Queste righe sono tratte da un articolo
scritto in inglese per un blog con il quale collaboro, e credo possano
offrire alcuni spunti di riflessione sul ruolo delle “donne leader” e
sulle contraddizioni del femminismo mainstream e/o liberale. Un
dibattito necessario anche nel contesto italiano, considerando le
recenti vicende riguardanti le donne ai vertici, ma anche i dibattiti
intergenerazionali apparentemente inconciliabili tra femministe che si
fanno portavoce di diversi interessi e modi di intendere e portare
avanti la lotta femminista. Il titolo, un chiaro riferimento alla
canzone di Bowie, si riferisce alla molteplice identità e relazionalità
del femminismo, o meglio dei femminismi, e a come spesso le femministe
in posizione di potere tendano a “vendere” il femminismo, sminuendo la
complessa ricchezza e franchezza della dissidenza che considerano di
nicchia.
Il punto d’ingresso per la mia riflessione è la lecture tenuta recentemente da Angela Davis a Bologna, intitolata non a caso The Meaning of White Supremacy Today,
che inizia citando due meravigliose pensatrici: Ella Baker “se le
persone sono forti e consapevoli non hanno bisogno di leader potenti” e
Toni Morrison “il ruolo della libertà è di liberare qualcun altro”,
considerando quindi la libertà come un bene collettivo e non
individuale.
Queste citazioni mi hanno fatto immediatamente pensare alle recenti
discussioni sulle elezioni americane, ma non riguardo all’incommentabile
Trump (che ha sicuramente già ricevuto più pubblicità di quella che
merita). Vorrei invece spostare l’attenzione su Hillary Rodham Clinton,
la front-runner del Partito Democratico e prima donna a concorrere alla
presidenza americana, che ha ottenuto sin dall’inizio l’appoggio delle
femministe liberali americane. Come ha anche notato Jessica Valenti,
mentre nella campagna condotta nel 2008 contro Barack Obama i diritti di
genere erano solo timidamente menzionati nella campagna elettorale di
Hillary Clinton, quest’anno le primarie stanno alimentando un’accesa
discussione sul significato e sul ruolo del femminismo nel XXI secolo.
Hillary ha fatto ampio uso dell’etichetta femminista, ma il suo
femminismo è stato spesso definito come “bianco, imprenditoriale e
imperialista.” A muovere questa critica sono state soprattutto le
femministe cosiddette “giovani” o Millennial, che hanno
motivato e argomentato la loro scelta di non supportare la Clinton sulla
base di varie politiche nazionali ed estere adottate dalla stessa
Hillary: in particolare il suo voto a favore della guerra in Iraq, il
supporto per gli interventi militari in Nord Africa e Medio Oriente, la
guerra in Siria in sostegno ad Israele (come di recente rivelato da
Wikileaks), la sua campagna al fianco di Walmart contro i sindacati e i
lavoratori e le varie misure di austerità e le privatizzazioni che hanno
colpito soprattutto i gruppi più vulnerabili della popolazione.
Queste femministe “giovani”, che in ogni caso costituiscono un gruppo
molto variegato, supportano l’avversario Democratico di Hillary, Bernie
Sanders e il suo “progetto socialista” basato su servizi pubblici come
sanità ed educazione per tutti, diritti dei lavoratori e salario minimo,
eliminazione degli sgravi fiscali per le grosse multinazionali e varie
riforme atte ad eliminare le discriminazioni religiose, di razza e
genere. Utopico? Forse. Ma quanto sono stati sottovalutati i
perennemente sospesi diritti sociali dal pensiero femminista occidentale
negli ultimi anni? A ricordarcelo ci sono le spesso emarginate
economiste femministe come Diane Elson e le femministe di minoranze
etniche e dei paesi Africani come Oyeronke Oyewumi o Wangari Maathai,
che hanno continuato a considerare i diritti sociali e la lotta per i
beni comuni la loro priorità, nonostante le continue pressioni
occidentali per la ristrutturazione delle loro pratiche “indigene” e per
l’inclusione economica e finanziaria.
Lo stesso Guetta
ha scritto ieri su Internazionale che Sanders indica l’esigenza globale
di una nuova sinistra... e probabilmente è proprio in questa direzione che
si stanno facendo strada le “giovani” femministe americane. Proprio
loro, accusate da Gloria Steinem
di votare Sanders solo per attirare l’attenzione dei ragazzi, in realtà
hanno le idee molto chiare e considerano la disuguaglianza di genere
come definita dall’intersezione di genere, razza, classe e relazioni di
potere economico e politico sia nazionale che globale. Come affermato da
Feministing, sito portavoce di alcune millennial feminists,
‘definire le giovani femministe come disinformate, ingenue e
a-politiche serve soltanto ad offuscare la serietà della loro lotta, le
ragioni del disaccordo intergenerazionale e l’importanza della
discussione’.
Come sempre dovremmo avere meno convinzioni, maggiore spirito
critico, aprirci al confronto e porci più domande, sperando di trovare
alcune risposte, magari insieme...
Serena
Fonte
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