Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2022

Maneskin - Una rock band ai tempi di TikTok

I Måneskin sono attualmente la rock-band italiana più conosciuta al mondo. Formati a Roma nel 2016 da Damiano David (voce), Victoria De Angelis (basso), Thomas Raggi (chitarra) e Ethan Torchio (batteria), nel 2020 hanno raggiunto una notorietà mondiale decisamente al di sopra di ogni legittima attesa, divenendo nel giro di pochissimo tempo un esempio emblematico di quanto il successo possa essere a volte proporzionale alla pubblicità fornita dalla stampa e dalle tv. In pratica un grande fenomeno mediatico, pompato con una propaganda illimitata e aggiornato alla generazione social. In effetti, il loro successo – spesso al confine dell’isteria da parte di tutta la stampa generalista che sistematicamente ignora musicisti molto più innovativi – appare da ogni punto di vista incomprensibile se si considera il numero di band di qualità tecnica e compositiva oggettivamente superiori.

Tentare di spiegare i motivi di questa esaltazione illimitata appare difficile. Volendo escludere a priori le tesi pseudo-complottiste del “sistema” che spingerebbe i Måneskin in quanto portatori di valori coerenti con il pensiero dominante (ideologia gender, filo-atlantismo ecc.), dell’idea che tutto ciò che accade sia sempre studiato a tavolino da chissà quali menti superiori, non resta che analizzare altre ipotesi per cercare di avvicinarsi maggiormente alla verità.

Quello che è senz’altro innegabile è il comportamento delle tv e dei giornali generalisti con tutte le loro appendici social che spingono quotidianamente l’hype a livelli stellari. Dalla vittoria di Sanremo in poi non c’è stato praticamente giorno in cui non vi siano stati articoli, post sui social network, servizi in tv su ogni cosa detta o fatta da Damiano o Victoria, in cui ogni foto provocatoria della band non sia stata rilanciata ovunque, ogni dichiarazione proposta con la massima diffusione, ogni singolo concerto annunciato come un evento storico e commentato successivamente come se si trattasse di qualcosa di epico, da raccontare con orgoglio ai propri nipoti.

Artefici di tutto questo circo mediatico ipertrofico sono sia giornalisti che direttori di Tg, ma in particolare un esercito agguerrito di tanti pseudo-influencer, sconosciuti ai più, opinionisti tuttologi attivissimi su Facebook, che si prodigano in una costante agiografia quotidiana. È quindi un continuo interrogarsi se Damiano sia fidanzato o meno con Victoria, se Damiano abbia sniffato cocaina all'Eurovision, un inseguimento alle continue bufere social sul sex toy legato alla cintura durante un live, dal “Fuck Putin” alle “confessioni piccanti della fidanzata Giorgia Soleri”, sino al reggiseno di Victoria opportunamente “scivolato” durante gli Mtv Video Music Awards.

A tutto ciò si aggiunge la seconda faccia della medaglia, quella dei critici che ribattono in direzione opposta ma con eguale intensità a ogni evento che vede protagonisti i due frontman della band, in un clamoroso show mediatico che finora non ha fatto altro che il gioco dei Måneskin.

Paradossalmente, i Måneskin appaiono persino vittime di questo meccanismo: perennemente al centro dell’attenzione, osannati come i salvatori del rock, come se fossero i nuovi Beatles (qualcuno lo ha detto davvero), si trovano dinanzi ad aspettative impossibili da mantenere. Ma d'altra parte sono al tempo stesso i carnefici (di sé stessi), perché in questo gioco al rialzo hanno la possibilità di sfruttare i vantaggi del successo, che sembra abbiano intenzione di tenersi ben stretto.

Se però da una parte il successo e la fama portano innegabili vantaggi, dall’altra alzano l'asticella dell’hype a livelli parossistici, rendendoli di conseguenza oggetto, oltre che di ruffiane agiografie, anche di feroci critiche, in entrambi i casi finendo col venire bollati da etichette che sarà impossibile eliminare anche nel lungo periodo.

Tutto ciò rende davvero arduo discutere in modo oggettivo senza schierarsi con una delle due fazioni. Del resto, è incontestabile il fatto che lo spettacolo mediatico sia prioritario rispetto a quello musicale. Anzi, si può affermare, senza possibilità di essere smentiti, che la musica sia in secondo piano in tutto questo fenomeno, relegata a mero contorno rispetto al suddetto circo mediatico quotidiano. Ma cerchiamo di esaminare alcuni aspetti. 

Il presunto ritorno al passato 

Se si volesse guardare con occhi benevoli la loro storia, si potrebbe dire che, nell’epoca del post-tutto, i Måneskin abbiano rappresentato un ritorno al passato, a un’idea museale del rock, con tutti i pregi e i difetti che questo può comportare. È il concetto su cui battono maggiormente i loro fan, che però traggono la conclusione da una prospettiva inevitabilmente fuorviata. La loro visione della musica contemporanea è infatti molto parziale (come quella di tutti in effetti, ma nel loro caso lo è in modo tale da risultare inattendibile) in quanto, nella maggior parte dei casi, fondata su una conoscenza musicale offerta unicamente dai principali canali mainstream, radio o tv, alla perenne ricerca dei nuovi Led Zeppelin, dei nuovi Pink Floyd o dei nuovi Queen. Si è formato così negli anni un pubblico di eterni scontenti, sempre più convinto dell’idea che il rock sia morto vari decenni fa e che nessuno sia mai riuscito a riesumarne i fasti.

In verità, se la musica dei Måneskin è certamente rock, lo è in una forma tanto semplificata da apparire lontanissima da tutte le band storiche degli  anni '70, oltre che priva di quegli agganci con la società e di quei riferimenti intellettuali che storicamente sono stati invece una cifra significativa della musica rock. Basti considerare, ad esempio, il suo legame con l'avanguardia o con il jazz, la sua continua evoluzione e l'influenza reciproca tra una band e l’altra, che ha portato negli anni a un continuo susseguirsi di stimoli creativi.

A questo percorso evolutivo, la musica dei Måneskin appare totalmente estranea, così semplice e poco creativa da far svanire ogni legame con ogni tipo di subcultura giovanile. In sintesi, se il rock fosse stato solo quello dei Måneskin, non sarebbe stato così interessante e stimolante da restare a tutt'oggi materia viva e fertile a dispetto dei settant'anni di vita. 

Il pubblico dei Maneskin 

Giovani, belli, carichi di energia, trasgressivi almeno all'apparenza (in realtà, parecchio conformisti), i quattro romani sembrano perfetti per l'enorme mercato dei nostalgici. Allo stesso tempo riescono a intercettare un pubblico giovane che magari ascolta anche la trap ma che è alla ricerca di qualcos'altro, purché sia veicolato dai consueti canali (social, tv generaliste o talent show). In questo, risultano di certo superiori ai loro coetanei Greta Van Fleet, che possono apparire irresistibili ai nostalgici del rock ma non certo alle nuove generazioni. Oltretutto la musica dei Måneskin è infinitamente più semplice di quella dei Greta, quindi più spendibile rispetto alla formula nostalgica del quartetto americano.

È probabile, dunque, che parte del successo sia frutto dell'enorme semplificazione attuata dalla band romana. Un'operazione così spinta da risultare attualissima nella società social dei consumi rapidi e immediati. Se la brevità dei video di TikTok è la chiave del successo di quel social network, la semplicità elementare delle loro canzoni (quasi tutti i brani dei Måneskin durano tra i due e i tre minuti) si rivela di certo un elemento fondamentale.

Il pubblico dei Måneskin è quindi fondamentalmente quello dei grandi eventi, ascoltatori che potrebbero assistere indifferentemente ai concerti di Vasco Rossi o Ligabue, ma magari anche a quelli di Laura Pausini, degli U2, dei Guns‘n’Roses o dei Metallica. Una platea, insomma, fortemente condizionata dal bombardamento mediatico che accompagna gli eventi di massa, ma che garantisce indubbiamente una piattaforma formidabile per lanciare eventi live come quello svoltosi il 9 luglio 2022 al Circo Massimo di Roma. 

Finalmente la musica 

Come si vede, si potrebbe parlare all'infinito del fenomeno Måneskin senza mai entrare in campo musicale. Un paradosso incredibile, forse persino unico nella storia del rock italiano. Ma proviamo a farlo senza pregiudizi.

Un elemento che va considerato a favore dei Måneskin è che nascono esattamente come dovrebbero nascere tutte le band: da un gruppo di amici che provano a suonare insieme. Damiano David, frontman dotato di una voce particolare che può piacere come anche risultare sgradevole, e la bassista Victoria De Angelis si conoscono nel 2015 e, insieme al chitarrista Thomas Raggi (amico di Victoria) e al batterista Ethan Torchio, contattato tramite un annuncio su Facebook, si incontrano e formano un gruppo. Il nome Måneskin è una parola danese (traducibile in italiano come chiaro di luna), lingua d'origine di De Angelis da parte di madre. Se Damiano e Victoria sono probabilmente fondamentali come immagine per il successo della band, Thomas ed Ethan sembrano davvero due ragazzi che hanno vinto alla lotteria.

Si inizia a sapere qualcosa di loro grazie a una rapida successione di talent e gare musicali: prima X Factor nel 2017, poi Sanremo nel 2021, dove trionfano con il loro inno rock "Zitti e buoni", grazie al quale bisseranno il successo anche al successivo Eurovision. Partecipazioni che si riveleranno determinanti anche per i loro risultati in classifica. Ma procediamo con ordine.

La loro prima esibizione a X Factor, nel 2017, è visibile su YouTube e non lascia presagire  particolari qualità. Spalleggiati dal loro mentore Manuel Agnelli, si piazzano in seconda posizione, dietro a Lorenzo Licitra. Ma questo risultato apre la strada al loro primo Ep, realizzato addirittura con la Sony.

Sull'Ep Chosen (2017) emerge una band acerba, a volte ancora in fase di puro dilettantismo. L'impressione forte è che qualunque gruppo di musicisti al primo anno di studi avrebbe potuto registrare senz'altro un lavoro più professionale. Otto brani di cui solo due originali (un funk-rock strimpellato alla buona) e ben sei cover, che peggiorano le versioni originali. Emblema di questa fase sembrerebbe la rilettura di “Vengo dalla Luna” di Caparezza, in effetti non semplice da riproporre in quanto già perfetta nella sua versione originale.

Il risultato è sotto gli occhi (e le orecchie) di tutti. Ma invece di finire nell’oblio come tanti loro colleghi di talent (vincitori inclusi), Damiano e compagni iniziano a ricevere richieste di partecipazioni a trasmissioni tv, da Fabio Fazio a Claudio Bisio e Alessandro Cattelan, in tanti li ripropongono sugli schermi nazionali amplificando così i risultati di un Ep che non sembrava destinato a rilanciare le loro quotazioni.

Nel 2018, spinti dai residui di hype di X Factor, i Måneskin pubblicano il loro primo Lp Il ballo della vita, che pur mantenendosi ancora decisamente sotto la media delle migliaia di album pubblicati ogni anno, segna un passo avanti enorme rispetto al lavoro dell'anno precedente. Con “Torna a casa” o “Le parole lontane”, i romani riescono a trovare forse il terreno a loro più congeniale, quello della ballata. Per il resto è una sagra del già sentito, senza particolari guizzi di originalità, con brani di circa due minuti, tra i quali "New Song" sembra l'unico in grado di indicare un possibile futuro (cosa che in effetti sarà). Saranno altri brani, però, come "Morirò da Re" o "Lasciami stare" a diventare alcuni dei loro successi più noti.

Ripuliti dal dilettantismo di Chosen, i Måneskin si preparano con vari aiutini al grande salto. Nel 2019 tornano da ospiti a X Factor come fossero delle celebrità, e a poco a poco si preparano per la grande svolta, che avviene nel Festival italiano più noto al mondo. Si presentano a Sanremo con "Zitti e buoni", canzone rock abbastanza atipica per quel tipo di festival, sfoderando uno show provocatorio anch'esso inconsueto per quel tipo di pubblico. Purtroppo è tutto una via di mezzo tra parodia e teatro. La rabbia è teatralizzata, il ribellismo è puro show d'intrattenimento e le continue lingue mostrate alla telecamere sono così poco sincere (e così poco ribelli) da far sognare il ritorno di Claudio Villa o Toto Cutugno.

Tutto si regge su un riff che causa persino accuse di plagio, con testi ambigui dove si inscena una rabbia verso non si sa chi o che cosa, in modo così ambiguo che tutti possano sentirsi dalla parte giusta, quella dei buoni (in stile Ligabue). La sensazione, insomma, non è tanto quella di trovarsi al cospetto di una ribellione giovanile, bensì di una parodia di rock band. 

Tornando alle accuse di plagio, ci sarebbero un paio di cose da sottolineare. Da una parte è innegabile che il riff di “You Want It, You've Got It” di The Vendettas sia assolutamente identico a quello di “Zitti e buoni”, come anche la melodia e i testi siano molto simili a “F.D.T.” (acronimo di Fuori di testa, vi dice qualcosa?) di Anthony Laszlo. Se risulta davvero difficile, e forse impossibile, immaginare che Raggi non abbia mai sentito il riff dei Vendettas e che Damiano non abbia ascoltato i testi di Laszlo, ci sarebbe anche da dire che la struttura del brano è formata da frammenti tanto elementari da poter risultare uguale anche per puro caso, e questa non è certo un'attenuante per i Måneskin.

Ad ogni modo, è l’inizio di una valanga che supera i confini nazionali per invadere Europa e Stati Uniti. Primo posto a Sanremo, conseguente partecipazione all’Eurovision e nuovo primo posto, in entrambi casi con festeggiamenti degni di una finale di Champions League.

L'album che segue il trionfo sanremese si intitola Teatro d’ira (2021) ed è certamente il loro lavoro più ambizioso. L’hard rock tradizionale di “Lividi sui gomiti” sembra registrati già da una band più matura e per la prima volta sembra di ritrovare un minimo di sincerità e analisi psicologica. Le nuove ballad "Coraline" e “Vent’anni” diventano due delle loro hit di maggiore successo e si muovono sulla falsariga di "Torna a casa", lente e affrante, mostrando ancora una volta che questo è il formato canzone in cui riescono meglio. 

“In nome del padre” è il momento più hard della loro carriera, mentre il successo maggiore ricade su “I Wanna Be Your Slave” che gioca su testi sadomaso da centro commerciale e prevedibile video provocatorio.

Grazie al trionfo all'Eurovision, sia "Zitti e buoni" che l'album Teatro d'ira - Vol. I, oltre ai brani "I Wanna Be Your Slave" e "Coraline", entrano nelle classifiche settimanali europee e mondiali, nonché in quella globale stilata da Spotify. "Zitti e buoni" e "I Wanna Be Your Slave" riescono a entrare anche nella Billboard Global 200 Excl. US. Il 4 luglio 2021 i Måneskin conquistano addirittura la vetta della classifica mondiale di Spotify con la loro cover di "Beggin'" dei Four Seasons, inclusa tre anni prima nell'Ep Chosen. "Beggin'" debutta anche nella Billboard Hot 100 (n.78) per poi il n.13, facendo dei Måneskin i secondi vincitori dell'Eurovision nella storia recente a entrare in quella classifica.

A partire da giugno 2021, il quartetto si esibisce in vari programmi televisivi europei. Poi, addirittura lo sbarco in America, con la storica performance in apertura del concerto dei Rolling Stones a Las Vegas del 6 novembre 2021, con tanto di selfie assieme a Mick Jagger, e la partecipazione a popolarissimi spettacoli televisivi americani, come il Tonight Show di Jimmy Fallon e l'Ellen DeGeneres Show.

L'8 aprile 2022 pubblicano anche "Gasoline", nell'ambito dell'iniziativa Stand Up for Ukraine indetta da Global Citizen, il brano che nove giorni dopo presentano sul palco del Coachella Festival, con tanto di invettiva di Damiano contro Vladimir Putin e l'invasione russa dell'Ucraina. I Måneskin partecipano anche alla colonna sonora del film "Elvis" di Baz Luhrmann, con la loro cover della "If I Can Dream" di Presley.

Dal successo mondiale seguono le partecipazioni alle più disparate competizioni musicali internazionali, tra le quali, solo per citarne alcune, American Music Awards, Brit Awards, Billboard Music Awards e Mtv Music Awards, dove i i Måneskin diventano i primi italiani a vincere un premio (Miglior video alternativo per "I Wanna Be Your Slave").

Ormai star internazionali, i Måneskin pubblicano servizi fotografici degni delle migliori riviste di moda, all'insegna dei loro look fluidi e "no gender", oltre a nuovi singoli con lanci pubblicitari ipertrofici, da “Mammamia”, in cui Victoria trova un bel giro di basso, a “Supermodel”, prodotto da Max Martin, Rami e Sly, e firmato dalla band assieme a Justin Tranter: un funk-rock pacchiano vicino a un’idea ipersemplificata dei Red Hot Chili Peppers.

È chiaro che il tempo potrebbe cambiare il giudizio sui Måneskin. Come per tutte le monografie in itinere, dunque, la bocciatura non può considerarsi definitiva. Nulla toglie che Måneskin, in un futuro prossimo, riusciranno a liberarsi dai mondi che li hanno trascinati a un successo sterile e magari trovare autenticamente se stessi e rilanciare una propria identità artistica più sincera e autentica. Se lo faranno, saremo i primi ad applaudirli.

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22/04/2022

Chef Rubio impallina i Maneskin sul silenzio verso la Palestina. E su Gaza piovono bombe

I Maneskin durante una loro esibizione negli Stati Uniti hanno cantato il brano Gasoline, scritto in solidarietà all’Ucraina accompagnandolo con due Fuck Putin dal palco. Una presa di posizione piuttosto scontata che però non è passata inosservata. Su Twitter, Chef Rubio ha messo sulla graticola la band, rimproverandola di non avere lo stesso coraggio per la situazione in Palestina.

“Sarebbe bello che i Måneskin, vista la visibilità che hanno, scrivessero e cantassero una canzone per Gaza, per la Palestina e invitassero a boicottare sotto tutti i fronti Israele”, ha scritto Chef Rubio.

La risposta del frontmen dei Maneskin è stata piuttosto banale rispondendo: “Doppia salsiccia per me”, un esplicito riferimento al programma “Unti e Bisunti” condotto da Chef Rubio, il quale non ha perso tempo nel replicare: “Con doppia salsiccia cosa intendi? Che facciamo pesce pesce? Che devo limitarmi a cucinare perché solo quello pensi che sappia fare? Avresti potuto cogliere l’invito a saperne di più sul dramma dei palestinesi ma hai risposto come fanno i leghisti, i fascisti, i sionisti e il PD”.

A mettere le chiacchiere a zero è arrivata come al solito la realtà. Ieri all’alba aerei da guerra israeliani hanno colpito due obiettivi nel centro della Striscia di Gaza e un altro nel sud della città di Gaza. Fortunatamente non si segnalano vittime, tuttavia, alcuni edifici residenziali hanno subito danni materiali.

Anche le navi da guerra israeliane e carri armati hanno sparato diversi colpi di artiglieria verso il mare settentrionale di Gaza. I proiettili hanno causato enormi esplosioni, che sono state udite in tutta la Striscia di Gaza, ma non sono stati segnalati feriti.

Un edificio israeliano a Sderot, mercoledì notte, era stato danneggiato da un razzo palestinese. Le sirene d’allarme sono risuonate a Sderot e nel Kibbutz Nir Am.

Nessuna delle organizzazioni della resistenza a Gaza ha rivendicato la responsabilità del lancio di razzi, avvenuto tra le crescenti tensioni nella Gerusalemme occupata e le ripetute violenze della polizia israeliana alla moschea di al-Aqsa.

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11/11/2021

Maneskin - La musica nell'era del Metaverso

Ma a noi che importa dei Måneskin? Sarebbe facile rispondere nulla, ma è inevitabile lasciarsi incuriosire quando si manifesta un fenomeno globale. E questi quattro ragazzi romani lo sono eccome. Per accorgersene basta aprire un caro vecchio social media della neo-Meta famiglia. In poche parole: gli addetti ai lavori musicali paiono rincretiniti come nonni a cui è nato un nipote. Aprono il cellulare e mostrano ai parenti, ai passanti al supermercato, agli sconosciuti in metro, le foto dei Måneskin, “I nostri ragazzi”. I patriottici paiono aver trovato un vessillo dell’esportazione di un’italianità nell’universo; al fronte contro Drew Barrymore, in trincea contro Jimmy Fallon.

Fino a poco tempo fa questi ragazzi erano un enigma solo nostro. Se per qualche anno sono parsi semplicemente l’ennesima incarnazione della Locura all’italiana di "Boris", in pochissimi mesi hanno fatto qualcosa che nessun altro artista nella storia della musica italiana era mai riuscito anche solo ad immaginare. E quello che è avvenuto non può essere attribuito esclusivamente alla vittoria di un paio di kermesse televisive. I quattro romani, a mano a mano che la soggettiva si faceva più macro, hanno evidentemente polarizzato un bisogno globale. Ma un bisogno di cosa, esattamente?

Senza molto più che un’immagine caricaturale, la band ha fatto la rivoluzione dell’industria discografica italiana di ogni tempo. Un sogno talmente grande da sembrare irreale: l’Europa, gli Usa, la Tv americana, duetti con leggende, concerti di spalla ai Rolling Stones, tour mondiali e sold out. Si può verosimilmente immaginare un futuro non lontano fatto di arene e stadi in tutto il mondo. Grandezza: la parola chiave dell’oggi. More is more, villaggio globale, New York e Parioli a un tiro di schioppo, per esportare un riff che raduni le folle o diffondere una pandemia che le disperda.

Ma il plebiscito provocato dal gruppo non è da ricondurre alla musica. La loro fama è esplosa con la cover di una cover e con una canzone contro i professori scritta su un riff che un chitarrista youtuber a caso avrebbe potuto improvvisare in un video di 10 anni fa. E noi, con grande sbigottimento, scopriamo addirittura di rimpiangere i Greta Van Fleet, che nel loro essere ridicolmente derivativi appaiono a confronto addirittura troppo cerebrali e stratificati.

Nonostante una proposta al limite della sufficienza anche nell’ambito del revival, il grosso problema degli Italian Fab Four non è la musica. Il reale grattacapo è che i quattro ventenni piacciono ad ogni generazione.

Piacciono ai bambini, agli adolescenti e ai loro genitori. Piacciono ai nonni, perché i nonni di oggi non sono più quelli che han fatto la Seconda Guerra Mondiale, ma casomai quelli che ci sono nati in mezzo e il rock lo han vissuto da vicino o lo hanno fatto. Hanno schiere di difensori, tastiere e smartphone alla mano, di 50, 8, 60, 25, 70, 13, 10, 19 anni.

Ma i Måneskin per chi cantano? Per chi suonano? È strano. Sono un’effigie che cristallizza un meraviglioso cliché estetico fuori dal tempo, fuori dallo spazio, fuori dai contenuti e da ogni profondità.

Da un punto di vista empirico, non rappresentano apparentemente nulla e nessuno. Sono italiani, ma fanno musica anglofona. Cantano un po’ in lingua madre e un po’ in inglese. Fanno un po’ cover e un po’ pezzi propri. Sono romani, ma questo non emerge da nessun elemento se non dai loro accenti. Hanno 20 anni nel 2021 ma fanno musica che era considerata da dinosauri già alla fine degli anni Settanta. Non appartengono a un luogo, né a un’era.

Molti li hanno paragonati agli Abba e all’inizio questo parallelismo poteva anche apparire convincente. Ma riflessioni approfondite inducono a ricredersi. Gli Abba facevano disco music negli anni della disco music. I Måneskin fanno, molto scolasticamente, un hard/funk/rock sfigo-semplice negli anni del post-tutto.

E il risultato è un’isteria mondiale collettiva che (con le dovute proporzioni ma dai, capite cosa si intende) sfiora la Beatlemania (poi c’è anche chi è arrivato davvero a paragonarli ai Beatles, come il loro mentore Manuel Agnelli). L’attaccamento mondiale a questa retro-ossessione è talmente morboso da far pensare quasi a una qualche forma di psicosi collettiva. Ma che succede?

I nonni del rock, i grandissimi che veneriamo da anni negli abitacoli delle nostre utilitarie, sembravano non vedere l’ora di elargire caramelle e buffetti sulle guance a qualche potenziale nipote. Da un rincoglionitissimo Iggy Pop a Little Steven, da Chris Frantz (sigh) a Simon Le Bon, in tantissimi hanno appeso sul frigorifero i disegni di Damiano, Victoria, Thomas e Ethan. “Sapete, una volta anche io suonavo, mi ricordate me da giovane”, sembrano pronunciare durante una grande festa di fine anno. E in Italia è anche peggio. Dallo stesso Agnelli a Massarini, da Guglielmi a Castaldo, tra i veterani dell’alternative e del classic rock il mood generale sembra essere sempre lo stesso: ce l’hanno fatta! Viva la musica, viva il rock! “I nostri ragazzi”!

Intanto gli studenti delle Elementari che suonano (pochi) vogliono imparare i loro scialbi riff e i ventenni li ascoltano a tutto volume fuori dalle università.

Ma è proprio questa assoluta trasversalità del successo dei Måneskin a nascondere qualcosa di distorto.

Loro ce la mettono tutta. Damiano canta da paura, Victoria è una bass heroine con un girl power pazzesco che certamente non può che rappresentare qualcosa di significativo per le ragazze di tutto il mondo. Thomas ed Ethan sono i nerd della scuola che ce l’hanno fatta.

Ce la mettono tutta, dicevamo, per presentarsi come “un segno dei tempi”, per imporsi sulla scia del qui ed ora, ma il problema è che la band segna una tacchetta più in su verso la classicizzazione di quella poltigliona che abbiamo sempre chiamato rock. Classicizzazione, ossia la sua definitiva imbalsamazione in una bella teca eterna. La sua messa in vetrina, il suo effettivo funerale con tanto di omaggio alla salma.

I loro strenui difensori (o follower, che dir si voglia: i fan non esistono più) vedono in loro la rinascita di qualcosa che da ragazzini, prima di iniziare a conoscere l’agenzia delle entrate, chiamavano rock. Ma tutto cambia perché i riff non cambino. La band è l’ultima prova del fatto che il rock ha fatto la fine del jazz, la fine dell’opera o dell’arte figurativa.

I movimenti di rottura sono roba da giovani, fino a che non diventano reazionari.

Il bebop era musica da depravati per chi era nato a metà Ottocento. Il rock era scandaloso per chi era nato ai primi del Novecento. Il primo punk era schifoso per, beh, quasi tutti. E anche l’odierna trap è un linguaggio di distacco fieramente generazionale. I movimenti hanno sempre fatto questo: se piace ai genitori, qualcosa non va.

Ma i quindicenni di tutto il mondo si tuffano nell’adorazione di un gruppo di poco più della loro età che suona però come quello che ascoltavano i loro genitori e i loro nonni. Freud, dove sei?

Oggi il bebop è chiaramente roba da preistoria. Charlie Parker e il Miles Davis elettrico? Sono la stessa cosa. La musica barocca è come la Gioconda. Picasso è come Raffaello, Basquiat è come Van Gogh. I Led Zeppelin come i Nirvana. Qualcuno ricorda le singole rivoluzioni di questi artisti? È tutto un polverone di nome “classico”.

Il classico è il passato e il passato è la stessa grande matassa. È storia dell’arte. Dove c’è la storia dell’arte, c’è il museo e i Måneskin non sono altro che una stanza di quel museo, un itinerante Louvre della rock culture, quello che sarà il rock da ora in poi. Di più: quello che sarà il nostro ricordo dell’intera musica del Novecento da ora in poi. Vedendola da questo punto di vista, questi ragazzi non rappresentano nemmeno la fine. Rappresentano l’inizio di quello che c’è dopo la fine. L’inizio di un futuro in cui la musica non parla più nemmeno del suo presente, in cui l’arte è semplicemente un ricordo, che parla del ricordo. Ecco il bisogno mondiale che sta portando al successo di questo super-musical itinerante vestito da band: il bisogno di una rassicurante assenza del presente.

Chi aveva 15 anni agli inizi del Duemila sa che “la morte del rock” era un refrain già piuttosto abusato. I quattro paladini di “X Factor” certificano un passaggio ulteriore, in atto già da diverso tempo, da quando tutto è diventato liquido, da quando ci avvolge la Rete: non è morto solo il rock, è finita la necessità generazionale di creare una identità musicale. La musica “as we know it” non è un genere, è un’attitudine. Non è il rock, la musica leggera o il pop: è un calderone più grande, è l’epoca discografica. Lingua morta uccisa dall’era del silicio. Da studiare a scuola e guardare nelle rievocazioni storiche, disgregata lentamente dalla “distruzione delle varie realtà particolari”, l’unico vero principio della globalizzazione.

I ragazzi di oggi non sanno cosa farsene della musica, di un movimento che appartenga solo a loro. In questo senso, ecco che la mancanza di una proposta stilistica realmente significativa diventa una risorsa per i Måneskin: non piacciono per la musica, ma in effetti per una sorta di non-musica, per una straordinaria, liberatoria, superlativa capacità di non prendere nessunissima decisione, di non imporsi. Di essere generici.

In un mondo globalizzato, futuristico e pandemico, i Måneskin sono la perfetta colonna sonora per l’alienazione diluita. Un Frankenstein show lontano dal proprio tempo, lontano dal proprio spazio, che rifugge la profondità in un ballo (della vita) in maschera, per ragazzi che invecchiano al posto dei propri genitori. Un futuro prossimo in cui la musica non è più un faro nella ricerca dell’identità, non identifica più nessuna contro-cultura per trovare speranze in un mondo disperato. Ma è solo un’ombra sfumata, lontana, svuotata da ogni emozione ed esposta nei libri. Niente più che fotografie dal passato per agghindare il Metaverso che, implacabile, sta venendo a prenderci.

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