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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2026

Assalto al trono di Nvidia

A prima vista, le cose per Nvidia non potrebbero andare meglio. Il colosso statunitense delle GPU detiene oggi il 92% di questo specifico settore e una quota pari al 70-75% del più complessivo mercato dei chip impiegati nell’ambito IA. Nel 2025, la società fondata da Jensen Huang ha messo a segno ricavi per circa 200 miliardi di dollari (oltre il doppio di quanto fatturato nell’anno precedente), ha ottenuto guadagni per 32 miliardi nel corso di un unico trimestre e può vantare al momento la maggiore capitalizzazione di mercato al mondo (4.600 miliardi di dollari, contro i 3.900 della seconda classificata Apple).

Un dominio quasi inevitabile, per l’azienda che con le sue GPU – processori nati per l’elaborazione grafica dei videogiochi, ma che si sono dimostrati estremamente efficienti per l’addestramento e l’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale – ha reso possibile la rivoluzione del deep learning ed è oggi praticamente l’unica azienda in grado di guadagnare dal complicato, dal punto di vista economico, settore dell’IA generativa.

Il ruolo di Nvidia è talmente centrale che, lo scorso novembre, gli occhi di tutti gli operatori finanziari erano puntati proprio sui suoi risultati trimestrali, perché si temeva che una crescita anche solo leggermente inferiore alle attese avrebbe fatto scoppiare la bolla dell’intelligenza artificiale (pericolo per il momento scongiurato o almeno rinviato).

In questa fase, Nvidia può addirittura farsi carico dell’espansione infrastrutturale del settore dell’IA generativa, essendo diventata il fulcro di un complicatissimo meccanismo di prestiti e finanziamenti che ha ovviamente l’obiettivo finale di vendere un numero sempre maggiore di GPU. Nonostante alcuni inciampi (com’è il caso del promesso investimento in OpenAI, recentemente ritirato), questo meccanismo può essere sintetizzato così: Nvidia presta o investe capitale in startup e grandi sviluppatori di modelli, che utilizzano quei fondi per acquistare infrastruttura di calcolo – spesso proprio GPU Nvidia – alimentando una domanda che in parte contribuisce essa stessa a creare.

Se tutto ciò non bastasse, Jensen Huang ha ultimamente messo in atto la più classica pratica da monopolista della Silicon Valley, iniziando a inglobare le startup che potrebbero in futuro minacciarne la posizione dominante. È il caso del maxi-accordo da 20 miliardi di dollari con cui ha acquistato gli asset tecnologici e ha assunto parte del team di Groq, società che produce chip specializzati – in termini tecnici ASIC – nella fase di inferenza dell’intelligenza artificiale (vale a dire il carico di lavoro svolto durante l’utilizzo dei sistemi generativi).

Basterà tutto ciò a mettere al riparo Nvidia da un numero crescente di concorrenti sempre più agguerriti, che puntano a ridurre la loro dipendenza dalle GPU di Jensen Huang, a produrre chip specializzati dalle prestazioni ancora più elevate (in termini computazionali o di efficienza energetica) e a consentire alla seconda superpotenza tecnologica – la Cina – di liberare tutte le proprie potenzialità?

La minaccia di Google

“C’è la sensazione strategica, tra i clienti e nel mercato complessivo, che la dipendenza da Nvidia, e dai suoi prezzi elevati, debba essere interrotta”, ha spiegato, parlando con El País, l’analista Fernando Maldonado. “Tutti i principali fornitori di servizi cloud stanno progettando i loro specifici chip per compiti differenti. Più in là nel tempo, la quota di mercato di Nvidia potrebbe iniziare a ridursi”.

Dei vari concorrenti che stanno scaldando i motori nessuno è più minaccioso di Google: azienda storicamente leader nel campo dell’intelligenza artificiale, che ha reso possibile l’avvento dei large language model, sviluppando nel 2017 l’architettura Transformer, e che per il loro addestramento sfrutta da sempre una combinazione di GPU Nvidia e delle sue TPU (Tensor Processing Unit), ovvero acceleratori hardware progettati internamente, in collaborazione con Broadcom, e ottimizzati per il calcolo delle reti neurali.

Questa coabitazione di GPU e TPU potrebbe presto giungere al termine: Gemini 3 – il più avanzato large language model di Google – è stato infatti addestrato utilizzando esclusivamente le TPU prodotte dal colosso di Mountain View, prefigurando quindi un futuro in cui Nvidia potrebbe perdere uno dei suoi più importanti clienti. Ma c’è altro: Google ha infatti iniziato a stringere accordi commerciali che consentono a varie società del settore di utilizzare le proprie TPU al posto delle GPU di Nvidia.

Il più importante di questi accordi è stato stipulato a ottobre 2025 e prevede che Anthropic – una delle principali realtà dell’intelligenza artificiale e sviluppatrice di Claude – spenda “decine di miliardi di dollari” per accedere fino a un milione delle TPU di Google. Un accordo simile, ma su scala più ridotta, è stato siglato con la startup Safe Superintelligence (fondata dall’ex di OpenAI Ilya Sutskever).

Fino a oggi, gli sviluppatori di intelligenza artificiale potevano accedere alle TPU soltanto attraverso i data center di proprietà di Google, rendendoli così dipendenti dal suo ecosistema cloud e consentendo una flessibilità molto inferiore rispetto alle GPU di Nvidia, che si acquistano invece fisicamente e poi si sfruttano a piacimento (al netto della lunghissima lista d’attesa). Adesso la situazione è cambiata: Google ha da pochissimo iniziato, secondo le ultime notizie, a vendere direttamente i propri acceleratori.

Tra i clienti troviamo ancora una volta Anthropic (con un acquisto completato da dieci miliardi di dollari e un secondo ordine da 11 miliardi già concordato) e secondo le indiscrezioni anche Meta, che collocherebbe fisicamente le TPU nei propri data center, dove fino a oggi avevano trovato spazio soprattutto le GPU di Nvidia. È questa evoluzione di Google, che si sta quindi trasformando in un vero e proprio produttore di chip, ad aver fatto salire le sue azioni quasi del 50% negli ultimi sei mesi, mentre quelle di Nvidia hanno fatto registrare soltanto un +5%.

“La capitalizzazione di mercato è cresciuta di quasi mille miliardi a partire dall’ottobre scorso, anche grazie alla decisione di Warren Buffett di acquistare 4,9 miliardi di azioni durante il terzo trimestre del 2025 e al più generale entusiasmo di Wall Street per le iniziative di Google nel campo dell’intelligenza artificiale”, si legge su Bloomberg. “Google è sempre stato il vero outsider nella corsa dell’intelligenza artificiale. Un gigante per qualche tempo dormiente, ma che adesso si è pienamente risvegliato”.

Amazon e non solo

Google è sicuramente il rivale più temibile per Nvidia, ma non è l’unico. Ormai da qualche tempo, Amazon (per la precisione AWS) ha iniziato a sviluppare acceleratori per l’intelligenza artificiale – chiamati Trainium – e dall’anno scorso li sta usando nei propri data center, vendendo l’accesso a svariate realtà del settore. Tra queste troviamo ancora una volta Anthropic, la società di “data intelligence” Databricks, l’azienda giapponese di servizi per l’assistenza clienti Karakuri e parecchie altre. Stando alle dichiarazioni del CEO di Amazon Andy Jassy, gli introiti garantiti dai chip Trainium e Graviton (classiche CPU usate internamente in ambito cloud) sono oggi di “circa 10 miliardi di dollari” e crescono “a tripla cifra” anno dopo anno.

Come spiega il New York Times, “sebbene non siano potenti come quelli di Google o Nvidia, Amazon sta installando il doppio dei suoi chip all’interno di ciascun data center, nella speranza di offrire maggiore potenza computazionale usando la stessa quantità di energia” (grazie alla loro migliore efficienza energetica, ndA). Al momento, Anthropic è l’unico vero grande cliente dei Trainium di Amazon, ma in futuro le cose potrebbero cambiare: “Gli esperti ritengono che una partnership di questo calibro possa prefigurare cambiamenti ancor più importanti: quando Anthropic utilizza i chip di Amazon o di Google mostra al resto del mercato che le GPU di Nvidia non sono l’unica opzione”.

Al contrario: le alternative continuano ad aumentare. La CEO di AMD, Lisa Su, aveva annunciato qualche mese fa l’intenzione di centrare la produzione aziendale sull’IA generativa, scommettendo che la “domanda insaziabile di capacità di calcolo” non si sarebbe esaurita nel giro di pochi trimestri. Finora i numeri sembrano darle ragione: la capitalizzazione di mercato di AMD è quasi quadruplicata, superando i 350 miliardi di dollari, e l’azienda ha firmato accordi rilevanti per fornire chip a OpenAI e Oracle.

Anche Broadcom si sta ritagliando uno spazio crescente grazie alla produzione di chip – le cosiddette XPU – progettati per compiti di calcolo specifici, oltre a hardware di rete indispensabile per collegare tra loro i giganteschi rack di server che popolano i data center dell’IA. Intel, uno dei nomi storici della Silicon Valley, ha clamorosamente mancato la prima ondata dell’I Agenerativa, ma sta adesso investendo massicciamente sia nella progettazione sia nella produzione di processori avanzati per i data center, nel tentativo di recuperare terreno. E infine c’è Qualcomm, tradizionalmente associata ai chip per smartphone e automobili, ma che nell’ottobre scorso ha annunciato il lancio di due nuovi acceleratori per l’intelligenza artificiale, l’AI200 e l’AI250, caratterizzati da un’attenzione particolare all’efficienza energetica.

L’ascesa delle startup

La scommessa è quindi duplice: da una parte che la richiesta di processori da utilizzare nell’ambito dell’intelligenza artificiale continuerà ad aumentare; dall’altra che si aprano maggiori opportunità per chi produce hardware specializzato, laddove fino a oggi hanno dominato i processori programmabili e generalisti di Nvidia. “Se si osserva il tasso di crescita del settore, si vede [aumentare la domanda] di hardware specializzato”, ha spiegato Alex Davies, CTO della società finanziaria Jump. “È sempre stato così in tutta la storia dell’ingegneria: si inizia con qualcosa di più generico, poi si cresce a grandissima velocità e alla fine qualcuno capisce che non si può avere un unico prodotto per tutto”.

Fino a questo momento, la versatilità delle GPU ha rappresentato il principale vantaggio di Nvidia, che attraverso la piattaforma software CUDA consente di programmare i suoi processori in base alle specifiche esigenze aziendali, fidelizzando inoltre una vastissima schiera di programmatori. I chip di uso generale hanno però i loro svantaggi: “C’è un costo energetico da pagare, perché ci sono parti del processore che non si utilizzano per ciò che serve ma consumano comunque energia”, ha spiegato ancora Maldonado a El País.

Considerando quanto sta crescendo il mercato, c’è sicuramente spazio per tutte le soluzioni: dai processori generalisti e programmabili di Nvidia fino alle architetture ASIC più specifiche. Nel complesso, si stima che il giro di affari degli acceleratori per sistemi d’intelligenza artificiale dovrebbe crescere del 16% su base annua fino a raggiungere i 604 miliardi di dollari nel 2033: “Certo, Nvidia continuerà a controllare una parte significativa del mercato, ma anche una piccola percentuale può valere miliardi di dollari”, ha spiegato al New York Times l’analista Jordan Nanos.

Mentre i colossi si riorganizzano per aumentare la loro presenza in questo ricchissimo mercato, una serie di startup ambisce a conquistare una fetta della torta, presentando nuove soluzioni: Cerebras è una startup californiana, guidata da Andrew Feldman, che progetta processori creati esclusivamente per l’intelligenza artificiale. Processori, tra l’altro, dalle dimensioni inusuali: “Il nostro chip è grande quanto un piatto da tavola, mentre quello di una GPU ha le dimensioni di un francobollo”, ha spiegato Feldman parlando con l’Economist.

Potrebbe sembrare una mossa controintuitiva, visto che il progresso tecnologico è sempre stato anche una corsa alla miniaturizzazione. Eppure, Cerebras permette di usare un solo, enorme chip laddove con le GPU di Nvidia bisogna collegarne un gran numero. Questo permette alle connessioni tra i vari core presenti nel chip di operare migliaia di volte più rapidamente di quanto avviene con le connessioni tra GPU separate.

Il suo Wafer-Scale Engine 3 (WSE-3) – il più grande chip per IA mai costruito, con circa 4mila miliardi di transistor e 900mila core – è attualmente impiegato da OpenAI (per Codex-Spark, un LLM ottimizzato per la generazione di codice), Mistral, Perplexity e anche dai laboratori scientifici statunitensi (che lo hanno impiegato, per esempio, nell’ambito della “simulazione molecolare dinamica”). Una lista di clienti impressionante, che ha convinto gli investitori a finanziare Cerebras con un miliardo di dollari per una valutazione da 23 miliardi.

Cerebras non è però l’unica startup che partecipa alla grande corsa per ritagliarsi uno spazio nel mondo degli acceleratori per IA. Un’altra realtà californiana, fondata da ex ingegneri di Google, è MatX, che sta sviluppando processori che mirano a fare piazza pulita di tutti gli elementi delle GPU non necessari per l’addestramento degli LLM. In poche parole, MatX punta a creare processori che facciano meno cose, ma in maniera più efficiente. La startup nata nel 2022 ha appena raccolto oltre 500 milioni di dollari in un nuovo round di finanziamento e punta a completare il design del suo chip nel 2026, con spedizioni previste nel 2027. L’elenco delle startup include anche le statunitensi d-Matrix e SambaNova, l’israeliana Hailo, la britannica Graphcore (acquistata nel 2024 da SoftBank), la canadese-statunitense Tenstorrent e tantissime altre.

La Cina punta all’autosufficienza

Le maggiori sorprese per Nvidia potrebbero però arrivare dall’altro lato del Pacifico. Non è un caso che Jensen Huang abbia pubblicamente espresso la sua contrarietà alle sanzioni che impediscono la vendita delle GPU più avanzate alla Cina (per quanto recentemente allentate), argomentando che questa politica rischia di accelerare la corsa della Repubblica Popolare per rendersi del tutto autonoma dai processori statunitensi (e quindi intaccando il fatturato di Nvidia, proveniente per il 13% dal mercato cinese).

Che la Cina sia dietro agli Stati Uniti soltanto di “pochi nanosecondi” – come affermato dallo stesso Huang – è un’esagerazione, ma i progressi fatti dai produttori di chip del colosso asiatico sono molto significativi. Al momento, le prestazioni del modello H20 – il chip più potente che Nvidia può vendere in Cina, variante dell’H200 – sono già state ampiamente superate da numerosi processori cinesi, tra cui l’Ascend 910C di Huawei e il BW1000 di Hygon (per capacità di calcolo grezza e al netto di un maggiore consumo energetico).

Probabilmente proprio allo scopo di aumentare l’adozione di chip autoctoni, Pechino sta adesso a sua volta ostacolando l’acquisto dei chip Nvidia da parte delle aziende cinesi, complicando ulteriormente una situazione già molto difficile. In sintesi: al momento gli Stati Uniti hanno riammesso la vendita dei processori H20, ma è ora la Cina che ne blocca l’acquisto da parte delle sue aziende, adducendo ragioni di sicurezza nazionale.

La situazione è caotica e in continua evoluzione, ma l’impressione è che la Cina voglia approfittare della guerra commerciale per aumentare la quota dei suoi campioni nazionali (Huawei, Hygon, Cambricon, MetaX), che oggi detengono il 40% del mercato – per un valore di circa 38 miliardi di dollari – e che potrebbero crescere fino al 50% nel giro di un paio d’anni. Dal punto di vista tecnologico, un aiuto importante potrebbe giungere dai progressi fatti dalla Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC): l’azienda cinese che si occupa di fabbricare concretamente i chip progettati da Huawei e dagli altri.

SMIC è oggi il cuore della strategia industriale cinese nel campo dei processori. Secondo alcuni report, l’azienda sarebbe ormai in grado di produrre anche chip a 5 nanometri, seppur con costi più elevati e rese inferiori rispetto a quelli realizzati dal colosso taiwanese TSMC per i marchi occidentali, le cui dimensioni hanno da poco raggiunto la soglia dei 2 nanometri. Allo stesso tempo, Huawei starebbe investendo per dare vita a delle proprie strutture produttive, diventando quindi un concorrente di SMIC con l’obiettivo di far progredire ulteriormente la capacità cinese di produrre chip avanzati.

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che le prestazioni dei chip cinesi possano effettivamente raggiungere quelle statunitensi, ma i timori di Jensen Huang sono fondati: SMIC, Huawei e gli altri campioni di Pechino o Shenzhen stanno facendo rapidi e importanti passi avanti. E un domani potrebbero contribuire ad allargare le crepe del dominio di Nvidia.

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22/12/2025

Il “Progetto Manhattan” cinese: così Pechino lancia all’Occidente la sfida sui chip

Se non è un game over definitivo poco ci manca. La Cina è riuscita a fare quello che gli Stati Uniti hanno provato a impedirle per anni (e in tutti i modi possibili): costruire un prototipo di macchinario in grado di realizzare semiconduttori all’avanguardia per alimentare l’intelligenza artificiale, gli smartphone e le armi.

Pechino avrebbe dunque tra le mani ciò che serve per dominare – e nel lungo periodo forse addirittura superare – l’Occidente tanto sul lato tecnologico quanto su quello militare. La vicenda è stata raccontata nei minimi dettagli dall’agenzia Reuters, secondo la quale il dispositivo, completato all’inizio del 2025 e ancora in fase di test, occuperebbe quasi un intero piano di una fabbrica di Shenzhen.

Ma c’è un altro aspetto ancora più rilevante: pare che sia stato sviluppato da un team di ex ingegneri della gigante olandese dei semiconduttori ASML, un team che avrebbe retro-ingegnerizzato le macchine di litografia a ultravioletti estremi (EUV) della compagnia europea.

Ricordiamo che le suddette macchine, fino a ora appannaggio dell’Occidente, utilizzano fasci di luce ultravioletta estrema per incidere circuiti migliaia di volte più sottili di un capello umano su wafer di silicio. Non è certo un fatto di poco conto, visto che più piccoli sono i circuiti e più potenti sono i chip.

Il “Progetto Manhattan” cinese sui chip

La macchina cinese genererebbe con successo luce ultravioletta estrema, ma non avrebbe ancora prodotto chip funzionanti. In ogni caso la situazione sarebbe ben diversa da quella illustrata lo scorso aprile da Christophe Fouquet, CEO di ASML, per il quale la Cina avrebbe avuto bisogno di “molti, molti anni” ancora prima di sviluppare tale tecnologia.

Profezia sbagliata: se le indiscrezioni di Reuters dovessero rivelarsi corrette, Pechino potrebbe essere vicinissima a raggiungere l’indipendenza nello strategico settore dei semiconduttori. Certo, la strada per il Dragone è ancora in salita per svariati motivi. Per esempio, il gigante asiatico ha ancora difficoltà nel replicare i sistemi ottici di precisione prodotti dai fornitori occidentali, per non parlare poi della scarsa disponibilità di pezzi di ricambio. E ancora: la disponibilità di parti provenienti da macchine ASML più vecchie, individuate nei mercati secondari, ha permesso alla Cina di costruire un prototipo, ma con l’obiettivo del governo di produrre chip funzionanti entro il 2028 o il 2030.

Nel frattempo, c’è chi ha definito il Grande Balzo in Avanti di Pechino sul fronte dei chip come la versione cinese del Manhattan Project, ossia l’iniziativa bellica statunitense ideata per sviluppare la bomba atomica. “L’obiettivo è che la Cina possa eventualmente produrre chip avanzati su macchine completamente costruite in Cina. La Cina vuole estromettere gli Stati Uniti al 100% dalle sue catene di approvvigionamento”, ha spiegato una fonte a conoscenza del dossier a Reuters.

Una mossa a sorpresa

Nessuno in Occidente poteva immaginarsi un simile sprint da parte della Cina. In base a quanto emerso, la gestione del dossier relativo ai semiconduttori sarebbe nelle mani del confidente di Xi Jinping, Ding Xuexiang, la stessa figura che presiede la Commissione Centrale per la Scienza e la Tecnologia del Partito Comunista Cinese.

Non solo: in mezzo alla scena, il gigante dell’elettronica cinese Huawei avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel coordinare una rete di aziende e istituti di ricerca statali in tutto il Paese, e nel coinvolgere migliaia di ingegneri.

Fin qui, solo una compagnia ha dominato la tecnologia EUV: la citata ASML, con sede a Veldhoven, nei Paesi Bassi. Le sue macchine, che costano circa 250 milioni di dollari l’una, sono indispensabili per produrre i chip più avanzati progettati da aziende come Nvidia e AMD, e prodotti da produttori di chip come TSMC, Intel e Samsung.

ASML ha costruito il suo primo prototipo funzionante di tecnologia EUV nel 2001, e ha spiegato che ci sono voluti quasi venti anni e miliardi di euro in spese per R&D prima di produrre, nel 2019, i primi chip disponibili sul commercio. I sistemi EUV di ASML sono disponibili per gli alleati degli Stati Uniti, tra cui Taiwan, Corea del Sud e Giappone. Non per la Cina che però, in qualche modo, sarebbe riuscita a bypassare l’ostacolo...

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29/09/2025

La Cina contro Nvidia

Il 17 settembre il governo cinese ha ordinato alle principali aziende tecnologiche del paese di interrompere l’acquisto e l’uso di chip Nvidia, inclusi l’RTX Pro 6000D e l’H20, due chip progettati appositamente per aggirare le restrizioni imposte dal governo americano all’export di hardware USA avanzato in Cina.

Nei giorni immediatamente precedenti, la Cina aveva avviato un’indagine antitrust in merito all’acquisizione di Mellanox: un’azienda israelo-americana, specializzata nell’interconnessione di rete ad alte prestazioni, comprata da Nvidia nel 2020 per oltre 7 miliardi di dollari. L’indagine antitrust segna l’ingresso in una nuova fase della “guerra dei chip”, che ora si estende non solo ai singoli processori ma a tutti i componenti delle infrastrutture di calcolo critiche.

La posizione cinese ha ovviamente fatto molto rumore, con il titolo di Nvidia che ha immediatamente subito una flessione e il CEO dell’azienda – Jensen Huang – che si è detto estremamente deluso (“disappointed”) dalla decisione di Pechino.

Dal canto suo, come spesso accade, subito dopo aver acceso il fuoco il governo cinese ha indossato i panni del pompiere. Il giorno successivo all’annuncio del veto, il ministero degli Esteri ha assicurato che, in ogni caso, la Cina “intende mantenere il dialogo con tutte le parti”, e non intende “danneggiare le catene globali del valore della micro-elettronica”. Frasi che paiono messaggi in codice inviati ai centri di potere di Washington, in passato accusati proprio di provocare danni sistemici.

Un asset geopolitico

Da quando le sue GPU sono finite al centro dell’ecosistema hardware legato all’addestramento dell’IA, i ricavi e la capitalizzazione di Nvidia sono aumentati esponenzialmente. I dati dell’ultimo trimestre, comunicati a fine agosto, parlano di 46,7 miliardi di ricavi, per un utile ad azione pari a 1,05 dollari e un valore della singola azione che è decuplicato negli ultimi 5 anni.

In parallelo a questa crescita se ne è però verificata un’altra, di cui i vertici dell’azienda di Santa Clara avrebbero fatto volentieri a meno: un boom di esposizione (geo)politica. Data la centralità di Nvidia nell’ecosistema IA – e data la centralità di questo ecosistema nelle politiche di potenza degli Stati contemporanei – negli ultimi anni Nvidia è diventata uno dei più contesi asset tecnologici del pianeta.

È dal 2022 che l’azienda si trova sotto l’attenzione costante dei doganieri di Washington e deve fare i conti con la necessità di trovare escamotage (tecnici o politici) ai loro divieti. In particolare durante gli anni di Biden, la Casa Bianca ha inasprito le restrizioni all’export di semiconduttori avanzati verso la Cina, vietando la vendita dei chip più potenti e imponendo licenze anche per le versioni “ridotte” progettate apposta per il mercato cinese. Per Nvidia questo ha significato rivedere continuamente il proprio catalogo: dal chip A100 si è passati a modelli “castrati” come l’A800 e l’H800, fino ad arrivare all’H20, le cui prestazioni rientrano nei limiti imposti dagli Stati Uniti ed è stato pensato appositamente per aggirare le restrizioni.

La parabola dell’H20 è particolarmente emblematica. Nato come compromesso per mantenere aperto il mercato cinese pur rispettando i vincoli imposti da Washington, il chip è stato accusato dai media di Pechino di contenere un “kill-switch”, ovvero un meccanismo occulto di disattivazione remota che avrebbe reso vulnerabili le infrastrutture cinesi in caso di conflitto.

Nvidia ha smentito con forza queste insinuazioni, chiarendo che nessuna delle sue GPU include funzioni di spegnimento a distanza o backdoor segrete. Ma il sospetto ha contribuito a erodere ulteriormente la fiducia, offrendo alle autorità cinesi un nuovo appiglio per giustificare le sue misure restrittive. Il caso dell’H20 mostra come, in un’industria estremamente complessa dal punto di vista tecnico (e dunque, per natura, opaco), la percezione conti quanto la realtà: persino in assenza di prove concrete, il timore di vulnerabilità latenti è sufficiente per spostare interi equilibri di mercato. Il dubbio diventa un’arma politica.

Nel frattempo, la politica americana ha oscillato tra rigore e pragmatismo. Dopo la stagione Biden, fortemente orientata al contenimento tecnologico di Pechino, l’amministrazione Trump ha riaperto degli spiragli negoziali, concedendo le licenze che hanno effettivamente consentito la vendita proprio di chip come l’H20. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, il cambio di orientamento sarebbe stato il risultato di un efficace e paziente lavoro di “diplomazia” di Jensen Huang, che ha saputo costruire una relazione personale privilegiata con il presidente degli Stati Uniti.

La realtà – come vi avevamo raccontato anche qui – è che, nonostante gli embarghi e i compromessi, i chip Nvidia hanno continuato a circolare in Cina persino all’apice dei veti bideniani, in alcuni casi attraverso intermediari o triangolazioni con Paesi terzi, aggirando così i divieti formali e confermando quanto sia difficile bloccare del tutto il flusso tecnologico in un mondo di catene di fornitura globalizzate.

Perché il veto cinese e perché proprio ora?

Lungi dall’essere puramente ritorsiva, la decisione cinese di colpire Nvidia va letta come parte di un disegno più ampio. Apparentemente drastica, essa risponde a una logica “strutturalista” che mira a riequilibrare il rapporto di dipendenza con i fornitori stranieri. Pechino non intende più accontentarsi di avere accesso a versioni “attenuate” dei chip americani: l’obiettivo adesso è la conquista di un’autonomia tecnologica che abbracci l’intera filiera del calcolo, dai semiconduttori all’infrastruttura, riducendo al minimo i punti di vulnerabilità. È del resto lì che si gioca la sfida della “sovranità tecnologica”, che la leadership cinese ha ormai posto tra le proprie priorità politiche. Ma perché tutto questo avviene proprio ora?

Un indizio si trova nello “strano” tempismo con cui – due giorni dopo l’annuncio del blocco a Nvidia – Huawei ha svelato una roadmap di sviluppo di chip che copre i prossimi tre anni e che, se realizzata nei tempi e nelle modalità annunciate, potrebbe ridisegnare l’intero equilibrio competitivo del settore.

La punta di diamante della strategia dell’azienda di Shenzhen è lo sviluppo della linea di chip Ascend, una serie lanciata nel primo trimestre del 2025 con l’Ascend 910 C e che, attraverso una progressione esponenziale dei nodi e delle interconnessioni, punta a quadruplicare la capacità di calcolo da qui al 2027.

Sebbene, a oggi, le GPU Nvidia siano ancora considerate superiori per prestazioni e affidabilità, l’uscita allo scoperto di Huawei riflette la consapevolezza, da parte cinese, che la capacità manifatturiera domestica di chip costituisce sempre meno un collo di bottiglia sensibile alla volubilità di Washington.

La roadmap di Huawei non è solo un piano industriale, ma un atto politico: un manifesto che intende rassicurare gli alleati interni e spaventare i concorrenti esterni. In questo senso, il veto contro Nvidia diventa una leva utile a concentrare investimenti pubblici e privati sul fronte della produzione nazionale, rafforzando l’idea che la “dipendenza dall’Occidente” non sia più insuperabile.

In altre parole: il veto cinese a Nvidia e l’annuncio di Huawei non vanno letti come episodi isolati, ma come due mosse coordinate di una identica strategia. Un messaggio al mondo – e in particolare, ovviamente, all’inquilino della Casa Bianca – che la Cina non intende più limitarsi a comprare e inseguire, ma vuole innovare e guidare.

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06/09/2025

Come Huawei ha cambiato pelle

Huawei ha “sconfitto” le sanzioni statunitensi e costruito “un ecosistema tecnologico totalmente indipendente” da qualsiasi vincolo con gli Usa. Parola di Tao Jingwen, presidente del dipartimento di gestione della qualità, dei processi aziendali e delle tecnologie informatiche del colosso di Shenzen che a inizio settembre, con toni trionfalistici, ha annunciato il definitivo cambio di rotta del gruppo dopo un lungo confronto con Washington avviato dall’inizio della guerra sanzionatoria e di controlli all’export lanciata dalla prima amministrazione di Donald Trump nel 2018.

2018-2025, la riscossa di Huawei

Allora Huawei era un player globale focalizzato sulla telefonia, l’oggetto del contendere erano le moderne reti 5G, dietro cui Washington temeva i cinesi potessero inserire delle backdoor sfruttabili dall’intelligence di Pechino per spiare l’Occidente tramite le infrastrutture critiche, e la corsa della Repubblica Popolare allo status di grande potenza tecnologica stava prendendo forma. Oggi, invece, la Cina gioca un ruolo determinante nelle filiere strategiche e Huawei è un suo campione nazionale di primo piano oltre la telefonia, con ramificazioni anche nel decisivo settore dell’hardware per l’intelligenza artificiale.

Tao, ricorda il South China Morning Post, ha parlato del successo del gruppo di Shenzen “lo stesso giorno in cui Huawei ha annunciato che gli utenti dei servizi token sulla sua piattaforma cloud avevano accesso al suo sistema CloudMatrix 384”, definito dal quotidiano di Hong Kong “la più grande piattaforma di formazione sull’intelligenza artificiale del settore, nei suoi data center nella provincia orientale di Anhui, nella Mongolia Interna e nel Guizhou”.

Il nuovo maxi-computer di Huawei

CloudMatrix 384 è un’infrastruttura di calcolo che sfrutta, come dice il numero, 384 processori per l’IA Ascend realizzati da Huawei. Sommati essi danno una potenza di calcolo di 300 petaflop (un petaflop significa che un unità di elaborazione può eseguire mille triliardi di operazioni in virgola mobile al secondo).

Il gruppo è ancora lontano dai 561 petaflops dei super computer di Microsoft, gli Eagle, ma l’ordine di grandezza implica una scala crescente e un sentiero di espansione tutt’altro che secondario, nel quadro di una sfida sull’IA in cui la Cina intende competere con investimenti massicci e sfruttando i vantaggi in campo energetico e di rete per rimontare la primazia Usa.

Huawei ha sfruttato lo stimolo dato dalle sanzioni Usa all’innovazione tecnologica e di prodotto sul fronte interno e alle prospettive di crescita del proprio ecosistema proprietario, accelerato anche dal sostanziale incremento di applicativi IA nella Repubblica Popolare, da DeepSeek, a Qwen di Alibaba Cloud e Kimi di Moonshot AI. E così l’assedio Usa ha prodotto un risultato imprevisto: Huawei ha aggiunto una crescente capacità di aggredire quote di mercato importanti nel campo della componentistica tecnologica alla ripresa della sua presenza primaria nel settore della vendita di smartphone superando la minaccia di crisi imposta dalla pressione Usa.

Sfida a Nvidia

La vivacità del mercato IA della Repubblica Popolare ha dato ulteriori stimoli a Huawei per proseguire il proprio sentiero di espansione sul fronte del mercato e degli investimenti. Questo, non a caso, ha suscitato l’allarme di Nvidia. Jensen Huang, Ceo del gruppo di Santa Clara dominante le borse planetarie, in quanto uomo di origine taiwanese conosce bene la filosofia imprenditoriale e scientifica della Cina e la reazione del Dragone messo sotto pressione. Huang ha capito correttamente che negare i chip alle aziende cinesi avrebbe solo stimolato la riscossa della Repubblica Popolare e dei suoi campioni e ha spinto su Trump perché permettesse la vendita di alcuni asset oltre Pacifico.

The Donald ha dato semaforo verde, ma è stato troppo tardi: ad agosto dalla Cina è arrivato l’avvertimento a non acquistare i processori H20 di Nvidia per le tecnologie IA. Difficile non vedere dietro tutto questo la mano di Huawei e della sua autarchia tecnologica. Ora giunta a uno stadio di maturazione tale da poter immaginare la sfida diretta all’egemonia tecnologica a stelle e strisce.

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17/03/2025

Cina - Nuovo balzo tecnologico davanti all’Occidente

Lo sviluppo tecnologico è inarrestabile e rappresenta una chiave di volta per la crescita di qualsiasi paese. La strategia “occidentale”, fin qui, è stata quella di restringere le possibilità di accesso alle tecnologie più avanzate per quei paesi considerati competitori strategici o tout court “nemici”. La Cina dimostra invece che questi impedimenti possono essere solo temporanei, perché – all’opposto – stimolano lo sforzo nella ricerca scientifica e nella creazione di tecnologie ancora più avanzate.

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Lo sviluppo dell’industria tecnologica cinese dipende dalle macchine litografiche a raggi ultravioletti estremi (EUV), poiché sono essenziali per la produzione di semiconduttori avanzati, necessari per l’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni.

Queste macchine, prodotte esclusivamente dall’azienda olandese ASML, utilizzano tecnologie brevettate e componenti chiave di aziende americane, impedendo alla Cina di accedervi liberamente. Senza questi strumenti, le fabbriche cinesi non possono produrre chip all’avanguardia, limitando il loro sviluppo tecnologico e la loro competitività globale.

Gli Stati Uniti accrescono questa dipendenza imponendo restrizioni all’esportazione di apparecchiature UVE e di altri materiali essenziali per la produzione di semiconduttori. Attraverso normative e accordi con alleati come i Paesi Bassi e il Giappone, hanno bloccato l’accesso della Cina a questa tecnologia, ostacolandone l’avanzamento in settori strategici.

Ciò rafforza la posizione degli Stati Uniti nella loro guerra tecnologica, mantenendo la leadership nordamericana nella produzione di chip avanzati e ostacolando l’autosufficienza cinese in un settore cruciale per la sua crescita economica.

Tuttavia, la tecnologia cinese ha compiuto un enorme passo avanti che potrebbe cambiare radicalmente la situazione. Huawei ha compiuto notevoli progressi nella produzione di apparecchiature per la litografia nell’ultravioletto estremo (EUV), essenziali per la fabbricazione di chip avanzati. Secondo quanto riferito, l’azienda sta testando la prima apparecchiatura litografica UVE completamente sviluppata in Cina presso il suo stabilimento di Dongguan.

A differenza delle macchine EUV di ASML, che utilizzano plasma generato da laser (LPP), questo dispositivo cinese impiega una sorgente luminosa basata su plasma a scarica indotta da laser (LDP), in grado di generare luce EUV con una lunghezza d’onda di 13,5 nm.

Si prevede che la Cina avvierà la produzione sperimentale di queste macchine nel terzo trimestre del 2025, con l’obiettivo di una produzione su vasta scala nel 2026. Questo sviluppo è fondamentale per ridurre la dipendenza della Cina dai fornitori esteri e far progredire la produzione di semiconduttori avanzati.

Questa svolta ha implicazioni significative per la guerra tecnologica dichiarata dagli Stati Uniti contro la Cina. Tutte le misure attuate dagli Stati Uniti negli ultimi anni hanno cercato di limitare l’accesso della Cina alle tecnologie avanzate dei semiconduttori, cercando di rallentarne il progresso tecnologico. Tuttavia, questi progressi di Huawei indicano che la Cina sta riuscendo a sviluppare tecnologie proprie per superare queste restrizioni.

Lo sviluppo di questa tecnologia da parte di Huawei ha implicazioni significative per la concorrenza tecnologica globale:
- riduzione della dipendenza tecnologica: la Cina ha storicamente fatto affidamento su fornitori stranieri, come ASML, per le apparecchiature litografiche avanzate. Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti hanno limitato l’accesso della Cina a queste tecnologie. Grazie allo sviluppo di una propria macchina per la litografia UV, la Cina sta riducendo la propria dipendenza dai fornitori esterni ed eliminando l’impatto delle restrizioni.
- Svolta nella produzione di semiconduttori: la capacità di produrre chip avanzati è fondamentale per lo sviluppo di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e le telecomunicazioni 5G. Grazie alla sua tecnologia litografica UVE, la Cina è nella posizione migliore per progredire in questi settori.
- Risposta alle restrizioni commerciali: le misure statunitensi hanno cercato di frenare il progresso tecnologico della Cina. Tuttavia, questo sviluppo dimostra la resilienza e la capacità innovativa delle aziende cinesi di superare gli ostacoli e continuare il loro progresso tecnologico.

I progressi di Huawei nella produzione di apparecchiature litografiche UVE rappresentano una pietra miliare nel settore dei semiconduttori e ridefiniscono le dinamiche di potere nella competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

La capacità della Cina di sviluppare e produrre le proprie apparecchiature litografiche UVE rappresenta un cambiamento di paradigma nell’industria mondiale dei semiconduttori, consentendole di ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali e, di conseguenza, di aggirare le restrizioni imposte dagli Stati Uniti.

Questo progresso non solo rafforza la sovranità tecnologica, ma indebolisce anche il controllo che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno storicamente esercitato sulla fornitura di semiconduttori avanzati, un settore fondamentale per lo sviluppo economico nel XXI secolo.

Questo risultato è un elemento chiave nella strategia a lungo termine della Cina per l’autosufficienza tecnologica. Per anni, le restrizioni imposte dagli Stati Uniti hanno cercato di limitare l’accesso alle tecnologie avanzate, limitando le vendite di apparecchiature litografiche da parte di ASML e bloccando la cooperazione con produttori di chip come TSMC e Samsung.

Tuttavia, lo sviluppo di una propria macchina litografica UVE non solo neutralizza queste restrizioni, ma conferisce anche alla Cina un vantaggio strategico, consentendole di produrre chip avanzati da 7 nm e, in futuro, chip da 5 nm o più piccoli, senza dipendere da fornitori stranieri.

Questa svolta è fondamentale per accelerare lo sviluppo di settori chiave come l’intelligenza artificiale, il supercalcolo e le telecomunicazioni 6G, ambiti in cui la Cina ha già dimostrato progressi significativi. Grazie alla capacità di produrre localmente semiconduttori all’avanguardia, il Paese sarà in grado di aumentare la competitività di aziende come Huawei, SMIC e ByteDance, rafforzando il proprio ecosistema tecnologico e sfidando il predominio della Silicon Valley.

A livello geopolitico, questo sviluppo rafforza la posizione della Cina come potenza tecnologica globale. Riducendo la sua vulnerabilità alle restrizioni e ai blocchi, la Cina sarà in grado di esportare la sua tecnologia nei mercati emergenti senza le limitazioni imposte dall’Occidente, consolidando alleanze strategiche con paesi in Asia, Africa e America Latina che cercano alternative al predominio tecnologico degli Stati Uniti.

L’autosufficienza nella litografia UVE è più di una conquista tecnica per la Cina: è un passo fondamentale nella sua visione di indipendenza tecnologica e di leadership nella nuova era digitale.

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02/02/2025

L'intelligenza artificiale sta diventando DeepSeek

di Michael Roberts

La maggior parte dei lettori ormai conoscerà la notizia. DeepSeek, un'azienda cinese di intelligenza artificiale, ha rilasciato un modello di intelligenza artificiale chiamato R1 che è paragonabile in termini di capacità ai migliori modelli di aziende come OpenAI, Anthropic e Meta, ma è stato preparato a un costo radicalmente inferiore e utilizzando chip GPU meno all'avanguardia. DeepSeek ha anche reso pubblici dettagli sufficienti del modello affinché altri possano eseguirlo sui propri computer senza costi.

DeepSeek è un siluro che ha colpito le magnifiche sette aziende hi-tech statunitensi sotto la linea di galleggiamento. DeepSeek non ha utilizzato i chip e il software nVidia più recenti e migliori; non ha richiesto grandi spese per addestrare il suo modello di intelligenza artificiale a differenza dei suoi rivali americani; e offre altrettante applicazioni utili.

DeepSeek ha costruito il suo R1 con i chip nVidia più vecchi e lenti, che le sanzioni statunitensi avevano consentito di esportare in Cina. Il governo statunitense e i titani della tecnologia pensavano di avere il monopolio nello sviluppo dell'intelligenza artificiale a causa degli enormi costi coinvolti nella realizzazione di chip e modelli di intelligenza artificiale migliori. Ma ora R1 di DeepSeek suggerisce che le aziende con meno soldi possono gestire modelli di intelligenza artificiale competitivi. R1 può essere utilizzato con un budget limitato e con una potenza di calcolo molto inferiore. Inoltre, R1 è bravo quanto i rivali nell'inferenza, il gergo dell'intelligenza artificiale per quando gli utenti mettono in discussione il modello e ottengono risposte. E funziona su server per tutti i tipi di aziende in modo che non debbano "affittare" a prezzi enormi da aziende come OpenAI.

La cosa più importante è che R1 di DeepSeek è "open source", ovvero il suo codice è aperto a tutti per essere copiato e sviluppato. Questo è un vero colpo allo sviluppo "proprietario" che OpenAI o Gemini di Google rinchiudono in una "scatola nera" per massimizzare i profitti. L'analogia qui è con i prodotti farmaceutici di marca e generici.

Il grande problema per le aziende di intelligenza artificiale statunitensi e i loro investitori è che sembra che costruire enormi data center per ospitare più chip costosi potrebbe non essere necessario per ottenere risultati sufficientemente positivi. Finora, le aziende statunitensi hanno aumentato i piani di spesa e hanno cercato di raccogliere enormi quantità di finanziamenti per farlo. Infatti, proprio il lunedì in cui R1 di DeepSeek ha fatto notizia, Meta ha annunciato altri 65 miliardi di dollari di investimenti e solo pochi giorni prima il presidente Trump aveva annunciato sussidi governativi di 500 miliardi di dollari ai giganti della tecnologia come parte del cosiddetto progetto Stargate. Ironicamente, il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha affermato di aver investito perché "Vogliamo che siano gli Stati Uniti a stabilire lo standard globale dell'intelligenza artificiale, non la Cina". Oh cielo.

Ora gli investitori temono che questa spesa sia inutile e, cosa ancora più importante, che colpirà la redditività delle aziende americane se DeepSeek riuscirà a fornire applicazioni AI a un decimo del costo. Cinque dei più grandi titoli tecnologici orientati all'IA, il produttore di chip nVidia e i cosiddetti "hyperscaler" Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta Platforms, hanno perso in un giorno collettivamente quasi 750 miliardi di dollari del loro valore azionario di mercato. E DeepSeek minaccia i profitti delle aziende di data center e degli operatori idrici ed energetici che si aspettano di trarre vantaggio dall'enorme "scalabilità" dei Magnifici Sette. Il boom del mercato azionario statunitense è fortemente concentrato nei "Magnifici Sette".

Quindi DeepSeek ha bucato la bolla massiccia nei titoli tecnologici statunitensi? L'investitore miliardario Ray Dalio la pensa così. Ha detto al Financial Times che "i prezzi hanno raggiunto livelli elevati nello stesso momento in cui c'è un rischio sui tassi di interesse, e questa combinazione potrebbe bucare la bolla... La nostra posizione attuale nel ciclo finanziario è molto simile a quella tra il 1998 e il 1999", ha detto Dalio. "In altre parole, c'è una nuova tecnologia importante che cambierà sicuramente il mondo e avrà successo. Ma alcune persone confondono questo con il successo degli investimenti".

Ma potrebbe non essere così, almeno non ancora. Il prezzo delle azioni della società di chip IA nVidia potrebbe crollare questa settimana, ma il suo linguaggio di codifica "proprietario", Cuda, è ancora lo standard del settore statunitense. Mentre le sue azioni sono scese di quasi il 17%, questo le riporta solo al livello (molto, molto alto) di settembre.

Molto dipenderà da altri fattori, come il mantenimento di alti tassi di interesse da parte della Fed statunitense a causa di un'inversione di tendenza nel calo dell'inflazione e se Trump andrà avanti alla grande con le sue minacce di tariffe e verso l'immigrazione che alimenteranno solo l'inflazione.

Ciò che deve far infuriare gli oligarchi della tecnologia che si stanno adulando con Trump è che le sanzioni statunitensi alle aziende cinesi e i divieti sulle esportazioni di chip non hanno impedito alla Cina di fare ulteriori progressi nella guerra tecnologica e dei chip con gli Stati Uniti. La Cina sta riuscendo a fare balzi tecnologici nell'intelligenza artificiale nonostante i controlli sulle esportazioni introdotti dall'amministrazione Biden volti a privarla sia dei chip più potenti sia degli strumenti avanzati necessari per realizzarli.

Il campione cinese della tecnologia Huawei è emerso in Cina come il principale concorrente di nVidia per i chip di "inferenza". E ha collaborato con aziende di intelligenza artificiale, tra cui DeepSeek, per adattare i modelli preparati sulle gpu nVidia per eseguire l'inferenza sui suoi chip Ascend. "Huawei sta migliorando. Hanno un'apertura perché il governo sta dicendo alle grandi aziende tecnologiche che devono acquistare i loro chip e usarli per inferenze", ha detto un investitore di semiconduttori a Pechino.

Questa è un'ulteriore dimostrazione che gli investimenti pianificati dallo stato in tecnologia e competenze tecnologiche da parte della Cina funzionano molto meglio che affidarsi a enormi giganti privati ​​della tecnologia guidati da magnati. Come ha detto Ray Dallo: "Nel nostro sistema, in generale, ci stiamo muovendo verso un tipo di politica più complessa dal punto di vista industriale in cui ci saranno attività imposte e influenzate dal governo, perché considerate strategiche... Il capitalismo da solo, il solo movente del profitto, non può vincere questa battaglia".

Tuttavia, i titani dell'IA non sono ancora titanici. Stanno andando avanti con la "scalabilità" investendo sempre più miliardi in data center e chip più avanzati. In una crescita esponenziale della potenza di calcolo.

E naturalmente, non si tiene conto di ciò che gli economisti tradizionali amano chiamare educatamente "esternalità". Secondo un rapporto di Goldman Sachs, una query di ChatGPT necessita di quasi 10 volte più elettricità di una query di ricerca di Google. Il ricercatore Jesse Dodge ha fatto un po' di calcoli approssimativi sulla quantità di energia utilizzata dai chatbot IA. "Una query di ChatGPT utilizza all'incirca la stessa quantità di elettricità che potrebbe accendere una lampadina per circa 20 minuti", afferma. "Quindi, puoi immaginare che con milioni di persone che usano qualcosa del genere ogni giorno, ciò si traduce in una quantità di elettricità davvero elevata". Un maggiore consumo di elettricità significa una maggiore produzione di energia e in particolare più emissioni di gas serra alimentate da combustibili fossili.

Google ha l'obiettivo di raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2030. Dal 2007, l'azienda ha affermato che le sue operazioni aziendali erano carbon neutral grazie alle compensazioni di carbonio che acquista per compensare le sue emissioni. Ma, a partire dal 2023, Google ha scritto nel suo rapporto sulla sostenibilità che non stava più "mantenendo la neutralità del carbonio operativa". L'azienda afferma di stare ancora spingendo per il suo obiettivo di zero emissioni nette nel 2030. "La vera motivazione di Google qui è quella di costruire i migliori sistemi di intelligenza artificiale possibili", afferma Dodge. "E sono disposti a investire un sacco di risorse in questo, tra cui cose come l'addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale su data center sempre più grandi fino ai supercomputer, il che comporta un'enorme quantità di consumo di elettricità e quindi emissioni di CO2".

Poi c'è l'acqua. Mentre gli Stati Uniti affrontano siccità e incendi boschivi, le aziende di intelligenza artificiale stanno pompando acqua profonda per "raffreddare" i loro mega data center. Inoltre, le aziende della Silicon Valley stanno prendendo sempre più il controllo delle infrastrutture di approvvigionamento idrico per soddisfare le loro esigenze. La ricerca suggerisce, ad esempio, che circa 700.000 litri di acqua dovrebbero essere utilizzati per raffreddare le macchine che hanno addestrato ChatGPT-3 presso le strutture dati di Microsoft. L'addestramento dei modelli di intelligenza artificiale consuma 6.000 volte più energia di una città europea. Inoltre, mentre minerali come litio e cobalto sono più comunemente associati alle batterie nel settore automobilistico, sono anche cruciali per le batterie utilizzate nei data center. Il processo di estrazione spesso comporta un notevole utilizzo di acqua e può portare all'inquinamento, compromettendo la sicurezza idrica.

Sam Altman, il precedente eroe non-profit di Open AI, ma ora impegnato a massimizzare i profitti per Microsoft, sostiene che sì, sfortunatamente ci sono dei "compromessi" a breve termine, ma sono necessari per raggiungere la cosiddetta AGI; e l'AGI ci aiuterà quindi a risolvere tutti questi problemi, quindi il compromesso delle "esternalità" vale la pena.

AGI? Cos'è? L'intelligenza artificiale generalizzata (AGI) è il Santo Graal degli sviluppatori di intelligenza artificiale. Ciò significa che i modelli di intelligenza artificiale diventerebbero "superintelligenti" ben al di sopra dell'intelligenza umana. Quando ciò sarà raggiunto, promette Altman, la sua intelligenza artificiale non sarà solo in grado di fare il lavoro di un singolo lavoratore, ma sarà in grado di fare tutti i loro lavori: "L'intelligenza artificiale può fare il lavoro di un'organizzazione". Questo sarebbe il massimo per massimizzare la redditività eliminando i lavoratori nelle aziende (anche nelle aziende di intelligenza artificiale?) poiché le macchine di intelligenza artificiale prendono il controllo di tutto, operando, sviluppando e commercializzando. Questo è il sogno apocalittico per il capitale (ma un incubo per il lavoro: niente lavoro, niente reddito).

Ecco perché Altman e gli altri magnati dell'intelligenza artificiale non smetteranno di espandere i loro data center e di sviluppare chip ancora più avanzati solo perché DeepSeek ha indebolito i loro modelli attuali. La società di ricerca Rosenblatt ha previsto la risposta dei giganti della tecnologia: "In generale, ci aspettiamo che la tendenza sia rivolta a migliorare le capacità, accelerando più velocemente verso l'intelligenza artificiale generale, più che a ridurre la spesa". Niente deve fermare l'obiettivo dell'intelligenza artificiale super intelligente.

Alcuni vedono la corsa per raggiungere l'AGI come una minaccia per l'umanità stessa. Stuart Russell, professore di informatica all'Università della California, Berkeley, ha affermato: "Anche i CEO che si stanno impegnando nella corsa hanno affermato che chiunque vinca ha una probabilità significativa di causare l'estinzione umana nel processo, perché non abbiamo idea di come controllare sistemi più intelligenti di noi", ha affermato. "In altre parole, la corsa all'AGI è una corsa verso il bordo di un dirupo".

Forse, ma continuo a dubitare che l'intelligenza umana possa essere sostituita dall'intelligenza delle macchine, principalmente perché sono diverse. Le macchine non possono pensare a cambiamenti potenziali e qualitativi. La nuova conoscenza deriva da tali trasformazioni (umane), non dall'estensione della conoscenza esistente (macchine). Solo l'intelligenza umana è sociale e può vedere il potenziale per il cambiamento, in particolare il cambiamento sociale, che porta a una vita migliore per l'umanità e la natura.

Ciò che l'emergere di DeepSeek ha dimostrato è che l'IA può essere sviluppata a un livello che può aiutare l'umanità e le sue esigenze sociali. È gratuita, aperta e disponibile per il più piccolo utente e sviluppatore. Non è stata sviluppata a scopo di lucro o per realizzare un profitto. Come ha detto un commentatore: "Voglio che l'IA faccia il bucato e i piatti in modo che io possa fare arte e scrivere, non che l'IA faccia la mia arte e la mia scrittura in modo che io possa fare il bucato e lavare i piatti". I manager stanno introducendo l'IA per "semplificare i problemi di gestione a scapito di cose per cui molte persone non pensano che l'IA dovrebbe essere utilizzata, come il lavoro creativo... Se l'IA deve funzionare, deve venire dal basso verso l'alto, altrimenti l'IA sarà inutile per la stragrande maggioranza delle persone sul posto di lavoro".

Invece di sviluppare l'IA per fare profitti, ridurre posti di lavoro e mezzi di sostentamento degli esseri umani, l'IA sotto proprietà e pianificazione comuni potrebbe ridurre le ore di lavoro umano per tutti e liberare gli esseri umani dalla fatica per concentrarsi sul lavoro creativo che solo l'intelligenza umana può fornire. Ricordate che il "Santo Graal" era una finzione vittoriana e in seguito anche di Dan Brown.

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21/09/2024

Embargo tecnologico alla Cina, un fallimento annunciato

L’embargo tecnologico sul digitale nei confronti della Cina, promosso da USA e UE, si sta palesando come un fallimento clamoroso. Ne sono testimonianza, su tutte, le performance delle due aziende capofila per quanto riguarda l’hardware ed il software, ovvero Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) e Huawei.

Per inciso, si tratta di aziende capitalistiche di diritto privato, tuttavia la prima è riconducibile per il 100% allo Stato, tramite vari enti (ministeri, fondi, aziende di stato), mentre la seconda è di proprietà per l’1% circa del fondatore Ren Zhengfei e per il restante 99% circa dei lavoratori tramite la loro associazione Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee. La logica che regola la loro governance e la distribuzione degli utili, pertanto, è molto diversa dalle aziende capitalistiche occidentali.

“Diventeranno come mattoni” si diceva degli smartphone di Huawei, non molto nascostamente, fra le teste d’uovo delle big tech della California, allorquando l’amministrazione Trump ordinò di disconnetterne i dispositivi dagli app store di Google incorporato nel sistema operativo Android. Nel mentre, la Vicepresidente Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhenfei, era in arresto in Canada, su ordine degli USA e vi rimarrà per circa tre anni.

Ora quei tempi sembrano lontanissimi. Dopo qualche anno duro, infatti, Huawei si è rilanciata dapprima diversificando i propri settori d’intervento sia nell’hardware che nel software, poi rilanciando clamorosamente anche il settore degli smartphone.

L’azienda di Shenzen, infatti, è stata in grado di sviluppare un proprio sistema operativo, HarmonyOS, utilizzato non solo negli smartphone, ma anche, ad esempio, nell’automotive elettrico, dove ha siglato, con alcuni produttori, la Harmony Intelligent Mobility Alliance, un’alleanza industriale nell’ambito della quale fornisce supporto nel design delle automobili, nella catena di fornitura e nell’ecosistema dei software di bordo.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, Huwaei, oltre ad essere stata designata dallo stesso colosso nVidia come proprio competitore nel design di GPU e CPU ad essa dedicati, si sta distinguendo nel cosiddetto Internet of Things. Ad esempio, nel 2021 ha lanciato il progetto MineHarmony, che applica l’intelligenza artificiale nel settore minerario, contribuendo a minimizzare l’impatto ambientale e diminuire gli incidenti sul lavoro.

Tornando agli smartphone, è stato annunciato il lancio del nuovo modello Mate XT, il primo al mondo pieghevole a fisarmonica, dotato di tre schermi, che quando viene allungato totalmente ne formano uno solo, diventando simile ad un tablet.

Tale modello ha già 4 milioni di pre-ordini ed è stato annunciato in concomitanza con il lancio del nuovo modello di iPhone della Apple, destinato, secondo molti analisti, ad un flop inesorabile in Cina, in quanto le funzionalità d’intelligenza artificiale che mette a disposizione, oltre a non essere disponibili attualmente in lingua cinese, probabilmente non lo saranno mai, perché, essendo basati sui modelli di ChatGpt, difficilmente verranno autorizzati dal Ministero della Scienza e della Tecnologia cinese; sia per motivi intrinseci, sia come risposta all’embargo tecnologico da parte degli USA.

Così la Apple, che già è scesa al sesto posto nelle classifiche di vendita in Cina, sembra destinata a sprofondare ulteriormente in quello che costituisce circa il 20% del proprio mercato di sbocco, non molto sotto l’Europa (si ricorda che solo pochi anni fa, la commercializzazione dei nuovi iPhone scatenava nelle maggiori città cinesi le stesse file lunghissime agli store e le stesse reazioni isteriche che scatenava nei consumatori occidentali).

Allo stesso tempo, Huawei ha visto un aumento del 72% di vendite nei primi cinque mesi del 2024 e sembra destinata ad allargare la forbice con il colosso di Cupertino, con utili e ricavi che si dirigono verso la doppia cifra di miliardi di euro. Da redistribuire in parte fra gli azionisti, ovvero, per il 99%, ai lavoratori.

In fin dei conti, pertanto, l’embargo tecnologico nei confronti di Huawei ha finito per rafforzarla ai danni di Apple e, probabilmente, fra poco anche di nVidia. Classico caso di reazionari “che sollevano massi, che poi ricadranno sui propri piedi”.

Da sottolineare che tutti i successi tecnologici fin qui descritti sarebbero stati impossibili se il XVIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2012 non avesse messo fra le priorità strategiche assolute la costruzione di un’infrastruttura internet “nazionale”, indipendente dalla Silicon Valley.

In poco più di un decennio, il web cinese è passato dall’essere una bruttissima copia di quello americano, all’avere server fisici, browser, motori di ricerca, social network e app per smartphone, big tech (rigorosamente regolamentate, chiedere a Jack Ma) tutti propri, alcuni dei quali spopolano anche in Occidente.

Passando a SMCI, azienda produttrice di chip a semiconduttori, che sono la base di tutti i dispositivi elettronici, a suonare il campanello d’allarme per USA, Giappone e UE è Hiroharu Shimizu, Amministratore Delegato di TechanaLye, società di ricerca sui semiconduttori che smonta 100 dispositivi elettronici all’anno e li esamina, dalle colonne del giornale Nikkei Asia.

Il dirigente d’azienda ha parlato del confronto effettuato fra un modello di smartphone di Huawei, il Pura 70 Pro, rilasciato nell’aprile 2021, prodotto con tecnologia Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), azienda taiwanese leader mondiale nella produzione di chip, con il più recente modello di Huawei messo in commercio, equipaggiato con cpu Kirin 9010, prodotto con tecnologia SMIC.

Sebbene a SMIC sia impedito dalle sanzioni USA l’accesso alle tecnologie per produrre chip a 5 nanometri, come quelli del Pura 70 Pro di 3 anni fa, e sia, pertanto ferma ai 7 nanometri del Kirin 9010, Shimizu ha concluso che le prestazioni fra i due processori siano comparabili; pertanto SMIC si trova a soli tre anni di divario da TSMC. Con la differenza sostanziale che l’86% di tutti i chip del Kirin 9010 sono prodotto in Cina, pertanto quasi tutta la filiera produttiva è internalizzata e messa al sicuro.

Invece, i modelli prodotti con tecnologia TSMC, ovvero praticamente tutti i modelli occidentali, hanno la filiera sparsa in giro per il mondo, con tutte le incertezze che ne conseguono dati gli scenari geopolitici attuali. Incertezze che potrebbero essere aumentate in maniera decisiva, specialmente quando si passa per Taiwan, dopo l’attentato terroristico messo in atto dal regime sionista contro Hezbollah nei giorni scorsi, con la complicità, appunto, di un’azienda tech dell’isola.

L’ultima mossa messa in atto dagli USA per fermare SMIC è la minaccia di sanzionare l’azienda olandese ASML, affinché non rispetti il contratto con la SMIC stessa, che le impone di riparare le macchine litografiche fornitele a suo tempo. A proposito di “ordine mondiale basato sulle regole”.

Le macchine litografiche sono i mezzi di produzione dei chip, che la Cina non sarebbe ancora in grado di produrre da se. In questo caso parliamo di una tecnica litografica risalente a 5 anni fa, poiché le ultimissime tecniche già sono interdette.

Il mezzo che gli USA stanno utilizzando nel loro ricatto è il Foreign Direct Product Rules (FDPR), legge del 1959 con la quale, in maniera arbitraria, il Dipartimento del Commercio si arroga il diritto di poter stoppare la vendita sul mercato internazionale di qualsiasi prodotto in cui anche un solo bullone sia made in USA. L’Amministrazione Trump provò ad utilizzare questa legge nel 2020 per bloccare del tutto la fornitura di chip a Huwei, ma in quel caso TSMC era troppo grande ed importante per soggiacere ad una tale imposizione.

Per ASML, aderire a queste limitazioni significherebbe suicidarsi, in quanto la Cina è il 50% del suo mercato. Tuttavia, mentre il precedente governo olandese sembrava voler provare ad opporre resistenza, quello attuale sembra invece orientato a ritirare le licenze ad ASML per effettuare le riparazioni che dovrebbe effettuare da contratto stipulato, minando per l’ennesima volta l’elemento fiduciario che c’è alla base delle catene del valore sparse in tutto il mondo.

Paradossalmente, tutte queste sanzioni ed imposizioni, oltre a rivelarsi, come visto, o del tutto fallimentari o solo un intralcio momentaneo, fanno il gioco di Pechino a più ampio spettro. Infatti, l’idea di globalizzazione basata sulla cooperazione win – win, su filiere produttive sicure e sulla fiducia reciproca basata sul regole vere, che incardina la Belt and Road Initiative guadagna veramente terreno e credibilità rispetto all’inaffidabilità, all’unilateralismo, all’attitudine all’interferenza negli affari altrui e, ultimamente, addirittura alla pericolosità dell’ordinamento monetario e produttivo mondiale forgiato dall’imperialismo.

La sfida, per Pechino, sarà gestire una lunga fase di disaccoppiamento tecnologico e di filiere produttive che l’imperialismo vuole imporle e nel corso del quale cercherà di minare l’ascesa cinese con ogni mezzo, guerra compresa.

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23/09/2023

La Cina azzera l’export di terre rare

La scelta statunitense di aprire una guerra commerciale contro la Cina, per impedirle di avere e produrre in proprio i microchip indispensabili per una lista infinita di prodotti elettronici ha partorito una conseguenza suicida per l’industria occidentale, ma non sorprendente.

Dopo aver introdotto, a luglio, nuove misure di controllo alle esportazioni di gallio e germanio, ad agosto la Cina ha effettivamente azzerato le vendite all’estero di prodotti lavorati contenenti i due metalli.

A luglio le esportazioni cinesi di germanio erano state di 8,6 tonnellate, mentre quelle del gallio avevano raggiunto le 5,1 tonnellate. Piccoli quantitativi, a prima vista, ma relativi a due metalli usati soprattutto per la fabbricazione di microchip.

La misura appare esplicitamente una ritorsione – arrivata dopo un anno – per la decisione statunitense di vietare la vendita alla Cina di “stampanti per microchip” (un oligopolio di fatti in mano a una manciata di aziende taiwanesi e olandesi).

Ciò nonostante, già a giugno di quest’anno Huawei ha lanciato sul mercato uno smartphone di alta gamma – il Mate 60 – contenente un chip “impossibile”.

È da ricordare che Huawei ha una struttura azionaria davvero particolare, essendo al 99% teoricamente di proprietà dei lavoratori attraverso il comitato sindacale Huawei Investment & Holding Company Trade Union Committee (che distribuisce loro parte degli utili, per contratto), mentre solo l’1% è in mano al fondatore Zhengfei (la cui figlia Meng Huanzou, nonché amministratrice finanziaria, era stata arrestata in Canada su mandato Usa nel 2018).

Di fatto, se gli Usa miravano a rallentare lo sviluppo industriale cinese bloccando l’accesso ai mezzi di produzione ad hoc, Pechino restituisce il favore facendo venire a mancare due delle materie prime fondamentali per l'industria dei semiconduttori.

Le nuove regole stabilite dal governo cinese, peraltro, non sono formulate come un divieto esplicito, ma semplicemente come un obbligo per le aziende esportatrici di gallio e germanio di ottenere una licenza speciale per l’esportazione di tecnologie dual use, civile e militare.

Vedremo nel prossimo mese se questo “blocco” sarà totale o costituisce soltanto una strozzatura temporanea che rallenta l’immissione sul mercato mondiale di quei due metalli, visto che i tempi di concessione della “licenza” si aggirano appunto sui due mesi.

Peraltro lo stop arriva dopo un periodo di straordinario aumento delle esportazioni relative. Nei primi otto mesi del 2023, nonostante i due mesi a zero, l’aumento delle esportazioni di germanio erano cresciute del 58%.

I due metalli sono due semiconduttori, non particolarmente rari, ma dai costi di produzione proibitivi.

La Cina, da sola, produce il 60% del germanio mondiale, mentre il resto viene spartito tra Canada, Finlandia, Russia e Usa. Peggio ancora per il gallio, la cui quota cinese supera l’80% del totale. In tutta Europa, per dire, c’è solo uno stabilimento in grado di produrlo, la belga Umicore.

Come si vede, passando dalle “ambizioni” ai fatti (anche puramente produttivi ed economici) l’egemonia imperialista occidentale sul mondo scopre ad ogni passo che gli sta crollando il terreno sotto i piedi. O, come diceva già Mao Zedong, “i reazionari alzano pietre al cielo per lasciarsele ricadere sui piedi”.

Fonte

07/09/2023

La lotta dei semiconduttori: Huawei e SMIC tornano in campo?

Huawei annuncia un nuovo modello di cellulare 5g, con un nuovo processore che bypassa le sanzioni americane. Cosa vuol dire?

Huawei e le sanzioni

Innanzitutto, ricordiamo che Huawei è uno dei campioni industriali cinesi protetti dallo stato. È inoltre un’azienda con un sistema di proprietà peculiare: il 99% delle azioni sono di proprietà dei dipendenti e questo pacchetto azionario è gestito da un comitato di gestione del sindacato ufficiale ACFTU, mentre il fondatore Ren Zhengfei ha solo l’1% delle azioni e “solo” il potere di veto su alcune operazioni strategiche.

Huawei era riuscita a convivere con le sanzioni ad hoc imposte dal Presidente degli USA Trump mentre ha subito decisamente l’ampliamento delle sanzioni emesso da Biden. Secondo le dichiarazioni della stessa compagnia cinese, la combinazione di covid, inflazione e sanzioni aveva portato nel 2022 a un calo del 69% dei profitti netti.

Nel luglio 2020 Huawei era arrivata a contare il 10,75% delle vendite globali di telefoni cellulari, man mano calato fino al 4% di agosto 2023. Va pur detto che ad agosto 2023 le vendite di Xiaomi, Oppo e Vivo sono state rispettivamente all’11,9%, al 5,85% e al 5,37% (Dati Statcounter).

Aldilà della quota di mercato occupata dalle imprese cinesi, il punto delle sanzioni è stato quello di bloccare l’accesso cinese alle tecnologie all’avanguardia, tra cui quelle dei semiconduttori per la costruzione dei chip, in cui l’uso per i telefoni è solo l’applicazione più vicina alla vita di tutti i giorni.

L’avanzamento tecnologico dei chip è vitale per la concorrenza in tutti i settori su cui si sta sviluppando l’ipercompetizione: dalla cosiddetta intelligenza artificiale alla corsa allo spazio passando per le tecnologie cosiddette verdi.

Le sanzioni del 2022 nominano esplicitamente tre dimensioni limite dei chip a cui si voleva impedire l’accesso ai cinesi: chip logici sotto i 16 o 14 nanometri, chip di memoria DRAM sotto i 18nm, chip di memoria NAND flash con più di 128 strati.

Qual è la novità?

Fino al 2018, Huawei e le altre aziende hanno usato, in gran parte, chip di produzione taiwanese, in particolare della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, campione industriale privato sostenuto con forza dal governo di Taipei.

Quando sono cominciate le sanzioni nel 2018, la risposta cinese è stata la creazione di China Integrated Circuit Industry Investment Fund, che ha acquisito parte della proprietà della Semiconductor Manufacturing International Corporation (Smic), azienda pubblica fondata nel 2000.

La notizia del momento è che Huawei ha annunciato il nuovo modello MATE 60 pro che monta un processore KIRIN 9000 prodotto da SMIC con litografia a 7nm e processo N+2. Fino a pochi mesi fa si considerava che per il 2023 SMIC sarebbe riuscita a produrre chip da 12 nanometri e che il passaggio ai 7 nanometri sarebbe stato per il 2024.

Per fare un paragone, Apple ha usato sui suoi prodotti il chip da 7nm dal 2018 per poi passare a 5 nm nel 2021 e 4 nm nel 2022. Ad agosto è stato annunciato un contratto tra Apple e TMSC per scendere fino a 3nm per il prossimo modello di iPhone.

L’annuncio di Huawei è stato confermato da Bloomberg che ha affidato una perizia a TechInsights. Quindi, fonti senza nessun motivo ideologico confermano che SMIC ha superato una soglia tecnologica critica nonostante le sanzioni.

Rimangono aperte alcune domande

In primis, non solo cosa può produrre SMIC, ma quanto può produrre SMIC. Il nuovo modello della Huawei è andato immediatamente sold out. Questo potrebbe significare che la capacità di produzione sia relativamente bassa. Per avere un’indicazione realistica, non ci resta che aspettare e vedere quanto presto torneranno in produzione i MATE 60 pro e quanti ne verranno venduti

In secundis, bisogna valutare quanto questa produzione sia autarchica. Intendiamoci: in questo momento non esiste la possibilità di essere totalmente indipendenti in questo tipo di produzioni. La complessità della produzione richiede decine di fornitori sparsi per tutto il pianeta, la stessa Cina è fornitrice di materie prime e componenti usate nelle operazioni taiwanesi o degli occidentali.

Esistono alcuni colli di bottiglia, come le macchine per la litografia DUV e EUV. L’olandese ASML è una delle principali aziende di riferimento la litografia DUV (insieme alle giapponesi Nikon e Canon, la danese Nil Technology), mentre è monopolista delle macchine per la litografia EUV, tanto che gli USA hanno dovuto esercitare una grande pressione per ottenere l’adesione alle sanzioni da parte dell’Olanda.

Sappiamo dal report di TechInsights che per la produzione del KIRIN 9000 è stata usata la tecnologia DUV. Attualmente per scendere sotto la soglia dei 7nm gli altri produttori usano la tecnologia EUV, che ASML non dovrebbe poter vendere ai cinesi.

Certo, sappiamo che anche le merci sottoposte a sanzioni più stringenti trovano la via per muoversi, così come il gas russo trova la via per i paesi occidentali tramite intermediari indiani o kirgizi. Però significa che i costi per sfondare la soglia dei 7nm si alzano per la Cina, mentre i tempi si allungano.

Tra le varie misure per guadagnare indipendenza tecnologica c’è anche lo sviluppo della tecnologica EUV. Huawei ha brevettato nel 2022 alcune parti necessarie per arrivare alla litografia EUV, ma si tratta di replicare un processo di ricerca che, dai primi passi degli anni ’90 alla commercializzazione degli anni ’10, ha richiesta la cooperazione tra decine di soggetti privati e pubblici USA, europei e giapponesi.

Sicuramente sentiremo molte notizie dalla Cina sulla tecnologia EUV, ma bisognerà vedere di quanto si avvicineranno realmente alla produzione industriale.

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01/01/2022

Biden e lo schiaffo degli F-35

La recente cancellazione da parte del governo degli Emirati Arabi Uniti (EAU) di un contratto di acquisto per 50 aerei da guerra F-35 americani ha rappresentato un evento con pochi o nessun precedente e potrebbe avere in futuro riflessi non indifferenti sulla proiezione degli interessi strategici degli Stati Uniti a livello planetario. Ufficialmente, la questione è ancora oggetto di negoziati tra i due paesi, ma la ferma presa di posizione di un regime altrimenti prudente, come quello di Abu Dhabi, consegna l’eventuale risoluzione della disputa nelle mani della Casa Bianca. Per l’amministrazione Biden non sembrano esserci però vie d’uscita “morbide”, soprattutto perché l’oggetto della contesa sui caccia della Lockheed Martin è in fin dei conti la Cina e la penetrazione dell’influenza di Pechino nei paesi alleati di Washington.

L’affare da 23 miliardi di dollari era stato approvato l’ultimo giorno della presidenza Trump e includeva anche la vendita di 18 droni armati MQ-9B, di fabbricazione della compagnia General Atomics. Il contratto era soggetto alla revisione dell’amministrazione democratica entrante che, malgrado la retorica dei diritti umani e gli scrupoli per la guerra in corso nello Yemen, aveva deciso di ratificarlo. Gli Emirati Arabi avevano a lungo insistito con gli USA per ottenere gli F-35 e altrettanto a lungo c’erano state resistenze per svariate ragioni.

La prima era la necessità di continuare a garantire la supremazia militare di Israele in Medio Oriente. Questo timore era stato superato dopo la stipula dei cosiddetti “Accordi di Abramo” promossi da Trump, con la normalizzazione cioè dei rapporti diplomatici tra Tel Aviv e una manciata di paesi arabi, tra cui appunto gli Emirati. A spingere Biden verso l’OK alla vendita degli F-35 ad Abu Dhabi era stato anche il relativo complicarsi delle relazioni con l’Arabia Saudita. Le frizioni con Riyadh hanno in qualche modo richiesto il consolidamento con l’altra potenza sunnita del Golfo e il via libera alla fornitura degli F-35 è stato il riconoscimento dell’importanza crescente degli Emirati per Washington.

Nella nota ufficiale indirizzata agli Stati Uniti, il governo di Abu Dhabi ha spiegato che a motivare la sospensione dell’ordine per i velivoli militari di Lockheed sono stati alcuni fattori, tra cui le richieste americane di carattere “tecnico”, le restrizioni operative, che avrebbero sollevato questioni di “sovranità”, e l’analisi “costi-benefici” dell’affare. Come ha spiegato un approfondimento sulla vicenda pubblicato nei giorni scorsi dalla testata on-line Asia Times, nonostante la disponibilità degli F-35 costituisca un elemento “di forza, di prestigio” e testimoni dei “rapporti stretti con gli USA”, nella decisione degli Emirati hanno prevalso questioni di diversa natura.

Abu Dhabi ha optato così per l’acquisto di 80 caccia Rafale della francese Dassault, la quale, com’è evidente, non imporrà vincoli simili a quelli previsti dal contratto americano. L’accordo emiratino-francese, annunciato prima dello stop all’acquisto degli F-35, vale circa 19 miliardi di dollari e include anche 12 elicotteri H225M. I Rafale andranno a rimpiazzare la sessantina di vecchi Mirage-2000 che fanno parte della flotta degli Emirati.

In merito alle condizioni previste dalla vendita degli F-35, ci sono in effetti elementi che sollevano più di una perplessità per gli acquirenti. Gli aerei sono collegati a un software di monitoraggio controllato dalla casa costruttrice. La ragione di ciò dovrebbe essere la velocizzazione delle operazioni di manutenzione e riparazione, dal momento che Lockheed è in grado di verificare le necessità dei velivoli ben prima degli stessi utilizzatori. In questo modo, però, Lockheed ha a disposizione informazioni dettagliate sull’impiego degli F-35 e, soprattutto, è teoricamente in grado anche di bloccare da remoto qualsiasi aeromobile in ogni angolo del pianeta. Vista la collaborazione tra Lockheed e le forze armate americane, è chiaro che le facoltà di controllo sugli F-35 della prima possono essere passate in sostanza alle seconde, con tutte le conseguenze del caso in termini di sicurezza nazionale per i paesi acquirenti.

Un altro aspetto da considerare è il diverso grado di potenzialità che gli F-35 hanno a seconda dell’utilizzatore. Questi aerei possono presentare serie limitazioni per quanto riguarda le funzioni che sono teoricamente in grado di svolgere. Il già ricordato articolo di Asia Times spiega che i paesi dotati degli F-35 potrebbero ad esempio essere esclusi dalla possibilità di montare determinate armi e ciò dipende dagli accordi stipulati con Lockheed. In definitiva, anche in questo caso la questione consiste in una sorta di potere di veto in mano al governo USA, da esercitare in base ai propri interessi militari e strategici.

Per la maggior parte degli analisti, tuttavia, il vero nodo della contesa tra USA e EAU sugli F-35 è da ricercare nel peso crescente della Cina per lo sviluppo tecnologico del paese del Golfo Persico. La questione non riguarda tanto gli F-35 o l’ambito militare, ma piuttosto il quadro generale, segnato oltretutto da una crescente proficua collaborazione tra Abu Dhabi e Pechino che riguarda anche l’economia, le infrastrutture e gli scambi commerciali. Il ruolo di Huawei è in questo senso cruciale se si pensa alla guerra condotta da Trump prima e ora da Biden contro il gigante cinese delle telecomunicazioni.

Huawei sta sviluppando la rete 5G degli Emirati in base a un accordo firmato nel 2019 e su questo paese come in molti altri gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni e continuano a esercitarle per arrivare all’emarginazione della compagnia cinese. Il tutto citando rischi tutt’altro che reali per la sicurezza propria e dei loro alleati. La vendita degli F-35 agli Emirati era stata vincolata alla liquidazione di Huawei, ma il governo di Abu Dhabi, a differenza di molti altri paesi, ha non solo opposto resistenza ma, con una decisione mai presa prima da un alleato americano, ha esso stesso rinunciato agli aerei da guerra di Lockheed. Nemmeno la contesa sugli stessi velivoli tra USA e Turchia ha avuto questo rilievo, poiché l’esclusione di Ankara dal programma degli F-35 era stato deciso da Washington, e non dal paese acquirente, in seguito alla fornitura voluta da Erdogan del sistema difensivo anti-aereo russo S-400.

Un altro particolare sembra attestare la fermezza dell’iniziativa degli Emirati. Una delegazione di alto livello di questo paese era arrivata a Washington il 15 dicembre, ovvero il giorno successivo all’annuncio della sospensione del contratto per gli F-35. Se Abu Dhabi si aspettava margini di trattativa con gli Stati Uniti, è improbabile che avrebbe preso pubblicamente una decisione così importante in quel momento. Questa considerazione conferma appunto la risolutezza del paese del Golfo e, allo stesso tempo, suggerisce una certa sfiducia nell’eventualità che l’amministrazione Biden allenti i vincoli imposti alla vendita degli F-35. Infatti, nelle dichiarazioni ufficiali seguite all’annuncio degli Emirati, il portavoce del Pentagono ha sì prospettato un’intesa sul contratto, ma ha alla fine ribadito che le “condizioni [americane] non possono essere cambiate”.

Per il regime degli Emirati si è trattato ad ogni modo di una decisione ponderata e giunta dopo un’attenta valutazione dei vantaggi derivanti da una scelta che, se favorevole agli Stati Uniti, avrebbe potuto mettere in pericolo o, quanto meno, rallentare progetti di sviluppo dipendenti in buona parte ormai dalla partnership con Pechino. Abu Dhabi aveva oltretutto già dovuto bloccare la costruzione di un importante polo logistico portuale, frutto appunto della collaborazione con la Cina, a causa delle pressioni americane.

Tutta la vicenda contribuisce a confermare la parabola discendente dell’influenza degli Stati Uniti nelle aree strategicamente più importanti del pianeta. Se l’affare degli F-35 con gli Emirati Arabi resta ufficialmente ancora in sospeso, qualunque sia l’esito la posizione americana in Medio Oriente e non solo risulterà indebolita, a tutto vantaggio soprattutto di Pechino. Se Washington dovesse impuntarsi, svanirebbe un contratto da 23 miliardi di dollari e la solidità dell’alleanza con gli EAU potrebbe essere messa in discussione, con pesanti conseguenze sia di carattere strategico sia elettorale per un’amministrazione Biden già in affanno sul fronte interno.

Se, al contrario, gli USA dovessero cedere e accontentare le richieste di Abu Dhabi, tra cui la salvaguardia della partnership con Huawei, la credibilità americana crollerebbe ulteriormente e le armi a disposizione per costringere gli alleati a sganciarsi dalla Cina diventerebbero ancora più spuntate. Anche se per ora rimane un’eccezione o quasi, la resistenza degli Emirati Arabi rischia in definitiva di diventare un esempio per altri paesi, sempre più frequentemente costretti a scegliere, loro malgrado, tra un’alleanza esclusiva con Washington e le prospettive di crescita economica, commerciale e tecnologica offerte da Pechino.

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28/09/2020

Cina - Pechino si smarca dall'high-tech USA

Il 23 settembre l’azienda cinese Lenovo, leader mondiale nella produzione di computer, ex divisione pc di IBM acquistata dai cinesi, ha annunciato un’espansione globale del suo portafoglio Gnu/Linux, estendendo il programma di certificazione annunciato a giugno ad una gamma ampia dei suoi prodotti.

In precedenza l’offerta di computer (laptop e desktop) con preinstallato e certificato il Sistema Operativo Gnu/Linux, era riservata, tramite offerte personalizzate, solo alle aziende. Adesso, direttamente dal sito lenovo.com, gli utenti finali possono scegliere tra 30 dispositivi con Gnu/Linux preinstallato.

Tra essi ci sono 13 modelli di ThinkStation e ThinkPad serie P e altri 14 laptop ThinkPad serie T, X, X1 e L. Tutti questi dispositivi, ad eccezione della serie L, avranno preinstallata la versione 20.04 LTS di Ubuntu. L’istallazione sarà certificata da Lenovo. Ciò vuol dire che la compatibilità tra l’hardware e il software sarà garantita al 100%.

Igor Bergman, Vicepresidente di PCSD Software & Cloud presso Lenovo, ha affermato che «l’intenzione dell’azienda è di rimuovere la complessità e fornire alla comunità Gnu/Linux l’esperienza Premium per la quale i nostri clienti ci conoscono».

Canonical, l’azienda Sudafricana, registrata nell’Isola di Man, con dipendenti in tutto il mondo e senza una sede operativa – se si escludono uffici di rappresentanza a Londra e a Taipei – rilascia Ubuntu, la distribuzione di Gnu/Linux più diffusa al mondo. Si tratta di una distribuzione relativamente giovane (2004) basata su Debian.

Debian esiste sin dal 1993 e, inseme a Red Hat (da poco acquistata da IBM), costituisce una delle distribuzione storiche più solide del sistema operativo Gnu/Linux.

Dean Henrichsmeyer, VP of Engineering di Canonical, ha dichiarato che «la collaborazione con Lenovo consente alle aziende di fornire ai propri dipendenti la garanzia di stabilità a lungo termine, maggiore sicurezza e una gestione IT semplificata».

Non è la prima volta che una major prova a lanciare sul mercato un computer con preinstallato Gnu/Linux. Alcuni anni fa ci aveva provato HP, con scarso successo. Qualche anno prima vi si era cimentata anche Asus (e Acer) con il netbook eeepc, con preinstallato Xandros e Meego, ma anche in questo caso qualcosa non andò per il verso giusto e il prodotto non riscosse l’approvazione del pubblico.

Dopo le tensioni commerciali tra Usa e Cina, che hanno riguardato il sistema operativo per smartphone, Android, e il recente conflitto che ha visto come protagonisti TikTok e WeChat, lo scenario è molto cambiato.

La stessa Huawei, interessata dal conflitto, il 24 maggio 2019 ha depositato presso l’EUIPO (European Intellectual Proporty Office) la domanda 018070796 per il Trade Mark «Ark OS™», e la domanda 018070797 per il Trade Mark «Huawei Ark OS™». Nel caso il conflitto con gli Usa dovesse degenerare Huawei ha pronto un nuovo sistema Operativo (OS) che si chiamerà «Ark OS™», oppure «Huawei Ark OS™».

Siamo alle schermaglie iniziali di una guerra commerciale che riserverà sicuramente delle sorprese.

Per quanto riguarda il software di base (sistema operativo) i cinesi non sono in grado oggi di fornire una valida alternativa alle soluzioni occidentali. Il problema non riguarda soltanto la scrittura di un sistema autonomo, impresa che i cinesi potrebbero anche essere in grado di affrontare da soli.

Un sistema operativo agisce come una valuta o come una lingua franca. Per funzionare deve imporsi come strumento dominante nelle transazioni globali. Non è sufficiente che il sistema funzioni, è necessario che esso diventi il sistema accettato come standard (dollar standard) nelle transazioni globali. È necessario che esso diventi la lingua comune con la quale rammendiamo i frammenti della nostra quotidianità.

E non è detto che i cinesi non riescano a fare con l’inglese ciò che i romani fecero con il greco.

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15/07/2020

Gran Bretagna - Johnson obbedisce a Trump e scarica Huawei

Il mondo globalizzato non esiste più da qualche anno e si va sempre più delineando un quadro conflittuale tra grandi potenze, egemoni su macroaree. Su cui premono per espellere i competitori usando tutti gli strumenti – e sono davvero molti – a loro disposizione.

Ultima prova: la Gran Bretagna ha deciso di escludere completamente Huawei dalle reti infrastrutturali britanniche. Il ministro della Cultura Oliver Dowden, che ne dato l’annuncio parlando in Parlamento, ha ordinato che da fine 2020 gli operatori non potranno più acquistare apparecchiature da Huawei e avranno fino al 2027 per eliminare le apparecchiature dell’azienda dalle reti 4G e 3G, oltre a quelle già installate per il 5G.

Non si tratta dunque del semplice stop al 5G, di cui si discuteva da tempo, ma dello sradicamento della presenza del colosso cinese nella “perfida Albione”.

La decisione arriva ovviamente in seguito alla pressione Usa, che la stanno esercitando anche su tutti gli altri alleati-competitori europei (in primis Germania e Italia). E qui sono stati usati strumenti che non si vedevano all’opera da decenni.

Anche se la “relazione speciale” esistente tra Regno Unito e la ex colonia britannica chiamata Usa non è mai venuta meno, negli ultimi decenni la “globalizzazione” aveva facilitato la sottoscrizione di contratti giganteschi con fornitori e investitori che potevano far valere prezzi bassi, tecnologie di qualità e soldi cash. La Cina, insomma.

Tra il 2013 e il 2015, l’allora premier George Osborne firmò accordi commerciali per più di 30 miliardi di sterline, in particolare in occasione della visita di Xi Jinping a Londra. Erano i tempi in cui Li Ka Shing, boss di Hutchinson Whampoa, investiva 10 miliardi di sterline per l’acquisto della compagnia telefonica O2. E la Repubblica Cinese si impegnava ad acquisire una quota della futura centrale nucleare di Hinkley Point, nel Somerset, per 6 miliardi.

L’interscambio commerciale tra i due paesi era decollato, al punto che per Londra (era il periodo di David Cameron) il rapporto con l’Unione Europea sembrava meno importante, dando avvio al processo di “allentamento dei rapporti” poi sfociato nella Brexit.

Ma il peso della Gran Bretagna, pur elevato, non è certo più quello ante seconda guerra mondiale. E in un progressivo confronto competitivo tra le tre “potenze” (Usa, Cina, Unione Europea) diventa sempre più stretto il margine entro cui si può giocare in proprio. Bisogna decidere, come paese capitalistico, “da che parte stare”. Che è poi la domanda posta, con la consueta “gentilezza” dal ministro degli esteri Usa, ed ex capo della Cia, Mike Pompeo, soltanto un mese fa, al febbricitante Boris Johnson.

Ancora più brutalmente, Donald Trump aveva minacciato di espellere Londra dal sistema “Five Eyes” – cooperazione tra servizi segreti di Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito – se Huawei avesse continuato a svilupparsi in Gran Bretagna.

Dunque non c’è nessuna ragione economica o tecnologica al fondo della attuale scelta inglese. E infatti solo l’accusa di “spionaggio” fatta nei confronti di Huawei e del governo cinese (accusa unilaterale e senza fornire un solo straccio di prova) dà la dimensione di una scelta politica e geostrategica.

Si vanno costruendo blocchi economico-militari, rompendo quel che resta del “libero commercio mondiale”. La crisi fatta esplodere – non “provocata” – dal Covid-19 sta accelerando questi processi, come vediamo anche nella politica italiana (ogni contrapposizione viene giocata per estromettere dal governo e comunque liquefare i Cinque Stelle, considerati chissà perché “meno affidabili” di tutti gli altri partiti presenti in Parlamento).

A malincuore, scrive stamattina il Global Times – tabloid in lingua inglese considerato organo ufficiale del Partito Comunista Cinese – “È necessario che la Cina contrattacchi alla Gran Bretagna, altrimenti non saremmo troppo facili da bullizzare? La rappresaglia dovrebbe essere pubblica e dolorosa per il Regno Unito”, anche se “non è necessario trasformarla in uno scontro tra Cina e Gran Bretagna”.

È chiarissimo il tentativo di rallentare l’escalation delle ritorsioni, ma è inevitabile che, se un Paese ti prende a schiaffi rompendo i contratti sottoscritti, non puoi far finta di nulla.

“Sul lungo periodo, il Regno Unito non ha ragioni per mettersi contro la Cina, con la questione di Hong Kong che sta svanendo”. Va ricordato che proprio Londra, per incrementare la portata delle proteste nell’enclave diventata centro finanziario mondiale di prima grandezza, aveva modificato il regime dei permessi di soggiorno per i cittadini di Hong Kong, portandoli da sei mesi a 5 anni, con la garanzia della concessione della cittadinanza britannica alla scadenza. Ma l’evoluzione della situazione nella ex colonia non incoraggia certo altre “ritorsioni” occidentali.

Perciò la Cina può segnalare con molta forza la propria incazzatura. Il bando su Huawei “non riguarda un’azienda o un’industria, ma è una questione che è stata altamente politicizzata”, ha scandito la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying. La questione “minaccia la sicurezza degli investimenti cinesi nel Regno Unito e crea un problema che riguarda la nostra fiducia nel mercato britannico”.

Per la Gran Bretagna i problemi cominciano ora, ancora prima della “dolorosa rappresaglia” cinese. La disinstallazione delle apparecchiature Huawei – considerate dai tecnici le più efficienti e meno costose – non sarà un pranzo di gala.

A gennaio Londra aveva dato a Huawei un accesso limitato alle reti mobili di quinta generazione permettendo agli operatori di ridurre la quota del kit Huawei nelle parti non core della loro infrastruttura al 35% entro il 2023.

La marcia indietro costa, non soltanto in termini di spesa, ma di ritardo tecnologico. British Telecom e Vodafone UK, per esempio, stimano che per rimpiazzare le apparecchiature Huawei nelle loro reti mobili ci vorranno tra i 5 e i 7 anni.

A sostituirle si candida la svedese Ericsson, ma tutti sanno che non è la stessa cosa.

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