come è palese l’intenzione di “scudare” poliziotti, carabinieri, ecc., per qualsiasi violenza metteranno in atto contro i manifestanti. Sono quelli in divisa, di fatto, gli unici “cittadini” che potranno davvero sentirsi “più sicuri”, anzi “immuni”. Il decreto li formalizza come pretoriani da usare ad libitum contro la popolazione...
Non parliamo poi delle carceri, dove il difendere i propri residui diritti diventerà una “aggravante penale” con altri mandati di cattura, processi, aumento delle pene ed esclusione dai pochi “benefici” rimasti dell’antica “legge Gozzini”.
Il fatto che il Parlamento sia stato anche questa volta bypassato è completamente in linea con la “nuova sensibilità europea”, che considera nulla la “rappresentanza politica degli interessi sociali” e gli stessi processi elettorali (se non danno il risultato voluto dall’establishment continentale) e vede con favore il “decisionismo” dei vertici. In fondo la Meloni non è che una von der Leyen in sedicesimo. Anzi, in ventisettesimo...
Ad essere in pericolo, in definitiva, non è una “democrazia” già cadavere, ma la tutta la popolazione di questo paese. Stretta tra impoverimento e salari da fame, drastico taglio dei servizi sociali, con l’ombra sempre più vicina della guerra alle porte... che non potrà più fare granché per far rispettare i propri bisogni senza “commettere reato”.
Un esercito in senso stretto – 600mila uomini armati tra polizia, carabinieri, penitenziaria e forze militari propriamente dette – “vigilerà” che non si muova una foglia.
Come tutte le altre soluzioni reazionarie dello stesso tipo, nella Storia, ci vorrà forse un po’ di tempo, ma finirà nello stesso modo.
Fonte
Ieri è stata la volta del dl Sicurezza del governo Meloni-Salvini, che è diventato legge con l’ok definitivo di un Senato che non ha neanche fatto finta di discutere nel merito, essendo stata posta dal governo la “fiducia” sul testo.
Un po’ di gazzarra in aula, a beneficio di telecamere, con il primo sit-in della legislatura inscenato da Pd, M5s e Avs, forse preoccupati che l’entrata in vigore delle nuove norme possa essere “festeggiata” dal governo già questo sabato, quando faranno finta di manifestare “contro lo sterminio in corso a Gaza”, ma senza dire una parola contro Israele (che non è ovviamente il solo killer Netanyahu).
Più di un parlamentare “democratico”, infatti, si è detto “preoccupato” che nella manifestazione possano “infiltrarsi estremisti” capaci nientepopodimeno che di “bruciare una bandiera israeliana” al fine oscurare un corteo che non ha comunque alcuna intenzione di “disturbare” i genocidi che regnano a Tel Aviv, al punto da sbarrare il palco a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati (questi “estremisti dell’Onu”...).
Del resto una delle norme più infami della nuova legge prevede appunto la possibilità per i servizi segreti di «creare e dirigere organizzazioni terroristiche con finalità sia di terrorismo internazionale che di eversione dell’ordine democratico e può fabbricare e detenere materiale esplodente».
Si potrebbe dire che non c’è alcuna novità. È quello che lo Stato italiano ha fatto per decenni, utilizzando manovalanza fascista per attuare le “stragi di Stato” (piazza Fontana, l’Italicus, Peteano, san Benedetto Val di Sambro, la stazione di Bologna, ecc.). L’unica differenza sta nel fatto che ora ognuna di quelle stragi sarebbe in futuro perfettamente “legale”. Sottratta per legge alle indagini della magistratura.
Abbiamo già analizzato altre volte il testo, nelle varie fasi dell’iter che doveva portare all’attuale approvazione definitiva (qui e qui alcuni dei moltissimi articoli pubblicati). Nulla è cambiato nonostante le decine di manifestazioni e ancor meno dopo la tardiva resipiscenza dell’“opposizione” democratica (quella che critica Meloni “da destra”, perché non è andata sul “treno dei volenterosi” guerrafondai pro Kiev e che aveva anticipato lo spirito di queste norme già ai tempi del “decreto Minniti”).
C’è poco da aggiungere, nel merito. Chiaro come il sole che qualsiasi protesta sarà da oggi in poi inquadrata come “ipotesi di reato”, giocando furbescamente sulla differenza tra la “libertà di manifestare” – formalmente quasi intatta – e l’atto stesso di manifestare (impossibile bloccare la circolazione stradale, praticare qualsiasi forma non violenta di protesta, come anche il solo sedersi a terra a là Gandhi, ecc.).
Così come è palese l’intenzione di “scudare” poliziotti, carabinieri, ecc., per qualsiasi violenza metteranno in atto contro i manifestanti. Sono quelli in divisa, di fatto, gli unici “cittadini” che potranno davvero sentirsi “più sicuri”, anzi “immuni”. Il decreto li formalizza come pretoriani da usare ad libitum contro la popolazione...
Non parliamo poi delle carceri, dove il difendere i propri residui diritti diventerà una “aggravante penale” con altri mandati di cattura, processi, aumento delle pene ed esclusione dai pochi “benefici” rimasti dell’antica “legge Gozzini”.
Il fatto che il Parlamento sia stato anche questa volta bypassato è completamente in linea con la “nuova sensibilità europea”, che considera nulla la “rappresentanza politica degli interessi sociali” e gli stessi processi elettorali (se non danno il risultato voluto dall’establishment continentale) e vede con favore il “decisionismo” dei vertici. In fondo la Meloni non è che una von der Leyen in sedicesimo. Anzi, in ventisettesimo...
Ad essere in pericolo, in definitiva, non è una “democrazia” già cadavere, ma la tutta la popolazione di questo paese. Stretta tra impoverimento e salari da fame, drastico taglio dei servizi sociali, con l’ombra sempre più vicina della guerra alle porte... che non potrà più fare granché per far rispettare i propri bisogni senza “commettere reato”.
Un esercito in senso stretto – 600mila uomini armati tra polizia, carabinieri, penitenziaria e forze militari propriamente dette – “vigilerà” che non si muova una foglia.
Come tutte le altre soluzioni reazionarie dello stesso tipo, nella Storia, ci vorrà forse un po’ di tempo, ma finirà nello stesso modo.
Fonte
19/05/2025
Dopo un anno e mezzo di atrocità genocide...
Il primo passo lo ha fatto la scorsa settimana il Financial Times, in un articolo del comitato editoriale intitolato: “Il Vergognoso Silenzio dell’Occidente su Gaza”, che denuncia gli Stati Uniti e l’Europa per aver “dichiarato a malapena una parola di condanna” per la criminalità del loro alleato, affermando che “dovrebbero vergognarsi del loro silenzio e smettere di permettere a Netanyahu di agire impunemente”.
Poi è arrivato l’Economist con un articolo intitolato: “La Guerra a Gaza Deve Finire”, in cui sosteneva che Trump avrebbe dovuto fare pressione sul Regime di Netanyahu per un cessate il fuoco, affermando che “Gli unici che traggono beneficio dal proseguimento della guerra sono Netanyahu, che mantiene intatta la sua coalizione, e i suoi alleati di estrema destra, che sognano di svuotare Gaza e ricostruirvi insediamenti ebraici”.
Sabato è uscito un editoriale dell’Independent intitolato: “Fine del Silenzio Assordante su Gaza: È Ora di Parlare”, in cui si sosteneva che il Primo Ministro britannico Keir Starmer “dovrebbe vergognarsi di non aver detto nulla, soprattutto perché Netanyahu ha annunciato nuovi Piani per espandere il già devastante bombardamento di Gaza”, e si affermava che “è ora che il mondo si svegli su ciò che sta accadendo e chieda la fine delle sofferenze dei palestinesi intrappolati nell’enclave”.
Domenica la redazione del Guardian ha pubblicato un articolo intitolato: “Il Punto di Vista del Guardian su Israele e Gaza: Trump Può Fermare Questo Orrore. L’alternativa è Impensabile”, affermando che “Il Presidente degli Stati Uniti ha la forza per imporre un cessate il fuoco. Se non lo fa, darà implicitamente il via libera a quello che sembra un piano di distruzione totale”.
“Cos’è questo, se non un Genocidio?”, si chiede il Guardian. “Quando agiranno gli Stati Uniti e i loro alleati per fermare l’orrore, se non ora?”
Per essere chiari, si tratta di editoriali, non di commenti. Ciò significa che non sono l’espressione dell’opinione di una singola persona, ma la posizione dichiarata di ciascuna testata nel suo complesso. Abbiamo visto occasionalmente editoriali critici nei confronti delle azioni di Israele durante l’Olocausto di Gaza sulla stampa occidentale tradizionale, ma vedere le testate stesse denunciare aggressivamente Israele e i suoi sostenitori occidentali contemporaneamente è una novità assoluta.
Alcuni sostenitori di Israele di lunga data hanno inaspettatamente iniziato a cambiare idea anche a livello individuale.
Il deputato conservatore Mark Pritchard ha dichiarato la scorsa settimana alla Camera dei Comuni di aver sostenuto Israele “a tutti i costi” per decenni, ma poi ha aggiunto: “Mi sbagliavo”, e di aver ritirato pubblicamente tale sostegno in merito alle azioni di Israele a Gaza.
“Per molti anni, sono in questa Camera da vent’anni, ho sostenuto Israele praticamente a tutti i costi, a dire il vero”, ha dichiarato Pritchard. “Ma oggi voglio dire che mi sono sbagliato e condanno Israele per ciò che sta facendo al popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, e vorrei ritirare immediatamente il mio sostegno alle azioni di Israele, a ciò che sta facendo in questo momento a Gaza”.
“Sono davvero preoccupato che questo sia un momento storico in cui le persone guarderanno indietro e scopriranno che abbiamo sbagliato come Paese”, ha aggiunto Pritchard.
L’opinionista filo-israeliana Shaiel Ben-Ephraim, che aveva denunciato con aggressività i manifestanti universitari e accusato i critici di Israele di “Infamia del Sangue” (antisemitismo) durante l’Olocausto di Gaza, ora ha fatto una dichiarazione pubblica e ha ammesso che Israele sta commettendo un Genocidio a cui bisogna opporsi.
“Ci ho messo molto tempo per arrivare a questa considerazione, ma è ora di ammetterlo. Israele sta commettendo un Genocidio a Gaza”, ha twittato di recente Ephraim. “Tra i bombardamenti indiscriminati degli ospedali, la fame della popolazione, i piani di Pulizia Etnica, il Massacro degli operatori umanitari e gli insabbiamenti, non c’è scampo. Israele sta cercando di sradicare il popolo palestinese. Non possiamo fermarlo se non lo ammettiamo”.
È strano che a tutte queste persone sia servito un anno e mezzo per arrivare a questa considerazione. Io stessa ho una tolleranza molto inferiore per il Genocidio e l’Omicidio di Massa di bambini. Se si è appoggiato il Genocidio per diciannove mesi, sembra un po’ strano iniziare improvvisamente a urlare di quanto sia terribile e chiedere di frenare all’improvviso.
Queste persone non hanno improvvisamente sviluppato una coscienza, stanno solo fiutando cosa c’è nell’aria. Una volta che il consenso supera un certo punto, è naturale che si scateni una corsa folle per evitare di essere tra gli ultimi a opporsi, perché sanno che porteranno quel marchio in pubblico per il resto della vita, dopo che la storia avrà esaminato con chiarezza ciò che hanno fatto.
Dopotutto, questo avviene in un momento in cui l’amministrazione Trump sta iniziando a irritare Netanyahu, spingendo di recente il Primo Ministro israeliano a dichiarare: “Penso che dovremo disintossicarci dall’assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti”, quando Washington ha scavalcato Tel Aviv e ha negoziato direttamente con Hamas per ottenere il rilascio di un ostaggio americano.
A quanto pare, gli Stati Uniti stanno escludendo Israele da un numero sempre maggiore di negoziati di affari internazionali in Paesi come Yemen, Arabia Saudita e Iran. Qualcosa sta cambiando.
Quindi, se dopo tutto questo tempo qualcuno sta ancora sostenendo Israele, il mio consiglio è di cambiare finché può. C’è ancora tempo per essere i primi tra i mascalzoni in questa folle corsa, ed evitare di essere gli ultimi a iniziare a comportarsi come se si fossero sempre opposti all’Olocausto di Gaza.
P.s. Tra quanti cercano di prendere l’ultimo treno utile per far dimenticare 19 mesi di sostegno al genocidio non c’è sicuramente il governo italiano, il cui ministro dell’interno – il prefetto Piantedosi – insiste nel dar ordine di fermare, identificare ed eventualmente arrestare chiunque, anche in perfetta solitudine (e anzi, soprattutto se da soli...) sventola o espone una bandiera palestinese.
Che, ricordiamo, è la bandiera di uno Stato riconosciuto dall’Onu, cui l’Italia ha accordato da decenni – anche durante i precedenti governi di destra – la possibilità di tenere aperto un ufficio di rappresentanza ufficiale, accreditato.
Un esempio di quanto stiamo dicendo:
Poi è arrivato l’Economist con un articolo intitolato: “La Guerra a Gaza Deve Finire”, in cui sosteneva che Trump avrebbe dovuto fare pressione sul Regime di Netanyahu per un cessate il fuoco, affermando che “Gli unici che traggono beneficio dal proseguimento della guerra sono Netanyahu, che mantiene intatta la sua coalizione, e i suoi alleati di estrema destra, che sognano di svuotare Gaza e ricostruirvi insediamenti ebraici”.
Sabato è uscito un editoriale dell’Independent intitolato: “Fine del Silenzio Assordante su Gaza: È Ora di Parlare”, in cui si sosteneva che il Primo Ministro britannico Keir Starmer “dovrebbe vergognarsi di non aver detto nulla, soprattutto perché Netanyahu ha annunciato nuovi Piani per espandere il già devastante bombardamento di Gaza”, e si affermava che “è ora che il mondo si svegli su ciò che sta accadendo e chieda la fine delle sofferenze dei palestinesi intrappolati nell’enclave”.
Domenica la redazione del Guardian ha pubblicato un articolo intitolato: “Il Punto di Vista del Guardian su Israele e Gaza: Trump Può Fermare Questo Orrore. L’alternativa è Impensabile”, affermando che “Il Presidente degli Stati Uniti ha la forza per imporre un cessate il fuoco. Se non lo fa, darà implicitamente il via libera a quello che sembra un piano di distruzione totale”.
“Cos’è questo, se non un Genocidio?”, si chiede il Guardian. “Quando agiranno gli Stati Uniti e i loro alleati per fermare l’orrore, se non ora?”
Per essere chiari, si tratta di editoriali, non di commenti. Ciò significa che non sono l’espressione dell’opinione di una singola persona, ma la posizione dichiarata di ciascuna testata nel suo complesso. Abbiamo visto occasionalmente editoriali critici nei confronti delle azioni di Israele durante l’Olocausto di Gaza sulla stampa occidentale tradizionale, ma vedere le testate stesse denunciare aggressivamente Israele e i suoi sostenitori occidentali contemporaneamente è una novità assoluta.
Alcuni sostenitori di Israele di lunga data hanno inaspettatamente iniziato a cambiare idea anche a livello individuale.
Il deputato conservatore Mark Pritchard ha dichiarato la scorsa settimana alla Camera dei Comuni di aver sostenuto Israele “a tutti i costi” per decenni, ma poi ha aggiunto: “Mi sbagliavo”, e di aver ritirato pubblicamente tale sostegno in merito alle azioni di Israele a Gaza.
“Per molti anni, sono in questa Camera da vent’anni, ho sostenuto Israele praticamente a tutti i costi, a dire il vero”, ha dichiarato Pritchard. “Ma oggi voglio dire che mi sono sbagliato e condanno Israele per ciò che sta facendo al popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, e vorrei ritirare immediatamente il mio sostegno alle azioni di Israele, a ciò che sta facendo in questo momento a Gaza”.
“Sono davvero preoccupato che questo sia un momento storico in cui le persone guarderanno indietro e scopriranno che abbiamo sbagliato come Paese”, ha aggiunto Pritchard.
L’opinionista filo-israeliana Shaiel Ben-Ephraim, che aveva denunciato con aggressività i manifestanti universitari e accusato i critici di Israele di “Infamia del Sangue” (antisemitismo) durante l’Olocausto di Gaza, ora ha fatto una dichiarazione pubblica e ha ammesso che Israele sta commettendo un Genocidio a cui bisogna opporsi.
“Ci ho messo molto tempo per arrivare a questa considerazione, ma è ora di ammetterlo. Israele sta commettendo un Genocidio a Gaza”, ha twittato di recente Ephraim. “Tra i bombardamenti indiscriminati degli ospedali, la fame della popolazione, i piani di Pulizia Etnica, il Massacro degli operatori umanitari e gli insabbiamenti, non c’è scampo. Israele sta cercando di sradicare il popolo palestinese. Non possiamo fermarlo se non lo ammettiamo”.
È strano che a tutte queste persone sia servito un anno e mezzo per arrivare a questa considerazione. Io stessa ho una tolleranza molto inferiore per il Genocidio e l’Omicidio di Massa di bambini. Se si è appoggiato il Genocidio per diciannove mesi, sembra un po’ strano iniziare improvvisamente a urlare di quanto sia terribile e chiedere di frenare all’improvviso.
Queste persone non hanno improvvisamente sviluppato una coscienza, stanno solo fiutando cosa c’è nell’aria. Una volta che il consenso supera un certo punto, è naturale che si scateni una corsa folle per evitare di essere tra gli ultimi a opporsi, perché sanno che porteranno quel marchio in pubblico per il resto della vita, dopo che la storia avrà esaminato con chiarezza ciò che hanno fatto.
Dopotutto, questo avviene in un momento in cui l’amministrazione Trump sta iniziando a irritare Netanyahu, spingendo di recente il Primo Ministro israeliano a dichiarare: “Penso che dovremo disintossicarci dall’assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti”, quando Washington ha scavalcato Tel Aviv e ha negoziato direttamente con Hamas per ottenere il rilascio di un ostaggio americano.
A quanto pare, gli Stati Uniti stanno escludendo Israele da un numero sempre maggiore di negoziati di affari internazionali in Paesi come Yemen, Arabia Saudita e Iran. Qualcosa sta cambiando.
Quindi, se dopo tutto questo tempo qualcuno sta ancora sostenendo Israele, il mio consiglio è di cambiare finché può. C’è ancora tempo per essere i primi tra i mascalzoni in questa folle corsa, ed evitare di essere gli ultimi a iniziare a comportarsi come se si fossero sempre opposti all’Olocausto di Gaza.
P.s. Tra quanti cercano di prendere l’ultimo treno utile per far dimenticare 19 mesi di sostegno al genocidio non c’è sicuramente il governo italiano, il cui ministro dell’interno – il prefetto Piantedosi – insiste nel dar ordine di fermare, identificare ed eventualmente arrestare chiunque, anche in perfetta solitudine (e anzi, soprattutto se da soli...) sventola o espone una bandiera palestinese.
Che, ricordiamo, è la bandiera di uno Stato riconosciuto dall’Onu, cui l’Italia ha accordato da decenni – anche durante i precedenti governi di destra – la possibilità di tenere aperto un ufficio di rappresentanza ufficiale, accreditato.
Un esempio di quanto stiamo dicendo:
*****
A Putignano (Bari), bandiera palestinese fatta rimuovere dal balcone per il passaggio del Giro d’Italia
La polizia fa togliere la bandiera della Palestina dal balcone: “Deve passare il Giro d’Italia” È successo in Puglia a Putignano (Bari) a denunciarlo Sofia Mirizzi, proprietaria della casa.
Deve passare il Giro d’Italia, vietato esporre bandiere della Palestina. Anche se sono su un balcone di proprietà privata. Questa è la linea seguita dalla polizia a Putignano, in Puglia
Così succede che a Putignano, comune di 25 mila abitanti in provincia di Bari famoso per il suo carnevale, le forze dell’ordine bussino alla porta di una residente chiedendo di rimuovere quella bandiera. Senza altre spiegazioni.
La denuncia di Sofia Mirizzi
La denuncia è arrivata dall’interessata, Sofia Mirizzi, che sui social ha spiegato quanto avvenuto: “Oggi (ieri, 13 maggio, ndr.) la polizia è salita a casa nostra per chiederci di rimuovere la bandiera della Palestina esposta sul nostro balcone privato. Non stavamo disturbando nessuno. Non stavamo violando alcuna legge. Stavamo semplicemente esercitando il nostro diritto di espressione in uno spazio che ci appartiene. Ci è dato ad intendere – ha aggiunto – che la bandiera doveva essere tolta perché il Giro d’Italia sarebbe passato proprio sotto casa nostra e la bandiera sarebbe stata inquadrata dalle telecamere nazionali”.
Poi, nel suo post di denuncia, Mirizzi continua con due domande: “Da quando esporre una bandiera che rappresenta un popolo e una causa umanitaria è diventato motivo d’intervento delle forze dell’ordine? In quale momento il sostegno civile e pacifico a un popolo sotto occupazione è diventato un problema di ordine pubblico? Chiediamo chiarezza, rispetto e il riconoscimento di un principio fondamentale in una democrazia – ha concluso –. Nessuno dovrebbe essere intimidito per aver espresso la propria solidarietà in modo pacifico e legittimo”.
Un episodio inquietante e di enorme gravità. Dopo Il 25 aprile ad Ascoli dove uno striscione antifascista era stato fatto rimuovere alla fornaia che lo aveva esposto e a Mottola (Taranto) 10 cittadini sono stati identificati per aver intonato “Bella Ciao”, a Roma attivisti della Cgil fermati per un volantinaggio sui referendum, ora questo nuovo episodio che ci dice chiaramente che siamo dentro uno Stato di polizia dove non è più consentito neanche esporre una bandiera dal balcone se questa non è gradita al governo.
Tra qualche settimana (il 26 maggio è prevista la votazione alla Camera) il decreto sicurezza sarà convertito in legge. Iniziamo concretamente a disobbedire esponendo le bandiere Palestinesi in ogni balcone come atto di solidarietà alla Palestina e contro lo Stato di Polizia.
Fonte
15/04/2025
Simboli neo-nazisti in divisa
Sabato a Milano, durante un corteo pacifico per chiedere la fine del genocidio a Gaza, un poliziotto si è presentato in tenuta antisommossa con una felpa nera che sfoggiava il simbolo di un gruppo neonazista polacco. Non è fantapolitica. È cronaca. È accaduto. In Italia. Nel 2025.
Ci dicono che la Digos “sta cercando di identificarlo”. Ma dai, davvero? Non prendiamoci in giro. In un sistema militarizzato dove ogni agente è schedato, tracciato, inquadrato, ci vogliono far credere che non sappiano chi è? No, non stanno cercando di scoprirlo. Stanno solo cercando di proteggerlo. Di metterlo al riparo dall’opinione pubblica. Dalle sanzioni. Dalla giustizia.
E sapete perché possono permettersi di farlo? Perché dentro la Polizia c’è un codice non scritto, un’omertà da manuale mafioso, dove chi denuncia è un “infame” e chi copre gli abusi è “uno dei nostri”. E questa mentalità non è un’eccezione: è sistema. È cultura. È tollerata, se non incoraggiata.
E non parliamo di un povero scemo di periferia. Quell’agente indossava abiti diversi dagli altri. In un’operazione in assetto antisommossa. Questo vuol dire che aveva un grado, un ruolo, un’autorizzazione. Non era lì per caso. E nessuno gli ha detto di cambiarsi.
È questo lo Stato che dovrebbe garantire i diritti costituzionali? Quello che reprime manifestazioni pacifiche con manganelli e simboli fascisti in bella vista? Quello che mena chi dissente, ma protegge chi flirta con l’estrema destra?
È anche per questo che la battaglia per l’identificativo obbligatorio sui caschi va avanti da anni. Perché senza nomi, senza numeri, senza responsabilità, la divisa diventa una maschera dietro cui si può fare tutto. Anche il peggio.
E se chi comanda chiude un occhio o due, allora il problema non è il singolo agente. Il problema è l’intero apparato. E a quel punto non si chiama più “forza dell’ordine”. Si chiama apparato repressivo.
Ci dicono che la Digos “sta cercando di identificarlo”. Ma dai, davvero? Non prendiamoci in giro. In un sistema militarizzato dove ogni agente è schedato, tracciato, inquadrato, ci vogliono far credere che non sappiano chi è? No, non stanno cercando di scoprirlo. Stanno solo cercando di proteggerlo. Di metterlo al riparo dall’opinione pubblica. Dalle sanzioni. Dalla giustizia.
E sapete perché possono permettersi di farlo? Perché dentro la Polizia c’è un codice non scritto, un’omertà da manuale mafioso, dove chi denuncia è un “infame” e chi copre gli abusi è “uno dei nostri”. E questa mentalità non è un’eccezione: è sistema. È cultura. È tollerata, se non incoraggiata.
E non parliamo di un povero scemo di periferia. Quell’agente indossava abiti diversi dagli altri. In un’operazione in assetto antisommossa. Questo vuol dire che aveva un grado, un ruolo, un’autorizzazione. Non era lì per caso. E nessuno gli ha detto di cambiarsi.
È questo lo Stato che dovrebbe garantire i diritti costituzionali? Quello che reprime manifestazioni pacifiche con manganelli e simboli fascisti in bella vista? Quello che mena chi dissente, ma protegge chi flirta con l’estrema destra?
È anche per questo che la battaglia per l’identificativo obbligatorio sui caschi va avanti da anni. Perché senza nomi, senza numeri, senza responsabilità, la divisa diventa una maschera dietro cui si può fare tutto. Anche il peggio.
E se chi comanda chiude un occhio o due, allora il problema non è il singolo agente. Il problema è l’intero apparato. E a quel punto non si chiama più “forza dell’ordine”. Si chiama apparato repressivo.
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La solidarietà non arretra.
Sulla provocazione all’imponente corteo del 12 aprile a Milano
La solidarietà non arretra.
Sulla provocazione all’imponente corteo del 12 aprile a Milano
Milano 12 aprile: un enorme corteo di massa denuncia il GENOCIDIO palestinese, il riarmo e il nuovo decreto sicurezza. Il governo Meloni risponde con una provocazione in linea con le nuove politiche securitarie! – NO ALLO STATO DI POLIZIA –
La strada è quella giusta.
È quella dell’allargamento e dell’inclusione di ogni anima della solidarietà. L’abbiamo detto e scritto mille volte: parlare una lingua “di massa” perché, dalla semplice empatia umana alla militanza antimperialista, ognuna e ognuno si senta chiamato/a a dare il proprio contributo, senza più alcun alibi.
Volti diversi con un obiettivo comune, fermare il genocidio, fermare la mano assassina dei sionisti, denunciare la complicità degli assassini delle cosiddette “democrazie occidentali” imperialiste che supportano il genocidio e la pulizia etnica in diretta streaming del popolo palestinese. Lavoratori e lavoratrici provenienti dalle molte periferie del mondo, dai quartieri emarginati delle metropoli capitaliste, studenti, disoccupati, donne e giovani che non si piegano ad una vita di sfruttati che si immedesimano nella lotta al colonialismo e all’imperialismo. Donne e uomini semplicemente solidali.
Voci diverse e diversamente motivate a sostegno del popolo palestinese e della sua Resistenza.
Il corteo di sabato 12 aprile è stato una grande manifestazione di massa con la partecipazione di famiglie intere con numerosissime bambine e bambini con la bandiera palestinese che è stata il filo conduttore dalla testa alla fine del corteo. Un grande, largo e caldo fiume animato da molte decine di migliaia di persone e attraversato dalla consapevolezza che il popolo palestinese non può essere lasciato solo davanti ai crimini dell’imperialismo statunitense/occidentale insieme alla sete di sangue colonialista dell’entità sionista israele.
Una grande manifestazione di massa che non ha parlato solo di GENOCIDIO ma ha parlato anche di riarmo, di cieca corsa verso la guerra tra imperialismi come soluzione ad una crisi di un sistema globale basato sullo sfruttamento di donne, uomini e dell’intero pianeta, di politiche securitarie per comprimere diritti e azzerare una possibile ribellione sociale a partire dalla classe.
Ma proprio perché questo grande corteo di massa ha messo in moto un effetto rilancio delle mobilitazioni a fianco del popolo palestinese e la denuncia della complicità occidentale/italiana, questa forza di massa ha fatto paura al governo Meloni che, sabato 12, ha messo in pratica un’operazione politico repressiva pericolosissima e devastante per il messaggio che lancia.
A 2 giorni dall’approvazione di Mattarella – il “difensore dei valori democratici e antifascisti della Costituzione” – del nuovo fascista Decreto Sicurezza, il governo Meloni ci ha detto che è caduto ogni “freno inibitorio” alla repressione, che si potranno permettere ogni arbitrio repressivo sicuri di una protezione legislativa e del controllo su media e organi di informazione.
Sabato 12, con la scusa di dover identificare i “responsabili” di qualche sporadica azione di contorno al corteo, il ministero degli interni è intervenuto pesantemente contro di esso preparando un consapevolmente provocatorio (se non si vogliono incidenti si evita lo “struscio” con il corteo) imbuto di caschi, scudi e manganelli in cui far transitare il corteo fino a procedere con un’irruzione violenta ed arbitraria, spingendo e manganellando i partecipanti per portarsi via a caso 7 manifestanti infatti poi rilasciati.
Non “disordini” e “scontri” quindi, deliberatamente invece voluti provocare dal ministero degli Interni e come riportano i media servi delle “veline” dello stesso, ma una deliberata aggressione che ha prodotto il risultato di spaccare deliberatamente il corteo in 2 spezzoni.
Una grandissima azione provocatoria e repressiva del governo per criminalizzare la grande e potente voce della solidarietà e provare ad azzerare mediaticamente la grande ed entusiastica riuscita del corteo.
LA SOLIDARIETÀ NON ARRETRA!
Non facciamo cadere nel silenzio questa provocazione.
Non tacciamo sui crimini dell’imperialismo e del sionismo.
Non facciamo passare senza opposizione le politiche securitarie del governo Meloni. La vera sicurezza non è repressione, azzeramento del dissenso e dell’opposizione nelle fabbriche e nei territori, non sono le zone rosse, non è precarietà e stipendi da fame ma lavoro, salario, istruzione e sanità universalistica e una Palestina libera dal fiume al mare dal colonialismo suprematista sionista!
CONTRO IL GENOCIDIO E LA CORSA VERSO LA GUERRA IMPERIALISTA.
NO ALLO STATO DI POLIZIA!
L’Europa si arma, la guerra si avvicina, resistere, resistere, come in Palestina!
CON LA PALESTINA NEL CUORE!
Le compagne e i compagni del Csa Vittoria
Fonte
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