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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/12/2024

Romania - La campagna su TikTok era dei liberali, ma ha favorito un altro

L’ingerenza che non ti aspetti e ti fa fare una figura immonda...

Come sapete ormai tutti, le elezioni presidenziali in Romania sono state completamente annullate – con un intervento golpista della Corte Costituzionale – con la motivazione che aveva vinto al primo turno il candidato “sbagliato”, il semisconosciuto Georgescu, di estrema destra ma considerato “filo-russo” perché contrario alla Nato e al maggior coinvolgimento rumeno nella guerra in Ucraina.

Il “merito” del suo imprevisto successo era stato ritrovato in una campagna su Tik Tok, oltretutto costata pochissimo (circa di 300mila euro), che sarebbe stata possibile “solo per un intervento diretto della Russia”.

Tanto è bastato per decidere l’annullamento dell’intero processo elettorale, in attesa di trovare un modo per impedire che la situazione si ripetesse e garantire la vittoria del candidato “europeista” e pro-Ucraina.

Sollevando oltretutto sconcerto generale, perché in ogni paese dell’Occidente ogni candidato ricorre a una vasta serie di campagne sui social (esemplare il successo di Obama, ai suoi tempi, grazie a Facebook e Twitter), e nessuno si era mai sognato di annullare per questo un’elezione.

Ma siamo ormai in tempi e in mentalità di guerra (Mark Rutte, segretario della Nato, è arrivato per l’ennesima volta in ritardo), e dunque non conta più nulla se non “da che parte stai”: con la UE e la Nato oppure contro o “neutrale”. E se non sei un guerrafondaio entusiasta (nazista o demoratico-liberale o socialista fa lo stesso) allora sei per forza “un putiniano, pagato dalla Russia”.

Ora la testata Politico, certamente orientata dalla parte “giusta”, ha scoperto che in realtà quella campagna su Tik Tok era stata pagata dal candidato liberale Nicolae Ciucă – ovvero il partito attualmente al governo! – finito al quinto posto, probabilmente in un tentativo di sviare voti dal principale candidato di estrema destra, Simion (questa – sì – una plateale ingerenza nella volontà popolare, ancorché deprecabile).

Ma il “copione” relativo ai messaggi è stato applicato talmente male (o copiato) da favorire gli altri candidati, e soprattutto Georgescu.

Se invece fossero finiti a un candidato “giusto” – pro-Nato, insomma – tutto sarebbe stato “democraticamente corretto” e la “volontà popolare” da rispettare senza se e senza ma.

Ora sarà certamente divertente vedere come si arrampicheranno sugli specchi politici, istituzioni, stati e media occidentali… Ma è fin troppo chiaro che la “centralità del voto”, all’interno di una democrazia parlamentare sta diventando una barzelletta. Che non fa ridere...

Buona lettura.

*****

Il Partito Nazionale Liberale (PNL) di centrodestra della Romania ha finanziato una campagna su TikTok che, secondo un nuovo rapporto del sito investigativo snoop.ro, ha finito per avvantaggiare il candidato indipendente di estrema destra Călin Georgescu.

Georgescu è passato dall’anonimato a guidare il primo turno delle elezioni presidenziali romene il 24 novembre.

Tuttavia, la Corte Costituzionale del paese ha annullato il voto a causa di una campagna su TikTok che ha pesantemente promosso Georgescu, noto per le sue posizioni filo-russe, con un possibile impatto sui risultati elettorali, in modo simile alle operazioni di influenza gestite dal Cremlino in Ucraina e Moldavia.

Secondo il rapporto di snoop.ro, l’agenzia fiscale romena ha scoperto che i liberali avevano pagato una campagna sui social media su TikTok utilizzando influencer e promuovendo un hashtag che è stato successivamente dirottato a beneficio di Georgescu.

I liberali, che sono un partner di minoranza nella coalizione di governo uscente, avevano candidato Nicolae Ciucă, che si è classificato quinto nel primo turno annullato.

Il Partito Nazionale Liberale aveva affidato la gestione della campagna sui social media a un’agenzia esterna, Kensington Communication.

In una dichiarazione, Kensington Communication ha affermato: “Se la campagna è stata clonata o dirottata a favore di un candidato o di un altro, chiediamo agli organi competenti di verificare e adottare le necessarie misure legali.”

La società ha anche dichiarato che il copione distribuito agli influencer per la campagna era stato alterato.

L’annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali romene ha gettato il paese in una profonda crisi politica. La Commissione Europea ha avviato un’indagine formale su come TikTok gestisce i rischi di interferenze elettorali in risposta alla situazione in Romania.

Fonte

15/12/2024

Romania - Nel caos elettorale, il ruolo sospetto degli Usa

La discussa decisione della Corte Costituzionale della Romania di annullare il primo turno delle elezioni presidenziali a pochi giorni dal ballottaggio. Azzeramento del processo elettorale, e delega al governo che verrà (parlamento neo eletto) di stabilire una nuova data per le votazioni. Causa di questo pasticcio? Al primo turno aveva vinto a sorpresa Călin Georgescu, indipendente di destra critico della NATO dato per vincente anche al ballottaggio con l’europeista Elena Lasconi.

Cosa c’è dietro tanto pasticcio?

La sentenza della Corte è arrivata sulla base di documenti ‘di intelligence’ -spionaggio-, che sospettano una interferenza da parte di Mosca a favore di Georgescu, nei sondaggi in netto vantaggio rispetto alla sfidante, se il ballottaggio ci fosse stato. L’ingerenza russa si sarebbe manifestata utilizzando migliaia di account sui social per manipolare l’opinione pubblica, sfruttando piattaforme come TikTok e Telegram. I Social dopo i manifesti elettorali ed i comizi, più o meno ciò che accade ovunque in maniera più o meno intensa. Ovviamente, dopo la clamorosa decisione della Corte Suprema, Georgescu si è arrabbiato definendo il verdetto “un colpo di Stato formalizzato”.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti in Romania

Al momento, non c'è nessuna prova legalmente ammissibile che degli account su TikTok (evidentemente il più seguito in Romania), possano aver avuto un impatto tale da modificare il processo elettorale. Reazioni negative insospettabili anche in Italia, con Paolo Mieli che sul Fatto, arriva a dire, “In Romania elezioni annullate solo perché rischiava di vincere il ‘nemico’. E i liberali non dicono nulla. A questo punto spero che prevalga il filorusso Georgescu”. Molto peggio le rivelazioni del giornalista investigativo statunitense Lee Fang su Substack, come ci riporta Roberto Vivaldelli su InsideOver. “Le critiche di Georgescu all’Alleanza Atlantica durante la campagna elettorale, “hanno allarmato i funzionari statunitensi e della NATO”, ricordando che la Romania è il punto di partenza per i programmi di addestramento dei piloti ucraini e la realizzazione della più grande base NATO in Europa, che sorgerà nei pressi dell’attuale base militare “Mihail Kogalniceanu”, che verrà ampliata, vicino a Costanza.

La reazione del Dipartimento di Stato USA

A quel punto, spiega il noto giornalista, entrano in partita i giganti di influenza occidentali. Think tank e ONG finanziate dagli Stati Uniti attraverso i programmi di aiuti esteri dell’USAID -il National Endowment for Democracy (NED) e il Dipartimento di Stato-, si sono mosse per ‘favorire’ la decisione della Corte Suprema rumena. La presunta ingerenza russa, denunciata da organizzazioni come GlobalFocus e Funky Citizens, ONG finanziate da USAID, NED e dall’Ambasciata statunitense a Bucarest. Nei giorni precedenti alla sentenza della Corte Suprema, queste organizzazioni hanno operato per delegittimare il risultato elettorale, con accuse rivolte a piattaforme social come TikTok per la diffusione di contenuti pro-Georgescu.

Fiumi di denaro dagli Usa alle ONG anti-Georgescu

Tra le ONG finanziate dagli Usa che c’è anche Expert Forum, la quale ha ipotizzato che TikTok abbia violato i propri termini di utilizzo consentendo la diffusione di contenuti pro-Georgescu durante le elezioni. Il direttore dell’organizzazione, ha dichiarato che alcuni account TikTok pro-Georgescu erano stati creati nel 2016, suggerendo che ciò fosse la prova di una “operazione a lungo termine”. I registri federali mostrano che l’Ambasciata degli Stati Uniti a Bucarest apprezza molto l’Expert Forum a cui ha elargito un flusso costante di denaro. L’ultimo contratto assegna al gruppo 79.964 dollari per sviluppare una “soluzione integrata contro il regresso democratico in Romania”. E loro a quanto pare sono stati davvero bravi.

Troppo antiamericani? Sentite il seguito

E non è finita qui, perché l’ingerenza degli Usa nel processo elettorale della Romania è ben più ampia, insiste e documenta Roberto Vivaldelli. L’accusa di aver impiegato account falsi su TikTok per ottenere consensi e diffuso “disinformazione” proviene dalla ‘Association for Technology and Internet’, che è a sua volta membro dell’European Digital Rights (EDRi), che si definisce “la più grande rete europea che difende i diritti e le libertà online”.

Ma la parte più interessante riguarda i finanziatori di questa rete, come la solita Open Society Foundations del magnate liberal George Soros, l’Omidyar Network del fondatore di eBay Pierre Omidyar, la Ford Foundation, la MacArthur Foundation, e molte altre. “Ingerenze buone” e non cattive (e ad oggi presunte) che verrebbero da Mosca. Lo schema ci riposta indietro di almeno vent’anni, alla Serbia di Milosevic e alle successive ‘rivoluzioni arancione’ collaudate prima in Georgia, e poi a salire e con esiti variabili in Bielorussia, in Ucraina, a chi sa dove altro.

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27/11/2024

Anche la Romania diventa uno “swing state”

Siete liberi di votar come vuole Bruxelles e soprattutto la Nato. E se non siete d’accodo allora siete putiniani o pro-Hamas.

Sta diventando questo il commento fisso ad ogni elezione europea – o di “interesse europeo”, come quelle in Georgia – che non va come sperato (preparato, organizzato, previsto, ecc).

Ultimo caso, la Romania. Qui al primo turno ha inaspettatamente vinto Călin Georgescu-Roegen, sconosciuto ingegnere che aveva ricoperto diversi incarichi diplomatici e come tecnico al ministero dell’ambiente.

Si era presentato come indipendente, senza un partito politico alle spalle, ma con 3,8 milioni di followers su Tik Tok. Ha preso quasi il 23% e quindi andrà al ballottaggio, domenica 8 dicembre, contro Elena Lasconi (19,2%), definita “riformista liberale”, solidamente pro-UE, filo-Nato e per l’appoggio totale all’Ucraina, con cui il paese confina.

Solo terzo il cosiddetto “socialdemocratico” Marcel Ciolacu, primo ministro uscente, che ha ottenuto il 19,15%.

Georgescu ha seminato parecchie dichiarazioni di estrema destra, rivalutando addirittura il nazista Codreanu (fondatore della “Guardia di Ferro” negli anni ‘30). Ma è anche apertamente contrario alla guerra contro la Russia e all’invio (attraverso la Romania) di altri aiuti economici e militari all’Ucraina.

Per il ballottaggio ha ricevuto l’appoggio di un altro “destro” dichiarato come George Simion. Sommando i voti potrebbe così giungere al 36-37%, più o meno la percentuale del duo Lasconi-Ciolacu.

Grande incertezza, dunque, e immediata mobilitazione totale dell’Unione Europea, preoccupata di ritrovarsi un’altra “colonna” della Nato recalcitrante e dubbiosa (oltre a Ungheria, Slovacchia e Bulgaria, c’è incertezza anche sull’esito delle prossime elezioni politiche nella Repubblica Ceca).

Addirittura un gruppo di parlamentari europei chiede di convocare a Strasburgo l’amministratore delegato di Tik Tok per rispondere a domande sul ruolo della piattaforma nelle elezioni presidenziali rumene di domenica scorsa. Georgescu sembra infatti averne sfruttato al meglio le potenzialità: parla in modo semplice, evita l’ortodossia occidentale, è osteggiato dai media tradizionali ed è scettico su UE e NATO. Un po’ Meloni, un po’ Le Pen, ma internazionalmente su fronte opposto.

E quindi fioccano le allusioni sul ruolo “oscuro” (e non definito) di una possibile influenza russa. “Il risultato di questo candidato silenzioso ma estremista e filo-russo fa parte della guerra ibrida della Russia contro la democrazia europea”, ha detto Siegfried Mureșan, eurodeputato conservatore rumeno, parecchio deluso dai risultati elettorali.

Il PPE, il gruppo politico più grande dell’UE, quello di von der Leyen, ha ricordato di avere la responsabilità di “agire non solo contro gli estremismi, ma anche a sostegno di una grande e solida coalizione centrista”. Un caso da manuale di interferenza negli affari interni di un paese membro, a “a fin di bene”...

Non tutti, però, sono convinti che Georgescu diventerà il prossimo leader della Romania. Traian Băsescu, presidente della Romania dal 2004 al 2014, ha detto di non credere che Georgescu prevarrà al secondo turno e che, in generale, i rumeni rimangono “molto positivi” verso l’UE e la NATO.

Ma ha avvertito che gli elettori rumeni sono “molto arrabbiati” per il ritorno della corruzione nel paese e per il fatto che il sistema giudiziario sia di nuovo “sotto il controllo politico” (ma se pro-Nato non fa troppo scandalo, dalle nostre parti…).

“Quello che i due partiti [nella coalizione di governo] hanno fatto negli ultimi due anni è un disastro”, ha dichiarato, riferendosi al Partito Socialdemocratico e al Partito Nazionale Liberale. “Sospetto che perderanno potere”.

Un commento che illumina la situazione tragica di molti paesi europei, dove le popolazioni vengono strangolate nella morsa dell’“austerità” (e quelle dell’est con più forza, vista l’estrema debolezza delle loro economie e il livello infimo dei salari). Hanno subito per anni il peggioramento delle condizioni di vita sotto governi “europeisti” che si presentavano solo per questo come “progressisti”, e dunque si rivolgono – per assenza di alternative – a formazioni improbabili di estrema destra.

Dalla padella alla brace, con la speranza di non entrare in guerra, almeno...

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02/04/2023

USA - Crociata contro TikTok

L’assalto del governo americano al popolare “social” cinese TikTok è ripartito a pieno regime in questi ultimi giorni con l’udienza alla Camera dei Rappresentanti di Washington dell’amministratore delegato Shou Zi Chew e la discussione al Congresso di alcune proposte di legge per limitare l’utilizzo dell’app negli Stati Uniti. La pericolosità di questo strumento, che viene senza alcuna prova associato al governo di Pechino, sembra essere ampiamente sopravvalutata, ma la campagna in corso ai limiti dell’isteria ha almeno due obiettivi ben precisi: alimentare il clima di caccia alle streghe contro la “minaccia” cinese e rafforzare il potere di censura e controllo della rete nelle mani del governo americano.

I vari membri della commissione Commercio della camera bassa del parlamento USA intendevano con ogni probabilità mettere alle strette il numero uno di TikTok, dimostrando la pericolosità di un “social” bollato come strumento del Partito Comunista Cinese. Quello che è emerso dall’evento, oltre alla pacatezza con cui Shou Zi Chew ha controbattuto a domande e provocazioni, è stata piuttosto la sostanziale ignoranza dei deputati sul funzionamento del “social” incriminato e di internet in generale.

Non solo, le denunce feroci nei confronti di TikTok hanno finito per evidenziare l’ipocrisia che come sempre contraddistingue le finte crociate della classe politica americana. Se il merito delle imputazioni sollevate per TikTok può essere considerato in parte legittimo, è ancora di più vero che le potenzialità maligne del “social” cinese si ritrovano moltiplicate in strumenti simili ma ancora più diffusi a livello planetario e, soprattutto, di proprietà di soggetti americani, come Google, Facebook, Instagram o Twitter.

Per i politici americani, dunque, TikTok funzionerebbe come una sorta di programma di “sorveglianza di massa” in grado di intercettare i dati personali dei suoi 150 milioni di utenti negli Stati Uniti. Informazioni sanitarie o sui movimenti degli utilizzatori sono tra quelle più sensibili su cui il “social” metterebbe le mani. Il tutto, almeno potenzialmente, nella disponibilità delle autorità della Repubblica Popolare Cinese.

Gli interventi dei deputati americani fanno parte di una campagna coordinata che già l’amministrazione Trump aveva inaugurato qualche anno fa, nel tentativo di bandire il “social” cinese dagli Stati Uniti. I vertici delle principali agenzie della sicurezza nazionale USA hanno a loro volta suonato l’allarme su TikTok. A inizio di questa settimana, ad esempio, il numero uno della cyber-sicurezza per la NSA, Rob Joyce, ha definito il “social” come un “cavallo di Troia” della Cina, utilizzato da Pechino per raccogliere informazioni sugli americani. Secondo Joyce, il governo americano dovrebbe tenere sotto stretto controllo le attività della compagnia che ne detiene la proprietà – la cinese ByteDance – in modo da evitare futuri problemi legati alla sicurezza.

Lo scorso novembre era stato invece il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ad avvertire che Pechino poteva sfruttare TikTok per operazioni di spionaggio o, addirittura, per prendere il controllo degli smarthpone su cui è installata l’applicazione. Poco più tardi, l’uso del “social” cinese era stato vietato sui dispositivi aziendali dei dipendenti del governo federale e di una ventina di amministrazioni statali.

Fermo restando che il controllo del governo cinese delle informazioni a cui TikTok potrebbe potenzialmente avere accesso non è stato per ora in nessun modo dimostrato, è evidente che la facoltà di raccogliere informazioni di massa a livello globale è in primo luogo una caratteristica di siti, motori di ricerca e “social network” ideati e di stanza in America. Questi ultimi collaborano oltretutto regolarmente con il governo di Washington, consegnando su richiesta dati ultra-sensibili dei loro utenti, quasi sempre a loro insaputa.

L’uso dei “social” come strumento di propaganda o di controllo dell’informazione è un’altra prerogativa dell’apparato di potere USA. Proprio negli ultimi mesi, Elon Musk ha favorito la pubblicazione in varie tranches dei cosiddetti “Twitter Files”, ovvero trascrizioni di e-mail e comunicazioni varie tra i vertici di Twitter ed esponenti del governo che confermavano come fosse applicata una censura di fatto delle notizie da diffondere tra gli utenti del “social” con sede a San Francisco. Com’è ormai noto, risalgono poi al 2013 le prime rivelazioni di Edward Snowden sulle attività della NSA, impegnata a monitorare virtualmente tutte le comunicazioni elettroniche che avvengono sul territorio americano e non solo.

Al di là del merito delle accuse contro TikTok, è indiscutibile che il governo degli Stati Uniti sia di gran lunga il più attivo nel campo della sorveglianza digitale, del controllo/manipolazione delle informazioni e delle operazioni di propaganda su scala planetaria. Il tentativo di demonizzazione di TikTok, così da scoraggiare gli utenti americani dall’utilizzarlo, appare inoltre insensato anche da un altro punto di vista. In una realtà dove la privacy è ormai un’illusione e il monitoraggio sul web è pervasivo, non è cioè chiaro, come ha spiegato un’analisi della rivista Jacobin, per quale ragione gli utenti americani dovrebbero preoccuparsi maggiormente del controllo (presunto) esercitato dal governo cinese rispetto a quello (dimostrato) del loro governo.

Più in generale, si chiede l’articolo, la preoccupazione più grande per un americano è la “minaccia” di TikTok o “il tentacolare apparato della sicurezza nazionale post-11 settembre”? Apparato che, oltretutto, ha già mostrato le proprie potenzialità autoritarie e repressive negli ultimi due decenni. In definitiva, anche prendendo per vere le accuse rivolte al “social” cinese, si legge in un recente editoriale del sito Tech Policy Press, “TikTok non è un prodotto del comunismo cinese, bensì del capitalismo della sorveglianza americano”. Se il Congresso intende realmente risolvere le minacce insite in questa applicazione, avverte l’articolo, allora “dovrebbe vietare la ‘pubblicità targettizzata’ [da internet] e non TikTok”.

La pericolosità di TikTok è dunque un pretesto che gli Stati Uniti intendono sfruttare per aggiungere un altro tassello alla campagna anti-cinese in atto. L’atmosfera da nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino deve evidentemente permeare tutti gli ambiti e, nel caso del “social” di condivisione di video, si intreccia alla sfida in ambito informatico e tecnologico che da tempo infiamma i rapporti tra le prime due potenze economiche del pianeta.

L’altro aspetto legato alla crociata contro TikTok è il fermento legislativo del Congresso USA per introdurre un nuovo giro di vite sulla libertà di espressione e sul controllo della rete. Una bozza di legge è stata depositata alla Camera (“DATA Act”) e prevede una serie di iniziative decisamente estreme. Una di queste è la possibilità di congelare tutti i beni di quegli americani che “consapevolmente” trasferiscano informazioni personali sensibili a una qualsiasi entità appartenente a un soggetto cinese o semplicemente “sottoposto all’influenza” cinese.

Il testo è così generico da fare immaginare facilmente le possibili implicazioni che ne deriverebbero, tanto più se si considera che la legge dovrebbe essere applicata in qualsiasi parte del mondo. Il risultato potenziale sarebbe il divieto di fatto dell’uso di qualsiasi software di origine cinese in qualunque parte del pianeta, inclusi gli stessi paesi alleati degli Stati Uniti.

Un secondo disegno di legge, con maggiori possibilità di essere approvato, è in discussione al Senato (“RESTRICT Act”) ed è appoggiato dall’amministrazione Biden. Questo provvedimento consegnerebbe all’esecutivo ulteriori poteri di controllo sulle comunicazioni informatiche. Ad esempio, il governo sarebbe tenuto a “proibire” o “limitare” qualsiasi transazione o attività relativa all’ambito delle comunicazioni di compagnie controllate da “avversari stranieri”, se viene rilevata una minaccia alla sicurezza nazionale americana.

Potenzialmente, la legge permetterebbe al governo di vietare a qualsiasi organo straniero di possedere e operare strumenti informatici e delle comunicazioni sul mercato USA, consentendo il ricorso a metodi di censura con ampia discrezione. Sul fronte domestico, nell’ipotesi peggiore e più assurda, un utente americano potrebbe essere incriminato per il solo accesso a piattaforme di paesi ritenuti “nemici” degli Stati Uniti, come ad esempio il servizio di messaggistica cinese WeChat o, appunto, TikTok.

L’opposizione in sede politica negli Stati Uniti a questa deriva semi-totalitaria è decisamente limitata e riguarda quasi soltanto l’ala libertaria del Partito Repubblicano. Il senatore del Kentucky Rand Paul ha infatti introdotto una proposta di legge per bloccare il bando di TikTok e il corollario ultra-repressivo previsto dalle varie proposte in discussione. Il senatore repubblicano, per la sua iniziativa, fa riferimento alle protezioni del Primo Emendamento alla Costituzione americana, relativo alla libertà di parola e di stampa. L’aria che tira a Washington non promette tuttavia nulla di buono ed è probabile che, a breve e in una qualche forma, arriverà una nuova stretta in nome della lotta alla molto presunta minaccia cinese.

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07/03/2023

Giorgia su TikTok, Elly su Twitter, antropologia del centrosinistra

La politica istituzionale italiana degli ultimi 30 anni ha subito diverse mutazioni antropologiche, riguardanti comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. All’inizio degli anni ’90, Max Gallo, storico della politica poi membro dell’Académie française, definì l’Italia, allora nel periodo della fine dei partiti di massa, come un laboratorio utile per capire le mutazioni della politica in generale.

È per questo che, dopo anni di Silvio Berlusconi, nel nostro paese non ci si è certo stupiti per il fenomeno Trump anche se, con l’emergere dei social di massa a metà anni 2000, il terreno per le mutazioni della politica si è fatto globale con il declino di quelli che un tempo erano i laboratori privilegiati di analisi.

Nelle scorse settimane abbiamo fatto uscire una antropologia della destra basata sull’analisi di TikTok come social paradigmatico di un comportamento legato all’identità politica. Questa volta, se vogliamo delineare una antropologia digitale del centrosinistra, il social paradigmatico da analizzare è Twitter.

Questo non significa che a sinistra non si usi TikTok oppure che a destra non si faccia largo uso di Twitter ma, piuttosto, che il primo è paradigmatico per la formazione di identità e comportamenti di destra e il secondo è paradigmatico per la formazione di questi fenomeni in area centrosinistra.

Del resto l’antropologia digitale, quella che si occupa delle evoluzioni della natura umana intrecciate con le mutazioni tecnologiche, da tempo è in grado di farci capire quanto sia cambiata lo società in fenomeni che, dalla fine degli anni ’90, non sono più di nicchia o emergenti ma dominanti.

Dallo storico libro di John Postill dedicato alla politica digitale e all’impegno politico si comprende come Twitter serva a identità politiche come quelle progressiste per strutturarsi sia in quanto opinione pubblica, soggetto informato, soggetto di dibattito e fenomeno di mobilitazione. Nonostante l’enorme uso di immagini, video e meme, e l’uso della parola in pochi caratteri, Twitter è un’eredità dell’opinione pubblica liberale classica: è guidata dalla parola, dalla presa di posizione, dal dibattito e dalla polemica. Non a caso, prima dell’acquisto da parte di Elon Musk, Donald Trump fu espulso da Twitter: negava pienamente, oltre agli interessi del management di allora, questi caratteri costitutivi progressisti del social.

Allo stesso tempo Twitter è il social che viene usato per commentare in tempo reale i dibattiti televisivi. E qui bisogna dire che Elly Schlein ha vinto il recente duello con Bonaccini nonostante quest’ultimo abbia fatto largo uso di Bot. Molto semplicemente perché il Bot, che è una estensione seriale di prese di posizione a favore di un candidato, non può essere originale, e quindi trascinante, quanto le prese di posizione dei sostenitori reali.

Elly Schlein ha quindi bucato lo schermo televisivo e Twitter sia come strumento di coesione identitaria e comportamentale, come riproposizione del modello classico di opinione pubblica, che come strumento di commento alla tv.

La differenza con il modello di riproduzione dell’identità di destra è palese: dove quest’ultimo attinge a una cultura meno politica, con l’uso rituale della danza, come rappresentazione simbolica dell’espulsione del diverso su TikTok, la formazione dell’identità di centrosinistra si esalta su Twitter in un uso del discorso pubblico più apertamente politico, più attento alle dinamiche dettagliate dell’informazione. Questo non significa che non ci siano ibridazioni tra questi modelli, e ce ne sono, solo che se vogliamo trovare un fondamento ultimo nelle due formazioni identitarie lo troviamo per il social cinese nella cultura di destra e in quello americano, che politicamente emerse nelle rivoluzioni arabe, per la cultura centrosinistra.

Quali ceti sociali riempiono le strutture rilevate da questa antropologia digitale? Gli stessi per destra e centrosinistra dal ceto medio, alle classi subalterne, ai nuovi poveri ai ceti medio-alti. L’egemonia di un social utilizzato, piuttosto che l’altro, serve per capire dove stanno i confini antropologico-politici di un paese che appare nettamente spaccato come una mela, in ogni ceto sociale, come accaduto durante la recente polarizzazione Lula-Bolsonaro. Del resto tra destra e centrosinistra è diversa anche la valorizzazione dello spazio: più utilizzato a destra lo spazio postpolitico (la rappresentazione digitale di salotti, palestre, discoteche) mentre il centrosinistra tende a esaltare la presenza nella piazza classica (come recentemente a Firenze).

Definito questo confine, tra TikTok e Twitter, tra luogo postpolitico e piazza, si capisce dove si trovino comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. Una nuova antropologia politica è in corso, indubbiamente, in una società che è statica solo per i distratti.

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27/02/2023

La competizione globale investe TikTok

La Commissione Europea ha annunciato giovedì scorso di aver richiesto al proprio personale di rimuovere l’app TikTok dai propri dispositivi di lavoro e da quelli privati in cui siano presenti anche strumenti e documenti di lavoro. In alternativa, possono rimuovere questi ultimi, e la stessa richiesta sembra arriverà a breve a Consiglio e Parlamento Europeo.

La preoccupazione dichiarata è quella che la compagnia cinese possa essere un cavallo di Troia per far arrivare informazioni riservate a Pechino, e se ne possa così avvantaggiare nella competizione globale. In sostanza, viene annunciata come una questione per aumentare la sicurezza informatica, oggi al centro della preoccupazione di tutti i grandi attori della scena internazionale.

La possibilità di perseguire questa linea era stata ventilata già da Trump qualche anno fa, e nel dicembre 2022 è stato approvato un disegno di legge per il bando di TikTok dai dispositivi governativi, presentato da quattro membri repubblicani del Congresso statunitense. A dimostrazione che la linea di scontro con l’avversario strategico cinese è portata avanti in maniera bipartisan, da democratici e repubblicani.

Preoccupati dal clima di diffidenza nei loro confronti, i dirigenti del social network controllato da ByteDance avevano giocato d’anticipo. Il CEO di TikTok, Shou Zi Chew, in questi mesi ha incontrato su sua richiesta alti funzionari UE, tra cui il Commissario europeo al mercato interno, Thierry Breton, e quella per la concorrenza, Margrethe Vestager.

Il regolamento europeo sulla privacy, il GDPR, prevede che i dati degli europei devono rimanere nel vecchio continente, e per questo l’azienda cinese ha già aperto un data center in Irlanda e stava pianificando di aprirne altri due. Ma la stessa responsabile della privacy per TikTok Europa, Elaine Fox, aveva dichiarato che alcuni dipendenti del gruppo, sparsi un po’ in tutto il mondo, avevano accesso a queste informazioni, pur nel rispetto dei protocolli europei.

Le rassicurazioni sulla gestione del colosso asiatico non devono essere bastate se ora si arriva a questa soluzione. I dipendenti della Commissione avranno tempo fino al 15 marzo per rispettare queste direttive, e sembra che alcuni paesi UE stiano pensando di adottare gli stessi provvedimenti. È il caso dell’Olanda e dell’Italia, sempre in prima fila nel mostrarsi “più realista del re”. Inoltre, attualmente TikTok è coinvolta in due indagini delle autorità irlandesi.

Anche se è comprensibile la necessità di sicurezza, è evidente come questa decisione si inserisca in un quadro di irrigidimento delle relazioni internazionali. TikTok ha commentato la notizia etichettandola come “sbagliata e basata su pregiudizi”, soprattutto per la sua unilateralità e il fatto che appena un paio di settimane fa il CEO era stato a Bruxelles, proprio in un rapporto di confronto trasparente con le istituzioni comunitarie.

Nonostante la UE continui a giocare su un terreno ambiguo, sapendo come non possa fare a meno della Cina a livello economico, la spinta alla guerra e allo scontro con il Dragone che esprime il Blocco Euroatlantico sta facendo sentire il suo peso. E soprattutto, la sta facendo sentire entrando a gamba tesa anche sui dispositivi e le attività private dei funzionari europei.

In vista delle europee del 2024, il Parlamento Europeo inoltre ha dato via libera al confronto comunitario che dovrebbe portare a un testo sulla pubblicità politica. Tra le altre cose, si vorrebbe vietare alle entità non basaste nella UE di poter finanziare attività in tale senso. Un segnale di crescente preoccupazione rispetto alle influenze che possano venire da blocchi estranei.

Un incancrenirsi delle relazioni, senza nascondere la competizione politica oltre che quella economica, che fa presagire scenari futuri sempre più delicati. Vedremo se la UE continuerà in una politica di scontro duro e puro con Pechino o le motivazioni di maggiore autonomia dagli USA prenderanno il sopravvento. In ogni caso, i venti di guerra spirano in maniera evidente su un mondo diviso e non più globalizzato, neanche sul piano dei social network che di quella “globalizzazione” erano stati l’emblema portato dentro la vita quotidiana di miliardi di persone.

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16/02/2023

TikTok e fine del mondo: antropologia della destra al potere

“Individuare l’esatto significato dei sintomi, l’estensione del contagio, il condizionamento della malattia, le forze della guarigione” (Ernesto De Martino)

“I politici di destra hanno paura di apparire di destra, i politici di sinistra hanno paura di dire cose di sinistra mentre voi mi credete un attore” (Benito Mussolini in Sono tornato di Luca Miniero, 2018)

La destra al potere in Italia è formata da un cartello elettorale articolato e contraddittorio del quale vanno spiegati il comportamento istituzionale e la base sociale. Va anche considerato che il comportamento della destra, che è già stata al potere dall’inizio degli anni 2000 fino al 2011, non è quello del fascismo del 1924 il quale, una volta vinte le elezioni, semplicemente sciolse la struttura della democrazia liberale esistente.

Questa destra non vive oggi di quelle prospettive né ha quella forza politica di rottura: si tratta di un soggetto che si riproduce per occupazione, via elettorale, dei nessi istituzionali cercando di adattarsi al terreno che abita, comprese le istituzioni europee nelle quali al momento vive una crisi di rigetto come il desiderio di piena legittimazione.

In poche parole, questa destra si rinnova appropriandosi di risorse della società tramite consenso elettorale mentre la destra di cento anni prima si appropriava della società italiana con i metodi della guerra sul campo, occupazione militare della capitale e scioglimento del parlamento. Allora la destra era un prodotto di una guerra mondiale oggi è un cartello elettorale che trova spazio nei punti critici delle società globalizzate del benessere che appaiono sempre più verticalizzate in reddito, sapere, disponibilità di risorse.

Quella di allora era una destra immediatamente pericolosa, per la società e la democrazia, quella di oggi sarebbe assimilabile a quella di ieri in caso di un repentino collasso sociale alimentato da liberismo e guerra. E anche oggi è comunque una destra pericolosa perché per riprodursi asseconda le malattie della società. Insomma i differenti modi di sgretolare la società italiana, da parte della destra, si dislocano nel tempo: un passato dittatoriale, un presente fatto di quota di potere nel dispositivo governamentale liberista che alimenta la crisi della società, un futuro fatto di possibili colpi di scena se la crisi precipita.

Va notato come, nel dibattito pubblico, e non solo, spesso si sbagli analisi proprio nella classificazione temporale della destra attribuendo a quella presente troppe caratteristiche del passato e a quella del passato giusto le proiezioni delle paure per il futuro.

La pericolosità della destra attuale sta nella sua facoltà di riprodursi nei disastri del liberismo grazie alla sua continua capacità di mutazione, alla sua adattabilità con la quale, nella formula elettorale detta centrodestra, si riproduce, non senza periodi di crisi, da quasi 30 anni. Si tratta di capire quale società, quale antropologia del potere alimentano questo soggetto elettorale per determinarne il nuovo livello di pericolosità politica. Capire la destra di oggi, infine, è anche comprendere la portata delle criticità che attraversano la nostra società.

Certo, quella italiana è una società ormai profondamente spoliticizzata, la bassa partecipazione elettorale ne è un indice, e la destra attuale ne è il riflesso mentre oltretutto si trova a vivere, come tutto ciò che è immesso nel mondo globale, in una società politeista. Gunther Teubner, definisce i caratteri di questo politeismo globalizzato inteso come un processo accelerato di differenziazione della società che si espande oltre i confini territoriali e nazionali. Si tratta di una accelerazione che riguarda non solo l’economia e la sfera finanziaria ma scienza, cultura, tecnologia, sanità, il settore militare, i trasporti, il turismo, lo sport che divengono mondi che si sviluppano oltre i confini delle società che li contengono travolgendo interi ordini sociali.

Per differenziazione sociale si intende la crescita autonoma di queste, e altre, sfere dalla società, ben oltre ogni confine anche nazionale, in modo così marcato da far perdere di senso la stessa nozione di insieme sociale. Del resto la stessa astensione elettorale si spiega bene, assieme alle dinamiche di impoverimento, grazie al processo di politeismo globale: la società fa sempre più parte, materialmente e cognitivamente, di queste sfere autonome e sempre meno dell’insieme sociale per cui lo stesso voto elettorale, una manifestazione tipica dell’insieme sociale, viene concretamente visto come qualcosa di molto lontano.

L’astensione come altri fenomeni – il crescere del gender fluid, le rivoluzioni continue del mondo del consumo del cibo, dei trasporti, della comunicazione e del capitalismo delle piattaforme – ci mostrano cosa sia oggi la società: un terreno sempre meno definito, incerto nelle prospettive di sviluppo, che contiene sfere socialmente autonome (legate a economia, tecnologia, sport etc.) nelle quali si riproducono comportamenti legati a fluidità e mutazione e continue ristrutturazioni delle condizioni di vita.

In questo scenario, e nonostante l’inaridirsi della dimensione del politico nelle nostre società, la destra riesce a riprodursi, nel tempo, occupando lo spazio istituzionale, via elezioni, in modo molto più efficace di ciò che viene definito come sinistra. Uno sguardo antropologico aiuta a capire la base sociale di questa dinamica per fissare fenomeni che appaiono tutto meno che passeggeri. Vanno quindi definiti almeno quattro piani attraverso i quali comprendere lo spessore di questa base sociale: uno che riguarda i social, uno l’importanza dell’effetto rituale prodotto dalla danza digitale espressione dei social, uno su almeno un paio di categorie antropologiche ineludibili e uno dedicato alla definizione di fascismo.

1. Media anthropology, TikTok e l’elettorato di destra

La base popolare di consenso fatta di ceti medi e ceti subalterni al cartello elettorale di Giorgia Meloni è soprattutto una base social. Non che a Fratelli d’Italia, il soggetto forte del centrodestra di oggi, manchino raduni o comizi tradizionali ma il grosso del consenso arriva dai social, dei quali TikTok rappresenta un interessante punto di analisi. Questo per un motivo molto semplice: TikTok è il social che ha valorizzato il peso della danza nelle culture globali e attraverso la danza, che è una strutturazione artistica della connessione collettiva, si possono leggere importanti mutazioni nelle società che da questa vengono evocate. Inoltre la sua crescita secondo criteri da visual culture, e non da scrittura online, rende TikTok un social ancora più ibrido degli altri tra politica, socializzazione, arti performanti, marketing, provocazione che si distende con naturalezza proprio nelle sfere autonome dalla società che stanno svuotando il senso stesso dell’insieme sociale. Nel linguaggio da visual culture di TikTok il consenso elettorale circola quando la cornice di significato (luoghi, movimenti, luci, colonna sonora) non è propriamente “politica” ma rimanda fortemente ai processi più complessivi di significazione del social. Così il consenso elettorale, es. verso Meloni, passa grazie a forme simboliche non politicizzate. Questo è un punto di forza del messaggio elettorale di oggi.

TikTok proprio perché fa parte del linguaggio del politeismo globalizzato, quello che perde la nozione di insieme sociale, assembla la centralità di una nuova nozione di spazio non più facente parte di un insieme sociale ma di sfere autonome di significato: mette in evidenza la stanza, la cucina, la palestra, la sala da ballo, il centro fitness. Da ognuno di questi luoghi può partire il messaggio come se si fosse in una piazza, parlando al proprio pubblico e non a un’intera società, e la stessa piazza viene rappresentata secondo le forme simboliche del politeismo globalizzato.

L’elettorato di Meloni su TikTok ha fortemente utilizzato, durante le ultime elezioni sia questo linguaggio, politico e impolitico allo stesso tempo, sia le modalità di rappresentazione dei luoghi del politeismo globalizzato sia la danza come strumento forte dell’espressività sociale.

2. La danza in digitale: nuovi riti emergono

Della danza sappiamo molte cose tra le quali il fatto che è funzionale a un ordine collettivo. La danza dell’elettore di Meloni su TikTok che esprime – da casa sua, dalla palestra, dal centro fitness – il ballo del desiderio di espulsione di immigrati e percettori del reddito di cittadinanza è significativa di come il messaggio elettorale, il sostegno a Giorgia Meloni, si sia cristallizzato nel linguaggio del politeismo globalizzato, il paradossale ordine del nostro mondo.

La danza è desiderio di ordine ed elaborazione di una ritualità che espelle il male in molteplici forme simboliche. Quella da casa propria, collegati allo smartphone e a TikTok, esprimendo sdegno verso immigrati e più poveri, è la ritualità del politeismo globalizzato, con un linguaggio che è sia politico che impolitico, che tenta di ripristinare un ordine infranto dallo stesso politeismo globalizzato del quale utilizza il linguaggio. Questo ci fa capire come sia emerso un nuovo dispositivo linguistico e simbolico, che ha effetti elettorali.

La base sociale della destra sta qui: nel dispositivo linguistico e simbolico del politeismo globalizzato, invocando un ordine che nega le stesse forme simboliche utilizzate per esprimersi, utilizzando il nuovo senso della rappresentazione dello spazio, la danza nelle forme digitali che permette di esprimere la rappresentazione rituale dell’ordine ripristinato. E in tutto questo, mentre il resto della società si allontana dalla politica, si esprimono consenso e voti verso la destra.

3. Presenza e apocalisse tra De Martino e noi

Dal lavoro antropologico di Ernesto De Martino facciamo emergere due concetti per capire come sia radicato il substrato sociale che alimenta il consenso al cartello elettorale di centrodestra. Si tratta del concetto di presenza e di quello di fine del mondo. La presenza in De Martino è, grosso modo, la capacità delle soggettività di saper conservare le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato a una determinata situazione storica. È evidente che l’antropologia visuale di TikTok ci rende il social come strumento di espressione della reazione alle mutazioni storiche attraverso l’espressione della danza digitale nella connessione con i luoghi del politeismo globalizzato. In modo da declinare il politeismo, oggetto di studio di De Martino, nelle sue manifestazioni tipiche delle culture digitali e in questo caso dell’acquisizione di consenso elettorale. La presenza, la reificazione della cultura di destra nelle nostre società, avviene quindi tramite questo veicolo digitale molto diverso da quelli utilizzati in passato ma anche da quelli costitutivi del centrodestra delle origini (la tv berlusconiana) presentandosi come l’approccio di massa successivo all’uso dei social da parte della Lega di fine anni ’10.

Il concetto di apocalisse aiuta a estendere la comprensione delle dinamiche di radicamento del substrato sociale che alimenta il consenso al centrodestra. De Martino spiega chiaramente come la fine del mondo sia “la fine del proprio mondo” e che l’estensione del mondo colpito dall’apocalisse è pari alla portata cognitiva della cultura che la percepisce. Nel substrato culturale di centrodestra la fine del mondo è ristretta ma concentrata: si va dalla crisi della sovranità della “nazione” ai drammi del cortile di casa. Ma, appunto, poco importa che sia ristretta la visione del mondo, l’importante è che sia forte la reazione a ciò che si percepisce come fine del proprio mondo che coincide con un ordine sociale strapaesano rappresentato attraverso gli strumenti cognitivi del politeismo globalizzato come TikTok.

E qui si comprende la funzione salvifica di questa sorta di tarantismo operato nei media digitali: ribadire la propria presenza, reagire all’apocalisse del proprio piccolo mondo, espellere ritualmente cosa minaccia il proprio mondo (immigrati e più poveri) attraverso la manifestazione del consenso elettorale, la delega a figure politiche. La crisi della domesticità della società italiana viene così risolta ritualmente, ed oggi significa digitalmente, unendo i differenti strati sociali della destra alimentando il consenso elettorale al centrodestra.

4. Criteri del fascismo originario

Come abbiamo visto la differenza tra il fascismo storico e l’attuale destra è marcata dal punto di vista politico e antropologico. Questo non significa che l’attuale substrato sociale di destra non veicoli anche comportamenti tipici del fascismo anche se non nella maniera politica così immediatamente sovversiva, da destra, come nel lontano passato.

Umberto Eco negli anni ’90 ha fissato, durante una conferenza alla Columbia University diventata poi un libretto di culto, le forme archetipiche del comportamento fascista. Forme che sopravvivono al fascismo storico depositandosi in altre culture di destra. Vale la pena di elencarne alcune: la diffidenza per la cultura, la paura della diversità che genera razzismo, la frustrazione a causa della crisi economica, il complottismo, l’uso di una neolingua, caratterizzata da una sintassi elementare.

La ritualità digitale che alimenta la subcultura di destra, e il consenso elettorale al centrodestra, tende a generare una lingua tanto più povera nella sintassi tanto più è ricca dei riferimenti simbolici offerti dal mondo digitale del politeismo globalizzato. Un modo per veicolare, di generazione in generazione, le forme comportamentali del fascismo storico senza, al momento, esprimerne la violenza politica ma, piuttosto, il peso elettorale in una società dell’astensione.

Se dobbiamo quindi definire una antropologia della destra al potere partiamo da un approccio molto diverso rispetto alle culture politiche tradizionali ma che cerca però di capire quello che, parlando di destra, si è sempre cercato di comprendere: la prospettiva politica, le forme di riproduzione del potere, il sostrato sociale originario.

La nuova destra, generalista e piena di differenze interne, è così alimenta da una antropologia del potere, da un substrato sociale tipico del politeismo globalizzato, che nutre il soggetto elettorale detto centrodestra. Questo ne determina il nuovo livello di pericolosità politica riproducendosi, con una neolingua che è, anch’essa, prodotto digitale del politeismo globalizzato. Si tratta di una destra che si riproduce nelle criticità delle società del benessere assumendone però forme simboliche e modalità espressive. Il feroce darwinismo sociale del liberismo non è in discussione in questa destra e la legittimità della sua esistenza politica si deve a questo e all’opportuna distanza, seppur con qualche difficoltà interne, dal periodo della dittatura.

Ma guardiamo piuttosto al fatto che, riproducendosi in questo ambiente, il sostrato sociale della destra veicola comportamenti del passato che – in una nuova veste e in una nuova grande crisi – potrebbero tornare alla violenza del passato grazie alle nuove forme digitali di espressività diffusa. Il punto fondamentale della destra al potere è quindi questo: va capita per come è, come si riproduce, nella nuova ritualità sociale e non per come ce la ricordiamo o come temiamo che possa essere un domani. Non è attraverso le proiezioni ma nell’analisi clinica che questa destra si afferra davvero nel momento in cui è una quota di potere politico immessa nel dispositivo neoliberista che passa sulla società come un rullo compressore.

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18/12/2022

Bedroom pop, il marketing nelle camerette degli adolescenti

Il TikTok di Katherine Li in cui balla e canta nella sua cameretta, per un amore mai corrisposto e per un bacio mai dato, l’ha coperta d’oro.

Ero sempre nella mia stanza, dice Katherine Li a John Seabrook del newyorker.com. Suonavo la tastiera e mi chiedevo: Cosa faccio di tutto ciò? Ho iniziato a postare canzoni Sweet-Sad sulle mie cotte alle superiori. This is my chance, pensai.

Katherine Li, dice Seabrook, aveva visto esplodere su TikTok Doja Cat e Megan Thee Stallion. Nel 2020 Savage aveva infiammato la piattaforma.

Potevo farcela anch’io. Il successo che mi mancava e che desideravo tanto poteva arrivare pure da me.

Il 23 dicembre 2020, mentre mi preparavo per il College, per distrarmi, strimpellavo qualcosa alla tastiera. È nato così il TikTok Heartache. L’ho postato senza pensarci. Molti artisti TikTok (Creator) erano riusciti a monetizzare la propria passione per la musica attraverso accordi di Influencer con i Brands commerciali. Potevo farlo anch’io.

L’industria discografica, in quanto a fiuto per il business, non è seconda a nessuna. Incoraggia questa speranza. Billy Mann, produttore, cantautore e dirigente discografico nominato ai Grammy, dice che in un mondo pre-TikTok era difficile sfondare. Dovevi avere delle entrature. Ora puoi iniziare dalla tua cameretta, buttarti nella mischia, avere il tuo pubblico. Puoi farlo anche tu!

La mattina, non appena sveglia, dice Li, controllavo TikTok. Poi scendevo le scale e dicevo: Guarda, mamma, ho 30 visualizzazioni!

Una mattina mi svegliai e controllai: Heartache nella notte aveva totalizzato 7 mila visualizzazioni. Non stavo nella pelle per la gioia. La sera il video aveva raggiunto centomila visualizzazioni. Dopo una settimana aveva toccato quasi il milione.

Nei video di follow-up, incoraggiai i miei primi Fan. Siete come me, dissi. In tutto il mondo, siete come me. La maggior parte erano Indiani e Filippini.

A gennaio di quest’anno Gatton, Cantante made in USA, aveva deciso di abbandonare la musica. La sua arte non sfondava la soglia del circolo di amici e parenti. Fino a quando il TikTok di una sua canzone del 2018 (When Scars Become Art) non sbancò sulla piattaforma, trasferendo il successo su Spotify e portandolo nella SpotifyFlippine top 50.

Dietro a questo inaspettato successo c’erano il Trigger Marketing e la Stellar Trigger Marketing del danese Ryan Peterson (campaignasia.com).

Il Trigger Marketing, dice Peterson, punta su paesi dove l’indice composito di densità abitativa e connessioni a internet è alto (sud-est asiatico e America Latina). Puntiamo su queste zone per stimolare una risposta locale che, solitamente, innesca una risposta nei mercati più redditizi degli Stati Uniti, del Regno Unito, dell’Australia e dell’Europa.

Se riesci a costruire un pubblico a Quezon City nelle Filippine, dice Chaz Jenkins – CCO di Chartmetric, uno dei principali veicoli di analisi di dati musicali – probabilmente entro pochi giorni, al più qualche settimana, avrai un pubblico a Singapore, e vedrai anche uno sviluppo del pubblico a Giacarta. E poi probabilmente inizierai a costruire un pubblico anche nei paesi occidentali, o in America Latina.

Si tratta del Trigger Cities Marketing.

Quando Sean Lewow, A&R di S10 Entertainment, l’etichetta che aveva sotto contratto Katherine Li, venne a sapere del lavoro di Ryan Peterson e della Stellar Trigger Marketing, chiese di organizzare una campagna per Li. Così nacque Never Had a Chance.

Never Had a Chance, dice Lewow, ebbe un incredibile successo, generò oltre un milione di contenuti prodotti da utenti (creator) su TikTok e portò a oltre 20 milioni di stream on demand aggregati.

Il trigger marketing, dice, ci ha sicuramente permesso di massimizzare la crescita nel nel Sud Est Asiatico, che è uno dei bacini di fan più grandi e importanti di Katherine (campaignasia.com).

La campagna, commissionata e pagata da American Eagle Outfitters (un brand di vestiti di Pittsburgh) sfruttò la tecnica di marketing della Dance Challenge.

American Eagle, dice Seabrook del newyorker, chiese a Li di riscrivere alcuni versi di Happening Again citando il brand. La società pagò anche un video di undici minuti prodotto professionalmente, girato in un ex liceo, in cui Li è vestita in modo impeccabile e canta e balla e interpreta il travaglio della sua cotta insieme a un cast di comparse professioniste.

Alla fine di agosto, dice Seabrook, American Eagle lanciò una sfida hashtag (Dance Challenge) di tre giorni, con Li che invitava i Creator a realizzare video musicali per la sua canzone, indossando i propri jeans American Eagle. Il video vincente sarebbe stato proiettato sul negozio Jumbotron della società a Times Square e il vincitore avrebbe ricevuto un buono regalo da tremila dollari – 3.000 verdoni!

Lewow e Motley, dice Seabrook, mediarono i termini di un accordo in base al quale American Eagle pagò a Li poco più di centomila dollari.

I numeri che la sfida aveva prodotto erano sbalorditivi. Un milione e mezzo di creator avevano realizzato video utilizzando l’hashtag #AEJeansSoundOn.

Sembra folle, disse Craig Brommers, chief marketing officer di Eagle, contando tutte le visualizzazioni generate dai video dei creator, si arriva a oltre tre miliardi di visualizzazioni. La sfida ha generato un pubblico di 3 miliardi! Nella campagna avremmo potuto usare una superstar. E magari raggiungere gli stessi risultati. Ma non è detto.

Li, spiega Seabrook, a quel punto aveva meno di quattrocentomila follower, un seguito minuscolo rispetto a Charli D’Amelio, che attualmente ne ha quasi centocinquanta milioni.

TikTok ti mostra quello che vuoi vedere, funziona come «Uno specchio delle mie brame», dice Max Bernstein, fondatore dell’agenzia di marketing per piattaforme Muuser. TikTok genera reggimenti, piccoli stazzi. Se ti rivolgi a persone a cui piacciono i cosplay e i fumetti manga, dice, non le raggiungerai nemmeno con un video di Charli D’Amelio.

Dal punto di vista del marketing, un Creator con un seguito piccolo ma intensamente, che può avviare una tendenza in modo semi-organico nella sua comunità, potrebbe essere preferibile (e molto più economico) di un Creator con un seguito enorme, come D’Amelio, la cui capacità di avviare Autenticamente una tendenze è diminuita man mano che la sua celebrità è cresciuta. Il serpente si è mangiato la coda.

Sono più credibili (più sfruttabili) gli utenti veri, i non professionisti. Quelli che ci credono veramente. Quelli che non lo fanno per soldi, o, al massimo, per una fornitura di Jeans. Per un viaggio spesato a Pittsburgh, per 3 mila verdoni.

L’industria dell’intrattenimento funziona così. Sfrutta il desiderio di far parte di qualcosa, di essere presi in considerazione, di uscire dalla cameretta, di sentire che qualcuno coglie quelle vibrazioni che arrivano da quel punto G – Genio – sprofondato nell’intimità più segreta.

TikTok ci sfrutta. È vero. Ma questa critica lascia intatta la promessa di salvezza, non disattiva l’innesco della bomba piazzata dal romanticismo e che le piattaforme sfruttano per far esplodere la carica di autostima che ci fa credere di essere un artista in potenza, un genio incompreso, un creativo pronto a sfondare la barriera dei 700 like degli amici, parenti e paesani. Anzi, la rafforza.

Sentire il Genio, e considerare Geniali gli artisti e gli Inventori – Peter Thiel, Steve Jobs, Selena Gomez, Lady Gaga, Steven Spielberg, Lionel Messi – portarli ad altezze irraggiungibili, ci esime dal combatterli.

È più facile prendersela con il vicino stronzo che ha parcheggiato fuori dalle strisce, che con Steve Jobs che, per una cagata di tecnologie quasi tutte inventate negli anni Settanta, ci chiede di pagare un sovrapprezzo di 800 euro e passa.

Fonte

21/09/2022

Maneskin - Una rock band ai tempi di TikTok

I Måneskin sono attualmente la rock-band italiana più conosciuta al mondo. Formati a Roma nel 2016 da Damiano David (voce), Victoria De Angelis (basso), Thomas Raggi (chitarra) e Ethan Torchio (batteria), nel 2020 hanno raggiunto una notorietà mondiale decisamente al di sopra di ogni legittima attesa, divenendo nel giro di pochissimo tempo un esempio emblematico di quanto il successo possa essere a volte proporzionale alla pubblicità fornita dalla stampa e dalle tv. In pratica un grande fenomeno mediatico, pompato con una propaganda illimitata e aggiornato alla generazione social. In effetti, il loro successo – spesso al confine dell’isteria da parte di tutta la stampa generalista che sistematicamente ignora musicisti molto più innovativi – appare da ogni punto di vista incomprensibile se si considera il numero di band di qualità tecnica e compositiva oggettivamente superiori.

Tentare di spiegare i motivi di questa esaltazione illimitata appare difficile. Volendo escludere a priori le tesi pseudo-complottiste del “sistema” che spingerebbe i Måneskin in quanto portatori di valori coerenti con il pensiero dominante (ideologia gender, filo-atlantismo ecc.), dell’idea che tutto ciò che accade sia sempre studiato a tavolino da chissà quali menti superiori, non resta che analizzare altre ipotesi per cercare di avvicinarsi maggiormente alla verità.

Quello che è senz’altro innegabile è il comportamento delle tv e dei giornali generalisti con tutte le loro appendici social che spingono quotidianamente l’hype a livelli stellari. Dalla vittoria di Sanremo in poi non c’è stato praticamente giorno in cui non vi siano stati articoli, post sui social network, servizi in tv su ogni cosa detta o fatta da Damiano o Victoria, in cui ogni foto provocatoria della band non sia stata rilanciata ovunque, ogni dichiarazione proposta con la massima diffusione, ogni singolo concerto annunciato come un evento storico e commentato successivamente come se si trattasse di qualcosa di epico, da raccontare con orgoglio ai propri nipoti.

Artefici di tutto questo circo mediatico ipertrofico sono sia giornalisti che direttori di Tg, ma in particolare un esercito agguerrito di tanti pseudo-influencer, sconosciuti ai più, opinionisti tuttologi attivissimi su Facebook, che si prodigano in una costante agiografia quotidiana. È quindi un continuo interrogarsi se Damiano sia fidanzato o meno con Victoria, se Damiano abbia sniffato cocaina all'Eurovision, un inseguimento alle continue bufere social sul sex toy legato alla cintura durante un live, dal “Fuck Putin” alle “confessioni piccanti della fidanzata Giorgia Soleri”, sino al reggiseno di Victoria opportunamente “scivolato” durante gli Mtv Video Music Awards.

A tutto ciò si aggiunge la seconda faccia della medaglia, quella dei critici che ribattono in direzione opposta ma con eguale intensità a ogni evento che vede protagonisti i due frontman della band, in un clamoroso show mediatico che finora non ha fatto altro che il gioco dei Måneskin.

Paradossalmente, i Måneskin appaiono persino vittime di questo meccanismo: perennemente al centro dell’attenzione, osannati come i salvatori del rock, come se fossero i nuovi Beatles (qualcuno lo ha detto davvero), si trovano dinanzi ad aspettative impossibili da mantenere. Ma d'altra parte sono al tempo stesso i carnefici (di sé stessi), perché in questo gioco al rialzo hanno la possibilità di sfruttare i vantaggi del successo, che sembra abbiano intenzione di tenersi ben stretto.

Se però da una parte il successo e la fama portano innegabili vantaggi, dall’altra alzano l'asticella dell’hype a livelli parossistici, rendendoli di conseguenza oggetto, oltre che di ruffiane agiografie, anche di feroci critiche, in entrambi i casi finendo col venire bollati da etichette che sarà impossibile eliminare anche nel lungo periodo.

Tutto ciò rende davvero arduo discutere in modo oggettivo senza schierarsi con una delle due fazioni. Del resto, è incontestabile il fatto che lo spettacolo mediatico sia prioritario rispetto a quello musicale. Anzi, si può affermare, senza possibilità di essere smentiti, che la musica sia in secondo piano in tutto questo fenomeno, relegata a mero contorno rispetto al suddetto circo mediatico quotidiano. Ma cerchiamo di esaminare alcuni aspetti. 

Il presunto ritorno al passato 

Se si volesse guardare con occhi benevoli la loro storia, si potrebbe dire che, nell’epoca del post-tutto, i Måneskin abbiano rappresentato un ritorno al passato, a un’idea museale del rock, con tutti i pregi e i difetti che questo può comportare. È il concetto su cui battono maggiormente i loro fan, che però traggono la conclusione da una prospettiva inevitabilmente fuorviata. La loro visione della musica contemporanea è infatti molto parziale (come quella di tutti in effetti, ma nel loro caso lo è in modo tale da risultare inattendibile) in quanto, nella maggior parte dei casi, fondata su una conoscenza musicale offerta unicamente dai principali canali mainstream, radio o tv, alla perenne ricerca dei nuovi Led Zeppelin, dei nuovi Pink Floyd o dei nuovi Queen. Si è formato così negli anni un pubblico di eterni scontenti, sempre più convinto dell’idea che il rock sia morto vari decenni fa e che nessuno sia mai riuscito a riesumarne i fasti.

In verità, se la musica dei Måneskin è certamente rock, lo è in una forma tanto semplificata da apparire lontanissima da tutte le band storiche degli  anni '70, oltre che priva di quegli agganci con la società e di quei riferimenti intellettuali che storicamente sono stati invece una cifra significativa della musica rock. Basti considerare, ad esempio, il suo legame con l'avanguardia o con il jazz, la sua continua evoluzione e l'influenza reciproca tra una band e l’altra, che ha portato negli anni a un continuo susseguirsi di stimoli creativi.

A questo percorso evolutivo, la musica dei Måneskin appare totalmente estranea, così semplice e poco creativa da far svanire ogni legame con ogni tipo di subcultura giovanile. In sintesi, se il rock fosse stato solo quello dei Måneskin, non sarebbe stato così interessante e stimolante da restare a tutt'oggi materia viva e fertile a dispetto dei settant'anni di vita. 

Il pubblico dei Maneskin 

Giovani, belli, carichi di energia, trasgressivi almeno all'apparenza (in realtà, parecchio conformisti), i quattro romani sembrano perfetti per l'enorme mercato dei nostalgici. Allo stesso tempo riescono a intercettare un pubblico giovane che magari ascolta anche la trap ma che è alla ricerca di qualcos'altro, purché sia veicolato dai consueti canali (social, tv generaliste o talent show). In questo, risultano di certo superiori ai loro coetanei Greta Van Fleet, che possono apparire irresistibili ai nostalgici del rock ma non certo alle nuove generazioni. Oltretutto la musica dei Måneskin è infinitamente più semplice di quella dei Greta, quindi più spendibile rispetto alla formula nostalgica del quartetto americano.

È probabile, dunque, che parte del successo sia frutto dell'enorme semplificazione attuata dalla band romana. Un'operazione così spinta da risultare attualissima nella società social dei consumi rapidi e immediati. Se la brevità dei video di TikTok è la chiave del successo di quel social network, la semplicità elementare delle loro canzoni (quasi tutti i brani dei Måneskin durano tra i due e i tre minuti) si rivela di certo un elemento fondamentale.

Il pubblico dei Måneskin è quindi fondamentalmente quello dei grandi eventi, ascoltatori che potrebbero assistere indifferentemente ai concerti di Vasco Rossi o Ligabue, ma magari anche a quelli di Laura Pausini, degli U2, dei Guns‘n’Roses o dei Metallica. Una platea, insomma, fortemente condizionata dal bombardamento mediatico che accompagna gli eventi di massa, ma che garantisce indubbiamente una piattaforma formidabile per lanciare eventi live come quello svoltosi il 9 luglio 2022 al Circo Massimo di Roma. 

Finalmente la musica 

Come si vede, si potrebbe parlare all'infinito del fenomeno Måneskin senza mai entrare in campo musicale. Un paradosso incredibile, forse persino unico nella storia del rock italiano. Ma proviamo a farlo senza pregiudizi.

Un elemento che va considerato a favore dei Måneskin è che nascono esattamente come dovrebbero nascere tutte le band: da un gruppo di amici che provano a suonare insieme. Damiano David, frontman dotato di una voce particolare che può piacere come anche risultare sgradevole, e la bassista Victoria De Angelis si conoscono nel 2015 e, insieme al chitarrista Thomas Raggi (amico di Victoria) e al batterista Ethan Torchio, contattato tramite un annuncio su Facebook, si incontrano e formano un gruppo. Il nome Måneskin è una parola danese (traducibile in italiano come chiaro di luna), lingua d'origine di De Angelis da parte di madre. Se Damiano e Victoria sono probabilmente fondamentali come immagine per il successo della band, Thomas ed Ethan sembrano davvero due ragazzi che hanno vinto alla lotteria.

Si inizia a sapere qualcosa di loro grazie a una rapida successione di talent e gare musicali: prima X Factor nel 2017, poi Sanremo nel 2021, dove trionfano con il loro inno rock "Zitti e buoni", grazie al quale bisseranno il successo anche al successivo Eurovision. Partecipazioni che si riveleranno determinanti anche per i loro risultati in classifica. Ma procediamo con ordine.

La loro prima esibizione a X Factor, nel 2017, è visibile su YouTube e non lascia presagire  particolari qualità. Spalleggiati dal loro mentore Manuel Agnelli, si piazzano in seconda posizione, dietro a Lorenzo Licitra. Ma questo risultato apre la strada al loro primo Ep, realizzato addirittura con la Sony.

Sull'Ep Chosen (2017) emerge una band acerba, a volte ancora in fase di puro dilettantismo. L'impressione forte è che qualunque gruppo di musicisti al primo anno di studi avrebbe potuto registrare senz'altro un lavoro più professionale. Otto brani di cui solo due originali (un funk-rock strimpellato alla buona) e ben sei cover, che peggiorano le versioni originali. Emblema di questa fase sembrerebbe la rilettura di “Vengo dalla Luna” di Caparezza, in effetti non semplice da riproporre in quanto già perfetta nella sua versione originale.

Il risultato è sotto gli occhi (e le orecchie) di tutti. Ma invece di finire nell’oblio come tanti loro colleghi di talent (vincitori inclusi), Damiano e compagni iniziano a ricevere richieste di partecipazioni a trasmissioni tv, da Fabio Fazio a Claudio Bisio e Alessandro Cattelan, in tanti li ripropongono sugli schermi nazionali amplificando così i risultati di un Ep che non sembrava destinato a rilanciare le loro quotazioni.

Nel 2018, spinti dai residui di hype di X Factor, i Måneskin pubblicano il loro primo Lp Il ballo della vita, che pur mantenendosi ancora decisamente sotto la media delle migliaia di album pubblicati ogni anno, segna un passo avanti enorme rispetto al lavoro dell'anno precedente. Con “Torna a casa” o “Le parole lontane”, i romani riescono a trovare forse il terreno a loro più congeniale, quello della ballata. Per il resto è una sagra del già sentito, senza particolari guizzi di originalità, con brani di circa due minuti, tra i quali "New Song" sembra l'unico in grado di indicare un possibile futuro (cosa che in effetti sarà). Saranno altri brani, però, come "Morirò da Re" o "Lasciami stare" a diventare alcuni dei loro successi più noti.

Ripuliti dal dilettantismo di Chosen, i Måneskin si preparano con vari aiutini al grande salto. Nel 2019 tornano da ospiti a X Factor come fossero delle celebrità, e a poco a poco si preparano per la grande svolta, che avviene nel Festival italiano più noto al mondo. Si presentano a Sanremo con "Zitti e buoni", canzone rock abbastanza atipica per quel tipo di festival, sfoderando uno show provocatorio anch'esso inconsueto per quel tipo di pubblico. Purtroppo è tutto una via di mezzo tra parodia e teatro. La rabbia è teatralizzata, il ribellismo è puro show d'intrattenimento e le continue lingue mostrate alla telecamere sono così poco sincere (e così poco ribelli) da far sognare il ritorno di Claudio Villa o Toto Cutugno.

Tutto si regge su un riff che causa persino accuse di plagio, con testi ambigui dove si inscena una rabbia verso non si sa chi o che cosa, in modo così ambiguo che tutti possano sentirsi dalla parte giusta, quella dei buoni (in stile Ligabue). La sensazione, insomma, non è tanto quella di trovarsi al cospetto di una ribellione giovanile, bensì di una parodia di rock band

Tornando alle accuse di plagio, ci sarebbero un paio di cose da sottolineare. Da una parte è innegabile che il riff di “You Want It, You've Got It” di The Vendettas sia assolutamente identico a quello di “Zitti e buoni”, come anche la melodia e i testi siano molto simili a “F.D.T.” (acronimo di Fuori di testa, vi dice qualcosa?) di Anthony Laszlo. Se risulta davvero difficile, e forse impossibile, immaginare che Raggi non abbia mai sentito il riff dei Vendettas e che Damiano non abbia ascoltato i testi di Laszlo, ci sarebbe anche da dire che la struttura del brano è formata da frammenti tanto elementari da poter risultare uguale anche per puro caso, e questa non è certo un'attenuante per i Måneskin.

Ad ogni modo, è l’inizio di una valanga che supera i confini nazionali per invadere Europa e Stati Uniti. Primo posto a Sanremo, conseguente partecipazione all’Eurovision e nuovo primo posto, in entrambi casi con festeggiamenti degni di una finale di Champions League.

L'album che segue il trionfo sanremese si intitola Teatro d’ira (2021) ed è certamente il loro lavoro più ambizioso. L’hard rock tradizionale di “Lividi sui gomiti” sembra registrati già da una band più matura e per la prima volta sembra di ritrovare un minimo di sincerità e analisi psicologica. Le nuove ballad "Coraline" e “Vent’anni” diventano due delle loro hit di maggiore successo e si muovono sulla falsariga di "Torna a casa", lente e affrante, mostrando ancora una volta che questo è il formato canzone in cui riescono meglio. 

“In nome del padre” è il momento più hard della loro carriera, mentre il successo maggiore ricade su “I Wanna Be Your Slave” che gioca su testi sadomaso da centro commerciale e prevedibile video provocatorio.

Grazie al trionfo all'Eurovision, sia "Zitti e buoni" che l'album Teatro d'ira - Vol. I, oltre ai brani "I Wanna Be Your Slave" e "Coraline", entrano nelle classifiche settimanali europee e mondiali, nonché in quella globale stilata da Spotify. "Zitti e buoni" e "I Wanna Be Your Slave" riescono a entrare anche nella Billboard Global 200 Excl. US. Il 4 luglio 2021 i Måneskin conquistano addirittura la vetta della classifica mondiale di Spotify con la loro cover di "Beggin'" dei Four Seasons, inclusa tre anni prima nell'Ep Chosen. "Beggin'" debutta anche nella Billboard Hot 100 (n.78) per poi il n.13, facendo dei Måneskin i secondi vincitori dell'Eurovision nella storia recente a entrare in quella classifica.

A partire da giugno 2021, il quartetto si esibisce in vari programmi televisivi europei. Poi, addirittura lo sbarco in America, con la storica performance in apertura del concerto dei Rolling Stones a Las Vegas del 6 novembre 2021, con tanto di selfie assieme a Mick Jagger, e la partecipazione a popolarissimi spettacoli televisivi americani, come il Tonight Show di Jimmy Fallon e l'Ellen DeGeneres Show.

L'8 aprile 2022 pubblicano anche "Gasoline", nell'ambito dell'iniziativa Stand Up for Ukraine indetta da Global Citizen, il brano che nove giorni dopo presentano sul palco del Coachella Festival, con tanto di invettiva di Damiano contro Vladimir Putin e l'invasione russa dell'Ucraina. I Måneskin partecipano anche alla colonna sonora del film "Elvis" di Baz Luhrmann, con la loro cover della "If I Can Dream" di Presley.

Dal successo mondiale seguono le partecipazioni alle più disparate competizioni musicali internazionali, tra le quali, solo per citarne alcune, American Music Awards, Brit Awards, Billboard Music Awards e Mtv Music Awards, dove i i Måneskin diventano i primi italiani a vincere un premio (Miglior video alternativo per "I Wanna Be Your Slave").

Ormai star internazionali, i Måneskin pubblicano servizi fotografici degni delle migliori riviste di moda, all'insegna dei loro look fluidi e "no gender", oltre a nuovi singoli con lanci pubblicitari ipertrofici, da “Mammamia”, in cui Victoria trova un bel giro di basso, a “Supermodel”, prodotto da Max Martin, Rami e Sly, e firmato dalla band assieme a Justin Tranter: un funk-rock pacchiano vicino a un’idea ipersemplificata dei Red Hot Chili Peppers.

È chiaro che il tempo potrebbe cambiare il giudizio sui Måneskin. Come per tutte le monografie in itinere, dunque, la bocciatura non può considerarsi definitiva. Nulla toglie che Måneskin, in un futuro prossimo, riusciranno a liberarsi dai mondi che li hanno trascinati a un successo sterile e magari trovare autenticamente se stessi e rilanciare una propria identità artistica più sincera e autentica. Se lo faranno, saremo i primi ad applaudirli.

Fonte

19/05/2021

TikTok, le soldatesse israeliane e il nostro sguardo coloniale

Forse vi sarà capitato di vedere le immagini di TikTok di alcune soldatesse dell’esercito israeliano. Ragazze bellissime, giovanissime, in divisa, con tanto di mitra al collo, che “traducono” i balletti più famosi inserendoli nella cornice sanguinosa di questi giorni.

Qualcuno ha parlato di “banalità del male” (Salem Ghribi), io vorrei provare a leggere un altro aspetto di questo tipo di propaganda, quello legato al nostro sguardo profondamente coloniale.

Cosa ci mettano davanti quelle immagini? Uno specchio, un autoritratto.

Da un lato ci siamo noi (nella nostra versione più giovane, più bella, più moderna), dall’altro ci sono loro. Come sono loro? Sono rozzi, sono arretrati – non lo vedi come strillano? Non lo vedi come invocano il loro Dio – il Dio dei massacri e del terrorismo – ?

Gli ultraortodossi non vengono sbattuti in prima pagina: solo le giovani soldatesse, le bandiere in difesa dei diritti LGBTQ+, dell’ecologismo, per la difesa degli animali, e poi, per contrasto, per farci paura, le donne precocemente invecchiate, sdentate e stracciate, il velo, i kamikaze e le storie sulle vergini date in premio.

E allora, grazie a questo tipo di rappresentazioni, che umanizzano alcuni e disumanizzano altri, si va a legittimare l’idea che quello che si sta consumando in Medioriente in questi giorni – e negli ultimi Settant’anni – non è un’aggressione, nemmeno un conflitto: è una difesa, è una protezione, è la Battaglia di Poitiers.

L’“Oriente” ci minaccia, minaccia la nostra civiltà e i nostri valori e noi ci difendiamo (d’altronde la violenza occidentale si è sempre accompagnata a questi discorsi, penso alla campagna per il “di-svelamento” delle donne nell’Algeria coloniale degli anni Cinquanta).

I palestinesi sono brutti, sporchi, cattivi? Forse. Può essere che lo siano, come lo sono, spesso, gli oppressi, come lo sono tutti quelli che hanno dovuto masticare amaro e subire continue ingiustizie.

Cerchiamo di non dimenticare che tutto ciò che vediamo (e che non ci piace) di quel popolo e di quella terra – in primis l’avanzata delle frange più radicali e di Hamas e la difficoltà in cui versano le parti più progressiste, che hanno lottato e lottano per l’equità e la giustizia sociale – ci rappresenta, è frutto anche della nostra politica, della nostra complicità, di decenni di embargo, miserie e lutti causati proprio da quella parte – quella dei biondi, dei belli e dei puliti – nella quale ci piace tanto riconoscerci.

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12/09/2020

USA - Il gatto e le volpi


Eccoli qua i furbacchioni americani che stanno monopolizzando il pianeta; TikTok è l’ultimo tassello del puzzle che darà a Bill Gates e Mark Zuckerberg il monopolio assoluto dei social network.

Hanno le faccetta pulite, vanno in giro con magliettina di cotone, volti rassicuranti e un sorrisetto da finti fessi; Bill Gates e Mark Zuckerberg però sono tutt’altro che fessi, e grazie a Donald Trump, la cordata Walmart-Microsoft adesso si compra la divisione americana di TikTok, ma Bill Gates sta puntando ad acquistarne tutto il pacchetto.

Ma andiamo per ordine.

Una volta si chiamava Musical.ly, ora si chiama TikTok.

La piattaforma cinese fondata da Alex Zhu e Luyu Yang nel 2014, che sta spopolando nel mondo dei più giovani (ma non solo), sta per essere acquistata dal quel “bonaccione” di Bill Gates.

TikTok – la storia

Musically nasce con scopi educativi, dove gli utenti potevano imparare ed insegnare diverse materie mediante brevi video (3–5 minuti). Tuttavia, pur avendo trovato degli investitori disposti a investire nel progetto, la piattaforma non ebbe successo, così Alex Zhu e Luyu Yang decisero di cambiare target e di puntare sugli adolescenti.

L’idea iniziale era di creare una piattaforma che incorporasse musica e video in un social network. La prima versione di musical.ly è stata lanciata ufficialmente nell’agosto 2014.

Il 24 luglio 2016 musical.ly ha poi anciato live.ly, una piattaforma per lo streaming video in diretta.

A settembre 2017, musical.ly ha iniziato ad espandersi nel mercato indonesiano. Nel novembre 2017 l’azienda cinese ByteDance, sviluppatrice dell’aggregatore di notizie Toutiao, ha acquistato musical.ly per una cifra intorno ai 750 milioni di euro.

Il 2 agosto 2018 ByteDance unisce, attraverso un aggiornamento, le piattaforme TikTok e musical.ly al fine di allargare la base utenti, mantenendo TikTok come nome. Gli utenti che utilizzano la piattaforma di TikTok sono noti come tik tokers.

Ad agosto 2020, TikTok, escluso Douyin, ha superato 1 miliardo di utenti in tutto il mondo in meno di quattro anni. Ad aprile 2020, Douyin ha circa 500 milioni di utenti attivi mensilmente.

Fonte wikipedia.

La corazzata Microsoft di Bill Gates

I suoi prodotti principali sono il sistema operativo desktop Microsoft Windows e la suite di produttività personale Microsoft Office, per i quali è al primo posto nel rispettivo mercato.

Altre linee di produzione comprendono: sistemi di sviluppo software (IDE e compilatori), DBMS, periferiche di input (tastiere e mouse), console di gioco (Xbox, Xbox 360 e Xbox One), periferiche di gioco (joystick e cloche per il pilotaggio di velivoli, volanti e altro), smartphone Lumia, tablet computer Surface, nonché videogiochi (sviluppati sotto il marchio Microsoft Games Studios) e il dispositivo Microsoft PixelSense.

Fonte wikipedia.

Walmart

La corazzata Zuckerberg

Zuckerberg è proprietario di: Facebook, Messenger, Whatsapp e Instagram, in pratica è un monopolista. Mica in Russia, mica in Corea del Nord, mica in Cina; Zuckerberg è un monopolista nella “nazione più libera del mondo“. Ma a questa buffonata della “libertà” oramai ci credono solo gli allocchi.

L’assalto a Musical.ly (TikTok), Mark Zuckerberg lo iniziò addirittura nel 2016, quando tentò per la prima volta di comprarsi il social network. (fonti: BuzzFeed e Bloomberg).

Ci aveva visto lungo Zuckerberg, che in fatto di social non è secondo a nessuno; le motivazioni di tale tentativo sono molteplici e molto articolate.

Facebook è un social vecchio, oramai è frequentato da utenti over 40, non a caso è in rampa di lancio un ecosistema che integrerà Messenger, Whatsapp e Instagram anche attraverso Facebook, portando gli utenti ad interagire contemporaneamente su più fronti e su più social (tutti di Zuckerberg ovviamente).

L’iniziativa di unificare i tre servizi consentirebbe a Facebook di aumentare l’utilizzo del proprio social e di «forzarne» in qualche modo la presenza di qualunque persona iscritta all’app di messaggistica o alla piattaforma fotografica.

Fonte C.C.

Tutto questo al solo scopo di contrastare il ciclope cinese TikTok che ha in canna milioni di utenti giovanissimi (cosa che i social di Zuckerberg non hanno). A riprova di ciò, in Brasile Zuckerberg sta testando “Reels”, che non è altro che una grossolana fotocopia di TikTok, in pratica è un editor video identico al social cinese.

Se la cordata Bill Gates Walmart acquisterà tutto il blocco TikTok, entrerà a gamba tesa nel mercato cinese, cosa che non riuscì a Zuckerberg con Facebook in Russia, visto che il social network VK (Vkontakte) ha più di 250 milioni di utenti, né in Cina con Facebook, Instagram ecc.

Non solo; l’attacco a TikTok mira anche al continente africano, dove la Cina ha parecchi interessi.

Se negli anni '50/'60 c’era la così detta “guerra fredda“, tra l’occidente capitalista e il blocco socialista, oggi la guerra fredda è diventata “guerra calda”, e si combatte attraverso internet, la fibra ottica e sopratutto con i social.

La guerra per il controllo sui social è iniziata con il bombardamento da parte di Trump (il mandante), contro il colosso Huawei e la rete 5g, dove la pistola fumante si chiama Google.

Ma cosa c’entra Mark Zuckerberg in tutto questo? Visto che ad acquistare sarà Bill Gates?

Nell’autunno del 2019, durante una cena privata alla Casa Bianca, Zuckerberg avrebbe sottolineato la crescente minaccia rappresentata dalle aziende tecnologiche cinesi, TikTok inclusa.

Nell’autunno del 2019 Mark Zuckerberg lanciò l’allarme sul potenziale pericolo che l’app cinese TikTok rappresentava per i valori americani e la supremazia tecnologica degli Stati Uniti, parlando con politici, intervenendo in conferenze pubbliche, arrivando fino alla Casa Bianca.

Meno di un anno dopo, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che vieta a persone o aziende Usa di avere rapporti commerciali con la casa madre cinese ByteDance, dando il via a un duro scontro che rischia di finire in tribunale.

A ricostruire la campagna di pressioni portata avanti dal fondatore e AD di Facebook è il Wall Street Journal, raccontando come Zuckerberg abbia agitato lo spettro di TikTok, scatenando i timori di Washington. Tuttavia, precisa il quotidiano, né è possibile determinare esattamente quanto il ruolo da lui esercitato abbia influenzato la gestione del caso da parte dell’amministrazione Usa. (La Stampa)

Una volta neutralizzato il 5G/Huawei, il più è fatto. Con l’imminente acquisto di TikTok da parte di Microsoft/Walmart (con Zuckerberg che scodinzola), gli Stati Uniti in pratica avranno il controllo globale su tutti i maggiori social network del pianeta. E con i social (forse) oramai le guerre non servono più. Non servono né eserciti né ordigni nucleari, perché in questo nuovo tipo guerra, le armi convenzionali oramai sono relegate a qualche micro-conflitto del tutto marginale.

Questa è l’armata USA Bill Gates – Zuckerberg

Microsoft – 1,5 miliardi di utenti

Facebook – 2,5 miliardi di utenti

Whatsapp – 2 miliardi di utenti

Messenger – 1,3 miliardi di utenti

Instagram – 500 milioni di utenti

TikTok – 1 miliardo di utenti, 100 milioni solo negli USA, 2 miliardi di download.

Tutti questi utenti lavorano gratis per Mark Zuckerberg e Bill Gates, tutti utenti che quotidianamente postano contenuti, foto, video, commenti, interagiscono, linkano, spammano.

In altre parole Mark Zuckerberg è l’editore più potente e fortunato del mondo, perché ha miliardi di lavoratori che sgobbano gratis 24 ore al giorno per lui, per il suo conto in banca, e per il più grande monopolio editoriale/economico/militare della storia.

Gli utenti dei social sono gli schiavi del ventunesimo secolo, lavorano in media 4 ore al giorno gratis per un solo uomo; è come se il vostro datore di lavoro vi chiedesse di lavorare gratis per 4 ore al giorno, voi lo fareste!?!? No? Peccato perché già lo fate, non solo, siete anche felicissimi di farlo e siete felicissimi di sapere che ogni vostra foto, video, post, commento non fanno altro che arricchire un uomo solo.

Mark Zuckerberg, Bill Gates ringrazia e Donald Trump se la ride.

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04/08/2020

TicTok Trump

Lo scontro politico e commerciale fra Usa e Cina arriva a coinvolgere TicTok, uno dei social media più diffusi fra gli adolescenti di tutto il mondo. Donald Trump ha annunciato venerdì l’intenzione di mettere al bando l’app per ragioni di sicurezza nazionale, ma c’è da scommettere che la partita non si risolverà facilmente: le implicazioni economiche sono troppe e riguardano anche uno dei colossi della Silicon Valley. Ma partiamo dall’inizio.

Domanda numero uno: cos’è TicTok? Nata nel 2016 dall'idea dell'imprenditore e informatico Zhang Yiming, l’applicazione è oggi di proprietà di Bytedance, multinazionale cinese che – secondo Reuters – è stata valutata 50 miliardi di dollari. In sostanza, TicTok è una piattaforma per la condivisione di video che si possono sincronizzare con brani musicali e arricchire di effetti (adesivi, dissolvenze, scritte). Disponibile in 75 lingue, è diffusa in 155 Paesi e il 41% dei suoi utenti ha fra i 16 e i 24 anni. In tutto, è stata scaricata oltre 2 miliardi di volte e conta circa 800 milioni di profili attivi, di cui decine di milioni negli Stati Uniti.

Domanda numero due: perché Trump vuole chiudere TicTok? Come per il 5G targato Huawei, gli Usa temono che la tecnologia cinese possa funzionare da cavallo di Troia per rubare dati, portare avanti attività di spionaggio e manipolare l’opinione pubblica. Non si tratta di preoccupazioni infondate: essendo di proprietà cinese, l’applicazione è soggetta alle leggi di Pechino che – in caso di necessità – impongono alle aziende private di collaborare con le agenzie d’intelligence del governo. Per la stessa ragione, il 30 giugno TicTock è stato bandito dall’India, uno dei Paesi dove la sua diffusione era più capillare.

Dal punto di vista politico, però, un’eventuale chiusura dell’applicazione negli Usa rischia di portare a Trump più danni che benefici. I problemi sarebbero due: da un lato la reazione degli utenti, che però in gran parte sono minorenni e quindi non votano; dall’altro l’impatto economico negativo (negli ultimi tempi TicTok ha assunto personale americano tra New York, Los Angeles e Washington) in una fase già drammatica a causa del Covid (nel secondo trimestre il Pil americano è sprofondato del 32,9%, il crollo peggiore dal 1947).

La Casa Bianca potrebbe risolvere la situazione con l’aiuto di Microsoft, che deve rafforzarsi nel settore dei social network (in cui è presente solo con Linkedin) e da tempo tratta con i cinesi per acquistare una quota dell’app. Pur di evitare la messa al bando, ByteDance si è detta pronta a vendere anche il 100% delle attività di TikTok negli Stati Uniti. Se passasse nelle mani di un gruppo americano, infatti, l’applicazione non risponderebbe più alle leggi cinesi, cancellando – almeno in teoria – il rischio spionaggio. Peccato che Trump detesti Bill Gates e si sia già detto “fermamente contrario” all’acquisto dell’app da parte di Microsoft. A questo punto, rimane da capire se il Presidente americano abbia davvero il potere d’impedire un’operazione di mercato così importante, che peraltro consentirebbe di tutelare la sicurezza nazionale senza mettere a rischio posti di lavoro.

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