Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/04/2021

USA - Condannato il poliziotto che soffocò a morte George Floyd

L’agente di polizia Derek Chauvin è stato riconosciuto colpevole per l’omicidio di George Floyd avvenuto il 25 maggio dello scorso anno. Il 46enne afroamericano venne ucciso dall’agente che aveva tenuto premuto per oltre 9 minuti il ginocchio sul collo della vittima. Chauvin è stato ritenuto colpevole dalla giuria per tutti e tre i capi di accusa.

La giuria ha deciso rapidamente, dopo dieci ore di discussione e senza chiedere chiarimenti alla Corte di Minneapolis. Toccherà ora al giudice Peter Cahill fissare l’entità della pena, entro sei-otto settimane. L’ex ufficiale di polizia di Minneapolis è stato condannato per tutte le accuse da una giuria del tribunale della contea di Hennepin. I 12 giurati lo hanno giudicato colpevole di omicidio colposo, omicidio di secondo grado preterintenzionale e omicidio di terzo grado.

Il verdetto è arrivato dopo tre settimane di audizioni, nelle quali hanno sfilato ben 46 testimoni.

Fuori dal Tribunale l’attesa della sentenza è stata accompagnata da un sit in con i familiari di Floyd e di Daunte Wright, il ragazzo di 20 anni ucciso dalla polizia.

Il processo è stato trasmesso in diretta tv: è stato concesso l’accesso nell’aula a tre telecamere dell’emittente Court TV, una rete statunitense che trasmette i processi. “Le sue ultime parole – ha detto il procuratore nella sua requisitoria – sono state “per favore, non respiro”. Floyd non stava facendo del male a nessuno, non voleva fare male a nessuno”.

“Questo – ha aggiunto – non è un processo alla polizia, è il processo a un imputato. E per la buona polizia non c’è niente di peggio di una cattiva polizia”.

“Oggi possiamo respirare di nuovo”, ha detto il fratello di Floyd, Philonise Floyd. La sentenza è stata accolta con caroselli di macchine che suonavano il clacson e la gente per le strade, molte persone sventolavano bandiere di Black Lives Matter e portavano cartelli che dicevano “Justice for George Floyd”.

Fonte

17/07/2020

USA - Il nuovo movimento operaio

“Anche prima che la vita di George Floyd gli fosse così orribilmente strappata, la “normalità “ di cui tutti continuano a parlare ed a cui non saremmo voluti tornare non funzionava. Dagli attacchi razzisti all’essere costretti a lavorare senza equipaggiamento protettivo o indennità di rischio in nome dell’economia, le nostre vite non contavano. Non possiamo tornare a quella condizione. Dobbiamo andare avanti“.

Glen Brown, lavoratore aereoportuale, da “Strike For Black Lives”

Lunedì 20 luglio in più di 25 città degli Stati Uniti decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori scenderanno in sciopero.

Questa iniziativa del “nuovo movimento operaio” nord-americano è stata chiamata “Strike for Black lives” da una quindicina di organizzazioni che hanno dato vita allo sciopero e alle mobilitazioni che avverranno in molte città.

In questa inedita giornata di lotta si incontreranno sia le porzioni in questi anni più attive della working class statunitense sindacalizzata, sia le differenti figure della nuova composizione di classe.

Dai teamsters della “International Brotherhood Teamsters” agli insegnanti dell’”American Federation of Teachers”, dalle lavoratrici domestiche ai lavoratori dei servizi della “Service Employees International Union” (SEIU), che rappresenta 2 milioni di lavoratori tra Canada e Stati Uniti, per rimanere dentro i confini del vecchio quadro del movimento del lavoratori.

Ma l’iniziativa va anche dai lavoratori della catena logistica (Amazon) a quelli della ristorazione (McDonald’s), dai lavoratori della “conoscenza” come Google a quelli della “gig economy” (Uber, Lyft, Postmates).

Nella presentazione dell’iniziativa, la presidentessa della SEIU ha detto: “dobbiamo connettere queste lotte in una nuova e profonda modalità rispetto al passato.”

Chi non potrà scioperare per l’intera giornata farà una “fermata simbolica” di circa 9 minuti, richiamando quegli 8 minuti e 46 secondi che sono costati la vita a George Floyd a fine maggio, barbaramente ucciso da agenti del Dipartimento di Polizia di Minnerapolis, ora smantellato.

Una decisione che è una delle più importanti conquiste del movimento “defund the police”, ultima manifestazione dello storica aspirazione al controllo comunitario della polizia.

A questa giornata partecipano alcune organizzazioni che hanno dato vita a campagne specifiche come, “Fight for $15”, che chiede un salario minimo di 15 dollari l’ora, o la “Poor People Campaign”, che si batte contro la piaga della povertà, oltre al “Black Lives Movement”, una coalizione che raggruppa più di un centinaio di gruppi a livello nazionale.

Per avere una idea dell’importanza delle battaglie che conducono queste due “organizzazioni di scopo” bisogna ricordare che negli Stati Uniti i poveri sono 140 milioni (oltre il 40% della popolazione), 62 sono i working poor che sebbene lavorino vivono sotto la soglia della povertà. Il 63% dei lavoratori latinos, il 54% degli afro-americani e il 40% degli asiatico-americani, mentre sono poco più di un terzo tra i “bianchi”.

Nel gigante della grande distribuzione, Wal Mart, il salario è di 11$ l’ora, una cifra irrisoria che rendeva già impegnativo poter affittare un monolocale prima della crisi!

Le rivendicazioni dello sciopero intrecciano richieste di giustizia sociale e di equità razziale, partendo dal fatto che le aziende che hanno ripetutamente espresso la solidarietà a “Black Lives Matter” o che hanno effettuato donazioni a organizzazioni per i diritti civili che combattono la discriminazione razziale, non hanno fatto nulla per migliorare le condizioni dei propri dipendenti in buona parte afro-americani. Alcune anzi – come Amazon – li hanno licenziati durante il lock-down, quando hanno preteso condizioni di maggior sicurezza.

Per rimanere al gigante della logistica controllato da Jeff Bezos – che ha aumentato a dismisura i suoi profitti, divenendo la persona più ricca del Nord-America durante la pandemia – ha smesso di pagare ai propri dipendenti la “hazard pay”, cioè l’indennità di rischio, ed ha rifiutato di pagare la malattia (“sick leave”) ai suoi operai.

Le infermiere ed in generale il personale di cura – afferente alla SEIU – si è mobilitato in questi mesi conquistando importanti vittorie, soprattutto con la richiesta di mezzi protettivi adeguati ed aumentando il livello di sindacalizzazione della categoria, una istanza che rientra nei desiderata della mobilitazione.

L’ultimo punto delle quattro rivendicazioni recita infatti: “ogni lavoratore ha l’opportunità di formare un sindacato, non importa dove lavori”, ribadendo che il diritto alla sindacalizzazione rimane uno dei principali vettori di giustizia sociale, anche negli Stati Uniti.

Questo nuovo sussulto dei lavoratori ha preceduto l’ondata di BLM – per estensione e partecipazione, con ogni probabilità, il più grande movimento sociale della storia degli Stati Uniti – e cerca di trasformare la crescita della coscienza per le discriminazioni razziali in conquiste concrete, intensificando la pressione nei confronti dei rappresentanti politici.

La pandemia e le sue conseguenze sanitarie sono disastrose per le porzioni più vulnerabili della società statunitense ed hanno colpito in particolare alcune comunità.

5 milioni e 400 mila persone, insieme al lavoro, hanno perso la copertura sanitaria, il che vuol dire l’impossibilità di potersi curare in un sistema sanitario modellato sul “privato”.

Ormai un cittadino nord-americano su tre non paga più l’affitto; erano il 24% in Aprile, sono saliti al 32% al luglio, e si profila una crisi abitativa peggiore di quella del 2008.

Alcuni cifre sono indicative di come i latinos e gli afro-americani siano stati e sono tuttora i più esposti al Covid-19.

Innanzitutto, il 43% dei lavoratori delle due comunità svolge attività per cui non può esistere lavoro “da remoto”, comunemente chiamato Smart Working.

Il New York Times ha elaborato i dati forniti dall’autorità sanitaria preposta al controllo e alla prevenzione delle malattie infettive, dimostrando la maggiore frequenza del contagio tra i latinos e gli afro-americani.

Sebbene la popolazione afro-americana sia solo il 13% di quella statunitense, è un quinto della forza lavoro nella preparazione del cibo e nei servizi, il 18% degli autisti di Uber, il 17,6% degli operatori di Lyft, ben più di un terzo del personale infermieristico e di cura (37%), e un quarto (26%) della forza lavoro nei magazzini di Amazon.

Dopo la giornata di sciopero dei lavoratori portuali della Costa Ovest il 9 giugno, è il segno più tangibile di come il vecchio motto del movimento operaio statunitense: “una offesa ad uno è un affronto a tutti” sia entrato nella coscienza di una parte importante dei lavoratori.

Insieme alle vittorie conseguite dai “nativi americani” in queste settimana – generalmente ignorate dai media italiani – sono il segnale che i tempi stanno cambiando.

Fonte

24/06/2020

La crisi dell’Impero statunitense

Dalla fine del mondo bipolare a oggi gli Stati Uniti hanno guidato la leadership globale.

Per quasi trent’anni gli USA hanno sostanzialmente imposto la propria egemonia e sono riusciti a governare le contraddizioni sociali che caratterizzano il loro modello di sviluppo.

Ora non sono più in grado di disegnare una cornice di rapporti internazionali in cui perpetuare quella egemonia, né di gestire con efficacia all’interno dei propri confini i punti di criticità che minano la coesione nazionale. La diplomazia statunitense sembra ridottasi da un lato alla minaccia di intervento militare – mostrando i muscoli spesso senza però adoperarli – e dall’altra al mix di tariffe protezionistiche e sanzioni nei confronti di tutti coloro che ne minacciano gli interessi commerciali.

Questa mancanza di una strategia “inclusiva” è segno di un declino avanzato, più teso a salvaguardare una rendita di posizione che a definire un piano di rilancio complessivo del proprio status di “primi tra pari”.

L’unica cornice internazionale in cui gli USA giocano un ruolo di primo piano è la NATO.

Qui cercano di imporre la propria agenda in particolare contro Cina e Russia. Questi due Stati sono – nella visione strategica statunitense – sempre meno “competitori” e sempre più “antagonisti”.

Il primato militare degli Stati Uniti per ciò che concerne le spese belliche e dell’appartato militar-industriale in quanto tale non ha sostanzialmente ancora rivali. Il punto è se questa “macchina bellica” risulterà adeguata o meno al mantenimento della propria egemonia negli scenari di conflitto che si stanno prefigurando.

A settanta anni dallo scoppio della Guerra di Corea infatti – cioè l’inizio della Guerra Fredda – una guerra fredda di nuovo tipo sembra caratterizzare l’attuale scenario della competizione globale in un contesto di stallo degli imperialismi.

Ci sono settori in cui gli USA hanno perso, o stanno perdendo, la leadership o comunque stanno assumendo una posizione più subordinata: petrolio, tecnologia, spazio, dominio monetario.

La leadership mondiale raggiunta nella produzione petrolifera grazie al gas di scisto si reggeva su alcuni aspetti contingenti: l’alto prezzo del greggio, la “droga finanziaria” ed il sostegno dell’amministrazione federale. Il cambiamento delle condizioni complessive di mercato ha fatto venire meno il “nuovo” primato statunitense e rischia di far collassare un sistema in cui sembrano salvarsi solo gli attori più grandi, ridimensionando una filiera produttiva centrale nell’economia di alcuni importanti Stati dell’Unione.

Trump ha dovuto fare pressione affinché i due Paesi leader dell’OPEC PLUS – Russia e Arabia Saudita – trovassero un accordo per portare ad un taglio concordato della produzione di greggio in grado di ristabilizzare i prezzi del petrolio, quasi in caduta libera dopo la guerra dei prezzi ingaggiata dell’Arabia Saudita.

Si è indebolito il “primato tecnologico” statunitense nei confronti della Cina, con cui si è sviluppata una “guerra commerciale” nel settore che è rimasta fuori dagli accordi tra USA e Repubblica Popolare all’inizio di quest’anno, e che si sta inasprendo nuovamente in questi mesi. La Cina, infatti, sta sviluppando in via sperimentale una nuova configurazione della rete digitale, e si propone come perno per il suo sviluppo anche in ambito ONU.

Se gli Stati Uniti sono tornati recentemente – dopo una serie di clamorosi e mortali insuccessi – a potere lanciare autonomamente propri uomini nello spazio, il ruolo della NASA è fortemente ridimensionato e si può vedere l’emergere di due attori privati che hanno sempre maggiore potere come Space X e Boeing.

La Cina ha sviluppato da tempo una sua autonoma capacità spaziale e sta completando la realizzazione del proprio sistema satellitare ad uso militare e civile con lo sviluppo di un correlato sistema di geo-posizionamento, erodendo quello che era un precedente primato occidentale e facendosi trovare in posizione “non arretrata” nella futura corsa allo spazio.

Sul piano dello scontro monetario e delle impalcature commerciali e finanziarie costruite attorno al Dollaro, gli Stati Uniti, tuttora padroni del settore finanziario, vedono comunque messo in discussione il proprio ruolo dal graduale processo di internazionalizzazione del renminbi e soprattutto dalla configurazione di una serie di istituzioni internazionali, anche di tipo finanziario, che non hanno più nella valuta statunitense il perno e che pongono le basi per un mondo realmente multipolare, con uno spazio per gli scambi ed un accesso al credito indipendente dalle reti e dalla valuta USA.

Gli Usa erano una potenza per molti aspetti in declino già prima della Pandemia.

Ultima tappa di questo processo è la vicenda legata al Covid-19, sia nella gestione interna sia nella sua azione internazionale.

Gli Stati Uniti a differenza che in passato non hanno costituito un “modello di intervento” – se non in negativo – per il resto del Pianeta, e non hanno guidato con una propria strategia di intervento una risposta alla Pandemia.

Hanno incolpato la Cina della diffusione del virus e tolto i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La minaccia dell’uso dell’esercito per reprimere le mobilitazioni successive alla morte di George Floyd ha segnalato sia l’incapacità di gestione attuale del conflitto sociale, sia una spaccatura evidente tra l’attuale amministrazione ed il Pentagono (che si è espresso contro l’utilizzo dell’esercito) ed una tensione tra l’amministrazione federale ed i singoli eletti locali.

È stato l’ennesimo episodio di tensione della “catena di comando” che abbiamo visto in tutta la gestione della Pandemia.

L’accelerazione delle contraddizioni imposte dalla Pandemia su un edificio già traballante ha mostrato l’incapacità del sistema di garantire un benessere sufficientemente esteso per ampie porzioni di società che gli servano da base di consenso, aggravando la crisi di legittimità dell’attuale leadership politica.

La crisi del 2007-2008 era stata una anticipazione di ciò che sta avvenendo ora.

La fine della propria forza propulsiva a livello economico infatti si è manifestata con forza già con la crisi finanziaria scatenata dall’esplosione della bolla dei mutui sub-prime. Questa ha messo in luce alcune debolezze strutturali, senza che siano state messe in campo, negli ultimi 10 anni, ricette in grado di superarle. Si è riprodotto quindi un sistema economico strettamente legato all’economia finanziaria sempre più sconnessa dalla soggiacente base materiale e dai bisogni delle persone, che insieme alla potenza bellica ha assicurato fino a oggi il peso internazionale del Dollaro.

Il complesso militare-industriale continuava ad essere il settore guida dello sviluppo del paese e vero attore delle decisioni dirimenti prese dal Deep State, più dell’amministrazione che formalmente governa il Paese.

Quella crisi aveva avviato un processo di de-legittimizzazione dell’establishment da parte di importanti porzioni della popolazione già nella precedente corsa alla Presidenza statunitense, producendo per così dire due output politici simili ma di segno opposto: da un lato la vincente scalata di Trump al Partito Repubblicano – e la sua successiva elezione – e dall’altro l’ascesa di Bernie Sanders, un “anonimo” senatore del Vermont che si definiva socialista e che ha conteso la nomination ad Hillary Clinton tra le file del Partito Democratico.

Uno scenario in parte ripetutosi anche in quest’anno di elezioni Presidenziali in cui nessun candidato repubblicano ha sfidato Trump nelle primarie e dove l’unico fine dell’establishment democratico (di destra e sinistra) era sbarrare la strada a Sanders e alle sue politiche.

Un chiaro segnale dell’incapacità dei due storici attori politici che hanno dominato la scena nord-americana da 160 anni a questa parte di esprimere una leadership all’interno delle proprie fila e di offrire un progetto complessivo in grado di raccogliere il consenso necessario delineando una prospettiva.

Nel caso di Trump è emerso poi in maniera evidente come il sistema statunitense non sia più in grado di riprodurre una classe dirigente che sappia governare la prima potenza mondiale, ora di fronte alla sua crisi più grave dal 1929.

La Pandemia ha messo in luce come la politica di internazionalizzazione delle filiere produttive e lo spostamento di settori strategici fuori dal perimetro nazionale USA per le esigenze di profitto delle imprese abbia leso il Sistema-Paese nel suo insieme. Questo processo coevo alla “globalizzazione neo-liberista” aveva portato in precedenza alla “desertificazione industriale” negli Stati che erano il cuore produttivo statunitense, con una crisi sociale che non ha avuto significative inversione di tendenza fino ad oggi nelle zone della “rust belt”.

Basti pensare che per la fornitura di alcuni beni medici necessari per fare fronte alla Pandemia, gli Stati Uniti sono dovuti ricorrere a prodotti fabbricati in Cina o in Russia.

Questo ha imposto tra le alte sfere della politica statunitense un dibattito sulla necessità di “re-internalizzare” le filiere produttive, anche a causa della disoccupazione di massa in cui è ripiombato il Paese, che è arrivata a coinvolgere oltre 40 milioni di persone in età da lavoro.

La perdita della capacità industriale e l'impoverimento di quegli strati della working-class che si concepivano come classe media, sono stati un effetto boomerang contribuendo alla delegittimazione dell’establishment prono agli interessi del grande capitale privato.

Lo strapotere delle imprese private sulla salute pubblica si è manifestato anche nella mancata decisione dell’amministrazione – nonostante i suoi margini giuridici – di “imporre” la produzione di determinati beni medici fondamentali alle proprie aziende, per non ledere i loro margini di profitto.

Dello stesso segno è stata la manifesta incapacità del sistema sanitario statunitense di farsi carico della salute dei propri cittadini, ridotti a clienti da cui spremere profitto per le imprese della “white economy”. L’industria farmaceutica ha poi imposto fino ad ora le proprie necessità di guadagno rispetto alla scoperta di un eventuale vaccino per il Covid-19. La ricerca del vaccino è abbondantemente sovvenzionata da soldicon denaro pubblico ma non è assolutamente detto che se venisse scoperto da aziende nord-americane questo verrebbe reso disponibile a tutti, al di là delle possibilità economiche dei singoli.

Sanità privata e “Big Pharma” si sono rilevate vere e proprie sciagure per il popolo statunitense, esempio evidente del fallimento di un modello.

Non stupisce che anche prima dell’epidemia la proposta della sanità universale gratuita – cavallo di battaglia di Sanders – avesse conquistato sempre più consensi sia tra le file degli elettori democratici sia repubblicani, in un Paese che ha il più alto livello di spesa medica pro-capite e allo stesso tempo un numero ingente di persone che non avendo una assicurazione medica – o che paradossalmente l’ha persa durante la pandemia a causa del licenziamento – non ha di fatto accesso alle cure mediche.

In generale dei deficit sistemici e della “gestione criminale” dell’emergenza pandemica dell’attuale amministrazione ne hanno fatto le spese le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare quelle “minoranze etniche” della classe lavoratrice che hanno visto un livello dei decessi tra le proprie comunità superiore al loro impatto demografico complessivo sulla popolazione: nativi americani, latinos ed in particolare afroamericani.

Una mortalità dovuta anche al fatto che occupavano le mansioni più a rischio durante la pandemia, e che gran parte dei membri di queste comunità siano state costrette a “lavorare” mettendo a rischio la propria salute e quella dei propri cari.

Queste porzioni di lavoratori hanno iniziato ad organizzare nuovamente scioperi ed iniziative, rompendo una pace sociale che durava da decenni e ponendo le basi per la “rinascita” del movimento sindacale in settori chiave della logistica e della “Gig Economy”.

Non stupisce che l’ennesimo omicidio di un afroamericano da parte della polizia abbia fatto da detonatore alle soggiacenti contraddizioni divenute esplosive.

Lo sciopero dei portuali della Costa Ovest il 19 giugno, promosso dalla ILWU – anniversario della liberazione dalla schiavitù nel 1865 – in 29 scali da la cifra del processo di politicizzazione: l’espressione più militante della working-class statunitense ha paralizzato per 8 ore un nodo importante della catena logistica in solidarietà con la lotta degli afroamericani con una fermata che va oltre le tradizionali rivendicazioni “bread and butter” del sindacalismo USA.

È chiaro che questi slanci che stanno caratterizzando gli Stati Uniti e che in parte stanno toccando l’America Profonda – come nel caso delle mobilitazioni successive alla morte di George Floyd – non trovino una adeguata rappresentanza politica e non abbiano un punto di riferimento se non nel comunque importante substrato di attivisti spesso giovanissimi cresciuti negli ultimi anni.

Le attuali difficoltà dell’imperialismo USA sono una grande opportunità per le forze progressiste e rivoluzionarie del Pianeta.

Costituiscono una possibilità per sganciarsi dal dominio statunitense a tutti i livelli, e per rilanciare una battaglia che ne metta in discussione le basi e la presenza militare all’estero e la necessità di recidere i legami con il suo principale “braccio armato” cioè la Nato. L’attuale crisi fornisce la possibilità di rimettere in discussione il processo di colonizzazione culturale a guida USA che è penetrato a fondo tra le fila del nostro blocco sociale di riferimento nel corso di questi 30 anni di contro-rivoluzione liberista.

Fonte

14/06/2020

USA - Da che parte soffia il vento?

“Now is our moment. Let us use our voice”

Adriana Aquarius, 21 anni, intervistata dal “Time”, 4/6/20

Le mobilitazioni successive all’assassinio del 46enne afroamericano George Floyd, avvenuto per mano poliziesca il 25 maggio scorso a Minneapolis, nello Stato del Minnesota, stanno in parte cambiando il volto degli Stati Uniti.

Una mappatura anche fotografica delle mobilitazioni è apparsa recentemente sul New York Times, mentre numerosi studi e contributi – dal The Washington Post al Time – mostrano come si tratti della più importante mobilitazione, per estensione e partecipazione, della storia statunitense e di come stia toccando l’America profonda.

USA Today ha contato 580 tra città e cittadine in cui si sono svolte le manifestazioni.

Per intenderci: anche città di poco più di 10 mila abitati hanno avuto manifestazioni di diverse centinaia di persone, con una buona partecipazione di giovani bianchi. Talvolta sono osteggiate dalla polizia locale, talaltra da gruppi dell’alt-right che si sono resi responsabili di un certo numero di attacchi.

Mentre Trump prende di mira in maniera reiterata la galassia “antifa”, l’estrema destra è libera di agire in maniera abbastanza impunita.

Il 9 giugno The Guardian ha redatto un elenco esaustivo di questi attacchi, cercando di dare delle chiavi di lettura per decifrare il nebuloso boogalloo movement, un movimento eterogeneo anti-establishment che difende il diritto a possedere un arma, indossa camice hawaiane e i cui membri oscillano dall’estrema destra al supporto alle attuali mobilitazioni contro le violenze poliziesche.

Come riportava ad inizio giugno l’Associated Press, le persone arrestate sono più di 10 mila, mentre diverse sono state le vittime collegate alle mobilitazioni.

Un’attivista 23enne “bianca” dell’Ohio, Sarah Grossman, sembra essere deceduta a fine maggio in seguito alle conseguenze dell’inalazione dei gas lacrimogeni e dello spray urticante, dopo avere partecipato due giorni prima prima ad una manifestazione a Columbus.

E proprio l’uso di questo dispositivo, come di altri, è al centro del dibattito teso a mettere in discussione le pratiche della polizia.

Come riporta il New York Times questo sabato: “A Washington, dove le autorità hanno usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per allontanare pacifici manifestanti da Lafayette Park, affinché il presidente Trump potesse mettere in scena un servizio fotografico nella chiesa di San Giovanni, all’inizio di questa settimana il Consiglio del distretto di Columbia ha approvato all’unanimità una serie di cambiamenti, incluso il divieto d'uso di sostanze chimiche irritanti, antisommossa e granate stordenti sui manifestanti che esercitano i loro diritti stabiliti dal Primo Emendamento”.

Complessivamente, le mobilitazioni hanno messo in rilievo non solo il “razzismo strutturale” di una istituzione come quella poliziesca, ma quello dell’intera società nord-americana.

Hanno messo in luce quale sia la condizione reale delle parti più vulnerabili della popolazione – non solo afroamericana – nel mentre il livello dei contagiati da Covid-19 è pari a circa 2 milioni ed i decessi hanno superato quota 110 mila, colpendo prevalentemente la comunità afroamericana, i latinos ed i nativi americani.

Questa settimana, giovedì 19 giugno, due avvenimenti catalizzeranno l’attenzione.

Si tratta da una parte del primo sciopero in solidarietà con gli afroamericani in memoria di George Floyd, promosso dalla storica organizzazione dei portuali della Costa Ovest – la ILWU – che cercheranno di bloccare i 29 porti della costa occidentale e stanno coordinandosi con l’organizzazione degli scaricatori della costa Est – l’ILA – per promuovere il primo blocco degli scali occidentali ed orientali degli Stati Uniti.

Un segnale importante, dopo lo sciopero dei conducenti degli autobus a Minneapolis, che si sono rifiutati di fungere da “ausiliari della polizia” trasportando le persone arrestate durante le proteste.

Un’azione, quella dei portuali, che si inserisce nel solco della tradizione di lotta di questa categoria ed in un contesto di “nuovo movimento operaio” sorto durante la pandemia.

L’altro avvenimento è la ripresa della campagna elettorale da parte di Donald Trump, che dovrebbe iniziare proprio il 19 giugno con un comizio a Tulsa in Oklahoma. Una “provocazione”, più che altro, che riafferma il disprezzo per le attuali mobilitazioni da parte del Presidente.

Nel 1921 la città è stata teatro di una dei “race riot” più distruttivi nei confronti della comunità afroamericana, una ferita ancora aperta nella memoria storica statunitense.

The Orange man vorrebbe emulare Ronald Reagan, che fece lo stesso nel 1980 nei pressi del luogo del massacro di 4 attivisti dei diritti civili nel 1964 del “Mississippi Burning”. Ma dovette alla fine fare marcia indietro.

Così lo storico Robin D.G. Kelley spiega all’emittente Democracy Now il contesto dei race riots che si inseriscono nella lunga scia dei saccheggi (looting) di cui è fatta oggetto la comunità afroamericana: “se si guarda alla storia dei disordini razziali in America, la maggior parte di questi cosiddetti disordini erano fondamentalmente pogrom, risalenti a Cincinnati nel 1839, 1841, compresi tutta una serie di cosiddetti disordini razziali a Filadelfia. Hai menzionato Tulsa nell’inaugurazione dello spettacolo, Tulsa, in Oklahoma, (...) stai parlando della distruzione di 35 blocchi di edifici abitati da neri e attività per un valore di milioni di dollari (...) I bianchi che irruppero nelle case, con il sostegno della polizia, distruggendo e rubando. Tulsa, Oklahoma, East St. Louis nel 1917 – potremmo parlare di Rosewood nel 1923. Sai, ci sono così tanti esempi – Springfield, Illinois, nel 1908. E alcuni di quei saccheggi hanno precise responsabilità politiche”.

Black Lives Matter ha più consensi di Trump

Partiamo dal cambiamento della percezione della “questione razziale” affidandoci ad alcuni sondaggi.

Secondo Civiqs, che ha compiuto una consultazione on-line tra i cittadini che si sono registrati per votare, il sostegno a Black Lives Matter è aumentato di ben 17 punti percentuali durante le settimane che sono succedute alla morte di Floyd.

L’84% dei votanti democratici lo sostiene, ma anche il 39% dei repubblicani, e poco meno della metà complessivamente nella fascia tra i 18 ed i 34 anni.

Più di quattro quinti degli afroamericani lo sostiene, e più della metà dei latinos.

Ma non è la sola indagine d’opinione a riportare questo cambiamento di percezione, confermato da U.C.L.A/Nationscape, e da un sondaggio della Monmouth University, per cui più di tre quarti degli americani considerano il razzismo e la discriminazione un “big problem”. Erano solo il 26% nel 2015.

Più della metà – sempre secondo questo sondaggio – ritiene che la rabbia dopo la morte di Floyd fosse “pienamente giustificata”; il 21% “in qualche modo giustificata”.

Certo, la percezione dei problemi politico-sociali è piuttosto volatile, ma segna senz’altro uno scarto evidente rispetto a quando il movimento ha mosso i suoi primi passi, circa 5 anni fa. Le questioni che poneva allora erano le stesse, anche se alla Casa Bianca sedeva un Presidente afroamericano alla fine del proprio secondo mandato ed una serie di posizioni di potere erano occupati da neri: “black faces in high places” direbbe Cornell West.

Riguardo comunque alla questione specifica rispetto ad altri temi che hanno tenuto banco in questi anni, l’aumento del sostegno alle tematiche di #BLM è impressionante.

Un passo avanti nel movimento reale

Uno degli output concreti avuto dalle proteste è stata l’incriminazione – prima per omicidio di “terzo grado” e poi di “secondo” – dell’agente che ha ucciso Floyd (aveva già un curriculum con quasi 20 contestazioni al suo operato) e degli altri tre agenti presenti durante l'oimicidio. Una inversione di tendenza in una città dove gli afroamericani erano il soggetto più colpito dalle pratiche violente della polizia, cui era consentita sostanzialmente l’impunità.

A Minneapolis, il massimo della sanzione per un omicidio era stata una sospensione della paga per 40 ore!

Il secondo è l’aver messo in evidenza episodi simili che non erano entrati nel cono di luce dei media; in particolare quelli avvenuti durante la pandemia, come i casi di Ahmaud Arbery e di Breonna Taylor.

Come ha affermato il reverendo Jesse Jackson, “ogni città ha il suo George Floyd”, per cui la richiesta di verità e giustizia difficilmente superava i confini della comunità locale, nonostante lo slancio delle organizzazioni e degli intellettuali che in questi anni non hanno mai smesso di denunciare la situazione. Iniziative che hanno comunque posto le basi organizzative ed il frame concettuale per le mobilitazioni attuali.

Kelley, nell’intervista citata, ne fa l’elenco preciso, per sgomberare il campo da ogni ipotesi di lettura “spontaneista” di ciò che sta accadendo: “Una delle cose che tutti dobbiamo riconoscere è che non siamo qui per caso. Questa non è una risposta spontanea alla pandemia, e all’improvviso i bianchi si stanno svegliando e dicendo: ‘Oh, aspetta un secondo, le vite nere contano’. No, questo è un prodotto di un enorme lavoro, che risale molto prima di Trayvon Martin”.

Il terzo, è l’avere popolarizzato la proposta di riduzione dei finanziamenti alla polizia, o ad altre istituzioni “totali”.

La California, per esempio – riporta la Reuters – ha preso la decisione di sopprimere il complesso carcerario privato, anche per ciò che riguarda le strutture di detenzione dei migranti “irregolari”. Un piccolo ma significativo passo in avanti per depotenziare il complesso carcerario-industriale privato.

Quest’ultimo era stato il vero beneficiario delle politiche di “legge ed ordine” che, per quanto riguarda l’istituzione carceraria, hanno di fatto perpetuato il lavoro schiavistico sotto altre forme, come ha recentemente denunciato tra l’altro il documentario 13esimo Emendamento, di Ava DuVernay.

L’amministrazione locale di Minneapolis – contro il parere del sindaco – ha votato per “smantellare” il dipartimento di polizia e riconfigurare una istituzione legata ai bisogni dei cittadini; una rivendicazione storica del movimento sin dagli anni ’60.

Più polizia, meno welfare

La risposta dell’establishment cittadino alla “Grande Migrazione” afroamericana nei vari ghetti metropolitani era stata il ferreo controllo poliziesco, non l’implementazione del welfare. Una politica di “legge ed ordine” che fu poi fatta propria a livello federale dall’amministrazione Carter, ed anche recentemente perpetuata con la possibilità data alle amministrazioni locali di sottrarre il finanziamento alla polizia dalle politiche di austerity, come deciso con il “crime bill” del 1994.

E proprio sui soldi destinati alla polizia è uscita una recente indagine del Lincoln Institute of Land Policy, che mostra come nelle città statunitensi le spese complessive per la polizia – non solo quelle dei fondi destinati dalle amministrazioni locali – sono aumentate sul lungo periodo, anche se il tasso del crimine calava.

Una logica “paradossale”, ma simile a quella che ha portato all’incarcerazione di massa descritta dettagliatamente da Loïc Wacquant in Simbiosi Mortale. Neoliberalismo e politica penale.

Mentre nel 1977, nelle prime 150 città nord-americane, il budget stanziato per le forse di polizia era pari al 6,6%, quaranta anni dopo – nel 2017 – era pari al 7,8%.

A Boston, Los Angeles e Milwaukee, ogni 10 dollari spesi dall’amministrazione locale un dollaro va alla polizia; a Minneapolis uno ogni 20.

Per avere un termine di paragone bisogna ricordare che solo il 5% in media è speso per le politiche abitative ed il 3% per i parchi.

In questa gara a chi spende di più in termini percentuali Tucson ha il primato con il 16%; mentre la città più grande che spende di più in polizia – sempre in termini percentuali – è Los Angeles, che con i suoi 4 milioni di abitanti spende l’11%. La seconda è Jacksonville, con poco più di 920 mila abitanti, che spende il 12%.

La polizia si è ritrovata a ricoprire compiti prima affidati a strutture del welfare, ovvero come ha detto un ex capo della polizia dell’attuale staff di Obama: “è stata usata per riempire i vuoti dove i servizi della città non erano adeguati”, di fatto contribuendo a far diventare dei problemi sociali delle questioni criminali tout court.

New York ha una percentuale relativamente bassa – attorno al 6% – di spese per la polizia, ma molto alta in termini assoluti: 5,7 miliardi di dollari nel 2017.

In questi giorni lo Stato di New York ha reso illegale la tattica dello “Chockhold”, che ha portato allo strangolamento di George Floyd e nel 2014 a quello di Eric Garner, proprio a NY; e ha reso pubblici – prima erano secretati – i registri disciplinari della polizia.

A livello cittadino, lo speaker del consiglio comunale newyorkese ha detto di avere identificato 1 miliardo di possibili tagli al budget per la polizia, cui De Blasio si è per ora detto contrario, volendo contrattare le scelte con lo stesso Dipartimento di Polizia.

Questo processo è stato a lungo favorito attraverso la narrazione dei media meanstream, che favoleggiavano di una criminalità “accresciuta”, e dal potenziamento dei sindacati di polizia, una lobby sempre più potente all’interno degli equilibri politici locali, che ha di fatto influenzato l’agenda degli eletti nei territori.

Un’economia della paura molto lucrosa, di cui ha beneficiato direttamente l’apparato militare-industriale, considerato che l’aumento delle spese è stato destinato alle tecnologie e all’addestramento.

Infatti “il numero di poliziotti in rapporto alla popolazione non è aumentato molto negli ultimi anni”, scrivono Emily Badger e Quoctrung Bui sul New York Times, “aumenta la sicurezza nelle città, eppure il budget per la polizia continua a crescere”.

Come ha denunciato la sezione statunitense di Amnesty International – da tempo Angela Davis aveva posto la questione – l’addestramento viene eseguito sempre più spesso in Israele o comunque da istruttori israeliani. Va da sé che una forza di polizia ampiamente militarizzata e “settata” su standard di guerra a bassa intensità non può che intervenire nei modi che da più di due settimane a questa parte il mondo ha potuto conoscere e che hanno stimolato mobilitazioni internazionali.

Su questo fronte c’è però da registrare una novità positiva.

Come riporta il Middle East Monitor, la città di Durham, in Nord Carolina – dopo una petizione che ha raccolto più di 1.400 firme – ha messo al bando con un voto plebiscitario (6 a 0) nel city council l’addestramento impartito da militari israeliani. “Il consiglio comunale ha dichiarato che il bando si estende a qualsiasi paese che offre addestramento in stile militare alle sue forze di polizia”.

Un nuovo spazio politico?

A cinque mesi dalle elezioni presidenziali, gli USA sembrano sempre più polarizzati al proprio interno, con l’attuale establishment – sia repubblicano sia democratico – che ha perso la capacità di ristabilire un egemonia in grado di invertire il processo di delegittimazione che l’aveva coinvolto dopo la crisi del 2007/8.

Allo stesso tempo questa egemonia sembra sempre più compromessa anche in politica internazionale.

Da un lato una parte del Deep State sembra voler scaricare Trump, come dimostra la spaccatura sull’opzione dell’uso o meno dell’esercito per reprimere il movimento. Dall’altra Donald Trump non sembra voler rinunciare al suo secondo mandato, senza il quale dovrebbe smantellare la sua macchina organizzativa all’interno del Partito Repubblicano e passare probabilmente la propria vita tra le aule dei tribunali.

Biden, invece, non è altro che un “ripiego necessario” per i dirigenti democratici, almeno per sbarrare la strada a Sanders durante le primarie; ma non differisce molto dall’attuale Presidente per ciò che concerne gli aspetti politici più rilevanti.

Il pressing degli outsider democratici alla sua sinistra potrebbe trasformarsi in un sostanziale insuccesso, se e quando rientrerà nella stanza dei bottoni, rispetto alle scelte di fondo. Come fu del resto con Obama.

Uno spazio politico nuovo però sembra essersi creato, prodotto dalle conseguenze di uno specifico modo di produzione giunto alla sua fase crepuscolare e dalle capacità di un vasto arcipelago di attivisti di base, che hanno lavorato sodo in questi anni sia sul piano pratico sia teorico.

Che questo spazio e le sue tematiche non trovino collocazione nel rigido bipolarismo statunitense rende la situazione estremamente interessante.

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10/06/2020

USA - “Defund the police” chiedono le piazze. Trump e Biden dicono no

“Defund the police”, tagliare i fondi alla polizia, considerata ormai una sorta di entità ostile alle comunità. Non solo meno soldi ma anche tagliare e rivedere i compiti della polizia per evitare altri casi George Floyd.

Lo slogan si sta diffondendo a macchia d’olio nelle piazze degli Stati Uniti. Gli attivisti indicano da anni questa possibilità come la migliore risposta alla violenza della polizia, ma dopo la morte di Floyd a Minneapolis, questo obiettivo è diventato estremamente popolare ed è in salito in cima alle richieste dei dimostranti.

Dietro alla richiesta di “Defund the police” vi è la convinzione che le riforme all’interno delle forze di polizia, su cui il dibattito si è concentrato negli ultimi anni, siano state del tutto insufficienti a modificarne natura e funzione.

“L’unico modo per porre fine a questi cicli infiniti di violenza poliziesca è creare alternative alla sorveglianza della polizia. Perché anche in una pandemia in cui i neri sono stati uccisi in modo sproporzionato dal coronavirus, la polizia continua a ucciderci”, hanno scritto in un commento pubblicato sul New York Times, Philip V. McHarris, esperto di questioni razziali, e Thenjiwe McHarris, del Movement for Black Lives.

Per gli autori, chiamare il 911 può essere una “condanna a morte” per gli afroamericani e che, data questa situazione, molte comunità ritengono che la telefonata alla polizia non sia un’opzione in caso di emergenza.

La discussione è aperta tra chi invita a re-immaginare il ruolo delle forze dell’ordine e chi vorrebbe direttamente “abolire la polizia”. Per quanto possa sembrare estrema come ipotesi, questa già trovando consensi anche all’interno della classe politica.

La maggioranza del consiglio comunale di Minneapolis – ad esempio – ha annunciato il proprio impegno a smantellare il dipartimento di polizia della città. L’idea, ancora da definire bene, è che l’organo venga sostituito da un modello di sicurezza pubblica basato sulla comunità, con assistenti sociali, medici e altri esperti incaricati di rispondere a diverse situazioni che fino ad ora erano nelle mani della polizia.

In due delle più grandi città degli USA – Los Angeles e New York – le richieste di tagli ai finanziamenti alla polizia sono state soddisfatte in pochi giorni.

Il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti, ha annunciato la scorsa settimana un taglio di 150 milioni di dollari al bilancio della polizia, che andranno alle comunità afroamericane e latine. Il suo collega di New York, Bill de Blasio, è intenzionato a prelevare fondi dal Dipartimento di Polizia (Nypd) e ad utilizzarli nei programmi sociali per i giovani. Ha anche annunciato che gli agenti cesseranno di essere incaricati di monitorare il commercio di strada, trasferendo la responsabilità a un’agenzia civile.

Il New York Police Department ha 36 mila agenti e un budget annuale di circa 6 miliardi di dollari.

“Non ci sarà nessun definanziamento. E non ci sarà nessuno smantellamento della nostra polizia. La nostra polizia ci ha consentito di vivere in pace” ha twittato inviperito il presidente Usa. Trump ha esternato da una riunione in cui era circondato da alti funzionari dell’amministrazione, da procuratori generali della Florida e del Kentucky, dal presidente nazionale dell’Ordine di polizia, dal presidente dell’Associazione internazionale dei capi di polizia e dai rappresentanti dei dipartimenti di polizia in Illinois e Colorado.

Curiosamente, ma non sorprendentemente, una posizione simile è stata espressa anche dal candidato democrats Joe Biden. “No, io non sostengo il defunding the police” ha detto Biden alla CBS lunedì scorso. “Sostengo il condizionamento degli aiuti federali alla polizia in base al fatto che soddisfino o meno determinati standard di base di decenza e onorabilità e, di fatto, siano in grado di dimostrare di poter proteggere la comunità e tutti i membri della comunità”.

Una battuta che circola da sempre dagli Stati Uniti afferma che la differenza tra Repubblicani e Democratici è che i primi vanno alla messa delle sei e i secondi a quella della sette.

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09/06/2020

USA - Un altro giovane afroamericano ucciso dalla polizia, due giorni prima di George Floyd

Il procuratore del New Jersey ha reso noto un nuovo video che mostra l’uccisione di un altro cittadino afroamericano disarmato da parte della polizia. La morte è avvenuta durante un’operazione di fermo nello scorso mese di maggio.



Le immagini risalgono al 23 maggio scorso e mostrano un agente bianco che chiede a un giovane afroamericano, Maurice S. Gordon, di sedere sul sedile posteriore della sua auto, in attesa dell’arrivo di un carro attrezzi dopo che il veicolo è rimasto in panne sulla Garden State Parkway di Bass River. Maurice Gordon aveva 28 anni ed era uno studente universitario.

Il video dall’interno del veicolo mostrava Gordon che si slacciava la cintura di sicurezza e cercava di uscire solo per sentirsi dire da un poliziotto, Randall Wetzel di rimanere fermo. “Continuo a dirti di non uscire dalla macchina, ma continui a saltellare fuori”, ha detto Wetzel a Gordon

Il giovane, però, tenta di occupare il posto di guida e l’agente cerca di impedirglielo, innescando una colluttazione durante la quale il poliziotto utilizza uno spray urticante. Ma il corpo a corpo prosegue fino a quando non si conclude tragicamente, con l’agente che esplode sei colpi d’arma da fuoco con la pistola di servizio, uccidendolo.

La morte del giovane Gordon risale dunque a due giorni prima di quella di George Floyd a Minneapolis, che ha dato il via a un’ondata di rivolte in tutti gli Stati Uniti. L’agente coinvolto è stato sospeso in attesa dell’esito delle indagini.

Ancora prima, di Floyd e Gordon, il 13 marzo, ad essere uccisa dalla polizia nella propria abitazione a Luisville, era stata un donna afroamericana, Breonna Taylor. Breonna era disarmata

La tendenza all’uso mortale di armi da fuoco da parte della polizia negli Stati Uniti sembra solo aumentare. Al 4 giugno 2020 risultano già 429 civili sparati, 88 dei quali erano neri. Nel 2018 i casi erano stati 996 e nel 2019 questa cifra era aumentata a 1.004 casi.

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08/06/2020

Civil war

di Alessandra Daniele

Gli USA bruciano, e stavolta non è un film.

L’ennesimo efferato omicidio d’un afroamericano, George Floyd, assassinato da poliziotti bianchi è stato il detonatore, ma l’esplosivo s’accumula da secoli, e il catastrofico decorso della pandemia di Covid-19 – già oltre 100.000 morti e 40 milioni di disoccupati – ne è diventato parte integrante.

Donald Trump, sempre più rabbioso e grottesco, s’aggrappa ancora ai tipici rampini della destra, l’esercito – che però gli sfugge – e la Bibbia, sperando che lo stato d’assedio e il clima da seconda guerra civile distragga l’opinione pubblica dalle sue colpe nella gestione criminale della pandemia, e spaventi abbastanza la cosiddetta maggioranza silenziosa da consegnargli una rielezione che vede altrimenti diventare ogni giorno più improbabile.

In realtà gli eventi precipitano così velocemente e con tale violenza da far sembrare velleitario e preistorico ogni calcolo politico di stampo tradizionale.

Dal suo bunker presidenziale Trump ha minacciato i manifestanti twittando “Se si avvicineranno, troveranno i cani più feroci mai visti”. Si riferiva a se stesso e ai suoi soci. Cani da guardia del capitale, arrivati alla Casa Bianca anche grazie al voto di fin troppi appartenenti alle classi sfruttate, che però la prossima volta difficilmente rifaranno lo stesso errore.

La rabbia sociale cresce in tutto il mondo, e supera ormai anche la paura del virus.

Le piazze tornano a riempirsi, ed è un contagio che nessuna mascherina sembra più in grado di fermare.

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07/06/2020

Firenze e Napoli. Presìdi al consolato Usa, in nome di George Floyd


Circa mille persone hanno aderito a un sit-in sotto il consolato Usa di Firenze, sui lungarni, per protestare contro la morte a Minneapolis dell’afroamericano George Floyd. La manifestazione è stata promossa da sigle della sinistra e del mondo antagonista fiorentino. Slogan e canti hanno segnato la critica alle autorità statunitensi, in particolare contro il presidente Donald Trump. È stato esposto uno striscione bianco con la scritta rossa ‘Vergogna’. Bruciata una bandiera a stelle e strisce.

Tra gli interventi anche quelli di familiari di persone decedute durante controlli di polizia con dinamiche simili a quella in cui è morto Floyd, immobilizzato a terra da agenti. Ha parlato Guido Magherini, padre dell’ex calciatore Riccardo, morto a 40 anni a Firenze, in borgo San Frediano, mentre veniva fermato dai carabinieri intervenuti per un ‘uomo in stato di agitazione’.

Il genitore ha ricordato la vicenda e l’assoluzione dei militari in Cassazione dopo due condanne, sentenza contro cui la famiglia Magherini ha fatto ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo a Strasburgo. Episodio analogo anche quello ricordato dalla vedova del tunisino Arafet Arfaoui, morto a 31 anni il 16 gennaio 2019 in un negozio money transfer di Empoli mentre veniva bloccato da poliziotti. Ha invece richiamato nel suo intervento i valori dell’antifascismo Alessandro Orsetti, padre di Lorenzo, ucciso a 33 anni in combattimento il 18 marzo 2019 mentre militava da volontario tra le file dei curdi del Rojava contro l’Isis.

Prima dell’iniziativa, davanti al consolato Usa, le stesse sigle, fra cui Cpa, Potere al Popolo e altre, avevano attuato un presidio antifascista in piazza della Repubblica, con 500 persone, anche per criticare l’iniziativa del sabato delle mascherine tricolori promossa da Casapound che si è tenuta più volte anche a Firenze (oggi l’ultima con una trentina di partecipanti in piazza della Libertà). Dopo la protesta davanti al consolato Usa, i manifestanti si sono trasferiti attraverso il centro in piazza Santa Croce dove ci sono stati altri momenti di riflessione pubblica. Tutte queste iniziative, seguite dalla Digos e dai carabinieri, si sono svolte in modo pacifico, senza incidenti.

In centinaia hanno manifestato questo pomeriggio, anche davanti al consolato degli Stati Uniti d’America a Napoli, chiedendo giustizia per l’uomo ucciso dalla polizia e in generale per tutti gli atti brutali della polizia americana e per le politiche del presidente Donald Trump e la sua decisione di trattare il collettivo Antifa come una organizzazione terroristica negli Usa. Studenti, migranti, esponenti della rete antirazzista napoletana si sono ritrovati con cartelli, slogan. Molti dei manifestanti indossavano la mascherina, alcuni con la scritta I can’t breathe, non posso respirare, la frase pronunciata da Floyd prima di morire ucciso. Molti, quasi tutti, in mascherina, poca possibilità vista la natura stessa della mobilitazione, di rispettare il divieto di assembramento, il gruppone di giovani manifestanti ha protestato a distanza dal civico 2 di piazza della Repubblica, sede del consolato statunitense a Napoli, protetto da un nutrito numero di agenti.

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06/06/2020

USA - Trump, il Pentagono volta le spalle

Centinaia di migliaia di cittadini in piazza contro il Presidente Trump e la sua amministrazione sono certamente una novità importante e non frequente nel quadro politico statunitense. L’ira e lo sdegno di massa per l’ennesimo assassinio di un afroamericano innocente, George Floyd, ha riportato l’attenzione sull’agire delle forze dell’ordine statunitensi, storicamente intrise di razzismo. Il sostegno totale dell’amministrazione Trump agli assassini di Floyd non stupisce: che la conventicola nazi-evangelica della Casa Bianca avesse nel razzismo un suo cemento ideale non era certo un mistero.

Quello che però rende le mobilitazioni di questi giorni una questione decisamente diversa da altre in passato non è solo l’estensione territoriale e i numeri di chi vi partecipa e nemmeno lo scontato quanto strumentale sostegno dei democratici, che ovviamente vedono la possibilità di costruirci un vantaggio elettorale. La vera novità è piuttosto la posizione espressa dai vertici militari degli USA ed espressa pubblicamente dal Segretario alla Difesa, Mark Esper. Un rifiuto rotondo e senz’appello alla richiesta di Trump di utilizzo delle Forze Armate per compiti di ordine pubblico. Non solo perché le manifestazioni esprimono un livello di conflittualità ma non di minaccia alla sicurezza nazionale, ma proprio per l’opzione politica che fa da sfondo alla richiesta presidenziale.

Le parole del Segretario alla Difesa non hanno ricevuto commenti o richieste di dimissioni da parte di Trump, che sa benissimo come non sia nemmeno ipotizzabile che il Segretario alla Difesa abbia reso pubblico il suo profondo dissenso senza essersi consultato con lo Stato Maggiore. L’importanza assoluta delle sue parole è proprio qui. E anche l’ex capo di stato maggiore, Mattis, e numerosi alti ufficiali si sono pronunciati contro il tentativo di Trump – definito "uomo divisivo" – di portare i militari nell’arena di uno scontro che è tutto politico.

La presa di distanza segna un capitolo nuovo negli equilibri interni al deep-state statunitense. È un fatto inoppugnabile che il Pentagono abbia sostenuto Trump sin dall’inizio del suo mandato, erigendosi a difesa del Tycoon che rischiava di soccombere sotto il tiro incrociato di FBI e Congresso. Il posizionamento dei militari è stato determinante per evitare che Trump finisse il mandato senza nemmeno averlo iniziato e proseguisse poi. Se adesso i vertici del Pentagono smentiscono il loro Comandante in Capo, se rendono pubblico il dissenso dal Presidente, se ritengono sia opportuno smarcare i militari dalla Casa Bianca, è perché sono ormai convinti che il Presidente abbia esaurito il suo mandato, tanto politicamente come umanamente. La pessima gestione dell’emergenza sanitaria e l’isteria razzista di questi giorni hanno convinto i militari che ormai Trump non rappresenta più una possibile soluzione ma un ulteriore, grave problema.

La rottura tra Pentagono e Casa Bianca non si limita alla diversa interpretazione costituzionale sull’utilizzo dei militari in funzione interna. Ad approfondire ulteriormente il dissenso politico con Trump, il Segretario alla Difesa ha affermato che l’agente assassino di Floyd e i suoi compari in uniforme dovrebbero essere arrestati, giudicati e condannati, con ciò implicitamente riconoscendo la giustezza di fondo delle proteste ed indicando una risposta politica per cercare una via d’uscita dalla crisi. Che poi questo sarebbe sufficiente a rimandare a casa i manifestanti è tutto da dimostrare, visto che sono molteplici e trasversali le ragioni ed i sentimenti di chi è in piazza.

C’è, naturalmente, la protesta per l’ennesimo assassinio che s’inserisce nella consueta linea di brutalità dai tratti criminali della polizia, che dal 1980 ad oggi ha prodotto 230.000 vittime uccise senza motivo da uomini in uniforme. Altro che i vincoli rigidi nel comportamento poliziesco che ci vengono raccontati dalla falsa narrazione delle serie televisive come eroi solitari nella guerra al crimine. Nella realtà più che eroi sono aguzzini: abusi, violenze gratuite e razzismo sono il pane quotidiano della cronaca dell’ordine pubblico statunitense.

La proteste di questi giorni riguardano, prima e sopra ogni cosa, la battaglia tra razzismo e antirazzismo, ovvero tra il fascismo sociale che pulsa nelle vene USA e la resistenza di ogni minoranza marginalizzata. Nativi, afroamericani e latinos sono infatti i bersagli delle elites di un Paese che sul genocidio dei nativi è nato, sulla segregazione razziale è diventato grande e sullo sfruttamento dei latinos si è arricchito. E Trump, che con tutta la sua famiglia non ha mai nascosto la sua passione per il Ku-Klux-Klan (come si vede nella foto ndr) del razzismo è fiero rappresentante.

Ma alle proteste contro il razzismo e l’uso criminale della forza si aggiunge anche il riflesso di una crisi economica e sociale drammatica, che nel Paese che dispone della maggior quota di ricchezza del pianeta vede la percentuale record di povertà di tutto l’Occidente. È il modello che non funziona più e l’incapacità di fermare la discesa permanente dei livelli di sussistenza di decine di milioni di persone è lo specchio lucido di un sistema concepito per arricchire la minoranza grazie all’impoverimento della maggioranza.

C’è poi anche un capitolo specifico delle proteste che investe il ceto medio americano, quello che disertando le urne (magari anche per non votare l’invotabile Hillary Clinton) ha consentito ad uno dei peggiori americani di farsi presidente. C’è una intolleranza di fondo che non mette in discussione i postulati della dottrina economica e sociale ma che riguarda la persona Trump, uomo al di sotto di ogni minimo standard di decenza. Razzista, omofobo, ignorante, appare come la personificazione della volgarità e del cialtronismo; emerge il suo spirito da speculatore mentre non si riesce a determinare un solo punto di adesione con l’aplomb istituzionale che il ruolo richiederebbe. Le sue smorfie stupide, i suoi concetti strampalati, le bugie ripetute e l’intolleranza verso chiunque gli ponga una domanda, insieme alle sue spaventose gaffe, fanno sì che l’America che non indossa i grembiuli del Ku-Klux-Klan e che non ha come orizzonte ideale la sopraffazione del suo presidente, si vergogna.

Persino nel ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate ha fatto ridere, quando non appena vista la manifestazione fuori dai cancelli della Casa Bianca è scappato come un coniglio nel bunker. In una America che vive del mito degli eroi vincenti contro tutto e tutti, emerge l’immagine del suo Comandante in Capo che ha paura di tutto e tutti. Adesso, vistosi negare l’intervento dei militari, ha fatto erigere a circondare la Casa Bianca un muro “provvisorio” di blocchi di cemento e recinzioni. Non deve essere un genio il suo consulente dì immagine: trasformare il luogo politico più importante del mondo in una sorta di rifugio per conigli non sembra una grande idea, così come la fuga nel bunker non offre proprio un’immagine di leader. Anche perché il bunker della Casa Bianca è destinato alla difesa del Presidente in caso di conflitto nucleare e non di qualche cartello innalzato dai manifestanti.

Fino a poche settimane fa, per alcuni commentatori la corsa di Trump verso il secondo mandato appariva in discesa mentre altri prefiguravano un ben diverso scenario. Ma se i vertici militari hanno stabilito la fine del legame con il Presidente outsider, significa che con l’approfondirsi dei livelli di povertà e disoccupazione e con la gestione imbecille dell’emergenza sanitaria, qualcosa è cambiato. Infatti, nonostante le debolezze dei democratici, la rielezione di Trump non era mai sembrata certa, sebbene i Dem, come sempre, siano corsi in soccorso dei repubblicani annunciando una candidatura centrista e opaca, certamente non in grado di mettere Trump nell’ombra.

Per quanto oggi Biden voglia apparire come feroce oppositore appare impossibile identificarlo con un ripensamento del modello. E gli scandali legati ai rapporti tra suo figlio e il governo fascista ucraino, che secondo l’accusa avrebbero determinato un colossale conflitto d’interessi nell’intervento dell’allora vicepresidente, non l’aiuta.

La sua è una candidatura destinata a sperare nel progressivo distacco dell’elettorato colpito dalla crisi e dai poteri forti intenzionati a scaricare il tycoon, piuttosto che confidare in un voto democratico che non arriverà a coinvolgere giovani e lavoratori colpiti dal modello. Perché quel grigio candidato, politicante da sempre con tutti ma mai leader politico di nessuno, alla fine rappresenta l’establishment e non le vittime dello strapotere dello stesso.

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In Italia piazze complici e solidali con le rivolte popolari negli Stati Uniti


Ieri pomeriggio a Roma, Pisa, Verona, oggi a Firenze, Napoli ed altre città. Anche in Italia, come in moltissimi altri paesi, le piazze si sono animate in solidarietà con quella che ormai si configura come una rivolta popolare nelle città degli Stati Uniti dopo la brutale uccisione di George Floyd da parte della polizia.

È molto di più dei “riots” come quelli degli anni scorsi a Ferguson e Baltimora dopo altri casi di cittadini neri uccisi arbitrariamente dalla polizia e rimasti senza colpevoli.

Quella in corso è una sacrosanta rivolta antirazzista ma che ormai ha assunto il carattere di una rivolta di classe contro le inaccettabili disuguaglianze sociali negli Usa, disuguaglianze di cui il razzismo istituzionale è solo l’aspetto più odioso. È un atto di accusa ad un intero sistema che ha abbandonato la gente per strada in piena pandemia di coronavirus, che accetta come costo inelluttabile quasi 100 milioni di “scoraggiati” limitandosi a cancellarli dalle statistiche sui disoccupati, che istituzionalizza la brutalità poliziesca nei rapporti sociali e costruisce più prigioni che case popolari.

A Piazza Barberini, nel cuore della Capitale ed a poche decine di metri dall’ambasciata Usa, in una riuscita e partecipata manifestazione unitaria, hanno preso la parola in molti, soprattutto giovani e studenti che sentono quelle manifestazioni e le rivolte in decine di città statunitensi come parte della propria storia e del proprio percorso di emancipazione. A Pisa nel pomeriggio si è svolto un presidio in piazza Garibaldi. Oggi si manifesterà a Firenze (e in mattinata si è manifestato a Genova).

Fonte e foto

L’America è un esperimento sociale fallito

In una della rare apparizioni sui media meanstream di voci “fuori dal coro”, l’attivista e studioso afroamericano Cornel West ha definito l’America, una settimana fa, durante una trasmissione della CNN, un “esperimento sociale fallito”, forse il giudizio più lucido sulla bancarotta del modello di sviluppo capitalistico statunitense.

Di fronte a questa crisi, sostiene il professore di Princeton ed Harvard, non vi è alcun output politico positivo possibile all’interno del bipolarismo politico he vede contrapposti da un lato i democratici e dall’altro i repubblicani.

Ha scritto sul The Guardian: “La domanda fondamentale in questo momento è: si può riformare questo esperimento sociale fallito? Il duopolio politico di un crescente partito repubblicano guidato dal neofascista Donald Trump e un affaticato partito democratico neoliberista guidato da Joe Biden – in nessun modo equivalenti, eppure entrambi subordinati a Wall Street e al Pentagono – sono sintomi di una classe dirigente decadente.”

Lo spazio politico generato dalla breccia che si è aperta da un paio di settimane a questa parte è radicalmente altro.

In una intervista all’emittente francese “France24”, nella sua versione inglese, Cornel West descrive il movimento che si sta esprimendo da quasi due settimane nelle strade degli Stati Uniti e quindi questo spazio politico:

“Ciò a cui stiamo assistendo al momento è una ribellione, non una rivoluzione. Ma è una cosa bellissima vedere la quantità di proteste e l’enorme portata e ampiezza di tutti i colori, tutti i sessi, tutti gli orientamenti sessuali, tutte le etnie e tutte le identità religiose negli Stati Uniti. C’è una meravigliosa nuova militanza morale in termini di proteste pacifiche, ma anche un’intensità di questa giorno dopo giorno. C’è organizzazione locale in atto e un incontro di gruppi che in passato difficilmente si sarebbero parlati tra loro, ma che ora stanno lottando insieme, camminando insieme per le strade e andando in prigione insieme.

Ciò è stato scatenato dall’uccisione di George Floyd, combinato con la pandemia, massicci livelli di disoccupazione simili alla depressione a causa della pandemia, e quindi un neofascista che gestisce le cose nello stato-nazione. Donald Trump esemplifica rigidità, dogmatismo, indifferenza e insensibilità verso le persone che soffrono. Da questo tipo di impasse si generanoo le esplosioni violente”.

Siamo di fronte ad un altro bivio, che non è quello della falsa opposizione tra democratici e repubblicani, ma quello tra una democrazia nel vero senso del termine, che si poggi sulla condivisione del welfare e delle risorse, e dunque il soddisfacimento di una vasta gamma di bisogni popolari finora ignorati dall’establishment e quello che senza mezzi termini definisce “fascismo americano”.

Non fa sconti all’era Obama ed ai suoi protagonisti, in cui alcuni afro-americani avevano importanti posizioni di potere: “black faces in high places”, che non hanno fatto concretamente nulla per migliorare la condizione della popolazione.

E forse – aggiungiamo noi – andrebbero riprese le riflessioni sul “fascismo americano” fatte dal militante delle Black Panthers Party George Jackson nella raccolta di scritti Con il sangue agli occhi.

In un altro intervento all’emittente televisiva “MSNBC” Cornel afferma espressamente – riprendendo Martin Luther King Jr. – che il futuro dell’America dipende da come rispondiamo al razzismo, alla povertà, al materialismo, al militarismo...

Abbiamo tradotto una breve intervista per il canale di informazione indipendente Democracy Now: “La resa dei conti americana. Cornel West afferma che l’insurrezione nazionale è il segno di implosione dell’impero”

Buona lettura

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Mentre migliaia di persone sono scese in piazza da una costa all’altra degli Stati Uniti, questo fine settimana, per protestare contro l’omicidio di stato di persone di colore e mentre la nazione sta affrontando la sua più grande crisi di salute pubblica da generazioni, oltre che il più alto tasso di disoccupazione dalla Grande Depressione, il professor Cornel West chiama gli Stati Uniti una “civiltà capitalista predatrice ossessionata solo dal denaro, denaro, denaro“. Indica anche connessioni tra la violenza degli Stati Uniti all’estero e in patria. “C’è una connessione tra i semi di violenza coltivati esternamente e internamente“.

NERMEEN SHAIKH: Dott. Cornel West, potrebbe rispondere a ciò che ha detto la professoressa Yamahtta Taylor? Lei è ovviamente d’accordo sul fatto che l’omicidio di George Floyd sia stato un linciaggio. Ha anche detto che il suo omicidio e le manifestazioni che ne sono seguite mostrano che l’America è un esperimento sociale fallito. Quindi potrebbe rispondere a questo e anche al modo in cui lo Stato e le forze di polizia hanno risposto alle proteste, a seguito dell’omicidio di George Floyd, con la Guardia Nazionale chiamata in così tante città e stati in tutto il paese?

CORNEL WEST: Beh, non c’è dubbio che questo è il momento della resa dei conti in America. Ma voglio stabilire una connessione tra il locale e il globale, perché, vedi, quando semini i semi dell’avidità – a livello nazionale, la disuguaglianza; a livello globale, tentacoli imperiali, 800 basi militari all’estero, violenza e AFRICOM in Africa, a sostegno di vari regimi, quelli dittatoriali in Asia e così via – esiste una connessione tra i semi di violenza coltivati all’esterno e all’interno.

Lo stesso vale per il seme dell’odio, della supremazia bianca, l’odiare i neri, l’odio contro la negritudine, che ha la sua dinamica nel contesto di una civiltà capitalista predatrice ossessionata da denaro, denaro, denaro, dominio sui lavoratori, emarginazione di quelli che non vanno bene – fratelli gay, sorelle lesbiche, trans e così via. Quindi, è proprio questa convergenza di cui la mia cara sorella Professor Taylor sta parlando, dei modi in cui l’impero americano sta implodendo, le sue fondamenta vengono scosse, con rivolte dal basso.

Il catalizzatore è stato senza dubbio il linciaggio pubblico del Fratello George Floyd, ma [vi sono anche, ndt] i fallimenti dell’economia capitalista predatrice nel fornire i bisogni di base di cibo, assistenza sanitaria e istruzione di qualità, lavori con un salario dignitoso, allo stesso tempo il crollo della classe politica, il crollo della classe professionale.

La loro legittimità è stata radicalmente messa in discussione, ed è multirazziale. È la dimensione neofascista in Trump. È la dimensione neoliberista di Biden, Obama, Clinton e così via. E include gran parte dei media. Comprende molti professori nelle università. I giovani stanno dicendo: “Siete stati tutti ipocriti. Non ti sei preoccupato per la nostra sofferenza, la nostra miseria. E non crediamo più nella tua legittimità.” E si riversa in una violenta esplosione.

Ed è qui. Non continuerò, ma, voglio dire, è qui, dove penso che Ella Baker e Fannie Lou Hamer e il rabbino Heschel e Edward Said, e in particolare i fratelli Martin e Malcolm, i loro lasciti, credo, diventino più centrali, perché loro ci forniscono il modo di dire la verità. Forniscono la connessione tra giustizia e compassione nel loro esempio, nella loro organizzazione. Ed è quello che serve adesso.

La ribellione non è la stessa cosa di una rivoluzione. E ciò di cui abbiamo bisogno è un progetto rivoluzionario non violento di condivisione democratica su vasta scala – potere, ricchezza, risorse, rispetto, organizzazione – e una trasformazione fondamentale di questo impero americano.

AMY GOODMAN: E cosa ne pensa, professor West, delle affermazioni del governatore del Minnesota, che dice che stanno esaminando le connessioni suprematiste bianche rispetto al saccheggio e al rogo della città, e poi del presidente Trump che twitta che proverà a mettere gli antifa, gli attivisti antifascisti, sulla lista delle organizzazioni terroristiche – cosa che non può fare – e William Barr [il procuratore generale degli USA, ndt] che rilancia, dicendo che indagherà sull’estrema sinistra?

CORNEL WEST: No, voglio esprimermi, è ridicolo. Sai, ricordi, sorella Amy – e io ti amo e ti rispetto tanto – che l’antifa mi ha salvato la vita a Charlottesville. Non c’è dubbio, hanno garantito la sicurezza, vedi. Quindi l’idea stessa che possano essere anche solo ipotizzati come un’organizzazione terroristica... mentre le persone che stavano cercando di ucciderci – i nazisti, il KKK – non sono invece fra i candidati per lo status di organizzazione terroristica – ma è quello che otterrai. Avrai una reazione neofascista guidata da Trump e un blocco su ciò che sta succedendo.

Dovremmo essere molto chiari al riguardo. Il neofascismo ha quel tipo di ossessione per l’imposizione militaristica di fronte a qualsiasi tipo di disturbo. E quindi dobbiamo essere ben pronti per questo.

Ma soprattutto, penso che dobbiamo assicurarci di preservare la nostra attenzione morale, spirituale, di qualità, fondamentale sulla verità e la giustizia e di tenere traccia del saccheggio legalizzato, l’avidità di Wall Street; l’omicidio legalizzato, la polizia; l'omicidio legalizzato all’estero in Yemen, in Pakistan, in Africa con AFRICOM e così via. È lì che deve essere il nostro obiettivo, perché con tutta questa energia ribelle, deve essere canalizzato attraverso organizzazioni radicate nella ricerca della verità e della giustizia.

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https://www.democracynow.org/2020/6/1/cornel_west_us_moment_of_reckoning

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05/06/2020

USA - Che succede nel Paese? Un’intervista da oltreoceano

Che qualcosa di insolito per potenza, obiettivi ed espansione stia accadendo negli Stati Uniti, crediamo sia difficile negarlo anche per il più “prezzolato” degli organi di informazione.

Con la Guardia Nazionale dispiegata in 26 Stati, più della metà, quindi, di quelli che compongono gli States; con centinaia di città coinvolte nelle manifestazioni, da New York a Los Angeles, da Chicago ad Austin, passando ovviamente per Minneapolis; con l’ipotesi paventata dal presidente Donald Trump di ricorrere all’Insurrection Act – legge che permetterebbe di schierare direttamente l’esercito – a quasi trent’anni dall’insurrezione urbana afroamericana di L.A. nel 1992 (60 morti e 12 mila arresti).

Insomma, la realtà ci racconta un deciso salto di qualità della protesta, e della reazione, da quella a cui ciclicamente, purtroppo, assistiamo a seguito per un omicidio a sfondo razziale perpetrato dalla polizia, come fu per esempio nel 2014 a Ferguson per l’omicidio di Michael Brown.

Per provare a fare un po’ di chiarezza, abbiamo posto alcune domande a Mario Martone, compagno di Napoli che vive da oltre un decennio negli Stati Uniti, ex “Mass Action for Black Liberation” di Cincinnati, attento conoscitore nonché osservatore interessato dell’eterogenea realtà politica e sociale che attraversa il paese nordamericano.

Di seguito, il video dell’intervista realizzata da Alessandro Perri mercoledì 3 giugno.



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Per chi funziona la democrazia americana?

Per chi funziona la democrazia americana? Negli Stati Uniti si sono accorti dopo la schiavitù, le stragi dei nativi americani, l’emarginazione dei neri, la povertà degli slums, che la loro democrazia è profondamente giusta con i vincenti e tremendamente ingiusta con i perdenti.

Così, dopo il lockdown per il virus e milioni di disoccupati, è arrivato anche il coprifuoco nelle città in seguito alle proteste per la morte dell’afroamericano George Floyd, ucciso per asfissia da un poliziotto di Minneapolis.

E come se non bastasse, sullo scenario Usa presiede il leader più squilibrato dell’esperimento americano nella storia recente, che ha dato al tutto un tocco surreale brandendo una Bibbia come fosse un’arma impropria davanti alla chiesa di Saint John: è in momenti come questi che si valutano con ancora maggiore rispetto i western di Sergio Leone. In questa immagine del presidente mancano solo la corda per la forca e il revolver di Clint Eastwood: questa è l’America come la vede Trump.

“Sono il presidente della legge e dell’ordine” proclama Trump, in realtà è lo sceriffo di una giustizia sommaria. Ricordiamoci che il 3 gennaio ha iniziato l’anno facendo uccidere da un drone il generale iraniano Qassem Soleimani all’aeroporto di Baghdad, in violazione di ogni legge internazionale.

Anche il capo del Pentagono Mark Esper prende le distanze: le forze armate, ha detto, devono restare fuori dalla politica mentre Trump aveva minacciato di ricorrere all’esercito.

In più c’è il virus circolante e qualcuno di buon senso ha avvertito che con queste manifestazioni di massa si scatenerà una nuova ondata di contagi che colpirà i più poveri. La pandemia sta infatti uccidendo molte più persone nella popolazione afroamericana e ispanica, un fatto che non sorprende in un Paese dove il sistema sanitario è privato.

È la povertà intrinseca del sistema politico americano che permette stermini di massa – così com’è avvenuto per i nativi americani – e che oggi può avvenire silenziosamente nei confronti dei più poveri.

Ma non è il Covid-19 che preoccupa di più l’America: piuttosto la trappola che è scattata con l’uccisione di George Floyd. La trappola è la caduta della maschera di finta democrazia e uguaglianza che gli americani indossano ogni mattina per dare vita a una delle società più ipocrite che si conoscano.

Basti pensare che ogni giorno in tv e costantemente a Hollywood non si fa altro che parlare di diritti umani e politici, di giustizia, di emancipazione delle minoranze, in un profluvio di retorica che dà il voltastomaco.

Ma come sappiamo questi di Hollywood sono film “democratici” che fanno piangere le mamme e ridere gli amici.

Vediamo qualche cifra. Negli Stati Uniti le 400 persone più ricche della lista Forbes possiedono più ricchezza dei 200 milioni di americani che stanno in basso.

E se sei nero le cose vanno peggio. Il valore medio netto del reddito delle famiglie bianche nel 2010 era stato di 113mila dollari circa, oltre 20 volte il valore medio netto delle famiglie americane africane (5677 dollari) e 18 volte quello delle famiglie ispaniche (6.325 dollari).

Altro che sogno americano. La crescita diseguale dei redditi ha accentuato le disuguaglianze sociali. La persistente disuguaglianza di reddito fra i tre grandi gruppi etnici – bianchi 75%, neri 12,5%, ispanici 9% – ne rivela le origini razziali.

Anche i risultati scolastici dei neri e degli ispanici sono inferiori a quelli dei bianchi, in correlazione con il livello sociale dei genitori. I tassi di disoccupazione dei neri e dei bianchi sono in rapporto di due a uno. I neri e gli ispanici al di sotto della soglia di povertà sono tre volte più numerosi dei bianchi.

Forti discriminazioni a carico dei neri si hanno nell’esercizio della giustizia, nelle condizioni sanitarie, nella situazione abitativa. Negli Usa convivono due società, una bianca e una nera e ispanica, separate e disuguali.

Certo ci sono anche i bianchi poveri ed è proprio su questi che ha puntato Trump alle ultime elezioni e su cui punta ancora se non gli daranno la colpa di averli ancora di più impoveriti. Ci sono 40 milioni di nuovi disoccupati e in testa a quelli che anno perso il lavoro per il coronavirus ci sono i Latinos e gli afroamericani.

Ma è difficile maneggiare le tendenze di una società sempre più pervasa dall’ipocrisia e dall’ignoranza.

Il vero carburante di questo Paese è la paura, altrimenti non ci sarebbe il più grande arsenale privato del mondo: ogni briciolo in più di ricchezza viene guadagnato a spese delle ingiustizie che subiscono gli altri, quindi tutto deve essere difeso con le unghie e con i denti.

Certo è una società che sa adattarsi magnificamente anche alla propria disuguaglianza. Prendiamo la famosa genuflessione della polizia e della Guardia Nazionale che sembra un gesto per fraternizzare con i manifestanti. In realtà si tratta di una tecnica insegnata in tutte le scuole di polizia del Paese per attenuare la tensione nelle strade.

Lo spiega a Le Monde il capo della polizia di Camden, New Jersey, una città popolata al 95% da neri e ispanici. “Sfilare con i manifestanti è un metodo per calmare gli animi”, dice Joseph Wysoki. Poi, passata la paura, giù botte da orbi come prima.

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USA - Angela Davis: memoria storica della lotta afroamericana

“Credo nella vita.
Credo nella nascita.
Credo nel sudore dell’amore e nel fuoco della verità.
E credo che una nave smarrita,
guidata da marinai stanchi, col mal di mare,
si possa ancora condurre
in porto”

Assata Shakur, “Affirmation”

Il giugno del 1972 Angela Davis viene assolta dall’accusa di omicidio di un giudice bianco. È stata probabilmente la prigioniera politica più conosciuta al mondo. La campagna internazionale per la sua liberazione ha esercitato una fortissima pressione rispetto ad un giudizio che poteva comportare la pena capitale.

Insieme alla campagna per la liberazione di Sacco e Vanzetti condotta dal Soccorso Rosso Internazionale tra le due guerre mondiali, e quella in favore dei coniugi Rosenberg – poi giustiziati nell’America “maccartista” – la campagna per l’attivista afroamericana e per i prigionieri politici nord-americani del tempo è stata una vittoria di un movimento internazionale ed un pugno nello stomaco a chi ne aveva fatto “il nemico pubblico numero uno”.

Un successo che sarà poi replicato solo in parte dalla campagna internazionale per salvare la vita a Mumia Abu Jamal, tutt’ora detenuto nelle carceri statunitensi.

Quegli anni intensi e la biografia della Davis fino alla sua liberazione sono stati raccontati con maestria nella ricostruzione storica da Shola Lynch in Free Angela Davis and all political prisoners, del 2012. Forse le parti più toccanti del documentario sono quelle riguardanti la relazione con George Jackson, militante delle Black Panthers Party giustiziato nel carcere di San Quentin, in California, il 21 agosto del 1971 – era stato detenuto ininterrottamente dai suoi 18 anni, a fine anni cinquanta – dopo essere riuscito a far uscire clandestinamente gli scritti che comporranno “Con il sangue agli Occhi”.

Alcuni passaggi di quella raccolta sembrano oggi più una profezia di ciò che sta avvenendo che una analisi della società nord-americana del tempo.

Jackson sarà una delle “vittime” dell’omicidio sistematico dei leader afroamericani da parte dell’establishment, la continuazione del destino riservato agli schiavi che si ribellavano al proprio padrone o fuggivano.

Angela Davis è nata e cresciuta in una città simbolo dell’odio razziale contro i neri e teatro di uno dei più feroci attentati contro la comunità afro-americana, che portò alla morte – il 15 settembre del 1963 – di tre ragazze di 14 anni ed una bambina di 11, oltre ad almeno 14 feriti, in seguito al “bombardamento” di una chiesa battista.

Gli scontri che seguirono causarono la morte di altri due adolescenti afroamericani ed altri feriti. Fu uno spartiacque nella lotta al segregazionismo che toccò da vicino la Davis, testimone diretta di quei fatti, come descrisse in una famosa intervista dell’epoca in cui ricostruiva il clima di terrore in cui la sua famiglia e la sua comunità erano costrette a vivere; una situazione che implicava l’autodifesa armata dei suoi membri per non soccombere alla violenza del KKK, fomentata dai politici locali.

In quella intervista la Davis “ribaltò” la questione della violenza, connotandone l’essenza all’interno di un sistema che si perpetuava con il terrore, proprio come succede nella società attuale, dove la vulnerabilità sociale degli afroamericani si coniuga con il terrore poliziesco.

In seguito a questo episodio la pianista e cantante Nina Simone compose la prima canzone di denuncia, che diventerà uno degli inni del movimento dei diritti civili: “Missisipi Goddam”, censurata in molti Stati del Sud. Fu proprio questo uno degli episodi che le fecero maturare una coscienza politica e che costituirono un “giro di boa” per il suo percorso personale ed artistico, fino ad allora fortemente penalizzato dal razzismo imperante anche nell’ambiente della musica.

L’album del 1964 che raccoglieva i brani cantati e suonati nei suoi concerti, tra cui “Missisipi Goddam”, che incontrò la censura delle emittenti radiofoniche. Semplicemente, i dischi tornavano indietro “spezzati” alla casa di produzione, come tra l’altro viene raccontato nel documentario biografico di Liz Garbuz What’s happened miss Simone?

Il documentario mostra tra l’altro come la coerenza delle sue posizioni politiche radicali la marginalizzò, nonostante il suo incredibile talento artistico ed il suo successo internazionale, costringendola per lungo tempo a vivere all’estero ed in condizione di indigenza. La Simone – tra l’altro amica intima della vedova di Malcom X – non faceva segreto del suo appoggio alla lotta armata afroamericana, dichiarandolo nelle interviste come durante i suoi concerti.

Nina Simone cantò questa canzone di fronte alle 10mila persone che sfilarono nella famosa marcia di Selma fino a Montgomery nel 1965, uno degli episodi chiave del movimento dei diritti civili. Il film Selma – la strada per la libertà, del 2014, per la regia di Ava DuVernay, si ispira agli avvenimenti accaduti anche se omette il particolare del reale livello di autodifesa, intrapreso dopo la carneficina della mobilitazione precedente.

Insieme a Strange fruit, interpretata da Billie Holyday, è forse la più bella canzone di denuncia cui verrà dedicato un documentario anonimo da Joel Katz nel 2002. Gli “strani frutti”, erano i corpi penzolanti dei neri linciati dell’Alabama – la canzone fu scritta tra le due guerre – “Black bodies swingin’ in the Southern breeze”.

Ma torniamo alla Davis…

Angela Davis, in tutti questi anni è stata la “voce dei senza voce”, ha denunciato con forza il prison-industrial complex, la militarizzazione del controllo sociale negli Stati Uniti, il profondo intreccio tra le contraddizioni di razza, classe e genere, e la politica di apartheid dello Stato d’Israele nei confronti dei palestinesi. Tutti i giovani attivisti – da Occupy passando per Black Lives Matter – hanno potuto trarre ispirazione, imparare e confrontarsi insieme ad altre autrici ed autori fondamentali per comprendere il presente della condizione afroamericana e le sue sfaccettature.

“Il fuoco della verità”, come dice Assata.

Ed è dall’impossibile separazione tra impegno politico e ricerca scientifica che bisogna partire per capire la cifra del suo contributo e la sua indipendenza di giudizio. Una donna nera e comunista è forse il peggior nemico che ancora oggi abbia di fronte l’establishment, considerato che sempre una donna comunista afroamericana – Assata Shakur – è una delle persone maggiormente ricercate dalla FBI e vive da anni a Cuba dopo la sua evasione da un carcere di massima sicurezza.

A quasi 50 anni da quella assoluzione abbiamo voluto tradurre questo articolo tratto da Meaww, che mette in luce come le attuali lotte afro-americane siano strettamente connesse con quelle del passato. Considerato che c’è chi pensa che l’ex-presidente Barack Obama sia l’icona dell’emancipazione degli afroamericani – quando proprio le radici di ciò che sta accadendo oggi affondano in ciò che ha fatto e soprattutto non ha fatto durante gli otto anni in cui è stato alla Casa Bianca – forse è meglio rinfrescare la memoria.

Buona lettura

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Questo giorno nella storia: L’attivista afroamericana Angela Davis viene assolta dall’omicidio di un giudice bianco nel 1972

La Davis è stata riconosciuta a livello internazionale come la “prigioniera politica” più famosa d’America durante la sua prigionia e il processo per cospirazione tra il 1970 e il 1972.

La morte di un nero disarmato per mano di un poliziotto bianco ha scatenato una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo. George Floyd è morto per mano del poliziotto di Minneapolis Derek Chauvin il 25 maggio. Il privilegio bianco e la brutalità della polizia sono diventati all’istante il centro di una protesta scoppiata a Minneapolis e poi diffusasi in tutta la nazione.

Dieci giorni dopo, più di 40 città sono in isolamento, mentre i manifestanti continuano a sciamare per le strade e a scontrarsi con la polizia. Il 3 luglio, altri tre agenti di polizia sono stati ufficialmente accusati della morte di George Floyd, nel bel mezzo dell’infuriato movimento Black Lives Matter. Come dice la figlia di Floyd: “Papà ha cambiato il mondo”, ma le cose sono lontane dal terminare. Questo è solo l’inizio.

Mentre continuiamo la lotta contro il razzismo, il suprematismo e la brutalità della polizia, ricordiamo anche ogni individuo, vivo o morto, che ha lavorato per elevare la comunità afroamericana. E tra queste figure di spicco c’è l’attivista nera, femminista, autrice e rivoluzionaria Angela Davis, che in questo giorno di 48 anni fa è stata assolta da una giuria di soli bianchi da false accuse di aver ucciso un giudice bianco.

Ha ottenuto il riconoscimento internazionale come la “prigioniera politica” più famosa d’America durante la sua prigionia e il processo per le accuse di cospirazione tra il 1970 e il 1972. Davis è nata nel 1944, a Birmingham, Alabama, città che si è imposta all’attenzione nazionale durante le lotte per i diritti civili, agli insegnanti delle scuole. Divenuta professoressa di filosofia, Davis è stata fortemente legata al Black Panther Party, un’organizzazione socialista rivoluzionaria fondata da studenti marxisti afroamericani nel 1966. Negli anni Sessanta e Settanta, Davis ha lavorato incessantemente per sostenere la causa dei prigionieri neri.

Tuttavia, nonostante i suoi eccellenti risultati, le sue opinioni politiche le hanno fatto negare il rinnovo della nomina nel 1969, mentre l’allora governatore della California Ronald Reagan aveva cercato di farla licenziare. Un anno dopo, la Davis è diventata la “criminale più ricercata” del Federal Bureau of Investigation (FBI), dopo uno scontro armato in un tribunale nella Hall of Justice della California – Marin County – nel 1970, in cui erano morti un giudice e altre quattro persone, uno dei quali amico della Davis. Erano stati gli agenti a sparare a queste persone, ma una pistola recuperata nella mischia fu fatta risalire alla Davis.

Gli investigatori trovarono un capro espiatorio in lei, che aveva fiutato l’odore di una montatura. Quando la polizia l’ha cercata, è andata fuori dai radar diventando una fuggitiva, mentre il presidente Richard Nixon l’ha bollata come “terrorista”.

È sfuggita alla polizia per due mesi prima di essere catturata e detenuta a New York, nell’ottobre 1970, tornando poi in California per affrontare le accuse di rapimento, omicidio e cospirazione per le quali avrebbe potuto essere giustiziata. Era stata sotto processo per la sua vita e la sua cattura ha scatenato una protesta internazionale con i progressisti americani, che hanno preso il suo processo come un fatto personale. Sono venuti in sua difesa e si sono battuti per “Liberare Angela”, la donna a cui persino John Lennon e Yoko Ono hanno cantato un’ode.

Nel 1971, La Davis aprì il suo processo con una solida dichiarazione che risuonò in tutta la nazione, affermando che “sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse dallo Stato della California“. E mentre veniva assolta al suo ultimo processo nel 1972, i suoi ex fratelli delle Black Panther, che erano stati prigionieri politici insieme a lei, non furono altrettanto fortunati.

Da allora, la Davis è cresciuta come un’attivista di spicco che ha condotto una lunga e dura campagna contro le carceri, considerandole istituzioni brutalizzanti, razziste, capitalistiche e di estorsione.

Divenne difensore di un imputato e guidò movimenti di resistenza contro le cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia. Ha continuato con tutto il cuore a rendere il suo tempo uno sforzo per difendere le donne nere, i prigionieri e la comunità nera impoverita. È stata tra le 100 donne dell’anno del “Times” del 2020.

“C’è una linea ininterrotta di violenza della polizia negli Stati Uniti che ci riporta ai tempi della schiavitù, alle conseguenze della schiavitù, allo sviluppo del Ku Klux Klan“, ha detto Angela Davis in un’intervista con il The Guardian. “C’è così tanta storia di questa violenza razzista che il semplice fatto di consegnare una persona alla giustizia non disturberà l’intero edificio razzista“.

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