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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026

Jet cinesi in volo sul Medio Oriente

di Michelangelo Cocco

I caccia J-16 dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) hanno partecipato in Egitto a esercitazioni di combattimento con i Rafale dell’aviazione egiziana, nell’ambito della seconda edizione di “Eagles of Civilisation”. Pechino ha trasferito in Egitto J-16, aerocisterne YU-20, aerei radar KJ-500 ed elicotteri Z-20. Per la prima volta il J-16 è stato dispiegato fuori dall’Asia e per la prima volta le YU-20 hanno rifornito in volo i caccia Rafale, di fabbricazione francese.

La Cina ha mostrato così di poter proiettare una forza aerea da combattimento a migliaia di chilometri dalle proprie basi, proprio mentre Washington continua la guerra contro l’Iran. Dal Medio Oriente arriva circa la metà delle forniture energetiche della Cina, e il Canale di Suez e il Mar Rosso costituiscono snodi cruciali per i traffici tra Asia ed Europa. Un conflitto prolungato nell’area rappresenta dunque per Pechino una grave minaccia per le sue forniture energetiche e rotte commerciali.

Mentre la Cina ha chiesto il cessate il fuoco in Iran e il ritorno al negoziato, “Eagles of Civilisation” ha lanciato il segnale che Pechino dispone di capacità militari anche lontano dal proprio teatro operativo, che è in grado di trasferire rapidamente forze da combattimento, rifornimenti e sistemi di supporto su una distanza di oltre 6.000 chilometri e di coordinare operazioni aeree complesse in un’area strategica per i propri interessi energetici e commerciali.

Con la seconda edizione di “Eagles of Civilisation” Pechino ha puntato da un lato ad aumentare il livello di interoperabilità dell’Epl con gli eserciti di paesi amici e, dall’altro, a mostrare il meglio della produzione della sua industria della difesa in un Medio Oriente che – dopo il caos scatenato dall’amministrazione Trump – potrebbe fare meno affidamento sugli Stati Uniti e rivolgersi di più alla Cina, anche per l’importazione di sistemi militari.

Il Cairo, ad esempio, punta a diversificare i rapporti militari dopo decenni di forte dipendenza da Washington, mantenendo i legami con gli Stati Uniti, ma costruendo alternative attraverso una crescente cooperazione con Pechino, anche nel settore degli armamenti e dell’addestramento delle proprie forze aeree.

Le esercitazioni degli ultimi giorni hanno preceduto la visita di Xi Jinping al Cairo (1-2 settembre), la prima in Egitto da dieci anni, per rafforzare la partnership strategica globale tra i due paesi, in particolare su commercio, investimenti, infrastrutture e cooperazione finanziaria.

Al centro della cooperazione c’è sempre più il settore energetico. Negli ultimi anni aziende e istituzioni cinesi hanno ampliato la presenza in Egitto nella produzione e trasmissione di elettricità, nel solare e nell’eolico, nello stoccaggio dell’energia e nella produzione di componenti per le rinnovabili. Particolare rilievo hanno assunto i progetti nella zona economica del Canale di Suez, compreso lo sviluppo di impianti legati all’idrogeno verde e all’ammoniaca verde.

Nel 2023 Pechino e Il Cairo hanno inserito nella loro cooperazione un pacchetto di progetti per le energie rinnovabili e i combustibili verdi, con investimenti annunciati per circa 14,7 miliardi di dollari. La visita di Xi punta ora a trasformare questi impegni in nuovi investimenti industriali e in una maggiore integrazione delle filiere cinesi della nuova energia con la produzione egiziana.

Sul piano finanziario, inoltre, a giugno le banche centrali hanno rinnovato per altri tre anni il currency swap e ne hanno aumentato il valore da 18 a 30 miliardi di yuan, facilitando l’uso delle valute nazionali negli scambi e riducendo la dipendenza dal dollaro.

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18/11/2025

Crollo dell’Ucraina, militare e interno. Ma Zelensky si accorda per nuovi caccia

La questione ucraina sembra stia arrivando alla sua fine, possiamo dire così, “naturale”. Sin dall’inizio in molti hanno sottolineato come Kiev avrebbe ottenuto molto di più con una pace immediata, collocata dentro una nuova architettura di sicurezza internazionale che tenesse conto anche dei timori della Russia, piuttosto che dissanguandosi in una guerra senza prospettive.

La decisione è stata invece quella di farsi usare dall’imperialismo occidentale come carne da cannone per indebolire la Russia, magari costringendola anche a ritirarsi dalla proiezione verso altri scenari. Ma ora, a tre anni e mezzo dal diretto intervento russo, i nodi stanno venendo al pettine, sia sul lato dello scadimento della vita politica interna, sia su quello delle capacità militari.

Facciamo il quadro della situazione, a partire dall’ultima questione. Pokrovsk è nei fatti caduta in mano russa, e Mirnograd seguità a breve dato che si trova accerchiata dalle truppe di Mosca. Le cui forze armate stanno avanzando velocemente anche in altre zone delle regioni di Donetsk, Dnipropetrovsk e Zaporizhia. Una disfatta che esprime il netto crollo delle capacità militari ucraine.

La realtà è che a inizio novembre Kiev avrebbe potuto ancora salvare parte dei suoi uomini chiusi nella sacca di Pokrovsk, ma ha preferito optare per la difesa fino all’ultimo uomo. Ora, la Russia approfitta del duro colpo subito dalle forze ucraine, anche dal punto di vista del morale, per avanzare velocemente in altri settori, e scompaginare ulteriormente le linee di difesa del nemico.

Su Analisi Difesa si può leggere una vera e propria sentenza di condanna rispetto all’atteggiamento dei vertici ucraini, ma anche di quelli europei: entrambi sembrano “prigionieri della loro narrazione propagandistica, basata su un mix di bugie e illusioni che quando si rivelano tali vengono ignorate, privandosi quindi della possibilità di cogliere quella realtà con cui le truppe di Kiev devono fare invece i conti tutti i giorni in modo sempre più drammatico sui campi di battaglia”.

Sugli europei torneremo, ma ora passiamo all’altro fronte, quello della politica interna. La crisi aperta con l’indagine dalle agenzie anti-corruzione NABU e SAPO sta colpendo pesantemente il governo e il “cerchio magico” di Zelensky. Mindich, stretto collaboratore del presidente ucraino, è latitante, ma ha lasciato dietro i propri sanitari fatti d’oro.

Il fatto che Mindich sia scappato proprio al momento giusto, come avevamo già scritto, palesa che qualcuno deve aver fatto una soffiata, Oleksandr Klymenko, capo della procura anti-corruzione, ha deciso di mettere sotto inchiesta il suo vice, Andriy Synyuk, accusato di aver messo in guardia l’amico di Zelensky passando per il suo avvocato, Oleksiy Meniv.

Ora, inoltre, la faglia nel gruppo dirigente del presidente ucraino si apre ulteriormente con la fuga dell’ex ministro della Difesa tra il 2023 e il 2025, Rustem Umerov. Dopo essere venuto a sapere di essere coinvolto nell’indagine in corso, Umerov sarebbe fuggito in Turchia e sarebbe ora diretto verso gli Stati Uniti. Lì dovrebbe testimoniare sulla corruzione del regime di Kiev.

Dopo anni di partiti messi al bando e corruzione sistemica, dopo che Zelensky ha usato la guerra e la legge marziale per forzare il quadro politico ucraino e costruirsi un fortino di potere e soldi sulla distruzione del proprio paese, ora la realtà di uno dei sistemi più corrotti e anti-democratici viene a galla. E, dunque, anche la complicità e il silenzio dei suoi alleati europei.

Emblematico del cambio degli umori è sia la maggior schiettezza rispetto alla situazione sul campo da parte di strenui difensori della causa ucraina, come Federico Fubini. Sia titoli come quello fatto da Maurizio Belpietro per il suo articolo apparso su La Verità: “Gli amici di Zelensky si fanno i water d’oro coi nostri soldi”.

In questo senso, la testa del presidente ucraino potrebbe essere messa sul piatto per avvicinarsi a una soluzione del dossier sulla guerra in Est Europa. È l’ipotesi che delinea, ad esempio, Stefano Feltri, sul suo sito “Appunti”. Del resto, il Cremlino ha sempre detto che non riconosce Zelensky, il cui mandato è scaduto da tempo. Una nuova figura alla guida dell’Ucraina, espressione di un cambio di strategia, potrebbe aprire un concreto dialogo verso un cessate il fuoco.

Per far sì che questo accada, ad accettarlo non dovrebbe essere solo l’opinione pubblica ucraina, comunque stanchissima e spesso al buio a causa degli attacchi russi sulle infrastrutture energetiche. Dovrebbero essere anche i leader europei. È su questo lato della questione che si collegano sia le sorti di Zelensky, sia il tema dei water d’oro pagati coi nostri soldi.

Il presidente ucraino si è da poco recato a Parigi, per incontrare l’omologo francese Emmanuel Macron e firmare un’intesa per l’acquisto di 100 Rafale. Una lettera d’intenti simile era già stata firmata con Stoccolma per altri 150 caccia svedesi, i Gripen. Ma la realtà è che i due paesi non dispongono immediatamente di questi mezzi, né l’Ucraina dei piloti addestrati per pilotarli. Di cosa si parla, allora?

Si parla del fatto che Washington non vuole vendere i propri F-35 a Kiev. Negli States sono più interessati ad accordi con l’Arabia Saudita, forse, e comunque guardano con maggiore interesse strategico al settore Indo-Pacifico. Sono la UE e le capitali dei suoi stati, così come Londra, che hanno legato alla vittoria contro Mosca l’affermazione dell’Europa come protagonista della competizione globale, e allo stesso tempo la legittimazione del riarmo e della transizione verso un’economia di guerra.

Macron cerca di affermarsi come un gigante sullo scenario globale, mentre promette mezzi di cui non dispone e che forse potranno essere prodotti nei prossimi 10 anni. Sempre che l’Ucraina possa pagarli: si parla di oltre 10 miliardi più i costi di armi, manutenzione, addestramento, e così via. Spese irraggiungibili per le condizioni delle casse di Kiev, che esprimono la situazione di un paese fallito.

È stata la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ad affermare che “l’entità del deficit di finanziamento dell’Ucraina è significativa”, come riporta un documento visionato dall’Agenzia France Presse. Solo per il prossimo anno l’Ucraina avrà bisogno di oltre 70 miliardi di euro, e dovranno essere proprio i paesi UE a coprirne la maggior parte, se non vogliono far crollare il loro alleato.

Giustamente, però, alcune voci – quella di Belpietro ne è un esempio – cominciano a mettere in dubbio questi esborsi. Se questi finiscono nelle mani dei corrotti amici di Zelensky, perché si dovrebbe continuare a finanziare Kiev? La UE non ha i fondi a bilancio per reggere i conti ucraini, ma non può abbandonarla senza abbandonare le proprie velleità di potenza. E Zelensky rappresenta il sacrificio dell’Ucraina sull’altare della costruzione di una UE armata.

Servirebbe una classe dirigente spregiudicata, capace di fare delle scelte impopolari, difficili, ma utili. E la UE questa classe dirigente non ce l’ha. Gli europei si trovano davanti alla contraddizione per cui hanno puntato tutto su un cavallo zoppo. E non è un caso che Umerov sia andato negli Stati Uniti per denunciare il sistema di potere di Zelensky. Domani l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff si incontrerà col presidente dell’Ucraina in Turchia, e vedremo con quale atteggiamento.

Se il comico ucraino non verrà abbandonato per tempo, UE e Londra si potrebbero ritrovare con uno scandalo tra le mani, e col crollo dell’Ucraina apparecchiato dal loro stesso alleato, e facilitato anche dai padroni dall’altra parte dell’Atlantico. Un altro colpo mortale a un’Europa che punta a uscire dalla propria condizione di vassallaggio.

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22/05/2025

Tra India e Pakistan vincono gli aerei da guerra cinesi

di Pepe Escobar – The Cradle

L’equipaggiamento militare cinese ha rubato la scena, quello francese ha perso, l’influenza dell’India ha subito un duro colpo e i pakistani hanno esultato. Eppure, in definitiva, la breve e accesa guerra tra India e Pakistan si è rivelata una vittoria solo per il progetto “dividi et impera” del Nord del mondo a sfavore del Sud del mondo.

Nonostante la preoccupante gravità delle due potenze nucleari dell’Asia meridionale giunte sull’orlo di uno scontro letale, la guerra tra India e Pakistan del 2025 non poteva che contenere elementi di una stravaganza da Bollywood. Una danza frenetica, davvero, che rischiava di sfuggire di mano molto rapidamente. Dimenticate la mediazione ONU, poco chiara e macchinosa, o qualsiasi indagine seria sul sospetto attacco improvviso ai turisti nel Kashmir controllato dall’India.

Immediatamente, il 7 maggio, il governo indiano di Modi lanciò l'“Operazione Sindoor” contro il Pakistan, un’offensiva missilistica definita “antiterrorismo”. Il Pakistan lanciò immediatamente un contrattacco, nome in codice “Operazione Bunyan al-Marsus”, contro “l’invasione indiana”.

La cultura è fondamentale. Il Sindoor è un termine che si riferisce alla cultura indù classica, e si riferisce al segno vermiglio applicato sulla fronte delle donne sposate. Non c’è da stupirsi che i cinesi lo abbiano immediatamente tradotto come “Operazione Vermiglio”.

Eppure, ciò che l’intero pianeta ha conservato di questa allarmante escalation, indipendentemente da qualsiasi tentativo di contestualizzazione, per non parlare delle pratiche culturali codificate a colori, è stato l’elemento Top Gun con un tocco di Bollywood: l’aeronautica militare pakistana (PAF) e l’aeronautica militare indiana (IAF), nella notte del 7 maggio, direttamente coinvolte nella più grande e tecnologicamente più avanzata battaglia aerea del giovane 21° secolo, durata un’ora intera e con decine di jet da combattimento di quarta generazione.

Un valore di intrattenimento drammatico è stato fornito, abbastanza bizzarramente, non dagli indiani, ma da un internauta cinese, il noto blogger Hao Gege, e dal suo esilarante video parodia di successo mondiale “L’aereo appena acquistato è stato abbattuto”. Si riferiva, ovviamente, ai Rafale francesi dell’IAF decimati dai caccia cinesi J-10C, che hanno pienamente padroneggiato la battaglia aerea e sono equipaggiati con missili aria-aria PL-15 economici, precisi e brutalmente efficienti.

A questo si aggiungono equipaggiamenti cinesi come il sistema di difesa aerea HQ-9 e l’AWACS ZDK-03. Un J-10C, che, tra l’altro, costa solo 40 milioni di dollari, circa sei volte meno di un Rafale.

Inevitabilmente, l’intera vicenda si è trasformata in un incubo di pubbliche relazioni, non solo per Nuova Delhi, ma soprattutto per il complesso militare-industriale francese, con tanto di propaganda da ogni parte. Islamabad ha affermato di aver distrutto sei caccia indiani (tra cui ben tre Rafale, per un costo complessivo di 865 milioni di dollari, più un Su-30 russo, un MiG-29 e un drone Heron israeliano); ha paralizzato il 70% della rete elettrica indiana; e ha distrutto il sistema di difesa indiano S-400 prodotto in Russia. L’India, da parte sua, ha negato con forza tutto quanto sopra più e più volte.

Poi, dopo tanto clamore e rabbia, il 10 maggio il Pakistan ha annunciato di aver vinto la guerra. Due giorni dopo, lo stesso ha fatto l’India.

Ma il rumore e la furia sono andati avanti incessanti, dal J-10C che si crogiolava nello status di superstar di Top Gun e dalle azioni cinesi che salivano alle stelle in un tanto decantato “momento DeepSeek” nella guerra moderna, fino alla ridicola scena del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha dichiarato di essere il responsabile del cessate il fuoco tra India e Pakistan, che allo stato attuale sembra più una pausa.

Ottieni un Rafale al prezzo di sei J-10 C

Il fatto è che sia Islamabad che Nuova Delhi hanno schierato un arsenale rapido e imponente di missili balistici, missili da crociera, bombe plananti e droni suicidi per attaccarsi a vicenda in una serie di attacchi transfrontalieri, mentre allo stesso tempo si sono trovate ad affrontare la sorprendente inefficacia di gran parte dei loro sistemi di difesa aerea e antimissile. Non c’è da stupirsi che entrambe avessero bisogno di un “cessate il fuoco” – e in fretta.

L’interpretazione predominante in tutto il mondo si basa su fatti concreti. E questi fatti sono profondamente rivoluzionari: per la prima volta in assoluto, armi ed equipaggiamento Made in China hanno sconfitto armi e hardware occidentali di pari livello, non in uno scenario di simulazione bellica, ma in condizioni di combattimento aereo ad alta intensità. Nessuna quantità di propaganda e pubblicità patinata può reggere il confronto con questa dimostrazione pratica del complesso militare-industriale cinese.

Tra l’altro, il J-10C non è nemmeno un caccia di ultima generazione. In cima infatti ci sono J-20 e J-35 (entrambi caccia stealth di quinta generazione) e poi J-16 e J-15 (caccia multiruolo di quarta e quinta generazione). Presto arriveranno i caccia di sesta generazione J-36 e J-50 ancora in fase di test.

Probabilmente, una delle migliori e concise spiegazioni del successo della PAF/Cina è stata scritta dall’ex colonnello e stratega dell’Aeronautica Militare del PLA, il Professor Wang Xiangsui. Lo attribuisce a una triade: padronanza della guerra per sistemi – come i sistemi di combattimento aereo cinesi altamente integrati e sincronizzati, l’abilità dei piloti pakistani e la preparazione alla guerra. Ciò che ha fatto la PAF, sostiene, emula ciò che la Cina ha fatto finora: investire in caccia di sesta generazione, missili DF-17 e satelliti quantistici.

Ulteriori solide analisi condotte dagli esperti militari Zhang Xuefeng e Bai Mengchen completano in dettaglio il quadro concettuale di Wang.

Quando l’Hindutva incontra il sionismo

Quindi, di cosa si trattava in questa guerra lampo? Non riguardava solo l’intricato problema del Kashmir ereditato dal Raj britannico. Per quanto ci siano molti aspetti ripugnanti insiti sia nei fanatici dell’Hindutva che circondano il Primo Ministro indiano Narendra Modi sia nella spaventosa giunta pakistana al potere, che ha imprigionato illegalmente il Primo Ministro in carica Imran Khan, una guerra del genere non può che avvantaggiare i soliti noti decisi a scatenare vari gradi di guerra ibrida e di dividi et impera nel Sud del mondo.

Sia l’India che il Pakistan sono membri permanenti dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). La loro controversia avrebbe potuto essere gestita al tavolo della SCO, con Russia, Cina e Iran presenti per mediare e placare. Invece, Mosca e Teheran hanno agito in modo indipendente e bilaterale, entrambe cercando a modo loro di infondere un po’ di buon senso nei belligeranti come mediatori. Il loro successo è discutibile.

L’India è anche – in teoria – un membro di spicco dei BRICS, uno dei fondatori di questa potenza multipolare. Vanta un eccellente rapporto strategico con la Russia e un rapporto geoeconomico con la nuova potenza BRICS+ dell’Asia occidentale, l’Iran. Mettere l’India contro il Pakistan significa mettere Nuova Delhi contro Pechino, che sostiene pienamente Islamabad attraverso il progetto di punta delle Nuove Vie della Seta, il CPEC (Corridoio Economico Cina-Pakistan). Quindi la guerra può anche essere vista come un attacco ai BRICS dall’interno.

È stato così facile far cadere nella trappola sia le cosiddette “élite” di India che quelle del Pakistan. Basta manipolare le emozioni a buon mercato dell'“orgoglio nazionale”: i soliti noti sono maestri in questo campo. Il quadro generale diventa ancora più confuso quando vediamo che Nuova Delhi, da sempre insicura perché, a differenza della Cina, non ha ancora seppellito il suo “secolo di umiliazione” nei confronti della potenza anglosassone, continua a tentennare tra una più profonda integrazione geoeconomica con la Russia – e la Cina – e il ricorso alla difesa e alla sicurezza dell’asse Washington-Tel Aviv.

Hindutva e sionismo si incontrano in più di un modo. L’India utilizza i droni israeliani Heron e Searcher per pattugliare i suoi confini, così come i missili anticarro Spike. I consulenti israeliani hanno addestrato le forze di intelligence indiane. Le aziende israeliane di sicurezza informatica aiutano Nuova Delhi a monitorare le minacce di spionaggio e varie “insurrezioni”. Junaid S. Ahmad, direttore del Centro per lo Studio dell’Islam e la Decolonizzazione (CSID) di Islamabad, fa un ulteriore passo avanti. Indica direttamente “Gaza nell’Himalaya” – con il governo Modi coinvolto in una “guerra immaginaria” per il Kashmir.

Poiché l’India importa vaste quantità di equipaggiamento tecnologico bellico, sostiene Ahmad, “il sionismo e l’Hindutva non condividono solo le tattiche, ma anche una cosmologia: la convinzione che la supremazia sia sacra e che la conquista sia redenzione”, mentre i musulmani di Gaza, etichettati come “simpatizzanti di Hamas”, trovano l’equivalente nei Kashmiri, etichettati come “adiacenti al terrorismo”.

Ahmad identifica correttamente l’Hindutva come una “teologia suprematista”, con uno stato indù “purificato dalle differenze – siano esse musulmane, cristiane o dalit”. Come può questo essere accettato dall’ethos dei BRICS?

La guerra tra India e Pakistan del 2025 potrebbe passare alla storia a causa della famigerata battaglia aerea e delle bizzarrie di Bollywood – una caotica interpolazione postmoderna di guerra tecnologica, operazioni psicologiche, guerra dell’informazione e dissonanza cognitiva. Per qualche giorno, è rimasta casualmente un reality show globale e uno spettacolo di intrattenimento piuttosto che una guerra vera e propria. E questo è già abbastanza preoccupante, perché maschera profondi problemi all’interno di un’India sistemicamente in crisi.

Cosa implica realmente il concetto di Bharat, il nuovo nome ufficiale dell’India? Bharat si riferisce all’imperatore Bharata, identificato come il primo conquistatore dell’intero subcontinente indiano. Dal 2023 è esposto al Parlamento indiano un murale dell’Impero Bharata, che incorpora direttamente territori appartenenti a Pakistan e Bangladesh.

Quindi, cosa può essere realisticamente interpretato come “terrorismo” in una prospettiva Bharat? Tutti i kashmiri, i pakistani e i bengalesi possono essere classificati come tali? L’attuale leader dell’organizzazione madre del Bharatiya Janata Party (BJP), il Rashtrapati Bhagwat, insiste sul fatto che l'“Impero Bharata” giungerà inevitabilmente a compimento. Parallelamente, i media indiani si sono scatenati nel promuovere l’indipendenza del Belucistan dal Pakistan.

Chi vincerà da tutta questa lotta? Di certo non gli indiani stessi. Di certo non i BRICS. Solo i soliti sospettati del “Dividi et impera”.

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09/05/2025

I caccia indiani abbattuti da jet di fabbricazione cinese

Il combattimento della scorsa notte tra pakistani e indiani nei cieli del Kashmir conteso e del Punjab ha rappresentato il battesimo del fuoco per i caccia made in China J-10C, prodotti dall’azienda di stato Chengdu Aircraft Industry Group. In risposta ai bombardamenti indiani, i jet di fabbricazione cinese hanno ingaggiato un duello con i Rafale francesi in dotazione all’aviazione di New Delhi, distruggendone cinque, secondo Islamabad. Per i Rafale invece si è trattato del primo abbattimento in combattimento.

Le immagini dei missili degli aerei cinesi che inseguono e colpiscono i velivoli francesi sono diventate virali sui social in Cina, Pakistan, India e nel mondo degli appassionati di questioni militari e costituiscono uno spot per l’industria bellica della Cina, seconda (con 314 miliardi di dollari nel 2024) solo agli Stati Uniti per spesa per la difesa, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri).

Secondo lo stesso Sipri, negli ultimi cinque anni la Cina ha fornito al Pakistan l’81 per cento delle sue importazioni di armamenti. Secondo l’autorevole centro di ricerca svedese, la quota globale delle esportazioni di armi della Cina è stata del 5,9 per cento nel quinquennio fino al 2024. Tali armi sono state destinate principalmente al Pakistan, costituendo il 63 per cento delle esportazioni totali di armi della Cina, per un valore complessivo di 5,28 miliardi di dollari tra il 2019 e il 2024.

I J-10C, fino a ieri mai impegnati in combattimento, hanno dimostrato rapidità di reazione e precisione.

Il ministro degli esteri pakistano, Ishaq Dar, ha dichiarato davanti al parlamento che «i nostri caccia a reazione… hanno abbattuto Rafale indiani, tre Rafale francesi. I nostri erano J-10C. Sono tutti caccia a reazione realizzati in collaborazione con la Cina».

Cina e Pakistan hanno una stretta cooperazione militare, che prevede – oltre all’acquisto massiccio di armamenti made in China da parte del Pakistan – addestramento ed esercitazioni congiunte tra l’esercito pakistano e l’Esercito popolare di liberazione. Proprio attraverso il Pakistan passa il Corridoio economico Cina-Pakistan, il progetto più importante della Belt and Road Initiative, la nuova via della Seta cinese.

Il J-10C è la versione più aggiornata della serie J-10, entrata in servizio nel 2005 e considerata la risposta cinese all’F-16 statunitense. Rispetto ai modelli precedenti, il J-10C è dotato di un motore più potente e di un radar AESA più avanzato. Può lanciare missili PL-15 ed è considerato un caccia di generazione 4.5.

Al di fuori della Cina, l’aeronautica militare pakistana è l’unico altro operatore del caccia J-10C. Nel 2020, la Pakistan Air Force ha ordinato 36 J-10CE in versione export, insieme a 250 missili PL-15E. Il primo lotto di sei velivoli è stato consegnato nel 2022 e, ad oggi, 20 J-10C sono in servizio nella PAF.

Nel gennaio 2024, i J-10C hanno preso parte alla prima missione di combattimento transfrontaliera in assoluto, scortando gli altri caccia e droni della PAF per condurre un attacco aereo all’interno dell’Iran contro i gruppi separatisti baluci. Ma in quell’occasione i J-10C non parteciparono a combattimenti aerei.

Anche l’Egitto ha espresso interesse per il jet. Un ufficiale militare egiziano è stato filmato seduto a bordo di un J-10C durante un’esercitazione congiunta bilaterale conclusasi domenica. Nel frattempo, l’Uzbekistan sta pianificando di sostituire i suoi caccia di epoca sovietica e, a quanto pare, starebbe decidendo tra il J-10C e il Rafale.

Anche i missili che hanno abbattuto i caccia indiani erano made in China. Si tratta dei PL-15E, versione d’esportazione del missile aria-aria stand-off PL-15. Il PL-15 originale è un missile aria-aria (AAM) dotato di un motore a razzo a propellente solido a doppio impulso in grado di raggiungere la velocità di Mach 5 ed è guidato da un radar a scansione elettronica attiva (AESA) con aggiornamenti del datalink a metà rotta. La versione da esportazione, a quanto pare, ha un motore di qualità inferiore, con una gittata ridotta da 300 km a 145 km.

Il 28 aprile scorso l’India ha firmato un accordo con la Francia per l’acquisto di altri 26 caccia Rafale (un investimento da 7,4 miliardi di dollari).

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01/01/2022

Biden e lo schiaffo degli F-35

La recente cancellazione da parte del governo degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di un contratto di acquisto per 50 aerei da guerra F-35 americani ha rappresentato un evento con pochi o nessun precedente e potrebbe avere in futuro riflessi non indifferenti sulla proiezione degli interessi strategici degli Stati Uniti a livello planetario. Ufficialmente, la questione è ancora oggetto di negoziati tra i due paesi, ma la ferma presa di posizione di un regime altrimenti prudente, come quello di Abu Dhabi, consegna l’eventuale risoluzione della disputa nelle mani della Casa Bianca. Per l’amministrazione Biden non sembrano esserci però vie d’uscita “morbide”, soprattutto perché l’oggetto della contesa sui caccia della Lockheed Martin è in fin dei conti la Cina e la penetrazione dell’influenza di Pechino nei paesi alleati di Washington.

L’affare da 23 miliardi di dollari era stato approvato l’ultimo giorno della presidenza Trump e includeva anche la vendita di 18 droni armati MQ-9B, di fabbricazione della compagnia General Atomics. Il contratto era soggetto alla revisione dell’amministrazione democratica entrante che, malgrado la retorica dei diritti umani e gli scrupoli per la guerra in corso nello Yemen, aveva deciso di ratificarlo. Gli Emirati Arabi avevano a lungo insistito con gli USA per ottenere gli F-35 e altrettanto a lungo c’erano state resistenze per svariate ragioni.

La prima era la necessità di continuare a garantire la supremazia militare di Israele in Medio Oriente. Questo timore era stato superato dopo la stipula dei cosiddetti “Accordi di Abramo” promossi da Trump, con la normalizzazione cioè dei rapporti diplomatici tra Tel Aviv e una manciata di paesi arabi, tra cui appunto gli Emirati. A spingere Biden verso l’OK alla vendita degli F-35 ad Abu Dhabi era stato anche il relativo complicarsi delle relazioni con l’Arabia Saudita. Le frizioni con Riyadh hanno in qualche modo richiesto il consolidamento con l’altra potenza sunnita del Golfo e il via libera alla fornitura degli F-35 è stato il riconoscimento dell’importanza crescente degli Emirati per Washington.

Nella nota ufficiale indirizzata agli Stati Uniti, il governo di Abu Dhabi ha spiegato che a motivare la sospensione dell’ordine per i velivoli militari di Lockheed sono stati alcuni fattori, tra cui le richieste americane di carattere “tecnico”, le restrizioni operative, che avrebbero sollevato questioni di “sovranità”, e l’analisi “costi-benefici” dell’affare. Come ha spiegato un approfondimento sulla vicenda pubblicato nei giorni scorsi dalla testata on-line Asia Times, nonostante la disponibilità degli F-35 costituisca un elemento “di forza, di prestigio” e testimoni dei “rapporti stretti con gli USA”, nella decisione degli Emirati hanno prevalso questioni di diversa natura.

Abu Dhabi ha optato così per l’acquisto di 80 caccia Rafale della francese Dassault, la quale, com’è evidente, non imporrà vincoli simili a quelli previsti dal contratto americano. L’accordo emiratino-francese, annunciato prima dello stop all’acquisto degli F-35, vale circa 19 miliardi di dollari e include anche 12 elicotteri H225M. I Rafale andranno a rimpiazzare la sessantina di vecchi Mirage-2000 che fanno parte della flotta degli Emirati.

In merito alle condizioni previste dalla vendita degli F-35, ci sono in effetti elementi che sollevano più di una perplessità per gli acquirenti. Gli aerei sono collegati a un software di monitoraggio controllato dalla casa costruttrice. La ragione di ciò dovrebbe essere la velocizzazione delle operazioni di manutenzione e riparazione, dal momento che Lockheed è in grado di verificare le necessità dei velivoli ben prima degli stessi utilizzatori. In questo modo, però, Lockheed ha a disposizione informazioni dettagliate sull’impiego degli F-35 e, soprattutto, è teoricamente in grado anche di bloccare da remoto qualsiasi aeromobile in ogni angolo del pianeta. Vista la collaborazione tra Lockheed e le forze armate americane, è chiaro che le facoltà di controllo sugli F-35 della prima possono essere passate in sostanza alle seconde, con tutte le conseguenze del caso in termini di sicurezza nazionale per i paesi acquirenti.

Un altro aspetto da considerare è il diverso grado di potenzialità che gli F-35 hanno a seconda dell’utilizzatore. Questi aerei possono presentare serie limitazioni per quanto riguarda le funzioni che sono teoricamente in grado di svolgere. Il già ricordato articolo di Asia Times spiega che i paesi dotati degli F-35 potrebbero ad esempio essere esclusi dalla possibilità di montare determinate armi e ciò dipende dagli accordi stipulati con Lockheed. In definitiva, anche in questo caso la questione consiste in una sorta di potere di veto in mano al governo USA, da esercitare in base ai propri interessi militari e strategici.

Per la maggior parte degli analisti, tuttavia, il vero nodo della contesa tra USA e EAU sugli F-35 è da ricercare nel peso crescente della Cina per lo sviluppo tecnologico del paese del Golfo Persico. La questione non riguarda tanto gli F-35 o l’ambito militare, ma piuttosto il quadro generale, segnato oltretutto da una crescente proficua collaborazione tra Abu Dhabi e Pechino che riguarda anche l’economia, le infrastrutture e gli scambi commerciali. Il ruolo di Huawei è in questo senso cruciale se si pensa alla guerra condotta da Trump prima e ora da Biden contro il gigante cinese delle telecomunicazioni.

Huawei sta sviluppando la rete 5G degli Emirati in base a un accordo firmato nel 2019 e su questo paese come in molti altri gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni e continuano a esercitarle per arrivare all’emarginazione della compagnia cinese. Il tutto citando rischi tutt’altro che reali per la sicurezza propria e dei loro alleati. La vendita degli F-35 agli Emirati era stata vincolata alla liquidazione di Huawei, ma il governo di Abu Dhabi, a differenza di molti altri paesi, ha non solo opposto resistenza ma, con una decisione mai presa prima da un alleato americano, ha esso stesso rinunciato agli aerei da guerra di Lockheed. Nemmeno la contesa sugli stessi velivoli tra USA e Turchia ha avuto questo rilievo, poiché l’esclusione di Ankara dal programma degli F-35 era stato deciso da Washington, e non dal paese acquirente, in seguito alla fornitura voluta da Erdogan del sistema difensivo anti-aereo russo S-400.

Un altro particolare sembra attestare la fermezza dell’iniziativa degli Emirati. Una delegazione di alto livello di questo paese era arrivata a Washington il 15 dicembre, ovvero il giorno successivo all’annuncio della sospensione del contratto per gli F-35. Se Abu Dhabi si aspettava margini di trattativa con gli Stati Uniti, è improbabile che avrebbe preso pubblicamente una decisione così importante in quel momento. Questa considerazione conferma appunto la risolutezza del paese del Golfo e, allo stesso tempo, suggerisce una certa sfiducia nell’eventualità che l’amministrazione Biden allenti i vincoli imposti alla vendita degli F-35. Infatti, nelle dichiarazioni ufficiali seguite all’annuncio degli Emirati, il portavoce del Pentagono ha sì prospettato un’intesa sul contratto, ma ha alla fine ribadito che le “condizioni [americane] non possono essere cambiate”.

Per il regime degli Emirati si è trattato ad ogni modo di una decisione ponderata e giunta dopo un’attenta valutazione dei vantaggi derivanti da una scelta che, se favorevole agli Stati Uniti, avrebbe potuto mettere in pericolo o, quanto meno, rallentare progetti di sviluppo dipendenti in buona parte ormai dalla partnership con Pechino. Abu Dhabi aveva oltretutto già dovuto bloccare la costruzione di un importante polo logistico portuale, frutto appunto della collaborazione con la Cina, a causa delle pressioni americane.

Tutta la vicenda contribuisce a confermare la parabola discendente dell’influenza degli Stati Uniti nelle aree strategicamente più importanti del pianeta. Se l’affare degli F-35 con gli Emirati Arabi resta ufficialmente ancora in sospeso, qualunque sia l’esito la posizione americana in Medio Oriente e non solo risulterà indebolita, a tutto vantaggio soprattutto di Pechino. Se Washington dovesse impuntarsi, svanirebbe un contratto da 23 miliardi di dollari e la solidità dell’alleanza con gli EAU potrebbe essere messa in discussione, con pesanti conseguenze sia di carattere strategico sia elettorale per un’amministrazione Biden già in affanno sul fronte interno.

Se, al contrario, gli USA dovessero cedere e accontentare le richieste di Abu Dhabi, tra cui la salvaguardia della partnership con Huawei, la credibilità americana crollerebbe ulteriormente e le armi a disposizione per costringere gli alleati a sganciarsi dalla Cina diventerebbero ancora più spuntate. Anche se per ora rimane un’eccezione o quasi, la resistenza degli Emirati Arabi rischia in definitiva di diventare un esempio per altri paesi, sempre più frequentemente costretti a scegliere, loro malgrado, tra un’alleanza esclusiva con Washington e le prospettive di crescita economica, commerciale e tecnologica offerte da Pechino.

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