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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2026

Assalto al trono di Nvidia

A prima vista, le cose per Nvidia non potrebbero andare meglio. Il colosso statunitense delle GPU detiene oggi il 92% di questo specifico settore e una quota pari al 70-75% del più complessivo mercato dei chip impiegati nell’ambito IA. Nel 2025, la società fondata da Jensen Huang ha messo a segno ricavi per circa 200 miliardi di dollari (oltre il doppio di quanto fatturato nell’anno precedente), ha ottenuto guadagni per 32 miliardi nel corso di un unico trimestre e può vantare al momento la maggiore capitalizzazione di mercato al mondo (4.600 miliardi di dollari, contro i 3.900 della seconda classificata Apple).

Un dominio quasi inevitabile, per l’azienda che con le sue GPU – processori nati per l’elaborazione grafica dei videogiochi, ma che si sono dimostrati estremamente efficienti per l’addestramento e l’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale – ha reso possibile la rivoluzione del deep learning ed è oggi praticamente l’unica azienda in grado di guadagnare dal complicato, dal punto di vista economico, settore dell’IA generativa.

Il ruolo di Nvidia è talmente centrale che, lo scorso novembre, gli occhi di tutti gli operatori finanziari erano puntati proprio sui suoi risultati trimestrali, perché si temeva che una crescita anche solo leggermente inferiore alle attese avrebbe fatto scoppiare la bolla dell’intelligenza artificiale (pericolo per il momento scongiurato o almeno rinviato).

In questa fase, Nvidia può addirittura farsi carico dell’espansione infrastrutturale del settore dell’IA generativa, essendo diventata il fulcro di un complicatissimo meccanismo di prestiti e finanziamenti che ha ovviamente l’obiettivo finale di vendere un numero sempre maggiore di GPU. Nonostante alcuni inciampi (com’è il caso del promesso investimento in OpenAI, recentemente ritirato), questo meccanismo può essere sintetizzato così: Nvidia presta o investe capitale in startup e grandi sviluppatori di modelli, che utilizzano quei fondi per acquistare infrastruttura di calcolo – spesso proprio GPU Nvidia – alimentando una domanda che in parte contribuisce essa stessa a creare.

Se tutto ciò non bastasse, Jensen Huang ha ultimamente messo in atto la più classica pratica da monopolista della Silicon Valley, iniziando a inglobare le startup che potrebbero in futuro minacciarne la posizione dominante. È il caso del maxi-accordo da 20 miliardi di dollari con cui ha acquistato gli asset tecnologici e ha assunto parte del team di Groq, società che produce chip specializzati – in termini tecnici ASIC – nella fase di inferenza dell’intelligenza artificiale (vale a dire il carico di lavoro svolto durante l’utilizzo dei sistemi generativi).

Basterà tutto ciò a mettere al riparo Nvidia da un numero crescente di concorrenti sempre più agguerriti, che puntano a ridurre la loro dipendenza dalle GPU di Jensen Huang, a produrre chip specializzati dalle prestazioni ancora più elevate (in termini computazionali o di efficienza energetica) e a consentire alla seconda superpotenza tecnologica – la Cina – di liberare tutte le proprie potenzialità?

La minaccia di Google

“C’è la sensazione strategica, tra i clienti e nel mercato complessivo, che la dipendenza da Nvidia, e dai suoi prezzi elevati, debba essere interrotta”, ha spiegato, parlando con El País, l’analista Fernando Maldonado. “Tutti i principali fornitori di servizi cloud stanno progettando i loro specifici chip per compiti differenti. Più in là nel tempo, la quota di mercato di Nvidia potrebbe iniziare a ridursi”.

Dei vari concorrenti che stanno scaldando i motori nessuno è più minaccioso di Google: azienda storicamente leader nel campo dell’intelligenza artificiale, che ha reso possibile l’avvento dei large language model, sviluppando nel 2017 l’architettura Transformer, e che per il loro addestramento sfrutta da sempre una combinazione di GPU Nvidia e delle sue TPU (Tensor Processing Unit), ovvero acceleratori hardware progettati internamente, in collaborazione con Broadcom, e ottimizzati per il calcolo delle reti neurali.

Questa coabitazione di GPU e TPU potrebbe presto giungere al termine: Gemini 3 – il più avanzato large language model di Google – è stato infatti addestrato utilizzando esclusivamente le TPU prodotte dal colosso di Mountain View, prefigurando quindi un futuro in cui Nvidia potrebbe perdere uno dei suoi più importanti clienti. Ma c’è altro: Google ha infatti iniziato a stringere accordi commerciali che consentono a varie società del settore di utilizzare le proprie TPU al posto delle GPU di Nvidia.

Il più importante di questi accordi è stato stipulato a ottobre 2025 e prevede che Anthropic – una delle principali realtà dell’intelligenza artificiale e sviluppatrice di Claude – spenda “decine di miliardi di dollari” per accedere fino a un milione delle TPU di Google. Un accordo simile, ma su scala più ridotta, è stato siglato con la startup Safe Superintelligence (fondata dall’ex di OpenAI Ilya Sutskever).

Fino a oggi, gli sviluppatori di intelligenza artificiale potevano accedere alle TPU soltanto attraverso i data center di proprietà di Google, rendendoli così dipendenti dal suo ecosistema cloud e consentendo una flessibilità molto inferiore rispetto alle GPU di Nvidia, che si acquistano invece fisicamente e poi si sfruttano a piacimento (al netto della lunghissima lista d’attesa). Adesso la situazione è cambiata: Google ha da pochissimo iniziato, secondo le ultime notizie, a vendere direttamente i propri acceleratori.

Tra i clienti troviamo ancora una volta Anthropic (con un acquisto completato da dieci miliardi di dollari e un secondo ordine da 11 miliardi già concordato) e secondo le indiscrezioni anche Meta, che collocherebbe fisicamente le TPU nei propri data center, dove fino a oggi avevano trovato spazio soprattutto le GPU di Nvidia. È questa evoluzione di Google, che si sta quindi trasformando in un vero e proprio produttore di chip, ad aver fatto salire le sue azioni quasi del 50% negli ultimi sei mesi, mentre quelle di Nvidia hanno fatto registrare soltanto un +5%.

“La capitalizzazione di mercato è cresciuta di quasi mille miliardi a partire dall’ottobre scorso, anche grazie alla decisione di Warren Buffett di acquistare 4,9 miliardi di azioni durante il terzo trimestre del 2025 e al più generale entusiasmo di Wall Street per le iniziative di Google nel campo dell’intelligenza artificiale”, si legge su Bloomberg. “Google è sempre stato il vero outsider nella corsa dell’intelligenza artificiale. Un gigante per qualche tempo dormiente, ma che adesso si è pienamente risvegliato”.

Amazon e non solo

Google è sicuramente il rivale più temibile per Nvidia, ma non è l’unico. Ormai da qualche tempo, Amazon (per la precisione AWS) ha iniziato a sviluppare acceleratori per l’intelligenza artificiale – chiamati Trainium – e dall’anno scorso li sta usando nei propri data center, vendendo l’accesso a svariate realtà del settore. Tra queste troviamo ancora una volta Anthropic, la società di “data intelligence” Databricks, l’azienda giapponese di servizi per l’assistenza clienti Karakuri e parecchie altre. Stando alle dichiarazioni del CEO di Amazon Andy Jassy, gli introiti garantiti dai chip Trainium e Graviton (classiche CPU usate internamente in ambito cloud) sono oggi di “circa 10 miliardi di dollari” e crescono “a tripla cifra” anno dopo anno.

Come spiega il New York Times, “sebbene non siano potenti come quelli di Google o Nvidia, Amazon sta installando il doppio dei suoi chip all’interno di ciascun data center, nella speranza di offrire maggiore potenza computazionale usando la stessa quantità di energia” (grazie alla loro migliore efficienza energetica, ndA). Al momento, Anthropic è l’unico vero grande cliente dei Trainium di Amazon, ma in futuro le cose potrebbero cambiare: “Gli esperti ritengono che una partnership di questo calibro possa prefigurare cambiamenti ancor più importanti: quando Anthropic utilizza i chip di Amazon o di Google mostra al resto del mercato che le GPU di Nvidia non sono l’unica opzione”.

Al contrario: le alternative continuano ad aumentare. La CEO di AMD, Lisa Su, aveva annunciato qualche mese fa l’intenzione di centrare la produzione aziendale sull’IA generativa, scommettendo che la “domanda insaziabile di capacità di calcolo” non si sarebbe esaurita nel giro di pochi trimestri. Finora i numeri sembrano darle ragione: la capitalizzazione di mercato di AMD è quasi quadruplicata, superando i 350 miliardi di dollari, e l’azienda ha firmato accordi rilevanti per fornire chip a OpenAI e Oracle.

Anche Broadcom si sta ritagliando uno spazio crescente grazie alla produzione di chip – le cosiddette XPU – progettati per compiti di calcolo specifici, oltre a hardware di rete indispensabile per collegare tra loro i giganteschi rack di server che popolano i data center dell’IA. Intel, uno dei nomi storici della Silicon Valley, ha clamorosamente mancato la prima ondata dell’I Agenerativa, ma sta adesso investendo massicciamente sia nella progettazione sia nella produzione di processori avanzati per i data center, nel tentativo di recuperare terreno. E infine c’è Qualcomm, tradizionalmente associata ai chip per smartphone e automobili, ma che nell’ottobre scorso ha annunciato il lancio di due nuovi acceleratori per l’intelligenza artificiale, l’AI200 e l’AI250, caratterizzati da un’attenzione particolare all’efficienza energetica.

L’ascesa delle startup

La scommessa è quindi duplice: da una parte che la richiesta di processori da utilizzare nell’ambito dell’intelligenza artificiale continuerà ad aumentare; dall’altra che si aprano maggiori opportunità per chi produce hardware specializzato, laddove fino a oggi hanno dominato i processori programmabili e generalisti di Nvidia. “Se si osserva il tasso di crescita del settore, si vede [aumentare la domanda] di hardware specializzato”, ha spiegato Alex Davies, CTO della società finanziaria Jump. “È sempre stato così in tutta la storia dell’ingegneria: si inizia con qualcosa di più generico, poi si cresce a grandissima velocità e alla fine qualcuno capisce che non si può avere un unico prodotto per tutto”.

Fino a questo momento, la versatilità delle GPU ha rappresentato il principale vantaggio di Nvidia, che attraverso la piattaforma software CUDA consente di programmare i suoi processori in base alle specifiche esigenze aziendali, fidelizzando inoltre una vastissima schiera di programmatori. I chip di uso generale hanno però i loro svantaggi: “C’è un costo energetico da pagare, perché ci sono parti del processore che non si utilizzano per ciò che serve ma consumano comunque energia”, ha spiegato ancora Maldonado a El País.

Considerando quanto sta crescendo il mercato, c’è sicuramente spazio per tutte le soluzioni: dai processori generalisti e programmabili di Nvidia fino alle architetture ASIC più specifiche. Nel complesso, si stima che il giro di affari degli acceleratori per sistemi d’intelligenza artificiale dovrebbe crescere del 16% su base annua fino a raggiungere i 604 miliardi di dollari nel 2033: “Certo, Nvidia continuerà a controllare una parte significativa del mercato, ma anche una piccola percentuale può valere miliardi di dollari”, ha spiegato al New York Times l’analista Jordan Nanos.

Mentre i colossi si riorganizzano per aumentare la loro presenza in questo ricchissimo mercato, una serie di startup ambisce a conquistare una fetta della torta, presentando nuove soluzioni: Cerebras è una startup californiana, guidata da Andrew Feldman, che progetta processori creati esclusivamente per l’intelligenza artificiale. Processori, tra l’altro, dalle dimensioni inusuali: “Il nostro chip è grande quanto un piatto da tavola, mentre quello di una GPU ha le dimensioni di un francobollo”, ha spiegato Feldman parlando con l’Economist.

Potrebbe sembrare una mossa controintuitiva, visto che il progresso tecnologico è sempre stato anche una corsa alla miniaturizzazione. Eppure, Cerebras permette di usare un solo, enorme chip laddove con le GPU di Nvidia bisogna collegarne un gran numero. Questo permette alle connessioni tra i vari core presenti nel chip di operare migliaia di volte più rapidamente di quanto avviene con le connessioni tra GPU separate.

Il suo Wafer-Scale Engine 3 (WSE-3) – il più grande chip per IA mai costruito, con circa 4mila miliardi di transistor e 900mila core – è attualmente impiegato da OpenAI (per Codex-Spark, un LLM ottimizzato per la generazione di codice), Mistral, Perplexity e anche dai laboratori scientifici statunitensi (che lo hanno impiegato, per esempio, nell’ambito della “simulazione molecolare dinamica”). Una lista di clienti impressionante, che ha convinto gli investitori a finanziare Cerebras con un miliardo di dollari per una valutazione da 23 miliardi.

Cerebras non è però l’unica startup che partecipa alla grande corsa per ritagliarsi uno spazio nel mondo degli acceleratori per IA. Un’altra realtà californiana, fondata da ex ingegneri di Google, è MatX, che sta sviluppando processori che mirano a fare piazza pulita di tutti gli elementi delle GPU non necessari per l’addestramento degli LLM. In poche parole, MatX punta a creare processori che facciano meno cose, ma in maniera più efficiente. La startup nata nel 2022 ha appena raccolto oltre 500 milioni di dollari in un nuovo round di finanziamento e punta a completare il design del suo chip nel 2026, con spedizioni previste nel 2027. L’elenco delle startup include anche le statunitensi d-Matrix e SambaNova, l’israeliana Hailo, la britannica Graphcore (acquistata nel 2024 da SoftBank), la canadese-statunitense Tenstorrent e tantissime altre.

La Cina punta all’autosufficienza

Le maggiori sorprese per Nvidia potrebbero però arrivare dall’altro lato del Pacifico. Non è un caso che Jensen Huang abbia pubblicamente espresso la sua contrarietà alle sanzioni che impediscono la vendita delle GPU più avanzate alla Cina (per quanto recentemente allentate), argomentando che questa politica rischia di accelerare la corsa della Repubblica Popolare per rendersi del tutto autonoma dai processori statunitensi (e quindi intaccando il fatturato di Nvidia, proveniente per il 13% dal mercato cinese).

Che la Cina sia dietro agli Stati Uniti soltanto di “pochi nanosecondi” – come affermato dallo stesso Huang – è un’esagerazione, ma i progressi fatti dai produttori di chip del colosso asiatico sono molto significativi. Al momento, le prestazioni del modello H20 – il chip più potente che Nvidia può vendere in Cina, variante dell’H200 – sono già state ampiamente superate da numerosi processori cinesi, tra cui l’Ascend 910C di Huawei e il BW1000 di Hygon (per capacità di calcolo grezza e al netto di un maggiore consumo energetico).

Probabilmente proprio allo scopo di aumentare l’adozione di chip autoctoni, Pechino sta adesso a sua volta ostacolando l’acquisto dei chip Nvidia da parte delle aziende cinesi, complicando ulteriormente una situazione già molto difficile. In sintesi: al momento gli Stati Uniti hanno riammesso la vendita dei processori H20, ma è ora la Cina che ne blocca l’acquisto da parte delle sue aziende, adducendo ragioni di sicurezza nazionale.

La situazione è caotica e in continua evoluzione, ma l’impressione è che la Cina voglia approfittare della guerra commerciale per aumentare la quota dei suoi campioni nazionali (Huawei, Hygon, Cambricon, MetaX), che oggi detengono il 40% del mercato – per un valore di circa 38 miliardi di dollari – e che potrebbero crescere fino al 50% nel giro di un paio d’anni. Dal punto di vista tecnologico, un aiuto importante potrebbe giungere dai progressi fatti dalla Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC): l’azienda cinese che si occupa di fabbricare concretamente i chip progettati da Huawei e dagli altri.

SMIC è oggi il cuore della strategia industriale cinese nel campo dei processori. Secondo alcuni report, l’azienda sarebbe ormai in grado di produrre anche chip a 5 nanometri, seppur con costi più elevati e rese inferiori rispetto a quelli realizzati dal colosso taiwanese TSMC per i marchi occidentali, le cui dimensioni hanno da poco raggiunto la soglia dei 2 nanometri. Allo stesso tempo, Huawei starebbe investendo per dare vita a delle proprie strutture produttive, diventando quindi un concorrente di SMIC con l’obiettivo di far progredire ulteriormente la capacità cinese di produrre chip avanzati.

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che le prestazioni dei chip cinesi possano effettivamente raggiungere quelle statunitensi, ma i timori di Jensen Huang sono fondati: SMIC, Huawei e gli altri campioni di Pechino o Shenzhen stanno facendo rapidi e importanti passi avanti. E un domani potrebbero contribuire ad allargare le crepe del dominio di Nvidia.

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07/09/2025

Quasi 3 miliardi di multa a Google da parte della UE, Trump non resterà a guardare

Il 5 settembre una nota della Commissione Europea ha reso pubblica la decisione di Bruxelles di comminare una multa da 2,95 miliardi di euro a Google. Secondo le normi antitrust europee, il colosso statunitense è accusato di aver distorto la concorrenza nel settore ‘adtech’, cioè delle tecnologie pubblicitarie.

A Google è stato ordinato di “porre fine a pratiche di auto-preferenza” per quanto riguarda i servizi tecnologici per il posizionamento di pubblicità online. È stato anche intimato all’azienda di eliminare i conflitti di interesse intrinseci della catena di forniture, dove Google ha un evidente egemonia per la sua posizione quasi monopolitistica quando si tratta di motori di ricerca.

Le pratiche messe sotto osservazione sono considerate come lesive per concorrenti, inserzionisti ed editori online, e perciò il Consiglio europeo degli editori aveva proceduto a presentare una denuncia contro Google. Il gigante di Mountain View, controllato da Alphabet, avrebbe abusato della sua posizione sin dal 2014.

Non è infatti la prima volta che viene multato per questioni simili, ma addirittura la quarta. Nel 2022 la Commissione di giustizia della UE aveva imposto una sanzione ancor più sostanziosa: ben 4,1 miliardi. Ad ogni modo, non è mai stato chiesto a Google di procedere allo scorporamento dei suoi servizi, che sarebbe un duro colpo per la sua posizione dominante sul mercato.

Tra i motivi, c’è sempre stato anche il timore di misure di ritorsione commerciale, risposta a cui ha già accennato Donald Trump. Non a caso, stando a indiscrezioni di stampa non ancora smentite, nei giorni scorsi il commissario UE al Commercio, Maroš Šefčovič, si sarebbe opposto a comminare la multa, proponendo di sospenderla e, probabilmente, trattare con il diretto interessato.

Google, che ora ha 60 giorni di tempo per informare la Commissione su come intende procedere, ha nel frattempo annunciato che farà ricorso, e che valuta la sanzione come un altro esempio di un’applicazione sproporzionata delle leggi, da parte delle autorità europee, verso le compagnie stelle-e-strisce.

Non potrebbe essere più d’accordo l’inquilino della Casa Bianca, che ha colto l’occasione al volo per riportare pressione su Bruxelles. Il tycoon ha infatti scritto sul social Truth che la multa andrà a sottrarre “denaro che altrimenti sarebbe andato a investimenti e posti di lavoro negli Stati Uniti”, e che questo non può accettarlo.

Trump inserisce questo provvedimento in una serie di azioni che considera discriminatorie verso le imprese statunitensi, in particolare quelle delle Big Tech. Ha poi aggiunto: “non possiamo permettere che questo accada alla brillante ingegnosità americana e, se ciò dovesse accadere, sarò costretto ad avviare un procedimento ai sensi della Sezione 301 per annullare le sanzioni ingiuste imposte a queste aziende americane contribuenti”.

Il riferimento è alla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che consente al presidente o al Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti di indagare su pratiche commerciali estere ritenute ingiuste o discriminatorie. Permette, inoltre, nel caso in cui i dubbi siano confermati, di adottare misure come dazi, restrizioni commerciali o altre azioni simili.

È chiaro che Bruxelles non può nascondersi ancora a lungo dietro la propaganda di rispetto del ‘libero mercato’, facendo passare questa multa come un provvedimento che non avrebbe nulla a che vedere con la guerra commerciale in atto.

L’amministrazione statunitense non è disposta a far passare sotto traccia la vicenda Google perché – al di là della cifra eventualmente da sborsare – rientra perfettamente nella “narrazione” trumpiana dei rapporti tra “l’America” e il resto del Mondo. Dove non ci sono più “alleati” o “nemici”, ma solo avversari da ridurre a vassalli.

L’Unione Europea – con gli “accordi” sui dazi siglati da von der Leyen ha accettato la subordinazione, ma l’inerzia del ciclo precedente semina ancora qualche “incidente” come questo.

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14/10/2024

Google, l’Antitrust e il socialismo?

di Emiliano Brancaccio

Sarà Google l’occasione di una nuova via al socialismo? Il gigante del web gode, come è noto, di un mostruoso monopolio nel settore dei motori di ricerca. Nell’ultimo trimestre le entrate del ramo «Google Search» ammontano a 48 miliardi di dollari. Ossia il 57% dei ricavi totali di Alphabet, la holding a capo del colosso. Si tratta del 90% del mercato dei motori di ricerca.

Questa indiscussa posizione di dominio crea infinite ramificazioni, che non solo plasmano i meccanismi di produzione e consumo ma ormai condizionano persino gli olimpi della produzione scientifica. Il Nobel per la chimica appena assegnato a due scienziati che lavorano per Google è solo una prova fra tante.

Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato provvedimenti per contrastare questo potere strabordante. Tra le opzioni politiche, contempla anche la possibilità di “spacchettare”: ossia, obbligare Google a vendere Chrome e Android ai concorrenti. La linea trova oggi ampio sostegno nelle realtà del populismo cosiddetto democratico, legatissime al principio di concorrenza tra una pluralità di capitali al fine di ridurre i prezzi e favorire i consumatori.

La risposta di Google è stata piuttosto rilassata. L’azienda ha valutato l’azione del Dipartimento degli Stati uniti come sintomo di velleitarismo. E i grandi media finanziari hanno commentato sostenendo che il governo resta affezionato a misure ormai inefficaci. In effetti, lo scetticismo verso questo revival antitrust non è infondato. Uno dei motivi è che se anche Chrome venisse venduto a un concorrente, Google potrebbe pagargli laute rendite per restare il motore di ricerca preminente, magari perché posto come strumento di “default” in modo da essere in ogni caso scelto dalla maggioranza dei consumatori. Come sosteneva John Kenneth Galbraith, la politica antitrust è uno strumento aggirabile e in fin dei conti inoffensivo.

C’è tuttavia un’altra possibilità, evocata timidamente dal Dipartimento Usa ma che trova consenso nelle realtà di movimento più avanzate e radicali. È l’ipotesi di obbligare Google a rendere pubblici tutti gli algoritmi dei suoi motori di ricerca. Questa opzione potrebbe avvenire tramite un ordine normativo oppure, più efficacemente, attraverso l’acquisizione pubblica diretta del comparto “Google Search”. In pratica, una collettivizzazione forzata dell’ammasso di conoscenza tecnica che si cela dietro la barra della ricerca che tutti noi usiamo ogni giorno sui nostri dispositivi.

Google e i grandi media di corte guardano a questa seconda opzione con puro terrore. La considerano una ipotesi di «comunismo tecno-scientifico» sconvolgente, che potrebbe effettivamente turbare la soverchiante concentrazione di potere dei colossi dell’alta tecnologia. A pensarci bene, sarebbe la via di una sperimentazione socialista all’altezza di questo nuovo tempo complesso.

Come prevedibile, l’amministrazione americana sembra orientata, nella migliore delle ipotesi, solo verso la prima opzione: cedere qualche pezzo del gigante a concorrenti minori, sperando così di rilanciare la concorrenza. I populisti esultano. E le speranze di un interessante esperimento socialista di frontiera vanno a farsi benedire.

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14/09/2024

La UE contro le Big Tech statunitensi: tasse arretrate e multe per Apple e Google

Ogni tanto ci sono degli avvenimenti che ricordano come – nonostante la filiera euroatlantica sia fermamente unita sotto l’ombrello della NATO, necessario per la guerra da muovere all’emergente mondo multipolare – dal lato prettamente economico Stati Uniti e UE siano in competizione serrata.

Lo ricordano continuamente politici e documenti di Bruxelles, che accanto alla Cina citano sempre l’alleato d'oltreoceano tra i soggetti contro cui bisogna sviluppare competitività e autonomia tecnologica e di risorse. E ci sono poi, appunto, anche eventi che lo mostrano in maniera netta.

La Corte di giustizia UE ha confermato da pochi giorni le decisioni prese dalla Commissione Europea alcuni anni fa, inferendo un duro colpo a due delle cinque grandi compagnie Big Tech a-stelle-e-strisce, Apple e Google.

Quest’ultima aveva fatto ricorso contro la multa di 2,4 miliardi comminata per aver abusato della posizione dominante nello Spazio economico europeo nel comparto delle ricerche generiche sul web. Google aveva presentato i risultati di ricerca del suo comparatore di prodotti in prima posizione.

Un primo ricorso era già stato respinto nel novembre 2021, e ora la decisione è stata confermata. Da Google hanno fatto sapere che sono delusi da come si sia conclusa la vicenda, considerato che hanno inoltre apportato modifiche per conformarsi alle indicazioni della Commissione Europea.

Per quanto riguarda Apple, alcune società appartenenti al suo gruppo nel 2016 erano finite sotto accusa per aver beneficiato, tra il 1991 e il 2014, di una serie di vantaggi fiscali in Irlanda, poi caratterizzati come un illecito aiuto di Stato da parte della Corte.

Nel 2020 il Tribunale dell’Unione Europea aveva annullato tale decisione, ritenendo non fosse stata adeguatamente dimostrata l’esistenza di un reale vantaggio per queste società. Ma a Margrethe Vestager, Commissaria UE alla Concorrenza, questa sentenza non era andata giù.

Il ricorso presentato dalla rappresentante di Bruxelles è arrivato infine a una conclusione: la Corte ha annullato la decisione del Tribunale e ha invece confermato quella della Commissione. L’Irlanda deve dunque recuperare 13 miliardi di tasse non versate da Apple.

In una nota della compagnia fondata da Steve Jobs si legge: “questo caso non ha mai riguardato la quantità di tasse che paghiamo, ma il governo a cui siamo tenuti a pagarle. Paghiamo sempre tutte le tasse che dobbiamo ovunque operiamo e non c’è mai stato un accordo speciale”.

Il testo continua con un attacco diretto a Bruxelles: “la Commissione Europea sta cercando di cambiare retroattivamente le regole ignorando che, come previsto dal diritto tributario internazionale, il nostro reddito era già soggetto a imposte negli Stati Uniti”.

Alla fine del marzo 2024, la Commissione Europea ha avviato anche altre indagini di non conformità alle norme sulla concorrenza nei confronti di Alphabet – la società madre di Google – Apple e Meta, ai sensi del Digital Markets Act (DMA).

In altre occasioni, la Commissione (che esprime l’orizzonte di una UE che vuole fare un salto di qualità nella competizione globale) ha dovuto cedere di fronte al tentativo di assestare un colpo alle Big Tech statunitensi. Senza considerare che, ad ogni modo, aziende del genere non esistono in Europa.

Alla fine del 2023 il Lussemburgo ha vinto un caso su tasse non pagate con la Commissione, relativo al rapporto del paese con Amazon. Per quello così come per altri procedimenti simili la Corte ha contestato – ed è interessante sottolinearlo – il metodo e i criteri adottati dalla Commissione.

Bruxelles ha infatti connesso in modo disordinato i nodi della concorrenza e del fisco per contestare un ipotetico aiuto di Stato illegittimo e costringere le multinazionali a pagare i tributi.

Come affermato dalla Corte riguardo a un processo che coinvolgeva Fiat Chrysler, per contestare l’alterazione delle regole di mercato mediante la leva fiscale, l’Antitrust deve dimostrare che un paese ha adottate misure in contrasto con la “sua propria legislazione fiscale”.

Insomma, la Vestager si è appellata spesso a un inesistente diritto fiscale dalle forme armonizzate in UE. Cosa che non esiste anche perché la sua mancanza è stata la fortuna di molte multinazionali continentali, che anche in virtù del dumping fiscale hanno avuto la possibilità di assumere un peso maggiore a livello internazionale.

Queste asimmetrie su cui è stato costruito il polo europeo non sempre fanno comodo a un organo politico che ora si pone il tema di diventare un soggetto che si muove in maniera meglio organizzata e coerente in uno scenario globale segnato da guerra e feroce competizione.

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13/09/2024

La vergognosa complicità di Google con la propaganda israeliana

Mentre gli operatori, le scuole e gli ambulatori dell’Unrwa a Gaza vengono bombardati senza pietà dagli israeliani, gli utenti di Internet negli Stati Uniti e in Europa che vanno alla ricerca di informazioni sull’UNRWA su Google, si sono recentemente trovati reindirizzati verso una destinazione gestita dal governo israeliano.

Infatti invece di essere introdotti al sito ufficiale dell’agenzia internazionale delle Nazioni Unite dedicata ai rifugiati palestinesi, ancora prima del sito ufficiale dell’agenzia dell’Onu, migliaia di persone sono state indirizzate a un sito israeliano – vedi QUI – che racconta una storia diversa, dipingendo l’UNRWA come una organizzazione di facciata per le attività di Hamas a Gaza.

Sono mesi, che Israele ha intrapreso una vasta campagna contro l’Unrwa per ottenere che gli stati taglino i loro finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite destinata ai rifugiati palestinesi. Israele punta il dito su Gaza ma sa benissimo che l’Unrwa è spesso decisiva per la sopravvivenza delle vittime della pulizia etnica operata nei decenni scorsi contro la popolazione palestinese.

È il caso dei campi profughi in Libano. Per un periodo fortunatamente breve alcuni governi si sono sottomessi alla campagna israeliana tagliando i finanziamenti. Tra questi c’era anche l’Italia che poi, insieme ad altri governi occidentali, ha avuto la dignità di tornare sui propri passi.

Un aspetto di questa campagna israeliana è stata l’offensiva digitale progettata per erodere la fiducia nell’UNRWA tra il pubblico americano ed europeo. L’annuncio depistante di Israele compare ancora in cima ai risultati di ricerca di Google, indirizzando così gli utenti a un sito gestito dal governo israeliano che presenta l’UNRWA come un organismo collaboratore di Hamas.

Lanciata intorno a gennaio, questa campagna ha portato molti a scoprire che i primi risultati di ricerca per oltre 300 termini relativi a “UNRWA” e “UNRWA USA” non portano ai siti web ufficiali dell’organizzazione, ma al sito gestito dal governo israeliano.

La campagna ha suscitato indignazione e critiche significative, con molti utenti e dipendenti di Google che hanno espresso disagio per quella che descrivono come una “astuta campagna per smantellare l’UNRWA in un periodo in cui le vite civili a Gaza sono sotto assedio”. In tantissimi hanno chiesto alla direzione dell’azienda di rimuovere la campagna, sostenendo che viola le politiche pubblicitarie di Google, dall’interferenza politica vietata alla violazione del marchio.

Ci sono state le proteste anche di alcuni dipendenti di Google, che temono che l’azienda stia traendo profitto dalla diffusione di messaggi “controversi”. Alcuni hanno persino presentato denunce formali alla direzione sulla questione.

Google ha finora ignorato la maggior parte delle proteste, lasciando il sito israeliano come primo risultato nel motore di ricerca.

Questa battaglia politica e digitale è molto più di una semplice competizione per i risultati di ricerca di Google. È parte di una campagna globale in cui ogni clic può cambiare opinioni e influenzare il sostegno internazionale.

La risposta migliore a questa arrogante interferenza israeliana su Google e alla complicità della società statunitense con il genocidio dei palestinesi, è stato il boom delle donazioni all’Unrwa, la quale ha raccolto oltre 32 milioni di dollari da circa 73.000 donatori nel 2023, rispetto ai circa 5 milioni di dollari da quasi 5.700 donatori dell’anno precedente.

Ma che quel sito israeliano debba sparire dalla facciata del motore di ricerca di Google è un obiettivo ancora da perseguire e da raggiungere.

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25/08/2024

Come i giganti della tecnologia stanno immagazzinando dati per la guerra di Israele

Il 10 luglio, il comandante dell’unità Center of Computing and Information Systems dell’esercito israeliano, che fornisce elaborazione dati per l’intero esercito, ha parlato a una conferenza intitolata IT for IDF a Rishon Lezion, vicino a Tel Aviv.

Nel suo discorso a un pubblico di circa 100 militari e personale industriale, di cui +972 Magazine e Local Call hanno ottenuto una registrazione, il colonnello Racheli Dembinsky ha confermato pubblicamente per la prima volta che l’esercito israeliano sta utilizzando servizi di cloud storage e intelligenza artificiale forniti da giganti della tecnologia civile nel suo continuo assalto alla Striscia di Gaza.

Nelle diapositive della lezione di Dembinsky, i loghi di Amazon Web Services (AWS), Google Cloud e Microsoft Azure sono apparsi due volte.

L’archiviazione su cloud è un mezzo per conservare grandi quantità di dati digitali fuori sede, spesso su server gestiti da un fornitore terzo. Dembinsky ha inizialmente spiegato che la sua unità dell’esercito, nota con l’acronimo ebraico Mamram, utilizzava già un “cloud operativo” ospitato su server militari interni, anziché su cloud pubblici gestiti da aziende civili.

Ha descritto questo cloud interno come una “piattaforma per armi”, che include applicazioni per contrassegnare obiettivi per i bombardamenti, un portale per visualizzare filmati in diretta da UAV nei cieli di Gaza, nonché sistemi di fuoco, comando e controllo.

Ma con l’inizio dell’invasione terrestre di Gaza da parte dell’esercito israeliano alla fine di ottobre 2023, ha continuato, i sistemi militari interni sono diventati rapidamente sovraccarichi a causa dell’enorme numero di soldati e personale militare aggiunti alla piattaforma come utenti, causando problemi tecnici che hanno minacciato di rallentare le operazioni militari di Israele.

Il primo tentativo di risolvere il problema, ha spiegato Dembinsky, ha comportato l’attivazione di tutti i server di riserva disponibili nei magazzini dell’esercito e la messa in servizio di un altro data center, ma non è stato sufficiente. Hanno deciso che avevano bisogno di “andare fuori, nel mondo civile”.

Secondo Dembinsky, i servizi cloud offerti dalle principali aziende tecnologiche hanno consentito all’esercito di acquistare server di archiviazione e di elaborazione illimitati con un clic, senza l’obbligo di archiviare fisicamente i server nei centri informatici dell’esercito.

Ma il vantaggio “più importante” fornito dalle aziende cloud, ha detto Dembinsky, è stata la loro avanzata capacità di intelligenza artificiale. “La folle ricchezza di servizi, big data e IA: abbiamo già raggiunto un punto in cui i nostri sistemi ne hanno davvero bisogno”, ha detto con un sorriso. Lavorare con queste aziende, ha aggiunto, ha garantito all’esercito “un’efficacia operativa molto significativa” nella Striscia di Gaza.

Dembinsky non ha specificato quali servizi sono stati acquistati dalle aziende cloud, o in che modo hanno aiutato l’esercito. In un commento a +972 e Local Call, l’esercito israeliano ha sottolineato che le informazioni classificate e i sistemi di attacco archiviati sul cloud interno non sono stati spostati sui cloud pubblici forniti dalle aziende tecnologiche.

Tuttavia, una nuova indagine di +972 e Local Call può rivelare che l’esercito israeliano ha di fatto archiviato alcune informazioni di intelligence raccolte tramite la sorveglianza di massa della popolazione di Gaza su server gestiti da AWS di Amazon.

L’indagine rivela anche che alcuni provider cloud hanno fornito una vasta gamma di capacità e servizi di intelligenza artificiale alle unità dell’esercito israeliano dall’inizio della guerra di Gaza.

Fonti del Ministero della Difesa israeliano, dell’industria delle armi israeliana, delle tre società cloud e di sette funzionari dell’intelligence israeliana coinvolti nell’operazione dall’inizio dell’invasione terrestre in ottobre, hanno descritto a +972 e Local Call come l’esercito si sia procurato risorse del settore privato per migliorare le sue capacità tecnologiche in tempo di guerra.

Secondo tre fonti di intelligence, la cooperazione dell’esercito con AWS è particolarmente stretta: il gigante del cloud fornisce alla Direzione dell’intelligence militare israeliana una server farm che viene utilizzata per archiviare masse di informazioni di intelligence che assistono l’esercito nella guerra.

Secondo diverse fonti, la capacità esponenziale del sistema cloud pubblico AWS consente all’esercito di avere “archiviazione infinita” per conservare informazioni su quasi “tutti” a Gaza.

Una fonte che ha utilizzato il sistema basato su cloud durante l’attuale guerra ha descritto di aver effettuato “ordini da Amazon” per informazioni mentre svolgeva i propri compiti operativi e di aver lavorato con due schermi, uno collegato ai sistemi privati ​​dell’esercito e l’altro collegato ad AWS.

Fonti militari hanno sottolineato a +972 e Local Call che la portata dell’intelligence raccolta dalla sorveglianza di tutti i residenti palestinesi di Gaza è così ampia che non può essere archiviata solo sui server militari.

In particolare, secondo fonti di intelligence, erano necessarie capacità di archiviazione e potenza di elaborazione molto più estese per conservare miliardi di file audio (in contrapposizione a semplici informazioni testuali o metadati), il che ha costretto l’esercito a rivolgersi ai servizi cloud offerti dalle aziende tecnologiche.

La grande quantità di informazioni archiviate nel cloud di Amazon, hanno testimoniato fonti militari, ha persino aiutato in rare occasioni a confermare attacchi aerei assassini a Gaza, attacchi che avrebbero anche ucciso e danneggiato civili palestinesi.

Nel complesso, la nostra indagine espone ulteriormente alcuni dei modi in cui le principali aziende tecnologiche stanno contribuendo alla guerra in corso di Israele, una guerra che è stata segnalata dai tribunali internazionali per sospetti crimini di guerra e crimini contro l’umanità in territorio occupato illegalmente.

“Paghi un milione di dollari e hai mille server in più”

Nel 2021, Israele ha firmato un contratto congiunto con Google e Amazon denominato Project Nimbus. L’obiettivo dichiarato della gara, del valore di 1,2 miliardi di dollari, era quello di incoraggiare i ministeri governativi a trasferire i loro sistemi informativi sui server cloud pubblici delle aziende vincitrici e a ricevere da loro servizi avanzati.

L’accordo è stato molto controverso, con centinaia di lavoratori di entrambe le aziende che hanno firmato una lettera aperta nel giro di pochi mesi chiedendo di tagliare i legami con l’esercito israeliano. Le proteste dei dipendenti di Amazon e Google sono aumentate dal 7 ottobre, organizzate sotto lo stendardo di No Tech For Apartheid.

Ad aprile, Google, che è stata brevemente elencata come sponsor della conferenza IT For IDF in cui ha parlato Dembinsky, prima che il suo logo venisse rimosso, ha licenziato 50 membri dello staff per aver partecipato a una protesta presso gli uffici dell’azienda a New York.

I resoconti dei media hanno affermato che l’esercito israeliano e il Ministero della Difesa avrebbero caricato solo materiali non classificati sul cloud pubblico nell’ambito del Progetto Nimbus. Ma la nostra indagine rivela che, almeno dall’ottobre 2023, grandi aziende cloud hanno fornito servizi di archiviazione dati e intelligenza artificiale alle unità dell’esercito che si occupano di informazioni classificate.

Molteplici fonti di sicurezza hanno riferito a +972 e Local Call che la pressione esercitata sull’esercito israeliano da ottobre ha portato a un drastico aumento dell’acquisto di servizi da Google Cloud, AWS e Microsoft Azure, con la maggior parte degli acquisti dalle prime due aziende avvenuta tramite il contratto Nimbus.

Una fonte della sicurezza ha spiegato che all’inizio della guerra, i sistemi dell’esercito israeliano erano così sovraccarichi che hanno preso in considerazione l’idea di trasferire un sistema di intelligence, che è servito come base per molti attacchi a Gaza, su server cloud pubblici. “C’erano 30 volte più utenti, quindi è semplicemente andato in crash”, ha detto la fonte del sistema.

“Quello che succede nel cloud [pubblico]”, ha continuato la fonte, “è che premi un pulsante, paghi altri mille dollari quel mese e hai 10 server. È iniziata una guerra? Paghi un milione di dollari e hai altri mille server. Questa è la potenza del cloud. Ed è per questo che [durante la guerra] le persone nell’IDF hanno davvero spinto per lavorare con il cloud. Era un dilemma”.

Il Progetto Nimbus ha alleviato questo dilemma. Come parte dei termini della gara, le due aziende vincitrici, Google e Amazon, hanno istituito data center in Israele rispettivamente nel 2022 e nel 2023.

Anatoly Kushnir, co-fondatore dell’azienda tecnologica israeliana Comm-IT, che aiuta le unità militari a migrare verso il cloud da ottobre, ha spiegato a +972 e Local Call che Nimbus “ha creato un’infrastruttura” di centri informatici avanzati sotto la giurisdizione israeliana.

Questa disposizione, ha detto, ha reso più facile per “le entità di sicurezza, anche quelle più sensibili”, conservare informazioni nel cloud durante la guerra senza timore da parte di tribunali esteri – che, presumibilmente, potrebbero richiedere le informazioni in caso di una causa contro Israele.

“Durante la guerra”, ha continuato Kushnir, “sono state create delle esigenze [nell’esercito] che non esistevano [prima], ed è stato molto più facile implementarle [utilizzando] questa infrastruttura, perché è l’infrastruttura di un proprietario globale che può portare servizi dal più semplice al più complicato”.

Queste aziende, ha aggiunto, hanno fornito all’esercito israeliano “i servizi più avanzati” disponibili, che sono stati utilizzati nell’attuale guerra di Gaza.

Questo drastico cambiamento nelle procedure dell’esercito ha subito una significativa accelerazione dall’inizio della guerra. In passato, ha detto Kushnir, l’esercito si basava principalmente su sistemi sviluppati da sé, noti come “on-prem”, abbreviazione di “on premises”.

Ma questo significava che avrebbe dovuto aspettare mesi, se non anni, per creare nuovi servizi di cui era carente. Nel cloud pubblico, d’altro canto, le capacità di intelligenza artificiale, archiviazione ed elaborazione sono “molto più accessibili”.

Qualificando i suoi commenti, Kushnir ha spiegato che “le informazioni veramente sensibili, le cose più segrete, non sono [sul cloud civile]. Il lato operativo non è sicuramente lì. Ma ci sono cose di intelligence che sono parzialmente tenute lì”.

Eppure, persino all’interno dell’esercito, alcuni hanno espresso preoccupazioni circa il potenziale di violazioni dei dati. “Quando hanno iniziato a parlarci del cloud e abbiamo chiesto se non ci fosse un problema di sicurezza informatica nell’inviare le nostre informazioni a una società terza, ci è stato detto che questo [rischio] è irrisorio rispetto al valore del suo utilizzo”, ha affermato una fonte dell’intelligence.

“Il cloud contiene informazioni su tutti”

Fonti hanno riferito a +972 e Local Call che la maggior parte delle informazioni di intelligence dell’esercito israeliano sugli agenti militari palestinesi sono archiviate sui computer interni dell’esercito piuttosto che sul cloud pubblico, che è connesso a Internet. Tuttavia, secondo tre fonti di sicurezza, uno dei sistemi dati utilizzati dalla Direzione dell’intelligence militare israeliana è archiviato sul cloud pubblico di Amazon, AWS.

L’esercito utilizza questo sistema a Gaza per la sorveglianza di massa almeno dalla fine del 2022, ma non era considerato particolarmente operativo prima dell’attuale guerra. Ora, secondo queste fonti, il sistema Amazon contiene un “archivio infinito” di informazioni che l’esercito può utilizzare.

Fonti della difesa hanno affermato che le informazioni di intelligence conservate su AWS sono ancora considerate “trascurabili” in termini di utilizzo operativo, rispetto a quelle conservate nei sistemi interni dell’esercito. Tuttavia, tre fonti che hanno preso parte agli attacchi dell’esercito hanno affermato che sono state utilizzate in diversi casi per fornire “informazioni supplementari” prima di attacchi aerei contro presunti operatori militari, alcuni dei quali hanno ucciso molti civili.

Come hanno rivelato +972 e Local Call in una precedente indagine, l’esercito israeliano ha autorizzato l’uccisione di “centinaia di civili” in attacchi contro comandanti senior di Hamas a livello di comandante di brigata e talvolta persino di comandante di battaglione. In alcuni di questi casi, hanno spiegato fonti di sicurezza, il cloud di Amazon è stato reso operativo.

Fonti hanno affermato che il sistema basato su AWS è particolarmente utile per l’intelligence israeliana perché può contenere informazioni “su tutti”, senza limitazioni di archiviazione. Ciò a volte ha avuto vantaggi operativi: una fonte di intelligence ha descritto un momento “davvero fatale” nella guerra, quando l’esercito ha localizzato un membro anziano dell’ala militare di Hamas all’interno di un grande edificio a più piani pieno di centinaia di rifugiati e malati.

La fonte ha descritto l’utilizzo di AWS per raccogliere informazioni su chi si trovasse nell’edificio. L’attacco, ha detto, è stato infine interrotto perché non era chiaro esattamente dove si nascondesse l’agente anziano e l’esercito temeva che andare avanti avrebbe danneggiato ulteriormente l’immagine di Israele.

“Il cloud [di Amazon] è lo spazio di archiviazione infinito”, ha detto un’altra fonte dell’intelligence israeliana. “Ci sono ancora i normali server [dell’esercito], che sono piuttosto grandi... Ma durante la raccolta di informazioni, a volte, trovi qualcuno che ti interessa e dici: ‘Che peccato, non è incluso [come obiettivo di sorveglianza], non ho informazioni su di lui’. Ma il cloud ti fornisce informazioni su di lui, perché il cloud ha [informazioni su] tutti”.

In precedenza, l’esercito avrebbe di solito cancellato le informazioni inutili accumulate nei suoi database per fare spazio a nuove informazioni. Ma nella sua lezione del 10 luglio, Dembinsky ha osservato che l’esercito sta lavorando da ottobre per “salvaguardare, salvare e conservare tutti i materiali di combattimento”.

Una fonte della sicurezza ha confermato che questo è effettivamente il caso, attribuendo l’aumento dello spazio di archiviazione alle aziende di cloud pubblico.

Un altro importante incentivo per lavorare con i giganti del cloud sono le loro capacità di intelligenza artificiale e le server farm di unità di elaborazione grafica (GPU) che le supportano. Una fonte di intelligence, che ha partecipato alle discussioni sullo spostamento dell’intelligence militare sul cloud pubblico, ha affermato che i loro superiori “hanno discusso del fatto che, migrando sul cloud pubblico, allora avrebbero anche le loro STT [capacità di conversione del parlato in testo]. Sono buone; hanno molte capacità. Perché sviluppare tutto nell’unità dell’esercito se le capacità esistono già?”

Il flusso di lavoro descritto a +972 e Local Call dagli ufficiali dell’intelligence (ovvero ordinare i dati dal cloud pubblico AWS e poi inviarli a una rete militare chiusa) corrisponde ai dettagli contenuti in un libro scritto nel 2021 dall’attuale comandante dell’Unità 8200, un’unità d’élite all’interno della Direzione dell’intelligence militare israeliana, che secondo quanto recentemente rivelato dal Guardian si chiama Yossi Sariel.

“Come possono gli enti di sicurezza usare il ‘cloud di Amazon’ e sentirsi sicuri?” ha scritto Sariel, sostenendo come soluzione una rete speciale in cui il sistema interno dell’esercito e il cloud pubblico potrebbero “comunicare tra loro in modo sicuro in ogni momento”.

La portata delle informazioni segrete raccolte dall’intelligence israeliana è così ampia, ha aggiunto, che può essere archiviata “solo in aziende come Amazon, Google o Microsoft”.

Nello stesso anno, scrivendo su una rivista di intelligence israeliana, il vice comandante dell’Unità 8200 ha chiesto “nuove partnership” con i provider di cloud pubblico, poiché le loro capacità di intelligenza artificiale sono “insostituibili” e superiori a quelle dell’esercito.

Ha lasciato intendere che anche le aziende cloud trarranno vantaggio dalla partnership con l’esercito: “Aman [Intelligence militare] detiene la maggior parte dei dati nell’IDF, compresi i dati sui nemici, da un’ampia varietà di sensori, dati per i quali le aziende civili pagherebbero una fortuna”.

“Quello che utilizzerà l’IDF sarà uno dei migliori argomenti di vendita”

Per anni, secondo fonti militari e dell’industria delle armi, Microsoft Azure è stato considerato il principale fornitore di cloud di Israele, vendendo i suoi servizi al Ministero della Difesa e alle unità dell’esercito che si occupano di informazioni classificate.

Secondo una fonte, Azure avrebbe dovuto fornire all’esercito israeliano il cloud su cui sarebbero state archiviate le informazioni di sorveglianza, ma Amazon ha offerto un prezzo migliore. Fonti nelle aziende cloud, che erano a conoscenza dei legami con il Ministero della Difesa israeliano, hanno affermato che da quando Amazon ha vinto la gara Nimbus, ha iniziato a competere aggressivamente con Azure, sperando di sostituirla come principale fornitore di servizi dell’esercito.

Kushnir, di Comm-IT, ha spiegato che in passato, “la maggior parte delle agenzie governative e militari ha investito molto nello sviluppo e nella creazione di sistemi basati su Azure”. Ma poiché Azure non ha vinto la gara Nimbus, ha continuato, c’è stato un “certo processo di migrazione” presso il Ministero della Difesa verso i server di Google e Amazon, che si è accelerato durante l’attuale guerra.

Fonti del settore high-tech hanno affermato che il Ministero della Difesa israeliano è considerato un cliente importante e strategico per le tre società cloud. Ciò non è dovuto solo all’ampia portata finanziaria delle transazioni, ma anche al fatto che Israele è percepito come influente nel plasmare l’opinione tra le agenzie di sicurezza in tutto il mondo e nel guidare le tendenze adottate da altre agenzie.

Una delle persone che per anni ha diretto la politica di approvvigionamento del Ministero della Difesa e ha mantenuto i contatti con i giganti del cloud è il colonnello Avi Dadon, che ha parlato con +972 e Local Call per questa indagine.

Fino al 2023, ha diretto l’amministrazione degli acquisti del Ministero della Difesa ed è stato responsabile di appalti militari per un importo di oltre 10 miliardi di NIS (circa 2,7 miliardi di dollari) all’anno.

“Per [le aziende cloud], è il marketing più forte”, ha detto Dadon. “Quello che usa l’IDF era e sarà uno dei migliori argomenti di vendita di prodotti e servizi al mondo. Per loro, è un laboratorio. Ovviamente vogliono [lavorare con noi]”.

Dadon ha detto di aver tenuto molti incontri con rappresentanti di AWS, Microsoft Azure e Google Cloud in Israele e di aver fatto viaggi negli Stati Uniti. Era anche in contatto con i giganti del cloud per una gara d’appalto classificata chiamata Project Sirius.

Segnalato per la prima volta nel quotidiano finanziario israeliano Globes nel 2021, Sirius è considerato molto più sensibile di Nimbus e non è ancora stato firmato con nessuna delle aziende tecnologiche.

A maggio, l’esercito ha annunciato sul suo sito web che sta cercando di assumere un esperto che “lavorerà con i grandi fornitori di cloud” per “trasferire i sistemi [militari] nel cloud pubblico (Nimbus)” e per “preparare il caricamento dei sistemi operativi principali nel cloud di sicurezza” nell’ambito della gara d’appalto Sirius.

“Sirius è un cloud di sicurezza privato e air-gapped [isolato dalle reti pubbliche e da altre reti], ed è destinato solo all’IDF e al Ministero della Difesa”, ha spiegato Dadon. “Ci sono state discussioni per più di un decennio su come sarà”.

Questo nuovo cloud, secondo tre fonti di sicurezza, dovrebbe essere disconnesso da Internet e costruito sull’infrastruttura dei grandi provider di cloud, consentendo a tutte le agenzie di sicurezza israeliane di utilizzarlo per sistemi classificati.

I servizi cloud pubblici, secondo Dadon, hanno il potenziale per aumentare la letalità dell’esercito. Quando si cerca una persona da “eliminare”, ha spiegato, “si raccolgono miliardi di dettagli apparentemente poco interessanti. Ma bisogna memorizzarli. Una volta che si desidera elaborare [e] fondere tutto in un prodotto che ti dice che [l’obiettivo] è qui a quest’ora, hai cinque minuti, non hai tutto il giorno e la notte. Quindi ovviamente hai bisogno delle informazioni”.

“Non puoi [farlo] sui tuoi server, perché devi costantemente eliminare ciò che ritieni non necessario”, ha continuato Dadon. “Qui c’è un compromesso molto critico. Una volta caricato sul cloud, il ritorno a ‘on-prem’ è quasi impossibile. Impari a conoscere un mondo nuovo. Hai già caricato informazioni in quantità superiore di diversi ordini di grandezza, e cosa farai ora? Inizierai a eliminarle?”

Come hanno rivelato +972 e Local Call in una precedente indagine, molti degli attacchi di Israele a Gaza all’inizio della guerra si basavano sulle raccomandazioni di un programma chiamato Lavender. Con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, questo sistema ha elaborato informazioni sulla maggior parte dei residenti di Gaza e ha compilato un elenco di presunti agenti militari, compresi quelli junior, da assassinare.

Israele ha sistematicamente attaccato questi agenti nelle loro case private, uccidendo intere famiglie. Nel tempo, l’esercito si è reso conto che Lavender non era abbastanza affidabile e il suo utilizzo è diminuito a favore di altri software. +972 e Local Call non hanno potuto confermare se Lavender fosse stato sviluppato con l’aiuto di aziende civili, comprese aziende di cloud pubblico.

“Stai combattendo tramite del tuo computer portatile”

Nella sua lezione del mese scorso, Dembinsky ha definito l’attuale operazione militare a Gaza “la prima guerra digitale”. Sebbene ciò possa sembrare un’esagerazione, dato che anche l’offensiva del 2021 sulla Striscia ha utilizzato capacità digitali, fonti della difesa israeliana hanno affermato che i processi di digitalizzazione dell’esercito hanno subito una notevole accelerazione durante l’attuale guerra.

Secondo loro, i comandanti sul campo camminano con smartphone criptati, inviano messaggi in una chat operativa simile a WhatsApp (ma non correlata all’azienda), caricano file su un’unità condivisa e utilizzano innumerevoli nuove applicazioni.

“Stai combattendo tramite il tuo laptop”, ha detto un ufficiale che ha prestato servizio in una sala operativa di combattimento a Gaza. In passato, “vedresti il ​​bianco degli occhi del tuo nemico, guarderesti attraverso un binocolo e lo vedresti esplodere”. Oggi, tuttavia, quando appare un bersaglio, “dici [ai soldati] attraverso il laptop, ‘Sparate con il carro armato’”.

Una delle app sul cloud interno dell’esercito si chiama Z-Tube (Z è l’abbreviazione di Zahal, l’acronimo di IDF); è un sito web, che assomiglia molto a Youtube, che consente ai soldati di accedere a riprese in diretta di tutti i dispositivi video dell’esercito a Gaza, inclusi gli UAV.

Un’altra app, chiamata MapIt, consente ai soldati di contrassegnare i bersagli in tempo reale su una mappa interattiva e collaborativa. “I bersagli sono lo strato più pesante sulla mappa”, ha detto una fonte della sicurezza a +972 e Local Call. “Sembra che ogni casa abbia un bersaglio”.

Un’app correlata chiamata Hunter viene utilizzata per segnalare gli obiettivi a Gaza e rilevare modelli di comportamento tramite IA. È stata presentata alla conferenza IT for IDF dal colonnello Eli Birenbaum, comandante di un’unità nota con l’acronimo ebraico Matzpen, che è responsabile dello sviluppo di sistemi per usi operativi.

Si suppone che il cloud interno sia gestito su server militari e non connesso ai cloud delle aziende private, ma diverse fonti hanno affermato che esistono modi “sicuri” in cui le aziende cloud civili possono fornire servizi anche ai sistemi operativi.

“L’IDF non porta fuori cose molto sensibili e classificate: queste cose restano all’interno [delle reti militari air-gapped]”, ha detto a +972 e Local Call il colonnello Assaf Navot, ex alto funzionario ICT dell’esercito e ora capo della divisione difesa di Comm-IT.

Secondo lui, la sfida è quella di portare il ‘cervello’ delle aziende cloud civili, come i servizi di intelligenza artificiale, nei sistemi interni dell’esercito, “senza che viva all’esterno. Vive proprio dentro. Quindi non puoi fare tutto in un modo che sia uno a uno [uguale] a ciò che accade all’esterno, ma riesci a fare progressi pazzeschi”.

Nel 2022, Itai Binyamin, un esperto di intelligenza artificiale che all’epoca lavorava con Microsoft Azure e ora lavora con AWS, ha descritto a un gruppo di laureati dell’unità Mamram di Dembinsky che questo sistema consente di “implementare le capacità di intelligenza artificiale [di Microsoft] anche in locale, sui server, in un ambiente disconnesso [da Internet]”.

Nella sua spiegazione nel video, Binyamin ha mostrato ai laureati come lo strumento di riconoscimento facciale di Microsoft potesse analizzare un video di notizie e identificare che il leader di Hamas Ismail Haniyeh vi appariva.

Il sito web di Microsoft Azure fa riferimento a strumenti chiamati ‘contenitori disconnessi’, progettati per “partner strategici” che hanno bisogno di mantenere le proprie informazioni al sicuro. Gli strumenti, secondo il sito web, includono funzionalità per trascrizione, traduzione, riconoscimento del sentimento, lingua, riepilogo, analisi di documenti e immagini e altro ancora.

Navot ha spiegato che il ritmo di sviluppo della tecnologia digitale è così veloce che l’unico modo per l’esercito di recuperare è acquistare servizi dal mercato civile e dalle aziende cloud. “Guardate l’M-16 [fucile d’assalto]. L’ultima volta che hanno prodotto un M-16 è stato durante la [guerra] del Vietnam. Da allora non è cambiato molto”. Ma per quanto riguarda il software digitale, dice, le cose cambiano “in mesi, non in anni”.

Il fatto stesso che materiale di intelligence, anche se non direttamente operativo, venga caricato su un cloud civile ha sollevato preoccupazioni tra alcuni nell’esercito israeliano.

“C’è qualcosa di spaventoso in questo”, ha detto una fonte dell’esercito. “Le informazioni che l’esercito ha oggi sono informazioni intime su molte persone nei [territori occupati]. Quindi consegnarle a grandi aziende private e commerciali che hanno l’obiettivo di fare soldi?”

Altre fonti di sicurezza, d’altro canto, hanno affermato che l’intelligence grezza raccolta in modo ampio piuttosto che su obiettivi specifici non è particolarmente sensibile, poiché diventa sensibile solo quando viene tradotta in obiettivi per l’attacco. “Non è che sia davvero spaventoso se gli iraniani dovessero avere [accesso a] queste informazioni”, ha affermato una delle fonti.

Il generale di brigata Yael Grossman, comandante della Divisione per il rafforzamento della tecnologia operativa dell’esercito, nota con l’acronimo ebraico Lotem, che è responsabile di Mamram, ha affermato in un podcast a maggio che l’affidamento alle tecnologie civili nell’attuale guerra ha consentito un “balzo folle in un breve lasso di tempo”.

Ma Dadon paragona il caricamento di materiali sul cloud al “consegnare le chiavi di una Mercedes a qualcun altro. Non dovremmo usare la Mercedes? Dobbiamo farlo. Quindi come? Non lo so”.

“È una partecipazione diretta agli strumenti utilizzati per uccidere i palestinesi”

Negli ultimi anni, Amazon è diventata non solo un partner dell’esercito israeliano, ma anche un fornitore di servizi cloud per diverse agenzie di intelligence occidentali. Nel 2021, AWS ha firmato un accordo con le agenzie di intelligence del Regno Unito GCHQ, MI5 e MI6 per archiviare informazioni classificate e accelerare l’uso di strumenti di intelligenza artificiale.

Allo stesso modo, il governo australiano ha annunciato questo mese che avrebbe investito 1,3 miliardi di dollari per costruire un cloud per materiale di intelligence top secret sui server di Amazon.

Il gigante della tecnologia ha anche firmato un accordo con il Pentagono, insieme ad altre tre grandi aziende, per costruire un cloud gigante che avrebbe servito il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per “tutti i livelli di classificazione”.

Amazon pubblica regole vaghe per Costruire un’intelligenza artificiale in modo responsabile, che si riferiscono solo a “ottenere, usare e proteggere i dati in modo appropriato” e “prevenire output di sistema dannosi e usi impropri”.

I principi e l’approccio all’intelligenza artificiale responsabile di Microsoft affermano: “Ci impegniamo a garantire che i sistemi di intelligenza artificiale siano sviluppati in modo responsabile e in modi che garantiscano la fiducia delle persone”.

Anche Google pubblica un elenco dei suoi principi di intelligenza artificiale, che affermano più chiaramente che l'azienda “non progetterà o implementerà l’intelligenza artificiale in ... tecnologie che causano o possono causare danni generali; … armi o altre tecnologie il cui scopo principale o implementazione è quello di causare o facilitare direttamente danni alle persone … tecnologie che raccolgono o utilizzano informazioni per la sorveglianza violando le norme accettate a livello internazionale ... [o] tecnologie il cui scopo contravviene ai principi ampiamente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani”.

Tuttavia, Gabriel Schubiner, attivista e organizzatore di No Tech For Apartheid, afferma che questi principi non hanno “alcun effetto reale” perché le aziende cloud “li usano come PR per mostrare quanto siano responsabili”. Secondo lui, le aziende non hanno modo di sapere in tempo reale come i loro clienti utilizzano i loro servizi.

Schubiner, che in precedenza lavorava per Google e aveva preso parte a una protesta dei dipendenti di Google contro la fornitura di tecnologia che, a loro dire, viene utilizzata dall’esercito israeliano nella guerra di Gaza, afferma che Google ha sempre utilizzato un “linguaggio vago” quando ha dichiarato i suoi principi etici.

Inoltre, afferma, la società continua a sostenere che i suoi contratti con Israele sono “prima di tutto per uso civile, anche se è chiaro che molte delle azioni di Nimbus sono mirate a uso militare”.

Una fonte della difesa ha detto a +972 e Local Call che la maggior parte dei nuovi contratti tra l’esercito e le aziende cloud dall’inizio della guerra sono stati realizzati tramite la gara d’appalto Nimbus.

Tuttavia, l’esercito può anche creare e rafforzare i legami con le aziende cloud tramite gare d’appalto del Ministero della Difesa o tramite contratti precedenti al Progetto Nimbus. +972 e Local Call non hanno potuto confermare se il cloud AWS, utilizzato per archiviare informazioni di intelligence, sia stato acquistato come parte del Progetto Nimbus.

“Nessuna delle due aziende ha reso pubblico quale, se presente, indagine sui diritti umani ha effettuato prima di partecipare al Progetto Nimbus”, ha spiegato Zach Campbell, esperto di diritti digitali presso Human Rights Watch. “Non hanno menzionato quali, se presenti, linee rosse ci sono in termini di cosa sarebbe un uso consentito della loro tecnologia”.

Kushnir, che ha aiutato le unità militari israeliane a migrare verso il cloud, non ha paura che le proteste contro le partnership delle aziende cloud con Israele abbiano successo. “Bisogna ricordare che le stesse aziende gestiscono cloud governativi e militari simili negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nella NATO”, ha affermato. “Queste non sono aziende start-up, sono potenze globali dell’ICT”.

Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh – The Arab Center for the Advancement of Social Media, che si concentra sui diritti digitali palestinesi, ha affermato che la sua richiesta di base alle aziende cloud è che “assicurino che i loro prodotti non vengano utilizzati per danneggiare le persone”, il che non avviene attualmente nella pratica.

Secondo lui, nonostante la retorica sulla preoccupazione per i diritti umani, i prodotti dei giganti del cloud vengono venduti “a governi e regimi che opprimono le persone”, incluso l’esercito israeliano.

Riguardo alla mancanza di supervisione dei progetti e delle partnership delle aziende cloud, Nashif ha aggiunto: “Nel contesto locale, nel caso di un’occupazione, la questione se [questi servizi] siano venduti per uso militare, all’esercito di occupazione, o se siano venduti per uso civile, diventa molto più importante”.

Secondo lui, la vicinanza che esiste in Israele tra il settore privato e l’esercito facilita la cooperazione senza linee rosse, il che porta a “un maggiore controllo sui [palestinesi], ancora di più durante la guerra”.

“C’è sempre molta attenzione sull’assistenza militare diretta che gli Stati Uniti forniscono a Israele, munizioni, aerei da combattimento e bombe, ma molta meno attenzione è stata dedicata a queste partnership che abbracciano sia l’ambiente civile che quello militare”, ha affermato Tariq Kenney-Shawa, US policy fellow presso il think tank palestinese Al-Shabaka. “È più di una complicità: è partecipazione diretta e collaborazione con l’esercito israeliano sugli strumenti che stanno usando per uccidere i palestinesi”.

Google e Microsoft hanno rifiutato di rispondere alle molteplici richieste di commento dai loro uffici in Israele e negli Stati Uniti. Amazon Web Services ha dichiarato: “AWS è concentrata nel rendere disponibili i vantaggi della nostra tecnologia cloud leader a livello mondiale a tutti i nostri clienti, ovunque si trovino. Ci impegniamo a garantire la sicurezza dei nostri dipendenti, a supportare i nostri colleghi colpiti da questi terribili eventi e a collaborare con i nostri partner di soccorso umanitario per aiutare le persone colpite dalla guerra”.

Fonte

18/04/2024

USA - Dipendenti Google in rivolta contro gli affari con Israele e per la Palestina

Ieri decine di dipendenti di Google avevano fatto irruzione nella sede del colosso del Big Data in California per protestare contro la decisione della compagnia di firmare un accordo da oltre un miliardo di dollari con il governo di Israele.

I lavoratori, che hanno intonato cori pro-Palestina, si sono uniti in un gruppo chiamato “No Tech for Apartheid”, e avevano reso pubbliche alcune dichiarazioni in cui accusano Google di fare “affari con chi porta avanti il genocidio”, bombardando la Striscia di Gaza, ed avevano chiesto all'azienda di cancellare la sua partecipazione al Progetto Nimbus, un accordo da 1,2 miliardi di dollari che vede coinvolte Google Cloud e Amazon Web Services.

Un altro gruppo ha occupato per protesta il decimo piano della sede di Google a Manhattan.

A seguito di questa azione diversi dipendenti di Google sono stati arrestati negli uffici dell’azienda a New York City e a Sunnyvale, in California. Secondo il Washington Post, che riporta le dichiarazioni di Jane Chung, portavoce dei manifestanti, gli arresti in tutto sarebbero nove. “Impedire fisicamente il lavoro di altri dipendenti e di accedere alle nostre strutture è una violazione delle nostre politiche – ha affermato Bailey Tomson, portavoce di Google – Questi dipendenti sono stati messi in congedo amministrativo e il loro accesso ai nostri sistemi è stato interrotto”.

Il contratto ‘Project Nimbus’ da 1,2 miliardi di dollari è stato firmato nel 2021, e prevede sia da parte di Google sia di Amazon la fornitura di infrastruttura cloud alle forze armate israeliane. Secondo gli organizzatori, anche i dipendenti di Amazon hanno partecipato alle manifestazioni di martedì.

Già a dicembre alcuni dipendenti Google avevano diffuso e-mail interne e protestato fuori dagli uffici aziendali organizzando una manifestazione sotto uno degli edifici del colosso tecnologico a San Francisco, bloccando il traffico di una strada. A marzo Google ha licenziato un dipendente che nel corso di una conferenza a New York aveva protestato durante il discorso del massimo dirigente della società in Israele.

Fonte

21/12/2022

Google è al tramonto?

Sono giorni che non si parla d’altro che di ChatGPT. I dipendenti di Google hanno chiesto un incontro urgente ai dirigenti dell’azienda, dato che il chatbot AI incombe sulle loro vite. Se non si risponde celermente e adeguatamente potrà essere la fine per Mountain View (cnbc.com).

Jeff Dean, leader di Google AI division, prende tempo, dice che Google correrebbe più rischi ad accettare la sfida di ChatGPT che a ignorarla.

Il CEO Sundar Pichai è più ottimista. Dice che Google ha in campo una soluzione alternativa che lancerà nel 2023.

In molti parlano della fine dell’era Google.

Che cos’è ChatGPT?
È un modello di linguaggio, addestrato da OpenAI, capace di rispondere a domande generiche su una vasta gamma di argomenti.

Che cos’è OpenAI?

OpenAI è un’organizzazione di ricerca sull’intelligenza artificiale (IA) con sede negli Stati Uniti. È stata fondata nel 2015 da un gruppo di ricercatori e imprenditori tra cui il co-fondatore di Tesla e SpaceX, Elon Musk, e il co-fondatore di Microsoft, Paul Allen.

Dietro ChatGPT non ci sono persone. Non rispondono persone. A rispondere è una macchina o un insieme di macchine sulle quali gira un sistema software che implementa un cervello a intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale (IA) è un campo della computer science che si occupa dello studio e della creazione di sistemi informatici che possono eseguire compiti che richiedono intelligenza umana, come il ragionamento, l’apprendimento e la capacità di risolvere problemi. Un sistema di IA può essere implementato su un singolo computer o una rete di computer, e può assumere molte forme e dimensioni.

Quindi, in un senso generale, si potrebbe dire che l’IA è una “macchina” nel senso che è un sistema informatico progettato per eseguire compiti che richiedono intelligenza umana.
Le risposte a queste domande, tutto ciò che segue «Che cos’è ChatGPT?» lo ha scritto ChatGPT. Non mi sono dovuto districare in una marmellata di informazioni e link pubblicitari – come su Google. ChatGPT ha scritto esattamente quello che ho riportato, e nient’altro. E si capisce che non l’ho scritto io soltanto perché io non uso mai le virgolette inglesi, e non uso mai «nel senso che» – per il resto potrebbe essere scambiato per me.

Ho chiesto a ChatGPT se il codice seguente (scritto in Python) fosse corretto. La sua risposta potete leggerla alla fine del codice. È sorprendente!
##############

è corretto questo codice Python?

#!/usr/bin/python

##

## mcd.py <x> <y>

##

#

# Importa il modulo sys, per usare sys.argv

#

import sys

#

# mcd(<x>, <y>)

#

def mcd(x, y):

while x != y:

if x > y:

x = x-y

else;

y = y-x

return x

#

# Inizio del programma.

#

x = int(sys.argv[1])

y = int(sys.argv[2])

z = mcd(x, y)

print “Il massimo comune divisore di %d e %d e` %d” % (x, y, z)

#############

No, il codice Python che hai fornito non è corretto. C’è un errore di sintassi nel blocco “else” della funzione “mcd”, dove il carattere “;” alla fine della riga dovrebbe essere una “:”. La “:” viene utilizzata per indicare il blocco di istruzioni associato ad “else”, mentre il “;” viene utilizzato per separare le istruzioni all’interno di un blocco. Senza la “:”, il programma non sarà in grado di essere compilato o eseguito correttamente.
Ho corretto l’errore e ho richiesto la verifica. La risposta è stata questa:
Sì, il codice Python che hai fornito sembra essere corretto. Si tratta di un programma che calcola il massimo comune divisore (MCD) di due numeri interi passati come argomenti da riga di comando. Il programma importa il modulo sys, che viene utilizzato per accedere agli argomenti passati da riga di comando, quindi definisce una funzione “mcd” che calcola il MCD dei due numeri utilizzando un ciclo while e un algoritmo di sottrazione.

Infine, il programma converte gli argomenti in interi, chiama la funzione “mcd” e stampa il risultato. Tuttavia, come ogni codice, potrebbero esserci errori o bug che non possono essere individuati senza eseguire il programma e testarlo.
Se chiedi una cosa del genere a Google, o una cosa simile, per esempio come si cucina la Cuccia alla Calabrese, ti devi sucare trecento link sponsorizzati e alla fine sbarchi su Aranzulla che ti dice di aggiornare il browser – dopo averti somministrato 3 pagine di convenevoli.

I dipendenti di Google hanno ragione ad essere preoccupati. Sarei preoccupato anch’io. ChatGPT è migliore di Google – di gran lunga.

Fonte

24/09/2022

Se il 99% viene istruito a non pensare

Il 15 settembre Google ha festeggiato le nozze d’argento. Una storia di grande successo, dovuto in parte anche a YouTube. Dopo il 2016 YouTube è diventato molto più centrale nel business di Google (Mark Bergen – theverge.com).

Ciò che distingue YouTube dagli altri social, dice Bergen, è la sua economia basata su una platea sterminata di “creativi”. Anche Facebook è legata ai creativi. Ma la differenza con Facebook è che i creativi di YouTube dipendono economicamente dalla piattaforma.

Nel 2009 il CFO di Google disse che YouTube era la peggiore attività del pianeta, e che dovevano svenderlo. Tredici anni dopo, dice Bergen, è diventato fondamentale per Google, ogni investitore parla di YouTube come asset centrale per Alphabet. Nel 2021 ha fatturato 28,84 miliardi di dollari (quasi un terzo dell’intera Alphabet – $ 102,80).

Secondo i dati emersi da una ricerca del Pew Research Center, condotta su un pubblico Usa e uscita ad Agosto, il 95% degli adolescenti usa YouTube (contro il 32% di Facebook. Quote inferiori registrano Twitter, Twitch, WhatsApp, Reddit e Tumblr). Il 19% usa YouTube costantemente (contro il 2% di Facebook). Gli adolescenti neri (45%) e ispanici (47%) dicono di stare su TikTok, YouTube e Instagram quasi costantemente rispetto agli adolescenti bianchi (pewresearch.org).

Tuberfilter.com compila una lista settimanale dei canali YouTube più visti. Non sono i teen-agers il pubblico più numeroso. I canali più visti sono rivolti ai ragazzini, ai bambini, ai poppanti. In cima alla lista dei canali più visti nella settimana scorsa c’è Cocomelon–Filastrocche, con 591.728.422 visualizzazioni settimanali e 138.391.645.564 visualizzazioni totali. Al secondo posto c’è LeoNata Family (435.991.214 settimanali; All-Time Views: 14.906.165.899; All-Time Subs: 10.500.000).

I dati non cambiano se si guardano le classifiche mondiali. I bambini sono i primi spettatori di YouTube.

Ma cosa guardano i bambini su YouTube? C’è davvero un «Problema dei bambini» (kids issue), come dice Mark Bergen?

Si tratta dello scandalo Elsa-gate, dice Bergen. Alla fine del 2017, dice, sono successe molte cose. Video con adulti che si travestivano da supereroi. Alcuni di questi video erano innocui, ironici, etc. Altri rimandavano al sesso, erano perturbanti, scherzosi, tesi intenzionalmente a superare i limiti (Some of it was very sexual, disturbing, pranking, and intentionally pushing the limits).

Nel 2017, James Bridle, un attivista inglese, scrisse un saggio (medium.com) in cui parlava di Youtube e della sua “produzione da incubo industrializzata“, di studi di animazione che sfornavano contenuti YouTube per bambini. Alcuni non erano stati progettati dagli umani. Erano i robot che realizzavano video. Ma ciò, dice, non dovrebbe nascondere che ci sono bambini veri, collegati a smartphone e tablet, che li guardano più e più volte, digitando nel browser o, semplicemente, schiacciano la barra laterale per visualizzare un altro video.

I bambini piccoli, dice Bridle, sono ipnotizzati da questi video, che si tratti di personaggi e canzoni familiari, o semplicemente di colori vivaci e suoni rilassanti. Il canale Toy Freaks, per esempio, è specializzato in situazioni grossolane, così come in attività che molti spettatori sentono al limite dell’abuso e dello sfruttamento, compresi i video di bambini che vomitano e soffrono.

Un passo oltre ci sono i knock-off. In un video ufficiale Peppa va dal dentista, viene opportunamente rassicurata da un dottore gentile. Nella versione taroccata Peppa viene torturata, prima di trasformarsi in Iron Man ed eseguire la danza Learn Colors. I video inquietanti di Peppa Pig, dice Bridle, video che tendono alla violenza e alla paura estreme, con Peppa che mangia suo padre o beve candeggina, sono, a quanto pare, molto diffusi. Costituiscono un’intera sottocultura di YouTube. Molti, continua Bridle, sono ovvie parodie, o addirittura satire, nello stile piuttosto comune del tipo oltraggioso e deliberatamente offensivo di Internet.

In Italia le cose non vanno meglio. Spopolano «Me contro Te»: 6,33 Mln di iscritti e 6.327 video pubblicati e 1080 canali. «RICCHI vs POVERI (Primo giorno di SCUOLA!!)» pubblicato il 16 set 2022, dopo due giorni ha totalizzato 306.361 visualizzazioni. «SOFÌ CADE E SI FA MALE AL PIEDE MENTRE GIOCA IN PISCINA COL SUP!!», 26 ago 2022, 626.281 visualizzazioni. Sono video che riproducono i cliché più beceri.

#ninnaematti (Ninna e Matti) ha 1.332 video e 49 canali. «NINNA È SCOMPARSA AL SUPERMERCATO MENTRE FACEVAMO LA SPESA!», 667.603 visualizzazioni, pubblicato il 2 set 2022, è girato al supermercato Esselunga. Ed è una lunga pubblicità di prodotti a marchio Esselunga, Buondì, Big Babol, Nestle, etc (oltre, ovviamente, alla pubblicità ufficiale inserita da YouTube).

Anche #Carmagheddon – 550.000 iscritti – inserisce direttamente nel video spezzoni di spot commerciali. In «10 MODI PER BUCARE UNA RUOTA.», 246.763 visualizzazioni, 26 lug 2022, viene spiegato come bucare una ruota con bottiglie rotte, chiodi e altri oggetti pericolosi. È tutto un gioco, è tutto uno scherzo, ironia e satira. Poi appare per davvero un venditore di CarVertical che fa pubblicità al suo business.

C’è questo #zerbi, 371 video e 23 canali. Tra parentesi, non ho scelto questi video, ho viaggiato col browser in modalità incognito, mi sono stati proposti dall’algoritmo di Youtube. Con «Spio mia Sorella alle 3.00 di Notte e…», #zerbi ha totalizzato 431.254 visualizzazioni. Il video «CHI DIMAGRISCE di PIÚ in 24 ORE VINCE 500€!», 361.456 visualizzazioni, è zeppo di sponsor (Gucci, Robe di K, Adidas, etc). In «Chi Guadagna più Soldi in 24 Ore Vince!», 304.278 visualizzazioni, per vincere si può rubare, mendicare, etc., tutte cose che i bambini dovono sapere di poter fare per fare soldi. Quando un nero dice «io non sono capace», interviene il papà di Zerbi che dice «Col cacchio!» (col cacchio (traduco) che un nero non sa rubare!).

In «Chi Si Fa Piú MALE Vince 1000€!», 218.273 visualizzazioni, ci si diverte torturandosi con la ceretta. Il padre arriva a mettersi del ghiaccio sui genitali. Ci si versa caffè bollente sulle braccia, etc. Non importa se a guardare sono bambini di 4-5-6 anni. Bisogna massimizzare le visualizzazioni, per guadagnare bisogna far cliccare.

In «La Ruota delle Torture!» (di Cap e Kazu), 170.682 visualizzazioni, si spruzzano spray in viso dagli effetti fastidiosi anche a livello respiratorio, si mangiano panini schifosi, etc.

In «Provo a Camminare sull’ACQUA», #CapeKazu, 1.529.164 visualizzazioni, si scherza, e scherzando ci si spruzza spray idrorepellente sotto i piedi per camminare sull’acqua di una piscina, si cerca di camminare su lastre di plexiglas trasparente. Non si tiene conto che a guardare sono bambini piccolissimi, che possono replicare queste stronzate. Non c’è nessuno a controllare. Nemmeno i genitori, che presi con le faccende della vita usano YouTube come Baby sitter low-cost. Lo uso anch’io, non voglio giudicare o mettere in croce i genitori.

I nostri figli sono esposti a video come «Distruggo la Macchina del mio amico e…» 3.016.026 visualizzazioni, dove si impara a spaccare specchietti, vetri etc; video come «Ho speso 500€ alla SALA GIOCHI, guardate cosa ho vinto…», 1.779.843 visualizzazioni; #PirlasV, 1,26 Mln di iscritti, il suo video «È POSSIBILE DISTRUGGERE un AUTO a PALLONATE??» totalizza 675.999 visualizzazioni.

Il sistema non è truccato, è marcio. Ci siamo emancipati della televisione per sprofondare nell’incubo dei telefoni, del clickbait, dei bot, delle views, della pubblicità pre-roll e mid-video, etc.

Noi (che guardiamo youtube) siamo il 99%. Siamo bambini di genitori poveri, di genitori che fanno gli straordinari, che arrivano a casa stanchi e devono ancora lavare i piatti del giorno prima. Siamo bambini che entrano a scuola alle 7:30 ed escono alle 18:00. Niente compiti a casa, niente chiacchiere con mamma e papà. Siamo bambini che escono dal portone della scuola e entrano nella porta della palestra, catturati da improvvisati istruttori sportivi, istruttori demotivati, depressi, pagati un tanto all’ora, anche a cottimo. Siamo il 99%, incollati al telefonino.

Fonte

09/04/2021

Tecnologia di Controllo Google: il passato tornerà come un incubo

Il 30 Marzo Google ha varato una nuova Tecnologia Sperimentale di Controllo, la Federated Learning of Cohorts (aka FloC), attiva, a loro insaputa (o quasi), per un milione di utenti Chrome, distribuiti in Australia, Brasile, Canada, India, Indonesia, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Filippine e Stati Uniti.

L’annuncio è stato dato da Marshall Vale, Product Manager di Privacy Sandbox Google (blog.google). I poveri malcapitati, scelti casualmente, potranno inibire FloC solo disabilitando i cookie di terze parti.

Secondo l’Electronic Frontier Foundation (EFF), un’organizzazione di avvocati attiva sin dagli anni '90 per la tutela dei diritti digitali, FloC è invasiva sino al punto da far rimpiangere il sistema dei “Cookie di terze parti” che vorrebbe sostituire.

Per più di due decenni, dicono a EFF, il sistema dei “Cookie di terze parti” (C3P) è stato il fulcro di un settore oscuro, squallido e multimiliardario di sorveglianza pubblicitaria sul Web.

I C3P, lo riassumo alla buona, sono il cuore di quel sistema che permette nel web la tenuta dello stato. Lo stato è la nostra impronta digitale, mantiene identica la nostra identità durante la navigazione sullo stesso sito e, soprattutto, su siti diversi.

È quel sistema che crea quell’effetto di déjà-vu partendo da nostre briciole di informazioni lasciate cadere per caso, anche in WhatsApp. È quel sistema che, interprete dei nostri desideri, produce quella minestra riscaldata fatta di annunci, meme e informazioni che spuntano nella casella della posta, nelle app di gioco, nei siti web, sulle pagine dei social network.

L’effetto si riproduce sia su Facebook, dove si creano bolle identitarie, con un perpetuo ritorno degli stessi contenuti, sia su Google, dove l’indirizzamento verso contenuti – la lettura – è sempre sorvegliato: leggiamo quello che ci vogliono far leggere. Il resto non è censurato, è seppellito sotto Terabyte di dati, e non è né il fantomatico Dark Web né una Waste Land.

L’identità digitale non ha nulla a che fare con l’identità dello stato civile. Dunque non serve a nulla usare nomi falsi o nomi di altri. Alla sorveglianza C3P non interessa il tuo stato civile – chi sei – e non gli interessa nemmeno ciò in cui credi – che cosa sei – gli interessa sapere dove stai andando, gli interessa orientare il tuo cammino, deviarlo, pilotarlo, all’occorrenza, interromperlo. Quando nel web hai un effetto di déjà-vu vuol dire che ti stanno tracciando.

Apple e Firefox si sono rotti di assecondare questo sistema di controllo e sorveglianza e hanno deciso di bloccare i C3P. Ma non è servito a niente. Il sistema di sorveglianza si è evoluto, introducendo una tecnica di fingerprint (impronta digitale) che approfitta delle specifiche tecniche del dispositivo dell’utente (tipo e larghezza del display, colori e font, tipo di gestore internet, tipo di browser, marca del dispositivo, etc) per identificarlo e produrre lo stato.

Ancora una volta, non frega a nessuno chi sei e che idee hai, gli frega sapere dove vai, e dove vai glielo dicono le tue impronte.

Chissenefrega dove sono stato! E invece no. Perché le pratiche computazionali si nutrono del passato per produrre il futuro, e l’unico futuro che riescono a produrre è l’incubo del dejà-vu.

Tutto ciò che il fringerprint produce è un mondo all’altezza dei ricordi, all’altezza di ciò che è stato. Un mondo zeppo di nostalgia e tremendamente reazionario, dove non si vuole che ci sia posto per ciò che non si è mai visto – non il diverso, che è un modo alternativo di ritorno del passato.

Attenzione!, il tuo fringeprint, che oggi non vale nulla, il giorno della resa dei conti servirà per implementare il tuo futuro.

La tecnologia FloC, pensata per sostituire il C3P e il Fingerprint, integra i profili comportamentali del Fingerprint, ma produce una identità collettiva, un nome collettivo.

Il FloC, dicono a EFF, è progettato per produrre il targeting comportamentale senza cookie di terze parti. Un browser con FLoC raccoglierebbe informazioni sulle abitudini di navigazione dell’utente, quindi utilizzerebbe tali informazioni per assegnare all’utente una “coorte” o gruppo.

Data una definizione standard di assimilazione, gli utenti con abitudini di navigazione simili, verrebbero raggruppati nella stessa coorte.

Tu non sarai più il Tizio che ha un Samsung con dislpay 6.1 pollici, una connessione Vodafone, Browser Firefox, sistema operativo Android 10, etc, e a cui interessano Meteo.it la mattina, Wikipedia e Treccani alle 10, Lantidiplomatico all’una, Giallozafferano alle 18, PornHub la sera.

Il sistema FloC indirizzerà le persone su basi identitarie collettive, tutte da costruire, e che non necessariamente corrisponderanno ai classici raggruppamenti per sesso, religione, età e abitudini sessuali o capacità economica.

In ogni caso, una volta assegnati a una coorte, il sistema proporrà ostinatamente contenuti abbinati a quella stessa coorte. Se ti interessa GialloZafferano o HuffPost o Gazzetta vedrai dappertutto cibo o politica o calcio. Come un re Mida vivrai l’incubo di essere indirizzato solo verso ciò che hai desiderato – il tuo passato sarà il tuo incubo.

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