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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/10/2023

Guerra israelo-palestinese. Una valanga di post sono falsi o fuorvianti

Mentre la guerra tra Israele e gruppi palestinesi entra nel quinto giorno, la disinformazione sugli eventi si diffonde a macchia d’olio sui social media.

Le forze israeliane hanno fatto piovere una raffica di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza questa settimana, uccidendo almeno 950 persone [è stata nel frattempo superata la cifra ufficiale di 1300, ndr].

Questo è avvenuto dopo che sabato Hamas ha lanciato a sorpresa un assalto su più fronti contro le comunità israeliane, lanciando migliaia di razzi e inviando combattenti in Israele attraverso terra, aria e mare. Più di 1.200 israeliani sono stati uccisi e circa 130 persone sono state fatte prigioniere a Gaza.

L’escalation della situazione si sta svolgendo in tempo reale online, in particolare su X (precedentemente noto come Twitter). Ma molti post che stanno diventando virali sui social media sono completamente falsi o fuorvianti.

Elon Musk, il miliardario proprietario di X, è apparso domenica ad aggravare il problema, esortando gli utenti (in un post ora cancellato) a rimanere aggiornati sulla situazione in Israele e Palestina seguendo due account noti per aver precedentemente spacciato disinformazione.

Gran parte della disinformazione è stata pubblicata da account con spunte blu, che indicano che l’utente ha acquistato un abbonamento premium X per 8 dollari al mese.

Le spunte blu hanno dato ai post una parvenza di autenticità e hanno fatto sì che apparissero in cima alle timeline degli utenti, indipendentemente dalla loro accuratezza.

Le affermazioni false includono presunti bombardamenti a Gaza che in realtà mostrano tifosi di calcio algerini, un falso portavoce dei talebani che afferma che il gruppo afghano si sta unendo agli sforzi bellici di Hamas e filmati di videogiochi spacciati per attacchi aerei.

Un video postato dal commentatore di destra Ian Miles Cheong affermava che i combattenti di Hamas andavano di casa in casa uccidendo tutte le persone all’interno delle abitazioni.

Gli utenti si sono affrettati a far notare che il video postato era in realtà della polizia israeliana, in base alle loro uniformi. Alla fine è stata aggiunta una “nota della comunità” al post da X per sottolineare l’imprecisione, prima che venisse cancellato da Cheong.

Altrove, alcuni account di blue-tick hanno affermato che Israele aveva bombardato la chiesa di San Porfirio, la più antica di Gaza.

La chiesa è intervenuta su Facebook per chiarire che le notizie erano false e che aveva effettivamente aperto le porte alle persone sfollate a causa dei bombardamenti di Israele nell’enclave assediata.

Un video che affermava di mostrare “combattenti di Hamas che abbattono un elicottero da guerra israeliano a Gaza“, era in realtà un filmato tratto dal videogame Arma 3.

Alcuni spezzoni dello stesso videogioco sono stati falsamente pubblicati dal leader dell’estrema destra Britain First, Paul Golding, come se Israele “stesse facendo piovere fuoco infernale su Gaza“.

Un altro post sosteneva, in modo assurdo, che Israele aveva approvato un “attacco nucleare tattico sulla Striscia di Gaza“. L’affermazione era falsa e il filmato condiviso riguardava test nucleari condotti negli Stati Uniti diversi decenni fa.

Bombardamenti in Siria e calcio algerino

Diversi video falsi, ampiamente condivisi sui social media, pretendono di mostrare che il conflitto ha origine in altre parti del Medio Oriente e del Nord Africa, o mostrano vecchi filmati in Israele e Palestina.

Un tweet di un account blue-tick con sede in India e quasi 400.000 follower sembrava mostrare il bombardamento di una moschea, con la didascalia: “Israele avrebbe dovuto lasciare che l’adhaan [chiamata alla preghiera] fosse completa“, con un’emoji che ride.

Il post (che è ancora attivo, senza alcuna nota della comunità) mostra in realtà una moschea distrutta dal gruppo militante dello Stato Islamico a Raqqa, in Siria, nel 2014.

In un’altra clip proveniente dalla Siria, gli account di blue-tick hanno affermato di mostrare combattenti di Hamas che ridono, prima che venga sganciata una bomba israeliana.

Il video originale è stato pubblicato su YouTube almeno quattro anni fa e sembra mostrare un attacco a un convoglio in Siria.

Avichay Adraee, un portavoce militare israeliano per i media arabi, ha pubblicato un video con diversi spezzoni, che sembra mostrare Israele che bombarda Gaza.

Il primo di questi filmati mostra invece le forze governative siriane che bombardano la città di Ariha, nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, controllata dai ribelli.

Ma il video non mostrava affatto questo: si trattava di un video di tifosi di calcio algerini che festeggiavano la vittoria della squadra di calcio Belouizdad nel campionato nazionale di quest’anno.

Altrove, un account verificato con sede in India ha affermato di mostrare Israele che risponde ad Hamas con attacchi aerei, commentando: “ben fatto... grande rappresaglia“.

Alcuni filmati condivisi online mostravano bombardamenti israeliani su Gaza, ma non erano dei giorni scorsi.

Un post di un candidato politico britannico di destra, Jim Ferguson, che pretendeva di mostrare Israele che “risponde ai colpi“, era un filmato di un grattacielo di Gaza bombardato durante l’offensiva israeliana del maggio 2021.

Un altro post, di Shurat HaDin, un centro legale pro-Israele, affermava che Israele “colpisce obiettivi terroristici a Gaza“. Pur mostrando un attacco israeliano a Gaza, il post risale al 13 maggio, come riportato dal giornalista open source Chris Osieck.

Storie false su bambini e neonati

Sono emersi anche diversi video falsi o fuorvianti relativi al maltrattamento di neonati e bambini durante il conflitto.

Ma il video è stato condiviso su TikTok a settembre ed è completamente estraneo all’attuale situazione a Gaza.

Altrove, un account blue-tick ha pubblicato un video di telecamere che riprendevano un attore bambino sul pavimento, come prova del fatto che gli israeliani “fanno video falsi dicendo che i Palestine Freedom Fighters hanno ucciso bambini“.

Il video è in realtà tratto da un cortometraggio palestinese intitolato Empty Place, diretto da Awni Eshtaiwe, che si basa sulla prigionia del detenuto palestinese Ahmed Manasra.

Un altro video ampiamente diffuso ha affermato di mostrare bambini israeliani “rapiti e tenuti in gabbia da Hamas“.

Non ci sono prove che indichino che ciò sia avvenuto.

Sebbene non sia immediatamente chiaro da dove o quando il filmato provenga, è stato pubblicato su TikTok il 4 ottobre, prima che i combattenti palestinesi attaccassero Israele.

Presunto sostegno dei Talebani e degli Stati Uniti

Un altro falso tweet – proveniente da un account ora sospeso che sostiene di rappresentare il dipartimento di pubbliche relazioni dei Talebani – affermava che il gruppo afghano aveva chiesto ai governi di Iran, Iraq e Giordania un passaggio per potersi unire allo sforzo bellico a Gaza.

La falsa notizia, riportata anche dal Jerusalem Post, è stata smentita sabato da un portavoce dei Talebani. L’account di blue-tick che l’ha pubblicata è stato ora sospeso.

In un altro esempio di notizie false su espressioni di sostegno internazionale, un’immagine falsificata ha preteso di mostrare un memorandum scritto dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in cui approvava 8 miliardi di dollari di aiuti militari a Israele in risposta alla situazione.

L’affermazione è completamente inventata ed è stata sfatata da un fact-check dell’AFP. La Casa Bianca non ha scritto alcun memorandum di questo tipo e ha confermato in un comunicato che la lettera era falsa.

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07/03/2023

Giorgia su TikTok, Elly su Twitter, antropologia del centrosinistra

La politica istituzionale italiana degli ultimi 30 anni ha subito diverse mutazioni antropologiche, riguardanti comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. All’inizio degli anni ’90, Max Gallo, storico della politica poi membro dell’Académie française, definì l’Italia, allora nel periodo della fine dei partiti di massa, come un laboratorio utile per capire le mutazioni della politica in generale.

È per questo che, dopo anni di Silvio Berlusconi, nel nostro paese non ci si è certo stupiti per il fenomeno Trump anche se, con l’emergere dei social di massa a metà anni 2000, il terreno per le mutazioni della politica si è fatto globale con il declino di quelli che un tempo erano i laboratori privilegiati di analisi.

Nelle scorse settimane abbiamo fatto uscire una antropologia della destra basata sull’analisi di TikTok come social paradigmatico di un comportamento legato all’identità politica. Questa volta, se vogliamo delineare una antropologia digitale del centrosinistra, il social paradigmatico da analizzare è Twitter.

Questo non significa che a sinistra non si usi TikTok oppure che a destra non si faccia largo uso di Twitter ma, piuttosto, che il primo è paradigmatico per la formazione di identità e comportamenti di destra e il secondo è paradigmatico per la formazione di questi fenomeni in area centrosinistra.

Del resto l’antropologia digitale, quella che si occupa delle evoluzioni della natura umana intrecciate con le mutazioni tecnologiche, da tempo è in grado di farci capire quanto sia cambiata lo società in fenomeni che, dalla fine degli anni ’90, non sono più di nicchia o emergenti ma dominanti.

Dallo storico libro di John Postill dedicato alla politica digitale e all’impegno politico si comprende come Twitter serva a identità politiche come quelle progressiste per strutturarsi sia in quanto opinione pubblica, soggetto informato, soggetto di dibattito e fenomeno di mobilitazione. Nonostante l’enorme uso di immagini, video e meme, e l’uso della parola in pochi caratteri, Twitter è un’eredità dell’opinione pubblica liberale classica: è guidata dalla parola, dalla presa di posizione, dal dibattito e dalla polemica. Non a caso, prima dell’acquisto da parte di Elon Musk, Donald Trump fu espulso da Twitter: negava pienamente, oltre agli interessi del management di allora, questi caratteri costitutivi progressisti del social.

Allo stesso tempo Twitter è il social che viene usato per commentare in tempo reale i dibattiti televisivi. E qui bisogna dire che Elly Schlein ha vinto il recente duello con Bonaccini nonostante quest’ultimo abbia fatto largo uso di Bot. Molto semplicemente perché il Bot, che è una estensione seriale di prese di posizione a favore di un candidato, non può essere originale, e quindi trascinante, quanto le prese di posizione dei sostenitori reali.

Elly Schlein ha quindi bucato lo schermo televisivo e Twitter sia come strumento di coesione identitaria e comportamentale, come riproposizione del modello classico di opinione pubblica, che come strumento di commento alla tv.

La differenza con il modello di riproduzione dell’identità di destra è palese: dove quest’ultimo attinge a una cultura meno politica, con l’uso rituale della danza, come rappresentazione simbolica dell’espulsione del diverso su TikTok, la formazione dell’identità di centrosinistra si esalta su Twitter in un uso del discorso pubblico più apertamente politico, più attento alle dinamiche dettagliate dell’informazione. Questo non significa che non ci siano ibridazioni tra questi modelli, e ce ne sono, solo che se vogliamo trovare un fondamento ultimo nelle due formazioni identitarie lo troviamo per il social cinese nella cultura di destra e in quello americano, che politicamente emerse nelle rivoluzioni arabe, per la cultura centrosinistra.

Quali ceti sociali riempiono le strutture rilevate da questa antropologia digitale? Gli stessi per destra e centrosinistra dal ceto medio, alle classi subalterne, ai nuovi poveri ai ceti medio-alti. L’egemonia di un social utilizzato, piuttosto che l’altro, serve per capire dove stanno i confini antropologico-politici di un paese che appare nettamente spaccato come una mela, in ogni ceto sociale, come accaduto durante la recente polarizzazione Lula-Bolsonaro. Del resto tra destra e centrosinistra è diversa anche la valorizzazione dello spazio: più utilizzato a destra lo spazio postpolitico (la rappresentazione digitale di salotti, palestre, discoteche) mentre il centrosinistra tende a esaltare la presenza nella piazza classica (come recentemente a Firenze).

Definito questo confine, tra TikTok e Twitter, tra luogo postpolitico e piazza, si capisce dove si trovino comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. Una nuova antropologia politica è in corso, indubbiamente, in una società che è statica solo per i distratti.

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22/01/2023

La “pandemia” del lavoro mentale

Microsoft, Google, Twitter, Facebook e tante altre aziende tecnologiche Usa continuano a licenziare migliaia di persone dopo la cuccagna con cui hanno fatto soldi a palate durante la pandemia. Ma adesso la pandemia sta diventando quella dei licenziamenti in tutto il settore, un comparto caratterizzato dall’alta e altissima qualità dei suoi lavoratori, in gran parte ingegneri, programmatori, sviluppatori ed esperti informatici. In pratica siamo alla dolorosa ristrutturazione di quello che è stato ben definito lavoro mentale.

L’ultima azienda in ordine di tempo ad aver annunciato tagli al personale è Alphabet, la casa madre di Google, che licenzierà 12.000 dipendenti in tutto il mondo. Tagli che arrivano pochi giorni dopo i 10.000 licenziamenti annunciati da Microsoft e che si aggiungono ai numerosi piani di tagli nelle aziende del settore che incombono da quest’estate. I licenziamenti interesserebbero tutti i rami delle aziende in questione compresi ingegneria e di prodotti.

Amazon ha annunciato il 5 gennaio che taglierà “poco più di 18.000” posti di lavoro in tutto il mondo, Europa compresa. Il piano di esuberi riguarderà principalmente i punti vendita gestiti dal gruppo e le risorse umane. La multinazionale delle vendite online durante la pandemia aveva reclutato forza lavoro in abbondanza, raddoppiando il personale tra l’inizio del 2020 e l’inizio 2022.

Meta – società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp – ha annunciato lo scorso novembre il taglio di 11.000 posti, pari a circa il 13% del totale della forza lavoro. Meta contava circa 87.000 dipendenti in tutto il mondo alla fine di settembre, ma ha registrato una performance finanziaria deludente nel terzo trimestre del 2022 con un forte calo di ricavi, dei profitti e una stagnazione del numero di utenti.

Twitter, con l’arrivo del nuovo proprietario Elon Musk, ha annunciato licenziamenti di massa: a inizio novembre circa la metà dei 7.500 dipendenti del social network sono stati mandati via.

C’è poi Snap, la società madre della popolare applicazione di messaggistica Snapchat, che ha annunciato lo scorso agosto una ristrutturazione che porterà al taglio di circa il 20% della forza lavoro, ovvero più di 1.200 dipendenti.

E adesso è toccato a Microsoft, “antica” big tech, la quale ha effettuato due turni di licenziamenti, uno a luglio che ha interessato meno dell’1% della forza lavoro, e un secondo a ottobre, che ha colpito meno di 1.000 persone. Ora una nuova ondata di licenziamenti potrebbe abbattersi sui suoi team di ingegneri. La società ha attualmente 221.000 dipendenti, di cui 122.000 negli Stati Uniti.

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30/12/2022

Twitter ha collaborato con il Pentagono nelle operazioni Psyops

Tra gli scheletri negli armadi di Twitter non c’è solo l’occultamento delle notizie scomode per gli affari privati della famiglia Biden in Ucraina dal 2014.

Una lunga e documentata inchiesta del giornale investigativo The Intercept, rivela come Twitter abbia collaborato con il Pentagono nelle sue operazioni di Psyops (guerra psicologica) in Medio Oriente.

The Intercept riporta che il 26 luglio 2017, Nathaniel Kahler, all’epoca un funzionario che lavorava con il Comando centrale degli Stati Uniti, noto anche come CENTCOM, una divisione del Dipartimento della Difesa, ha inviato un’e-mail a un rappresentante di Twitter con una richiesta di approvazione della verifica di un account e di una “lista bianca” ossia un elenco di account in lingua araba “che usiamo per amplificare determinati messaggi“.

Nella sua e-mail, Kahler ha inviato un foglio di calcolo con 52 account chiedendo un servizio prioritario per sei degli account, incluso @yemencurrent, utilizzato per trasmettere annunci sugli attacchi di droni statunitensi nello Yemen.

Più o meno nello stesso periodo, @yemencurrent, che da allora è stato cancellato, aveva sottolineato come gli attacchi dei droni statunitensi fossero sempre “accurati” e avevano ucciso solo “terroristi”, non civili, e sosteneva gli attacchi degli Stati Uniti e dei sauditi contro i ribelli Houthi in quel paese.

Altri account sulla lista erano incentrati sulla promozione delle milizie sostenute dagli Stati Uniti in Siria e sui messaggi anti-Iran in Iraq. Sebbene molti account siano rimasti concentrati su un’area tematica, altri sono passati da un argomento all’altro.

Ad esempio, @dala2el, uno degli account CENTCOM, è passato dalla messaggistica sugli attacchi dei droni nello Yemen nel 2017 alle comunicazioni incentrate contro il governo siriano.

Lo stesso giorno in cui CENTCOM ha inviato la sua richiesta, i membri del team di integrità del sito di Twitter sono entrati in un sistema aziendale interno utilizzato per gestire la portata di vari utenti e hanno applicato uno speciale tag di esenzione agli account richiesti dal Pentagono.

Un ingegnere, che ha chiesto di non essere nominato perché non autorizzato a parlare con i media, ha affermato di non aver mai visto questo tipo di tag prima, ma a un attento esame ha affermato che l’effetto del tag “whitelist” ha sostanzialmente dato agli account i privilegi di verifica di Twitter senza un segno di spunta blu visibile.

La verifica di Twitter avrebbe conferito una serie di vantaggi, come l’invulnerabilità ai bot algoritmici che contrassegnano gli account per spam o abusi, nonché altri avvertimenti che portano a una minore visibilità o alla sospensione dell'account.

Kahler ha detto a Twitter che sarebbero stati tutti “account in lingua araba attribuiti all’USG che twittano su questioni di sicurezza rilevanti“.

Quella promessa non è stata mantenuta, poiché molti degli account hanno successivamente cancellato le indicazioni che ne rivelavano l’affiliazione al governo degli Stati Uniti, come invece viene fatto per altri (soprattutto russi e cinesi). Per cui, formalmente, comparivano come degli account di fonti “indipendenti” e non come la longa manus del Pentagono.

In questo modo i mass media riportano poi le veline, le versioni, i flussi informativi e le eventuali fake news diffuse dall’amministrazione Usa, ma con la mistificazione che si tratterebbe di “fonti indipendenti”.

L’Internet Archive non conserva la cronologia completa di ogni account, ma The Intercept ha identificato diversi account che inizialmente apparivano come emanazioni del governo degli Stati Uniti ma, dopo essere stati inseriti nella whitelist, erano ancora riconoscibili come affiliati all’esercito ma si atteggiavano a “utenti ordinari”.

Uno degli account che Kahler ha chiesto di inserire nella whitelist – @mktashif – è stato identificato dai ricercatori perché sembrava utilizzare una foto deep-fake per oscurare la sua vera identità.

Inizialmente, secondo la Wayback Machine, @mktashif risultava un account del governo degli Stati Uniti affiliato a CENTCOM, ma a un certo punto questa indicazione è stata cancellata e la foto dell’account è stata cambiata con quella che una ricerca dell’università di Stanford ha identificato come un deep fake.

La nuova biografia su Twitter affermava che l’account era una “fonte imparziale di opinioni e informazioni” e, tradotto approssimativamente dall’arabo, “dedicato a servire iracheni e arabi“.

L’account, prima di essere sospeso all’inizio di quest’anno, inviava regolarmente messaggi su Twitter che denunciavano l’Iran e altri avversari degli Stati Uniti, compresi i ribelli Houthi nello Yemen.

Un altro account CENTCOM, @althughur, che pubblica contenuti anti-Iran e anti-ISIS mirando ad un pubblico iracheno, ha cambiato la sua biografia su Twitter: da un’affiliazione CENTCOM a una frase araba che recita semplicemente “Euphrates pulse“.

Le e-mail di Twitter mostrano che nel 2020, i dirigenti di Facebook e Twitter sono stati invitati dai legali del Pentagono a partecipare a briefing riservati in una struttura informativa compartimentata, nota anche come SCIF, utilizzata per riunioni altamente sensibili.

Le attività di propaganda militare online sono stati in gran parte disciplinati da un memorandum del 2006. Il promemoria rileva che le attività su Internet del Dipartimento della Difesa dovrebbero “riconoscere apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti” tranne nei casi in cui un “comandante combattente ritenga che ciò non sarà possibile a causa di considerazioni operative“.

Questo metodo di non divulgazione, afferma la nota, è autorizzato solo per le operazioni nella “Guerra globale al terrorismo, o quando specificato in altri ordini di esecuzione del Segretario alla Difesa“.

Nel 2019, il Congresso Usa ha approvato una misura nota come Sezione 1631, un riferimento a una disposizione del National Defense Authorization Act, che sancisce legalmente ulteriori operazioni psicologiche clandestine da parte dei militari (Psyops) nel tentativo di contrastare le campagne di disinformazione online di Russia, Cina e altri avversari stranieri.

Nel 2008, il comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti ha aperto una richiesta per un servizio atto a fornire “prodotti e strumenti di influenza basati sul web a supporto di obiettivi strategici e a lungo termine del governo degli Stati Uniti“.

Il contratto faceva riferimento alla Trans-Regional Web Initiative, uno sforzo per creare siti di notizie online progettati per conquistare i cuori e le menti nella battaglia per contrastare l’influenza russa in Asia centrale e il terrorismo islamico globale.

Il contratto è stato inizialmente eseguito da General Dynamics Information Technology, una filiale dell’appaltatore della difesa General Dynamics, in collegamento con gli uffici di comunicazione CENTCOM nell’area di Washington, DC, ea Tampa, in Florida.

Un programma noto come “WebOps”, gestito da un appaltatore della difesa noto come Colsa Corp., è stato utilizzato per creare identità online fittizie progettate per contrastare gli sforzi di reclutamento online da parte dell’ISIS e di altre reti terroristiche.

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16/12/2022

USA - “Cane morde cane”. Twitter sospende gli account di alcuni giornalisti

Twitter ha sospeso i profili di diversi giornalisti di alcune fra le più importanti testate statunitensi. Secondo il giornale The Hill, è stato sospeso anche l’account del social network Mastodon, il social concorrente di Twitter.

Il New York Times, riferisce che gli account sospesi sono quelli di Ryan Mac del New York Times, di Drew Harwell del Washington Post di Aaron Rupar, giornalista indipendente, di Donie O’Sullivan della CNN di Matt Binder di Mashable, di Tony Webster, giornalista indipendente di Micah Lee di The Intercept e del commentatore politico Keith Olbermann. Non è ancora chiaro quali siano le motivazioni delle sospensioni degli account, scrive il NYT, la pagina Twitter di ogni utente include un messaggio secondo cui gli account sono sospesi perchè “violano le regole di Twitter”.

La decisione del social arrivano all’indomani della sospensione di oltre 25 account che tracciavano gli aerei di agenzie governative, miliardari e individui di alto profilo, compreso quello di Musk.

I giornalisti che si sono visti sospendere l’account, nei giorni scorsi avevano commentato in modo non lusinghiero la sospensione del profilo “@Elonjet“, curato da un diciannovenne, Jack Sweeney, che riportava in tempo reale gli spostamenti aerei del proprietario di Twitter, Elon Musk.

Il miliardario Musk, che ha recente acquistato Twitter professandosi “assolutista della libertà di parola”, aveva giustificato la sospensione del profilo di Sweeney definendola una questione relativa alla privacy e alla sicurezza personale: “Qualsiasi account che pubblica informazioni personali in merito alla posizione in tempo reale di un individuo verrà sospeso, dal momento che si tratta di una violazione della sicurezza fisica”, aveva affermato Musk.

Al momento, però, non è chiara la ragione della sospensione dei giornalisti, diversi tra i quali sono noti per aver espresso ripetute critiche a Musk e all’indirizzo di Twitter, dopo la recente acquisizione del social media da parte dell’imprenditore. In una nota, la CNN ha definito la sospensione del suo giornalista “impulsiva e ingiustificata”, sostenendo che sotto la guida di Musk Twitter sia divenuta una piattaforma “instabile e volatile”. Musk ha replicato in prima persona proprio su Twitter: “Criticarmi tutto il giorno va benissimo, ma sottoporre a doxxing la mia posizione in tempo reale e mettere a rischio la mia famiglia non lo è”.

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10/12/2022

I Twitter Files svelano nuovi scheletri nell’armadio del “social preferito dai politici”

Ci sono nuove rivelazioni del New York Times sui cosiddetti Twitter Files. In un articolo il giornale riprende le denunce di Bari Weiss, ex editorialista del giornale fino al marzo del 2021, quando si dimise in polemica con la “virata illiberale della sinistra che spinge all’autocensura“.

La Weiss svela l’esistenza di un team di dipendenti di Twitter il cui scopo era “costruire liste nere, impedire ai tweet sfavorevoli di diventare di tendenza e limitare la visibilità di interi account o addirittura di argomenti di tendenza”.

Il nuovo padrone di Twitter, Elon Musk, sta letteralmente sguazzando in questo verminaio che svela diversi scheletri nell’armadio della precedente proprietà del social network.

Lo stesso Musk nei giorni scorsi ha licenziato il responsabile legale di Twitter ed ex responsabile legale del Federal Bureau of Investigation (Fbi), James Baker, accusandolo di aver censurato di propria iniziativa parte dei documenti, per celare il ruolo diretto dell’agenzia federale nell’insabbiamento dello scandalo riguardante il computer portatile del figlio del presidente Usa, Hunter Biden.

A riferirne in Italia è l’Agenzia Nova, secondo cui tra gli utenti finiti nella blacklist di Twitter vi era anche il professore dell’università di Stanford Jay Bhattachary, il quale sosteneva che i lockdown messi in atto per contenere la diffusione del Covid avrebbe potuto danneggiare i bambini (e per questo finito nella “trend blacklist” che impediva appunto ai suoi tweet di diventare virali). Oppure l’account di Dan Bongino, presentatore di un talk show finito nella blacklist perché dichiaratamente di destra.

Nel mirino dei censori di Twitter era finito anche l’attivista conservatore Charlie Kirk (esplicativa la nota interna “Da non amplificare” allegata al suo profilo). Un sistema organizzato e strutturato, insomma, tutt’altro che qualche caso sporadico legato alle intemperanze dei singoli account.

Secondo la giornalista del New York Times i vertici di Twitter definiscono questa policy come “Visibility Filtering” (più o meno “filtraggio di visibilità”) o VF.

Altro caso è stato quello della pagina “Libs of TikTok” (1,6 milioni di follower) sospeso sei volte ufficialmente per incitazione all’odio nonostante un documento interno dimostri che i gestori della pagina non abbiano mai violato il regolamento di Twitter.

Nella foto postata dalla giornalista americana si vede che proprio nella scheda di tale utente capeggiava in bella mostra il messaggio, in rosso, con scritto “Non prendere iniziative sull’utente senza consultare il Sip-Pes”, ovvero il “Site Integrity Policy, Policy Escalation Support,” il braccio operativo di questo tipo di operazioni.

Lo scandalo dei Twitter Files non sembra quindi limitarsi alla censura sulle notizie relative agli affari del figlio di Biden in Ucraina. La vicenda si sta allargando a macchia d’olio e la stessa giornalista promette nuovi aggiornamenti a breve, anche grazie alla collaborazione offerta da altri colleghi e altre testate.

Sarebbe sbagliato rallegrarsi del fatto che la black list di Twitter colpisca personaggi noti della destra statunitense. Innanzitutto non sono i soli, basta pensare alle censure su ciò che riguarda la questione palestinese. In secondo luogo perché il sistema dei blocchi nella circolazione e delle black list sui social da tempo sta danneggiando seriamente la diffusione di informazioni e di molte testate, per esempio la nostra.

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05/12/2022

Twitter ha censurato le notizie sugli “impicci” del figlio di Biden in Ucraina?

Sarà perché Elon Mask vuole creare grandi aspettative sul suo ultimo affare, sarà perché il controllo sui social è diventato rilevante ai fini della comunicazione politica e di massa, ma i Twitter Files stanno svelando un verminaio. E non pare proprio che sia a causa delle ingerenze russe come la Casa Bianca continua a starnazzare (seguita a ruota dall’Unione Europea).

Sta emergendo infatti che Twitter negli anni scorsi ha adottato una serie di misure straordinarie per “insabbiare” la storia del computer di Hunter Biden, figlio dell’attuale presidente Joe, pubblicata dal New York Post poche settimane prima delle elezioni del 2020.

Secondo l’articolo del NYP il dispositivo conteneva diversi file, comprese e-mail potenzialmente incriminanti, riguardanti i rapporti d’affari del figlio dell’attuale presidente con Paesi e individui stranieri, inclusa l’Ucraina (eh si...).

A pubblicare su Twitter le mail che mostrano gli scambi tra i dipendenti della piattaforma online è stato il giornalista statunitense Matt Taibbi, in una serie di tweet poi condivisi dallo stesso Elon Musk, diventato il nuovo proprietario del social network.

Twitter, sostiene Taibbi, “ha adottato misure straordinarie per sopprimere la storia, rimuovendo collegamenti e pubblicando avvisi sulla loro possibile non sicurezza. Ne ha persino bloccato la trasmissione tramite messaggio diretto, uno strumento finora riservato a casi estremi, come la pornografia infantile”.

La tesi del giornalista, condivisa e rilanciata da Musk, è che la policy della piattaforma sulle pubblicazioni da censurare fosse dettata da simpatie politiche, e non dai contenuti dei post.

Nel 2020, scrive Taibbi, “le richieste di eliminare determinati tweet erano routine. Celebrità e sconosciuti allo stesso modo potevano essere rimossi per volere di un partito politico. Entrambe le parti avevano accesso a questi strumenti. Ad esempio, nel 2020, sono state accolte e onorate le richieste sia della Casa Bianca di Trump che della campagna di Biden”.

Tuttavia, sostiene, “questo sistema non era bilanciato in quanto basato sui contatti. E poiché Twitter era ed è composto in modo schiacciante da persone con un determinato orientamento politico, c’erano più canali, più modi per lamentarsi, aperti sia a sinistra (i democratici) che a destra”. A cavallo tra il 2020 e il 2021 Twitter bloccò poi l’account di Trump per le contestazioni ai risultati elettorali.

Il responsabile del dipartimento “integrità” della piattaforma, Yoel Roth, ha sostenuto in un’intervista rilasciata questa settimana di avere ritenuto che l’articolo pubblicato dal Post avesse i “tratti distintivi” di un’operazione di hacking e disinformazione russa. L’ex dirigente ha però dovuto ammettere di avere commesso un errore.

Nell’agosto 2020, Twitter ha iniziato a etichettare alcuni account come affiliati agli Stati ritenuti ostili dagli Usa (Russia e Cina soprattutto) e da allora si era verificato un calo significativo del coinvolgimento degli utenti, inclusi i like e le condivisioni, di tali account.

Il New York Post è stato il primo giornale a riferire del computer del figlio di Biden, abbandonato in un laboratorio di riparazioni di Wilmington, Delaware.

Il computer conteneva diversi file, comprese e-mail potenzialmente incriminanti, riguardanti i rapporti d’affari del figlio dell’attuale presidente con Paesi e individui stranieri.

In una delle email, Vadym Pozharskyi, cittadino ucraino e terzo al comando della compagnia energetica ucraina Burisma, ringraziava Biden per l’opportunità avuta di incontrare suo padre, allora vicepresidente, e per aver “trascorso del tempo con lui” ad aprile 2015. Hunter Biden, in quel momento, era membro del Consiglio di amministrazione della società.

Hunter Biden era entrato nel consiglio d’amministrazione della Burisma Holdings, compagnia ucraina del gas, nel maggio 2014, con uno stipendio di 50 mila dollari al mese. Il figlio di Biden venne scelto nonostante non parlasse la lingua e non avesse particolari esperienze nel campo energetico.

Ma venne assunto pochi mesi dopo la decisione di Obama di affidare al suo vice – all’epoca l’attuale presidente Joe Biden – il compito di seguire la transizione politica in Ucraina dopo il colpo di stato del 2014 (il cosiddetto EuroMaidan).

Non solo. Il potenziale conflitto d’interessi tra la famiglia Biden e la politica in Ucraina, si palesò nel 2016 quando, con l’appoggio dell’Unione Europea, Biden minacciò di congelare un miliardo di dollari di aiuti a meno che i leader ucraini non avessero licenziato il procuratore generale Viktor Shokin, accusato di essere stato troppo morbido nella lotta alla corruzione di Stato. Una decisione che poi venne effettivamente presa.

Fu lo stesso Biden a vantarsene durante un incontro pubblico nel 2018 ad un evento a cura della rivista Foreign Affairs, con una frase piuttosto esplicita: “Li guardai negli occhi e dissi, io parto tra sei ore, se il procuratore non è stato licenziato, non avrete i soldi. Beh, figlio di puttana. È stato licenziato“.

Shokin stava indagando sull’azienda nel cui consiglio d’amministrazione figurava Hunter Biden, il figlio del futuro presidente degli Stati Uniti.

Circa 50 ex membri di varie agenzie d’intelligence Usa avevano affermato che le informazioni circolate intorno agli affari della famiglia Biden in Ucraina erano false ed erano state create dai russi per interferire nelle elezioni presidenziali.

Ma a marzo è stato il New York Times a confermare che il computer e le informazioni che esso conteneva erano autentici, e che sono state ammesse come prove in un’indagine portata avanti dal dipartimento di Giustizia su Hunter Biden e sui suoi affari finanziari e fiscali.

E mentre Macron in visita negli Usa ha incontrato faccia a faccia Elon Musk, dall’Unione Europea arrivano esplicite minacce a Twitter.

Bruxelles minaccia infatti di bloccare il social network se le nuove policy previste dal nuovo management (Elon Musk), infrangeranno le regole sulla moderazione dei contenuti. Il commissario europeo Thierry Breton, in una videochiamata con lo stesso Musk, ha di fatto esposto tutte le riserve europee sul nuovo corso di Twitter.

Musk e Breton hanno concordato che la Ue effettuerà uno “stress test” presso la sede di Twitter all’inizio del 2023 per valutare la conformità del social alle norme europee. Ma il rischio, secondo quanto scrive il Financial Times, è che il social possa violare il nuovo Digital Servicses Act della UE, che stabilisce gli standard con cui le società Big Tech devono controllare i contenuti su Internet.

Breton ha ribadito che in caso di violazione di queste norme, Twitter potrebbe subire un divieto a livello europeo o multe fino al 6% del fatturato globale.

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18/11/2022

Twitter ha smesso di cinguettare

Twitter ha comunicato ai dipendenti che gli uffici dell’azienda saranno temporaneamente chiusi, con effetto immediato, fino a lunedì prossimo. L’annuncio, nel quale la società non ha fornito motivazioni per la sua decisione, arriva successivamente alle notizie secondo cui un gran numero di dipendenti si sarebbe dimesso dopo che il nuovo proprietario Elon Musk li aveva invitati a firmare un impegno a “lavorare per lunghe ore ad alta intensità” oppure ad andarsene.

“Lavorate duro o vi licenzio: la scelta è vostra, avete tempo per decidere fino alle 17 di domani. Chi non risponde è fuori”. È questo il testo di una mail interna, dall’oggetto inequivocabile ‘Bivio’, inviata dal nuovo proprietario di Twitter Elon Musk ai dipendenti dell’azienda, ai quali concedeva tempo fino a ieri sera per scegliere se impegnarsi in un lavoro sempre più competitivo oppure no. “Nel costruire un rivoluzionario Twitter 2.0 e avere successo in un mondo sempre più competitivo, dovremo essere estremamente duri”, ha scritto Musk nel promemoria di cui è entrato in possesso il Washington Post e citato dalla CNN. “Questo significherà lavorare per lunghe ore ad alta intensità. Solo prestazioni eccezionali costituiranno un voto positivo”.

Inutile dire che quattro giorni senza Twitter stanno provocando crisi di astinenza tra molti politici e con effetti collaterali differenziati. Mentre sembra che Letta e Calenda continuino a pigiare in modo compulsivo sul telefonino accollando pista russa anche sull’ondata di maltempo che si è abbattuta sull’Italia.

Molto più emblematicamente il leader della Lega, ha aperto le porte al nuovo proprietario di Twitter. “Sui giornali vedevo la foto di Elon Musk, uno dei principali geni innovativi: mi piacerebbe potesse lavorare di più con l’Italia e in Italia perché come Ministero delle Infrastrutture mi piacerebbe creare un polo di attrazione e degli investimenti e dei capitali stranieri che diventi un punto di riferimento dell’innovazione”, rivelando così lo stato confusionale tra l’osservazione dei giornali e l’album delle figurine Panini.

Senza i tweet da commentare qualche problema si segnala anche nel palinsesto della trasmissione “Propaganda” condotta da Diego Bianchi.

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Per saperne di più sulla crisi delle aziende tecnologiche come Twitter, Facebook, Amazon vedi: I licenziamenti di massa nelle Big Tech

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07/11/2022

Una nuova bolla tecnologica?

Dopo i licenziamenti di migliaia di dipendenti di Twitter annunciati da Elon Musk, adesso turbolenze e licenziamenti si addensano intorno a Meta, la società statunitense proprietaria delle piattaforme Facebook e Instagram.

Fonti anonime hanno riferito al Wall Street Journal che in Meta i licenziamenti potrebbero interessare “migliaia di persone”, e che un annuncio ufficiale è previsto non più tardi di mercoledì 9 novembre. Stando ai risultati finanziari più aggiornati, relativi al terzo trimestre del 2022, Meta ha più di 87 mila dipendenti.

La società non ha commentato le indiscrezioni del Wall Street Journal. Dopo la pubblicazione dei risultati al 30 settembre, il boss di Facebook – Zuckerberg – aveva affermato che “alcune aree cresceranno in maniera importante, ma altre potrebbero essere ridotte il prossimo anno”.

Durante la pandemia Meta, come altre corporation della tecnologia, aveva fatto moltissime assunzioni: più di 27.000 nel 2020 e nel 2021, e poi altre 15.344 nei primi nove mesi di quest’anno, di cui circa un quarto nell’ultimo trimestre.

Nel frattempo, quest’anno, le azioni di Meta sono scese però di oltre il 70%. Non solo per la forte concorrenza di TikTok nel mondo dei social .

Secondo il New York Times la pubblicità digitale – che costituisce la maggior parte delle entrate di Meta – si è indebolita “a causa del ritiro degli inserzionisti, che ha colpito molte aziende di social media. L’attività di Meta è stata inoltre danneggiata dalle modifiche alla privacy introdotte da Apple, che hanno ostacolato la capacità di molte app di indirizzare gli annunci pubblicitari agli utenti”.

Sebbene inferiore, in termini percentuali, ai licenziamenti abbattutisi su Twitter – che hanno colpito circa la metà del personale di quell’azienda – il numero di dipendenti di Meta che potrebbero perdere il posto di lavoro potrebbe essere il più alto finora raggiunto da una grande azienda tecnologica.

La settimana scorsa Elon Musk, nuovo proprietario di Twitter, ha licenziato circa 3.700 dipendenti della piattaforma, circa la metà del totale dei lavoratori. Il magnate sudafricano fondatore di SpaceX intenderebbe ridurre drasticamente i costi e aumentare le entrate – si parla dell’introduzione una tariffa mensile a carico dei soli profili certificati sul social media. Ad alimentare ulteriore confusione questa mattina le agenzie riferiscono che Twitter si sarebbe sbagliata nell’invio dei messaggi di licenziamento e starebbe richiamando molti dei suoi collaboratori.


Secondo la rivista Fortune, Musk e i suoi collaboratori hanno studiato una serie di piani e scenari alternativi per il taglio del personale e la revisione delle politiche societarie di Twitter, e l’entità dei licenziamenti non è stata ancora stabilita in via definitiva. Uno degli scenari, però, prevede secondo le indiscrezioni il congedo di metà dei dipendenti con una buonuscita pari a 60 giorni di lavoro.

Ma licenziamenti sono previsti anche in altre società tecnologiche e di servizi connessi. Secondo Forbes licenziamenti sono stati annunciati alla Rydeshare Lift Stripe, Chime, Upstart, Zillow, Seagate Technology.

Del resto, le tecnologie fondate sull’informatica – entrate ormai in ogni ambito produttivo – hanno come caratteristica fondamentale quella di “risparmiare lavoro umano”, sussumendo in forma algoritmica funzioni e mansioni prima eseguite da persone in carne e ossa. E questo vale ovviamente sia per le produzioni “fisiche” della manifattura che per quelle presunte “immateriali”, a partire dalle grandi piattaforme social o commerciali.

Come avverte Paolo Panerai su Milano Finanza, parlando peraltro di un settore già abbondantemente informatizzato come la gestione dei patrimoni finanziari da parte delle banche: “L’avanzamento della tecnologia digitale, entro i prossimi 10-15 anni, specialmente nei servizi, sostituirà il lavoro umano per quasi il 50% di quanto è necessario oggi. Il professor Rasetti ha esemplificato con il caso della banca JP Morgan, dove lavora un suo allievo.

Per definire un contratto di gestione con il sistema tradizionale, erano necessarie 30 giornate di lavoro di un gestore: per analizzare gli obbiettivi del cliente, mettere a punto il portafoglio, gestirlo eccetera. In JP Morgan oggi, con il programma realizzato dall’allievo del professor Rasetti, quelle 30 giornate uomo sono sostituite dalla soluzione digitale, che esegue tutto in pochi secondi.” E’ quella che si deve definire una tendenza sistemica, una evoluzione connaturata allo sviluppo tecnologico. Una tendenza che consente – a seconda del modo di produzione – di liberare tempo da dedicare ad altre attività, diverse dal lavoro necessario alla riproduzione, oppure di rendere disoccupate masse crescenti di popolazione. Nel modo di produzione capitalistico, come sappiamo la regola generale è la seconda...

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05/11/2022

Twitter è una distopia

Un po’ per scherzo e un po’ sul serio, a un certo punto della nostra vita, tutti quanti abbiamo pensato che Black Mirror non fosse una serie tv distopica e visionaria ma una cronaca piuttosto fedele del nostro presente. È passato qualche anno, eppure la sensazione è sempre la stessa.

Il claim – «The future is bright», il futuro è luminoso – era perfetto, del resto la luce può significare tante cose: la fine del buio, certo, ma pure un qualcosa in grado di accecare. E in qualche caso pure di bruciare.

Dunque, quando leggiamo delle imprese di Elon Musk non dovremmo stupirci più di tanto. Possiamo percepirne la stranezza, forse addirittura possiamo provare un po’ di disagio, ma tutto sommato non dovremmo dirci davvero sorpresi dalle sue mosse.

Del resto, se sentiamo un rumore di zoccoli siamo più portati a pensare a un cavallo che a un unicorno, no? Il rasoio di Occam ce l’ha insegnato: l’ipotesi più facile è quella più probabile. Se Musk sembra un cattivo dei fumetti è perché probabilmente lo è davvero.

Adesso che è riuscito a comprare Twitter per 44 miliardi di dollari (tanto per fare un paragone: una cifra del genere basterebbe allo stato italiano per finanziare cinque anni di reddito di cittadinanza o quasi un decennio di Quota 100), Musk come primo atto ha deciso di buttare in mezzo alla strada la metà dei dipendenti, quasi 4mila persone che una mattina si sono viste recapitare una mail con cui, tra tanti ringraziamenti per il lavoro sin qui svolto e auguri per le migliori fortune a venire, vengono invitate a fare gli scatoloni e a levarsi dai piedi.

Tutti a casa ad aggiornare il curriculum. Questa misura non ha riguardato soltanto i lavoratori dei livelli più bassi, i soldati semplici, ma anche diversi manager, i generali del social network divenuto famoso grazie a Obama e ora popolato per lo più da politici e giornalisti avvitati in eterne polemiche delle quali alla lunga il senso tende a sfuggire.

Nel progetto di rilancio ipotizzato da Musk c’è anche un’altra mossa che è tutta un dire: le famose «spunte blu», quelle che certificano l’originalità del profilo di un famoso o di un famosetto, potrebbero diventare a pagamento. L’ipotesi iniziale di Musk era di metterle a 20 dollari al mese, poi, dopo una bizzarra trattativa con Stephen King, pare che il prezzo scenderà a 8 dollari.

Tutto questo è accaduto in meno di una settimana di gestione Musk, che in fondo per scalare Twitter ci ha messo appena pochi mesi. Era il 5 aprile scorso quando l’uomo più ricco del mondo aveva acquistato, per 3 miliardi di dollari, il 9,2% delle azioni del social network.

Venti giorni dopo, definito l’accordo da 44 miliardi miliardi per tutto il pacchetto, Musk si era tirato indietro accusando i vertici di Twitter di aver truccato le carte: i profili falsi sarebbero molti di più rispetto a quelli dichiarati. Alla fine, comunque, l’affare si è chiuso lo stesso e Musk, come primo atto, si è fatto riprendere mentre entra nella sede di Twitter con un lavandino in mano.

Didascalia: «Let that sink in», fatevene una ragione. Nel frattempo ha pure cambiato la descrizione del suo profilo con «Chief Twit». E ora? I progetti sono invero piuttosto fumosi: licenziamenti e spunte blu a parte, s’è capito che probabilmente partirà una caccia ai profili falsi e ai bot, e con ogni probabilità verrà riammesso Donald Trump, buttato fuori dalla piattaforma dopo i fatti di Capitol Hill.

D’altra parte il bizzarro Elon è diventato repubblicano qualche mese fa, a suo dire il Partito Democratico è ormai lo schieramento «della divisione e dell’odio». L’Unione Europea, dal canto suo, ha fatto sapere a Musk che, almeno in questo continente, le regole non cambieranno in virtù del suo arrivo e sullo sfondo già si vede il braccio di ferro che andrà in scena da qui ai prossimi mesi.

Per quanto tutta questa faccenda possa apparire assurda, sin qui Elon Musk ha fatto tutto quello che aveva annunciato. La coerenza tra intenzioni e azioni è massima e nulla lascia presagire che questa linea cambierà in futuro.

La normale eccezionalità di Musk non risiede in un’operazione spericolata e ambigua come l’acquisizione di Twitter, ma nella serie di cose che ha già fatto e che consideriamo in qualche maniera normali.

Parliamo di uno che è diventato l’uomo più ricco del mondo (secondo Forbes il suo patrimonio è stimabile in 223.8 miliardi di dollari) con una compagnia aerospaziale (la Space X) e con la multinazionale dell’automobile Tesla (che promette di rivoluzionare il trasporto privato in tutto il mondo), occupandosi inoltre di infrastrutture e tunnel (con la Boring Company), neurotecnologie (con la Neuralink Corporation) e intelligenza artificiale (con la Open Al).

Il suo obiettivo dichiarato è «migliorare il mondo e l’umanità», e in quest’ottica non va dimenticato il sostegno all’Ucraina invasa dai russi attraverso il libero utilizzo dei suoi satelliti in orbita intorno al pianeta Terra (salvo poi tornare parzialmente indietro e chiedere che qualcuno, tipo un governo, si accollasse le spese).

Ecco, in tutto questo, come possiamo dire che l’operazione Twitter, con i suoi annessi e i suoi connessi, sia una stranezza? Sarebbe meglio dire che questa storia ci ha aiutato a capire quale sia la vera natura di Elon Musk, ed è molto più banale di quanto possa sembrare.

Malgrado tutto questo futuro che siamo costretti a ingoiare in maniera acritica, spesso confondendo i cambiamenti con le rivoluzioni, il multimiliardario nato a Pretoria non fa niente di diverso rispetto a quello che, almeno dalla rivoluzione industriale in poi, fanno sempre quelli della sua specie: investire e guadagnare. Poi investire di nuovo per guadagnare ancora di più.

Il bene dell’umanità – nel nome del quale si sono consumate le più grandi tragedie della storia – è un concetto troppo sfuggente per essere reale, e un padrone non può che comportarsi da padrone, come lo scorpione che punge la rana, scegliendo di annegare nel fiume insieme a lei perché incapace di non agire seguendo la propria natura.

Tra il proprietario di una miniera di carbone del diciannovesimo secolo e Elon Musk le differenze sono poche e tutto sommato irrilevanti. Al massimo l’abbigliamento, ma nemmeno tanto visto che quelli là erano tendenzialmente degli eccentrici già allora. Tra una corsa allo spazio e l’ipotesi di una macchina supersonica, Musk resta sempre fermo, siamo noi che ci agitiamo. È il pendolo di Foucault: immobile, mentre intorno tutto gira.

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03/11/2022

Le mani di Musk su Twitter

L’uomo più ricco del mondo ha acquistato una delle piattaforme di social media più popolari al mondo. Elon Musk, amministratore delegato di Tesla, che ha attualmente un valore di circa 210 miliardi di dollari e nel novembre 2021 ne valeva quasi 300, una cifra mai raggiunta da nessun individuo nella storia dell’umanità. Non solo la sua ricchezza è di cattivo auspicio per la democrazia, vista l’influenza finanziaria che esercita sulla politica, ma anche l’acquisizione di Twitter, una potente piattaforma di opinione, come società privata, cementifica ulteriormente il suo potere.

Per mettere i suoi soldi in prospettiva, se Musk volesse regalare 800 dollari a ogni singolo utente di Twitter (dato che Twitter ha circa 238 milioni di utenti regolari) gli rimarrebbero circa 20 miliardi di dollari con cui giocare e non avrebbe mai bisogno di soldi. L’avidità di Musk è il fatto centrale da tenere presente quando si cerca di prevedere il significato della sua proprietà di Twitter.

Musk si è fatto un’ottima reputazione di essere un genio, meritevole della sua oscena ricchezza. Ma i suoi messaggi privati durante le trattative per la vendita di Twitter, recentemente rivelati da documenti giudiziari, dipingono l’immagine di una mente semplice incapace di venire a patti con i suoi eccessi. La sua idea di “divertimento” è avere “enormi quantità di denaro” con cui giocare.

E ha un’opinione spropositata di sé. I miliardari come Musk si considerano gli unici in grado di liberare la grandezza nel mondo. Lo ha detto nella sua lettera al consiglio di amministrazione di Twitter: “Twitter ha un potenziale straordinario” e ha aggiunto: “Lo sbloccherò”. Questa arroganza è naturale quando si esercita un potere finanziario superiore a quello che il cervello umano è in grado di gestire.

Musk è stato anche abile nel coltivare la reputazione di avere un approccio purista alla libertà di parola e nel distogliere l’attenzione dalla sua ricchezza. L’ex presidente Donald Trump, che ha ripetutamente violato gli standard di Twitter prima di essere bandito, ha dichiarato di essere “molto felice che Twitter sia ora in mani sane”. In effetti, si sta diffondendo la speculazione che Musk reintegrerà l’account di Trump.

Ma Nora Benavidez, consulente senior e direttrice di Digital Justice and Civil Rights presso Free Press, ha dichiarato in un’intervista rilasciata all’inizio di quest’anno che Musk non è un assolutista della libertà di parola, quanto piuttosto “una sorta di futuro CEO tuttofare per Twitter”.

E aggiunge: “Credo che la sua visione sia quella di immaginare che la moderazione dei contenuti sui social media possa semplicemente avvenire. Ma non è una cosa che avviene per magia. Deve avere delle protezioni”.

Le protezioni che Twitter ha avuto finora non hanno funzionato abbastanza bene. Ci sono voluti quattro anni di tweet violenti e incitanti di Trump e un attacco su larga scala al Campidoglio degli Stati Uniti per bandirlo dalla piattaforma. Nella settimana successiva al ban di Trump e di alcuni suoi alleati, la disinformazione è diminuita di ben il 73% sulla piattaforma.

Twitter ha ritardato l’azione sui tweet di Trump solo perché il suo obiettivo primario è generare profitti, non favorire la libertà di parola. Questi sono anche gli obiettivi di Musk, e tutti gli indizi suggeriscono che indebolirà le protezioni, non le rafforzerà.

Secondo Benavidez, “il suo futuro immaginario, in cui Twitter sarà in qualche modo una piazza aperta e accettante, deve avvenire con molta attenzione attraverso una serie di cose che aumenteranno la moderazione e l’applicazione del servizio dell’azienda”. Musk sembra assolutamente incapace di pensare a queste cose.

Invece, i suoi piani includono idee come far pagare agli utenti 20 dollari al mese per avere un badge di verifica accanto ai loro nomi, un chiaro cenno alla sua visione del mondo secondo cui il denaro dovrebbe determinare ciò che è vero o chi detiene il potere.

Benavidez spiega che “siccome ha aiutato i loro profitti”, aziende come Twitter “alimentano le fiamme per i contenuti più incendiari”, come i tweet dell’ex utente Trump e dei suoi simili, gli incitamenti alla violenza e la promozione di teorie cospirative.

La posta in gioco è alta, dato che Twitter ha una forte influenza sul discorso politico. Ad esempio, Black Twitter, uno dei fenomeni più importanti emersi dai social media, è una comunità poco organizzata di migliaia di commentatori neri che usano la piattaforma per esprimere opinioni forti e pungenti sulla giustizia sociale e razziale, sulla cultura pop, sulla politica elettorale e altro ancora.

Black Twitter ha svolto un ruolo fondamentale nell’aiutare a organizzare e diffondere notizie sulle proteste durante la rivolta del 2020 scatenata dall’omicidio di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis.

Ma a pochi giorni dall’acquisto di Twitter da parte di Musk, migliaia di account anonimi hanno iniziato a bombardare i feed con contenuti razzisti, lanciando la parola Negro, lasciando i membri di Black Twitter sconvolti e traumatizzati. Yoel Roth, responsabile della sicurezza e dell’integrità dell’azienda – che a quanto pare mantiene ancora il suo posto di lavoro – ha twittato che “più di 50.000 tweet che utilizzano ripetutamente un particolare insulto provengono da soli 300 account”, suggerendo che si tratta di un attacco organizzato e coordinato.

Non è chiaro se l’acquisizione di Twitter da parte di Musk riuscirà o meno a rendere l’uomo più ricco della storia ancora più ricco, stendendo il tappeto di benvenuto ai troll razzisti. Numerose celebrità con un grande seguito hanno già chiuso i loro account Twitter. Shonda Rhimes, la più importante showrunner televisiva di colore di Hollywood, ha postato il suo ultimo tweet, dicendo: “Non sono in giro per qualsiasi cosa Elon abbia in mente. Ciao”.

Twitter ha anche un impatto sul giornalismo. Secondo uno studio di Pew Research, il 94% dei giornalisti statunitensi utilizza Twitter per il proprio lavoro. I giornalisti più giovani sono quelli che lo utilizzano di più tra tutti i gruppi di età. I giornalisti che si occupano dell’industria automobilistica sono preoccupati di sapere se le critiche a Tesla saranno tollerate sulla piattaforma. Reporter senza frontiere ha avvertito Musk che “il giornalismo non deve essere una vittima collaterale” della sua gestione.

La disinformazione e la sfiducia nel governo portano all’apatia e all’indebolimento della democrazia. Questo è un bene per i miliardari come Musk, che ha detto chiaramente di opporsi con veemenza a una tassa sulla ricchezza come quella sostenuta dai Democratici. In effetti, ha usato la sua ricchezza non tassata per contribuire all’acquisto della piattaforma. Se Twitter è in grado di influenzare l’opinione pubblica per contribuire all’elezione di politici contrari alle tasse, perché Musk non dovrebbe perseguire una simile strategia?

Musk ha chiarito che non sarà un proprietario senza mani. Non appena l’accordo è stato concluso, si è messo al lavoro licenziando i massimi dirigenti di Twitter e l’intero consiglio di amministrazione. In quanto società privata, Twitter risponderà ora a Musk e ai suoi sottoposti, non agli azionisti.

Benavidez riassume una delle lezioni più importanti che l’acquisto di Musk offre: “Non si può semplicemente pensare che questa o quella azienda sia di proprietà e al capriccio di un singolo individuo che potrebbe essere annoiato e voler intraprendere un progetto secondario”.

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02/05/2022

Twitter nelle mani di Elon Mask. La libertà non la salvano i miliardari

La censura sta diventando sempre più severa sulle reti sociali, in particolare per imporre la versione di Washington delle guerre. Così alcuni vedono l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk come un’ancora di salvezza, con il miliardario che dice di essere profondamente impegnato nella libertà di parola. Ma c’è qualcosa che non va...

Qui di seguito un articolo di Caitlin Johnstone ripreso dal sito di giornalismo investigativo Investig’Action coordinato da Michel Collon.

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Twitter ha voltato pagina e ha venduto la sua azienda alla persona più ricca del mondo per 44 miliardi di dollari.

Quelli di destra stanno avendo una giornata campale con le reazioni melodrammatiche dei principali liberali. Temono che l’acquisto di Elon Musk porterà ad una maggiore libertà di parola sulla piattaforma per le persone che non sono politicamente allineate con loro. E molti dei commentatori della blue-ribbon, quelli che passano la loro vita su Twitter e non possono lasciar passare cinque minuti senza controllare le loro notifiche, ci stanno dando un grande spettacolo facendo finta che stiano per uscire.

Molti critici di sinistra stanno reagendo alla notizia lanciando l’allarme che un potente oligarca sta per prendere il controllo di un’influente piattaforma di social network. Come se Twitter non fosse già sotto il controllo oligarchico e come se l’acquisizione dei media da parte dei miliardari fosse una novità scioccante.

Inoltre, date le dichiarazioni del nostro plutocrate sull’importanza della libertà di parola, alcuni anti-imperialisti hanno espresso la debole speranza che questo nuovo accordo possa portare a qualche marcia indietro sull’escalation di censura che abbiamo visto sulla piattaforma in difesa delle narrative dell’impero statunitense.

Tuttavia, da quello che posso vedere su Twitter, la maggior parte del clamore non proviene da coloro che stanno sfidando il potere in modo significativo, ma da coloro che vogliono il ripristino dell’account di Donald Trump e vogliono essere in grado di dire merda sulle persone transgender. E penso che questo dica molto su quello che stiamo guardando qui.

Questa importante distinzione è stata riassunta dal giornalista Michael Tracey, che ha twittato: “Il più grande test per Elon Musk non sarà se invertirà le più egregie politiche di contenuto “woke” – questo sembra ovvio – ma se continuerà a lasciare che Twitter sia usato come uno strumento dai servizi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti per “contrastare” nemici ufficiali come la Russia e la Cina”.

Per quanto mi riguarda, non sarei sorpreso di vedere realizzato il primo punto. Ma sarei assolutamente stupito di vedere il secondo.

Non si diventa miliardari, tanto meno miliardari e proprietari di media molto influenti, senza collaborare con le strutture di potere esistenti. Musk ha certamente collaborato con l’impero oligarchico molto bene finora. Ed è sicuro che il suo acquisto non sarebbe avvenuto se l’impero avesse sentito che la sua macchina di controllo narrativo era minacciata in qualche modo.

Credere che Elon Musk salverà Twitter è ingenuo come credere che Joe Biden salverà l’America. Discutere su quali oligarchi debbano controllare i media è tanto stupido e indegno quanto discutere su quali politici di proprietà oligarchica debbano gestire il governo.

I miliardari che vengono in soccorso esistono solo nei film e nei fumetti. È probabile che Elon Musk vi salvi tanto quanto Bruce Wayne o Tony Stark.

Nel 2016, Musk ha accolto con favore il putsch contro Evo Morales: “Noi rovesceremo chi vogliamo. Dobbiamo occuparci di questo”.

Quante volte la gente cadrà per la linea “un miliardario rovescerà il sistema e ci salverà tutti”? È molto triste che abbiamo raggiunto un punto in cui la libertà di parola è così severamente limitata che la gente spera che qualche eccentrico miliardario arrivi e li salvi dall’oppressione. La vita reale è come una versione più stupida e noiosa di Gotham City, solo che Batman lavora con i cattivi.

Comincerò a prestare attenzione alla retorica della libertà di parola di Musk quando Twitter smetterà di censurare i media russi e di “sfatare” persone come Scott Ritter che sono state espulse dalla piattaforma per aver messo in discussione le narrazioni ufficiali dell’impero su ciò che sta accadendo in Ucraina.

Fino ad allora, presumo che al massimo sia interessato a proteggere il discorso che non minaccia i potenti, come le stronzate repubblicane di parte e il discorso di odio contro i gruppi emarginati.

I miliardari non verranno a salvarci. L’idea che possano farlo è una narrazione propagandistica accuratamente costruita che ci è stata venduta per generazioni. I leader della classe capitalista non hanno intenzione di rovesciare i sistemi di oppressione e sfruttamento che formano il fondamento stesso del capitalismo. Le storie di supereroi sono progettate per impedirci di capire che solo noi, il popolo, abbiamo il potere di salvarci.

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13/04/2022

Twitter, censura e propaganda

Per nascondere all’opinione pubblica occidentale le cause e il contesto delle operazioni militari russe in Ucraina, la stampa ufficiale e i principali social media hanno inaugurato a partire dal 24 febbraio una campagna di propaganda e di disinformazione virtualmente senza precedenti. In nome della democrazia e della libertà di espressione, cioè i valori per cui la NATO starebbe armando fino ai denti un regime infestato da elementi neo-nazisti, si è così introdotta una serie di provvedimenti per ridurre al silenzio qualsiasi voce critica. Le maglie di questa vera e propria censura si sono strette ad esempio attorno ad alcuni utenti di Twitter e, riguardo al “social” che vede da qualche giorno Elon Musk tra i propri azionisti, ha scatenato un’accesissima polemica il caso dell’ex deputato laburista britannico George Galloway.

Dal 6 di aprile, l’account Twitter di Galloway è accompagnato dalla dicitura “media affiliato allo stato russo”, che appare puntualmente anche assieme a tutti i suoi tweet. Oltre ad avere apposto questo marchio, come si legge nelle spiegazioni della misura adottata, Twitter “non raccomanda [agli utenti] né amplifica account o tweet” in questa categoria. Questa pratica è in vigore sul popolare “social” già dal 2020, ma è stata prevedibilmente intensificata dopo l’inizio del conflitto in Ucraina.

Quella presa ai danni di Galloway è una misura arbitraria e di pura censura. Non solo, anche accettandola come legittima, sarebbe comunque assurda e insensata. Come ha spiegato lo stesso politico e commentatore britannico in un tweet rivolto agli amministratori di Twitter, Galloway “non lavora per nessun media russo”. La ragione del provvedimento sarebbe la trasmissione che conduceva fino a poche settimane fa e che era ospitata dai network russi RT e Sputnik. Entrambe le piattaforme, rigorosamente “in nome della libertà di espressione”, nel mese di marzo sono state messe al bando in Gran Bretagna e nel resto d’Europa, provocando quindi la chiusura della trasmissione di Galloway.

Quest’ultimo spiega che, da quel momento, “né RT né Sputnik esistono più nel Regno Unito” e sarebbe perciò “un crimine lavorare per qualsiasi dei due network russi”. Inoltre, quando Galloway aveva ancora la possibilità di andare in onda, il suo account Twitter non riportava la designazione di “media affiliato allo stato russo”. Galloway ha concesso sette giorni a Twitter per ritirare questo marchio, dopodiché verrà avviata una causa legale.

La decisione dei censori di Twitter è dovuta non solo alla collaborazione forzatamente cessata con RT e Sputnik, ma anche all’impegno almeno trentennale di George Galloway in opposizione alla NATO, all’imperialismo americano e britannico e alle provocazioni nei confronti della Russia. Galloway ha occupato un seggio nel parlamento di Londra per quasi trent’anni e nel 2003 venne espulso dal Partito Laburista di Tony Blair per essersi opposto all’invasione dell’Iraq. In seguito ha fondato il Partito dei Lavoratori britannico e il suo account Twitter conta quasi 417 mila “follower”, diecimila dei quali ottenuti nei giorni immediatamente successivi alla designazione di “media affiliato allo stato russo”.

L’attacco contro George Galloway è solo un esempio dello sforzo repressivo in atto sulla stampa e sui social media per screditare o zittire quanti si discostano dalla versione ufficiale dei fatti relativi alla crisi ucraina, ovvero che non sono disposti ad adeguarsi alla campagna di demonizzazione contro la Russia. In fin dei conti, quella condotta da Twitter, così come da YouTube, Facebook, Google e da praticamente tutta la galassia dei media “mainstream”, è una guerra contro la verità che si manifesta in una vastissima operazione censorea, ufficialmente per salvaguardare e promuovere i valori democratici.

Così facendo, viene messo il bavaglio al dissenso e, parallelamente, si accettano senza il minimo senso critico e si amplificano le “fake news” prodotte dal regime ucraino e dai servizi di intelligence occidentali che lo assistono, come il “massacro” di Bucha e quello più recente della stazione ferroviaria di Kramatorsk. Entrambi gli eventi, se effettivamente accaduti, sono con ogni probabilità opera degli ucraini, ma tutte le prove emerse e diffuse in rete a conferma delle responsabilità di questi ultimi vengono occultate o liquidate dalla stampa ufficiale come propaganda russa. Lo stesso dicasi per la natura neo-nazista di gran parte dei membri delle forze armate ucraine e per i crimini di guerra da loro commessi e documentati quasi quotidianamente.

La vicenda dell’account Twitter di George Galloway è di particolare rilevo anche per un altro risvolto della deriva anti-democratica in atto in Occidente. L’indicazione di “media affiliato allo stato russo” è cioè assurda nel caso di Twitter precisamente perché è Twitter a essere un “media affiliato” a uno stato, ovvero agli Stati Uniti. In un commento sul caso Galloway, la giornalista australiana indipendente Caitlin Johnstone ha osservato a questo proposito che Twitter “ha collaborato in maniera sempre più stretta con il governo americano fin da quando Washington ha iniziato a fare pressioni sulle piattaforme della Silicon Valley per regolare i contenuti [pubblicati dai loro utenti]” in conformità con “le strutture di potere dopo le elezioni del 2016” negli USA.

Inoltre, “nel 2020 Twitter è stata una delle numerose corporation della Silicon Valley ad essersi coordinata direttamente con le agenzie del governo americano per stabilire quali contenuti andavano censurati per garantire la sicurezza delle elezioni presidenziali”. Ancora, “nel 2021 Twitter ha annunciato una purga di massa di account stranieri su indicazione dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI)”, cioè un soggetto che “riceve fondi da numerose istituzioni governative, incluso il dipartimento di Stato” USA, se non a tutti gli effetti “uno strumento della propaganda della CIA”.

La cancellazione dall’oggi al domani di account “sospetti” è una pratica consolidata di Twitter e, quando ciò avviene, c’è da scommettere che l’input venga dal governo di Washington. Sempre Caitlin Johnstone ricorda come Twitter abbia collaborato con la compagnia operante nel settore della sicurezza informatica FiveEye nella cancellazione di massa di account ufficialmente accusati di avere violato le regole del social media americano. Secondo un articolo del 2019 di Sputnik News, FiveEye era stata fondata nel 2004 con il sostegno finanziario della CIA tramite la società In-Q-Tel.

Che Twitter agisca in appoggio all’agenda strategica americana è innegabile, come conferma il fatto che i comportamenti penalizzati con la liquidazione di account o con marchi come quello affibbiato a George Galloway sono sempre ricondotti a dichiarazioni e prese di posizione – vere o presunte – favorevoli a governi poco graditi all’impero, dalla Russia alla Cina, dall’Iran al Venezuela, e mai agli USA o ai loro alleati.

La natura di organo della propaganda americana e della NATO, per quanto riguarda Twitter, è apparsa ancora più evidente con l’esplosione del conflitto in Ucraina. Caitlin Johnstone ha ricostruito alcune delle iniziative implementate dal “social” per dare maggiore visibilità ai contenuti favorevoli al regime di Kiev e alla versione degli eventi promossa dalla NATO. Una delle modalità è ad esempio la presenza costante di una sezione dedicata alla guerra in Ucraina con collegamenti ad articoli e post che assecondano gli obiettivi di Washington.

Per contro, Twitter riduce volutamente la visibilità di quegli account che bolla come filo-russi e aggiunge avvertenze ai relativi post, anche quando un utente decide di condividerli o di aprire eventuali collegamenti a siti esterni. Nelle linee guida di Twitter viene spiegato come queste misure siano adottate nei confronti di account riconducibili a “stati che restringono l’accesso alla libera informazione e che sono coinvolti in conflitti armati con altri paesi”. Che poi sia Twitter a operare di fatto un regime di censura e che gli Stati Uniti siano il paese con il maggior numero di conflitti scatenati illegalmente al loro attivo deve evidentemente essere sfuggito ai gestori del social media.

Con il metro di giudizio dichiarato ufficialmente da Twitter, anche gli account di organi come BBC (Gran Bretagna), NPR (Stati Uniti), Deutsche Welle (Germania) o la stessa RAI dovrebbero essere marchiati come media “affiliati a uno stato”, sia perché finanziati dai rispettivi governi sia, soprattutto, perché di questi ultimi contribuiscono a propagandare gli obiettivi di politica estera. La ragione apparentemente seria per cui queste testate vengono esentate è spiegata così da Twitter: “i media che ricevono finanziamenti statali ma con una linea editoriale indipendente, come BBC o NPR (National Public Radio), non vengono definiti organi affiliati a uno stato”. Paradossalmente, network come RT o Sputnik hanno in questi anni garantito spazio a commentatori appartenenti a un’ampia gamma di orientamenti politici, da destra a sinistra, mentre sui media occidentali precedentemente citati, in particolare dopo l’inizio della crisi russo-ucraina, continua a dominare il pensiero unico filo-americano e atlantista.

Twitter rappresenta dunque sempre più uno strumento di controllo dell’informazione a favore degli Stati Uniti, con un impatto tale che, nelle parole di Caitlin Johnstone, “Putin solo nei suoi sogni può disporre di un organo di informazione statale così efficace”. Di questa situazione ne è peraltro consapevole ormai anche la maggior parte degli utenti. Poco prima della diffusione della notizia, poi rientrata, dell’ingresso di Elon Musk nel consiglio di amministrazione di Twitter, l’uomo più ricco del pianeta aveva lanciato un sondaggio chiedendo se il principio che “la libertà di espressione è essenziale per una democrazia funzionante” rispecchiava “rigorosamente” il comportamento degli amministratori di questo “social”. Oltre due milioni avevano partecipato e le risposte negative erano state addirittura del 70%.

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08/04/2022

Culture e pratiche di sorveglianza. Illusioni e miserie dell’individualismo digitale

di Gioacchino Toni

L’universo Web tende a relegare l’individuo a quella che Éric Sadin in Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune (Luiss University Press, 2022) [su Carmilla], definisce “sferizzazione della vita” degli individui, sempre più relegati all’interno di bolle tendenti a vincolare alle abitudini consolidate e a limitare le occasioni di confronto con l’extra-sfera di appartenenza, dunque a far percepire l’esistenza – reale o vissuta come tale – come del tutto immodificabile. Al posto di una società composta da una pluralità di persone chiamate a confrontarsi, sembra prendere piede «un ambiente costituito da un brulichio di monadi felici di godere continuamente di ciò che si presume possa fare al caso loro in ogni momento. Una nuova condizione, questa, destinata a diventare naturale o a dare la misura di ogni cosa» (p. 97).

Secondo Sadin, al 2010 può essere fatto risalire il passaggio dal “capitalismo cognitivo”, fondato sul controllo delle abitudini degli utenti del Web e sulla monetizzazione delle informazioni a scopo commerciale, al “capitalismo delle affezioni”, «volto a catturare l’attenzione per mezzo di tecniche che ricorrevano all’adulazione e generavano la sensazione, destinata a essere reiterata, dell’importanza del sé» (p. 100). Ciò avrebbe determinato la costruzione di un “teatro dei comportamenti” votato alla disperata ricerca di strategie utili al raggiungimento di gratificanti like.

Al fine di ottenere l’agognato pollice alzato, gli individui hanno saputo ingegnarsi. Si possono cercare i like raccontando, attraverso una foto e un breve commento, qualsiasi momento particolare vissuto, oppure condividendo metodicamente riflessioni quotidiane tentando di generare attesa negli altri. Ci si può cimentare nel martellante invio ai propri “contatti” di link di decine di articoli o stringate affermazioni perentorie in cui ci si è imbattuti online, indipendentemente dal condividerne o meno i contenuti, traendo gratificazione dal riuscire a generare reazioni, dunque dal dettare l’agenda agli altri costringendoli ad esprimere le loro opinioni. Molti, infine, si sono accorti che per ottenere like conviene concederne parecchi. In questo ultimo caso, si instaura una vera e propria economia del like in cui la concessione di un pollice alzato rappresenta un investimento in vista di un ritorno futuro.

Nel corso degli anni Dieci del nuovo millennio, Facebook ha enormemente contribuito a generare una vera e propria “lotta per la reputazione” il cui esito è costantemente aggiornato sugli schermi generando una competitività feroce, per quanto non dichiarata. Si tratta di un schema non dissimile da quello in voga nel management contemporaneo, fondato sull’incoraggiamento all’iniziativa in cambio di gratificazioni in funzione dei risultati ottenuti. Da semplice fonte di diletto, l’universo Facebook si è trasformato in una sorta di protesi dotata di “virtù consolatorie” che ancor più che a un “capitalismo delle affezioni” sembrerebbe rinviare alla catarsi.

Questo è forse l’unico vero caso di economia “immateriale”, immateriale in quanto fondata esclusivamente su impulsi psicologici e incaricata soltanto di curare le ferite; un’economia che non cerca più, al pari della società dei consumi, di fabbricare prodotti e generare compenso attraverso l’acquisto, ma bensì, attraverso sistemi tecnologici dedicati e individualizzati, vuole dare agli utenti la sensazione di occupare un altro posto nella società, di beneficiare di una sorta di “upgrade” all’interno della realtà che è possibile sfruttare fino all’ultima goccia e che assume l’aspetto di una rivincita continua ed esaltante (p. 104).

Facebook sfrutta al meglio l’ansietà contemporanea e, sostiene Sadin, sembra quasi che, dopo aver diffuso “narcisismo secondario”, ossia un’esasperata attenzione verso se stessi, abbia finito per condurre a una regressione verso un “narcisismo primario” «caratterizzato dall’incapacità di percepire la separazione esistente tra le componenti del reale e la propria persona, e da una certa tendenza ad evolvere, come il bambino, nella non distinzione tra la propria percezione e l’ambiente circostante» (p. 105). L’autostima, più che dal compimento di gesti di valore derivati dai propri sforzi, sembra dipendere da un utilizzo efficace delle tecniche dell’espressività. Insomma, contraddicendo la promessa di creare rete sociale, il sistema sembra piuttosto spingere all’isolamento.

Anziché ricorrere al sistema basato sull’invito/ricezione di domande di amicizia, da parte sua Twitter istituisce il principio del follow ed il termine, evidenzia Sadin, testimonia una forma di subordinazione simbolica nei confronti di una personalità da parte di individui desiderosi di restare informati su di essa. L’introduzione del retweet permette di rilanciare un post sul proprio spazio contribuendo a concedergli la possibilità di diffondersi sino a divenire “virale”. Ad offrire gratificazione non è soltanto lo scoprirsi seguiti da innumerevoli individui; anche chi decide di seguire il profilo di una celebrità trova soddisfazione nel godere della sensazione di vicinanza ad essa. Twitter, sottolinea lo studioso, contribuisce enormemente ad amplificare il divario tra parola e azione: l’espressività tende a soppiantare le azioni concrete.

Attraverso la costruzione di story con Instagram, l’individuo si focalizza invece direttamente sull’autopromozione, sul conquistarsi una reputazione da cui trarre vantaggio fornendo alla piattaforma una conoscenza di sé molto approfondita. Il successo ottenuto con Instagram, che secondo l’autore rappresenta una forma di liberismo di sé, consente di divenire influenti, dunque di potersi trasformare in pubblicità vivente.

Più che di un processo di eterodirezione – così come tratteggiato dal sociologo David Riesman nei primi anni Cinquanta del Novecento – con i centri di potere intenti a plagiare le menti degli individui, ora si sarebbe, secondo Sadin, di fronte a un meccanismo di “ascendenza orizzontalizzata” contraddistinto da una moltitudine di persone che tentano di dotarsi di un’aura e di esercitare magnetismo sugli altri in un contesto in cui si assiste a un incessante avvicendamento nelle posizioni di potere in una sorta di guerra di tutti contro tutti di cui fanno le spese la pluralità e la comunità.

La stessa pratica del selfie sembrerebbe suggerire il trionfo di una autoproduzione del sé che si compiace del poter fare a meno degli altri e che consente esibizioni sguaiate che difficilmente si sarebbero tenute alla presenza di estranei. «Più che la manifestazione di un narcisismo, ciò che emerge è la gioia di poter affermare sé stessi senza impedimenti e senza avere bisogno dell’aiuto altrui, una gioia che non sarà ostacolata da nessuno e che [...] sarà amplificata dalle acclamazioni della community virtuale non appena queste prove di coraggio verranno postate sul proprio profilo social» (p. 129).

In apertura di millennio ha fatto la sua comparsa TripAdvisor, piattaforma che, lusingando con la sua promessa di “democratizzazione del giudizio”, ha permesso a tutti gli individui di vivere l’ebrezza di farsi giudici delle attività commerciali gratificati dal sentirsi dotati del potere di rovinare l’altrui reputazione. Si sarebbero così strutturati nuovi metodi di controllo fondati sul postulato secondo cui «la soggettività delle moltitudini, qualunque sia il valore dei criteri in base ai quali si determinano, hanno sempre ragione» (p. 134). Il giudizio ai servizi si è esteso velocemente agli individui ed Uber, nata nel 2009, ne è forse l’esempio più noto: in questo caso dapprima sono stati i conducenti ad essere valutati dagli utenti, salvo poi essere questi ultimi a venire sottoposti a giudizio da parte dei fornitori del servizio.

Ben presto l’espressione pubblica delle opinioni si è trasformata in uno strumento di pressione economica e psicologica esercitata su vari attori, compresi gli stessi clienti, che ha assunto la forma di procedimenti disciplinari in tutto e per tutto inediti, apparentemente soft, ma che favorivano il proliferare insidioso di rapporti interpersonali strettamente utilitaristici e sottoposti a valutazioni reciproche (p. 135).

All’inizio degli anni Dieci anche le applicazioni dedicate agli incontri hanno subito importanti cambiamenti a partire dal ricorso alla geolocalizzazione dei corpi ed al touch control: da un lato la possibilità di incontro è stata subordinata alla prossimità degli utenti – che così accettano di sottostare a una costante tracciabilità – e dall’altro è stato introdotto il sistema di scorrimento (swipe) dei profili tramite il polpastrello che provvede, con un semplice scorrimento laterale, ad eliminare quelli indesiderati. Al di là dell’iniziale ricorso a tale interfaccia tattile per organizzare “un’avventura per una notte”, tale sistema ha contributo a introdurre una logica di gradimento basata esclusivamente sull’attrazione fisica capace di generare negli utenti una sensazione di onnipotenza.

La frenesia del consumo dei corpi stimolata dalle applicazioni corrisponde all’era della valutazione comparativa tra elementi della stessa natura permessa dall’intelligenza artificiale, utilizzata prevalentemente per segnalare, in ogni occasione, l’opzione più vantaggiosa. Assistiamo alla nascita di un nuovo ordine amoroso. Un ordine non più sottoposto al rischio virtuale della perdita del legame, ma che assume la forma di corrispondenza – a scopo prettamente sessuale – suggerite da algoritmi, le quali, previa convalida da entrambe le parti coinvolte, vengono immediatamente segnalate attraverso squillanti “crush”. I comportamenti umani, dunque, si modellano, più o meno consapevolmente, sulle caratteristiche tecnico-economiche dell’epoca, fondate sul primato del tempo reale e sull’imperativo di procedere sempre all’accordo più vantaggioso per le due entità distinte, all’interno di processi destinati a non avere mai fine, indipendentemente dai danni psicosociologici causati e dallo svilimento dei rapporti interpersonali indotti (pp. 138-139).

La svolta digitale, insomma, sembrerebbe aver portato a compimento quel processo di secessione individuale generalizzata che ha le sue basi nell’individualismo liberale e un importante punto di svolta nel neoliberismo tardo novecentesco. La narrazione compensatoria permessa dai dispositivi digitali sembrerebbe, secondo Sadin, donare all’individuo la sensazione di poter piegare la realtà ai suoi desideri alleviando le frustrazioni e le umiliazioni quotidiane che non trovano soluzione in un agire davvero comune. In questa deriva l’Io sembrerebbe farsi tiranno all’interno di un universo digitalizzato che pare sancire la fine del mondo comune. Sarà contenta Margaret Thatcher. “There is no such thing as society”.

Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza

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08/03/2021

I giganti della rete dietro la repressione in India; e poi nel mondo

Rispetto a ciò che sta accadendo in India, ciò che colpisce è il miope eurocentrismo di un gran parte del movimento ecologista – e non solo – occidentale, nonostante la repressione contro il vasto movimento che sostiene la lotta dei contadini indiani abbia coinvolto anche Disha Ravi – una ventenne fondatrice di Friday For Future – e la condivisione di massa di un “toolkit” (versione digitale di un manuale di base per l’attivismo politico) elaborato da Greta Thumberg.

Eppure il caso giudiziario della ventenne ecologista e dell’altra giovane sindacalista Nodeep Kaur sono solo la punta dell’iceberg della profonda torsione autoritaria in corso in India, nel tentativo di stroncare il più grande movimento sociale mondiale del XXI secolo.

Forniamo qualche cifra sulle due più recenti iniziative nazionali basandoci su ciò che riporta Monthly Review Online. Nella giornata di blocco stradale del 6 febbraio (chakka jaam) sono stati mobilitati milioni di contadini in più di 3.000 centri, di 600 distretti dell’Unione. Mentre alla giornata di blocco delle ferrovie (rail roko) del 18 febbraio sono stati interessati 600 centri, nella maggior parte degli Stati indiani. Come riporta la storica rivista statunitense: “è stato per l’India il blocco ferroviario più esteso della storia recente”.

Le questioni che vengono poste ci riguardano da vicino visto che, tra l’altro, l’India è un laboratorio per ciò che saranno le reti sociali statunitensi nel futuro e di come l’informazione sia diventata uno dei principali campi di battaglia nella guerra asimmetrica che contrappone le élite mondiali ed il resto del pianeta.

Mentre le élite europee dettano lo sviluppo economico dell’intera UE con gli investimenti green, in un impossibile tentativo di uscire dalla contraddizione ecologica per via capitalista, parte dell’ambientalismo continentale sembra tranquillamente cooptato dentro questa logica e chiamato in parte a co-gestire la futura governance dell’Unione.

L’ordine sembra perciò non disturbare il manovratore con la scocciatura di movimenti epocali – come quello indiano – che mettono radicalmente in discussione i pilastri della dittatura del capitale monopolistico, nonché i suoi assi di sviluppo post-pandemici in settori chiave, e non solo in agricoltura.

Con questa “rimozione” complice risulta molto più facile far passare il binomio “digitalizzazione più transizione ecologica”, guidata dalle stesse multinazionali, come il migliore dei mondi possibili per le umane sorti e progressive, e non la distopia concreta del Capitale.

Un caso paradigmatico, nel nostro ridotto nazionale, è il fulmineo innamoramento dei “pentastellati” per Mario Draghi, ora tesi ad occupare uno spazio politico ecologista ma “compatibilista”, e non più di rottura, che stava già espandendosi nell’Europa pre-pandemica.

Peccato che proprio l’Unione Europea abbia scelto come consulenti per impostare le proprie politiche di investimento sostenibile niente meno che il più grande gestore di fondi di investimento del mondo: BlackRock.

Torniamo però all’India, anche perché parlare del Paese asiatico ci permette di comprendere cosa ci aspetta qui.

Quello a cui stiamo assistendo è un movimento che mette in evidenza le connessioni profonde tra il regime di proprietà della terra e la questione dell’emergenza climatica, nonché la questione di genere.

Le contadine e le attiviste, infatti, con il loro protagonismo, stanno mutando profondamente la cultura patriarcale indiana specie in quegli stati che sono il bastione dell’attuale movimento contadino: Punjab, Haryana e Uttar Pradesh. Un dato fornito da Oxfam India fotografa l’attuale situazione: le donne lavorano prevalentemente in agricoltura, fianco a fianco agli uomini (oltre a sobbarcarsi il lavoro domestici e di riproduzione sociale). Per la precisione sono l’85% della popolazione femminile totale, ma solo il 13% possiede la terra che coltiva.

Come ha dichiarato Jasbir Kaur Nat, del Punjab Kisan Union, in una intervista al Time: “le donne stanno cambiando le donne qui”, riferendosi ai vari presidi alle porte di Nuova Delhi che contadini e contadine hanno stabilito dal 26 novembre scorso.

Una vera e propria rivoluzione culturale, quindi, ma che non sembra interessare molto il femminismo mainstream.

L’articolo che abbiamo qui tradotto mette in evidenza le connessioni tra l’attuale governo indiano in mano ai nazionalisti indù – filiazione politica di un movimento che affonda le sue radici storiche direttamente nelle formazioni affini al nazi-fascismo tra le due Guerre Mondiali – con gli apparati polizieschi che si comportano come “braccio armato” dell’esecutivo ed i giganti statunitensi della rete informatica.

Questi ultimi hanno costruito negli anni un evidente “falso ideologico” sulla libertà d’informazione digitale, funzionale però all’uso impulsivo-compulsivo dei servizi di loro proprietà che hanno antropologicamente cambiato il nostro modo di comunicare.

O, per dirla con le parole di Naomi Klein:

“Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, questa tra il governo nazionalista indù – sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi – e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale delle forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia".

Una campagna d’odio con precise ricadute pratiche, che fa sembrare le vicende comunicative della bestia salviniana una smargiassata con mezzi artigianali.

La digitalizziazione, insieme alla riforma agraria (ovviamente pubblicizzata in versione green) contro cui stanno lottando gli agricoltori, e lo stravolgimento della legislazione sul lavoro – oltre alla privatizzazione di settori storicamente in mano statale (come quello bancario) – fanno parte dei progetti di “riforma” che il governo del BJP di Modi vuole portare avanti per consentire un “salto di qualità” al suo paese nella competizione internazionale.

Tutto questo favorendo ulteriormente le poco più di 100 famiglie di multimiliardari locali, che controllano l’economia indiana ed il capitale multinazionale, in particolare quello anglo-americano, e allo stesso tempo sbarrando la strada ai cinesi.

Gli ambiziosi progetti di digitalizzazione ed i fortissimi interessi delle multinazionali informatiche, in un mercato in cui altri attori (cinesi ed europei) rischiano in prospettiva di soppiantare l’egemonia statunitense – mentre sta partendo una riconfigurazione complessiva della rete e delle tecnologie hardware (G5 e cavi sottomarini, tra gli altri), l’“Internet delle cose”, dall’intelligenza artificiale alla robotica – si saldano nel legittimare la più gigantesca campagna di odio promossa dall’esecutivo indiano. E allo stesso tempo, non solo la negazione della “libera espressione” digitale, ma la caccia alle streghe poliziesca grazie alle reti informatiche.

Come spiega sempre Klein: “La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina”.

È per questo che le campagne d’odio promosse dal governo indiano e le sue teorie cospirazioniste, elette a paradigmi di interpretazione dominante – in un paese di quasi un miliardo e quattrocento milioni di persone – sono promosse e non combattute dai giganti della Silicon Valley.

Questi piani economici si intrecciano con le aspirazioni geopolitiche indiane, tese a contrastare innanzitutto la Cina, in una sempre maggiore convergenza con i piani neo-egemonici di Washington, che mirano a fare di Nuova Delhi il perno del rinnovamento della politica obamiana del “Pivot to Asia” e del sempre più marcato contrasto alla Repubblica Popolare nel quadrante Indo-Pacifico.

Un paradigma, quello dell’Indo-Pacifico che gli strateghi di Washingon hanno mutuato tra l’altro – allargandone il perimetro – dalla geopolitica indiana.

La dinamica di “deconnessione” indiana dal vicino cinese, per quanto riguarda alcuni settori strategici, è apparsa una necessità da quando il lockdown imposto a Wuhan all’inizio del 2000, e la quasi paralisi dell’economia della Repubblica Popolare, hanno mostrato con evidenza empirica la sostanziale dipendenza dell’India da Pechino.

Questi sono gli elementi di un quadro complesso, ma chiarissimo, che ci spingono ad interrogarci anche sul ruolo ruolo strategico dell’informazione e dei mezzi che dobbiamo forgiare per affrontare la sfida. Quella che, nonostante tutte le difficoltà, i contadini e gli attivisti indiani stanno vincendo con l’impatto che il movimento di massa sta avendo su tutta la società indiana e le le sue dinamiche politiche più complessive.

Buona lettura.

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L’India prende di mira gli attivisti per il clima con l’aiuto dei colossi del Big Tech

Giganti tecnologici come Google e Facebook sembrano aiutare e favorire una feroce campagna governativa contro gli attivisti indiani per il clima.

27 febbraio 2021

La confusione di telecamere che si sono accampate fuori dalla tentacolare prigione di Tihar di Delhi era il tipo di frenesia mediatica che ci si sarebbe aspettati da un primo ministro coinvolto in uno scandalo di appropriazione indebita, o forse una star di Bollywood intrappolata nel letto sbagliato.

Le telecamere stavano invece aspettando Disha Ravi, un’attivista vegana del clima di 22 anni amante della natura che contro ogni previsione si è trovata intrappolata in una saga legale orwelliana che include accuse di sedizione, istigazione e coinvolgimento in una cospirazione internazionale i cui elementi includono (ma non si limitano a): agricoltori indiani in rivolta, la popstar globale Rihanna, presunte trame contro lo yoga e la chai, separatismo Sikh, e Greta Thunberg.

Se si pensa che sembri inverosimile, beh, la pensava così anche il giudice che ha rilasciato Ravi dopo nove giorni di carcere sotto interrogatorio della polizia. Il giudice Dharmender Rana avrebbe dovuto decidere se a Ravi, una delle fondatrici del capitolo indiano di Fridays For Future – il gruppo giovanile per il clima fondato da Thunberg – dovesse continuare a essere negata la cauzione. Stabilì che non c’era motivo di negare la cauzione, il che sgombrò la strada al ritorno di Ravi nella sua casa di Bengaluru (nota anche come Bangalore) quella stessa notte.

Ma il giudice ha anche sentito la necessità di andare molto oltre, di emettere una sentenza di 18 pagine impietose su questo caso, che ha attanagliato i media indiani per settimane, emettendo il suo verdetto personale sulle varie spiegazioni fornite dalla polizia di Delhi per il motivo per cui Ravi era stata arrestata in primo luogo.

Le prove della polizia contro la giovane attivista per il clima sarebbero, testuali parole, “imprecise“, e non c’è “nemmeno uno straccio” di prova a sostegno delle affermazioni di sedizione, istigazione o cospirazione che sono state usate contro di lei e almeno altri due giovani attivisti.

Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, quella tra il governo nazionalista indù sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale per le forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia.

Il caso contro Ravi e i suoi “seguaci” si basa interamente sugli usi di routine di noti strumenti digitali: gruppi WhatsApp, un Google Doc modificato collettivamente, un incontro privato Zoom e diversi tweet di alto profilo, presunte prove in una caccia all’attivista sponsorizzata dallo stato e amplificata dai media.

Allo stesso tempo, proprio questi strumenti sono stati utilizzati in una campagna di messaggistica coordinata pro-governativa per indirizzare l’opinione pubblica contro i giovani attivisti e il movimento degli agricoltori da loro sostenuto, tutto questo spesso in palese violazione dei limiti che le società di social media affermano di aver eretto per prevenire violenti incitamenti sulle loro piattaforme.

In una nazione in cui l’odio virtuale si è ribaltato con frequenza agghiacciante nei pogrom reali che prendono di mira donne e minoranze, i sostenitori dei diritti umani avvertano che l’India è sull'orlo di una terribile violenza, forse anche il tipo di spargimento di sangue genocida che i social media hanno aiutato e favorito contro i Rohingya in Myanmar.

Attraverso tutto questo, i giganti della Silicon Valley sono rimasti eloquentemente silenziosi, la loro famosa devozione alla libertà di espressione, così come il loro ritrovato impegno nella lotta contro l’incitamento all’odio e le teorie cospirative, non si trova, in India, da nessuna parte.

Al suo posto c’è una crescente e agghiacciante complicità con la guerra dell’informazione di Modi, una collaborazione che è pronta a essere fissata in base a una nuova legge draconiana sui media digitali che renderà illegale per le aziende tecnologiche rifiutarsi di cooperare con le richieste del governo di eliminare il materiale incriminato o di violare la privacy degli utenti della rete.

La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina.

Dopo alcune prime resistenze da parte dell’azienda, gli account Twitter critici nei confronti del governo Modi sono scomparsi a centinaia senza spiegazioni; i funzionari governativi impegnati nell’esplicito incitamento all’odio su Twitter e Facebook sono stati autorizzati a continuare a violare chiaramente le politiche delle aziende; e la polizia di Delhi si vanta di ottenere una collaborazione proficua da Google mentre sorvegliano le comunicazioni private di attivisti pacifici per il clima come Ravi.

“Il silenzio di queste aziende è eloquente”, mi ha detto un attivista per i diritti digitali, chiedendo l’anonimato per paura di essere punito “Devono prendere posizione, e devono farlo ora”.

Il primo ministro Modi prevede di collegare 600.000 villaggi attraverso l’India usando il cavo in fibra ottica come parte del suo “sogno” di espandere l’economia della più grande democrazia del mondo per 20 trilioni di dollari.

Indicato dalla stampa indiana in vari modi, come il “caso toolkit”, il “toolkit Greta” e la “cospirazione del toolkit”, l’indagine della polizia in corso su Ravi, insieme ai colleghi attivisti Nikita Jacob e Shantanu Muluk, si concentra sul contenuto di una guida sui social media che Thunberg ha twittato ai suoi quasi 5 milioni di follower all’inizio di febbraio.

Quando Ravi è stata arrestata, la polizia di Delhi ha dichiarato che “è un’editor del Toolkit Google Doc e cospiratrice chiave nella formulazione e diffusione del documento. Ha iniziato sui gruppi WhatsApp e ha collaborato per creare il documento Toolkit. Ha lavorato a stretto contatto con loro per redigere il Doc“.

Il kit non era altro che un Google Doc messo insieme da una collezione ad hoc di attivisti in India e pensato per generare sostegno al movimento degli agricoltori che da mesi sta organizzando proteste enormi e implacabili.

Gli agricoltori si oppongono a una serie di nuove leggi agricole che il governo di Modi ha promosso sotto la copertura della pandemia di coronavirus. Al centro delle proteste c’è la convinzione che, eliminando le protezioni dei prezzi di lunga data per le colture e aprendo il settore agricolo a maggiori investimenti privati, i piccoli agricoltori dovranno affrontare una “condanna a morte”, e le terre fertili dell’India cadranno nelle mani di alcuni grandi attori aziendali.

Molti non agricoltori hanno cercato svariati modi per aiutare il movimento, sia in India che nella diaspora globale dell’Asia meridionale. Il movimento per il clima guidato dai giovani ha sentito una particolare responsabilità nel farsi avanti. Come ha detto Ravi in tribunale, sostiene gli agricoltori “perché sono il nostro futuro, e tutti abbiamo bisogno di mangiare“.

E ha anche indicato una connessione con la questione climatica. Siccità, ondate di calore e inondazioni sono diventate tutte più intense negli ultimi anni, e gli agricoltori indiani sono in prima linea e spesso perdono le loro colture e mezzi di sostentamento, esperienze che Ravi conosce in prima persona, come testimonia la lotta dei suoi nonni contro le calamità climatiche.

Allo stesso modo di innumerevoli documenti di questo tipo dell’era dell’organizzazione digitale, il toolkit al centro di questa controversia contiene un insieme di suggerimenti familiari su come le persone possono esprimere la loro solidarietà agli agricoltori indiani, principalmente sui social media.

“Twitta il tuo sostegno agli agricoltori indiani. Usa hashtag #FarmersProtest #StandWithFarmers”; scattare una foto o un video di te stesso dicendo che sostieni gli agricoltori; firmare una petizione; scrivere al vostro rappresentante; partecipare a un “tweetstorm” o “digital strike”; partecipare a una delle proteste di persona, sia all’interno dell’India che presso un’ambasciata indiana nel vostro paese; per saperne di più partecipando a una sessione di informazioni Zoom. Una prima versione del documento (presto cancellata) parlava di sfidare la pace e l’amore dell’India, l’immagine pubblica dello “yoga & chai“.

Praticamente ogni grande campagna attivista genera guide pratiche esattamente come questa. La maggior parte delle organizzazioni non governative di medie dimensioni ha qualcuno il cui compito è redigere tali documenti e inviarli a potenziali sostenitori e “influencer”. Se sono illegali, allora l’attivismo contemporaneo stesso è illegale.

Se Ravi è stata arrestata e imprigionata per un presunto ruolo di editor del toolkit, è perché la si vuole criminalizzare per aver fatto sembrare l’India cattiva di fronte al mondo. In base a tale definizione, tutte le attività internazionali in materia di diritti umani dovrebbero essere chiuse, poiché tale lavoro raramente pone i governi sotto una luce lusinghiera.

Su questa contraddizione ha insistito il giudice che si è pronunciato sulla cauzione di Ravi: “I cittadini sono portatori di una coscienza propria in qualsiasi Nazione democratica. Non possono essere messi dietro le sbarre semplicemente perché scelgono di non essere d’accordo con le politiche statali”, ha scritto. Per quanto riguarda la condivisione del toolkit con Thunberg, “la libertà di parola e di espressione include il diritto di cercare un pubblico globale”.

Sembra ovvio. Eppure in qualche modo questo documento relativamente innocuo è stato collegato da più funzionari governativi come qualcosa di molto più nefasto. Il generale VK Singh, ministro di Stato di Modi per il trasporto su strada e le autostrade, ha scritto in un post su Facebook che il toolkit “ha rivelato i veri progetti di una cospirazione a livello internazionale contro l’India. Necessità di indagare sulle parti che tirano le fila di questo apparato malvagio. Sono state fornite istruzioni chiare sul “come”, “quando” e “cosa”. Cospirazioni di queste dimensioni vengono scoperte sempre più spesso”.

La polizia di Delhi prese rapidamente spunto e si premurò di trovare prove di questa cospirazione internazionale per “diffamare il paese” e minare il governo, usando una legge draconiana di sedizione dell’era coloniale. Ma non si è fermato qui.

Il toolkit è anche accusato di far parte di un complotto segreto per rompere l’India e formare uno stato sikh chiamato Khalistan, perché un indo-canadese con sede a Vancouver, che ha contribuito a metterlo insieme ha espresso una certa simpatia per l’idea di una patria sikh indipendente (non un crimine e non menzionato da nessuna parte nel toolkit). E, sorprendentemente, per un Google Doc che la polizia sostiene sia stato scritto principalmente in Canada, questo stesso toolkit è accusato di istigazione e possibilmente complotto violento durante un “raduno dei trattori” dei grandi agricoltori a Delhi il 26 gennaio.

Per settimane, queste affermazioni sono diventate virali online, in gran parte nell’ambito di campagne di hashtag coordinate e guidate dal Ministero degli Affari Esteri indiano e riportate fedelmente dalle più importanti star di Bollywood e del cricket. Anil Vij, un ministro del governo nello stato di Haryana, ha twittato in hindi che “chiunque abbia nella testa semi di antinazionalismo deve essere distrutto fin dalle radici, sia essa #Disha_Ravi o chiunque altro“.

Quando è stato messo all’indice come un ovvio esempio di incitamento all’odio da parte di una figura potente, Twitter ha affermato che il post non violava le sue politiche e lo ha lasciato sulla piattaforma.

La stampa e la radio indiane hanno ripetuto inesorabilmente le assurde accuse di sedizione, con oltre 100 stories su Ravi e il toolkit che è apparso sul Times of India. I notiziari televisivi hanno pubblicato delle rivelazioni in stile cronaca nera sulla “cospirazione” del toolkit internazionale. Non sorprende che la rabbia si sia riversata nelle strade, con le foto di Thunberg e Rihanna (che hanno anche twittato a sostegno dei contadini) bruciate durante le manifestazioni nazionaliste.

Lo stesso Modi si è pronunciato, parlando di nemici che si sono “abbassati così in basso da non risparmiare nemmeno il tè indiano” – prendendo come riferimento la linea “tea & yoga” che è stata cancellata.

Poi, all’inizio di questa settimana, il caos inizia a placarsi. Rana, nell’ordine di rilascio di Ravi, ha scritto che “l’esame del suddetto ‘Toolkit’ rivela che qualsiasi incitamento a qualsiasi tipo di violenza è vistosamente assente“. Anche l’affermazione che il kit fosse un complotto secessionista era del tutto infondata, ha scritto, si è trattato di un’elaborata supposizione di colpa per associazione.

Per quanto riguarda l’accusa, secondo cui la diffusione di informazioni critiche sul trattamento riservato dall’India agli agricoltori e ai difensori dei diritti umani ed attivisti di spicco come Thunberg costituisce “sedizione”, il giudice è stato particolarmente duro. “Il reato di sedizione non può essere invocato per guarire la vanità ferita dei governi“.

Il caso è in corso, ma la sentenza rappresenta un duro colpo per il governo e una rivendicazione per il movimento contadino e le campagne di solidarietà che lo sostengono. Tuttavia, non è certo una vittoria. Anche se il caso del toolkit perde forza a causa dello schiaffo del giudice, è solo una delle centinaia di campagne che il governo indiano sta conducendo per dare la caccia ad attivisti, organizzatori e giornalisti.

Anche la sindacalista Nodeep Kaur, un anno più grande di Ravi, è stata incarcerata per il suo sostegno agli agricoltori. Appena rilasciata su cauzione, Kaur ha affermato in tribunale di essere stata duramente picchiata mentre era in custodia di polizia. Nel frattempo, centinaia di contadini rimangono dietro le sbarre e alcuni degli arrestati sono scomparsi.

Il progetto politico di Modi rappresenta una potente fusione dello sciovinismo indù scatenato con il potere aziendale altamente concentrato. Gli agricoltori sfidano questo duplice progetto, sia nella loro insistenza sul fatto che il cibo dovrebbe rimanere al di fuori delle logiche di mercato, sia nella comprovata capacità del movimento di costruire potere attraverso le divisioni religiose, etniche e geografiche che sono la linfa vitale dell’ascesa al potere di Modi.

Ravinder Kaur, professore all’Università di Copenaghen e autore di “Brand New Nation: Capitalist Dreams and Nationalist Designs in Twenty-First-Century India“, scrive che quella degli agricoltori è “forse la più grande mobilitazione di massa nella storia dell’India postcoloniale, che abbraccia le popolazioni rurali e urbane e unisce la rivolta contro il capitalismo deregolamentato alla lotta per le libertà civili“.

Per la potente fusione di Modi tra il capitale transnazionale e uno stato ipernazionalista, “la mobilitazione contro la legge agricola rappresenta la sfida più sostenuta e diretta contro questa alleanza fino ad ora“.

Le proteste degli agricoltori a Delhi e dintorni sono state accolte con cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e arresti di massa. Ma gli agricoltori continuano ad accorere, in troppi per essere sconfitti solo con la forza. Questo è il motivo per cui il governo di Modi è stato così determinato a trovare stratagemmi per minare il movimento e sopprimere il suo messaggio, bloccando ripetutamente Internet prima delle proteste e facendo pressioni con successo su Twitter per cancellare oltre un migliaio di account a favore degli agricoltori. È anche il motivo per cui Modi ha cercato di infangare le acque con racconti di strumenti subdoli e cospirazioni internazionali.

Una lettera aperta firmata da dozzine di attivisti ecologisti indiani dopo l’arresto di Ravi ha sottolineato questo punto: “Le attuali azioni del governo centrale sono tattiche diversive per distrarre le persone da questioni reali come il costo sempre crescente del carburante e dei prodotti essenziali, la disoccupazione diffusa e l’angoscia causate dal lockdown senza un piano e dalla situazione allarmante dell’ambiente”.

Questa è una ricerca di un diversivo politico, in altre parole, che aiuta a spiegare come una semplice campagna di solidarietà sia stata mistificata in un complotto segreto per distruggere l’India e incitare alla violenza dall’estero.

Il governo di Modi sta tentando di trascinare il dibattito pubblico lontano dal terreno in cui è palesemente debole – soddisfare i bisogni fondamentali delle persone durante una crisi economica e una pandemia – e spostarlo sul terreno su cui prospera ogni progetto etno-nazionalista: noi contro loro, addetti ai lavori contro estranei, patrioti contro traditori sediziosi.

In questa manovra, Ravi e il più ampio movimento giovanile per il clima erano semplicemente danni collaterali.

Eppure, il danno fatto è considerevole, non solo perché gli interrogatori sono in corso e il ritorno in prigione di Ravi rimane decisamente probabile. Come afferma la lettera congiunta degli attivisti ambientali indiani, il suo arresto e la detenzione hanno già raggiunto uno scopo: “L’azione del governo è chiaramente focalizzata nel terrorizzare e traumatizzare questi giovani coraggiosi per aver detto la verità al potere, equivale a impartire loro una lezione”.

Il danno ancora più ampio è il raffreddamento che l’intera controversia sui toolkit ha posto al dissenso politico in India – con la silenziosa complicità delle società tecnologiche che una volta pubblicizzavano i loro poteri per aprire società chiuse su se stesse e diffondere la democrazia in tutto il mondo. Come dice un titolo, “L’arresto di Disha Ravi mette in dubbio la privacy di tutti gli utenti di Google India”.

In effetti, il dibattito pubblico è stato così profondamente compromesso che molti attivisti in India stanno entrando in clandestinità, cancellando i propri account sui social media per proteggersi. Persino i difensori dei diritti digitali diffidano dall’essere citati.

Chiedendo di non essere nominato, un ricercatore in ambito legale ha descritto una pericolosa convergenza tra un governo esperto nella guerra dell’informazione e le società di social media basate sulla massimizzazione dell’impegno per estrarre i dati dei propri utenti: “Tutto questo deriva da un più forte uso delle piattaforme di social media da parte del status quo, qualcosa che non era presente prima. Ciò è ulteriormente aggravato dalla tendenza di queste aziende a dare la priorità a contenuti più virali ed estremisti, che consente loro di monetizzare l’attenzione degli utenti, a vantaggio dei loro profitti“.

Dal suo arresto, le viscere della vita digitale privata di Ravi sono state messe a disposizione di tutti, raccolte da voraci media nazionali. Programmi televisivi e giornali ossessionati dai suoi messaggi di testo privati a Thunberg e da altre comunicazioni tra attivisti che non facevano altro che modificare un opuscolo online.

La polizia, nel frattempo, ha ripetutamente insistito sul fatto che la decisione di Ravi di eliminare un gruppo WhatsApp era la prova che aveva commesso un crimine, piuttosto che una risposta razionale ai tentativi del governo di trasformare la pacifica organizzazione digitale in un’arma diretta contro i giovani attivisti.

Gli avvocati di Ravi hanno chiesto al tribunale di ordinare alla polizia di smettere di far trapelare le sue comunicazioni private alla stampa – informazioni che apparentemente provengono dal sequestro di telefoni e computer. Volendo ancora più informazioni private per le loro indagini, la polizia di Delhi ha anche presentato richieste a diverse importanti società tecnologiche.

Hanno chiesto a Zoom di rivelare l’elenco dei partecipanti a una riunione di attivisti privati che dicono si riferisca al toolkit; la polizia ha fatto diverse richieste a Google per informazioni su come il toolkit è stato pubblicato e condiviso. E secondo le notizie, la polizia ha chiesto anche a Instagram (di proprietà di Facebook) e Twitter informazioni relative al toolkit.

Non è chiaro quali società abbiano risposto e in quale misura. La polizia ha pubblicamente propagandato la collaborazione di Google, ma Google e Facebook non hanno risposto alla richiesta di commento di The Intercept. Zoom e Twitter hanno fatto riferimento alle loro politiche aziendali, in cui si afferma che rispetteranno le leggi nazionali.

Il che potrebbe essere il motivo per cui il governo Modi ha scelto questo momento per introdurre una nuova serie di regolamenti che gli conferirebbero livelli di controllo sui media digitali così draconiani da avvicinarsi al grande firewall cinese. Il 24 febbraio, il giorno dopo il rilascio di Ravi dal carcere, Reuters ha riferito delle “Linee guida per gli intermediari e codice etico per i media digitali” pianificate dal governo Modi.

Le nuove regole richiederanno alle società di media di rimuovere i contenuti che mettono a repentaglio “la sovranità e l’integrità dell’India” entro 36 ore dal relativo ordine del governo – una definizione così ampia che potrebbe facilmente includere offese contro lo yoga e il chai.

Il nuovo codice afferma inoltre che le società di media digitali devono collaborare con le richieste di informazioni sui propri utenti da parte del governo e della polizia entro 72 ore. Ciò include le richieste di rintracciare la fonte originaria di “informazioni pericolose” su piattaforme e forse anche app di messaggistica crittografate.

Il nuovo codice viene introdotto nel nome della protezione della società eterogenea dell’India e del blocco dei contenuti volgari. “Un editore deve tenere in considerazione il contesto multirazziale e multireligioso dell’India ed esercitare la dovuta cautela e discrezione quando presenta le attività, le credenze, le pratiche o le opinioni di qualsiasi gruppo razziale o religioso”, afferma la bozza delle regole.

In pratica, tuttavia, il BJP ha uno degli eserciti di troll più sofisticati del pianeta, i suoi stessi politici sono stati i promotori più rumorosi e aggressivi di discorsi d’odio diretti a minoranze vulnerabili e critici di ogni tipo. Per citare solo uno dei tanti esempi, diversi politici del BJP hanno partecipato attivamente a una campagna di disinformazione sostenendo che i musulmani stavano deliberatamente diffondendo il Covid-19 come parte di una ”Jihad del covid”.

Ciò che un codice come questo farebbe è sancire per legge la doppia vulnerabilità digitale sperimentata da Ravi e altri attivisti: non sarebbero protetti dalle folle online sollevate da uno stato nazionalista indù, e non sarebbero protetti dalle ricerche di quello stesso stato pronto a violare la loro privacy digitale con qualsiasi pretesto.

Apar Gupta, direttore esecutivo del gruppo per i diritti digitali Internet Freedom Foundation, ha espresso particolare preoccupazione per parti del nuovo codice che potrebbero consentire ai funzionari governativi di rintracciare gli autori dei messaggi su piattaforme come WhatsApp. Questo, ha detto all’Associated Press, “mina i diritti degli utenti e può portare all’autocensura se gli utenti temono che le loro conversazioni non siano più private”.

Harsha Walia, direttrice esecutiva della British Columbia Civil Liberties Association e autrice di “Border and Rule: Global Migration, Capitalism, and the Rise of Racist Nationalism“, pone la terribile situazione in India in questo modo: “Le ultime normative proposte che richiedono alle compagnie di social media di collaborare con le forze dell’ordine indiane è un altro tentativo oltraggioso e antidemocratico da parte del governo fascista Hindu di Modi di sopprimere il dissenso, consolidare lo stato di sorveglianza e intensificare la violenza di Stato“.

Lei sostiene che questa ultima mossa del governo Modi deve essere intesa come parte di un modello molto più ampio di sofisticata guerra dell’informazione condotta dallo Stato indiano. “Tre settimane fa, il governo indiano ha chiuso Internet in alcune parti di Delhi per sopprimere le informazioni sulla protesta dei contadini; gli account sui social media di giornalisti e attivisti durante la protesta degli agricoltori e nella diaspora sikh sono stati sospesi; e le compagnie di Big Tech hanno collaborato con la polizia indiana in una serie di casi infondati ma agghiaccianti di sedizione. Negli ultimi quattro anni, il governo indiano ha ordinato oltre 400 chiusure di Internet e l’occupazione indiana del Kashmir è segnata da un prolungato assedio alle comunicazioni“.

Il nuovo codice, che avrà un impatto su tutti i media digitali, inclusi i siti di streaming e di notizie, entrerà in vigore entro i prossimi tre mesi. Alcuni produttori di media digitali in India sono contrariati. Siddharth Varadarajan, editor e fondatore di The Wire, giovedì scorso ha twittato che il nuovo codice “letale” è “volto a uccidere l’indipendenza dei media digitali dell’India. Questo tentativo di armare i burocrati con il potere di dire ai media cosa può e non può essere pubblicato non ha alcun fondamento giuridico“.

Non aspettatevi però ritratti di coraggio dalla Silicon Valley. Molti dirigenti tecnologici statunitensi si rammaricano delle prime decisioni, prese sotto la pressione dell’opinione pubblica e dei lavoratori, di rifiutarsi di cooperare con l’apparato cinese di sorveglianza di massa e censura: una scelta etica, ma che costa alle aziende come Google l’accesso a un mercato incredibilmente ampio e redditizio.

Queste aziende non sembrano disposte a fare di nuovo lo stesso tipo di calcolo. Come riportato dal Wall Street Journal lo scorso agosto, “l’India ha più utenti Facebook e WhatsApp di qualsiasi altro paese e Facebook l’ha scelta come mercato in cui introdurre pagamenti, crittografia e iniziative per tessere insieme i suoi prodotti in nuovi modi che l’AD Mark Zuckerberg ha detto che saranno alla base di Facebook per il prossimo decennio“.

Per le aziende tecnologiche come Facebook, Google, Twitter e Zoom, l’India di Modi si è trasformata in un duro momento di verità. In Nord America e in Europa, queste aziende stanno facendo di tutto per dimostrare che ci si può fidare di loro, regolando l’incitamento all’odio e le cospirazioni dannose sulle loro piattaforme, proteggendo al contempo la libertà di parola, dibattito e disaccordo che è parte integrante di qualsiasi società sana.

Ma in India, dove aiutare i governi a cacciare e imprigionare attivisti pacifici e ad amplificare l’odio sembra essere il prezzo per l’accesso a un mercato enorme e in crescita, “tutti questi argomenti sono usciti dalla discussione“, mi ha detto un attivista. E per una semplice ragione: “Stanno approfittando di questo danno collaterale“.

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