di Lance Henson
L’America sta attualmente vivendo una vera e propria occupazione totale da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti) e di altre agenzie federali del Dipartimento della Sicurezza Interna.
L’ICE esiste dal 2003, ma la sua attività e le conseguenti tattiche fasciste si sono intensificate da quando sono stati stanziati fondi attraverso il “Big Beautiful Bill” di Trump, per arrestare una quota giornaliera di 3000 persone irregolari, descrivendo le persone da arrestare come «tutte le persone di pelle scura, le persone con un accento, le persone nere, gli Hmong e perfino i nativi americani che sembrano stranieri».
Su State of the Union della CNN, Greg Bovino, comandante della polizia di frontiera degli Stati Uniti, ha affermato che Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva della Veteran’s Administration, era un terrorista “domestico” armato, con un’arma nascosta legalmente detenuta e autorizzata dallo Stato del Minnesota, e che Pretti aveva attaccato e intendeva nuocere ai sei agenti federali dell’ICE che lo avevano disarmato, messo a terra e giustiziato.
Oggi in Minnesota le persone sono ancora più unite in una solidarietà comunitaria. Membri dell’American Indian Movement, che ha avuto origine a Minneapolis nel 1968, stanno pattugliando il ghetto della comunità dove vivono e lavorano le famiglie dei nativi.
Questi atti di protezione reciproca sono così alieni ai burattini presidenziali che Pam Bondi, Procuratrice Generale degli Stati Uniti, ha ipotizzato sabato che ci fosse qualcosa di davvero losco nel modo in cui la comunità di Minneapolis era così ben organizzata. Vi sono anche affermazioni da parte dell’amministrazione Trump secondo cui tutti i manifestanti sarebbero agitatori politici prezzolati.
La Guardia Nazionale del Minnesota ha chiarito da che parte sta: indossando giubbotti fluorescenti per distinguersi dagli agenti federali, sta distribuendo cibo e acqua a coloro che protestano.
Con l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti – e un successivo omicidio che non è ancora stato annunciato, se mai lo sarà – nelle strade di Minneapolis, e con l’arrivo di Tom Homan, lo zar della Sicurezza Interna, l’ICE ha intensificato la propria violenza contro i manifestanti.
Con l’arresto del giornalista Don Lemon, il diritto alla libertà di parola garantito dal Primo Emendamento verrà ora messo alla prova nei tribunali americani. Se tu sei di pelle scura, se il tuo modo di parlare non è in qualche modo “americano”, puoi essere fermato o trattenuto; se fotografi troppo da vicino, puoi essere spinto a terra, irrorato con sostanze chimiche tossiche o colpito più volte da colpi d’arma da fuoco.
MSBC, il programma di notizie televisive, riferisce che più città-santuario saranno attaccate con le stesse tattiche dell’ICE.
Springfield, Ohio: Trump ha diffuso la voce che gli haitiani che si trovano là mangiano topi e praticano il cannibalismo, quindi naturalmente l’ICE andrà là per iniziare a deportarli.
Tre nativi americani senzatetto sono stati arrestati a Minneapolis un mese fa. Uno è stato rilasciato, due Lakota sono stati inghiottiti dal sistema penale, la loro ubicazione non è nota. Il consiglio tribale di Pine Ridge, la riserva nativa più povera d’America, ha approvato all’unanimità una legge che vieta l’ingresso dell’ICE nella loro riserva.
I nativi americani continuano comunque a essere arrestati. La maggior parte di loro non viene incriminata se riesce a produrre documenti d’identità emessi dalle autorità tribali.
A Minneapolis lo scorso fine settimana Bruce Springsteen ha fatto uscire ed eseguito la sua canzone Streets of Minneapolis. I gruppi rock&roll Rage Against the Machine e Green Day hanno composto canzoni dedicate al movimento di protesta.
Pare che Walz – il governatore del Minnesota – abbia chiamato la Guardia Nazionale in assistenza alla sicurezza dei manifestanti a Minneapolis. C’è stato un resoconto confermato che riferisce che l’ICE ha sparato a un altro uomo, non un manifestante, un uomo in abiti da lavoro che aspettava l’autobus a una fermata per andare a lavorare. La polizia locale è arrivata e ha cercato di rianimarlo. L’uomo è morto.
Queste informazioni sono in tempo reale, da fonti affidabili.
Dal bastione
La Heritage Foundation venne fondata nel 1973 come risposta alla minaccia dell’OPEC e all’aumento dei prezzi del petrolio in America: Joseph Coors, il magnate della birra, e i suoi compari del club “Fortune 500”.
Questo club era composto dai più ricchi capi d’azienda americani. Negli anni '80 la fondazione presentò a Reagan un piano in 41 punti riguardante la loro risposta all’OPEC. Il piano suggeriva che i geologi mappassero i giacimenti petroliferi dell’America Latina. Utilizzando la CIA, gli USA avrebbero instaurato governi fantoccio controllabili dal governo americano.
Il Nicaragua fu il primo obiettivo sperimentale. Il movimento di resistenza EZLN, formato inizialmente da donne indigene, divenne l’esercito ribelle che si oppose all’incursione di soldati governativi e mercenari assoldati dagli USA. Il resto è storia.
In altre nazioni di lingua spagnola emersero leader ribelli come il Subcomandante Marcos.
La caccia mineraria condotta dagli Stati Uniti si può ora vedere in Medio Oriente e in Venezuela. Lì, la maggior parte delle guerre è stata provocata dagli USA per il controllo dei minerali. Il piano di politica interna in America è l’ultima fase del piano originale.
A quei tempi ebbi la fortuna di operare come poeta nelle scuole di molte riserve native americane. Mentre lavoravo nella riserva Hopi, l’insegnante della classe in cui stavo tenendo lezione mi consegnò, in busta gialla, un dono proveniente dagli uomini sacri segreti della Second Mesa. Questa busta conteneva informazioni sulla neonata Heritage Foundation.
Quando, alcuni anni dopo, ne feci l’oggetto di una conferenza all’università di Genova, la mattina seguente mi fecero uscire di nascosto dalla città e mi portarono in auto in un appartamento a Firenze. Ero stato prelevato in tutta fretta da Genova perché mentre tenevo lezione erano presenti in aula due agenti del Dipartimento di Stato americano. Fui poi oggetto di critiche in un articolo su un giornale genovese.
Una settimana dopo, un’organizzazione svizzera per i diritti umani, Incomindios Switzerland, mi invitò a presentare il medesimo documento in una sessione di gruppo di lavoro all’ONU a Ginevra. Lo feci, e la presidente dell’incontro, Madame Dias, me ne chiese una copia. Mi fu quindi concesso lo status di ONG, e divenni il rappresentante della mia nazione Cheyenne in quella sede per 15 anni.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Minneapolis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Minneapolis. Mostra tutti i post
11/02/2026
30/01/2026
USA - Perché il Minnesota è diventato il laboratorio del metodo trumpiano di governo
L’amministrazione Trump inciampa sull’azione dell’ICE, che doveva essere lo strumento attraverso cui soddisfare il proprio elettorato sul tema razziale... e i propri finanziatori miliardari, affinché la crisi egemonica statunitense fosse gestita, sul piano interno, facendo ricadere la rabbia sociale contro gli ultimi e i più ricattabili.
Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.
Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.
Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city”, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, come ha detto Walz.
È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause”, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.
Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.
In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di chi era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.
Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE...
È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale”. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.
L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.
In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.
A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.
Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.
Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.
È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.
Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo, facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il modello dell'“immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.
In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.
Un obiettivo – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.
E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.
Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.
Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.
Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i profondi riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.
La risposta, Trump, ce l’ha pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.
Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.
È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime elezioni mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.
Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.
Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.
Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.
Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione assertiva – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.
Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte anzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di risultare vincenti anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).
Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole... ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo”.
Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.
Un ultimo appunto.
L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.
Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.
Fonte
Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.
Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.
Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city”, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, come ha detto Walz.
È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause”, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.
Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.
In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di chi era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.
Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE...
È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale”. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.
L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.
In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.
A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.
Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.
Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.
È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.
Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo, facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il modello dell'“immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.
In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.
Un obiettivo – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.
E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.
Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.
Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.
Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i profondi riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.
La risposta, Trump, ce l’ha pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.
Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.
È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime elezioni mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.
Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.
Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.
Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.
Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione assertiva – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.
Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte anzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di risultare vincenti anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).
Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole... ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo”.
Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.
Un ultimo appunto.
L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.
Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.
Fonte
27/01/2026
Minneapolis. Trump corre ai ripari. Salta Bovino, a rischio la segretaria alla Sicurezza
Il capo dell’operazione dell’ICE a Minneapolis, Gregory Bovino, è in procinto di lasciare la città e con lui anche altri agenti della agenzia federale che sta seminando morte e terrore nelle città statunitensi. Pare che Bovino si ritirerà nella sua California e verrà messo in pensione.
Al suo posto Trump ha annunciato l’invio a Minneapolis di Tom Homan, anche lui con la fama di essere “un duro” ma figura di spicco dell’amministrazione contro l’immigrazione illegale. Secondo alcune fonti già oggi le forze speciali dell’ICE potrebbero cominciare il ritiro dalla capitale del Minnesota attraversata ormai ogni giorno – e con ogni temperatura – da manifestazioni di protesta con migliaia di persone.
Ma a rischio c’è anche la poltrona della segretaria per la Sicurezza interna Kristi Noem, la quale ha sempre difeso per principio l’operato dell’ICE, definendo i due cittadini uccisi come “terroristi interni”. L’opposizione del Partito Democratico al Congresso si prepara ad aprire un’indagine su di lei spianando così la strada ad un suo possibile impeachment.
La senatrice democratica Elizabeth Warren ha affermato che il Congresso dovrebbe procedere all’impeachment del Segretario alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem se lei non si dimette dall’incarico.
“Kristi Noem dovrebbe dimettersi, e se non lo fa, il Congresso dovrebbe metterla in stato d’accusa e rimuoverla dall’incarico. In America crediamo ancora nella responsabilità, non nelle bugie”, ha dichiarato Warren in un messaggio diffuso sui media. La senatrice ha accusato il Segretario alla Sicurezza interna di aver mentito al popolo americano sui dettagli dell’uccisione per colpi d’arma da fuoco di Alex Pretti.
Sul caso Minneapolis la svolta è arrivata nelle ultime ore, quando Donald Trump per cercare di limitare i danni ha parlato con il governatore del Minnesota e il sindaco di Minneapolis.
Nelle ultime 24 ore Trump ha parlato al telefono sia con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. “Ho apprezzato la conversazione col presidente, mi ha detto che l’operazione metro surge deve finire” ha annunciato Jacob Frey. Per la Casa Bianca è un primo dietrofront completo dalla linea di scontro frontale con le autorità della città e dello Stato cominciata il 7 gennaio dopo le uccisioni a freddo di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE.
Donald Trump si vede costretto ad affrontare non solo le crescenti e diffuse proteste dei cittadini a Minneapolis e in altre città, ma anche i sondaggi secondo i quali la maggioranza degli americani ritiene che quella di Pretti è stata una esecuzione e che i brutali metodi dell’Ice non vanno bene. Posizioni critiche cominciano ad affiorare anche tra i Repubbicani. Il candidato conservatore alla carica di governatore del Minnesota Chris Madel, fiutando la brutta aria che tira, si è ritirato dalla corsa, definendo le operazioni dell’Ice un “disastro totale”. Mentre i democratici minacciano un nuovo ostruzionismo al Congresso per non votare il super-finanziamento dell’Ice.
L’immigrazione in generale, ha detto a Politico un senatore repubblicano veterano in condizione di anonimato, è per i Repubblicani ciò che la sanità è per i Democratici – cioè un “gioco di casa”. Eppure, con immagini virali di americani feriti in pieno giorno che sostituiscono quelle dei migranti che attraversano il confine del paese, questo vantaggio sta rapidamente svanendo.
Lo stesso Politico, riferendosi ai mal di pancia degli esponenti repubblicani, sottolinea che devi sapere come decifrare il loro linguaggio. Innanzitutto, c’è il metodo di affermare che: “Il presidente non può fallire”. Il che significa che i repubblicani incolpano i consiglieri di Trump invece di rischiare di far arrabbiare il presidente.
Fonte
Al suo posto Trump ha annunciato l’invio a Minneapolis di Tom Homan, anche lui con la fama di essere “un duro” ma figura di spicco dell’amministrazione contro l’immigrazione illegale. Secondo alcune fonti già oggi le forze speciali dell’ICE potrebbero cominciare il ritiro dalla capitale del Minnesota attraversata ormai ogni giorno – e con ogni temperatura – da manifestazioni di protesta con migliaia di persone.
Ma a rischio c’è anche la poltrona della segretaria per la Sicurezza interna Kristi Noem, la quale ha sempre difeso per principio l’operato dell’ICE, definendo i due cittadini uccisi come “terroristi interni”. L’opposizione del Partito Democratico al Congresso si prepara ad aprire un’indagine su di lei spianando così la strada ad un suo possibile impeachment.
La senatrice democratica Elizabeth Warren ha affermato che il Congresso dovrebbe procedere all’impeachment del Segretario alla Sicurezza Nazionale Kristi Noem se lei non si dimette dall’incarico.
“Kristi Noem dovrebbe dimettersi, e se non lo fa, il Congresso dovrebbe metterla in stato d’accusa e rimuoverla dall’incarico. In America crediamo ancora nella responsabilità, non nelle bugie”, ha dichiarato Warren in un messaggio diffuso sui media. La senatrice ha accusato il Segretario alla Sicurezza interna di aver mentito al popolo americano sui dettagli dell’uccisione per colpi d’arma da fuoco di Alex Pretti.
Sul caso Minneapolis la svolta è arrivata nelle ultime ore, quando Donald Trump per cercare di limitare i danni ha parlato con il governatore del Minnesota e il sindaco di Minneapolis.
Nelle ultime 24 ore Trump ha parlato al telefono sia con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey e con il governatore del Minnesota Tim Walz. “Ho apprezzato la conversazione col presidente, mi ha detto che l’operazione metro surge deve finire” ha annunciato Jacob Frey. Per la Casa Bianca è un primo dietrofront completo dalla linea di scontro frontale con le autorità della città e dello Stato cominciata il 7 gennaio dopo le uccisioni a freddo di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE.
Donald Trump si vede costretto ad affrontare non solo le crescenti e diffuse proteste dei cittadini a Minneapolis e in altre città, ma anche i sondaggi secondo i quali la maggioranza degli americani ritiene che quella di Pretti è stata una esecuzione e che i brutali metodi dell’Ice non vanno bene. Posizioni critiche cominciano ad affiorare anche tra i Repubbicani. Il candidato conservatore alla carica di governatore del Minnesota Chris Madel, fiutando la brutta aria che tira, si è ritirato dalla corsa, definendo le operazioni dell’Ice un “disastro totale”. Mentre i democratici minacciano un nuovo ostruzionismo al Congresso per non votare il super-finanziamento dell’Ice.
L’immigrazione in generale, ha detto a Politico un senatore repubblicano veterano in condizione di anonimato, è per i Repubblicani ciò che la sanità è per i Democratici – cioè un “gioco di casa”. Eppure, con immagini virali di americani feriti in pieno giorno che sostituiscono quelle dei migranti che attraversano il confine del paese, questo vantaggio sta rapidamente svanendo.
Lo stesso Politico, riferendosi ai mal di pancia degli esponenti repubblicani, sottolinea che devi sapere come decifrare il loro linguaggio. Innanzitutto, c’è il metodo di affermare che: “Il presidente non può fallire”. Il che significa che i repubblicani incolpano i consiglieri di Trump invece di rischiare di far arrabbiare il presidente.
Fonte
Le reti di risposta rapida di Minneapolis
Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello
aggiornato
È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Ho pensato di tradurlo in italiano e di metterlo a disposizione, perché credo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre, di città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.
Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà.
È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Ho pensato di tradurlo in italiano e di metterlo a disposizione, perché credo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre, di città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.
Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà.
*****
Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili.
Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti.
Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese.
Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti.
L’onda
Nei mesi che hanno preceduto il grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze.
Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.
In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti.
I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema di “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.
Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE.
Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata.
Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze.
Contro-sorveglianza
Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali.
Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota.
Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.
L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli.
Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.
Whipple Watch persegue tre obiettivi principali:
1) Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli;
2) La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli;
3) Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio.
Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.
Come funziona
Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal. Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe.
Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri. Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.
Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero. Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.
Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.
“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita”.
Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo.
Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.
Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE.
Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp.
Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.
Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato. I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità.
Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.
“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”
La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita.
Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori. I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti.
Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada.
Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.
Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione.
Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento.
L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.
Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara
Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.
Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte.
Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale.
I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere.
Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo.
Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento.
L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.
Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.
Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale. È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto.
Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.
La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce.
Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma.
Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.
Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.
Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso.
Fonte
26/01/2026
Minneapolis, la buccia di banana di Trump?
Il bello delle “politiche muscolari”, se chi le pratica è militarmente forte, è poter usare la forza come meglio si crede, sveltire le procedure, evitare i lunghi confronti, le mediazioni, l’inevitabile gradualismo dei cambiamenti che riguardano un sistema di vita. E apparire uno che “sa cosa fare”...
C’è anche il brutto però. E sta nel fatto che una volta iniziato a praticare la sola forza bruta non puoi permetterti di fermarti, mostrarti indeciso, tornare indietro. Anche perché non hai un “piano B” altrettanto “attraente” e “persuasivo”, rischi di apparire incerto come quelli che hai sbeffeggiato fino a ieri...
La stoica resistenza della popolazione di Minneapolis davanti ai killer prezzolati dell’ICE sta producendola prima vera voragine davanti all’incedere della “ruspa” trumpiana, costringendo il guidatore e la sua corte a farsi le domande che avevano fin qui evitato come la peste.
Contraddicendo dopo due giorni l’insultante e falsaria sicumera dei suoi sottoposti (la “ministra dell’interno” Kristi Noem, il capo-killer Greg Bovino, la “ministra della giustizia” Pam Bondi), che hanno continuato a sostenere l’insostenibile tesi di un “si è avvicinato agli ufficiali della Border Patrol con una pistola semiautomatica calibro 9mm”, Donald Trump ha detto al Wall Street Journal che la Casa Bianca «ha riesaminato tutto» sulla sparatoria di Minneapolis e che l’amministrazione «prenderà una decisione» sull’operato dell’agente federale che ha ucciso Alex Pretti.
Non è una marcia indietro, tanto meno un’ammissione di colpevolezza per tutto l’apparato che da lui dipende. Ma è un momento critico. Che come tutti i momenti di questo tipo può evolvere in due direzioni diametralmente opposte: cambiare strada o accelerare nella stessa direzione.
In questi primi dodici mesi del suo secondo mandato, Trump ha inanellato una lunghissima serie di atti di forza sia sul piano interno che internazionale, contando sulla temporanea “luna di miele” sempre concessa ai nuovi presidenti (“lasciamolo lavorare, poi giudichiamo”), sull’arrendevolezza schifosa della sedicente “opposizione democratica” (complice diretta del genocidio palestinese per oltre un anno) e l’effetto sorpresa.
Dazi, definanziamento delle agenzie federali, revisione della strategia di sicurezza, bombardamenti spot qua e là nel mondo fino al rapimento di Maduro (la prima volta al mondo, per un presidente in carica), l’incursione anti-europea sulla Groenlandia, la preparazione dell’attacco all’Iran insieme a Israele... È un metodo, uno stile, non “colpi da matto” privi di coerenza. Parzialmente imprevedibili per chi ne verrà investito, ma sul cui verificarsi a breve termine si può scommettere. Anche se sulle conseguenze “siamo nelle mani del signore”...
Internazionalmente, “fin qui, tutto bene” (per chi ricorda il fulminante incipit di La heine di Kassovitz). I paesi non europei attaccati erano troppo deboli per replicare, il supporto fetido dell’Unione Europea non è mai mancato fino a quando le “attenzioni imperiali” non l’hanno colpita direttamente, le altre superpotenze (Russia, Cina) erano prese in altri problemi o presentano strategie parecchio differenti che non prevedono la contrapposizione frontale.
Come ci era capitato di ipotizzare, i problemi veri sarebbero stati quelli interni, e non certo perché confidavamo nell’“opposizione democratica”. La campagna di “remigrazione” militare ha acceso le micce. Sia dell’indignazione umanitaria – le scene di bambini deportati o usati come “scudi umani” per costringere i genitori a consegnarsi, gli innumerevoli “arresti” violenti in strada, i morti e i feriti, ecc. – sia della necessaria resistenza.
Le centinaia di migliaia di cittadini che si sono attivati contro l’ICE non sono però solo “attivisti politicizzati”, ma spesso semplici “vicini di casa” che avevano stabilito rapporti di amicizia con immigrati magari irregolari ma “con la testa a posto”. Lavoratori, insomma, che pagano le tasse e l’affitto, portano i bambini a scuola, rispettano le leggi e non rompono le scatole. Persone in carne e ossa, non “categorie” della politica o dell’ideologia.
Non si può spiegare altrimenti l’immenso rischio che queste centinaia di migliaia di civili disarmati stanno correndo da mesi per rallentare, ostacolare, disorientare i killer dell’ICE quando arrivano in una città o un quartiere.
Un rischio terribilmente concreto, come dimostrano le morti di Renèe Goode e Alex Pretti, le centinaia di arresti, feriti, pestaggi.
Eventi ripetuti, quotidiani, che pesano inevitabilmente anche sull’orientamento del voto che – per Costituzione – si dovrebbe tenere a novembre, perché anche molti “indifferenti” sono stati coinvolti direttamente o colpiti da quanto accade.
Oltretutto, questa volta i morti in strada sono due “bianchi per bene” – una madre e poetessa, un infermiere per militari rimasti invalidi – non dei “negri dei bassifondi” cui può essere imputato arbitrariamente di tutto. Ogni cittadino “wasp”, insomma, ci si può identificare immediatamente: “poteva accadere a me”. La frettolosa definizione di “terroristi” gettata loro addosso è un altro boomerang che sta tornando indietro.
Peggio di tutto, per i trumpiani, queste morti sono diventate il banco di prova di una “battaglia per la verità”. Decine di video e testimonianze altrettanto “per bene” hanno smontato in un attimo le menzogne dell’amministrazione e del capo-killer con simpatie naziste. In un paese dove il criterio per presentare un candidato resta ancora la domanda “compreresti da costui un’automobile usata?” essere inquadrati come falsari può diventare fatale.
Questo e non altro gira per la testa della banda trumpiana, al punto che il tycoon è stato costretto a dire che «A un certo punto ce ne andremo» dal Minnesota, senza però indicare tempi, aggiungendo pure che resterà «un gruppo diverso» per occuparsi di frodi finanziarie e presunti scandali sui fondi pubblici.
La sua altra “kriminal Barbie”, Pam Bondi, era stata un po’ più volgare scrivendo una lettera al governatore di quello stato – Tim Walz – in cui garantiva minacciosamente che “ce ne andremo quando il Minnesota non voterà più per i democratici”. Un curioso caso di “esportazione della democrazia”...
Riassumendo. Ancora una volta è la resistenza popolare – persino nel cuore dell’imperialismo dominante! – ad avere l’opportunità di rompere i giochi di un potere assolutamente irresponsabile.
Se – ed è un “se” grosso come il pianeta – avrà la forza di arrestare la marcia autoritaria sul piano interno innescherà a cascata conseguenze molto interessanti su tutti i piani. Dalla strutturazione o meno di un’“interazionale nera” di cui sono già chiari tempi e protagonisti, alla riduzione drastica della “capacità di pressione” degli Usa nei confronti di chiunque nel mondo.
È il brutto delle “politiche muscolari”. Quando sei costretto a fermarti cominci anche a prenderle. Se invece vai avanti, pure... Una strategia “lose lose”, pericolosa perché cieca. E anche quando scivola sulla buccia di banana rischia di far danni grossi...
Fonte
C’è anche il brutto però. E sta nel fatto che una volta iniziato a praticare la sola forza bruta non puoi permetterti di fermarti, mostrarti indeciso, tornare indietro. Anche perché non hai un “piano B” altrettanto “attraente” e “persuasivo”, rischi di apparire incerto come quelli che hai sbeffeggiato fino a ieri...
La stoica resistenza della popolazione di Minneapolis davanti ai killer prezzolati dell’ICE sta producendola prima vera voragine davanti all’incedere della “ruspa” trumpiana, costringendo il guidatore e la sua corte a farsi le domande che avevano fin qui evitato come la peste.
Contraddicendo dopo due giorni l’insultante e falsaria sicumera dei suoi sottoposti (la “ministra dell’interno” Kristi Noem, il capo-killer Greg Bovino, la “ministra della giustizia” Pam Bondi), che hanno continuato a sostenere l’insostenibile tesi di un “si è avvicinato agli ufficiali della Border Patrol con una pistola semiautomatica calibro 9mm”, Donald Trump ha detto al Wall Street Journal che la Casa Bianca «ha riesaminato tutto» sulla sparatoria di Minneapolis e che l’amministrazione «prenderà una decisione» sull’operato dell’agente federale che ha ucciso Alex Pretti.
Non è una marcia indietro, tanto meno un’ammissione di colpevolezza per tutto l’apparato che da lui dipende. Ma è un momento critico. Che come tutti i momenti di questo tipo può evolvere in due direzioni diametralmente opposte: cambiare strada o accelerare nella stessa direzione.
In questi primi dodici mesi del suo secondo mandato, Trump ha inanellato una lunghissima serie di atti di forza sia sul piano interno che internazionale, contando sulla temporanea “luna di miele” sempre concessa ai nuovi presidenti (“lasciamolo lavorare, poi giudichiamo”), sull’arrendevolezza schifosa della sedicente “opposizione democratica” (complice diretta del genocidio palestinese per oltre un anno) e l’effetto sorpresa.
Dazi, definanziamento delle agenzie federali, revisione della strategia di sicurezza, bombardamenti spot qua e là nel mondo fino al rapimento di Maduro (la prima volta al mondo, per un presidente in carica), l’incursione anti-europea sulla Groenlandia, la preparazione dell’attacco all’Iran insieme a Israele... È un metodo, uno stile, non “colpi da matto” privi di coerenza. Parzialmente imprevedibili per chi ne verrà investito, ma sul cui verificarsi a breve termine si può scommettere. Anche se sulle conseguenze “siamo nelle mani del signore”...
Internazionalmente, “fin qui, tutto bene” (per chi ricorda il fulminante incipit di La heine di Kassovitz). I paesi non europei attaccati erano troppo deboli per replicare, il supporto fetido dell’Unione Europea non è mai mancato fino a quando le “attenzioni imperiali” non l’hanno colpita direttamente, le altre superpotenze (Russia, Cina) erano prese in altri problemi o presentano strategie parecchio differenti che non prevedono la contrapposizione frontale.
Come ci era capitato di ipotizzare, i problemi veri sarebbero stati quelli interni, e non certo perché confidavamo nell’“opposizione democratica”. La campagna di “remigrazione” militare ha acceso le micce. Sia dell’indignazione umanitaria – le scene di bambini deportati o usati come “scudi umani” per costringere i genitori a consegnarsi, gli innumerevoli “arresti” violenti in strada, i morti e i feriti, ecc. – sia della necessaria resistenza.
Le centinaia di migliaia di cittadini che si sono attivati contro l’ICE non sono però solo “attivisti politicizzati”, ma spesso semplici “vicini di casa” che avevano stabilito rapporti di amicizia con immigrati magari irregolari ma “con la testa a posto”. Lavoratori, insomma, che pagano le tasse e l’affitto, portano i bambini a scuola, rispettano le leggi e non rompono le scatole. Persone in carne e ossa, non “categorie” della politica o dell’ideologia.
Non si può spiegare altrimenti l’immenso rischio che queste centinaia di migliaia di civili disarmati stanno correndo da mesi per rallentare, ostacolare, disorientare i killer dell’ICE quando arrivano in una città o un quartiere.
Un rischio terribilmente concreto, come dimostrano le morti di Renèe Goode e Alex Pretti, le centinaia di arresti, feriti, pestaggi.
Eventi ripetuti, quotidiani, che pesano inevitabilmente anche sull’orientamento del voto che – per Costituzione – si dovrebbe tenere a novembre, perché anche molti “indifferenti” sono stati coinvolti direttamente o colpiti da quanto accade.
Oltretutto, questa volta i morti in strada sono due “bianchi per bene” – una madre e poetessa, un infermiere per militari rimasti invalidi – non dei “negri dei bassifondi” cui può essere imputato arbitrariamente di tutto. Ogni cittadino “wasp”, insomma, ci si può identificare immediatamente: “poteva accadere a me”. La frettolosa definizione di “terroristi” gettata loro addosso è un altro boomerang che sta tornando indietro.
Peggio di tutto, per i trumpiani, queste morti sono diventate il banco di prova di una “battaglia per la verità”. Decine di video e testimonianze altrettanto “per bene” hanno smontato in un attimo le menzogne dell’amministrazione e del capo-killer con simpatie naziste. In un paese dove il criterio per presentare un candidato resta ancora la domanda “compreresti da costui un’automobile usata?” essere inquadrati come falsari può diventare fatale.
Questo e non altro gira per la testa della banda trumpiana, al punto che il tycoon è stato costretto a dire che «A un certo punto ce ne andremo» dal Minnesota, senza però indicare tempi, aggiungendo pure che resterà «un gruppo diverso» per occuparsi di frodi finanziarie e presunti scandali sui fondi pubblici.
La sua altra “kriminal Barbie”, Pam Bondi, era stata un po’ più volgare scrivendo una lettera al governatore di quello stato – Tim Walz – in cui garantiva minacciosamente che “ce ne andremo quando il Minnesota non voterà più per i democratici”. Un curioso caso di “esportazione della democrazia”...
Riassumendo. Ancora una volta è la resistenza popolare – persino nel cuore dell’imperialismo dominante! – ad avere l’opportunità di rompere i giochi di un potere assolutamente irresponsabile.
Se – ed è un “se” grosso come il pianeta – avrà la forza di arrestare la marcia autoritaria sul piano interno innescherà a cascata conseguenze molto interessanti su tutti i piani. Dalla strutturazione o meno di un’“interazionale nera” di cui sono già chiari tempi e protagonisti, alla riduzione drastica della “capacità di pressione” degli Usa nei confronti di chiunque nel mondo.
È il brutto delle “politiche muscolari”. Quando sei costretto a fermarti cominci anche a prenderle. Se invece vai avanti, pure... Una strategia “lose lose”, pericolosa perché cieca. E anche quando scivola sulla buccia di banana rischia di far danni grossi...
Fonte
23/01/2026
USA - Oggi sciopero sociale contro l’ICE a Minneapolis
Minneapolis, sciopero sociale contro le truppe di occupazione interna di Trump, l’Ice, contrastate da giorni nelle strade da migliaia di solidali, per impedire raid e rastrellamenti di migranti. “Non andremo a fare la spesa. Non andremo al lavoro. Non andremo a scuola venerdì 23 gennaio”, hanno detto i promotori.
Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees Local 26, Unite Here Local 17, Communications Workers Local 7250, St Paul Federation of Educators Local 28, Minneapolis Federation of Educators (Local 59), International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, Graduate Labor Union, United Electrical Workers Local 1105 dell’Università del Minnesota, iTansit Union (Atu) Local 1005, Committee of Interns and Residents e Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio.
Per Chelsie Glaubitz Gabiou (Federazione del Lavoro di Minneapolis) “è tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale”.
Con lo slogan “Ice fuori dal Minnesota: verità e libertà”, chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Renee Good venga ritenuto legalmente responsabile, lo stop ai finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con gli agenti.
Fonte
Tra i sindacati che hanno aderito all’appello ci sono i Service Employees Local 26, Unite Here Local 17, Communications Workers Local 7250, St Paul Federation of Educators Local 28, Minneapolis Federation of Educators (Local 59), International Alliance of Theatrical Stage Employees Local 13, Graduate Labor Union, United Electrical Workers Local 1105 dell’Università del Minnesota, iTansit Union (Atu) Local 1005, Committee of Interns and Residents e Minneapolis Regional Labor Federation, Afl-Cio.
Per Chelsie Glaubitz Gabiou (Federazione del Lavoro di Minneapolis) “è tempo che ogni singolo cittadino del Minnesota che ama questo Stato e i principi di verità e libertà alzi la voce e approfondisca la propria solidarietà per i vicini e colleghi che vivono sotto questa occupazione federale”.
Con lo slogan “Ice fuori dal Minnesota: verità e libertà”, chiedono che l’Ice lasci lo Stato, che l’agente che ha ucciso Renee Good venga ritenuto legalmente responsabile, lo stop ai finanziamenti federali all’Ice e che le aziende interrompano qualsiasi legame economico con gli agenti.
Fonte
18/01/2026
USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno
Secondo quanto riportano alcune agenzie, nel 2025 l’Ice ha battuto un sanguinoso record di morti tra le persone finite nei suoi centri di detenzione: 30 decessi, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Afp.
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
Fonte
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
Fonte
14/01/2026
Un assassino a piede libero
Al momento, nessuna fonte attendibile conferma l’arresto di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) identificato dai media come l’autore dello sparo che ha ucciso Renee Nicole Good a Minneapolis.
Sebbene il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) non abbia ufficialmente rilasciato il nome dell’agente, testate come il Minnesota Star Tribune, The Guardian e Associated Press lo hanno identificato come Jonathan E. Ross, un veterano con 10 anni di servizio nell’ICE e precedente esperienza militare.
Il caso è sotto la giurisdizione dell’FBI. Il DHS e l’amministrazione federale hanno difeso l’operato dell’agente, parlando di “legittima difesa” e sostenendo che l’agente temesse per la propria vita.
Esiste una forte tensione tra le autorità federali e lo stato del Minnesota. Il governatore Tim Walz e le autorità locali hanno espresso frustrazione per il fatto che l’FBI abbia limitato l’accesso ai documenti dell’indagine alla polizia statale (BCA), rendendo difficile per i procuratori locali valutare eventuali incriminazioni.
Jonathan Ross è il volto di un sistema che si autoprotegge dietro l’acronimo dell’ICE e le mura del Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Sappiamo chi è grazie alla perizia dei cronisti, non per la trasparenza dello Stato. Dieci anni di servizio, un passato militare: le credenziali perfette per chi, in una mattina di gennaio, decide che la “paura per la propria vita” vale più della vita di una donna.
Ross, attualmente, non è un sospettato nei registri federali; è un “agente in missione” protetto da una dottrina che trasforma l’aggressione in difesa e la vittima in un tragico incidente di percorso. O addirittura “terrorismo interno”. Come spergiurato da quei due sociopatici di Kristi Noem e J.D. Vance.
Assistiamo a un paradosso grottesco. Da una parte, lo Stato del Minnesota che chiede risposte; dall’altra, l’FBI che chiude i faldoni. È una guerra di giurisdizione che serve solo a una cosa: far passare il tempo. Perché il tempo è l’alleato dell’oblio.
La storia ci insegna che il silenzio delle istituzioni è il rumore più assordante. E finché non ci sarà un’incriminazione, finché la trasparenza non vincerà sulla segretezza del DHS, Renee Nicole Good non sarà stata uccisa una sola volta, ma ogni giorno in cui il suo assassino camminerà libero nel sole gelido del Minnesota.
Fonte
Sebbene il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) non abbia ufficialmente rilasciato il nome dell’agente, testate come il Minnesota Star Tribune, The Guardian e Associated Press lo hanno identificato come Jonathan E. Ross, un veterano con 10 anni di servizio nell’ICE e precedente esperienza militare.
Il caso è sotto la giurisdizione dell’FBI. Il DHS e l’amministrazione federale hanno difeso l’operato dell’agente, parlando di “legittima difesa” e sostenendo che l’agente temesse per la propria vita.
Esiste una forte tensione tra le autorità federali e lo stato del Minnesota. Il governatore Tim Walz e le autorità locali hanno espresso frustrazione per il fatto che l’FBI abbia limitato l’accesso ai documenti dell’indagine alla polizia statale (BCA), rendendo difficile per i procuratori locali valutare eventuali incriminazioni.
Jonathan Ross è il volto di un sistema che si autoprotegge dietro l’acronimo dell’ICE e le mura del Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Sappiamo chi è grazie alla perizia dei cronisti, non per la trasparenza dello Stato. Dieci anni di servizio, un passato militare: le credenziali perfette per chi, in una mattina di gennaio, decide che la “paura per la propria vita” vale più della vita di una donna.
Ross, attualmente, non è un sospettato nei registri federali; è un “agente in missione” protetto da una dottrina che trasforma l’aggressione in difesa e la vittima in un tragico incidente di percorso. O addirittura “terrorismo interno”. Come spergiurato da quei due sociopatici di Kristi Noem e J.D. Vance.
Assistiamo a un paradosso grottesco. Da una parte, lo Stato del Minnesota che chiede risposte; dall’altra, l’FBI che chiude i faldoni. È una guerra di giurisdizione che serve solo a una cosa: far passare il tempo. Perché il tempo è l’alleato dell’oblio.
La storia ci insegna che il silenzio delle istituzioni è il rumore più assordante. E finché non ci sarà un’incriminazione, finché la trasparenza non vincerà sulla segretezza del DHS, Renee Nicole Good non sarà stata uccisa una sola volta, ma ogni giorno in cui il suo assassino camminerà libero nel sole gelido del Minnesota.
Fonte
10/01/2026
USA - La Casa Bianca impone la militarizzazione di Minneapolis
A Minneapolis, dove continuano le manifestazioni contro l’omicidio di una donna da parte degli agenti federali, sono state chiuse alcune scuole pubbliche perché i gendarmi dell’ICE e del Border Patrol sono entrati in un campus scolastico, arrestando alcuni membri del personale e terrorizzando gli studenti. Poche ore dopo che un agente dell’ICE degli Stati Uniti ha sparato e ucciso Renee Nicole Good, gli agenti federali si sono presentati vicino al Roosevelt High, a tre miglia dal luogo della sparatoria. Quell’omicidio ha scatenato l’indignazione in tutta la città, con i leader locali che hanno rifiutato la rivendicazione federale di “autodifesa” e denunciano la responsabilità degli agenti coinvolti.
Secondo i sindacati e i testimoni oculari, gli agenti dell’ICE sono arrivati alla Roosevelt High School proprio mentre gli studenti se ne stavano andando.
Non hanno isolato una strada né fornito copertura: hanno placcato persone, usato spray al peperoncino o irritanti su spettatori, inclusi gli studenti, e hanno trattenuto almeno un membro del personale scolastico davanti ai bambini.
Un assistente all’istruzione speciale è stato portato in un edificio federale e rilasciato solo nella notte.
Genitori, insegnanti e studenti hanno descritto una scena in cui agenti mascherati trascinavano e ammanettavano personale e spruzzavano sostanze chimiche sulla folla. Le famiglie sono state costrette a prendere i figli in anticipo.
Tutto questo è avvenuto nel contesto di una sorta di invasione della città da parte della polizia federale che ha portato circa 2.000 agenti a Minneapolis, aumentando la tensione e rendendo ogni angolo della strada un potenziale punto di tensione.
I gendarmi dell’ICE si sentono spalleggiati e incentivati dalla Casa Bianca che la concepisce come una sorta di propria milizia da scatenare nelle città con operazioni e raid brutali contro la popolazione, in particolare gli immigrati. I vertici presidenziali hanno assicurato l’impunità sia all’agente dell’ICE che ha sparato sia agli altri agenti. Inoltre nessuno dimentica che proprio Minneapolis è la città dove nel 2020 la polizia uccise George Floyd scatenando un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese.
Quello che sta accadendo a Minneapolis appare però deliberato dall’alto. È una sorta di occupazione militare del proprio territorio che trasforma il Minnesota in un terreno di prova da parte della Casa Bianca per l’applicazione di politiche aggressive sull’immigrazione ma anche nei rapporti all’interno delle comunità.
Le manifestazioni contro l’uccisione di Renee Nicole Good proseguono intanto anche in altre città statunitensi. Più di 1.000 manifestanti si sono riuniti ieri sera nel centro di Providence contro le forze di polizia federali.
Il raduno è iniziato alle 17:30 fuori dal municipio di Providence, poi i manifestanti hanno marciato attraverso le strade del centro verso l’edificio del governo federale. A New York il concentramento era a Foley Square. Da lì i manifestanti newyorkesi hanno marciato verso il One World Trade Center, dove la segretaria alla Sicurezza Kristi Noem stava tenendo una conferenza stampa. Manifestazioni si sono svolte anche a Rhode Island e San Diego.
Per oggi pomeriggio è stata convocata una manifestazione a Milwaukee nel centrale Cathedral Square Park.
Fonte
Secondo i sindacati e i testimoni oculari, gli agenti dell’ICE sono arrivati alla Roosevelt High School proprio mentre gli studenti se ne stavano andando.
Non hanno isolato una strada né fornito copertura: hanno placcato persone, usato spray al peperoncino o irritanti su spettatori, inclusi gli studenti, e hanno trattenuto almeno un membro del personale scolastico davanti ai bambini.
Un assistente all’istruzione speciale è stato portato in un edificio federale e rilasciato solo nella notte.
Genitori, insegnanti e studenti hanno descritto una scena in cui agenti mascherati trascinavano e ammanettavano personale e spruzzavano sostanze chimiche sulla folla. Le famiglie sono state costrette a prendere i figli in anticipo.
Tutto questo è avvenuto nel contesto di una sorta di invasione della città da parte della polizia federale che ha portato circa 2.000 agenti a Minneapolis, aumentando la tensione e rendendo ogni angolo della strada un potenziale punto di tensione.
I gendarmi dell’ICE si sentono spalleggiati e incentivati dalla Casa Bianca che la concepisce come una sorta di propria milizia da scatenare nelle città con operazioni e raid brutali contro la popolazione, in particolare gli immigrati. I vertici presidenziali hanno assicurato l’impunità sia all’agente dell’ICE che ha sparato sia agli altri agenti. Inoltre nessuno dimentica che proprio Minneapolis è la città dove nel 2020 la polizia uccise George Floyd scatenando un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese.
Quello che sta accadendo a Minneapolis appare però deliberato dall’alto. È una sorta di occupazione militare del proprio territorio che trasforma il Minnesota in un terreno di prova da parte della Casa Bianca per l’applicazione di politiche aggressive sull’immigrazione ma anche nei rapporti all’interno delle comunità.
Le manifestazioni contro l’uccisione di Renee Nicole Good proseguono intanto anche in altre città statunitensi. Più di 1.000 manifestanti si sono riuniti ieri sera nel centro di Providence contro le forze di polizia federali.
Il raduno è iniziato alle 17:30 fuori dal municipio di Providence, poi i manifestanti hanno marciato attraverso le strade del centro verso l’edificio del governo federale. A New York il concentramento era a Foley Square. Da lì i manifestanti newyorkesi hanno marciato verso il One World Trade Center, dove la segretaria alla Sicurezza Kristi Noem stava tenendo una conferenza stampa. Manifestazioni si sono svolte anche a Rhode Island e San Diego.
Per oggi pomeriggio è stata convocata una manifestazione a Milwaukee nel centrale Cathedral Square Park.
Fonte
20/03/2023
USA - Le perdite radioattive a Minneapolis smontano la narrazione sul nucleare green
La centrale nucleare di Monticello, vicino Minneapolis, ha registrato la perdita di più di 1,5 milioni di tonnellate di acqua radioattiva... il 22 novembre scorso.
Ma l’opinione pubblica ne è stata informata solo ora, a quattro mesi di distanza.
In tutto questo periodo, la società Xcel Energy, che gestisce l’impianto, ha portato avanti le rilevazioni necessarie e ha trattato l’acqua contaminata da trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno. L’azienda ha detto di star lavorando sul liquido potenzialmente interessato, e di aver recuperato il 25% della sostanza rilasciata.
In ogni caso, è stato dichiarato che non c’è pericolo per le persone o per l’ambiente, poiché la perdita, proveniente da una tubatura rotta tra due edifici, è rimasta confinata nell’area del sito. La fuoriuscita è stata dunque fermata e non ha raggiunto né fonti di acqua potabile né il fiume Mississippi, mentre Xcel Energy continua il monitoraggio delle falde sotterranee.
Le operazioni procedono sotto la supervisione della Minnesota Pollution Control Agency, l’istituto pubblico deputato a controllare situazioni di inquinamento ambientale. Non nuove nel caso di questa centrale, che aveva già registrato una perdita di trizio nel 2009.
È insomma solo un caso che anche questa volta si sia evitato un disastro ambientale e per la salute di milioni di persone (e tuttavia ancora tutto il materiale radioattivo non è stato recuperato). A differenza di quel che è successo nemmeno due mesi fa col treno deragliato in Ohio, pieno di sostanze chimiche e infiammabili.
Eventi come questo dimostrano la completa irresponsabilità sociale delle grandi aziende e la sudditanza della classe politica occidentale, incapace a gestire situazioni di questo genere se non con modalità autoritarie.
Il governo statunitense ha minimizzato il disastro dell’Ohio per diversi giorni: basta ricordare il caso del giornalista Evan Lambert, arrestato mentre commentava l’operato delle forze dell’ordine dopo il deragliamento.
La difesa a oltranza dell’operato del “privato” è un’ulteriore prova di come il sistema di produzione capitalista viva una contraddizione insanabile tra ricerca del profitto e natura, con tutti gli effetti che ne derivano.
Senza considerare che, ad esempio, anche la famosa transizione green della UE è stata accantonata con la necessità di sostenere l’escalation bellica, e comunque gli investimenti sono lasciati alla direzione del mercato e dunque con priorità ai dividendi piuttosto che all’ambiente. Come si comprende, del resto, dal lungo silenzio sulla perdita di acqua contaminata a Minneapolis.
A proposito di quest’ultimo punto, dopo l’ennesima tragedia sfiorata crolla di fatto anche la credibilità della narrazione che vorrebbe la fissione nucleare come un’”alternativa sostenibile” al fossile. È evidente che ogni fonte di energia ha un certo impatto su ciò che ci circonda, ma ciò che è davvero inaccettabile è la martellante propaganda che vuole convincere l’opinione pubblica che il nucleare è “sicuro” e utile al traguardo di una società carbon free.
Lo scopo non nascosto di questa spinta sull’atomo è quello dell’autonomia energetica, mentre quello sottaciuto è che con essa si avrebbero le mani più libere nel muovere guerra ai paesi che minacciano il dominio occidentale. Del resto, il risvolto militare dello sviluppo dell’energia nucleare è riscontrabile anche nella fusione, su cui sono state spese tonnellate di chiacchiere negli ultimi mesi.
Il tutto viene sostenuto ideologicamente proprio con la necessità non più rimandabile di “ridurre le emissioni”, mascherando la tendenza alla guerra del capitale come “coscienza ambientale“. Il recente accordo tra alcuni campioni europei dell’energia per il ritorno del nucleare in Italia si legittima come “green” proprio grazie alla cornice della transizione verde europea.
Perché questo racconto resti in piedi è chiaro che bisogna sottacere a tutti i costi disastri sfiorati come quello della centrale statunitense. Difatti, nonostante la rilevanza della notizia già giunta con un ritardo scandaloso, tutti i giornali e i telegiornali si sono guardati bene dal produrre approfonditi servizi di sacrosanta informazione sui possibili rischi dell’energia atomica.
Però a noi viene facile immedesimarci nella preoccupazione che possono avere gli abitanti di Monticello, nel Minnesota, nel nord degli Stati Uniti, città con un nome che potrebbe tranquillamente essere quello di una località italiana. E se i decisori politici alla fine decideranno di tornare all’uranio, uno scenario del genere potremmo ritrovarci a osservarlo molto più da vicino.
Fonte
Ma l’opinione pubblica ne è stata informata solo ora, a quattro mesi di distanza.
In tutto questo periodo, la società Xcel Energy, che gestisce l’impianto, ha portato avanti le rilevazioni necessarie e ha trattato l’acqua contaminata da trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno. L’azienda ha detto di star lavorando sul liquido potenzialmente interessato, e di aver recuperato il 25% della sostanza rilasciata.
In ogni caso, è stato dichiarato che non c’è pericolo per le persone o per l’ambiente, poiché la perdita, proveniente da una tubatura rotta tra due edifici, è rimasta confinata nell’area del sito. La fuoriuscita è stata dunque fermata e non ha raggiunto né fonti di acqua potabile né il fiume Mississippi, mentre Xcel Energy continua il monitoraggio delle falde sotterranee.
Le operazioni procedono sotto la supervisione della Minnesota Pollution Control Agency, l’istituto pubblico deputato a controllare situazioni di inquinamento ambientale. Non nuove nel caso di questa centrale, che aveva già registrato una perdita di trizio nel 2009.
È insomma solo un caso che anche questa volta si sia evitato un disastro ambientale e per la salute di milioni di persone (e tuttavia ancora tutto il materiale radioattivo non è stato recuperato). A differenza di quel che è successo nemmeno due mesi fa col treno deragliato in Ohio, pieno di sostanze chimiche e infiammabili.
Eventi come questo dimostrano la completa irresponsabilità sociale delle grandi aziende e la sudditanza della classe politica occidentale, incapace a gestire situazioni di questo genere se non con modalità autoritarie.
Il governo statunitense ha minimizzato il disastro dell’Ohio per diversi giorni: basta ricordare il caso del giornalista Evan Lambert, arrestato mentre commentava l’operato delle forze dell’ordine dopo il deragliamento.
La difesa a oltranza dell’operato del “privato” è un’ulteriore prova di come il sistema di produzione capitalista viva una contraddizione insanabile tra ricerca del profitto e natura, con tutti gli effetti che ne derivano.
Senza considerare che, ad esempio, anche la famosa transizione green della UE è stata accantonata con la necessità di sostenere l’escalation bellica, e comunque gli investimenti sono lasciati alla direzione del mercato e dunque con priorità ai dividendi piuttosto che all’ambiente. Come si comprende, del resto, dal lungo silenzio sulla perdita di acqua contaminata a Minneapolis.
A proposito di quest’ultimo punto, dopo l’ennesima tragedia sfiorata crolla di fatto anche la credibilità della narrazione che vorrebbe la fissione nucleare come un’”alternativa sostenibile” al fossile. È evidente che ogni fonte di energia ha un certo impatto su ciò che ci circonda, ma ciò che è davvero inaccettabile è la martellante propaganda che vuole convincere l’opinione pubblica che il nucleare è “sicuro” e utile al traguardo di una società carbon free.
Lo scopo non nascosto di questa spinta sull’atomo è quello dell’autonomia energetica, mentre quello sottaciuto è che con essa si avrebbero le mani più libere nel muovere guerra ai paesi che minacciano il dominio occidentale. Del resto, il risvolto militare dello sviluppo dell’energia nucleare è riscontrabile anche nella fusione, su cui sono state spese tonnellate di chiacchiere negli ultimi mesi.
Il tutto viene sostenuto ideologicamente proprio con la necessità non più rimandabile di “ridurre le emissioni”, mascherando la tendenza alla guerra del capitale come “coscienza ambientale“. Il recente accordo tra alcuni campioni europei dell’energia per il ritorno del nucleare in Italia si legittima come “green” proprio grazie alla cornice della transizione verde europea.
Perché questo racconto resti in piedi è chiaro che bisogna sottacere a tutti i costi disastri sfiorati come quello della centrale statunitense. Difatti, nonostante la rilevanza della notizia già giunta con un ritardo scandaloso, tutti i giornali e i telegiornali si sono guardati bene dal produrre approfonditi servizi di sacrosanta informazione sui possibili rischi dell’energia atomica.
Però a noi viene facile immedesimarci nella preoccupazione che possono avere gli abitanti di Monticello, nel Minnesota, nel nord degli Stati Uniti, città con un nome che potrebbe tranquillamente essere quello di una località italiana. E se i decisori politici alla fine decideranno di tornare all’uranio, uno scenario del genere potremmo ritrovarci a osservarlo molto più da vicino.
Fonte
01/06/2020
Il nazista ucraino in trasferta negli Usa
A #Minneapolis, epicentro della rivolta che da giorni infiamma gli Stati Uniti, un uomo alla guida di un camion-cisterna è stato arrestato per aver lanciato il mezzo di cui era alla guida contro migliaia di manifestanti che bloccavano una strada della città.
Si tratta di Bogdan Vechirko, un trentacinquenne ucraino con passaporto statunitense, originario della regione di Vinnitsa (Ucraina occidentale), salvato dal linciaggio della folla dalla stessa polizia che lo ha arrestato contestualmente.
Quello che praticamente tutti i media statunitensi e italiani hanno dimenticato di dire, è che il 35enne in questione è un veterano dell’operazione ATO, ossia della guerra che dal 2014 l’esercito ucraino conduce insieme a vari gruppi di paramilitari contro gli insorti delle regioni orientali di Donetsk e Lugansk.
Il 35enne è vicino all’area neofascista ucraina – da cui sta ricevendo solidarietà – e al contempo sostenitore di Donald J. Trump.
Fonte
31/05/2020
Il pensiero inutile di fronte alle lotte di classe
Sulla rivolta di Minneapolis, nel frattempo tracimata in ribellione
sociale in tutto il paese, si sono come di consueto formati due campi
ideologici della sinistra inutile. Da una parte il rioters di
professione, immarcescibile prodotto dell’Occidente post-novecentesco, a
cui la rivolta americana provoca brividi di godimento proprio perché ne
valorizza il lato “impolitico”, “disorganizzato”, “insorgente” e,
quindi, svincolato completamente da quel Novecento che, al contrario,
presentava la politica come fatto mediato da un pensiero e da
un’organizzazione strutturati; al lato opposto il “marxista” smaliziato,
pronto a derubricare le rivolte americane a “riot” in quanto non ne
scorge l’azione politica consapevole di un qualche “partitocomunista” o
“sindacatodiclasse” alle sue spalle o alla sua testa. Ambedue questi
atteggiamenti raccontano della crisi della sinistra, almeno di quella
italiana.
In primo luogo, la rivolta di Minneapolis va riconosciuta per quello che è: una lotta di classe. Non altro, non di meno. Non è una rivolta semplicemente “antirazzista”, sicuramente non nei termini e nel valore che tale concetto ha in Europa, per ragioni storicamente determinate. In secondo luogo, è una lotta di classe organizzata e cosciente, sebbene non nelle forme tradizionali a cui siamo abituati in Europa. Abitudine, anche qui, formata per determinazioni storiche che differenziano le due sponde dell’Atlantico. Il dato di fatto, scarsamente riconosciuto alle altezze della politica italiana, profondamente introflessa e provinciale, è il grado e la natura di classe di queste rivolte, che ciclicamente esplodono per motivi profondi, che si coalizzano attorno alle “ragioni dei neri” perché è proprio attorno a quel pezzo di società americana che si ritrovano le fratture di classe e i suoi antagonismi fondamentali.
Non è certo Minneapolis che rende evidente questo processo politico-sociale traumatico e fervido di coscienza radicale. Sono decenni che le lotte di classe negli Usa avvengono su di un terreno più avanzato, più radicale e più cosciente delle lotte di classe in Europa. È questo il fatto determinante che dovremmo imparare a riconoscere. La violenza ragionata, la radicalità politica e la consapevolezza sociale che tali rivolte ogni volta palesano, in connessione con pezzi di società profonda americana, e quindi per nulla “avanguardistiche” o scollegate dalla realtà, può non essere replicabile nei contesti europei, ma andrebbe riconosciuta per quel tanto che può insegnare alle lotte di classe di questa parte del mondo.
Esistono delle differenze che impediscono a queste lotte di agire, influenzare e piegare i rapporti della rappresentanza politica alle ragioni di queste lotte di classe. Un sistema di potere stratificato che impedisce, al momento, di convogliare queste lotte in un progetto politicamente organizzato e influente. È un dato di fatto: l’anticapitalismo nordamericano non riesce a varcare le soglie del duopolio repubblicano-democratico, ed è dentro questa logica che trovano ragione e razionalità le scelte di lottare dentro il partito democratico da parte di alcuni esponenti di queste lotte di classe e di “liberazione razziale”. Consapevoli, tutti quanti, che non è dentro quel sistema chiuso e corrispondente alle ragioni del monopolio industriale (e militare-industriale, altra caratteristica locale senza paragoni in Europa), che si troverà la soluzione dei problemi della società americana, ma – al tempo stesso – costituisce una manovra tattica per sopravvivere e intercettare la massima parte di quel proletariato americano che si situa lungo una linea del colore che – anche qui – non trova ancora aderenze paragonabili nel contesto europeo.
Sono lotte di classe “malate”, così come è malata la società americana. Lotte di classe che per innescarsi hanno bisogno di un fatto particolare e plateale (ma non sono così tutte le lotte di classe?), e che hanno come combustibile una società nera che corrisponde, in sua massima parte, al proletariato povero americano. Non quella forma di “aristocrazia operaia” impoverita e sconvolta dalla retrocessione sociale che ha votato Trump, ma quel pezzo (enorme) di società subalterna, e su cui si scaricano, in aggiunta, le dinamiche perverse dell’esclusione razziale, della ghettizzazione, della ulteriore marginalizzazione culturale. Il comburente, invece, è dato dalla repressione poliziesca, e poi militare, di una violenza anche qui “malata”, diversa dalle latitudini europee – se di differenza repressiva è possibile parlare. Una linea di classe che si innesta su di una linea del colore che taglia verticalmente – e non trasversalmente – la società americana, secondo parossistiche determinazioni altrove sconosciute, almeno a questo grado di profondità.
È dalla massima alienazione che può scorgersi la massima liberazione. E una società radicalmente alienata come quella nordamericana promette istanze di emancipazione altrove meno gravide di potenzialità. Non per questo è destinata ad un avvenire di sicuro progresso, ma quel che conta, per noi, è qualcosa di molto più importante: che anche nel ventre dell’impero è possibile la lotta di classe, ed è proprio qui che è possibile una sua più cosciente radicalità, di pensiero e di azione. Quel proletariato in lotta non leggerà Marx o Lenin, ma di sicuro lo sta applicando alla realtà meglio dei tanti glossatori nostrani. È questo il vero insegnamento che proviene da Minneapolis, Minnesota, Usa.
Fonte
In primo luogo, la rivolta di Minneapolis va riconosciuta per quello che è: una lotta di classe. Non altro, non di meno. Non è una rivolta semplicemente “antirazzista”, sicuramente non nei termini e nel valore che tale concetto ha in Europa, per ragioni storicamente determinate. In secondo luogo, è una lotta di classe organizzata e cosciente, sebbene non nelle forme tradizionali a cui siamo abituati in Europa. Abitudine, anche qui, formata per determinazioni storiche che differenziano le due sponde dell’Atlantico. Il dato di fatto, scarsamente riconosciuto alle altezze della politica italiana, profondamente introflessa e provinciale, è il grado e la natura di classe di queste rivolte, che ciclicamente esplodono per motivi profondi, che si coalizzano attorno alle “ragioni dei neri” perché è proprio attorno a quel pezzo di società americana che si ritrovano le fratture di classe e i suoi antagonismi fondamentali.
Non è certo Minneapolis che rende evidente questo processo politico-sociale traumatico e fervido di coscienza radicale. Sono decenni che le lotte di classe negli Usa avvengono su di un terreno più avanzato, più radicale e più cosciente delle lotte di classe in Europa. È questo il fatto determinante che dovremmo imparare a riconoscere. La violenza ragionata, la radicalità politica e la consapevolezza sociale che tali rivolte ogni volta palesano, in connessione con pezzi di società profonda americana, e quindi per nulla “avanguardistiche” o scollegate dalla realtà, può non essere replicabile nei contesti europei, ma andrebbe riconosciuta per quel tanto che può insegnare alle lotte di classe di questa parte del mondo.
Esistono delle differenze che impediscono a queste lotte di agire, influenzare e piegare i rapporti della rappresentanza politica alle ragioni di queste lotte di classe. Un sistema di potere stratificato che impedisce, al momento, di convogliare queste lotte in un progetto politicamente organizzato e influente. È un dato di fatto: l’anticapitalismo nordamericano non riesce a varcare le soglie del duopolio repubblicano-democratico, ed è dentro questa logica che trovano ragione e razionalità le scelte di lottare dentro il partito democratico da parte di alcuni esponenti di queste lotte di classe e di “liberazione razziale”. Consapevoli, tutti quanti, che non è dentro quel sistema chiuso e corrispondente alle ragioni del monopolio industriale (e militare-industriale, altra caratteristica locale senza paragoni in Europa), che si troverà la soluzione dei problemi della società americana, ma – al tempo stesso – costituisce una manovra tattica per sopravvivere e intercettare la massima parte di quel proletariato americano che si situa lungo una linea del colore che – anche qui – non trova ancora aderenze paragonabili nel contesto europeo.
Sono lotte di classe “malate”, così come è malata la società americana. Lotte di classe che per innescarsi hanno bisogno di un fatto particolare e plateale (ma non sono così tutte le lotte di classe?), e che hanno come combustibile una società nera che corrisponde, in sua massima parte, al proletariato povero americano. Non quella forma di “aristocrazia operaia” impoverita e sconvolta dalla retrocessione sociale che ha votato Trump, ma quel pezzo (enorme) di società subalterna, e su cui si scaricano, in aggiunta, le dinamiche perverse dell’esclusione razziale, della ghettizzazione, della ulteriore marginalizzazione culturale. Il comburente, invece, è dato dalla repressione poliziesca, e poi militare, di una violenza anche qui “malata”, diversa dalle latitudini europee – se di differenza repressiva è possibile parlare. Una linea di classe che si innesta su di una linea del colore che taglia verticalmente – e non trasversalmente – la società americana, secondo parossistiche determinazioni altrove sconosciute, almeno a questo grado di profondità.
È dalla massima alienazione che può scorgersi la massima liberazione. E una società radicalmente alienata come quella nordamericana promette istanze di emancipazione altrove meno gravide di potenzialità. Non per questo è destinata ad un avvenire di sicuro progresso, ma quel che conta, per noi, è qualcosa di molto più importante: che anche nel ventre dell’impero è possibile la lotta di classe, ed è proprio qui che è possibile una sua più cosciente radicalità, di pensiero e di azione. Quel proletariato in lotta non leggerà Marx o Lenin, ma di sicuro lo sta applicando alla realtà meglio dei tanti glossatori nostrani. È questo il vero insegnamento che proviene da Minneapolis, Minnesota, Usa.
Fonte
Il respiro tonante della Storia
Chi vuole misurare gli eventi, soprattutto se di portata epocale, deve necessariamente uscire dall’immediato per abbracciare il tempo lungo della Storia, la cui grandezza oltrepassa i limiti della cronaca.
Se, nel farlo, si rende conto di non riuscire a cogliere appieno il senso degli eventi e quale posizione, tra le tante possibili, è la più adatta a descriverli, credo che debba avere il coraggio di ammetterlo e, magari, provare ad affinare gli strumenti con cui osserva la realtà.
Può darsi che, così facendo, comprenda la necessità di dotarsi di un metodo e di apprendere alcuni princìpi, così da dare origine a una propria “visione del mondo” e di avere a disposizione una specie di “guida” o, se si preferisce, un manuale dei significati da cui attingere per leggere il presente.
La rivolta di Minneapolis, così come le proteste in altre città americane, compreso il tentativo di assalto alla Casa Bianca, offrono una ghiotta occasione per compiere tale verifica.
Le motivazioni apparenti sono le motivazioni reali?
In questi giorni ho avuto modo di riprendere in mano il corpus dell’opera di Marx, rileggendo con avidità, e rinnovato stupore, le parti dedicate al “metodo” – magistrale la famosa Introduzione a Per la critica dell’economia politica.
Ho persino recuperato, nelle parti nascoste della mia libreria, il voluminoso Genesi e struttura del Capitale di Marx, di Roman Rosdolsky, e l’opera che Ilyenkov dedica al problema della logica dialettica.
Una prima “riconquista”, persino banale, è che il presente non può che essere letto con le lenti della totalità, ovvero come un insieme di determinazioni che interagiscono tra di loro formando una realtà organica, che è storica e sociale.
La realtà è, dunque, una dialettica di forze diverse, a loro volta espressione di determinati interessi economici e dove una porzione di società, quantitativamente molto piccola, impone il proprio modello di sviluppo a tutto il corpo sociale.
Se c’è una cosa che la rivolta di Minneapolis ha reso evidente, così come per altro la stessa pandemia, sono i limiti, anche antropologici, del modello di sviluppo americano (occidentale, per estensione), così come ha reso evidenti i limiti delle rivendicazioni di diritti civili espunti di ogni legame con la giustizia sociale.
Se, da una parte, il modello di sviluppo americano si è dimostrato incapace di estirpare il razzismo, dall’altra ha confermato la sua natura di sistema fortemente polarizzato, dove i privilegi di alcuni (pochi) si fondano sulle ingiustizie subite da altri (tanti).
Questa è la totalità da osservare: la totalità del modello di sviluppo dominante e dei rapporti sociali che regolano la sua economia e la sua politica.
Si tratta di individuare nei fatti di cronaca le modalità con cui quel modello tenta di resistere al proprio declino e, cosa ancora più intrigante, le forme possibili delle rivolte future, che ci saranno e saranno sempre più invadenti e, si spera, in grado di alimentare una metamorfosi sistemica che liberi l’umanità – finalmente – da quanto la blocca in un presente che è profondamente ingiusto.
Fonte
29/05/2020
I can’t breathe: il sadico principio di piacere neoliberista
Sono due giorni, oramai, che su tutti i social media circola il video dell’ennesimo, crudele, insensato, disumano omicidio commesso dalla polizia Usa ai danni di un uomo di colore.
Non una novità, la brutalità delle forze dell’ordine americane, sui cosiddetti “nigger”. Vittime, da sempre, dell’apartheid culturale e razziale, prima ancora che sociale, che attanaglia gli Stati Uniti.
Come Alton Sterling e Philando Castile, i due giovani afroamericani uccisi in meno di 48 ore da agenti di polizia in Louisiana e Minnesota, nel 2016.
Come Travyon Martin, ucciso in Florida nel 2012. Come Michael Brown, ucciso a St. Louis, nel 2014. Come Laquan Mcdonald, assassinato a Chicago, sempre nel 2014.
O ancora, Tamir Rice, a Cleveland. E Freddie Gray, nel 2015, massacrato di botte a Baltimora.
Tuttavia, stavolta non si tratta di colpi di pistola o di un cruento pestaggio. Stavolta la scena contiene qualcosa di assolutamente inspiegabile, nella sua feroce pacatezza. Qualcosa di orrendamente “normale”, eppure innaturale.
Orbene, il video degli sbirri del dipartimento di Minneapolis che, con l’indifferenza e l’inerzia tipica della “macchina umana”, uccidono un afroamericano soffocandolo sul selciato, tenendogli – “semplicemente” e con disinvoltura – un ginocchio premuto sul collo, e la bocca a baciare la terra, è emotivamente paralizzante, nel suo ridondante realismo in assenza di naturalezza.
Una paralisi emotiva, però, che prorompe immediatamente dopo nel cervello sotto forma di odio e di gelida rabbia.
Un furore iconoclastico che ci acceca e ci attraversa, conducendo con sé non solo il desiderio di cancellare gli sbirri, ma forse anche, per quegli inspiegabili paradossi che si alimentano nel parossismo dell’ira, l’intero genere umano.
Tanta è l’insensatezza disumanizzante dell’atto che ci getta, infine, in un’angoscia che rischia di trasformarsi in una raggelante apatia. Quasi a volersi proteggere da quell’umano, “normale”, sadismo.
Capace di annichilirci, se non fosse che la cocciuta resistenza nel voler sentire dentro sé stessi qualunque ingiustizia, commessa in qualunque parte del mondo, come inaccettabile e da riscattare, non ci facesse ancora nutrire i residui brandelli di quel bisogno di lottare, indispensabile per cambiare questo porco, maledetto mondo.
I bestiali e infami protagonisti in divisa di quella scena assurda, incarnano dunque null’altro che l’ingranaggio di una catena produttiva e di un concetto di governance, che concepisce sé stesso come un Leviatano inaccessibile, indefettibile e non giudicabile.
Rappresentano l’Ipostasi di un principio di autorità, al tempo stesso trascendente e terreno, come la Legge di “Nella colonia penale” di Kafka.
Terrorizzante, per l’arbitrarietà cui siamo tutti soggetti, di fronte al Potere e allo Stato, quando queste entità metafisico/giuridiche finiscono per scollegarsi dalla realtà e dalla collettività. Andando a ridefinirsi in un’astrazione ideologica talmente autoreferenziale, da sfociare in un narcisismo istituzionale autistico, quasi divino nella sua solitudine, per il quale l’altro – in questo caso il cittadino o il suddito che dir si voglia – diventa esclusivo parametro della capacità di comando o di possesso delle esistenze e dei corpi, su cui si esercita l‘autorità.
È sempre accaduto nella storia dell’umanità. Non a caso, l’assunto marxiano-engelsiano, per la realizzazione di una società senza classi, è il superamento dello Stato.
E lo stesso Lenin parlava di estinzione progressiva della sovrastruttura statale, da ritenersi simbolo dell’oppressione di classe.
Dunque, nella nostra epoca, dominata dal Capitale, dal neoliberismo e dall’imperialismo, i cui fondamenti legali, culturali ed ideologici sono la proprietà privata, il patriarcato e la superiorità di razza e di censo, quell’astrazione ideologica è incarnata dal Mercato, dal Profitto e dai meccanismi governamentali-statuali che, con le loro leggi assolute e contestuali, rendono l’individuo, e il concetto stesso di persona, un mero coefficiente nella catena del valore interna al Capitale.
Neanche più merce, a dire il vero, ma scarti di merce. Merce avariata o fallata, finanche a causa di un’estetica non rispondente al feticismo merceologico corrente, che vuole la merce-umana quanto più caratterizzata da specifiche qualità. Tra cui “il bianco” è quasi imprescindibile.
Un’ideologia capace di disarticolare le vite della loro più intima necessità relazionale, solidaristica, affettiva. Distruggendo ogni connessione sentimentale e intersoggettiva. Espellendo l’umanità stessa dal consesso sociale in cui agiamo.
Siamo oramai oltre l’automatismo alienante del lavoro e della produzione di cui ci parlava Marx e che, con tanta efficacia, Chaplin rappresentò in “Tempi Moderni”.
Siamo all’atrocità del solipsismo bachechico, ben al di là anche dello spettacolo debordiano. Siamo alla virtualizzazione dell’esistenza, ridotta a videogioco o a profilo social.
La scena dei poliziotti di Minneapolis che, ripresi dai cellulari, uccidono un uomo di colore con la tranquilla calma di un Hannibal Lecter, con il disprezzo e la noncuranza con cui si può togliere la merda dalle strade, è emotivamente paralizzante, come si diceva all’inizio, per l’intollerabile mancanza di senso. Se non quello del godimento della morte in presa diretta.
Un ulteriore passo in avanti verso il baratro di un “principio di piacere” che è ben al di là della pulsione di morte freudiana. Giungendo a configurarsi come meccanicità di un desiderio di autorappresentazione – quasi imposto, come suggerirebbe Žižek, in una società dedita all’eccesso di godimento edonistico e onanistico, e caratterizzata dal sovvertimento degli ordini simbolici tradizionali – nell’atto che, più di ogni altro, e oggi più che mai, si esplicita come dimostrazione e volontà di potenza. L’omicidio immotivato.
Basterebbe considerare, d’altra parte, la produzione cinematografica contemporanea – e, nella fattispecie, made in Usa – per comprendere fino a che punto la colonizzazione dell’immaginario collettivo si è spinta sul versante, non della violenza, che sarebbe cosa banale, ma dell’insignificanza della stessa esistenza. Che è ridotta a fantoccio da abbattere, nell’economia di pellicole il cui unico scopo è il trionfo degli eroi – buoni o cattivi che siano – a prezzo di ettolitri di sangue da versare e di un mondo trasformato in un enorme cimitero.
Quasi grottesco, se non ci scontrassimo con una realtà che, a volte, supera la fantasia.
I poliziotti di Minneapolis mostrano un disprezzo per la vita così palese, nel loro delirio di onnipotenza travestito da autorità – conferitagli dalla società americana intimamente violenta, classista, razzista ed alienante – da manifestare una distorsione del pensiero e dell’umanità stessa, spintasi ben più in là dell’homo homini lupus di hobbesiana memoria.
Quell’immagine è, difatti, in/immaginabile finanche per il più crudele predatore della savana, che uccide esclusivamente per fame o per autodifesa. Non certo per semplice godimento sadico.
Siamo, ancora una volta, ben oltre quanto postulato, da Deleuze e Guattari, ne “L’Anti Edipo. Capitalismo e Schizofrenia”, dove i due autori scrivevano che, nel mondo moderno in cui vige il sistema capitalistico, «l’inconscio non delira sui propri genitori, bensì sulle razze, le tribù, i continenti, la storia e la geografia, sempre un ambito sociale».
Il delirante thanatos nazista, che assume le forme dei poliziotti intenti ad uccidere il “negro”, sembra essere diventato l’episteme di questi tempi, in cui l’alito della morte pervade ogni sfera della nostra esistenza.
Ma è un delirio thanatoico che ha l’alito fetido della tecnocrazia neoliberista, fredda, asettica, efficientista. Il cui eterno presente è dominato da quella techné divenuta il vero soggetto della Storia, e nelle maglie del quale l’essere nulla del soggetto/uomo si cristallizza, relegandoci in ruoli sociali precari e intercambiabili – pluridimensionali, per invertire il concetto espresso da Marcuse – il cui scopo teleologico è sintetizzabile in una sorta di precetto economico: nasci, produci (anche durante il tempo libero), consuma, muori.
Annaspiamo in un oceano di identità fittizie e scollegate, al ritmo del tempo veloce della produzione e del consumo, che fagocita l’essenza stessa dell’umanità, trasformandola in una protesi opzionale, adattabile, casomai, ad ogni circostanza che ne richiedesse l’uso.
L’assassinio delle emozioni, del riconoscersi tra persone, della comprensione tra individui, del senso di collettività, si è consumato, già molti anni fa, ancor prima che su un marciapiede di Minneapolis. Si è consumato sugli scaffali di metropoli/discount dove siamo collocati come pezzi di vite frantumate, la cui unica logica è l’insensatezza della risposta automatica alle necessità del sistema-mondo.
Insensatezza di una soggettività ridotta a valore di scambio. Insensatezza di uno spazio talmente dilatato da essere diventato, per contrasto, soffocante nella sua regressione ad una dimensione privata e concentrazionaria.
Insensatezza di un tempo il cui incedere ci divora attimi di vita senza passione, senza dolore, senza sapore, se non quello acre del traguardo finale dove, ad attenderci, non ci sono gli applausi ma la beffa di un ultimo debito da pagare.
In questo sconfinato deserto d’insensatezza, ci aggiriamo come tossici in cerca di una dose sempre più massiccia di surrogati emotivi. Il desiderio è al palo e il dovere morale, oggi, è diventato il godimento fine a sé stesso. Inesorabilmente mortifero.
È questa insensata, sadica, quotidiana normalità anestetizzante, cui siamo ormai assuefatti, che ha portato la polizia bianca di Minneapolis ad uccidere “il negro” George Floyd.
Una morte voluta dal modello di vita americano, sempre meno sogno e sempre più incubo, specie per le minoranze etniche, per i ceti subalterni e per i soggetti più deboli come George, “sospettato” di essere un tossicodipendente.
Un omicidio commissionato dalle regole stesse del Capitalismo finanziario, sempre più criminale, razzista, iniquo, feroce nella sua rigorosa divisione in classi. E che poco e male tollera la marginalità, la diversità, la periferia esistenziale dei dannati della terra e l’improduttività. Poco e male tollera la vita, se non è quella imposta dal suo paradigma.
Per questo, se qualche anello disturba l’ingranaggio, bisogna toglierlo e sostituirlo. Se qualcosa stona con l’arredamento e il decoro urbano, va spazzata e gettata via. Come un qualsiasi rifiuto. Come una pericolosa scoria tossica. Come la merda.
Per la società wasp (white anglo-saxon protestant) americana, George Floyd rappresentava, evidentemente, quel rifiuto, quella scoria pericolosa perché tossica e nera. Un pezzo inutile della fabbrica-mondo. Ed è stato alzato da terra – una volta consumato l’assassinio, nella forma odierna della repressione punitiva – come la merda che sporca le strade.
Un omicidio nell’ordine delle cose, dunque. Banale come il male. “Normale” come un naufragio con centinaia di morti, servito durante il pranzo. Quotidiano come la guerra, apparecchiata per cena. Inautentico come la realtà in cui siamo immersi. Sopportabile perché virtuale come il cellulare che lo ha riprodotto.
Le nostre metropoli possono sopportare caos e sporcizia, ma non la puzza della povertà. Come i padroni del bellissimo Parasite.
Rivendicando, allora, la volontà di essere una scheggia impazzita dell’ingranaggio, una scoria tossica in un sistema che pretenderebbe di stritolare le nostre esistenze in un individualismo claustrofobico e omologato, spezzettato e multitasking, distanziato e terrorizzato dall’altro, finanche de/realizzato nella sua dimensione sempre più virtuale e perciò stesso violenta, in quanto priva di corpo, mi sia consentito di esprimere un augurio.
Nell’attesa che questo sistema fondato sull’iniquità, la sopraffazione, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e sulla morte del desiderio sostituito dalla necessità del consumo, venga finalmente sovvertito. Con tutta la rabbia e la violenza che abbiamo covato dentro.
Fonte
USA - Minneapolis brucia ancora. Assaltata una stazione di polizia
A Minneapolis non si placano la rabbia e la rivolta per l’uccisione da parte della polizia di George Floyd, cittadino afroamericano di 46 anni. C’è stata una terza di notte di scontri tra polizia e manifestanti.
Durante la notte è stato attaccato un commissariato di polizia nel terzo distretto cittadino, che poi è stato dato alle fiamme.
Gli agenti, riporta la Cnn, avevano eretto una recinzione intorno alla stazione di polizia, ma è stata abbattuta dalla folla, con alcuni manifestanti che si sono arrampicati sull’edificio appiccando il fuoco al suo esterno.
Il commissariato è stato evacuato “nell’interesse della sicurezza del personale”, hanno fatto sapere le autorità, aggiungendo che alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nello stabile devstandolo e provocando “diversi incendi” anche all’interno.
Intanto la Guardia nazionale del Minnesota ha annunciato su Twitter la mobilitazione di oltre 500 militari. Le autorità statunitensi hanno deciso di inviare altri rinforzi nella città, con il governatore dello Stato del Minnesota che ha firmato il decreto che autorizza l’uso della Guardia nazionale. I primi distaccamenti hanno già raggiunto le strade della città.
Trump ha attaccato duramente il sindaco di Minneapolis accusando “la totale assenza di leadership” della città di fronte a violenze, saccheggi e incendi. “O interviene e riporta la città sotto controllo o invierò la Guardia nazionale e farò quel che va fatto”. “Questi delinquenti stanno disonorando la memoria di George Floyd, e io non permetterò che accada – ha proseguito Trump – ho appena parlato con il governatore Tim Walz e gli ho detto che l’esercito è con lui. In caso di difficoltà assumeremo il controllo ma, quando inizia il saccheggio, si inizia a sparare”.
Occorre ricordare che sia il Sindaco che il consiglio municipale di Minneapolis avevano denunciato come “virus del razzismo” il contesto dell’uccisione di George Floyd.
Il dipartimento di polizia aveva classificato il caso come “incidente medico”, ma il video di un testimone che ha ripreso le fasi dell’arresto è finito in rete, portando alla luce il caso.
I quattro agenti sono stati subito licenziati, ma alla gente non basta. Vogliono l’arresto dei poliziotti responsabili dell’ennesimo crimine verso i neri.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)





