Dal 14 al 21 marzo è la International Antiapartheid Week. In questo messaggio video, la storica attivista statunitense Angela Davis chiama alla mobilitazione per mettere fine al razzismo e all’apartheid, negli Usa verso i neri come in Israele verso i palestinesi, così come è stato sconfitto in Sudafrica.
Il regime israeliano di apartheid, colonialismo e occupazione militare continua impunito da decenni, assoggettando l’intero popolo palestinese a un sistema di oppressione razziale istituzionalizzata che nega i diritti fondamentali.
Non rimanere in silenzio di fronte all’impunità!
Agisci e partecipa alla protesta globale virtuale della #IsraeliApartheidWeek 2021. Qui tutti i dettagli
Uniti contro il razzismo! #UnitedAgainstRacism
Dossier per l’embargo militare a Israele
Nell’ambito della Settimana contro l’apartheid israeliana 2021, il 18 marzo alle ore 17.00 ci sarà la presentazione del dossier sull’embargo militare a Israele curato dalla Campagna Bds Italia.
Diretta Facebook su BDS Italia
Intervengono:
– Moni Ovadia (artista),
– Wasim Dahmash (ricecatore e saggista),
– Antonio Mazzeo (ricercatore e giornalista),
– Cinzia Della Porta (USB),
– Fausto Gianelli (Giuristi Democratici),
– Giorgio Beretta (OPAL),
– Samed Ismail (A Foras),
– Rossana De Simone (PeaceLink),
– Majed Abusalama (BDS Gaza e Berlino).
Firmate la petizione contro i droni militari israeliani all’Unione Europea
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/03/2021
16/06/2020
“It’s about Revolution”: intervista ad Angela Davis
L’attuale fase di conflitto negli Stati Uniti sembra avere aperto una breccia negli assetti consolidati, ponendo al centro del dibattito dell’opinione pubblica alcune tematiche che sembravano patrimonio di un ristretto ambito di attivisti e ricercatori.
Non si tratta solo del campo della denuncia in quanto tale di alcuni aspetti peculiari della società nord-americana – che è comunque servita da matrice per le trasformazioni avvenute in tutto l’Occidente neo-liberista – ma del dibattito su proposte allo stesso tempo concrete e radicali, una agenda politica insomma.
Una di queste è la storica proposta “abolizionista” rispetto a quelle istituzioni che hanno avuto una funzione repressiva nei confronti delle “minoranze etniche” e di porzioni significative della working class, dalla polizia alle carceri.
Ecco un ampio stralcio di uno degli interventi più lucidi apparso nientepopodimeno che sul New York Times, nella sezione “Opinion”, scritto da Mariame Kaba, attivista e prolifica autrice afro-discendente, direttrice del NIA Projet: “Sì, vogliamo proprio abolire la polizia. Perché non verrà riformata”.
“Non esiste una sola era nella storia degli Stati Uniti in cui la polizia non sia stata una forza violenta contro i neri. La polizia nel sud emerse dalle slave patrols del 1700 e 1800 che catturavano e restituivano ai padroni gli schiavi in fuga. Nel nord, i primi dipartimenti di polizia municipali a metà del 1800 aiutarono a reprimere scioperi e rivolte contro i ricchi. Ovunque hanno soppresso le popolazioni emarginate per proteggere lo status quo.
Quindi quando vedi un ufficiale di polizia che preme il ginocchio contro il collo di un uomo nero fino alla sua morte, questo è il logico risultato delle attività di polizia in America. Quando un agente di polizia brutalizza una persona di colore, sta facendo quello che vede come ‘il suo lavoro’.
Ora due settimane di proteste a livello nazionale hanno indotto alcuni a chiedere il taglio delle risorse della polizia, mentre altri sostengono che farlo ci renderebbe meno sicuri (…).
Un mondo “sicuro” non è un mondo in cui la polizia tenga sotto controllo i neri e le altre persone emarginate attraverso minacce di arresto, incarcerazione, violenza e morte.
Ho sostenuto l’abolizione della polizia per anni. Indipendentemente dalla tua opinione sul potere della polizia, sia che tu voglia sbarazzarti della polizia o semplicemente renderla meno violenta, ecco una richiesta immediata che tutti noi possiamo fare: ridurre il numero della polizia a metà e tagliare il budget a metà. Meno poliziotti equivalgono a minori opportunità per loro di brutalizzare e uccidere le persone. L’idea sta prendendo piede a Minneapolis, Dallas, Los Angeles e in altre città”.
Un altro fondamentale intervento è apparso qualche giorno prima – l’8 giugno – sempre sul prestigioso quotidiano nord-americano ed è stato scritto dalla ricercatrice ed attivista Michelle Alexander. L’Alexander è autrice di uno dei più importanti volumi sull’incarcerazione di massa dei neri nella presunta società post-razziale – “The New Jim Crow: mass incarceration incarceration in Age of Colorblindness” – ed una delle voci del documentario “XIII emendamento”.
Tre sono i punti programmatici che solleva: “dobbiamo affrontare la nostra storia razziale ed il nostro presente razziale”, “dobbiamo re-immaginare la giustizia”, “dobbiamo combattere per la giustizia economica”; cioè per il socialismo, che lei contestualizza all’oggi nel programma di Bernie Sanders e di cui traccia le origini in importanti autori nord-americani.
Ecco cosa dice a proposito del secondo punto:
“Dopo decenni di riforme, innumerevoli commissioni, task force e milioni di dollari che si sono riversati in approcci “intelligenti contro il crimine”, la polizia si comporta oggi con la stessa brutalità che aveva nel 1966 quando un gruppo di giovani neri, stufo dell'abuso inflitto alla comunità nera, ha creato un’organizzazione chiamata Black Panther Party for Self-Defence.
Data questa storia, non dovrebbe sorprendere che un numero crescente di persone stia lavorando per tagliare i fondi alla polizia e reinventare la giustizia. La nostra nazione ha il più alto tasso di incarcerazione al mondo. Oltre il 95 percento degli arresti ogni anno riguarda reati non violenti come il furto, o l’evasione tariffaria.
Alcuni vengono arrestati per aver venduto sigarette sfuse (il che ha provocato il soffocamento a morte di Eric Garner da parte della polizia) o un falso minore (che ha provocato il soffocamento a morte di George Floyd da parte della polizia). Le persone hanno ragione a chiedersi: è questa giustizia?
Non possiamo progettare approcci alternativi alla povertà, all’abuso di droghe, alle malattie mentali, ai traumi e alla violenza che farebbero meno danni di polizia, carceri, e precedenti penali per tutta la vita? Fortunatamente, le straordinarie proteste che stanno investendo la nazione e il globo stanno iniziando ad avere un impatto.”
Questo costante lavoro di ricerca coniugato con l’attivismo sul campo in queste determinate condizioni sta dando i suoi frutti.
L’invito a “cogliere l’occasione”, per citare il famoso slogan delle Pantere Nere, emerge tra l’altro dall’intervista che qui abbiamo tradotto della storica militante e studiosa afro-americana Angela Davis, fatta da Amy Goodman per l’emittente nord-americana indipendente “Democracy Now”.
L’establishment politico, sia repubblicano che democratico, non sta affatto cogliendo la natura del cambiamento che sta attraversando la società nord-americano, o per meglio dire lo temono. Temono quella “redistribuzione della ricchezza”, quella società capace di riprodursi sulla base di altre priorità, da compiersi anche attraverso il destinare i fondi fin qui indirizzati ai dipartimenti di polizia verso progetti sociali...
“Defunding police” non è solo una richiesta contro, ma è innanzitutto una proposta per, in grado di pensare una società radicalmente diversa, di cui Angela ci mostra le intersezioni.
Nella parte finale dell’intervista Angela Davis, cita una pietra miliare del pensiero afro-americano – The Black Reconstruction, di W.E.B. DuBois – un’opera tra le più apprezzate da Martin Luther King e tra le letture di formazione politica dei membri delle Panthers.
Scritto dopo la crisi del 1929, che radicalizzò l’autore, è una descrizione del periodo della “Ricostruzione” dopo la fine della guerra civile americana ed è una profonda inchiesta di classe, ma è anche fonte di ispirazione per lo studio della storia del periodo, al di là della narrazione dominante, la testimonianza delle conquiste reali acquisite e della possibilità del cambiamento radicale insito nei processi storici.
Un libro la cui eredità intellettuale giunge fino a noi, e che ha fatto parlare alcuni studiosi recentemente della necessità di una “terza ricostruzione” dopo quella successiva alla guerra civile e quella del movimento dei diritti civili.
Come diceva Luther King: “Le verità che fa emergere non sono ancora patrimonio di tutti gli americani ma sono penetrate a fondo nella nostra memoria e ci forniscono le armi per le nostre attuali battaglie”.
Buona lettura
La rivolta contro la brutalità della polizia e il razzismo continua a diffondersi negli Stati Uniti e nei paesi di tutto il mondo, “bussando” alle sale del potere e nelle strade. Le proteste di massa a seguito dell’omicidio di George Floyd da parte della polizia a Minneapolis, il 25 maggio, hanno cambiato drasticamente l’opinione pubblica sulla polizia e sul razzismo sistemico, nel mentre “togliere i fondi alla polizia” diventa un obiettivo unificante del movimento.
Discutiamo di questo momento storico con la leggendaria studiosa e attivista Angela Davis. “Non si sa mai quando le condizioni possano dar luogo a una congiuntura come quella attuale che sposta rapidamente la coscienza popolare e improvvisamente ci consente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale“, afferma Angela. “L’intensità di queste dimostrazioni attuali non può essere sostenuta nel tempo, ma dovremo essere pronti a cambiare marcia e affrontare questi problemi in diversi campi d’intervento.”
AMY GOODMAN: Sono Amy Goodman. Mentre la rivolta nazionale contro la brutalità della polizia e il razzismo continua a turbare la nazione e il mondo, abbattendo le statue confederate e costringendo a fare i conti nei municipi e per le strade, il presidente Trump ha difeso le forze dell’ordine giovedì (11 giugno, NdT), respingendo le crescenti chiamate a de-finanziare la polizia. Ha parlato a un evento in stile campagna elettorale in una chiesa a Dallas, in Texas, annunciando un nuovo ordine esecutivo che consigliava i dipartimenti di polizia di adottare standard nazionali per l’uso della forza.
Trump non ha invitato i primi tre ufficiali delle forze dell’ordine a Dallas, tutti afroamericani. La mossa arriva dopo che Trump ha chiamato i manifestanti “THUGS” e ha minacciato di schierare le forze armate statunitensi per porre fine, cito a “ribellioni e illegalità”. Questo è Trump che parla giovedì.
PRESIDENTE DONALD TRUMP: Vogliono sbarazzarsi delle forze di polizia. Vogliono davvero sbarazzarsene. Ed è quello che fanno, ed è lì che arriverebbero. E sì, sai, perché nelle posizioni più alte non ci sarà molta capacità di comando. Non è rimasta molta leadership. Invece, dobbiamo andare nella direzione opposta. Dobbiamo investire più energia e risorse nella formazione della polizia, nel reclutamento e nell’impegno della comunità. Dobbiamo rispettare la nostra polizia. Dobbiamo prenderci cura della nostra polizia. Ci stanno proteggendo. E se sono autorizzati a fare il loro lavoro, faranno un ottimo lavoro. C’è sempre una mela marcia, non importa dove tu vada. Hai delle mele cattive. E non ce ne sono molte. E posso dirti che non ce ne sono molte nel dipartimento di polizia. Conosciamo tutti molti membri della polizia.
AMY GOODMAN: Anche il candidato alla presidenza democratica Joe Biden chiede un aumento dei finanziamenti della polizia. In un editoriale di USA Today, ha chiesto ai dipartimenti di polizia di ricevere altri $ 300 milioni per, cito testualmente, “rinvigorire le attività di polizia della comunità nel nostro paese“. Mercoledì sera (10 giugno, NdT) Biden ha discusso dei finanziamenti della polizia in The Daily Show.
JOE BIDEN: Non credo che la polizia dovrebbe essere privata dei finanziamenti, ma penso che dovrebbero essere poste le condizioni in cui i dipartimenti devono prendere importanti riforme in merito. Dovremmo stabilire uno standard nazionale per l’uso della forza.
AMY GOODMAN: Ma molti sostengono che la riforma non porrà fine al sistema di polizia intrinsecamente razzista. Dall’inizio del movimento di protesta globale, Minneapolis si è impegnata a smantellare il suo dipartimento di polizia, i sindaci di Los Angeles e New York City hanno promesso di tagliare i bilanci del dipartimento di polizia; e gli appelli a “togliere risorse economiche alla polizia” vengono ascoltate in spazi che sarebbero stati impensabili solo poche settimane fa.
Bene, per ulteriori informazioni su questo momento storico, stiamo trascorrendo l’ora con la leggendaria attivista e studiosa Angela Davis, professoressa emerita all’Università della California, Santa Cruz.
Per mezzo secolo, Angela Davis è stata una delle attiviste e intellettuali più influenti negli Stati Uniti, un’icona del movimento di liberazione dei neri. Il lavoro di Angela Davis su questioni di genere, razza, classe e carceri ha influenzato il pensiero critico e i movimenti sociali di diverse generazioni. È una delle principali sostenitrici dell’abolizione del carcere, una posizione formatasi anche dalla sua esperienza di prigioniera e fuggitiva nella lista dei 10 ricercati dell’FBI più di 40 anni fa.
Una volta catturata, ha dovuto affrontare l’imputazione per un reato che l’avrebbe potuta condurre alla pena di morte in California. Dopo essere stata assolta da tutte le accuse, ha trascorso la sua vita a combattere per cambiare il sistema di giustizia penale. Angela Davis, bentornata su Democracy Now! È bello averti con noi oggi per ora.
ANGELA DAVIS: Grazie mille, Amy. È meraviglioso essere qui.
AMY GOODMAN: Pensi che questo momento sia uno spartiacque, una svolta? Tu, che sei stata una militante impegnata per quasi mezzo secolo, vedi questo momento come diverso, forse differente da qualsiasi periodo di tempo che hai vissuto?
ANGELA DAVIS: Assolutamente. Questo è un momento straordinario. Non ho mai sperimentato nulla di simile alle condizioni che stiamo vivendo attualmente, la congiuntura creata dalla pandemia di Covid-19 e il riconoscimento del razzismo sistemico che è stato reso visibile in queste condizioni a causa delle morti sproporzionate nelle comunità di Blacks e Latinos. E questo è un momento che non so se mi sarei mai aspettata di sperimentare.
Quando sono iniziate le proteste, naturalmente, attorno all’omicidio di George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery, Tony McDade e molti altri che hanno perso la vita a causa della violenza dello stato razzista e della violenza della polizia, quando sono scoppiate queste proteste, mi sono ricordata qualcosa che ho detto molte volte per incoraggiare gli attivisti, che spesso sentono che il lavoro che svolgono non sta portando a risultati tangibili.
Chiedo spesso loro di considerare la lunghissima traiettoria delle lotte nere. E ciò che è stato più importante è la creazione di eredità, i nuovi campi di lotta che possono essere tramandati alle generazioni più giovani.
Ma ho spesso detto che non si sa mai quando le condizioni possono dar luogo a una congiuntura come quella attuale, che sposta rapidamente la coscienza popolare e ci consente improvvisamente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale.
Se uno non coglie l’occasione quando si presenta un momento del genere, non possiamo sfruttare le opportunità di cambiamento. E, naturalmente, questo momento passerà. L’intensità delle attuali dimostrazioni non può essere sostenuta nel tempo, ma dovremo essere pronti a cambiare marcia e affrontare questi problemi in diversi campi, tra cui, ovviamente, quello elettorale.
AMY GOODMAN: Angela Davis, sei stata a lungo leader del movimento “Critical Resistance”, il movimento per l’abolizione carceraria. E mi chiedo se riesci a spiegare la richiesta, come la vedi, cosa pensi che debba essere fatto, riguardo al fatto di sottrarre i fondi alla polizia e poi rispetto all’abolizione della prigione.
ANGELA DAVIS: Beh, l’appello a togliere i fondi alla polizia è, a mio avviso, una richiesta abolizionista, ma riflette solo un aspetto del processo rappresentato da questa richiesta. Sconfiggere la polizia non significa semplicemente ritirare fondi per le forze dell’ordine e non fare nient’altro. E sembra che sia questa comprensione piuttosto superficiale del tema che ha fatto muovere Biden nella direzione in cui si sta muovendo.
Si tratta di spostare i fondi pubblici verso nuovi servizi e nuove istituzioni – i consulenti di salute mentale, che possono rispondere alle persone in crisi senza armi. Si tratta di spostare i finanziamenti verso l’istruzione, l’edilizia abitativa, le attività ricreative.
Tutte queste cose aiutano a creare sicurezza. Si tratta di apprendere che la sicurezza, salvaguardata dalla violenza poliziesca, non è realmente sicurezza. E direi che l’abolizione non è principalmente una strategia negativa. Non si tratta principalmente di smantellare, sbarazzarsi di, ma si tratta di avere una visione differente.
Si tratta di ricostruire di nuovo. E direi che l’abolizione è una strategia femminista. E si vede in queste richieste abolizioniste che stanno emergendo l’influenza fondamentale delle teorie e delle pratiche femministe.
AMY GOODMAN: Spiegalo ulteriormente questo punto.
ANGELA DAVIS: Beh, voglio che noi vediamo il femminismo non solo come affrontare le questioni di genere, ma piuttosto come un approccio metodologico per comprendere l’intersezione di lotte e nodi tematici.
Il femminismo abolizionista contrasta con il femminismo basato sull’approccio carcerario (Carceral feminism nell’originale, NdT), che purtroppo ha ipotizzato che questioni come la violenza contro le donne possano essere affrontate efficacemente usando la forza di polizia, usando la reclusione come soluzione.
E naturalmente sappiamo che Joseph Biden, nel 1994, che afferma che il Violence Against Women Act è stato un momento così importante della sua carriera: il Violence Against Women Act è stato presentato all’interno del Crime Act del 1994, il Clinton Crime Act. E ciò che chiediamo è un processo di depenalizzazione, riconoscere che le minacce alla sicurezza non provengono principalmente da ciò che viene definito un crimine, ma piuttosto dall’incapacità delle istituzioni nel nostro paese di affrontare i problemi della salute, questioni di violenza, istruzione, ecc.
Quindi, l’abolizione consiste davvero nel ripensare il tipo di futuro che vogliamo, il futuro sociale, il futuro economico, il futuro politico. Si tratta di rivoluzione, direi.
AMY GOODMAN: Scrivi in “Freedom Is a Constant Struggle”, “L’ideologia neoliberista ci spinge a concentrarci sugli individui, noi stessi, vittime individuali e singoli autori. Ma come è possibile risolvere l’enorme problema della violenza dello Stato razzista chiamando i singoli poliziotti a sostenere il peso di quella storia e supporre che perseguendoli, esigendo la nostra vendetta su di loro, avremmo in qualche modo fatto progressi nello sradicamento del razzismo?” Quindi, puoi spiegare cosa stai chiedendo esattamente.
ANGELA DAVIS: Beh, la logica neoliberista presuppone che l’unità fondamentale della società sia l’individuo, e direi l’individuo astratto. Secondo questa logica, i neri possono combattere il razzismo cavandosela da soli (espressione idiomatica americana che significa letteralmente, “reggersi ai tiranti dei propri stivali”, NdT).
Questa logica riconosce – o non riesce, piuttosto, a riconoscere – che ci sono barriere istituzionali che non possono essere abbattute dalla determinazione individuale. Se una persona di colore non è materialmente in grado di frequentare l’università, la soluzione non è un’azione tesa a risolvere gli scompensi della società (affirmative action nell’originale, NdT), sostengono, ma piuttosto la persona deve semplicemente lavorare di più, ottenere buoni voti e fare ciò che è necessario per acquisire i fondi per pagare le tasse scolastiche.
La logica neoliberista ci impedisce di pensare alla soluzione più semplice, che è l’educazione gratuita. Sto pensando al fatto che siamo consapevoli della necessità di queste strategie istituzionali almeno dal 1935 – ovviamente anche prima – ma scelgo il 1935 perché è stato l’anno in cui W.E.B. Du Bois pubblicò il suo germinale “Black Reconstruction in America”.
E la domanda non era cosa avrebbero dovuto fare i singoli neri, ma piuttosto come riorganizzare e ristrutturare la società post-schiavitù per garantire l’incorporazione di coloro che erano stati precedentemente ridotti in schiavitù.
La società non poteva rimanere la stessa – o non avrebbe dovuto rimanere la stessa. Il neoliberismo resiste al cambiamento a livello individuale. Chiede all’individuo di adattarsi alle condizioni del capitalismo, alle condizioni del razzismo.
Non esiste una sola era nella storia degli Stati Uniti in cui la polizia non sia stata una forza violenta contro i neri. La polizia nel sud emerse dalle “slave patrols” del 1700 e 1800 che catturavano e restituivano ai padroni gli schiavi in fuga. Nel nord, i primi dipartimenti di polizia municipali a metà del 1800 aiutarono a reprimere scioperi e rivolte contro i ricchi. Ovunque hanno soppresso le popolazioni emarginate per proteggere lo status quo.
Quindi quando vedi un ufficiale di polizia che preme il ginocchio contro il collo di un uomo nero fino alla sua morte, questo è il logico risultato delle attività di polizia in America. Quando un agente di polizia brutalizza una persona di colore, sta facendo quello che vede come “il suo lavoro”.
Ora due settimane di proteste a livello nazionale hanno indotto alcuni a chiedere il taglio delle risorse della polizia, mentre altri sostengono che farlo ci renderebbe meno sicuri (…).
Un mondo “sicuro” non è un mondo in cui la polizia tenga sotto controllo i neri e le altre persone emarginate attraverso minacce di arresto, incarcerazione, violenza e morte.
Ho sostenuto l’abolizione della polizia per anni. Indipendentemente dalla tua opinione sul potere della polizia, sia che tu voglia sbarazzarti della polizia o semplicemente per renderla meno violenta, ecco una richiesta immediata che tutti noi possiamo fare: ridurre il numero della polizia a metà e tagliare il budget a metà. Meno poliziotti equivale a minori opportunità per loro di brutalizzare e uccidere le persone. L’idea sta prendendo piede a Minneapolis, Dallas, Los Angeles e in altre città”.
Fonte
Non si tratta solo del campo della denuncia in quanto tale di alcuni aspetti peculiari della società nord-americana – che è comunque servita da matrice per le trasformazioni avvenute in tutto l’Occidente neo-liberista – ma del dibattito su proposte allo stesso tempo concrete e radicali, una agenda politica insomma.
Una di queste è la storica proposta “abolizionista” rispetto a quelle istituzioni che hanno avuto una funzione repressiva nei confronti delle “minoranze etniche” e di porzioni significative della working class, dalla polizia alle carceri.
Ecco un ampio stralcio di uno degli interventi più lucidi apparso nientepopodimeno che sul New York Times, nella sezione “Opinion”, scritto da Mariame Kaba, attivista e prolifica autrice afro-discendente, direttrice del NIA Projet: “Sì, vogliamo proprio abolire la polizia. Perché non verrà riformata”.
“Non esiste una sola era nella storia degli Stati Uniti in cui la polizia non sia stata una forza violenta contro i neri. La polizia nel sud emerse dalle slave patrols del 1700 e 1800 che catturavano e restituivano ai padroni gli schiavi in fuga. Nel nord, i primi dipartimenti di polizia municipali a metà del 1800 aiutarono a reprimere scioperi e rivolte contro i ricchi. Ovunque hanno soppresso le popolazioni emarginate per proteggere lo status quo.
Quindi quando vedi un ufficiale di polizia che preme il ginocchio contro il collo di un uomo nero fino alla sua morte, questo è il logico risultato delle attività di polizia in America. Quando un agente di polizia brutalizza una persona di colore, sta facendo quello che vede come ‘il suo lavoro’.
Ora due settimane di proteste a livello nazionale hanno indotto alcuni a chiedere il taglio delle risorse della polizia, mentre altri sostengono che farlo ci renderebbe meno sicuri (…).
Un mondo “sicuro” non è un mondo in cui la polizia tenga sotto controllo i neri e le altre persone emarginate attraverso minacce di arresto, incarcerazione, violenza e morte.
Ho sostenuto l’abolizione della polizia per anni. Indipendentemente dalla tua opinione sul potere della polizia, sia che tu voglia sbarazzarti della polizia o semplicemente renderla meno violenta, ecco una richiesta immediata che tutti noi possiamo fare: ridurre il numero della polizia a metà e tagliare il budget a metà. Meno poliziotti equivalgono a minori opportunità per loro di brutalizzare e uccidere le persone. L’idea sta prendendo piede a Minneapolis, Dallas, Los Angeles e in altre città”.
Un altro fondamentale intervento è apparso qualche giorno prima – l’8 giugno – sempre sul prestigioso quotidiano nord-americano ed è stato scritto dalla ricercatrice ed attivista Michelle Alexander. L’Alexander è autrice di uno dei più importanti volumi sull’incarcerazione di massa dei neri nella presunta società post-razziale – “The New Jim Crow: mass incarceration incarceration in Age of Colorblindness” – ed una delle voci del documentario “XIII emendamento”.
Tre sono i punti programmatici che solleva: “dobbiamo affrontare la nostra storia razziale ed il nostro presente razziale”, “dobbiamo re-immaginare la giustizia”, “dobbiamo combattere per la giustizia economica”; cioè per il socialismo, che lei contestualizza all’oggi nel programma di Bernie Sanders e di cui traccia le origini in importanti autori nord-americani.
Ecco cosa dice a proposito del secondo punto:
“Dopo decenni di riforme, innumerevoli commissioni, task force e milioni di dollari che si sono riversati in approcci “intelligenti contro il crimine”, la polizia si comporta oggi con la stessa brutalità che aveva nel 1966 quando un gruppo di giovani neri, stufo dell'abuso inflitto alla comunità nera, ha creato un’organizzazione chiamata Black Panther Party for Self-Defence.
Data questa storia, non dovrebbe sorprendere che un numero crescente di persone stia lavorando per tagliare i fondi alla polizia e reinventare la giustizia. La nostra nazione ha il più alto tasso di incarcerazione al mondo. Oltre il 95 percento degli arresti ogni anno riguarda reati non violenti come il furto, o l’evasione tariffaria.
Alcuni vengono arrestati per aver venduto sigarette sfuse (il che ha provocato il soffocamento a morte di Eric Garner da parte della polizia) o un falso minore (che ha provocato il soffocamento a morte di George Floyd da parte della polizia). Le persone hanno ragione a chiedersi: è questa giustizia?
Non possiamo progettare approcci alternativi alla povertà, all’abuso di droghe, alle malattie mentali, ai traumi e alla violenza che farebbero meno danni di polizia, carceri, e precedenti penali per tutta la vita? Fortunatamente, le straordinarie proteste che stanno investendo la nazione e il globo stanno iniziando ad avere un impatto.”
Questo costante lavoro di ricerca coniugato con l’attivismo sul campo in queste determinate condizioni sta dando i suoi frutti.
L’invito a “cogliere l’occasione”, per citare il famoso slogan delle Pantere Nere, emerge tra l’altro dall’intervista che qui abbiamo tradotto della storica militante e studiosa afro-americana Angela Davis, fatta da Amy Goodman per l’emittente nord-americana indipendente “Democracy Now”.
L’establishment politico, sia repubblicano che democratico, non sta affatto cogliendo la natura del cambiamento che sta attraversando la società nord-americano, o per meglio dire lo temono. Temono quella “redistribuzione della ricchezza”, quella società capace di riprodursi sulla base di altre priorità, da compiersi anche attraverso il destinare i fondi fin qui indirizzati ai dipartimenti di polizia verso progetti sociali...
“Defunding police” non è solo una richiesta contro, ma è innanzitutto una proposta per, in grado di pensare una società radicalmente diversa, di cui Angela ci mostra le intersezioni.
Nella parte finale dell’intervista Angela Davis, cita una pietra miliare del pensiero afro-americano – The Black Reconstruction, di W.E.B. DuBois – un’opera tra le più apprezzate da Martin Luther King e tra le letture di formazione politica dei membri delle Panthers.
Scritto dopo la crisi del 1929, che radicalizzò l’autore, è una descrizione del periodo della “Ricostruzione” dopo la fine della guerra civile americana ed è una profonda inchiesta di classe, ma è anche fonte di ispirazione per lo studio della storia del periodo, al di là della narrazione dominante, la testimonianza delle conquiste reali acquisite e della possibilità del cambiamento radicale insito nei processi storici.
Un libro la cui eredità intellettuale giunge fino a noi, e che ha fatto parlare alcuni studiosi recentemente della necessità di una “terza ricostruzione” dopo quella successiva alla guerra civile e quella del movimento dei diritti civili.
Come diceva Luther King: “Le verità che fa emergere non sono ancora patrimonio di tutti gli americani ma sono penetrate a fondo nella nostra memoria e ci forniscono le armi per le nostre attuali battaglie”.
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La rivolta contro la brutalità della polizia e il razzismo continua a diffondersi negli Stati Uniti e nei paesi di tutto il mondo, “bussando” alle sale del potere e nelle strade. Le proteste di massa a seguito dell’omicidio di George Floyd da parte della polizia a Minneapolis, il 25 maggio, hanno cambiato drasticamente l’opinione pubblica sulla polizia e sul razzismo sistemico, nel mentre “togliere i fondi alla polizia” diventa un obiettivo unificante del movimento.
Discutiamo di questo momento storico con la leggendaria studiosa e attivista Angela Davis. “Non si sa mai quando le condizioni possano dar luogo a una congiuntura come quella attuale che sposta rapidamente la coscienza popolare e improvvisamente ci consente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale“, afferma Angela. “L’intensità di queste dimostrazioni attuali non può essere sostenuta nel tempo, ma dovremo essere pronti a cambiare marcia e affrontare questi problemi in diversi campi d’intervento.”
AMY GOODMAN: Sono Amy Goodman. Mentre la rivolta nazionale contro la brutalità della polizia e il razzismo continua a turbare la nazione e il mondo, abbattendo le statue confederate e costringendo a fare i conti nei municipi e per le strade, il presidente Trump ha difeso le forze dell’ordine giovedì (11 giugno, NdT), respingendo le crescenti chiamate a de-finanziare la polizia. Ha parlato a un evento in stile campagna elettorale in una chiesa a Dallas, in Texas, annunciando un nuovo ordine esecutivo che consigliava i dipartimenti di polizia di adottare standard nazionali per l’uso della forza.
Trump non ha invitato i primi tre ufficiali delle forze dell’ordine a Dallas, tutti afroamericani. La mossa arriva dopo che Trump ha chiamato i manifestanti “THUGS” e ha minacciato di schierare le forze armate statunitensi per porre fine, cito a “ribellioni e illegalità”. Questo è Trump che parla giovedì.
PRESIDENTE DONALD TRUMP: Vogliono sbarazzarsi delle forze di polizia. Vogliono davvero sbarazzarsene. Ed è quello che fanno, ed è lì che arriverebbero. E sì, sai, perché nelle posizioni più alte non ci sarà molta capacità di comando. Non è rimasta molta leadership. Invece, dobbiamo andare nella direzione opposta. Dobbiamo investire più energia e risorse nella formazione della polizia, nel reclutamento e nell’impegno della comunità. Dobbiamo rispettare la nostra polizia. Dobbiamo prenderci cura della nostra polizia. Ci stanno proteggendo. E se sono autorizzati a fare il loro lavoro, faranno un ottimo lavoro. C’è sempre una mela marcia, non importa dove tu vada. Hai delle mele cattive. E non ce ne sono molte. E posso dirti che non ce ne sono molte nel dipartimento di polizia. Conosciamo tutti molti membri della polizia.
AMY GOODMAN: Anche il candidato alla presidenza democratica Joe Biden chiede un aumento dei finanziamenti della polizia. In un editoriale di USA Today, ha chiesto ai dipartimenti di polizia di ricevere altri $ 300 milioni per, cito testualmente, “rinvigorire le attività di polizia della comunità nel nostro paese“. Mercoledì sera (10 giugno, NdT) Biden ha discusso dei finanziamenti della polizia in The Daily Show.
JOE BIDEN: Non credo che la polizia dovrebbe essere privata dei finanziamenti, ma penso che dovrebbero essere poste le condizioni in cui i dipartimenti devono prendere importanti riforme in merito. Dovremmo stabilire uno standard nazionale per l’uso della forza.
AMY GOODMAN: Ma molti sostengono che la riforma non porrà fine al sistema di polizia intrinsecamente razzista. Dall’inizio del movimento di protesta globale, Minneapolis si è impegnata a smantellare il suo dipartimento di polizia, i sindaci di Los Angeles e New York City hanno promesso di tagliare i bilanci del dipartimento di polizia; e gli appelli a “togliere risorse economiche alla polizia” vengono ascoltate in spazi che sarebbero stati impensabili solo poche settimane fa.
Bene, per ulteriori informazioni su questo momento storico, stiamo trascorrendo l’ora con la leggendaria attivista e studiosa Angela Davis, professoressa emerita all’Università della California, Santa Cruz.
Per mezzo secolo, Angela Davis è stata una delle attiviste e intellettuali più influenti negli Stati Uniti, un’icona del movimento di liberazione dei neri. Il lavoro di Angela Davis su questioni di genere, razza, classe e carceri ha influenzato il pensiero critico e i movimenti sociali di diverse generazioni. È una delle principali sostenitrici dell’abolizione del carcere, una posizione formatasi anche dalla sua esperienza di prigioniera e fuggitiva nella lista dei 10 ricercati dell’FBI più di 40 anni fa.
Una volta catturata, ha dovuto affrontare l’imputazione per un reato che l’avrebbe potuta condurre alla pena di morte in California. Dopo essere stata assolta da tutte le accuse, ha trascorso la sua vita a combattere per cambiare il sistema di giustizia penale. Angela Davis, bentornata su Democracy Now! È bello averti con noi oggi per ora.
ANGELA DAVIS: Grazie mille, Amy. È meraviglioso essere qui.
AMY GOODMAN: Pensi che questo momento sia uno spartiacque, una svolta? Tu, che sei stata una militante impegnata per quasi mezzo secolo, vedi questo momento come diverso, forse differente da qualsiasi periodo di tempo che hai vissuto?
ANGELA DAVIS: Assolutamente. Questo è un momento straordinario. Non ho mai sperimentato nulla di simile alle condizioni che stiamo vivendo attualmente, la congiuntura creata dalla pandemia di Covid-19 e il riconoscimento del razzismo sistemico che è stato reso visibile in queste condizioni a causa delle morti sproporzionate nelle comunità di Blacks e Latinos. E questo è un momento che non so se mi sarei mai aspettata di sperimentare.
Quando sono iniziate le proteste, naturalmente, attorno all’omicidio di George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery, Tony McDade e molti altri che hanno perso la vita a causa della violenza dello stato razzista e della violenza della polizia, quando sono scoppiate queste proteste, mi sono ricordata qualcosa che ho detto molte volte per incoraggiare gli attivisti, che spesso sentono che il lavoro che svolgono non sta portando a risultati tangibili.
Chiedo spesso loro di considerare la lunghissima traiettoria delle lotte nere. E ciò che è stato più importante è la creazione di eredità, i nuovi campi di lotta che possono essere tramandati alle generazioni più giovani.
Ma ho spesso detto che non si sa mai quando le condizioni possono dar luogo a una congiuntura come quella attuale, che sposta rapidamente la coscienza popolare e ci consente improvvisamente di muoverci nella direzione del cambiamento radicale.
Se uno non coglie l’occasione quando si presenta un momento del genere, non possiamo sfruttare le opportunità di cambiamento. E, naturalmente, questo momento passerà. L’intensità delle attuali dimostrazioni non può essere sostenuta nel tempo, ma dovremo essere pronti a cambiare marcia e affrontare questi problemi in diversi campi, tra cui, ovviamente, quello elettorale.
AMY GOODMAN: Angela Davis, sei stata a lungo leader del movimento “Critical Resistance”, il movimento per l’abolizione carceraria. E mi chiedo se riesci a spiegare la richiesta, come la vedi, cosa pensi che debba essere fatto, riguardo al fatto di sottrarre i fondi alla polizia e poi rispetto all’abolizione della prigione.
ANGELA DAVIS: Beh, l’appello a togliere i fondi alla polizia è, a mio avviso, una richiesta abolizionista, ma riflette solo un aspetto del processo rappresentato da questa richiesta. Sconfiggere la polizia non significa semplicemente ritirare fondi per le forze dell’ordine e non fare nient’altro. E sembra che sia questa comprensione piuttosto superficiale del tema che ha fatto muovere Biden nella direzione in cui si sta muovendo.
Si tratta di spostare i fondi pubblici verso nuovi servizi e nuove istituzioni – i consulenti di salute mentale, che possono rispondere alle persone in crisi senza armi. Si tratta di spostare i finanziamenti verso l’istruzione, l’edilizia abitativa, le attività ricreative.
Tutte queste cose aiutano a creare sicurezza. Si tratta di apprendere che la sicurezza, salvaguardata dalla violenza poliziesca, non è realmente sicurezza. E direi che l’abolizione non è principalmente una strategia negativa. Non si tratta principalmente di smantellare, sbarazzarsi di, ma si tratta di avere una visione differente.
Si tratta di ricostruire di nuovo. E direi che l’abolizione è una strategia femminista. E si vede in queste richieste abolizioniste che stanno emergendo l’influenza fondamentale delle teorie e delle pratiche femministe.
AMY GOODMAN: Spiegalo ulteriormente questo punto.
ANGELA DAVIS: Beh, voglio che noi vediamo il femminismo non solo come affrontare le questioni di genere, ma piuttosto come un approccio metodologico per comprendere l’intersezione di lotte e nodi tematici.
Il femminismo abolizionista contrasta con il femminismo basato sull’approccio carcerario (Carceral feminism nell’originale, NdT), che purtroppo ha ipotizzato che questioni come la violenza contro le donne possano essere affrontate efficacemente usando la forza di polizia, usando la reclusione come soluzione.
E naturalmente sappiamo che Joseph Biden, nel 1994, che afferma che il Violence Against Women Act è stato un momento così importante della sua carriera: il Violence Against Women Act è stato presentato all’interno del Crime Act del 1994, il Clinton Crime Act. E ciò che chiediamo è un processo di depenalizzazione, riconoscere che le minacce alla sicurezza non provengono principalmente da ciò che viene definito un crimine, ma piuttosto dall’incapacità delle istituzioni nel nostro paese di affrontare i problemi della salute, questioni di violenza, istruzione, ecc.
Quindi, l’abolizione consiste davvero nel ripensare il tipo di futuro che vogliamo, il futuro sociale, il futuro economico, il futuro politico. Si tratta di rivoluzione, direi.
AMY GOODMAN: Scrivi in “Freedom Is a Constant Struggle”, “L’ideologia neoliberista ci spinge a concentrarci sugli individui, noi stessi, vittime individuali e singoli autori. Ma come è possibile risolvere l’enorme problema della violenza dello Stato razzista chiamando i singoli poliziotti a sostenere il peso di quella storia e supporre che perseguendoli, esigendo la nostra vendetta su di loro, avremmo in qualche modo fatto progressi nello sradicamento del razzismo?” Quindi, puoi spiegare cosa stai chiedendo esattamente.
ANGELA DAVIS: Beh, la logica neoliberista presuppone che l’unità fondamentale della società sia l’individuo, e direi l’individuo astratto. Secondo questa logica, i neri possono combattere il razzismo cavandosela da soli (espressione idiomatica americana che significa letteralmente, “reggersi ai tiranti dei propri stivali”, NdT).
Questa logica riconosce – o non riesce, piuttosto, a riconoscere – che ci sono barriere istituzionali che non possono essere abbattute dalla determinazione individuale. Se una persona di colore non è materialmente in grado di frequentare l’università, la soluzione non è un’azione tesa a risolvere gli scompensi della società (affirmative action nell’originale, NdT), sostengono, ma piuttosto la persona deve semplicemente lavorare di più, ottenere buoni voti e fare ciò che è necessario per acquisire i fondi per pagare le tasse scolastiche.
La logica neoliberista ci impedisce di pensare alla soluzione più semplice, che è l’educazione gratuita. Sto pensando al fatto che siamo consapevoli della necessità di queste strategie istituzionali almeno dal 1935 – ovviamente anche prima – ma scelgo il 1935 perché è stato l’anno in cui W.E.B. Du Bois pubblicò il suo germinale “Black Reconstruction in America”.
E la domanda non era cosa avrebbero dovuto fare i singoli neri, ma piuttosto come riorganizzare e ristrutturare la società post-schiavitù per garantire l’incorporazione di coloro che erano stati precedentemente ridotti in schiavitù.
La società non poteva rimanere la stessa – o non avrebbe dovuto rimanere la stessa. Il neoliberismo resiste al cambiamento a livello individuale. Chiede all’individuo di adattarsi alle condizioni del capitalismo, alle condizioni del razzismo.
Non esiste una sola era nella storia degli Stati Uniti in cui la polizia non sia stata una forza violenta contro i neri. La polizia nel sud emerse dalle “slave patrols” del 1700 e 1800 che catturavano e restituivano ai padroni gli schiavi in fuga. Nel nord, i primi dipartimenti di polizia municipali a metà del 1800 aiutarono a reprimere scioperi e rivolte contro i ricchi. Ovunque hanno soppresso le popolazioni emarginate per proteggere lo status quo.
Quindi quando vedi un ufficiale di polizia che preme il ginocchio contro il collo di un uomo nero fino alla sua morte, questo è il logico risultato delle attività di polizia in America. Quando un agente di polizia brutalizza una persona di colore, sta facendo quello che vede come “il suo lavoro”.
Ora due settimane di proteste a livello nazionale hanno indotto alcuni a chiedere il taglio delle risorse della polizia, mentre altri sostengono che farlo ci renderebbe meno sicuri (…).
Un mondo “sicuro” non è un mondo in cui la polizia tenga sotto controllo i neri e le altre persone emarginate attraverso minacce di arresto, incarcerazione, violenza e morte.
Ho sostenuto l’abolizione della polizia per anni. Indipendentemente dalla tua opinione sul potere della polizia, sia che tu voglia sbarazzarti della polizia o semplicemente per renderla meno violenta, ecco una richiesta immediata che tutti noi possiamo fare: ridurre il numero della polizia a metà e tagliare il budget a metà. Meno poliziotti equivale a minori opportunità per loro di brutalizzare e uccidere le persone. L’idea sta prendendo piede a Minneapolis, Dallas, Los Angeles e in altre città”.
Fonte
05/06/2020
USA - Angela Davis: memoria storica della lotta afroamericana
“Credo nella vita.
Credo nella nascita.
Credo nel sudore dell’amore e nel fuoco della verità.
E credo che una nave smarrita,
guidata da marinai stanchi, col mal di mare,
si possa ancora condurre
in porto”
Assata Shakur, “Affirmation”
Il giugno del 1972 Angela Davis viene assolta dall’accusa di omicidio di un giudice bianco. È stata probabilmente la prigioniera politica più conosciuta al mondo. La campagna internazionale per la sua liberazione ha esercitato una fortissima pressione rispetto ad un giudizio che poteva comportare la pena capitale.
Insieme alla campagna per la liberazione di Sacco e Vanzetti condotta dal Soccorso Rosso Internazionale tra le due guerre mondiali, e quella in favore dei coniugi Rosenberg – poi giustiziati nell’America “maccartista” – la campagna per l’attivista afroamericana e per i prigionieri politici nord-americani del tempo è stata una vittoria di un movimento internazionale ed un pugno nello stomaco a chi ne aveva fatto “il nemico pubblico numero uno”.
Un successo che sarà poi replicato solo in parte dalla campagna internazionale per salvare la vita a Mumia Abu Jamal, tutt’ora detenuto nelle carceri statunitensi.
Quegli anni intensi e la biografia della Davis fino alla sua liberazione sono stati raccontati con maestria nella ricostruzione storica da Shola Lynch in Free Angela Davis and all political prisoners, del 2012. Forse le parti più toccanti del documentario sono quelle riguardanti la relazione con George Jackson, militante delle Black Panthers Party giustiziato nel carcere di San Quentin, in California, il 21 agosto del 1971 – era stato detenuto ininterrottamente dai suoi 18 anni, a fine anni cinquanta – dopo essere riuscito a far uscire clandestinamente gli scritti che comporranno “Con il sangue agli Occhi”.
Alcuni passaggi di quella raccolta sembrano oggi più una profezia di ciò che sta avvenendo che una analisi della società nord-americana del tempo.
Jackson sarà una delle “vittime” dell’omicidio sistematico dei leader afroamericani da parte dell’establishment, la continuazione del destino riservato agli schiavi che si ribellavano al proprio padrone o fuggivano.
Angela Davis è nata e cresciuta in una città simbolo dell’odio razziale contro i neri e teatro di uno dei più feroci attentati contro la comunità afro-americana, che portò alla morte – il 15 settembre del 1963 – di tre ragazze di 14 anni ed una bambina di 11, oltre ad almeno 14 feriti, in seguito al “bombardamento” di una chiesa battista.
Gli scontri che seguirono causarono la morte di altri due adolescenti afroamericani ed altri feriti. Fu uno spartiacque nella lotta al segregazionismo che toccò da vicino la Davis, testimone diretta di quei fatti, come descrisse in una famosa intervista dell’epoca in cui ricostruiva il clima di terrore in cui la sua famiglia e la sua comunità erano costrette a vivere; una situazione che implicava l’autodifesa armata dei suoi membri per non soccombere alla violenza del KKK, fomentata dai politici locali.
In quella intervista la Davis “ribaltò” la questione della violenza, connotandone l’essenza all’interno di un sistema che si perpetuava con il terrore, proprio come succede nella società attuale, dove la vulnerabilità sociale degli afroamericani si coniuga con il terrore poliziesco.
In seguito a questo episodio la pianista e cantante Nina Simone compose la prima canzone di denuncia, che diventerà uno degli inni del movimento dei diritti civili: “Missisipi Goddam”, censurata in molti Stati del Sud. Fu proprio questo uno degli episodi che le fecero maturare una coscienza politica e che costituirono un “giro di boa” per il suo percorso personale ed artistico, fino ad allora fortemente penalizzato dal razzismo imperante anche nell’ambiente della musica.
L’album del 1964 che raccoglieva i brani cantati e suonati nei suoi concerti, tra cui “Missisipi Goddam”, che incontrò la censura delle emittenti radiofoniche. Semplicemente, i dischi tornavano indietro “spezzati” alla casa di produzione, come tra l’altro viene raccontato nel documentario biografico di Liz Garbuz What’s happened miss Simone?
Il documentario mostra tra l’altro come la coerenza delle sue posizioni politiche radicali la marginalizzò, nonostante il suo incredibile talento artistico ed il suo successo internazionale, costringendola per lungo tempo a vivere all’estero ed in condizione di indigenza. La Simone – tra l’altro amica intima della vedova di Malcom X – non faceva segreto del suo appoggio alla lotta armata afroamericana, dichiarandolo nelle interviste come durante i suoi concerti.
Nina Simone cantò questa canzone di fronte alle 10mila persone che sfilarono nella famosa marcia di Selma fino a Montgomery nel 1965, uno degli episodi chiave del movimento dei diritti civili. Il film Selma – la strada per la libertà, del 2014, per la regia di Ava DuVernay, si ispira agli avvenimenti accaduti anche se omette il particolare del reale livello di autodifesa, intrapreso dopo la carneficina della mobilitazione precedente.
Insieme a Strange fruit, interpretata da Billie Holyday, è forse la più bella canzone di denuncia cui verrà dedicato un documentario anonimo da Joel Katz nel 2002. Gli “strani frutti”, erano i corpi penzolanti dei neri linciati dell’Alabama – la canzone fu scritta tra le due guerre – “Black bodies swingin’ in the Southern breeze”.
Ma torniamo alla Davis…
Angela Davis, in tutti questi anni è stata la “voce dei senza voce”, ha denunciato con forza il prison-industrial complex, la militarizzazione del controllo sociale negli Stati Uniti, il profondo intreccio tra le contraddizioni di razza, classe e genere, e la politica di apartheid dello Stato d’Israele nei confronti dei palestinesi. Tutti i giovani attivisti – da Occupy passando per Black Lives Matter – hanno potuto trarre ispirazione, imparare e confrontarsi insieme ad altre autrici ed autori fondamentali per comprendere il presente della condizione afroamericana e le sue sfaccettature.
“Il fuoco della verità”, come dice Assata.
Ed è dall’impossibile separazione tra impegno politico e ricerca scientifica che bisogna partire per capire la cifra del suo contributo e la sua indipendenza di giudizio. Una donna nera e comunista è forse il peggior nemico che ancora oggi abbia di fronte l’establishment, considerato che sempre una donna comunista afroamericana – Assata Shakur – è una delle persone maggiormente ricercate dalla FBI e vive da anni a Cuba dopo la sua evasione da un carcere di massima sicurezza.
A quasi 50 anni da quella assoluzione abbiamo voluto tradurre questo articolo tratto da Meaww, che mette in luce come le attuali lotte afro-americane siano strettamente connesse con quelle del passato. Considerato che c’è chi pensa che l’ex-presidente Barack Obama sia l’icona dell’emancipazione degli afroamericani – quando proprio le radici di ciò che sta accadendo oggi affondano in ciò che ha fatto e soprattutto non ha fatto durante gli otto anni in cui è stato alla Casa Bianca – forse è meglio rinfrescare la memoria.
Buona lettura
La Davis è stata riconosciuta a livello internazionale come la “prigioniera politica” più famosa d’America durante la sua prigionia e il processo per cospirazione tra il 1970 e il 1972.
La morte di un nero disarmato per mano di un poliziotto bianco ha scatenato una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo. George Floyd è morto per mano del poliziotto di Minneapolis Derek Chauvin il 25 maggio. Il privilegio bianco e la brutalità della polizia sono diventati all’istante il centro di una protesta scoppiata a Minneapolis e poi diffusasi in tutta la nazione.
Dieci giorni dopo, più di 40 città sono in isolamento, mentre i manifestanti continuano a sciamare per le strade e a scontrarsi con la polizia. Il 3 luglio, altri tre agenti di polizia sono stati ufficialmente accusati della morte di George Floyd, nel bel mezzo dell’infuriato movimento Black Lives Matter. Come dice la figlia di Floyd: “Papà ha cambiato il mondo”, ma le cose sono lontane dal terminare. Questo è solo l’inizio.
Mentre continuiamo la lotta contro il razzismo, il suprematismo e la brutalità della polizia, ricordiamo anche ogni individuo, vivo o morto, che ha lavorato per elevare la comunità afroamericana. E tra queste figure di spicco c’è l’attivista nera, femminista, autrice e rivoluzionaria Angela Davis, che in questo giorno di 48 anni fa è stata assolta da una giuria di soli bianchi da false accuse di aver ucciso un giudice bianco.
Ha ottenuto il riconoscimento internazionale come la “prigioniera politica” più famosa d’America durante la sua prigionia e il processo per le accuse di cospirazione tra il 1970 e il 1972. Davis è nata nel 1944, a Birmingham, Alabama, città che si è imposta all’attenzione nazionale durante le lotte per i diritti civili, agli insegnanti delle scuole. Divenuta professoressa di filosofia, Davis è stata fortemente legata al Black Panther Party, un’organizzazione socialista rivoluzionaria fondata da studenti marxisti afroamericani nel 1966. Negli anni Sessanta e Settanta, Davis ha lavorato incessantemente per sostenere la causa dei prigionieri neri.
Tuttavia, nonostante i suoi eccellenti risultati, le sue opinioni politiche le hanno fatto negare il rinnovo della nomina nel 1969, mentre l’allora governatore della California Ronald Reagan aveva cercato di farla licenziare. Un anno dopo, la Davis è diventata la “criminale più ricercata” del Federal Bureau of Investigation (FBI), dopo uno scontro armato in un tribunale nella Hall of Justice della California – Marin County – nel 1970, in cui erano morti un giudice e altre quattro persone, uno dei quali amico della Davis. Erano stati gli agenti a sparare a queste persone, ma una pistola recuperata nella mischia fu fatta risalire alla Davis.
Gli investigatori trovarono un capro espiatorio in lei, che aveva fiutato l’odore di una montatura. Quando la polizia l’ha cercata, è andata fuori dai radar diventando una fuggitiva, mentre il presidente Richard Nixon l’ha bollata come “terrorista”.
È sfuggita alla polizia per due mesi prima di essere catturata e detenuta a New York, nell’ottobre 1970, tornando poi in California per affrontare le accuse di rapimento, omicidio e cospirazione per le quali avrebbe potuto essere giustiziata. Era stata sotto processo per la sua vita e la sua cattura ha scatenato una protesta internazionale con i progressisti americani, che hanno preso il suo processo come un fatto personale. Sono venuti in sua difesa e si sono battuti per “Liberare Angela”, la donna a cui persino John Lennon e Yoko Ono hanno cantato un’ode.
Nel 1971, La Davis aprì il suo processo con una solida dichiarazione che risuonò in tutta la nazione, affermando che “sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse dallo Stato della California“. E mentre veniva assolta al suo ultimo processo nel 1972, i suoi ex fratelli delle Black Panther, che erano stati prigionieri politici insieme a lei, non furono altrettanto fortunati.
Da allora, la Davis è cresciuta come un’attivista di spicco che ha condotto una lunga e dura campagna contro le carceri, considerandole istituzioni brutalizzanti, razziste, capitalistiche e di estorsione.
Divenne difensore di un imputato e guidò movimenti di resistenza contro le cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia. Ha continuato con tutto il cuore a rendere il suo tempo uno sforzo per difendere le donne nere, i prigionieri e la comunità nera impoverita. È stata tra le 100 donne dell’anno del “Times” del 2020.
“C’è una linea ininterrotta di violenza della polizia negli Stati Uniti che ci riporta ai tempi della schiavitù, alle conseguenze della schiavitù, allo sviluppo del Ku Klux Klan“, ha detto Angela Davis in un’intervista con il The Guardian. “C’è così tanta storia di questa violenza razzista che il semplice fatto di consegnare una persona alla giustizia non disturberà l’intero edificio razzista“.
Fonte
Credo nella nascita.
Credo nel sudore dell’amore e nel fuoco della verità.
E credo che una nave smarrita,
guidata da marinai stanchi, col mal di mare,
si possa ancora condurre
in porto”
Assata Shakur, “Affirmation”
Il giugno del 1972 Angela Davis viene assolta dall’accusa di omicidio di un giudice bianco. È stata probabilmente la prigioniera politica più conosciuta al mondo. La campagna internazionale per la sua liberazione ha esercitato una fortissima pressione rispetto ad un giudizio che poteva comportare la pena capitale.
Insieme alla campagna per la liberazione di Sacco e Vanzetti condotta dal Soccorso Rosso Internazionale tra le due guerre mondiali, e quella in favore dei coniugi Rosenberg – poi giustiziati nell’America “maccartista” – la campagna per l’attivista afroamericana e per i prigionieri politici nord-americani del tempo è stata una vittoria di un movimento internazionale ed un pugno nello stomaco a chi ne aveva fatto “il nemico pubblico numero uno”.
Un successo che sarà poi replicato solo in parte dalla campagna internazionale per salvare la vita a Mumia Abu Jamal, tutt’ora detenuto nelle carceri statunitensi.
Quegli anni intensi e la biografia della Davis fino alla sua liberazione sono stati raccontati con maestria nella ricostruzione storica da Shola Lynch in Free Angela Davis and all political prisoners, del 2012. Forse le parti più toccanti del documentario sono quelle riguardanti la relazione con George Jackson, militante delle Black Panthers Party giustiziato nel carcere di San Quentin, in California, il 21 agosto del 1971 – era stato detenuto ininterrottamente dai suoi 18 anni, a fine anni cinquanta – dopo essere riuscito a far uscire clandestinamente gli scritti che comporranno “Con il sangue agli Occhi”.
Alcuni passaggi di quella raccolta sembrano oggi più una profezia di ciò che sta avvenendo che una analisi della società nord-americana del tempo.
Jackson sarà una delle “vittime” dell’omicidio sistematico dei leader afroamericani da parte dell’establishment, la continuazione del destino riservato agli schiavi che si ribellavano al proprio padrone o fuggivano.
Angela Davis è nata e cresciuta in una città simbolo dell’odio razziale contro i neri e teatro di uno dei più feroci attentati contro la comunità afro-americana, che portò alla morte – il 15 settembre del 1963 – di tre ragazze di 14 anni ed una bambina di 11, oltre ad almeno 14 feriti, in seguito al “bombardamento” di una chiesa battista.
Gli scontri che seguirono causarono la morte di altri due adolescenti afroamericani ed altri feriti. Fu uno spartiacque nella lotta al segregazionismo che toccò da vicino la Davis, testimone diretta di quei fatti, come descrisse in una famosa intervista dell’epoca in cui ricostruiva il clima di terrore in cui la sua famiglia e la sua comunità erano costrette a vivere; una situazione che implicava l’autodifesa armata dei suoi membri per non soccombere alla violenza del KKK, fomentata dai politici locali.
In quella intervista la Davis “ribaltò” la questione della violenza, connotandone l’essenza all’interno di un sistema che si perpetuava con il terrore, proprio come succede nella società attuale, dove la vulnerabilità sociale degli afroamericani si coniuga con il terrore poliziesco.
In seguito a questo episodio la pianista e cantante Nina Simone compose la prima canzone di denuncia, che diventerà uno degli inni del movimento dei diritti civili: “Missisipi Goddam”, censurata in molti Stati del Sud. Fu proprio questo uno degli episodi che le fecero maturare una coscienza politica e che costituirono un “giro di boa” per il suo percorso personale ed artistico, fino ad allora fortemente penalizzato dal razzismo imperante anche nell’ambiente della musica.
L’album del 1964 che raccoglieva i brani cantati e suonati nei suoi concerti, tra cui “Missisipi Goddam”, che incontrò la censura delle emittenti radiofoniche. Semplicemente, i dischi tornavano indietro “spezzati” alla casa di produzione, come tra l’altro viene raccontato nel documentario biografico di Liz Garbuz What’s happened miss Simone?
Il documentario mostra tra l’altro come la coerenza delle sue posizioni politiche radicali la marginalizzò, nonostante il suo incredibile talento artistico ed il suo successo internazionale, costringendola per lungo tempo a vivere all’estero ed in condizione di indigenza. La Simone – tra l’altro amica intima della vedova di Malcom X – non faceva segreto del suo appoggio alla lotta armata afroamericana, dichiarandolo nelle interviste come durante i suoi concerti.
Nina Simone cantò questa canzone di fronte alle 10mila persone che sfilarono nella famosa marcia di Selma fino a Montgomery nel 1965, uno degli episodi chiave del movimento dei diritti civili. Il film Selma – la strada per la libertà, del 2014, per la regia di Ava DuVernay, si ispira agli avvenimenti accaduti anche se omette il particolare del reale livello di autodifesa, intrapreso dopo la carneficina della mobilitazione precedente.
Insieme a Strange fruit, interpretata da Billie Holyday, è forse la più bella canzone di denuncia cui verrà dedicato un documentario anonimo da Joel Katz nel 2002. Gli “strani frutti”, erano i corpi penzolanti dei neri linciati dell’Alabama – la canzone fu scritta tra le due guerre – “Black bodies swingin’ in the Southern breeze”.
Ma torniamo alla Davis…
Angela Davis, in tutti questi anni è stata la “voce dei senza voce”, ha denunciato con forza il prison-industrial complex, la militarizzazione del controllo sociale negli Stati Uniti, il profondo intreccio tra le contraddizioni di razza, classe e genere, e la politica di apartheid dello Stato d’Israele nei confronti dei palestinesi. Tutti i giovani attivisti – da Occupy passando per Black Lives Matter – hanno potuto trarre ispirazione, imparare e confrontarsi insieme ad altre autrici ed autori fondamentali per comprendere il presente della condizione afroamericana e le sue sfaccettature.
“Il fuoco della verità”, come dice Assata.
Ed è dall’impossibile separazione tra impegno politico e ricerca scientifica che bisogna partire per capire la cifra del suo contributo e la sua indipendenza di giudizio. Una donna nera e comunista è forse il peggior nemico che ancora oggi abbia di fronte l’establishment, considerato che sempre una donna comunista afroamericana – Assata Shakur – è una delle persone maggiormente ricercate dalla FBI e vive da anni a Cuba dopo la sua evasione da un carcere di massima sicurezza.
A quasi 50 anni da quella assoluzione abbiamo voluto tradurre questo articolo tratto da Meaww, che mette in luce come le attuali lotte afro-americane siano strettamente connesse con quelle del passato. Considerato che c’è chi pensa che l’ex-presidente Barack Obama sia l’icona dell’emancipazione degli afroamericani – quando proprio le radici di ciò che sta accadendo oggi affondano in ciò che ha fatto e soprattutto non ha fatto durante gli otto anni in cui è stato alla Casa Bianca – forse è meglio rinfrescare la memoria.
Buona lettura
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Questo giorno nella storia: L’attivista afroamericana Angela Davis viene assolta dall’omicidio di un giudice bianco nel 1972
La Davis è stata riconosciuta a livello internazionale come la “prigioniera politica” più famosa d’America durante la sua prigionia e il processo per cospirazione tra il 1970 e il 1972.
La morte di un nero disarmato per mano di un poliziotto bianco ha scatenato una delle più grandi rivoluzioni del nostro tempo. George Floyd è morto per mano del poliziotto di Minneapolis Derek Chauvin il 25 maggio. Il privilegio bianco e la brutalità della polizia sono diventati all’istante il centro di una protesta scoppiata a Minneapolis e poi diffusasi in tutta la nazione.
Dieci giorni dopo, più di 40 città sono in isolamento, mentre i manifestanti continuano a sciamare per le strade e a scontrarsi con la polizia. Il 3 luglio, altri tre agenti di polizia sono stati ufficialmente accusati della morte di George Floyd, nel bel mezzo dell’infuriato movimento Black Lives Matter. Come dice la figlia di Floyd: “Papà ha cambiato il mondo”, ma le cose sono lontane dal terminare. Questo è solo l’inizio.
Mentre continuiamo la lotta contro il razzismo, il suprematismo e la brutalità della polizia, ricordiamo anche ogni individuo, vivo o morto, che ha lavorato per elevare la comunità afroamericana. E tra queste figure di spicco c’è l’attivista nera, femminista, autrice e rivoluzionaria Angela Davis, che in questo giorno di 48 anni fa è stata assolta da una giuria di soli bianchi da false accuse di aver ucciso un giudice bianco.
Ha ottenuto il riconoscimento internazionale come la “prigioniera politica” più famosa d’America durante la sua prigionia e il processo per le accuse di cospirazione tra il 1970 e il 1972. Davis è nata nel 1944, a Birmingham, Alabama, città che si è imposta all’attenzione nazionale durante le lotte per i diritti civili, agli insegnanti delle scuole. Divenuta professoressa di filosofia, Davis è stata fortemente legata al Black Panther Party, un’organizzazione socialista rivoluzionaria fondata da studenti marxisti afroamericani nel 1966. Negli anni Sessanta e Settanta, Davis ha lavorato incessantemente per sostenere la causa dei prigionieri neri.
Tuttavia, nonostante i suoi eccellenti risultati, le sue opinioni politiche le hanno fatto negare il rinnovo della nomina nel 1969, mentre l’allora governatore della California Ronald Reagan aveva cercato di farla licenziare. Un anno dopo, la Davis è diventata la “criminale più ricercata” del Federal Bureau of Investigation (FBI), dopo uno scontro armato in un tribunale nella Hall of Justice della California – Marin County – nel 1970, in cui erano morti un giudice e altre quattro persone, uno dei quali amico della Davis. Erano stati gli agenti a sparare a queste persone, ma una pistola recuperata nella mischia fu fatta risalire alla Davis.
Gli investigatori trovarono un capro espiatorio in lei, che aveva fiutato l’odore di una montatura. Quando la polizia l’ha cercata, è andata fuori dai radar diventando una fuggitiva, mentre il presidente Richard Nixon l’ha bollata come “terrorista”.
È sfuggita alla polizia per due mesi prima di essere catturata e detenuta a New York, nell’ottobre 1970, tornando poi in California per affrontare le accuse di rapimento, omicidio e cospirazione per le quali avrebbe potuto essere giustiziata. Era stata sotto processo per la sua vita e la sua cattura ha scatenato una protesta internazionale con i progressisti americani, che hanno preso il suo processo come un fatto personale. Sono venuti in sua difesa e si sono battuti per “Liberare Angela”, la donna a cui persino John Lennon e Yoko Ono hanno cantato un’ode.
Nel 1971, La Davis aprì il suo processo con una solida dichiarazione che risuonò in tutta la nazione, affermando che “sono innocente di tutte le accuse che mi sono state mosse dallo Stato della California“. E mentre veniva assolta al suo ultimo processo nel 1972, i suoi ex fratelli delle Black Panther, che erano stati prigionieri politici insieme a lei, non furono altrettanto fortunati.
Da allora, la Davis è cresciuta come un’attivista di spicco che ha condotto una lunga e dura campagna contro le carceri, considerandole istituzioni brutalizzanti, razziste, capitalistiche e di estorsione.
Divenne difensore di un imputato e guidò movimenti di resistenza contro le cause strutturali della disuguaglianza e dell’ingiustizia. Ha continuato con tutto il cuore a rendere il suo tempo uno sforzo per difendere le donne nere, i prigionieri e la comunità nera impoverita. È stata tra le 100 donne dell’anno del “Times” del 2020.
“C’è una linea ininterrotta di violenza della polizia negli Stati Uniti che ci riporta ai tempi della schiavitù, alle conseguenze della schiavitù, allo sviluppo del Ku Klux Klan“, ha detto Angela Davis in un’intervista con il The Guardian. “C’è così tanta storia di questa violenza razzista che il semplice fatto di consegnare una persona alla giustizia non disturberà l’intero edificio razzista“.
Fonte
10/01/2019
“Sostiene il Bds”. Revocato un premio ad Angela Davis, simbolo della lotta per diritti civili
Angela Davis, veterana della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, ha dichiarato di essere “sbalordita” dalla decisione del Birmingham Civil Rights Institute in Alabama di revocare un premio che avrebbe dovuto ricevere. Dietro questa decisione emerge lo zampino della lobby sionista statunitense che non ha gradito il sostegno della Davis alla campagna internazionale Bds (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) contro Israele.
L’istituto aveva annunciato ad ottobre che Angela Davis, nativa di Birmingham, avrebbe ricevuto il premio Fred Shuttlesworth per i diritti umani, definendola “uno dei più riconosciuti rappresentanti a livello mondiale dei diritti umani, dando voce a coloro che sono impotenti a parlare”.
Ma la scorsa settimana, l’organizzazione ha invertito la rotta e ha detto che non soddisfa i criteri a causa delle obiezioni sul suo schietto sostegno al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che protesta contro l’apartheid verso i palestinesi da parte di Israele.
“Ho dedicato molto del mio attivismo alla solidarietà internazionale e, in particolare, a collegare le lotte in altre parti del mondo alle campagne di base statunitensi contro la violenza della polizia, il complesso carcerario-industriale e il razzismo in generale”, ha detto Angela Davis in una dichiarazione.
“Il ritiro di questo invito e la cancellazione dell’evento in cui avrei dovuto parlare non è stato quindi principalmente un attacco contro di me, ma piuttosto contro lo spirito stesso dell’indivisibilità della giustizia”.
Angela Davis, che è stata un membro attivo del Black Panther Party e del Partito Comunista Statunitense, ha detto che il suo sostegno ai prigionieri palestinesi è coerente con il suo sostegno ai prigionieri politici in altre parti del mondo.
L’attivista ha detto che apparirà ad un evento alternativo a Birmingham a febbraio “organizzato da coloro che credono che il movimento per i diritti civili in questo momento debba includere una discussione approfondita su tutte le ingiustizie che ci circondano”.
Lei che ha studiato alla scuola di Francoforte ha sottolineato di aver imparato “ad essere appassionata dell’opposizione all’antisemitismo come al razzismo. È stato durante questo periodo che mi sono avvicinata alla causa palestinese“, ha detto la Davis. “Sono orgogliosa di aver lavorato a stretto contatto con organizzazioni e individui ebrei su questioni di interesse per tutte le nostre comunità nel corso della mia vita. In molti modi, questo lavoro è stato parte integrante della mia crescente consapevolezza riguardo all’importanza di protestare contro l’occupazione israeliana della Palestina”.
Fonte
L’istituto aveva annunciato ad ottobre che Angela Davis, nativa di Birmingham, avrebbe ricevuto il premio Fred Shuttlesworth per i diritti umani, definendola “uno dei più riconosciuti rappresentanti a livello mondiale dei diritti umani, dando voce a coloro che sono impotenti a parlare”.
Ma la scorsa settimana, l’organizzazione ha invertito la rotta e ha detto che non soddisfa i criteri a causa delle obiezioni sul suo schietto sostegno al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che protesta contro l’apartheid verso i palestinesi da parte di Israele.
“Ho dedicato molto del mio attivismo alla solidarietà internazionale e, in particolare, a collegare le lotte in altre parti del mondo alle campagne di base statunitensi contro la violenza della polizia, il complesso carcerario-industriale e il razzismo in generale”, ha detto Angela Davis in una dichiarazione.
“Il ritiro di questo invito e la cancellazione dell’evento in cui avrei dovuto parlare non è stato quindi principalmente un attacco contro di me, ma piuttosto contro lo spirito stesso dell’indivisibilità della giustizia”.
Angela Davis, che è stata un membro attivo del Black Panther Party e del Partito Comunista Statunitense, ha detto che il suo sostegno ai prigionieri palestinesi è coerente con il suo sostegno ai prigionieri politici in altre parti del mondo.
L’attivista ha detto che apparirà ad un evento alternativo a Birmingham a febbraio “organizzato da coloro che credono che il movimento per i diritti civili in questo momento debba includere una discussione approfondita su tutte le ingiustizie che ci circondano”.
Lei che ha studiato alla scuola di Francoforte ha sottolineato di aver imparato “ad essere appassionata dell’opposizione all’antisemitismo come al razzismo. È stato durante questo periodo che mi sono avvicinata alla causa palestinese“, ha detto la Davis. “Sono orgogliosa di aver lavorato a stretto contatto con organizzazioni e individui ebrei su questioni di interesse per tutte le nostre comunità nel corso della mia vita. In molti modi, questo lavoro è stato parte integrante della mia crescente consapevolezza riguardo all’importanza di protestare contro l’occupazione israeliana della Palestina”.
Fonte
12/04/2016
Il femminismo “bianco, imprenditoriale e imperialista” di Hillary Clinton
Queste righe sono tratte da un articolo
scritto in inglese per un blog con il quale collaboro, e credo possano
offrire alcuni spunti di riflessione sul ruolo delle “donne leader” e
sulle contraddizioni del femminismo mainstream e/o liberale. Un
dibattito necessario anche nel contesto italiano, considerando le
recenti vicende riguardanti le donne ai vertici, ma anche i dibattiti
intergenerazionali apparentemente inconciliabili tra femministe che si
fanno portavoce di diversi interessi e modi di intendere e portare
avanti la lotta femminista. Il titolo, un chiaro riferimento alla
canzone di Bowie, si riferisce alla molteplice identità e relazionalità
del femminismo, o meglio dei femminismi, e a come spesso le femministe
in posizione di potere tendano a “vendere” il femminismo, sminuendo la
complessa ricchezza e franchezza della dissidenza che considerano di
nicchia.
Il punto d’ingresso per la mia riflessione è la lecture tenuta recentemente da Angela Davis a Bologna, intitolata non a caso The Meaning of White Supremacy Today, che inizia citando due meravigliose pensatrici: Ella Baker “se le persone sono forti e consapevoli non hanno bisogno di leader potenti” e Toni Morrison “il ruolo della libertà è di liberare qualcun altro”, considerando quindi la libertà come un bene collettivo e non individuale.
Queste citazioni mi hanno fatto immediatamente pensare alle recenti discussioni sulle elezioni americane, ma non riguardo all’incommentabile Trump (che ha sicuramente già ricevuto più pubblicità di quella che merita). Vorrei invece spostare l’attenzione su Hillary Rodham Clinton, la front-runner del Partito Democratico e prima donna a concorrere alla presidenza americana, che ha ottenuto sin dall’inizio l’appoggio delle femministe liberali americane. Come ha anche notato Jessica Valenti, mentre nella campagna condotta nel 2008 contro Barack Obama i diritti di genere erano solo timidamente menzionati nella campagna elettorale di Hillary Clinton, quest’anno le primarie stanno alimentando un’accesa discussione sul significato e sul ruolo del femminismo nel XXI secolo.
Hillary ha fatto ampio uso dell’etichetta femminista, ma il suo femminismo è stato spesso definito come “bianco, imprenditoriale e imperialista.” A muovere questa critica sono state soprattutto le femministe cosiddette “giovani” o Millennial, che hanno motivato e argomentato la loro scelta di non supportare la Clinton sulla base di varie politiche nazionali ed estere adottate dalla stessa Hillary: in particolare il suo voto a favore della guerra in Iraq, il supporto per gli interventi militari in Nord Africa e Medio Oriente, la guerra in Siria in sostegno ad Israele (come di recente rivelato da Wikileaks), la sua campagna al fianco di Walmart contro i sindacati e i lavoratori e le varie misure di austerità e le privatizzazioni che hanno colpito soprattutto i gruppi più vulnerabili della popolazione.
Queste femministe “giovani”, che in ogni caso costituiscono un gruppo molto variegato, supportano l’avversario Democratico di Hillary, Bernie Sanders e il suo “progetto socialista” basato su servizi pubblici come sanità ed educazione per tutti, diritti dei lavoratori e salario minimo, eliminazione degli sgravi fiscali per le grosse multinazionali e varie riforme atte ad eliminare le discriminazioni religiose, di razza e genere. Utopico? Forse. Ma quanto sono stati sottovalutati i perennemente sospesi diritti sociali dal pensiero femminista occidentale negli ultimi anni? A ricordarcelo ci sono le spesso emarginate economiste femministe come Diane Elson e le femministe di minoranze etniche e dei paesi Africani come Oyeronke Oyewumi o Wangari Maathai, che hanno continuato a considerare i diritti sociali e la lotta per i beni comuni la loro priorità, nonostante le continue pressioni occidentali per la ristrutturazione delle loro pratiche “indigene” e per l’inclusione economica e finanziaria.
Lo stesso Guetta ha scritto ieri su Internazionale che Sanders indica l’esigenza globale di una nuova sinistra... e probabilmente è proprio in questa direzione che si stanno facendo strada le “giovani” femministe americane. Proprio loro, accusate da Gloria Steinem di votare Sanders solo per attirare l’attenzione dei ragazzi, in realtà hanno le idee molto chiare e considerano la disuguaglianza di genere come definita dall’intersezione di genere, razza, classe e relazioni di potere economico e politico sia nazionale che globale. Come affermato da Feministing, sito portavoce di alcune millennial feminists, ‘definire le giovani femministe come disinformate, ingenue e a-politiche serve soltanto ad offuscare la serietà della loro lotta, le ragioni del disaccordo intergenerazionale e l’importanza della discussione’.
Come sempre dovremmo avere meno convinzioni, maggiore spirito critico, aprirci al confronto e porci più domande, sperando di trovare alcune risposte, magari insieme...
Serena
Fonte
Il punto d’ingresso per la mia riflessione è la lecture tenuta recentemente da Angela Davis a Bologna, intitolata non a caso The Meaning of White Supremacy Today, che inizia citando due meravigliose pensatrici: Ella Baker “se le persone sono forti e consapevoli non hanno bisogno di leader potenti” e Toni Morrison “il ruolo della libertà è di liberare qualcun altro”, considerando quindi la libertà come un bene collettivo e non individuale.
Queste citazioni mi hanno fatto immediatamente pensare alle recenti discussioni sulle elezioni americane, ma non riguardo all’incommentabile Trump (che ha sicuramente già ricevuto più pubblicità di quella che merita). Vorrei invece spostare l’attenzione su Hillary Rodham Clinton, la front-runner del Partito Democratico e prima donna a concorrere alla presidenza americana, che ha ottenuto sin dall’inizio l’appoggio delle femministe liberali americane. Come ha anche notato Jessica Valenti, mentre nella campagna condotta nel 2008 contro Barack Obama i diritti di genere erano solo timidamente menzionati nella campagna elettorale di Hillary Clinton, quest’anno le primarie stanno alimentando un’accesa discussione sul significato e sul ruolo del femminismo nel XXI secolo.
Hillary ha fatto ampio uso dell’etichetta femminista, ma il suo femminismo è stato spesso definito come “bianco, imprenditoriale e imperialista.” A muovere questa critica sono state soprattutto le femministe cosiddette “giovani” o Millennial, che hanno motivato e argomentato la loro scelta di non supportare la Clinton sulla base di varie politiche nazionali ed estere adottate dalla stessa Hillary: in particolare il suo voto a favore della guerra in Iraq, il supporto per gli interventi militari in Nord Africa e Medio Oriente, la guerra in Siria in sostegno ad Israele (come di recente rivelato da Wikileaks), la sua campagna al fianco di Walmart contro i sindacati e i lavoratori e le varie misure di austerità e le privatizzazioni che hanno colpito soprattutto i gruppi più vulnerabili della popolazione.
Queste femministe “giovani”, che in ogni caso costituiscono un gruppo molto variegato, supportano l’avversario Democratico di Hillary, Bernie Sanders e il suo “progetto socialista” basato su servizi pubblici come sanità ed educazione per tutti, diritti dei lavoratori e salario minimo, eliminazione degli sgravi fiscali per le grosse multinazionali e varie riforme atte ad eliminare le discriminazioni religiose, di razza e genere. Utopico? Forse. Ma quanto sono stati sottovalutati i perennemente sospesi diritti sociali dal pensiero femminista occidentale negli ultimi anni? A ricordarcelo ci sono le spesso emarginate economiste femministe come Diane Elson e le femministe di minoranze etniche e dei paesi Africani come Oyeronke Oyewumi o Wangari Maathai, che hanno continuato a considerare i diritti sociali e la lotta per i beni comuni la loro priorità, nonostante le continue pressioni occidentali per la ristrutturazione delle loro pratiche “indigene” e per l’inclusione economica e finanziaria.
Lo stesso Guetta ha scritto ieri su Internazionale che Sanders indica l’esigenza globale di una nuova sinistra... e probabilmente è proprio in questa direzione che si stanno facendo strada le “giovani” femministe americane. Proprio loro, accusate da Gloria Steinem di votare Sanders solo per attirare l’attenzione dei ragazzi, in realtà hanno le idee molto chiare e considerano la disuguaglianza di genere come definita dall’intersezione di genere, razza, classe e relazioni di potere economico e politico sia nazionale che globale. Come affermato da Feministing, sito portavoce di alcune millennial feminists, ‘definire le giovani femministe come disinformate, ingenue e a-politiche serve soltanto ad offuscare la serietà della loro lotta, le ragioni del disaccordo intergenerazionale e l’importanza della discussione’.
Come sempre dovremmo avere meno convinzioni, maggiore spirito critico, aprirci al confronto e porci più domande, sperando di trovare alcune risposte, magari insieme...
Serena
Fonte
16/03/2016
Il significato della supremazia bianca oggi. Racconto della conferenza di Angela Davis
«Non sono più iscritta al partito comunista, ma sono ancora comunista». Questa una delle affermazioni di Angela Davis durante la lezione magistrale che ha tenuto lunedì scorso all’Università di Roma Tre. Parole decise, prive di ipocrisia e senza toni attenuati, pronunciate in risposta all’intervento polemico del germanista Marino Freschi, che – e la frecciatina anticomunista nelle sue affermazioni era palese – evidenziava i rapporti di Davis con Erich Honecker, segretario della Sed (il partito comunista della Repubblica democratica tedesca) e poi presidente della Ddr, e l’esistenza di una foto che la ritrae con sua moglie Margot. La foto in questione, che vede anche la presenza della cosmonauta sovietica Valentina Tereshkova, è del 4 agosto 1973, pochi giorni dopo la morte di Walter Ulbricht, fino ad allora presidente della Ddr con pochi poteri effettivi: Freschi non ha potuto fare a meno di fare un po’ di polemica, dicendo che Honecker aveva tenuto nascosta questa morte perché allora nella Ddr non si poteva dire la verità. La dichiarazione di Davis di essere ancora comunista e l’affermazione precedente sulla possibilità di un futuro socialista («Non solo perché non ci sono più paesi socialisti dobbiamo pensare che non ci sarà più un mondo socialista in futuro», ma andiamo a memoria) assumono, in questo contesto ufficiale, ancora più valore.
Queste parole, infatti, sono state pronunciate da Davis nell’aula magna della facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tre, nel corso di un incontro ufficiale organizzato dall’istituzione universitaria. Le cinquecento poltrone dell’aula non sono bastate a contenere tutto il pubblico, composto in gran parte di compagne e compagne, e molti si sono seduti a terra o sono rimasti in piedi. Era la prima volta che quell’aula era così piena, come ha notato il rettore dell’Università Mario Panizza in una pantomima introduttiva in cui, probabilmente per fare bella figura con l’ospite straniera, invitava a continuare a leggere Marx.
A riempirla per la prima volta, a quanto pare, è dunque riuscita proprio Angela Davis: e ciò dimostra come la forza del suo esempio e di quello del Black Panther Party sia ancora forte tra i compagni. Militante del Partito comunista dal 1968 e, in seguito, del BPP (almeno fino a quando le pantere nere decisero che la militanza nell’organizzazione non era compatibile con quella in altri partiti e Davis scelse il partito comunista), a lungo imprigionata per “terrorismo” a causa soprattutto dei suoi rapporti con George Jackson, e poi liberata dopo una vastissima campagna internazionale, Angela Davis è oggi docente universitaria e attiva nel movimento Black Lives Matter (BLM): da molto tempo è impegnata nello studio delle interconnessioni tra classe, razza e genere e, negli ultimi anni, nella lotta per l’abolizione del carcere. Una figura di militante politica comunista importantissima, oggi come quarantacinque anni fa, a dispetto della scandalosa “breve biografia” pubblicata sul sito di Roma Tre, in cui la sua figura è stata quasi completamente depoliticizzata, la sua militanza ridotta a “coinvolgimento” (??) «nei movimenti per la giustizia sociale in tutto il mondo grazie al suo attivismo e al suo impegno decennale» e la sua persona presentata come una che «con il suo lavoro di educatrice – sia a livello universitario che nell’ambito pubblico più ampio – ha sempre sostenuto l’importanza di costruire comunità militanti per la giustizia economica, razziale e di genere» (con il suo lavoro di educatrice??). Una depoliticizzazione così ricercata che, nell’elenco delle sue pubblicazioni, è persino scomparsa la sua Autobiografia di una rivoluzionaria: forse il titolo sembrava troppo estremista. Una depoliticizzazione che fa il paio con l’intervista a Davis di Antonio Gnoli uscita su «Repubblica», che non ha saputo far meglio che chiedere alla militante afroamericana dei suoi incontri con Adorno e Marcuse, della musica, del suo giudizio sul post-moderno, della sua infanzia.
Invitata dunque come docente universitaria a tenere una lectio magistralis sul Significato della supremazia bianca oggi, le sue parole sono state ricchissime di contenuti, in parte racchiusi nel suo ultimo libro Freedom is a constant struggle, uscito un paio di mesi fa. Davis, per la prima volta a Roma, ha aperto il suo intervento (audio e video, in quatto parti: 1, 2, 3, 4) ringraziando quanti, tra i presenti, avevano partecipato alla campagna per la sua liberazione oltre un quarantennio fa. Ha poi annunciato la morte, avvenuta domenica scorsa, di Mondo we Langa (all’anagrafe David Rice), membro delle Black Panthers deceduto in carcere dove, nonostante le gravi condizioni di salute e la continua professione di innocenza, era detenuto da quarantaquattro anni con l’accusa di aver ucciso un poliziotto nel 1970. Una sorte simile a quella di Mumia Abu Jamal, ricordato tra gli applausi. Davis ha quindi iniziato la lezione richiamandosi al marxismo nero di Cedric Robinson e affermando che la supremazia bianca deve essere messa in relazione con il capitalismo globale e le sue trasformazioni, che producono povertà in tutto il mondo. Secondo Robinson, il capitalismo è sempre stato un capitalismo basato sul razzismo (racial capitalism), come mostrano le connessioni con il commercio degli schiavi, l’odierna razzializzazione del mercato, ecc.: il razzismo, oggi, è sempre più evidentemente un elemento strutturale non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, in America Latina, in Medio Oriente ecc.
Con l’elezione di Obama alla presidenza degli Usa – come, in precedenza, con quella di Nelson Mandela in Sud Africa – sembrava essere caduta l’ultima barriera del razzismo e sembrava iniziata l’era post-razziale: ma non è stato così perché il razzismo non può essere distrutto da un’elezione, per quanto importante. Ci sono stati di certo dei passi avanti, ma il cammino è ancora lungo: del resto, «Rome wasn’t built in a day». Ad esempio, tanto Clinton quanto Obama hanno più volte espresso la necessità di public conversation on race, ma queste affermazioni non hanno portato a nulla. Anche la lotta per i diritti civili è insufficiente se non si accompagna a una lotta che pretenda i diritti sostanziali (nel lavoro, nelle politiche abitative, nella salute, nell’istruzione) e cerchi di cambiare le strutture della società originatesi nel periodo della schiavitù: la distruzione degli apparati legali razzisti o una vittoria elettorale come quella di Mandela o di Obama non sono sufficienti al superamento del razzismo, che sopravvive in una cornice molto più vasta.
Il razzismo, quindi, continua a essere presente negli Stati Uniti, come dimostrano le proteste che si sono succedute in tutto il paese nell’ultimo anno e mezzo, in seguito all’uccisione del giovane Micheal Brown a Ferguson, nel Missouri. Queste mobilitazioni hanno esteso il loro raggio d’azione, diventando una protesta totale contro la violenza razzista dello Stato negli Usa: Ferguson si è così trasformata in un simbolo attraverso cui cercare una soluzione al problema del razzismo, rifiutando le scorciatoie “naif” come quelle che, prima dell’omicidio di Brown, si limitavano a chiedere “giustizia”, cioè la punizione del singolo poliziotto responsabile della singola uccisione di un nero. Il problema del razzismo è, infatti, strutturale e non individuale. Il caso di Ferguson ha avuto rilevanza in tutto il mondo: Davis ha ricordato quando, nel 2014, durante un’iniziativa a Savona nella quale doveva parlare dei Cinque cubani, il pubblico era in realtà più ansioso di sentirla parlare di Ferguson e di Micheal Brown. Ciò indica che le proteste di Ferguson sono considerate un soffio per la libertà di tutti in tutto il mondo, compresi i Cinque. Il movimento nato a Ferguson ha cercato, dunque, di costruire campagne collettive contro il razzismo, che mirassero a garantire a tutti le stesse possibilità, ad abolire la pena di morte (che è connessa col razzismo strutturale e incorpora la memoria storica della schiavitù) e a modificare quel complesso industriale-carcerario che colpisce per la maggior parte le persone di colore.
Davis ha più volte ribadito come il razzismo e la supremazia bianca siano elementi strutturali della società statunitense: essi agiscono attraverso l’imprigionamento di massa degli uomini e delle donne di colore, che costituisce quindi un modo per gestire una certa parte della società. Ci sono oggi più neri in carcere negli Usa di quanti fossero schiavi nel 1850. Il razzismo fornisce il carburante per il mantenimento, la riproduzione e l’espansione del sistema carcerario-industriale: per questo, l’abolizione delle prigioni costituisce un passo per l’abolizione del razzismo. La richiesta dell’imprigionamento dei poliziotti implicati nell’uccisione di neri, invece, non farebbe altro che ribadire i meccanismi della “giustizia” razzista già applicata dallo Stato.
Davis ha quindi riportato – tra gli applausi – un commento di Lenin alla rivoluzione russa del 1905, secondo cui «alcuni mesi di rivoluzione a volte educano i cittadini più velocemente e in modo più completo di decenni di stagnazione politica»: il discorso è così passato – senza con questo voler affermare che si tratti di una rivoluzione – allo sviluppo del movimento BLM, nato nel 2013 dopo l’assoluzione del vigilante che aveva ucciso il diciassettenne disarmato Trayvon Martin in Florida e consacrato dopo l’omicidio di Micheal Brown. Secondo Davis, l’affermazione del BLM ha comportato alcuni importanti cambiamenti nel discorso pubblico, nel vocabolario, nel modo in cui i media coprono le notizie relative alle violenze delle forze dell’ordine nelle strade e in carcere, nel modo in cui il razzismo e l’idea della supremazia bianca sono percepite in rapporto all’azione delle forze dell’ordine.
È cambiato, anche, il modo in cui i movimenti neri percepiscono l’importanza, nella lotta, della solidarietà internazionale. Anche negli Usa, quindi, i movimenti antirazzisti si sono fatti sempre più radicali, comprendono sempre meglio il ruolo coloniale della riproduzione del razzismo nel resto del mondo e sono finalmente promotori della richiesta di giustizia per la Palestina e di forme di solidarietà verso i palestinesi, come il sostegno per la campagna BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) contro Israele. Si tratta di un movimento in crescita, mentre parallelamente anche il razzismo si sta riproducendo in tutto il mondo. Secondo Davis, non è casuale che questa richiesta crescente di giustizia e uguaglianza si stia affermando proprio ora: l’elezione di un presidente nero, infatti, ha reso più evidente il razzismo strutturale del paese, ha attribuito alla violenza statale un maggiore impatto, ha spinto sempre più persone di colore a chiedere istruzione, case, cure mediche, ecc. Anche se, negli ultimi decenni, molti neri sono entrati a far parte delle gerarchie militari, politiche ed economiche mondiali, infatti, la stragrande maggioranza delle persone di colore è ancora soggetta al razzismo economico e penale, oltre che svantaggiata nel campo dell’educazione, nella disponibilità di abitazioni, nell’accesso alla sanità. L’obiettivo di movimenti sorti spontaneamente dopo l’omicidio di Micheal Brown è quello di diffondere la coscienza del carattere strutturale della violenza razzista dello stato.
Davis, inoltre, ha anche ribadito che il razzismo, negli Usa come nel resto del mondo, non è solo diretto contro i neri, ma sempre di più anche contro gli immigrati (ad esempio contro i messicani, come dimostrano alcune affermazioni di Donald Trump) e, in particolare, contro gli islamici. Ed è proprio l’islamofobia a giustificare sempre più spesso l’imprigionamento indiscriminato dei migranti (come mostrano l’Italia e l’Europa), le torture, le violenze, ecc..
Secondo Davis, non è casuale che i giovani stiano sempre più protestando contro la supremazia bianca e il razzismo proprio mentre l’islamofobia e il razzismo anti-islamico stanno crescendo sempre più. Dopo l’11 settembre, infatti, la «guerra al terrore» ha giustificato il razzismo antimusulmano, ha legittimato l’occupazione israeliana della Palestina, ha dato nuove forme alla repressione degli immigrati, ha portato alla militarizzazione delle polizie locali in Usa: inoltre, come affermato in altri contributi, ne sono state vittime retrospettive anche la quasi settantenne Assata Shakur, che nel 2013 è stata inserita nella lista dei dieci maggiori terroristi cercati dall’Fbi, e i Cinque cubani, la cui detenzione è stata giustificata nel nome dell’antiterrorismo. Ciò si lega indissolubilmente all’occupazione della Palestina da parte di Israele e alla guerra contro l’Iraq, che hanno condotto a una crescente militarizzazione della polizia anche negli Usa, come dimostra il fatto che anche i poliziotti siano ora equipaggiati per «combattere il terrore» (tute mimetica, veicoli militari, ecc.) e il fatto che la polizia israeliana abbia addestrato quella statunitense: il risultato è stato la crescita di omicidi come quello di Micheal Brown. Il razzismo dell’inizio del XXI secolo è, quindi, legato alla guerra contro il terrore: sempre più spesso, alcuni privati cittadini vogliono difendere le loro comunità contro il presunto terrorismo e, in generale, contro lo straniero, il diverso. La morte per mano di un vigilante privato di Trayvon Martin in Florida è frutto di questo clima.
Davis fa riferimento al G4S (Group for security), una società – anzi, la terza società privata più grande del mondo dopo Walmart e Foxconn – di sicurezza privata che ha impiantato prigioni e prigionieri in tutto il mondo: come affermato dalla militante afroamericana in un’altra intervista, gettare uno sguardo su di essa è importante non solo per capire come alcune modalità di infliggere terrore siano state adottate dalla polizia, ma anche per guardare alla dimensione economica di tali processi. Come spiegato da Davis nel suo ultimo libro, infatti, la G4S ha imparato a «trarre profitto dalle pratiche razziste e contro gli immigrati e dalle tecnologie penitenziarie in Israele e in tutto il mondo. G4S è direttamente responsabile delle caratteristiche che assume l’incarcerazione politica in Palestina, tanto quanto degli aspetti del muro dell’apartheid, della reclusione in Sud Africa, delle scuole simili a prigioni negli Usa e del muro lungo il confine tra Messico e Usa. Sorprendentemente, abbiamo imparato durante la conferenza di Londra che G4S gestisce anche centri che ospitano le vittime di violenza sessuale in Gran Bretagna».
Il legame dell’occupazione della Palestina e della guerra “contro il terrore” con la militarizzazione della polizia è evidente anche nelle risposte a esso: i militanti palestinesi negli Usa hanno espresso la loro solidarietà per le proteste di Ferguson e vi hanno partecipato, e viceversa. Del resto, quando un anno e mezzo fa iniziarono le manifestazioni a Ferguson, furono i palestinesi dei Territori occupati a twittare per primi la propria solidarietà a coloro che erano coinvolti nelle proteste, mentre alcuni attivisti di Ferguson e del movimento BLM hanno fatto un viaggio in Palestina per esprimere il proprio supporto alla causa palestinese. Lottare contro il razzismo negli Usa è la stessa cosa che lottare contro la repressione israeliana in Palestina: e non a caso Davis è membro del comitato per la liberazione del palestinese Marwan Barghouti.
In questo periodo, negli Usa, c’è una nuova attenzione all’opposizione all’incarcerazione di massa nei movimenti antirazzisti, soprattutto tra i giovani neri, tra le donne nere e le queer nere. Allo stesso modo, sempre più spesso si chiedono cambiamenti nel sistema dell’istruzione: all’Università del Missouri, gli studenti hanno ottenuto le dimissioni del preside che non aveva voluto condannare pubblicamente alcuni episodi di razzismo nel campus. Questi movimenti riconoscono la necessità di una intersezione delle lotte. Emblematica è l’assenza, in questi movimenti, della tradizionale leadership nera carismatica, riconosciuta e maschile, in nome di una leadership collettiva e prevalentemente femminile: il movimento BLM, ad esempio, è stato fondato da tre donne nere, Patrisse Cullors, Opal Tometi e Alicia Garza. Non si tratta di un movimento leaderless (senza leader), ma di un movimento leader-full (pieno di leader): si è così assistito alla valorizzazione di donne nere, queer, ecc. non per motivi identitari, ma perché ciò aiuta a superare la cornice assimilazionista. In questi movimenti, il femminismo assume un valore molto importante: esiste, infatti, uno stretto legame tra la lotta anticapitalista, la lotta antirazzista e la lotta contro la violenza di genere e per l’uguaglianza di genere. Il concetto di intersezione, sulla cui elaborazione ha contribuito il femminismo, ha un valore molto importante: Davis fa riferimento alla necessità di una intersezione delle lotte, in cui quella contro la violenza di genere si unisca a quella contro la violenza dello Stato, contro gli abusi della polizia e contro i corpi delle donne. Tutti i nuovi movimenti antirazzisti riconoscono l’importanza del femminismo anticapitalista e antirazzista, come riconoscono il legame del razzismo con lo sviluppo del capitalismo e con l’attacco al lavoro. È significativo che mentre negli anni ’70, quando solo 200mila persone erano imprigionate, un lavoratore su tre era membro di un sindacato, oggi – che ci sono 2,5 milioni di detenuti e 7 milioni sotto libertà vigilata – solo 1 su 10 lo è.
La cornice dell’intersezione fa comprendere che la lotta contro il razzismo e per la giustizia negli Usa è la stessa lotta per la giustizia in Palestina: secondo Davis, la lotta per la Palestina ha oggi lo stesso valore di quella contro il razzismo in Sud Africa. Infine, Davis ha evidenziato la necessità di incorporare nella lotta e in tutti i nostri sforzi la routine del self-care: gli attivisti politici devono imparare a prendersi cura di sé, del loro corpo, del loro spirito, della loro immaginazione. Non possiamo impegnarci fino a morirne: la lotta deve continuare e, se distruggiamo noi stessi, il movimento ne risente.
Nella successiva tavola rotonda, Luciana Castellina ha chiesto a Davis di esprimersi sulle difficoltà degli afroamericani a riconoscersi nella candidatura del socialdemocratico Bernie Sanders. L’attivista afroamericana – che nei mesi scorsi ha più volte sostenuto l’appoggio ad alle istanze del programma elettorale di Sanders relative all’istruzione e alla sanità pubbliche e gratuite, che sono richieste storiche dei movimenti afro-americani – ha affermato che l’importanza della giustizia economica è la base per la giustizia di razza o di genere. Ha poi fatto riferimento all’influenza del razzismo nella società statunitense, nonostante il ruolo attivo dei giovani neri nel movimento Occupy senza il quale i movimenti di oggi – BLM, ma anche quelli in sostegno di Sanders – non sarebbero neanche pensabili. Questa influenza è balzata agli occhi qualche giorno fa, quando i contestatori di Donald Trump che hanno interrotto la sua campagna presidenziale a Chicago si sono uniti cantando il brano Alright del rapper afroamericano Kendrik Lamar contro la violenza della polizia, il razzismo e la repressione sistematica negli Usa: una canzone che è diventata uno dei simboli del BLM. Alcuni nodi politici irrisolti, comunque, possono essere attributi a una precisa eredità della stagione di Clinton. Davis ha così affermato che è necessario riconoscere la specificità del razzismo espressa nello slogan Black Lives Matter (“le vite dei neri sono importanti”): convertirlo – come ha fatto Hillary Clinton, definita da Davis «una donna che non voterei mai», anche alla luce del sostegno per lei, in quanto donna, espresso da Madeleine Albright – nello slogan All Lives Matter (“tutte le vite sono importanti”) non significa renderlo universale perché, anzi, è proprio il riconoscimento della particolarità del razzismo contro i neri a esprimere un valore universale dopo che, per secoli, i neri sono stati considerati «non umani». Inoltre, proprio perché non è vero che all lives matter è necessario affermare che black lives matter.
Particolarmente interessante è stato poi l’intervento della studiosa americanista Daniela Rossini, che ha affermato come la leadership femminile collettiva dei nuovi movimenti implichi l’abbandono del tradizionale separatismo femminista ed evidenzi sempre più le differenze tra il femminismo bianco e il femminismo nero. Il femminismo di Davis, infatti, si è posto spesso in polemica col cosiddetto “femminismo bianco”, come evidenziano alcune sue affermazioni come quella secondo cui «il genere non sta in piedi da solo». Con questa frase Davis ha voluto dire che la categoria di genere non sia sufficiente a leggere il mondo contemporaneo e come essa vada intrecciata anche con la categoria di classe e con quella di razza. La denuncia di Davis dell’«anima bianca e borghese, bianca come un giglio» del femminismo suffragista si è accompagnata a quella degli atteggiamenti classisti e razzisti del femminismo storico: anzi, una troppo rigida visione femminista ha spesso impedito di vedere la connessione tra l’oppressione delle donne e quelle basate sulla razza e sulla classe, facendo cadere il movimento in trappole ideologiche e strategiche che hanno rischiato di mettere in discussione tutte le conquiste. Ne è un esempio l’atteggiamento delle femministe storiche degli stati nord-orientali degli Usa che, invece di sostenere le rivendicazioni delle donne nere, hanno cercato il sostegno delle femministe razziste degli stati del sud. Se trasportata nella comunità nera, dove risale a quaranta anni fa la lotta contro il maschilismo nel BPP e contro la visione della “matriarca nera svirilizzante”, questa analisi di Davis di polemica col femminismo bianco è perfettamente femminista perché, al suo interno, non si può trascendere dalle categorie di razza e di classe.
Infine, come già affermato in passato dal BPP, Davis ha ribadito la necessità che la lotta contro il razzismo negli Usa si ponga in una prospettiva globale. Non è possibile, infatti, sconfiggere il razzismo guardandolo solo in una cornice ristretta (quella che ha definito «negro-Us frame»), ma bisogna volgere lo sguardo a tutti i razzismi, compresa l’islamofobia: le lotte contro il capitalismo globale e contro l’ideologia neoliberista devono essere delle lotte contro l’individualismo, altrimenti sono destinate a fallire. Il messaggio, concludiamo noi, è ancora quello che affidò quarantadue anni fa alle pagine conclusive della sua Autobiografia di una rivoluzionaria: «Tutti noi sappiamo che l’unità è l’arma più potente contro il razzismo e la persecuzione politica».
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