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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/01/2022

Biden e lo schiaffo degli F-35

La recente cancellazione da parte del governo degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di un contratto di acquisto per 50 aerei da guerra F-35 americani ha rappresentato un evento con pochi o nessun precedente e potrebbe avere in futuro riflessi non indifferenti sulla proiezione degli interessi strategici degli Stati Uniti a livello planetario. Ufficialmente, la questione è ancora oggetto di negoziati tra i due paesi, ma la ferma presa di posizione di un regime altrimenti prudente, come quello di Abu Dhabi, consegna l’eventuale risoluzione della disputa nelle mani della Casa Bianca. Per l’amministrazione Biden non sembrano esserci però vie d’uscita “morbide”, soprattutto perché l’oggetto della contesa sui caccia della Lockheed Martin è in fin dei conti la Cina e la penetrazione dell’influenza di Pechino nei paesi alleati di Washington.

L’affare da 23 miliardi di dollari era stato approvato l’ultimo giorno della presidenza Trump e includeva anche la vendita di 18 droni armati MQ-9B, di fabbricazione della compagnia General Atomics. Il contratto era soggetto alla revisione dell’amministrazione democratica entrante che, malgrado la retorica dei diritti umani e gli scrupoli per la guerra in corso nello Yemen, aveva deciso di ratificarlo. Gli Emirati Arabi avevano a lungo insistito con gli USA per ottenere gli F-35 e altrettanto a lungo c’erano state resistenze per svariate ragioni.

La prima era la necessità di continuare a garantire la supremazia militare di Israele in Medio Oriente. Questo timore era stato superato dopo la stipula dei cosiddetti “Accordi di Abramo” promossi da Trump, con la normalizzazione cioè dei rapporti diplomatici tra Tel Aviv e una manciata di paesi arabi, tra cui appunto gli Emirati. A spingere Biden verso l’OK alla vendita degli F-35 ad Abu Dhabi era stato anche il relativo complicarsi delle relazioni con l’Arabia Saudita. Le frizioni con Riyadh hanno in qualche modo richiesto il consolidamento con l’altra potenza sunnita del Golfo e il via libera alla fornitura degli F-35 è stato il riconoscimento dell’importanza crescente degli Emirati per Washington.

Nella nota ufficiale indirizzata agli Stati Uniti, il governo di Abu Dhabi ha spiegato che a motivare la sospensione dell’ordine per i velivoli militari di Lockheed sono stati alcuni fattori, tra cui le richieste americane di carattere “tecnico”, le restrizioni operative, che avrebbero sollevato questioni di “sovranità”, e l’analisi “costi-benefici” dell’affare. Come ha spiegato un approfondimento sulla vicenda pubblicato nei giorni scorsi dalla testata on-line Asia Times, nonostante la disponibilità degli F-35 costituisca un elemento “di forza, di prestigio” e testimoni dei “rapporti stretti con gli USA”, nella decisione degli Emirati hanno prevalso questioni di diversa natura.

Abu Dhabi ha optato così per l’acquisto di 80 caccia Rafale della francese Dassault, la quale, com’è evidente, non imporrà vincoli simili a quelli previsti dal contratto americano. L’accordo emiratino-francese, annunciato prima dello stop all’acquisto degli F-35, vale circa 19 miliardi di dollari e include anche 12 elicotteri H225M. I Rafale andranno a rimpiazzare la sessantina di vecchi Mirage-2000 che fanno parte della flotta degli Emirati.

In merito alle condizioni previste dalla vendita degli F-35, ci sono in effetti elementi che sollevano più di una perplessità per gli acquirenti. Gli aerei sono collegati a un software di monitoraggio controllato dalla casa costruttrice. La ragione di ciò dovrebbe essere la velocizzazione delle operazioni di manutenzione e riparazione, dal momento che Lockheed è in grado di verificare le necessità dei velivoli ben prima degli stessi utilizzatori. In questo modo, però, Lockheed ha a disposizione informazioni dettagliate sull’impiego degli F-35 e, soprattutto, è teoricamente in grado anche di bloccare da remoto qualsiasi aeromobile in ogni angolo del pianeta. Vista la collaborazione tra Lockheed e le forze armate americane, è chiaro che le facoltà di controllo sugli F-35 della prima possono essere passate in sostanza alle seconde, con tutte le conseguenze del caso in termini di sicurezza nazionale per i paesi acquirenti.

Un altro aspetto da considerare è il diverso grado di potenzialità che gli F-35 hanno a seconda dell’utilizzatore. Questi aerei possono presentare serie limitazioni per quanto riguarda le funzioni che sono teoricamente in grado di svolgere. Il già ricordato articolo di Asia Times spiega che i paesi dotati degli F-35 potrebbero ad esempio essere esclusi dalla possibilità di montare determinate armi e ciò dipende dagli accordi stipulati con Lockheed. In definitiva, anche in questo caso la questione consiste in una sorta di potere di veto in mano al governo USA, da esercitare in base ai propri interessi militari e strategici.

Per la maggior parte degli analisti, tuttavia, il vero nodo della contesa tra USA e EAU sugli F-35 è da ricercare nel peso crescente della Cina per lo sviluppo tecnologico del paese del Golfo Persico. La questione non riguarda tanto gli F-35 o l’ambito militare, ma piuttosto il quadro generale, segnato oltretutto da una crescente proficua collaborazione tra Abu Dhabi e Pechino che riguarda anche l’economia, le infrastrutture e gli scambi commerciali. Il ruolo di Huawei è in questo senso cruciale se si pensa alla guerra condotta da Trump prima e ora da Biden contro il gigante cinese delle telecomunicazioni.

Huawei sta sviluppando la rete 5G degli Emirati in base a un accordo firmato nel 2019 e su questo paese come in molti altri gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni e continuano a esercitarle per arrivare all’emarginazione della compagnia cinese. Il tutto citando rischi tutt’altro che reali per la sicurezza propria e dei loro alleati. La vendita degli F-35 agli Emirati era stata vincolata alla liquidazione di Huawei, ma il governo di Abu Dhabi, a differenza di molti altri paesi, ha non solo opposto resistenza ma, con una decisione mai presa prima da un alleato americano, ha esso stesso rinunciato agli aerei da guerra di Lockheed. Nemmeno la contesa sugli stessi velivoli tra USA e Turchia ha avuto questo rilievo, poiché l’esclusione di Ankara dal programma degli F-35 era stato deciso da Washington, e non dal paese acquirente, in seguito alla fornitura voluta da Erdogan del sistema difensivo anti-aereo russo S-400.

Un altro particolare sembra attestare la fermezza dell’iniziativa degli Emirati. Una delegazione di alto livello di questo paese era arrivata a Washington il 15 dicembre, ovvero il giorno successivo all’annuncio della sospensione del contratto per gli F-35. Se Abu Dhabi si aspettava margini di trattativa con gli Stati Uniti, è improbabile che avrebbe preso pubblicamente una decisione così importante in quel momento. Questa considerazione conferma appunto la risolutezza del paese del Golfo e, allo stesso tempo, suggerisce una certa sfiducia nell’eventualità che l’amministrazione Biden allenti i vincoli imposti alla vendita degli F-35. Infatti, nelle dichiarazioni ufficiali seguite all’annuncio degli Emirati, il portavoce del Pentagono ha sì prospettato un’intesa sul contratto, ma ha alla fine ribadito che le “condizioni [americane] non possono essere cambiate”.

Per il regime degli Emirati si è trattato ad ogni modo di una decisione ponderata e giunta dopo un’attenta valutazione dei vantaggi derivanti da una scelta che, se favorevole agli Stati Uniti, avrebbe potuto mettere in pericolo o, quanto meno, rallentare progetti di sviluppo dipendenti in buona parte ormai dalla partnership con Pechino. Abu Dhabi aveva oltretutto già dovuto bloccare la costruzione di un importante polo logistico portuale, frutto appunto della collaborazione con la Cina, a causa delle pressioni americane.

Tutta la vicenda contribuisce a confermare la parabola discendente dell’influenza degli Stati Uniti nelle aree strategicamente più importanti del pianeta. Se l’affare degli F-35 con gli Emirati Arabi resta ufficialmente ancora in sospeso, qualunque sia l’esito la posizione americana in Medio Oriente e non solo risulterà indebolita, a tutto vantaggio soprattutto di Pechino. Se Washington dovesse impuntarsi, svanirebbe un contratto da 23 miliardi di dollari e la solidità dell’alleanza con gli EAU potrebbe essere messa in discussione, con pesanti conseguenze sia di carattere strategico sia elettorale per un’amministrazione Biden già in affanno sul fronte interno.

Se, al contrario, gli USA dovessero cedere e accontentare le richieste di Abu Dhabi, tra cui la salvaguardia della partnership con Huawei, la credibilità americana crollerebbe ulteriormente e le armi a disposizione per costringere gli alleati a sganciarsi dalla Cina diventerebbero ancora più spuntate. Anche se per ora rimane un’eccezione o quasi, la resistenza degli Emirati Arabi rischia in definitiva di diventare un esempio per altri paesi, sempre più frequentemente costretti a scegliere, loro malgrado, tra un’alleanza esclusiva con Washington e le prospettive di crescita economica, commerciale e tecnologica offerte da Pechino.

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31/12/2021

Culture e pratiche di sorveglianza. L’era degli oggetti smart presuppone un’umanità altrettanto smart?

di Gioacchino Toni

Telefoni e orologi smart, abiti e accessori smart, elettrodomestici e abitazioni smart, mezzi di locomozione e persino intere città smart; la realtà contemporanea pare attraversata da una generale promessa "smart" ma, viene da domandarsi, tale contesto di oggetti smart presuppone un’umanità altrettanto smart?

Le innovazioni digitali permettono di rendere gli oggetti interattivi in ogni loro aspetto, capaci di inviare e ricevere informazioni, di monitorare, di decidere e dare istruzioni. Di “Internet of things” (IoT) ha parlato per la prima volta Kevin Ashton attorno al cambio di millennio riferendosi all’idea di connettere macchine al web in modo tale da permettere scambi di informazioni tra macchine ed esseri umani. IoT sta indubbiamente trasformando le vite degli esseri umani, modificandone le abitudini e il modo di relazionarsi al mondo.

Un’utile e sintetica mappatura del fenomeno IoT in lingua italiana è offerta dal volume di Stefano Za, Internet of Things. Gli ecosistemi digitali nell’era degli oggetti interconnessi (Luiss University Press, 2021) uscito nel 2018 e giunto oggi a una seconda edizione aggiornata all’avvento del 5G, in cui l’autore traccia l’impatto degli “oggetti digitali” sulla vita degli esseri umani.

Visto che sin dal titolo viene fatto riferimento agli ecosistemi digitali, in apertura di volume l’autore tratteggia una definizione di essi. In generale con ecosistema si intende un insieme di componenti, viventi e non, in grado di influenzarsi vicendevolmente modificando l’ambiente in cui si trovano a operare formando così un unico sistema delineato. Nello specifico, un ecosistema digitale è costituito soprattutto, ma non solo, da “artefatti digitali”. Tale tipo di ecosistema «con le sue componenti e le loro interazioni, ha sia un’entità fisica (tradizionale/materiale) sia un’entità digitale (virtuale), racchiudendo le peculiarità di ciò che viene definito sistema cyber-fisico» (p. 11). Gli elementi smart costituiscono una componente importante di tali ecosistemi digitali e rientrano in quell’ambito di IoT in cui gli oggetti sono in grado di interagire tanto con altri oggetti o macchine quanto con esseri umani attraverso Internet.

Dopo aver ricostruito i passaggi storici dello sviluppo di Internet, Za si sofferma sulla nascita del fenomeno IoT: «una rete di oggetti interconnessi tra loro capaci di raccogliere e scambiare informazioni attraverso l’uso della rete, di Internet» (p. 33). IoT, sostiene lo studioso, assume un ruolo rilevante soprattutto grazie al suo intrecciarsi con il cloud computing, i big data e il machine learning.

Nel primo caso si ha a che fare con tecnologie che consentono di elaborare, archiviare e memorizzare dati attraverso risorse hardware e software distribuite in rete. Possono essere software utilizzati dall’utente finale (Software as a Service – SaaS), o che consentono di amministrare la configurazione e le funzionalità di una piattaforma (Platform as a Service – PaaS), oppure server virtuali ove è possibile installare software di sistema e applicativi (Infrasrtucture as a Service – IaaS). In tutti i casi il cloud computing consente di avere in dotazione risorse a capacità computazionale in maniera flessibile senza essere in possesso di particolari hardware potendovi ricorrere ovunque sia presente una connessione Internet.

Il machine learning ha invece a che fare con l’ambito dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi «dettano le regole su come leggere e interpretare i dati al fine di individuare la migliore soluzione a determinati problemi legati ai dati analizzati» (p. 44). Le applicazioni di machine learning strutturano modelli sulla base dello storico, dunque sono strettamente connesse ai big data e al cloud computing.

IoT rappresenta pertanto una rete di oggetti connessi a Internet capace di raccogliere e scambiare dati ricorrendo a tecnologie in cui è presente un circuito elettronico: dagli smartphone agli elettrodomestici, dai macchinari industriali agli impianti per la gestione automatizzata dei magazzini sino ai mezzi di trasporto.

Tutti questi oggetti […] raccolgono informazioni in maniera strutturata, le trasmettono in rete affinché siano memorizzate spesso in soluzioni cloud. Questi dati alimentano la crescita dei big data i quali vengono utilizzati da algoritmi sofisticati come quelli di machine learning per elaborare soluzioni via via sempre migliori e più specifiche (p. 45).

Venendo al 5G, lo studioso indica tra gli elementi che lo caratterizzano rispetto alle precedenti generazioni: un’inedita capacità di trasmissione; una netta diminuzione dei tempi di latenza; la possibilità di collegare contemporaneamente un elevato numero di dispositivi IoT.

Circa i principali settori di impiego IoT si possono distinguere due marco-aree: una attinente le persone (consumer segment) e una alle imprese (business segment). Nella prima rientra, ad esempio, l’ambito della domotica (dagli elettrodomestici smart agli smart home assistent), quello dei “dispositivi indossabili” (wearable devices, come gli smatwatch e gli smartglass), compresi i dispositivi sanitari indossabili e il settore della guida autonoma o assistita. All’area attinente le imprese appartengono, ad esempio, il monitoraggio del comportamento nell’acquisto in negozio e i sistemi di pagamento smart, le Smart Utilities & Energy, i sistemi di predizione dei guasti integrati nei macchinari industriali e nei mezzi di trasporto e la gestione della logistica. Altri settori che ricorrono a IoT sono quello delle smart cities e quello sanitario ospedaliero.

A partire dal 2011 si inizia a parlare di “Industria 4.0” – espressione introdotta dall’azienda tedesca Bosch – indicando una nuova modalità organizzativa della produzione contraddistinta dall’interconnessione di IoT, cloud computing, cognitive computing e big data. Dalla fusione tra il mondo reale/fisico degli impianti e quello virtuale/digitale dell’informazione scaturisce un sistema misto cyber-fisico finalizzato, ad esempio, a ridurre gli sprechi, a raccogliere informazioni dal processo lavorativo rielaborandole in tempo reale, anticipare errori e malfunzionamenti attraverso la virtualizzazione dell’azienda, sfruttare al massimo la creatività del lavoratore e incorporare le richieste del cliente nel corso del processo produttivo.

Nella parte conclusiva del volume vengono tratteggiati quelli che l’autore individua come i principali benefici e rischi introdotti da IoT. Gli smart device consentono inedite potenzialità di monitoraggio tanto del funzionamento del dispositivo quanto dell’ambiente esterno. I dispositivi IoT possono essere controllati da remoto dall’utente o da algoritmi incorporati o presenti su piattaforme. Implementate le fasi di monitoraggio e controllo, le aziende possono efficacemente ottimizzare le prestazioni del prodotto/dispositivo ricorrendo a dispositivi intelligenti che applicano algoritmi basati su analisi dei dati storici e attuali. «La capacità di monitoraggio, controllo e ottimizzazione, se combinate opportunamente, possono permettere di fare acquisire al dispositivo un certo livello di autonomia » (p. 81).

Tutti questi dispositivi sono però decisamente vulnerabili; nell’ambito della smart home basti pensare al celebre attacco dell’ottobre 2016 che ha utilizzato migliaia di smart object per mandare in tilt il sistema, oppure al caso tedesco che ha visto l’utilizzo di una bambola per carpire conversazioni private e dati sensibili all’interno della sfera domestica. Altri celebri casi di hackeraggio riguardano il blocco nel 2016 del riscaldamento di alcuni edifici di Lappeenranra in Finlandia e quello portato nel gennaio 2017 a un hotel austriaco che si è visto bloccare il sistema di controllo smart di porte e finestre.

Relativamente ai wearable device, come smartwatch e braccialetti per il fitness, occorre sottolineare come tali dispositivi siano progettati esplicitamente per rilevare informazioni sullo stato di salute, di forma fisica e di localizzazione dell’utente che li indossa. Si tratta evidentemente di dati sensibili che gli individui forniscono perdendone il controllo. Non manca la possibilità che vengano portati attacchi anche ai dispositivi IoT utilizzati in ambito ospedaliero: si pensi alla possibilità di indurre a malfunzionamenti le apparecchiature mediche.

Le stesse smart-tv si rivelano strumenti utili per accumulare informazioni circa le abitudini e le preferenze degli utenti che poi possono essere vendute ad agenzie pubblicitarie. Dalle informazioni diffuse da WikiLeaks, secondo The Guardian, la CIA sembrerebbe essere in grado di «prendere il controllo dei televisori connessi a Internet e ascoltare segretamente conversazioni in casa delle persone anche quando i dispositivi sembrano essere spenti» (p. 86). In realtà, ancora una volta, sono le grandi corporation a essere un passo avanti rispetto alle agenzie statali:

il recente utilizzo degli smart assistant (es. Alexa di Amazon), rende tutto molto più semplice. Questi dispositivi intelligenti sono collegati non solo con gli smart object presenti in casa ma anche con altre piattaforme su cui abbiamo un account e quindi informazioni personali, come ad esempio il calendario e le email. Questi assistenti intelligenti una volta attivati sono perennemente in ascolto e più ascoltano più imparano su di noi, sul nostro modo di parlare e sulle nostre abitudini, fornendoci di conseguenza soluzioni sempre più appropriate e corrette, supportandoci nella vita di tutti i giorni. In questo senso siamo noi ad autorizzare il tracciamento delle nostre attività, essendo un prerequisito per il corretto funzionamento dello smart assistant (p. 87).

Il livello di dipendenza dall’ecosistema digitale degli esseri umani sta indubbiamente aumentando sempre più. Se improvvisamente Internet, l’infrastruttura alla base dell’ecosistema digitale, smettesse di funzionare si avrebbe una disconnessione su vasta scala che negherebbe agli individui l’accesso a una miriade di informazioni su cui si basano le loro previsioni, decisioni e azioni. Un’ipotesi del genere è stata ovviamente contemplata dalla fiction distopica; lo stesso romanzo The Silence (2020) di Don De Lillo prospetta uno scenario in cui improvvisamente tutta la tecnologia digitale ammutolisce e tutti gli schermi diventano neri generando il panico tra la popolazione. Di certo un’improvvisa e duratura disconnessione digitale nell’era degli oggetti, delle merci intelligenti lascerebbe forse l’umanità a fare i conti con l’inettitudine accumulata un poco alla volta delegando acriticamente una fetta di intelligenza agli oggetti/merci.

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15/06/2021

Cina sotto attacco della Open Ran Policy Coalition

La multinazionale inglese Vodafone ha scelto Samsung Electronics come fornitore di apparati per le reti 5G in Gran Bretagna (reuters.com).

Samsung, leader nella produzione di memorie e smartphone, ha un ruolo marginale nel mercato degli apparati per le rete mobile (RAN: Radio Access Network), mercato dominato da Huawei, Ericsson, Nokia e ZTE.

Tuttavia, dopo un accordo da 6,6 miliardi di dollari chiuso a settembre con la statunitense Verizon, seguito da un accordo con la giapponese NTT Docomo, e da prove sul 5G condotte in Europa per Deutsche Telekom in Repubblica Ceca e Play Comunications in Polonia, la sua posizione è mutata.

Queste mosse si inquadrano in un tentativo complessivo, portato avanti soprattutto dagli Stati Uniti, di contrasto duro verso la cinese Huawei, arrivata in anticipo, rispetto ai concorrenti Occidentali, nella messa a punto degli apparati hardware 5G.

Quando il ritardo tecnologico è diventato palese, quando i cinesi hanno iniziato a chiudere contratti in giro per il mondo, il ruolo di O-RAN Alliance, della quale fa parte a tutti gli effetti anche Huawei, comincia ad essere insidiato da altre organizzazioni parallele.

L’alleanza O-RAN è l’unico organismo che definisce chiaramente le interfacce ed è responsabile della standardizzazione dei componenti RAN (RedHat).

Il primo attacco parte da Facebook nel 2016, con la costituzione della TIP OpenRAN, con a capo Salil Sawhney della stessa Facebook e Andreas Gladisch di Deutsche Telekom. La missione non risulta abbastanza efficace. Anche se mostra come la Germania sappia muoversi contemporaneamente su fronti diversi e in conflitto tra loro.

Poi è la volta della Open Ran Policy Coalition, alla quale hanno aderito tutti i big del settore: AT&T, Cisco, Dell, Facebook, Fujitsu, Google, Ibm, Intel, Microsoft, Nec, Oracle, Qualcomm, Rakuten, Samsung, Telefonica, Verizon, VmWare, Vodafone, etc.

Il direttore esecutivo della cordata è Diane Rinaldo, che in precedenza ha lavorato come viceministro aggiunto per le comunicazioni e l’informazione presso il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti (RedHat).

La Open Ran Policy Coalition ha le idee molto più chiare. Sta incoraggiando i membri a creare componenti aperti che siano interoperabili.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che, per esempio, Huawei (semplifico) può installare hardware proprietario solo se questo hardware è in grado di funzionare con software di altri produttori. I cinesi possono produrre la ferramenta, ma non possono legare il loro hardware a un software unico o proprietario.

Ti lasciamo lavorare, ma devi farlo alle nostre condizioni. Ti lasciamo produrre la scocca, persino il motore, ma la centralina di controllo la produciamo noi, la rete di assistenza la forniamo noi, eccetera. In più, tutto ciò che dell’hardware può essere virtualizzato, bisogna che sia virtualizzato, e tutto ciò che è virtuale lo produciamo noi.

Che cos’è la virtualizzazione?

Ricordate i vecchi telefoni con i tasti di gomma? Erano tasti hardware prodotti in una fonderia. Le testiere che usiamo oggi sono tastiere per modo di dire, sono emulate da un software. Il display, oltre a svolgere la sua funzione tradizionale, funge anche da tastiera.

L’operazione ha ovviamente il compito di svuotare, se possibile, ancora di più il vantaggio che Huawei ha registrato sul piano dell’hardware.

Tutte queste manovre di guerriglia commerciale e industriale vanno anche lette alla luce di ciò che accade nella Open Invention Network Community, alla quale ha aderito anche Microsoft, e che, più che aprire, sembra voler recintare ancor di più il mondo del software, facendone una riserva Occidentale.

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01/10/2020

I diktat di Pompeo trovano “ferro” in Vaticano ed “oro” nel governo italiano

Gli storici raccontano che Marciano, imperatore d’Oriente a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento d.c., di fronte alle scorrerie e alle continue richieste di tributi da parte degli Unni, mandò a dire che aveva “oro per gli amici e ferro per i nemici”. Dovette combattere ma riuscì a tenerli a bada per molto tempo.

I diktat e le continue richieste di allineamento ai propri interessi, sono parte integrante della storia del rapporto di subalternità dell’Italia verso gli Stati Uniti. La visita del Segretario di Stato Mike Pompeo in Italia, non ha derogato da questo schema, anzi.

E da questo punto di vista, mentre a Palazzo Chigi hanno accolto con oro Pompeo, in Vaticano l’hanno accolto con il ferro. Ovviamente è una metafora forzata, perché la diplomazia è fatta di protocolli ma anche di mille sfumature e altrettanti dettagli.

Emblematica, in tal senso, la prima pagina de “L’Avvenire”, il quotidiano della Cei, la conferenza dei vescovi.

Mike Pompeo, ad esempio, non è un capo di stato ma un ministro degli Esteri. Dunque i colloqui protocollari devono essere con i suoi pari grado: il cardinale Parolin infatti è segretario di Stato del Vaticano (in pratica il ministro degli Esteri) e Di Maio è il responsabile della Farnesina. Giusto quindi che il Pontefice saltasse l’incontro, sbagliato invece che Conte abbia incontrato Pompeo riconoscendogli un ruolo superiore alle proprie competenze.

In entrambi gli incontri Mike Pompeo aveva dei diktat da mettere sul tavolo ed un unico bersaglio: la Cina.

L’amministrazione USA da tempo ha dichiarato guerra al Vaticano e non solo per l’accordo raggiunto con la Cina sulla nomina dei vescovi in quel lontano paese. Negli Usa (ma anche in America Latina e in Asia), è cresciuta moltissimo l’influenza e il peso delle sette evangeliche che vedono il Papa e la Chiesa Cattolica come un rivale da annientare. E la guerra non è cominciata con Papa Francesco ma era già ben visibile ai tempi della guerra contro l’Iraq e del Pnac (Project for a New American Century).

Morto un Pontefice come Woijtila, apertamente collaboratore e collaborazionista della CIA e degli USA, lo smarcamento della Chiesa Cattolica dalla logica della Guerra Fredda e una certa critica agli eccessi del liberismo, non sono mai stati graditi dal Washington consensus e dal modello di vita americano. Dentro questa contraddizione, hanno agito le sette evangeliche per aumentare le distanze tra USA e Vaticano, ossia quelle che sono state definite negli anni '90 “le uniche due potenze globali rimaste”.

L’attacco del tutto fuori posto e gratuito di Mike Pompeo contro l’autorevolezza del Vaticano qualora mantenesse l’accordo con la Cina, era girato su twitter ma anche sulle pagine di una rivista religiosa conservatrice. Era dunque conseguenza che il suo arrivo in Italia e in Vaticano non potesse trovare altro che sorrisi e protocolli di circostanza in quest’ultimo.

Al contrario il governo italiano ha commesso un primo atto di subalternità accettando che anche Conte – oltre al pari grado Di Maio – incontrasse Pompeo. Un segno di debolezza emerso chiaramente nei colloqui.

Secondo alcuni resoconti Pompeo ha avuto toni molto cordiali nei confronti dell’Italia come “un esempio per tutti” (ma non per gli USA, come è noto, ndr) nella gestione della pandemia di Covid-19, ma anche toni piuttosto forti a proposito dei rischi dei rapporti con la Cina.

“Abbiamo parlato molto – ha detto Pompeo nel corso della conferenza stampa alla Farnesina con il ministro Di Maio – delle preoccupazioni degli Stati Uniti sul fatto che il Partito Comunista Cinese sta cercando di sfruttare la propria influenza economica per servire i propri scopi strategici: quando loro investono, non lo fanno per avviare partenariati sinceri a beneficio reciproco. Gli Usa – ha aggiunto – fanno appello al governo italiano affinché consideri in maniera attenta la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati dei propri cittadini”.

Secondo l’Ispi (Istituto di Studi di Politica Internazionale, ndr), l’obiettivo di Washington è “spingere gli alleati europei a emulare il Regno Unito, che dall’anno prossimo proibisce alle compagnie di telecomunicazioni l’acquisto di tecnologia 5G di Huawei, e prevede di smantellare tutte le reti 5G fornite dal colosso cinese entro il 2027”.

Sia Conte sia Di Maio hanno informato Pompeo che l’inserimento del dossier sul 5G a livello europeo, è funzionale a garantire una maggiore sicurezza dei dati e una competizione più sana tra le diverse imprese degli Stati membri.

La replica di Di Maio a Pompeo è stata interpretata in modo diverso da due giornali italiani molto importanti.

Secondo La Stampa Di Maio ha detto che l’Italia, “è saldamente ancorata agli Stati Uniti e all’Unione europea, cui ci uniscono i valori e gli interessi comuni dei Paesi Nato”, anche se “è evidente che un Paese dinamico come il nostro sia aperto agli investimenti anche quando arrivano dalla Cina”.

Secondo IlSole24Ore Di Maio ha detto che l’Italia “è saldamente ancorata a Usa e Ue a cui ci uniscono interessi e valori comuni della Nato e delle democrazie. Per l’Italia” – ha anche aggiunto – “ci sono alleati, interlocutori e partner economici. Un Paese come il nostro è aperto a possibilità di investimento, ma mai fuori dai confini dell’Alleanza Atlantica”.

Insomma due conclusioni assai diverse e addirittura contrapposte tra loro. Secondo La Stampa per il governo italiano vanno bene anche gli investimenti cinesi, secondo IlSole24Ore vanno bene solo quelli entro i confini dell’Alleanza Atlantica.

O Conte e Di Maio hanno parlato linguaggi diversi o i giornalisti presenti alla conferenza stampa hanno interpretato le dichiarazioni in modo diverso. Per “tigna”, non avendo trovato il comunicato ufficiale sul sito della Farnesina, ci siamo andati a sentire l’intervento di Di Maio alla conferenza con Mike Pompeo. E al minuto 3:50 ne abbiamo avuto la conferma. IlSole24Ore fa resoconti più precisi di quelli de La Stampa.

Nel primo caso il governo italiano si sarebbe comportato come l’imperatore Marciano, nel secondo come un vassallo.

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08/09/2020

Gli utili idioti mi han convinto: ragiono come loro


Avevo pensato di mokusatsu l’adunata neofascista della Bocca della Verità di domenica a Roma. Mokusatsu, ovvero “Lo uccideremo col silenzio” è una parola giapponese che sta per ‘ignorare’ o ‘trattare con tacito disprezzo’.

È composta da due kanji: 黙 (moku, letteralmente silenzio) e 殺 (satsu, letteralmente uccidere). Mi pareva la miglior reazione alla patetica adunanza di Roma, con neofascisti e pappalardi uniti nella lotta.

Non viene da deriderli, perché di primo acchito mettono tristezza, quel certo sgomento di quando contempli un’apocalisse nucleare.

Continuo a pensarla così: il ridicolo delle loro affermazioni vuote, l’organizzazione e sponsorizzazione neofascista, l’esiguità del loro numero rispetto alla supposta adunata oceanica, gli episodi tragicomici che tutti hanno visto sui media e sui social, hanno – dovrebbero avere – affossato pesantemente questa jaquerie complottista.

Nomask, no distanziamento, noVax: che pare di essere contrari alla presenza dei freni nelle automobili, dato che le statistiche dicono che spesso, prima di un grave incidente, il conducente aveva usato i freni, che oltretutto sono fabbricati da grandi multinazionali, e utilizzando materiali pericolosi.

Idioti che hanno la fortuna di essere sani e godere di libertà di parola. Non hanno mai conosciuto malattia e dittatura. Nel primo caso, che mai si augura a nessuno, li si vede poi disciplinati e a frotte utilizzare medicinali e cure della più deteriore medicina multinazionale, pur di salvarsi la pelle.

Idioti. Utili idioti? Ripetevo questa parole fra me e me, quando mi si è aperto un mondo: ho iniziato a ragionare come loro. Da marxista, ma provando a ragionare come loro, che sempre dicono: la verità è menzogna, c’è sempre sotto qualcosa che non ci dicono, è tutto un complotto.

Utili idioti, questi pappalardi ignoranti, anzi: ignorantisti. Ma a chi giova tutto questo? Ed ecco qui un paio di complotti che vi servo appena sfornati, con titoli volutamente ironici, ma contenuti meditati.

1. Servi dei padroni.

È ormai assodato che il grosso dei contagi è avvenuto nei luoghi di lavoro, e poi nelle famiglie dei lavoratori. Stupisce, in quest’ottica, che vi sia questa (peraltro giustificata) attenzione, talvolta degenerante in panico, ammuina e scatenìo, sui possibili contagi nella scuola a metà settembre, mentre a marzo, aprile, maggio – con centinaia di morti al giorno – i padroni erano tutti nomask e nodistanziamento, quando si parlava delle loro fabbriche.

Lo erano ovviamente sulla pelle dei lavoratori, mentre loro piangevano per il lockdown nei loro attici e ville in riva al mare, postando su Twitter, bocelliani come nessuno.

Ricordiamo poi anche la pervicace lotta padronale per riuscire a rientrare fra le “produzioni indispensabili” – come armi e prodotti di lusso – che infatti non sono mai cessate.

Ricordiamo le autorità regionali che hanno preso ordini per settimane da Confindustria.

Ricordiamo “Milano riparte”, e i suoi ottimi consigli, a fine febbraio.

È stata fatta una valutazione di quante vittime del contagio vi sono state in Italia grazie alle allegre politiche confindustriali dei nostri amministratori?

A proposito di amministratori, senza l’infame mescolamento di anziani e convalescenti dal Covid, o alla letterale evaporazione dell’assistenza sul territorio nelle settimane cruciali, non saremmo la sesta nazione al mondo per decessi e solo la diciannovesima per contagi.

Prendiamo nazioni europee con cittadini benestanti, di “razza caucasica” (...) e che hanno affrontato la prima onda: il rapporto contagiati/deceduti è 26,4 per la Germania, 17,5 per la Spagna, 10,6 per la Francia, 8,4 per l’UK nonostante Boris Johnson. Per l’Italia, è pari a 7,8. Lasciamo stare i tedeschi: se questo numero fosse per l’Italia pari a quello della Spagna, i morti in Italia sarebbero stati 15.800, invece che 35.500.

Ventimila in meno. Non ci pare, fatti salvi pochi, che vi sia o vi sia stato un montare di indignazione pubblica per questa strage. La stessa indignazione che invece ha investito, a volte giustamente, discotecari e vacanzieri.

Ora le discoteche sono chiuse, le vacanze sono finite, cosa possiamo fare? Beh, ora possiamo tirare (sacrosanti, chi lo può negare) pomodori ai pappalardi. Tutti i partiti e i media sono concordi. Una strategia di comunicazione e di indirizzamento delle “pietre da tirare”, che viene porta su un piatto d’argento da Casapound.

Involontariamente? Qui mi fermo, se no divento – appunto – complottista. Potrei dire che i fascisti sono servi dei padroni fin dal 1919, e sono specializzati nell’indirizzare il ribellismo gonzo e becero degli ignoranti in alvei innocui ai veri colpevoli, in sfoghi convenienti per le classi dominanti.

Potrei dire che promuovere manifestazioni contro le mascherine e contro il distanziamento, contro i tamponi, contro le misure di sicurezza nelle scuole, è una favolosa lobotomizzazione di ogni seria opposizione al potere. Ride la gazza padrona, nera sugli aranci.

2. Diluire acqua potabile in un mare di merda

Leggiamo che il composito pubblico di manifestanti a Roma era formato da “neofascisti, nomask, novax, terrapiattisti, pappalardi, nani, ballerine, e NO 5G”. No 5G. Questo mescolare l’opposizione al 5G con l’altra marmaglia riempie di costernazione.

Molti specialisti e scienziati avanzano, da tempo, fondate opposizioni al proliferare indiscriminato e con regole sempre più compiacenti dell’inquinamento da campi elettromagnetici. Opposizioni basate su migliaia di studi scientifici recenti, sul principio di precauzione, su sensate basi fisiche e mediche.

La tecnologia 5G – soprattutto nei suoi scenari di applicazione futuri, sottoporrà l’intera superficie terrestre, popolazione umana, animale e vegetale comprese, ad un irraggiamento del quale – obiettivamente – sono ignote le conseguenze a lungo termine.

Invece, la vulgata sul 5G parla di assurdi utilizzi per iniettare, ovviamente dentro ai vaccini, grazie ad un diabolico piano di Bill Gates, fantomatiche nanoparticelle che ci ridurranno tutti a zombie schiavi. E tutti risero.

Appunto. Quando mi lamento di questa situazione, giustamente gli amici scientisti mi dicono: ti lamenti che mescolino No 5G e terrapiattisti? Ma siete voi che vi mescolate, andate alle stesse manifestazioni! Ammutolisco.

Se hai un secchio di acqua potabile e lo versi in un mare di merda, cosa otterrai? Un mare di merda. E più nessuna traccia dell’acqua potabile. Il discredito scientifico che colpisce l’opposizione al 5G, causato dalla sua frequentazione di cattive compagnie, è abilmente colto – come eccellente benefit – da chi favorisce, dalle posizioni di potere, il far west elettromagnetico prossimo venturo.

Non arriviamo a dire che tutto questo sia eterodiretto: pur essendo andati a lezione di complottismo, conserviamo il ben dell’intelletto. Ma un fatto è certo: mescolarsi con chiunque, purché ti dia ragione su un punto, e per il resto farnetica, è un errore politico madornale.

Con una perifrasi machista potremmo dire: è come mettere le palle sul ceppo.

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15/07/2020

Gran Bretagna - Johnson obbedisce a Trump e scarica Huawei

Il mondo globalizzato non esiste più da qualche anno e si va sempre più delineando un quadro conflittuale tra grandi potenze, egemoni su macroaree. Su cui premono per espellere i competitori usando tutti gli strumenti – e sono davvero molti – a loro disposizione.

Ultima prova: la Gran Bretagna ha deciso di escludere completamente Huawei dalle reti infrastrutturali britanniche. Il ministro della Cultura Oliver Dowden, che ne dato l’annuncio parlando in Parlamento, ha ordinato che da fine 2020 gli operatori non potranno più acquistare apparecchiature da Huawei e avranno fino al 2027 per eliminare le apparecchiature dell’azienda dalle reti 4G e 3G, oltre a quelle già installate per il 5G.

Non si tratta dunque del semplice stop al 5G, di cui si discuteva da tempo, ma dello sradicamento della presenza del colosso cinese nella “perfida Albione”.

La decisione arriva ovviamente in seguito alla pressione Usa, che la stanno esercitando anche su tutti gli altri alleati-competitori europei (in primis Germania e Italia). E qui sono stati usati strumenti che non si vedevano all’opera da decenni.

Anche se la “relazione speciale” esistente tra Regno Unito e la ex colonia britannica chiamata Usa non è mai venuta meno, negli ultimi decenni la “globalizzazione” aveva facilitato la sottoscrizione di contratti giganteschi con fornitori e investitori che potevano far valere prezzi bassi, tecnologie di qualità e soldi cash. La Cina, insomma.

Tra il 2013 e il 2015, l’allora premier George Osborne firmò accordi commerciali per più di 30 miliardi di sterline, in particolare in occasione della visita di Xi Jinping a Londra. Erano i tempi in cui Li Ka Shing, boss di Hutchinson Whampoa, investiva 10 miliardi di sterline per l’acquisto della compagnia telefonica O2. E la Repubblica Cinese si impegnava ad acquisire una quota della futura centrale nucleare di Hinkley Point, nel Somerset, per 6 miliardi.

L’interscambio commerciale tra i due paesi era decollato, al punto che per Londra (era il periodo di David Cameron) il rapporto con l’Unione Europea sembrava meno importante, dando avvio al processo di “allentamento dei rapporti” poi sfociato nella Brexit.

Ma il peso della Gran Bretagna, pur elevato, non è certo più quello ante seconda guerra mondiale. E in un progressivo confronto competitivo tra le tre “potenze” (Usa, Cina, Unione Europea) diventa sempre più stretto il margine entro cui si può giocare in proprio. Bisogna decidere, come paese capitalistico, “da che parte stare”. Che è poi la domanda posta, con la consueta “gentilezza” dal ministro degli esteri Usa, ed ex capo della Cia, Mike Pompeo, soltanto un mese fa, al febbricitante Boris Johnson.

Ancora più brutalmente, Donald Trump aveva minacciato di espellere Londra dal sistema “Five Eyes” – cooperazione tra servizi segreti di Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito – se Huawei avesse continuato a svilupparsi in Gran Bretagna.

Dunque non c’è nessuna ragione economica o tecnologica al fondo della attuale scelta inglese. E infatti solo l’accusa di “spionaggio” fatta nei confronti di Huawei e del governo cinese (accusa unilaterale e senza fornire un solo straccio di prova) dà la dimensione di una scelta politica e geostrategica.

Si vanno costruendo blocchi economico-militari, rompendo quel che resta del “libero commercio mondiale”. La crisi fatta esplodere – non “provocata” – dal Covid-19 sta accelerando questi processi, come vediamo anche nella politica italiana (ogni contrapposizione viene giocata per estromettere dal governo e comunque liquefare i Cinque Stelle, considerati chissà perché “meno affidabili” di tutti gli altri partiti presenti in Parlamento).

A malincuore, scrive stamattina il Global Times – tabloid in lingua inglese considerato organo ufficiale del Partito Comunista Cinese – “È necessario che la Cina contrattacchi alla Gran Bretagna, altrimenti non saremmo troppo facili da bullizzare? La rappresaglia dovrebbe essere pubblica e dolorosa per il Regno Unito”, anche se “non è necessario trasformarla in uno scontro tra Cina e Gran Bretagna”.

È chiarissimo il tentativo di rallentare l’escalation delle ritorsioni, ma è inevitabile che, se un Paese ti prende a schiaffi rompendo i contratti sottoscritti, non puoi far finta di nulla.

“Sul lungo periodo, il Regno Unito non ha ragioni per mettersi contro la Cina, con la questione di Hong Kong che sta svanendo”. Va ricordato che proprio Londra, per incrementare la portata delle proteste nell’enclave diventata centro finanziario mondiale di prima grandezza, aveva modificato il regime dei permessi di soggiorno per i cittadini di Hong Kong, portandoli da sei mesi a 5 anni, con la garanzia della concessione della cittadinanza britannica alla scadenza. Ma l’evoluzione della situazione nella ex colonia non incoraggia certo altre “ritorsioni” occidentali.

Perciò la Cina può segnalare con molta forza la propria incazzatura. Il bando su Huawei “non riguarda un’azienda o un’industria, ma è una questione che è stata altamente politicizzata”, ha scandito la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying. La questione “minaccia la sicurezza degli investimenti cinesi nel Regno Unito e crea un problema che riguarda la nostra fiducia nel mercato britannico”.

Per la Gran Bretagna i problemi cominciano ora, ancora prima della “dolorosa rappresaglia” cinese. La disinstallazione delle apparecchiature Huawei – considerate dai tecnici le più efficienti e meno costose – non sarà un pranzo di gala.

A gennaio Londra aveva dato a Huawei un accesso limitato alle reti mobili di quinta generazione permettendo agli operatori di ridurre la quota del kit Huawei nelle parti non core della loro infrastruttura al 35% entro il 2023.

La marcia indietro costa, non soltanto in termini di spesa, ma di ritardo tecnologico. British Telecom e Vodafone UK, per esempio, stimano che per rimpiazzare le apparecchiature Huawei nelle loro reti mobili ci vorranno tra i 5 e i 7 anni.

A sostituirle si candida la svedese Ericsson, ma tutti sanno che non è la stessa cosa.

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10/07/2020

Tim esclude Huawei dalla gara per il 5G in Italia e in Brasile

Gli Stati Uniti chiamano, l’Italietta risponde, di nuovo, come spesso è accaduto nella storia della Repubblica.

La notizia di oggi è che Telecom Italia, riunificata sotto il marchio TIM operante in Italia e in Brasile, ha escluso il colosso cinese Huawei dalla partecipazione alla gara per la fornitura di apparecchiature 5G per la sua rete che si appresta a costruire nei due paesi.

Come riporta stamane La Stampa, «l’elenco dei fornitori invitati comprende Cisco, Ericsson, Nokia, Mavenir e Affirmed Networks, società recentemente acquisita da Microsoft».

Una notizia non da poco, considerando che sulla fornitura delle apparecchiature per la rete 5G è in corso uno scontro geopolitico decisivo tra Stati Uniti e Cina per i nuovi assetti globali, di cui l’egemonia tecnologica è il fattore su cui la Cina, da anni ormai non sol più “fabbrica del mondo”, gioca la sua partita (sul campo militare per esempio, le distanze sono invece ancora abissali).

Il caso venne alla ribalta pubblica il primo dicembre del 2018 quando Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gigante cinese e figlia del fondatore della società, Ren Zhengfei, venne stata arrestata in Canada su richiesta esplicita degli Stati Uniti.

Da allora la campagna anti-cinese si è fatta più serrata, ma se la “guerra commerciale” scaturita a colpi di dazi si gioca sul tentativo made in Usa di riequilibrare la bilancia commerciale e contemporaneamente reinternalizzare alcuni settori di manodopera da anni portati all’estero secondo la reaganiana dottrina della “New Economy”, quella per l’egemonia tecnologica passa in gran parte proprio dalle tecnologie di telecomunicazione.

Fissate dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, settore Radiocomunicazioni (ITU-R), agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Ginevra, le caratteristiche della prossima tecnologia come l’alta velocità e la bassa latenza permettono di disegnare nuovi scenari d’utilizzo.

Per esempio, radiocontrollo di veicoli passeggeri, copertura garantita per aree rurali, interventi in aree colpite da disastri naturali, città senzienti, ma soprattutto l’applicazione industriale dell’Internet of Things (IoT) – colloquio tra macchine senza intervento dell’essere umano – che se esteso alla realtà oltre-lavorativa permette di raccogliere una quantità fin’ora impensabile di dati, garantendo conoscenza di ulteriori campi di comportamento umano e profitti (oltre che controllo) sulle possibili previsioni.

In questo scontro tra titani, il ruolo di competitor dell’Unione europea sconta anni di nanismo politico, tradotto in disinvestimento tecnologico e deflazione salariale, certificato dalla Brexit e dall’immediato allineamento atlantico proprio sul 5G in funzione anti-Cina da parte del Regno Unito dopo il trionfo dell’attuale premier Boris Johnson.

Che anche l’Italia poggi un peso su questo versante della bilancia non è un passaggio neutrale, con sicure ripercussioni non solo sull’asse sino-americano, ma anche sulle dinamiche “europee” e del Mediterraneo tutto.

Su questo, alcune notizie recenti aiutano ad ampliare il quadro e il portato che simili scelte portano con se.

Due mesi fa infatti Microsoft ha presentato “Ambizione Italia #DigitalRestart”, un ambizioso piano quinquennale di investimenti dell’ammontare di 1,5 miliardi di dollari per supportare l’innovazione e la trasformazione digitale nel paese, di cui la migrazione di tutto l'infrastruttura di posta della scuola pubblica su piattaforma Office 365 è il primo esempio di “gentile concessione” di Big Data al colosso statunitense.

Ma anche Google si sta muovendo nella stessa direzione, con un piano di oltre 900 milioni di dollari sempre in 5 anni, che includono «l’apertura delle due Google Cloud Region in partnership con Tim», come dichiarato ieri da Sundar Pichai, Ceo di Google.

Un’ultima nota. Si potrebbe almeno pensare che la scelta di escludere Huawei dalla gara sia frutto di una più o meno accurata presa di posizione del governo italiano rispetto alle dinamiche politiche internazionali, e che faccia parte dunque di una strategia di più ampio respiro almeno nel medio termine. Nulla di trascendentale, semplicemente una manovra filo-atlantista da “Prima repubblica” tutta da controbattere, ma almeno “coerente” nel suo disegno generale.

Ma quel tempo è finito trent’anni orsono (e purtroppo per i nostalgici non tornerà), in mezzo c’è stata la più grande ondata di privatizzazioni che abbiano mai colpito un’“economia matura” e che lo ha fatto in tutti i settori strategici del paese, di più che in tutto il Vecchio continente (per esempio, chi conosce il nome di una banca italiana ancora pubblica, si faccia avanti).

Tim infatti è una società per azioni – Spa, che risponde cioè al mercato, non ai bisogni della popolazione – dal 1994, con un fatturato nel 2019 di 18 miliardi di euro e nello stesso anno un utile netto di 1,2 miliardi, che ha staccato la cedola (pagato agli azionisti il loro guadagno indipendentemente dal lavoro dei più di 50mila dipendenti) solo 20 giorni fa, alla faccia del lockdown, e il cui azionista di maggioranza è la francese Vivendi, quella implicata nell’affaire Mediaset finito al Tar perché contrario ai tetti di controllo nel settore media e, sì, telecomunicazioni.

Siamo sicuri di voler continuare a lasciare in mano a pochi privati il futuro del paese?

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04/07/2020

Cina e Gran Bretagna. Tensioni su Hong Kong. Spaccatura alle Nazioni Unite

La Cina ha minacciato la Gran Bretagna che se dovesse concedere la residenza ai residenti di Hong Kong in fuga dal paese, Londra dovrà “sopportarne le conseguenze”. Mercoledì il primo ministro britannico Boris Johnson aveva promesso di offrire a tre milioni di cinesi di Hong Kong, tuttora in possesso dello status di britannici d’oltremare (BNO), la residenza in Gran Bretagna.

Secondo le autorità cinesi si tratterebbe di una violazione degli accordi. “La Cina esprime forte condanna e si riserva il diritto di assumere ulteriori misure. La parte britannica ne sopporterà tutte le conseguenze”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian in una conferenza stampa a Pechino.

Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Australia, hanno condannato l’entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza Nazionale come un disconoscimento degli accordi del 1997 sul ricongiungimento tra la Cina continentale e Hong Kong.

Sul fronte opposto, la Cina, insieme altri paesi membri delle Nazioni Unite, hanno ritenuto la nuova legge come una questione di sovranità interna ad esclusiva competenza di Pechino, ed hanno bloccato una mozione di condanna presentata al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Solo 27 dei 47 paesi membri del Consiglio – inclusi Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone – hanno espresso “profonde e crescenti preoccupazioni” in merito al nuovo impianto normativo, e sollecitato Pechino a riconsiderare la propria iniziativa.

Zhang Xiaoming, direttore dell’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao presso il Consiglio di Stato Cinese, si è espresso con estrema durezza, affermando che le misure adottate da Pechino per tutelare la propria sicurezza “non hanno nulla a che fare con voi, non vi riguardano”.

La stampa cinese sottolinea che, al contrario degli Stati Uniti, l’Unione Europea finora non ha minacciato alcuna sanzione nei confronti della Cina, pur sottolineando l’importanza di garantire l’autonomia di Hong Kong.

Secondo il giornale cinese Global Times la linea dura di Washington in risposta agli ultimi sviluppi ad Hong Kong finirà per “lasciare gli Usa isolati sul piano internazionale”.

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il 1 luglio ha intanto approvato all’unanimità un provvedimento che prevede l’imposizione di sanzioni alle banche cinesi in affari con funzionari di Pechino responsabili dell’attuazione della nuova legge sulla sicurezza di Hong Kong.

In Gran Bretagna le eventuali misure anticinesi ipotizzate da Johnson devono però fare i conti con alcuni capitoli molto materiali come la partecipazione del colosso cinese Huawei alla realizzazione della rete 5G britannica.

La questione è resa ancora più rognosa dalla recente decisione degli Usa di formalizzare l’azienda cinese come entità “di proprietà o alle dipendenze” delle Forze armate di Pechino. Nelle ultime settimane le autorità britanniche sembrano orientarsi verso una partecipazione circoscritta di Huawei nelle reti nazionali, ma lo scontro frontale sempre più aspro tra Washington e Pechino potrebbe costringere la Gran Bretagna ad una scelta di campo ancora più netta.

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24/06/2020

La crisi dell’Impero statunitense

Dalla fine del mondo bipolare a oggi gli Stati Uniti hanno guidato la leadership globale.

Per quasi trent’anni gli USA hanno sostanzialmente imposto la propria egemonia e sono riusciti a governare le contraddizioni sociali che caratterizzano il loro modello di sviluppo.

Ora non sono più in grado di disegnare una cornice di rapporti internazionali in cui perpetuare quella egemonia, né di gestire con efficacia all’interno dei propri confini i punti di criticità che minano la coesione nazionale. La diplomazia statunitense sembra ridottasi da un lato alla minaccia di intervento militare – mostrando i muscoli spesso senza però adoperarli – e dall’altra al mix di tariffe protezionistiche e sanzioni nei confronti di tutti coloro che ne minacciano gli interessi commerciali.

Questa mancanza di una strategia “inclusiva” è segno di un declino avanzato, più teso a salvaguardare una rendita di posizione che a definire un piano di rilancio complessivo del proprio status di “primi tra pari”.

L’unica cornice internazionale in cui gli USA giocano un ruolo di primo piano è la NATO.

Qui cercano di imporre la propria agenda in particolare contro Cina e Russia. Questi due Stati sono – nella visione strategica statunitense – sempre meno “competitori” e sempre più “antagonisti”.

Il primato militare degli Stati Uniti per ciò che concerne le spese belliche e dell’appartato militar-industriale in quanto tale non ha sostanzialmente ancora rivali. Il punto è se questa “macchina bellica” risulterà adeguata o meno al mantenimento della propria egemonia negli scenari di conflitto che si stanno prefigurando.

A settanta anni dallo scoppio della Guerra di Corea infatti – cioè l’inizio della Guerra Fredda – una guerra fredda di nuovo tipo sembra caratterizzare l’attuale scenario della competizione globale in un contesto di stallo degli imperialismi.

Ci sono settori in cui gli USA hanno perso, o stanno perdendo, la leadership o comunque stanno assumendo una posizione più subordinata: petrolio, tecnologia, spazio, dominio monetario.

La leadership mondiale raggiunta nella produzione petrolifera grazie al gas di scisto si reggeva su alcuni aspetti contingenti: l’alto prezzo del greggio, la “droga finanziaria” ed il sostegno dell’amministrazione federale. Il cambiamento delle condizioni complessive di mercato ha fatto venire meno il “nuovo” primato statunitense e rischia di far collassare un sistema in cui sembrano salvarsi solo gli attori più grandi, ridimensionando una filiera produttiva centrale nell’economia di alcuni importanti Stati dell’Unione.

Trump ha dovuto fare pressione affinché i due Paesi leader dell’OPEC PLUS – Russia e Arabia Saudita – trovassero un accordo per portare ad un taglio concordato della produzione di greggio in grado di ristabilizzare i prezzi del petrolio, quasi in caduta libera dopo la guerra dei prezzi ingaggiata dell’Arabia Saudita.

Si è indebolito il “primato tecnologico” statunitense nei confronti della Cina, con cui si è sviluppata una “guerra commerciale” nel settore che è rimasta fuori dagli accordi tra USA e Repubblica Popolare all’inizio di quest’anno, e che si sta inasprendo nuovamente in questi mesi. La Cina, infatti, sta sviluppando in via sperimentale una nuova configurazione della rete digitale, e si propone come perno per il suo sviluppo anche in ambito ONU.

Se gli Stati Uniti sono tornati recentemente – dopo una serie di clamorosi e mortali insuccessi – a potere lanciare autonomamente propri uomini nello spazio, il ruolo della NASA è fortemente ridimensionato e si può vedere l’emergere di due attori privati che hanno sempre maggiore potere come Space X e Boeing.

La Cina ha sviluppato da tempo una sua autonoma capacità spaziale e sta completando la realizzazione del proprio sistema satellitare ad uso militare e civile con lo sviluppo di un correlato sistema di geo-posizionamento, erodendo quello che era un precedente primato occidentale e facendosi trovare in posizione “non arretrata” nella futura corsa allo spazio.

Sul piano dello scontro monetario e delle impalcature commerciali e finanziarie costruite attorno al Dollaro, gli Stati Uniti, tuttora padroni del settore finanziario, vedono comunque messo in discussione il proprio ruolo dal graduale processo di internazionalizzazione del renminbi e soprattutto dalla configurazione di una serie di istituzioni internazionali, anche di tipo finanziario, che non hanno più nella valuta statunitense il perno e che pongono le basi per un mondo realmente multipolare, con uno spazio per gli scambi ed un accesso al credito indipendente dalle reti e dalla valuta USA.

Gli Usa erano una potenza per molti aspetti in declino già prima della Pandemia.

Ultima tappa di questo processo è la vicenda legata al Covid-19, sia nella gestione interna sia nella sua azione internazionale.

Gli Stati Uniti a differenza che in passato non hanno costituito un “modello di intervento” – se non in negativo – per il resto del Pianeta, e non hanno guidato con una propria strategia di intervento una risposta alla Pandemia.

Hanno incolpato la Cina della diffusione del virus e tolto i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La minaccia dell’uso dell’esercito per reprimere le mobilitazioni successive alla morte di George Floyd ha segnalato sia l’incapacità di gestione attuale del conflitto sociale, sia una spaccatura evidente tra l’attuale amministrazione ed il Pentagono (che si è espresso contro l’utilizzo dell’esercito) ed una tensione tra l’amministrazione federale ed i singoli eletti locali.

È stato l’ennesimo episodio di tensione della “catena di comando” che abbiamo visto in tutta la gestione della Pandemia.

L’accelerazione delle contraddizioni imposte dalla Pandemia su un edificio già traballante ha mostrato l’incapacità del sistema di garantire un benessere sufficientemente esteso per ampie porzioni di società che gli servano da base di consenso, aggravando la crisi di legittimità dell’attuale leadership politica.

La crisi del 2007-2008 era stata una anticipazione di ciò che sta avvenendo ora.

La fine della propria forza propulsiva a livello economico infatti si è manifestata con forza già con la crisi finanziaria scatenata dall’esplosione della bolla dei mutui sub-prime. Questa ha messo in luce alcune debolezze strutturali, senza che siano state messe in campo, negli ultimi 10 anni, ricette in grado di superarle. Si è riprodotto quindi un sistema economico strettamente legato all’economia finanziaria sempre più sconnessa dalla soggiacente base materiale e dai bisogni delle persone, che insieme alla potenza bellica ha assicurato fino a oggi il peso internazionale del Dollaro.

Il complesso militare-industriale continuava ad essere il settore guida dello sviluppo del paese e vero attore delle decisioni dirimenti prese dal Deep State, più dell’amministrazione che formalmente governa il Paese.

Quella crisi aveva avviato un processo di de-legittimizzazione dell’establishment da parte di importanti porzioni della popolazione già nella precedente corsa alla Presidenza statunitense, producendo per così dire due output politici simili ma di segno opposto: da un lato la vincente scalata di Trump al Partito Repubblicano – e la sua successiva elezione – e dall’altro l’ascesa di Bernie Sanders, un “anonimo” senatore del Vermont che si definiva socialista e che ha conteso la nomination ad Hillary Clinton tra le file del Partito Democratico.

Uno scenario in parte ripetutosi anche in quest’anno di elezioni Presidenziali in cui nessun candidato repubblicano ha sfidato Trump nelle primarie e dove l’unico fine dell’establishment democratico (di destra e sinistra) era sbarrare la strada a Sanders e alle sue politiche.

Un chiaro segnale dell’incapacità dei due storici attori politici che hanno dominato la scena nord-americana da 160 anni a questa parte di esprimere una leadership all’interno delle proprie fila e di offrire un progetto complessivo in grado di raccogliere il consenso necessario delineando una prospettiva.

Nel caso di Trump è emerso poi in maniera evidente come il sistema statunitense non sia più in grado di riprodurre una classe dirigente che sappia governare la prima potenza mondiale, ora di fronte alla sua crisi più grave dal 1929.

La Pandemia ha messo in luce come la politica di internazionalizzazione delle filiere produttive e lo spostamento di settori strategici fuori dal perimetro nazionale USA per le esigenze di profitto delle imprese abbia leso il Sistema-Paese nel suo insieme. Questo processo coevo alla “globalizzazione neo-liberista” aveva portato in precedenza alla “desertificazione industriale” negli Stati che erano il cuore produttivo statunitense, con una crisi sociale che non ha avuto significative inversione di tendenza fino ad oggi nelle zone della “rust belt”.

Basti pensare che per la fornitura di alcuni beni medici necessari per fare fronte alla Pandemia, gli Stati Uniti sono dovuti ricorrere a prodotti fabbricati in Cina o in Russia.

Questo ha imposto tra le alte sfere della politica statunitense un dibattito sulla necessità di “re-internalizzare” le filiere produttive, anche a causa della disoccupazione di massa in cui è ripiombato il Paese, che è arrivata a coinvolgere oltre 40 milioni di persone in età da lavoro.

La perdita della capacità industriale e l'impoverimento di quegli strati della working-class che si concepivano come classe media, sono stati un effetto boomerang contribuendo alla delegittimazione dell’establishment prono agli interessi del grande capitale privato.

Lo strapotere delle imprese private sulla salute pubblica si è manifestato anche nella mancata decisione dell’amministrazione – nonostante i suoi margini giuridici – di “imporre” la produzione di determinati beni medici fondamentali alle proprie aziende, per non ledere i loro margini di profitto.

Dello stesso segno è stata la manifesta incapacità del sistema sanitario statunitense di farsi carico della salute dei propri cittadini, ridotti a clienti da cui spremere profitto per le imprese della “white economy”. L’industria farmaceutica ha poi imposto fino ad ora le proprie necessità di guadagno rispetto alla scoperta di un eventuale vaccino per il Covid-19. La ricerca del vaccino è abbondantemente sovvenzionata da soldicon denaro pubblico ma non è assolutamente detto che se venisse scoperto da aziende nord-americane questo verrebbe reso disponibile a tutti, al di là delle possibilità economiche dei singoli.

Sanità privata e “Big Pharma” si sono rilevate vere e proprie sciagure per il popolo statunitense, esempio evidente del fallimento di un modello.

Non stupisce che anche prima dell’epidemia la proposta della sanità universale gratuita – cavallo di battaglia di Sanders – avesse conquistato sempre più consensi sia tra le file degli elettori democratici sia repubblicani, in un Paese che ha il più alto livello di spesa medica pro-capite e allo stesso tempo un numero ingente di persone che non avendo una assicurazione medica – o che paradossalmente l’ha persa durante la pandemia a causa del licenziamento – non ha di fatto accesso alle cure mediche.

In generale dei deficit sistemici e della “gestione criminale” dell’emergenza pandemica dell’attuale amministrazione ne hanno fatto le spese le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare quelle “minoranze etniche” della classe lavoratrice che hanno visto un livello dei decessi tra le proprie comunità superiore al loro impatto demografico complessivo sulla popolazione: nativi americani, latinos ed in particolare afroamericani.

Una mortalità dovuta anche al fatto che occupavano le mansioni più a rischio durante la pandemia, e che gran parte dei membri di queste comunità siano state costrette a “lavorare” mettendo a rischio la propria salute e quella dei propri cari.

Queste porzioni di lavoratori hanno iniziato ad organizzare nuovamente scioperi ed iniziative, rompendo una pace sociale che durava da decenni e ponendo le basi per la “rinascita” del movimento sindacale in settori chiave della logistica e della “Gig Economy”.

Non stupisce che l’ennesimo omicidio di un afroamericano da parte della polizia abbia fatto da detonatore alle soggiacenti contraddizioni divenute esplosive.

Lo sciopero dei portuali della Costa Ovest il 19 giugno, promosso dalla ILWU – anniversario della liberazione dalla schiavitù nel 1865 – in 29 scali da la cifra del processo di politicizzazione: l’espressione più militante della working-class statunitense ha paralizzato per 8 ore un nodo importante della catena logistica in solidarietà con la lotta degli afroamericani con una fermata che va oltre le tradizionali rivendicazioni “bread and butter” del sindacalismo USA.

È chiaro che questi slanci che stanno caratterizzando gli Stati Uniti e che in parte stanno toccando l’America Profonda – come nel caso delle mobilitazioni successive alla morte di George Floyd – non trovino una adeguata rappresentanza politica e non abbiano un punto di riferimento se non nel comunque importante substrato di attivisti spesso giovanissimi cresciuti negli ultimi anni.

Le attuali difficoltà dell’imperialismo USA sono una grande opportunità per le forze progressiste e rivoluzionarie del Pianeta.

Costituiscono una possibilità per sganciarsi dal dominio statunitense a tutti i livelli, e per rilanciare una battaglia che ne metta in discussione le basi e la presenza militare all’estero e la necessità di recidere i legami con il suo principale “braccio armato” cioè la Nato. L’attuale crisi fornisce la possibilità di rimettere in discussione il processo di colonizzazione culturale a guida USA che è penetrato a fondo tra le fila del nostro blocco sociale di riferimento nel corso di questi 30 anni di contro-rivoluzione liberista.

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11/06/2020

Gran Bretagna - Johnson e il dilemma cinese

Il progetto del governo conservatore di Boris Johnson per fare del Regno Unito post-Brexit una potenza in grado di muoversi in maniera indipendente ed esclusivamente secondo i propri interessi sugli scenari internazionali continua a dover fare i conti con una serie di ostacoli e complicazioni che rischiano di aprire più di un fronte di crisi sul piano interno. La questione più calda a questo proposito riguarda i rapporti con la Cina, da qualche tempo in fase calante sulla spinta delle pressioni provenienti da Washington.

Hong Kong e Huawei sono in questo frangente le ragioni principali delle frizioni crescenti tra Regno Unito e Cina, non a caso le stesse, assieme alla gestione dell’epidemia di Coronavirus, su cui si concentra l’offensiva contro Pechino dell’amministrazione Trump. Quello a cui si sta assistendo è d’altra parte l’approdo del governo di Londra sulle posizioni degli Stati Uniti in merito alla Cina, anche se il processo in atto continua a essere fonte di conflitto tra la classe dirigente d’oltremanica.

Ai tempi del governo di David Cameron, le relazioni tra il Regno Unito e la Cina sembravano avere imboccato una parabola ascendente, come dimostrava tra l’altro la partecipazione di Londra nel 2015 alla fondazione della Banca internazionale di investimenti (“Asian Infrastructure Investment Bank”) promossa da Pechino, nonostante l’opposizione degli USA. Il raffreddamento delle relazioni sarebbe seguito a breve, ma la leadership di Theresa May era stata comunque segnata solo in maniera relativa da ripensamenti e passi indietro, come l’aggiunta di alcune restrizioni a un accordo per la costruzione di nuove centrali nucleari in territorio britannico con tecnologia cinese.

L’accelerazione impressa da Johnson è coincisa alla fine con l’intensificarsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina, manifestandosi con iniziative recenti difficilmente equivocabili. Dopo l’approvazione da parte dell’organo legislativo cinese di una controversa legge sull’ordine pubblico e la “sicurezza nazionale” per il territorio autonomo di Hong Kong, Johnson si è subito allineato alle durissime critiche di Washington, per poi avanzare l’ultra-provocatoria proposta di offrire la cittadinanza britannica a tre milioni di abitanti della ex colonia.

La presa di posizione del premier conservatore anticipa l’appoggio di Londra alle sanzioni che la Casa Bianca intende imporre ai leader cinesi coinvolti nella stesura e nell’applicazione della nuova legge per Hong Kong. L’aspetto più interessante è legato comunque al fatto che l’intransigenza ostentata dal Regno Unito rischia di essere controproducente e di avere pesanti ripercussioni economiche, come ha fatto subito notare lo stesso governo di Pechino. In linea di massima, tutte le decisioni prese e prospettate da Londra riguardo i rapporti con la seconda potenza economica del pianeta potrebbero avere implicazioni di questo genere e provocare la rottura di quell’intreccio di interessi che da qualche anno ha fatto del Regno Unito la prima destinazione degli investimenti cinesi in Europa.

Le contraddizioni sono forse ancora più evidenti nel caso di Huawei e del lancio della rete 5G. Il contributo del colosso cinese delle telecomunicazioni in questo ambito è al momento cruciale per il Regno Unito, ma anche qui delle forze formidabili, guidate principalmente da Washington, hanno innescato un evidente ripensamento. Già a gennaio, il governo Johnson si era parzialmente piegato alle pressioni, classificando Huawei come fornitore “ad alto rischio” per il 5G. La compagnia di Shenzhen aveva visto così ridursi la propria partecipazione alla rete di nuova generazione in Gran Bretagna ed esclusa dai settori più delicati dal punto di vista strategico.

Queste concessioni agli ambienti anti-cinesi più radicali hanno tuttavia incoraggiato le richieste di un’esclusione tout court di Huawei, non solo dai progetti 5G ma da tutto il sistema britannico delle telecomunicazioni. Alcuni parlamentari conservatori hanno minacciato un’aperta rivolta se il governo non fisserà a breve una data vincolante per la rinuncia alla strumentazione di Huawei utilizzata nell’intera rete di comunicazione del Regno Unito. Simili richieste sono quasi sempre espresse con isterici toni anti-comunisti e feroci denunce rivolte alla Cina relativamente a pratiche anti-democratiche e violazioni dei diritti umani, in molti casi più adatte a definire il comportamento del governo di Londra che non quello di Pechino.

La ragione pratica dello stop alla partecipazione di Huawei al lancio della rete 5G sarebbe il possibile accesso della compagnia cinese a informazioni e strutture sensibili o collegabili alla sicurezza nazionale del Regno Unito. Le stesse autorità americane caratterizzano in questo modo i rischi che correrebbero i propri alleati nell’affidare lo sviluppo del 5G a Huawei, poiché a loro dire questa compagnia sarebbe in qualche modo controllata dal governo di Pechino o comunque vincolata alle direttive dei vertici della Repubblica Popolare.

In realtà, la guerra contro Huawei, oltre a tradire le ansie degli Stati Uniti per il primato tecnologico di Pechino nella rete di nuova generazione, nasconde il timore che la macchina della sorveglianza globale americana perda buona parte delle proprie capacità di penetrazione nelle reti dei paesi, compresi quelli alleati, che utilizzano apparecchiature cinesi.

Il governo di Londra starebbe così sondando il terreno per reperire fornitori alternativi a Huawei, come le scandinave Ericsson e Nokia o la sudcoreana Samsung. La stampa britannica ha anche parlato di progetti promossi da commissioni del parlamento per identificare e promuovere produzioni domestiche di equipaggiamenti da utilizzare nel settore delle telecomunicazioni.

La strada che va in questa direzione è però tutta in salita e comporta un possibile pericoloso ritardo nell’implementazione di una rete che risulterà determinante in molti settori. Per questa ragione, non sono poche le voci che mettono in guardia il governo Johnson da scelte estreme per assecondare le pressioni americane. I vertici di Vodafone, ad esempio, questa settimana hanno avvertito che “la leadership britannica nell’ambito del 5G andrà persa se gli operatori di telefonia mobile fossero costretti a spendere tempo e denaro per sostituire le apparecchiature esistenti”, fornite da Huawei.

L’impegno che implicherebbe uno stravolgimento delle infrastrutture della rete britannica è ritenuto eccessivo e insostenibile da molti in Gran Bretagna e a questi settori più cauti dell’economia e della politica fanno riferimento coloro che hanno minimizzato i rischi di una presenza importante di Huawei nella realtà del 5G d’oltremanica. Di estremo rilievo in questo senso è stato un recente intervento del direttore del GCHQ (“Government Communications Headquarters”), cioè l’agenzia governativa che si occupa di sorvegliare le comunicazioni elettroniche e che corrisponde alla NSA americana.

Jeremy Fleming ha affermato in sostanza che l’affidamento a Huawei del controllo di una parte determinante della rete 5G non rappresenterebbe un rischio per il suo paese, per poi respingere gli allarmi arrivati nelle ultime settimane per la sicurezza dei cosiddetti “Cinque Occhi”, l’alleanza informale tra Regno Unito, USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda che prevede lo scambio di informazioni relative alle comunicazioni elettroniche. La presa di posizione del numero uno del GCHQ era arrivata in risposta al rapporto di un “think tank” britannico che invitava appunto i governi dei “Cinque Occhi” a ridurre la propria dipendenza dalla Cina per equipaggiamenti destinati alle infrastrutture più critiche per la sicurezza nazionale.

Le opzioni di fronte a Boris Johnson e al suo governo appaiono dunque problematiche, anche perché implicano un ridimensionamento delle ambizioni per il futuro del Regno Unito. A ben vedere, il complicarsi delle prospettive di Londra, una volta finalizzata la Brexit, è dovuto alle contraddizioni insite nel progetto politico di quanti si sono battuti per l’uscita dall’Unione Europea.

La speranza era quella di liberarsi dai vincoli di Bruxelles, in modo da avere mano libera nel raggiungimento di accordi di libero scambio con qualsiasi paese, a cominciare dalla Cina, e nel rafforzare la partnership a tutto campo con gli Stati Uniti. Queste dinamiche avrebbero dovuto sia compensare la perdita di una parte del mercato europeo sia agire da leva per ottenere un accordo post-Brexit più vantaggioso con l’UE. Queste manovre si sono tuttavia scontrate con una realtà globale sempre più segnata dalla rivalità tra Washington e Pechino, che sta rendendo di fatto impossibile per Londra, così come per molti altri paesi alleati degli Stati Uniti, mantenere un atteggiamento equidistante tra le due potenze.

Costretto a fare una scelta, il primo ministro britannico ha finito per muoversi cautamente contro la Cina. Ma, alla luce del clima venutosi ormai a creare, le pressioni da destra per intensificare le politiche anti-cinesi si sono moltiplicate e, inevitabilmente, sono iniziate ad arrivare anche le reazioni di Pechino. Il risultato potrebbe essere così l’aggravarsi della crisi politica e dell’isolamento internazionale del Regno Unito, costretto a rinunciare al miraggio di un futuro da grande potenza strategicamente indipendente e a dover scegliere invece tra la partnership con i padroni di Washington e le opportunità economiche e commerciali offerte dalla Cina.

Fonte

17/05/2020

Tra Stati Uniti e Cina è una nuova guerra fredda

Il conflitto tra Cina e Stati Uniti è tornato ad essere al centro della scena internazionale.

Il montare della tensione è stato causato principalmente dalle varie affermazioni di Trump e da altre figure di spicco del suo staff, tese innanzitutto a sviare l’attenzione dalla disastrosa gestione del contagio da Covid-19 – i decessi negli Stati Uniti sono prossimi ai 100.000 – e dalla catastrofica situazione sociale con una ondata di disoccupazione – ben più di 30 milioni senza contare i 100 milioni di “scoraggiati” – mai vista nella storia degli USA.

“Recidere tutte le relazioni”?

Ma l’acredine di Trump e soci è stata accompagnata da tre fatti concreti sul piano delle scelte economiche.

La prima riguarda un fondo di investimenti pensionistico dei lavoratori a cui è stato “vivamente consigliato” di non investire il proprio portfolio in stock cinesi.

Il monito al board di FRTI – il fondo che vale 600 miliardi di dollari – era già stato fatto a novembre, ma non aveva dato esito positivo. Questa volta le paventate sanzioni prossime e venture contro la Cina ed in generale il clima instauratosi deve avere influenzato la decisione di chi gestisce i risparmi di quasi 6 milioni di impiegati federali attivi o in pensione.

L’attuale amministrazione, com’è nel suo stile, ha pensato comunque di procedere alla sostituzione di 3/5 del board, caso mai...

Il secondo fatto rilevante è un rafforzamento dei controlli sulle esportazioni delle aziende statunitensi che producono anche all’estero componenti per il gigante cinese Huawei, le altre aziende di telecomunicazioni cinesi e chi fornisce loro componentistica.

Si tratta del rafforzamento di una tendenza già in atto della guerra digitale che le aziende statunitensi hanno cercato in qualche modo di aggirare come dimostra la continuità di fornitura di componenti per il nuovo smartphone di Huawei, il P40.

L’annunciato investimento della Taiwan Semiconductor Manifacturing – la leader mondiale del suo settore che rifornisce l’industria delle telecomunicazioni cinesi – del valore di 12 miliardi di dollari in Arizona deve avere fatto “innervosire” qualcuno a Washington.

«La nuova legge» riporta il “Financial Times” «impedisce ad una compagnia di vendere a Huawei senza una licenza se il prodotto che sta fornendo è stato ideato o fabbricato usando tecnologia prodotta negli Stati Uniti».

È prevista una “sospensione” temporanea di 90 giorni per permettere alle aziende di adattarsi alla normativa.

Il terzo avvenimento significativo è il finanziamento tramite l’agenzia statunitense preposta – l’USIDFC – di prestiti alle imprese che riallocano le fabbriche negli USA.

Quello della re-internalizzazione delle filiere produttive è un tema che la Pandemia ha riproposto con urgenza, rafforzando l’ipotesi della “de-globalizzazione” non solo negli USA.

In generale le conseguenze economiche delle misure intraprese dalla Cina per contenere il contagio hanno mostrato la debolezza strutturale di alcuni sistemi-Paese dipendenti dalle filiere produttive cinesi per alcuni settori chiave, dall’automotive giapponese all’industria farmaceutica indiana per esempio.

Una presa di posizione netta è stata delineata da R.E. Lighthizer rappresentante al commercio statunitense in un suo intervento sul “New York Times” della scorsa settimana dal titolo eloquente: “L’era dell’offshoring dei posti di lavoro statunitense è finita”.

A Washington sembrano essersi addirittura accorti che l’internalizzazione delle filiere produttive durante la globalizzazione ha fatto perdere posti di lavoro nel settore manifatturiero...

Festeggiano i “china haws” statunitensi e si avvelena il clima tra le super-potenze con il portavoce del ministro degli esteri cinese che ha parlato – riferendosi ai falchi statunitensi – di “mentalità da guerra fredda”.

Queste mosse prefigurano i prima passi di una prassi per “cut off the whole relationships” come ha minacciato Trump? Difficile dirlo.

Cina-Usa: un rapporto complesso

È un rapporto complesso infatti quello tra le due “super potenze”.

Se da un lato la globalizzazione neo-liberista le ha portate a divenire sempre più inter-dipendenti a livello economico, nel corso degli ultimi anni sono diventate sempre più antagoniste a livello geo-politico.

La fase uno del “mini-trattato” commerciale siglato quest’anno prima della pandemia sembrava aver posto fine a quasi due anni di guerra commerciale, ma non risolveva i motivi di attrito – soprattutto riguardo alla “guerra digitale” – emersi con forza alla Conferenza sulla Sicurezza della NATO a Monaco di Baviera a febbraio di quest’anno. Lo scontro sulle alleanze di alcuni Paesi Europei con la repubblica Popolare rispetto al 5G era la punta di un “iceberg” di una guerra digitale senza esclusione di colpi.

Ed è proprio Trump che non perde occasione per ricordare che se la Cina non adempirà ai suoi impegni di acquisto nei confronti degli USA, il trattato salta ritornando ad uno status quo ante, mentre altri esponenti come R.Lighthizer o S. Mnuchin sono più pragmatici e dialoganti e si adoperano per perpetuarlo, trovando una sponda importante in una parte dell’establishment politico cinese.

Un fatto è certo gli investimenti cinesi negli USA che nel 2016 ammontavano a 45 miliardi di dollari nel 2019 erano pari a 5 miliardi secondo i calcoli fatti da Rhodium Group.

Un disimpegno non da poco...

Numerosi sono i terreni di scontro tra i due Paesi: dalla possibilità di sfruttare importanti risorse strategiche come i metalli rari al differente posizionamento rispetto a rilevanti dossier di politica internazionale – quasi tutti – così come i possibili punti di frizione nell’Asia Pacifico lungo le linee di difesa della Cina e gli snodi della “nuova via della seta” marittima.

Una parte dell’amministrazione Trump ed il presidente stesso ha nuovamente “rinfocolato” lo scontro prendendo come pretesto la presunta inefficienza della Cina nel contenere il virus permettendone la diffusione oltre confini, per non parlare della fantasiosa ipotesi di origine del Covid-19 in un laboratorio di Wuhan sostenuta anche dal Presidente statunitense.

Di fatto anche gli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità – a cui gli Stati Uniti hanno annunciato di sospendere il pagamento delle proprie quote – si inscrivono nel confronto con la Repubblica Popolare, considerando che proprio Trump aveva descritto l’OMS come sino-centrica

Un’altra parte dell’amministrazione statunitense, come abbiamo accennato, ha cercato invece di stabilire una relazione più pragmatica con la Cina mettendo mano proprio al “mini-trattato” per consolidare il rapporto economico che sembrava essersi instaurato, ed allontanare lo spettro della fine di quell’accordo anche perché gli sbocchi di mercato in questa situazione di “recessione globale” sono ossigeno per il settore già in forte difficoltà dello shale oil e gas, per i produttori agricoli e l’industria alimentare statunitense.

Una parte dell’apparato militar-industriale “spinge” nell’aumentare la pressione sulla Cina specie nell’Indo-pacifico adottando il vecchio refrain del gap balistico nord-americano – come il senatore repubblicano dell’Arkansas Tom Cotton – per finanziare ulteriormente l’industria missilistica o come fa Philip Davidson – ammiraglio a capo del comando dell’Indo Pacifico – propugnando una maggiore deterrenza che neutralizzi le aspirazioni cinesi in questo quadrante.

Le elezioni presidenziali a novembre complicano ulteriormente il quadro. L'attuale sfidante democratico non ha lesinato critiche a Trump accusato di essere troppo morbido con la Cina, segno che la volontà di confliggere è “bi-partisan”.

La ripresa cinese

La Cina sembra avviata verso la quasi totale ripresa dell’attività produttiva dopo il forte rallentamento dell’economia dovuto alle misure – fino ad ora vittoriose – prese per il contenimento del contagio.

I dati rilasciati la scorsa settimana sono abbastanza eloquenti e smentiscono le previsioni degli analisti occidentali che prefiguravano una ripresa più lenta. Investimenti in asset e commercio al dettaglio stanno ancora soffrendo, ma il cuore dell’economia produttiva ha ripreso a pieni ritmi come dimostrano le importazioni per la produzione d’acciaio…

Sulla disoccupazione dei lavoratori migranti dalle campagne poi gli analisti sembrano ignorare come l’ambiente rurale possa “riassorbire” storicamente questo tipo di forza lavoro all’interno delle aziende a conduzione familiare e sembrano non considerare le caratteristiche complessive del sistema agricolo cinese e la sua complementarietà con quello industriale.

In buona sostanza, le esortazioni fatte da Xi il 17 febbraio: “riprendere il lavoro, riprendere la produzione, riprendere l’attività economica” sembrano avere trovato riscontro nella pratica ad un mese di distanza.

Alcuni analisti – già prima della rivelazione dei dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica questo venerdì – sottolineavano “la resilienza” dell’economia cinese, altri affermano che “c’è stato arretramento ma non implosione” ed in generale versa in condizioni migliori dei suoi competitor statunitensi ed europei.

La Cina proiettata sul piano internazionale grazie al ruolo di leadership avuto nella gestione della pandemia, è in pole position riguardo alla sperimentazione del vaccino.

Sarà per questo che Mike Pompeo, l’FBI e l’agenzia che si occupa della cyber-sicurezza hanno rilevato con ovvi intenti propagandistici – senza fornire riferimenti precisi o prove notevolmente – l’attività di cyber-spionaggio di hackers cinesi nei confronti delle aziende statunitensi che lavorano rispetto ai trattamenti per il Covid-19.

Il ruolo svolto a livello medico-sanitario contro il Coronavirus ha un precedente importante in Africa nella lotta contro l’Ebola e il corollario dell’iniziativa della “Nuova Via della Seta”, che è uno degli assi strategici dello sviluppo innanzitutto regionale e del “soft power” cinese nel mondo.

La sperimentazione poi di una cripto-valuta sovrana cinese potrebbe aprire la prima vistosa crepa nell’egemonia del dollaro, mentre il consolidarsi di una rete di relazioni economiche che non abbiano come perno gli USA – in ambito BRICS – potrebbero marginalizzare ulteriormente il peso della potenza americana, considerate le notevoli difficoltà che stanno attraversano attualmente gli States sotto molteplici punti di vista.

La seconda potenza economica mondiale, anche se la spesa totale ed il numero di testate nucleari possedute dagli States sono notevolmente superiori sta annullando il vantaggio strategico in due campi centrali nella competizione militare: quello delle portaaerei americane nel Pacifico rispetto alle proprie linee di difese attraverso l’evoluzione dei propri sistemi balistici e quello della “guerra spaziale” con la fase finale del proprio sistema satellitare.

La proposta cinese della “Nuova Internet” formulata in ambito ONU e che dovrebbe essere discussa a novembre è un altro terreno in cui gli USA e l’Occidente sembrano perdere egemonia. In questo caso la Cina non solo sembra annullare un vantaggio competitivo, ma determina un piano in una sfera fondamentale dei futuri impieghi della rete.


Un analista politico – Chen Zhiwu docente di economia finanziaria ad Honk Kong – ha osservato che: “una volta che la Cina ha avuto successo economicamente, il PCC tornerà a focalizzarsi sulle sue intenzioni originali, costruire il socialismo”.

Stando alle affermazioni ribadite dal premier cinese ad inizio aprile, le cose sembrerebbero proprio stare così.

Si tratta di un “socialismo con caratteristiche cinesi”, ovviamente.

Al netto dello scontro di potere difficilmente sondabile e che rimane sottotraccia all’interno della dirigenza cinese la mancata realizzazione di due punti programmatici fondamentali espressi nel 2013 – inizio della leadership di Xi – sembrano suffragare questa ipotesi.

Le paventate “riforme” pro-mercato sull’allocazione delle risorse e la formazione dei prezzi, e quella sulle imprese di Stato sono lettera morta e la direzione intrapresa sembra proprio essere una altra.

Senz’altro la sessione dell’NPC – National People’s Congress – rimandata a lungo per l’epidemia che inizierà il 22 maggio sarà un momento importante per capire le misure economiche che verranno adottate e quali tendenze si consolideranno o meno.

Fonte

21/02/2020

La sfida degli USA a Huawei

La complessità del mondo – passato dall’illusione che la “globalizzazione” fosse irreversibile alla dura realtà della “competizione” tra macro-aree continentali – è dura da spiegare e, per molti, persino da accettare. Il che implica l’impossibilità di capire e il rifugiarsi in vecchie visioni superate dai fatti.

Accade persino a molti che si considerano “comunisti”, alcuni addirittura “marxisti”, impegnatissimi a ripetere formule verbali il cui contenuto è nel frattempo cambiato radicalmente. In altre parole: quelle formule sono talmente generali da descrivere quasi tutte le situazioni storiche differenti da oltre un secolo a questa parte. Ma per fare politica rivoluzionaria occorre fare “l’analisi concreta della situazione concreta”, e dunque “vedere” la realtà e la sua attuale relazione con le “categorie”.

Per fornirvi un quadro reale della situazione preferiamo proporvi questo lungo articolo pubblicato su Handelsblatt – l’equivalente tedesco de IlSole24Ore – a proposito della guerra del 5G. Che non è affatto, come narrato dai miserabili media italici, uno scontro tra Usa e Cina, ma un conflitto più complicato in cui l’Unione Europea (che non è “l’Europa””, ma un’istituzione politico-amministrativa sottratta al processo democratico) vorrebbe giocare in proprio come terzo competitor.

Gli appassionati di linguistica troveranno certamente interessante il fatto che in Germania si parli tranquillamente, per esempio, di “sovranità digitale”, in barba ai tabù seminati su questa parola qui in Italia. In fondo “sovranità” significa soltanto “chi detiene il potere esclusivo senza dipendere da nessun altro”. E non ci sembra che una “patria europea sovrana e imperialista” possa essere diversa o migliore – politicamente e socialmente – di una “patria nazionale” iscritta nello stesso modello economico.

Godetevi però questa descrizione delle preoccupazioni “sovraniste” che agitano l’imprenditoria tedesca e francese, pressata dalla invadenza statunitense e dalla superiorità tecnologica cinese. Con i ringraziamenti a Monia Guidi per la segnalazione e la traduzione.

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La sfida degli USA a Huawei

Il governo americano alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco annuncia un’offensiva politico-industriale per scacciare la tecnologia di rete cinese dai mercati occidentali. Intanto gli europei perseguono l’autonomia.

Nel dibattito sulla costruzione della rete di telefonia mobile 5G gli USA per lungo tempo si sono limitati a dire no: no a Huawei e ad altri fornitori “altamente rischiosi”, no alla collaborazione con la Cina nella costruzione dell’infrastruttura del futuro digitale. Ma dire no non basta se gli Stati democratici vogliono tenere il passo nel processo di digitalizzazione. Washington lo ha capito.

Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza gli USA hanno annunciato una offensiva di politica industriale per rafforzare la concorrenzialità dei costruttori di reti occidentali contro la dominatrice del mercato, Huawei.

Gli americani hanno perso il treno dello sviluppo del 5G, come essi stessi ammettono a bassa voce. Adesso vogliono recuperare questo ritardo assieme all’Europa.

La politica tecnologica a Monaco non è mai stata così al centro dell’attenzione come quest’anno. Il dibattito sul 5G è diventato il punto di coagulazione della contrapposizione geopolitica fra gli USA e la rivale emergente Cina. Ciò che gli americano hanno schizzato a Monaco non è altro che una strategia di Rollback per l’era digitale.

Durante la guerra fredda è stato battezzato Rollback il tentativo degli USA di far regredire la sfera di influenza sovietica.

L’iniziativa sul 5G degli USA non viene condotta solo dal presidente Donald Trump e dai suoi amici di partito repubblicani, bensì anche dai democratici del Congresso.

Lindsey Graham, uno dei repubblicani più influenti al Senato ha formulato la situazione così: il capo dell’opposizione, Nancy Pelosi e Trump non hanno “niente in comune politicamente”. Però nella questione Huawei i due sono completamente d’accordo.

Infatti le parole di Pelosi a proposito del dibattito sul 5G sono di una causticità che in Europa generalmente viene ascritta solo al governo Trump. Nelle sue affermazioni la decisione a favore o contro la tecnologia Huawei avrebbe il significato di una scelta fra “autoritarismo e democrazia”; America ed Europa, con uno sforzo comune, dovrebbero promuovere una “internazionalizzazione dell’infrastruttura digitale che non rafforzi l’autocrazia”.

Nel porre le nuove fondamenta dell’economia digitale non si dovrebbero fare compromessi – questo è stato il messaggio centrale della delegazione USA.

Sia il ministro degli esteri, Mike Pompeo, sia il capo del Pentagono, Mark Esper, hanno messo in chiaro cosa ciò significhi: nessun componente cinese nella rete 5G. “Se non ci riesce di raggiungere l’unità nella questione del 5G, la nostra collaborazione futura ne sarà inficiata – anche quella militare”, ha detto l’ex alto diplomatico statunitense Nicholas Burns all’Handelsblatt. Per il ministro della difesa, Esper, c’è in gioco addirittura il futuro della NATO.

“Se non comprendiamo la minaccia e se perciò non facciamo nulla contro di essa” ha detto in un discorso, “questa alla fine potrebbe mettere in pericolo l’alleanza di maggior successo della storia, la NATO”.

Le preoccupazioni americane non sono campate in aria: il presidente della Cina, Xi Jiping, ha annunciato l’obiettivo di acquisire il dominio dello spazio cibernetico. A questo scopo il sostegno alle compagnie tecnologiche cinesi gioca un ruolo importante.

A Monaco hanno ammonito sui rischi anche esperti della sicurezza. Sandra Joyce, dirigente di Fire-Eye, una fornitrice di sistemi di protezione contro attacchi cibernetici, ha detto all’Handelsblatt: “Abbiamo scoperto malware cinesi in programmi di messaggistica di Telecom: hacker cinesi hanno dunque potuto co-leggere dei messaggi”.

Tuttavia Huawei respinge l’accusa di fungere da strumento delle ambizioni di potenza cinese come assurda. La compagnia è assurta a leader di mercato nell’ambito delle tecnologie di rete – anche in Germania.

Le reti di telefonia mobile delle tre grandi fornitrici di servizi di telefonia, Deutsche Telekom, Vodafone e Telefonica, poggiano in maniera decisiva su componenti Huawei. Anche nella costruzione della rete 5G le tre azienda lavorano assieme ai cinesi.

Offensiva in due tempi

L’offensiva tecnologica con la quale gli USA vogliono respingere Huawei consiste di due fasi: in un primo momento Washington aiuterà altri Stati a costruire un’infrastruttura di telecomunicazione che si appoggi solo su “ fornitrici affidabili”. Sono da annoverare fra queste le imprese scandinave Ericsson e Nokia e la compagnia sud-coreana Samsung.

Come strumenti di sostegno per l’acquisizione di tecnologie 5G occidentali Washington vuole usare la Development Finanace Corporation (DFC) e la Export-Improt Banc. I finanziamenti della DFC si rivolgono a paesi in via di sviluppo, i crediti della Export-Import Banc possono essere concessi anche a paesi emergenti e a stati con livelli di reddito medio.

Attraverso questo strumento però devono essere anche sostenute imprese tecnologiche statunitensi, per esempio Cisco, che opera in un segmento parziale del mercato 5G.

Contemporaneamente alcuni senatori dei due partiti hanno presentato un progetto di legge per la creazione di un fondo d’investimento che dovrebbe aiutare gli stati che vogliono costruire una rete 5G senza componenti Huawei.

I cinesi rimproverano agli americani di promuovere le loro tecnologie di rete con crediti a basso costo distorsivi del mercato (tassi dello 0%, scadenza a 20 anni). Gli USA adesso vogliono colmare lo svantaggio competitivo delle aziende occidentali.

Un ingresso diretto degli americani in Ericsson e Nokia, come propugnato poco tempo fa dal ministro della giustizia statunitense, William Barr, non è più in agenda. “Il governo statunitense non entrerà direttamente in Nokia ed Ericsson”, ha detto l’incaricato speciale alle politiche delle telecomunicazioni, Robert Blair, all’Handelsblatt.

Nella seconda fase dell’offensiva 5G americana Washington vuole riconquistare, assieme a compagnie di Software e a fornitrici di hardware, il primato tecnologico nella telefonia mobile. Anche in questo caso gli USA sottolineano di voler collaborare strettamente con imprese europee.

Dietro ciò c’è la convinzione che il 5G raggiungerà il suo pieno potenziale solo fra qualche anno. Solo allora alcune visioni tecnologiche, come auto senza conducente e fabbriche completamente automatizzate, diverranno realtà.

Costruire “un ecosistema di software e hardware poliedrico e basato sui valori” – questo è l’obiettivo degli americani per “la prossima generazione di 5G” e la loro proposta agli europei.

Tuttavia la reazione europea alle avances americane a Monaco è stata contenuta. Riserve contro Huawei in realtà ci sono anche in Europa. Tuttavia la campagna anti-cinese degli USA a Berlino, Bruxelles e Parigi è ritenuta esagerata persino per coloro che sono critici verso Huawei.

La reazione alle aspirazioni di potenza cinese non dovrebbe condurre ad una nuova guerra fredda, è stato detto. Gli europei perciò puntano sul rafforzamento della loro autonomia tecnologica.

Il Ministero degli esteri sta preparando una nuova iniziativa per la seconda metà dell’anno: “Vogliamo porre il tema della sovranità digitale in cima all’agenda del Consiglio dell’Unione europea durante la presidenza tedesca”, è stato affermato a Monaco dalla delegazione tedesca; il mondo digitale fin’ora avrebbe avuto due poli “un modello orientato alla massimizzazione dei profitti nella Silicon Valley e un modello repressivo a Pechino”.

Il Ministero degli esteri chiede: “l’Europa deve offrire un terzo modello suo proprio. Per questo dobbiamo rafforzare il settore tecnologico europeo”.

Sostegno arriva dai Verdi: “ci occorre una strategia europea per le infrastrutture critiche e un percorso europeo autoconsapevole verso l’era digitale”, ha detto all’Handelsblatt la leader dei Verdi, Annalena Baerbock. “Con gli americani ci sono importanti convergenze di interessi, ma noi dovremmo porre nostri standard”.

Il tema 5G è stato discusso anche durante una colazione tra politici tedeschi e il presidente francese Emmanuel Macron. Macron ha mostrato la sua approvazione per la fondazione di un consorzio 5G europeo; la cancelliera Angela Merkel, che pure vuole approfondire la cooperazione economica con la Cina, si è aperta lentamente a tale proposito.

La scorsa settimana si è incontrata nel palazzo del cancellierato con i capi di Ericsson e Nokia. Anche Deutsche Telekom è pronta a ridurre la sua dipendenza dalla Cina. “Useremmo molto volentieri le tecnologie di Nokia ed Ericsson” ha detto il presidente di Telekom, Thomas Kremer, all’Handelsblatt. “Ma noi dobbiamo anche guardare da dove ricevono i loro componenti le due aziende, cioè dalla Cina. Perciò dobbiamo fare in modo che anche i componenti vengano costruiti in Europa”.

Gli sforzi per il rafforzamento della sovranità europea, e con ciò per tenere a distanza non solo la Cina, ma anche gli USA, hanno a che fare con il fatto che il governo USA in altri campi della politica economica tratta l’Europa come antagonista.

Così gli americani, venerdì, hanno aumentato i dazi sugli aerei europei dal 10 al 15 percento – e con ciò hanno rafforzato i dubbi da parte europea sul fatto che a loro interessi veramente una genuina cooperazione. “Molta fiducia è andata persa”, si lamentano atlantisti come Burns, “perciò ci risulta così difficile reagire all’ascesa a potenza cinese”.

Decadenza tecnologica

Che gli USA finora non abbiano sviluppato alcuna alternativa tecnologica a Huawei, e che perciò puntino sul know-how europeo, si spiega con la decadenza della loro produzione di apparecchiature per le telecomunicazioni.

Alla fine degli anni ‘90 imprese come Lucent, Motorola e la canadese Nortel erano le più innovative e le prime sul mercato. Tutte e tre attualmente sono scomparse. Lucent si è dapprima fusa con la francese Alcatel e poi è stata venduta a Nokia. Anche l’attività di Motorola nelle infrastrutture per le telecomunicazioni è finita alla compagnia finlandese, che inoltre ha acquisito il comparto Siemens corrispondente. Nortel nel 2009 ha addirittura dovuto dichiarare fallimento e ha venduto il comparto di telefonia mobile a Ericsson.

Corresponsabile della decadenza delle produttrici americane di apparecchiature per le telecomunicazioni è stata la liberalizzazione del mercato statunitense a metà degli anni ‘90. Questo ha messo sotto pressione i guadagni delle principali aziende sul mercato, cosicché compagnie come Lucent hanno cercato la loro salvezza in Cina.

Là al momento dell’ingresso nel mercato hanno dovuto rivelare il loro know-how tecnologico. Di ciò si è avvantaggiata non da ultima l’impresa Huawei.

di Moritz Koch - Torsten Riecke - Donata Riedel da Handelsblatt, lunedì 17. Febbraio 2020, pag. 6-7, titolo originale: Die Kampfansage der USA an Huawei

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