di Alessandro Volpi
A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte
volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti
come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente
in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una
panoramica dei titoli più colpiti.
Partiamo da Nvidia. Dopo
una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4%
a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip IA possa aver
raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è
presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti)
a causa di preoccupazioni interne alla divisione IA, acuite dalla partenza di
ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel
2024, che ha lasciato per Anthropic.
Tesla continua a soffrire per
il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini
di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei
progetti su robotica e guida autonoma.
SpaceX, nonostante il
debutto trionfale in Borsa
il 12 giugno 2026, ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale a causa
dell’annuncio di una massiccia emissione di obbligazioni da 20 miliardi di
dollari per finanziare l’infrastruttura IA e satellitare, alimentando timori sul
debito. Meta e Microsoft, sebbene più resilienti, hanno subito vendite legate
alla revisione delle spese in conto capitale.
Il mercato sta, di
fatto, punendo le aziende che spendono miliardi in IA senza mostrare ritorni
immediati e chiari.
Segue poi il “settore chip” (Micron, Samsung, SK
Hynix) che ha subito perdite pesantissime (Micron -13%, Samsung -12%) a causa di
una svendita globale che ha colpito l’intera catena di approvvigionamento
dell’hardware IA.
Il ribasso non è dovuto a un singolo fattore ma a
una “tempesta perfetta” di cause macroeconomiche e settoriali. Comincia a
emergere sempre più uno scetticismo sul Ritorno dell’investimento (Roi) nell’IA.
Dopo anni di euforia, gli investitori hanno iniziato a porsi una domanda
critica: i profitti derivanti dall’intelligenza artificiale giustificheranno le
centinaia di miliardi spesi in infrastrutture?
Pesa poi una politica
monetaria restrittiva. Nonostante le speranze di tagli, l’inflazione
persistente, soprattutto per effetto della guerra in Iran, ha spinto la Federal
reserve (Fed) di Kevin Warsh verso un atteggiamento aggressivo. Il mercato ora,
nonostante le dichiarazioni di Trump, scommette su ulteriori rialzi dei tassi di
interesse entro la fine del 2026, un fattore che penalizza tipicamente i titoli
tecnologici, a cui pare non bastare più la liquidità dei grandi fondi
finanziari.
Ci sono poi, inevitabilmente, le tensioni geopolitiche.
Il conflitto con l’Iran ha mantenuto alti i prezzi dell’energia (col petrolio
Brent ancora sopra i 75 dollari), alimentando i timori di un’inflazione
“appiccicosa” che frena i consumi e aumenta i costi operativi per le aziende
tech.
Incide, altrettanto inevitabilmente, l’eccessiva
concentrazione dei listini. Poiché solo sette aziende rappresentano circa il
30%-34% del valore totale dell’indice Standard & Poor (S&P) 500,
qualsiasi segnale di debolezza in una di esse (come la crisi dei chip in Asia)
provoca un effetto domino sull’intero mercato azionario globale.
Una
considerazione a parte meritano gli Etf (Exchange traded funds) i prodotti
finanziari venduti dai grandi fondi che replicano un indice e che giocano un
ruolo fondamentale e amplificatore nell’attuale correzione delle Big Tech. Se
una volta il “mercato” era guidato dalle scelte sui singoli titoli, oggi la
prevalenza dell’investimento passivo ha cambiato le regole del gioco,
trasformando gli Etf in una sorta di “benzina sul fuoco” durante i cali. Vale la
pena esaminare come e quanto pesano questi strumenti finanziari in questa fase
di mercato (a fine giugno 2026).
Un primo problema è costituito
dalla cosiddetta “trappola della concentrazione”. Gli indici principali, come
l’S&P 500 e il Nasdaq 100, sono pesati in base alla capitalizzazione di
mercato. Questo significa che i giganti (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet,
Amazon, Meta e ora SpaceX) pesano per circa il 33%-35% dell’intero mercato
azionario statunitense. Di conseguenza quando un investitore vende una quota di
un Etf sull’S&P 500, il fondo è costretto a cedere proporzionalmente tutti i
titoli sottostanti. Poiché le Big Tech pesano così tanto, una vendita
generalizzata dell’indice si traduce automaticamente in una pioggia di vendite
massicce proprio sui titoli tecnologici, a prescindere che l’azienda stia
andando bene o male.
Esiste un secondo effetto chiamato “Feedback
loop” (Circuito di retroazione). Gli Etf creano, infatti, un effetto domino
pericoloso. Ha inizio con una prima fase di ribasso con un evento negativo (ad
esempio i dubbi sul debito di SpaceX o i tassi alti della Fed) che fa scendere i
titoli tech. Segue un calo dell’Etf: poiché il tech pesa il 30%, l’Etf scende
visibilmente. Portando a un “Panic selling”: gli investitori retail e i fondi
pensione, vedendo l’Etf in rosso, riscattano le loro quote. Segue una fase di
vendite forzate: i gestori di questi prodotti finanziari (BlackRock, Vanguard,
State Street) devono vendere le azioni sottostanti per rimborsare gli
investitori, spingendo i prezzi ancora più in basso. Questo meccanismo è il
motivo per cui le perdite di fine giugno sembrano così violente e repentine.
A pesare è anche il ribilanciamento di metà anno, un periodo di
ribilanciamento dei portafogli. Molti Etf e fondi comuni hanno regole rigide che
impediscono a un singolo settore o titolo di superare una certa percentuale del
portafoglio. Dopo la corsa folle dell’IA nei primi mesi del 2026 il peso di
Nvidia e Microsoft nei portafogli era diventato eccessivo. In queste settimane,
i gestori stanno vendendo tech per comprare settori “rimasti indietro” (come
utility, beni di consumo o obbligazioni), portando a una pressione in vendita
tecnica che non dipende dai fondamentali delle aziende.
Un ruolo
fondamentale è giocato dagli Etf a leva e inversi. Esistono Etf che scommettono
al raddoppio o al triplo sull’andamento del Nasdaq o di singoli titoli come
Nvidia. Quando il mercato scende, questi strumenti forzano chi li detiene a
chiudere le posizioni rapidamente per evitare la liquidazione, accelerando la
caduta dei prezzi. Al contrario, gli Etf short (che guadagnano quando il mercato
scende) hanno visto afflussi record, attirando speculatori che scommettono
contro le Big Tech, aumentando la pressione ribassista.
Nel mentre
si scatena una fuga verso i “safe haven” (Etf obbligazionari). Con i tassi di
interesse previsti ancora alti e l’incertezza geopolitica in Iran, i capitali
stanno uscendo dagli Etf azionari tech per rifugiarsi in quelli monetari o
obbligazionari a breve termine. Questo spostamento di massa di liquidità
(migliaia di miliardi di dollari) svuota letteralmente i “serbatoi” che
sostenevano le quotazioni delle Big Tech.
In sintesi: quanto pesano gli Etf? Il peso è
determinante. Si stima che oltre il 60%-70% dei volumi di trading giornalieri
sui mercati Usa sia ormai riconducibile ad algoritmi e flussi legati agli Etf.
In questo momento, le Big Tech non stanno cadendo solo perché “l’IA non convince” ma perché il veicolo che le ha portate in alto (l’investimento
passivo in Etf) ora sta funzionando al contrario, smontando le posizioni con la
stessa velocità con cui le aveva create. Metaforicamente, l’Etf è l’ascensore:
quando tutti vogliono scendere contemporaneamente, la caduta è molto più rapida
rispetto a “scendere dalle scale” (attraverso la vendita di singoli titoli).
Il messaggio che emerge da tutto ciò dovrebbe essere chiaro:
affidare a questi meccanismi le sorti della formazione del reddito, le pensioni
e la sanità di fasce crescenti di popolazione è una colossale follia perché i
travolti dalle crisi saranno milioni di persone che non hanno, per le loro
condizioni di reddito, capacità di resistere mentre i super-ricchi, proprio per
le loro infinite risorse, sapranno cavalcare le bolle. E, soprattutto,
dovrebbero essere evidente a tutti non esiste alcuna oggettività della finanza
in grado di suffragare le tesi dei tecno-liberali.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/07/2026
27/03/2026
Meta e Alphabet generano dipendenza dai social, cause milionarie
Per la prima volta nella storia un tribunale riconosce i social network come pericolo per la salute e considera le aziende tech come responsabili dei danni causati dai loro algoritmi che inducono gli utenti al doom scrolling e all’engagement continuo sulle varie piattaforme.
Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.
La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).
Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.
Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…
Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.
Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.
Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.
Fonte
Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.
La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).
Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.
Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…
Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.
Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.
Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.
Fonte
01/03/2026
Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea
di Duccio Facchini
Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.
“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.
Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.
Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.
Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.
Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.
“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.
È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.
Fonte
Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.
“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.
Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.
Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.
Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.
Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.
“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.
È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.
Fonte
09/11/2025
YouTube cancella centinaia di video dei crimini di guerra israeliani
La rivista online The Intercept ha diffuso i risultati di un’indagine, lo scorso 5 novembre, dalla quale è emerso che la piattaforma YouTube avrebbe cancellato oltre 700 video di tre organizzazioni palestinesi (Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e il Palestinian Centre for Human Rights) che attestavano violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele.
L’operazione di cancellazione è partita a inizio ottobre, prendendo di mira anni di archivi che contenevano filmati su demolizioni di case, uccisioni di civili e testimonianze di torture, tra le altre cose, raccolti sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania. Tra i video eliminati ci sono anche quelli riguardanti le indagini sull’omicidio della giornalista Shireen Abu Akleh.
Questa scelta è stata giustificata con l’ottemperanza alle sanzioni imposte alla Corte Penale Internazionale (CPI) da parte della presidenza Trump, per la precisione nel rispetto delle “leggi sul commercio e sulle esportazioni”. Le tre organizzazioni palestinesi, infatti, collaborano con la Corte sui crimini commessi dalle autorità israeliane nei confronti dei palestinesi.
I commenti da chi si batte per assicurare la giustizia contro queste violazioni sono stati ovviamente molto duri. “È davvero difficile immaginare un’argomentazione seria secondo cui la condivisione di informazioni provenienti da queste organizzazioni palestinesi per i diritti umani violerebbe in qualche modo le sanzioni”, ha affermato Sarah Leah Whitson di Democracy for the Arab World Now.
Il portavoce di Al-Haq ha dichiarato tramite una nota: “le sanzioni statunitensi vengono utilizzate per paralizzare il lavoro di accertamento delle responsabilità in Palestina e mettere a tacere le voci e le vittime palestinesi, e questo ha un effetto a catena su tali piattaforme che agiscono a loro volta in base a tali misure per mettere ulteriormente a tacere le voci palestinesi”.
Non c’è stato nessun avvertimento precedente alla cancellazione, e dunque il timore è che ora questa censura si allarghi ulteriormente e senza preavviso, in maniera arbitraria. Anche Mailchimp, servizio di mailing list, ha cancellato l’account del gruppo Al-Haq a settembre.
Del resto, è lo stesso The Intercept ad aver sottolineato come il materiale palestinese sia stato preso di mira sistematicamente dalla piattaforma online, mentre rimane intatta la propaganda sionista. Sono anche molti altri i casi che in passato hanno visto una persecuzione dei profili e del lavoro di coloro che si battono per i diritti dei palestinesi.
Anche il recente caso del cofondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, che è intervenuto chiedendo che la voce riguarda il genocidio a Gaza fosse rivista per riflettere un “approccio neutrale”, mettono in allarme rispetto a uno scenario in cui è diventato impossibile, persino su internet, denunciare i crimini israeliani.
Fonte
L’operazione di cancellazione è partita a inizio ottobre, prendendo di mira anni di archivi che contenevano filmati su demolizioni di case, uccisioni di civili e testimonianze di torture, tra le altre cose, raccolti sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania. Tra i video eliminati ci sono anche quelli riguardanti le indagini sull’omicidio della giornalista Shireen Abu Akleh.
Questa scelta è stata giustificata con l’ottemperanza alle sanzioni imposte alla Corte Penale Internazionale (CPI) da parte della presidenza Trump, per la precisione nel rispetto delle “leggi sul commercio e sulle esportazioni”. Le tre organizzazioni palestinesi, infatti, collaborano con la Corte sui crimini commessi dalle autorità israeliane nei confronti dei palestinesi.
I commenti da chi si batte per assicurare la giustizia contro queste violazioni sono stati ovviamente molto duri. “È davvero difficile immaginare un’argomentazione seria secondo cui la condivisione di informazioni provenienti da queste organizzazioni palestinesi per i diritti umani violerebbe in qualche modo le sanzioni”, ha affermato Sarah Leah Whitson di Democracy for the Arab World Now.
Il portavoce di Al-Haq ha dichiarato tramite una nota: “le sanzioni statunitensi vengono utilizzate per paralizzare il lavoro di accertamento delle responsabilità in Palestina e mettere a tacere le voci e le vittime palestinesi, e questo ha un effetto a catena su tali piattaforme che agiscono a loro volta in base a tali misure per mettere ulteriormente a tacere le voci palestinesi”.
Non c’è stato nessun avvertimento precedente alla cancellazione, e dunque il timore è che ora questa censura si allarghi ulteriormente e senza preavviso, in maniera arbitraria. Anche Mailchimp, servizio di mailing list, ha cancellato l’account del gruppo Al-Haq a settembre.
Del resto, è lo stesso The Intercept ad aver sottolineato come il materiale palestinese sia stato preso di mira sistematicamente dalla piattaforma online, mentre rimane intatta la propaganda sionista. Sono anche molti altri i casi che in passato hanno visto una persecuzione dei profili e del lavoro di coloro che si battono per i diritti dei palestinesi.
Anche il recente caso del cofondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, che è intervenuto chiedendo che la voce riguarda il genocidio a Gaza fosse rivista per riflettere un “approccio neutrale”, mettono in allarme rispetto a uno scenario in cui è diventato impossibile, persino su internet, denunciare i crimini israeliani.
Fonte
06/09/2025
Israele investe su Google per minimizzare la tragedia di Gaza
Come ha spiegato su InsideOver Raffaele Buccolo in tempi non sospetti, negli ultimi mesi, il Ministero degli Esteri israeliano ha intensificato il proprio sforzo comunicativo attraverso una serie di campagne pubblicitarie digitali, veicolate soprattutto su Google e YouTube, per influenzare l’opinione pubblica occidentale. Ora è Drop Site News a svelare la massiccia campagna di propaganda sul motore di ricerca di Alphabet messa in campo dal governo di Benjamin Netanyahu, a riprova dello strettissimo legame tra Israele e le Big Tech della Silicon Valley, da Microsoft a Palantir.
Operazione di propaganda su larga scala sui motori di ricerca
Quella voluta da Israele è un’operazione di propaganda digitale su larga scala. L’obiettivo? Minimizzare la crisi umanitaria a Gaza e manipolare la percezione globale attraverso una campagna pubblicitaria da 45 milioni di dollari. Il 2 marzo 2025, poche ore dopo l’annuncio del blocco totale di cibo, medicinali, carburante e altri aiuti umanitari a Gaza, i parlamentari israeliani si sono riuniti non per discutere dell’impatto devastante di questa decisione, ma per pianificare come gestire il contraccolpo mediatico.
Durante un’audizione alla Knesset, il deputato Moshe Tur-Paz ha chiesto se fossero state prese misure per affrontare la narrativa internazionale, mentre il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, Avichai Edrei, ha rassicurato i presenti sull’avvio di una campagna digitale per negare la crisi alimentare, sostenendo che “non c’è fame” a Gaza, riporta Drop Site News.
I documenti che raccontano la macchina della propaganda
Documenti pubblici diffusi da Drop Site News rivelano che l’agenzia pubblicitaria del governo israeliano, Lapam, ha stipulato un contratto da 45 milioni di dollari (NIS 150 milioni) con Google, attraverso le piattaforme YouTube e Display & Video 360. Un video del ministero degli Esteri israeliano, visto oltre 6 milioni di volte, afferma che “a Gaza c’è cibo, ogni altra affermazione è una menzogna”.
Parallelamente, sono stati spesi 3 milioni di dollari per una campagna su X e 2,1 milioni con la piattaforma Outbrain/Teads. Israele tenta di minimizzare la gravissima situazione umanitaria: secondo il ministero della Salute di Gaza, almeno 367 palestinesi, di cui 131 bambini, sono morti per fame e malnutrizione dall’inizio del conflitto.
La reazione di Google? Accusare l’Onu di antisemitismo
Le accuse contro Google di complicità verso ciò che accade a Gaza – un genocidio, secondo gli studiosi più autorevoli – non sono nuove. Nel rapporto redatto dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, Google viene accusata di trarre profitto dal “genocidio a Gaza” attraverso il contratto di cloud computing Project Nimbus, siglato nel 2021 con il governo israeliano. In tutta risposta, anziché fare pubblica ammenda, il cofondatore di Google, Sergey Brin, ha definito l’Onu “antisemita” in un forum aziendale.
Fonte
Operazione di propaganda su larga scala sui motori di ricerca
Quella voluta da Israele è un’operazione di propaganda digitale su larga scala. L’obiettivo? Minimizzare la crisi umanitaria a Gaza e manipolare la percezione globale attraverso una campagna pubblicitaria da 45 milioni di dollari. Il 2 marzo 2025, poche ore dopo l’annuncio del blocco totale di cibo, medicinali, carburante e altri aiuti umanitari a Gaza, i parlamentari israeliani si sono riuniti non per discutere dell’impatto devastante di questa decisione, ma per pianificare come gestire il contraccolpo mediatico.
Durante un’audizione alla Knesset, il deputato Moshe Tur-Paz ha chiesto se fossero state prese misure per affrontare la narrativa internazionale, mentre il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, Avichai Edrei, ha rassicurato i presenti sull’avvio di una campagna digitale per negare la crisi alimentare, sostenendo che “non c’è fame” a Gaza, riporta Drop Site News.
I documenti che raccontano la macchina della propaganda
Documenti pubblici diffusi da Drop Site News rivelano che l’agenzia pubblicitaria del governo israeliano, Lapam, ha stipulato un contratto da 45 milioni di dollari (NIS 150 milioni) con Google, attraverso le piattaforme YouTube e Display & Video 360. Un video del ministero degli Esteri israeliano, visto oltre 6 milioni di volte, afferma che “a Gaza c’è cibo, ogni altra affermazione è una menzogna”.
Parallelamente, sono stati spesi 3 milioni di dollari per una campagna su X e 2,1 milioni con la piattaforma Outbrain/Teads. Israele tenta di minimizzare la gravissima situazione umanitaria: secondo il ministero della Salute di Gaza, almeno 367 palestinesi, di cui 131 bambini, sono morti per fame e malnutrizione dall’inizio del conflitto.
La reazione di Google? Accusare l’Onu di antisemitismo
Le accuse contro Google di complicità verso ciò che accade a Gaza – un genocidio, secondo gli studiosi più autorevoli – non sono nuove. Nel rapporto redatto dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, Google viene accusata di trarre profitto dal “genocidio a Gaza” attraverso il contratto di cloud computing Project Nimbus, siglato nel 2021 con il governo israeliano. In tutta risposta, anziché fare pubblica ammenda, il cofondatore di Google, Sergey Brin, ha definito l’Onu “antisemita” in un forum aziendale.
Fonte
10/04/2025
Dai sogni degli hippies all’incubo dei killer robots
“Venite signori della guerra / voi che costruite i cannoni / voi che costruite gli aereoplani di morte / voi che costruite le bombe / voi che vi nascondete dietro muri / voi che vi nascondete dietro scrivanie / voglio solo che sappiate / che posso vedere attraverso le vostre maschere”.
Bob Dylan, “Masters Of War” da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963
Bob Dylan, “Masters Of War” da “The freewheelin’ Bob Dylan”, 1963
Qui in Italia non è così noto, ma la controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple.
Il sogno naïf di quella generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di questa utopia nel suo poema del 1967 “All watched over by machines of loving grace” che conobbe per questo una discreta fortuna.
Forse anche per questo motivo alcuni, tra cui Bill Gates, sono rimasti stupiti della recente sterzata all’estrema destra della totalità dei Gafam, ossia Google, Apple, Facebook (ora Meta), Amazon e Microsoft.
La “svolta a destra”, però, non ha coinvolto solo la generazione degli ex-hippie. Sembra passato un millennio da quando due giovani universitari di belle speranze, Larry Page e Sergej Brin, fondavano una start-up per gestire il successo del loro algoritmo di ricerca, PageRank, che aveva dato i natali al più fortunato “motore” di ricerca su internet, Google. Allora, era il 1998, il motto scelto per la loro impresa era “Do no evil” ossia “Non fare del male”.
Chissà che cosa penserebbero oggi quegli stessi giovanotti della decisione presa, a gennaio di quest’anno, dalle loro attuali versioni imbolsite e con le borse sotto gli occhi: far cadere la clausola che impegnava l’azienda a non utilizzare i propri studi sull’intelligenza artificiale per scopi militari, aprendo così la porta allo sviluppo di killer robots, in accordo con un piano di implementazione delle armi autonome pubblicato dalla Nato già nel 2023.
Purtroppo questa decisione non fa altro che suggellare un impegno sul campo dell’azienda che va ben oltre la ricerca e sviluppo di sistemi d’arma. L’American friends service commitee (Afsc) – storica organizzazione nonviolenta americana legata ai quaccheri – accusa da tempo Google di avere responsabilità dirette nei crimini di guerra compiuti da Israele in Palestina dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Secondo un’esplosiva inchiesta della rivista israeliana +972 uscita ad agosto del 2024, Google, insieme a Microsoft (Azure) e Amazon (Amazon web services – Aws, il fornitore che vanta i legami più solidi di tutti con governo e militari israeliani), avrebbe fornito servizi cloud classici al Project nimbus, il servizio di raccolta dati del governo, utilizzato successivamente dall’esercito per individuare i bersagli militari.
Contemporaneamente, su un’altra commessa, Microsoft e Google fornivano la tecnologia di “intelligence artificiale” per il riconoscimento facciale, usata per scegliere automaticamente gli obiettivi degli attacchi che hanno causato decine di migliaia di morti civili. Diverse altre inchieste del Washington Post danno riscontro e solidità alle accuse dell’Afsc.
Purtroppo Google non è l’unica impresa del gruppo Gafam a essere impegnata in prima linea nei peggiori conflitti in atto (anche se, per ora, è l’unica ad aver licenziato i suoi dipendenti che protestavano contro queste collaborazioni). La lista è talmente lunga da eccedere lo spazio di questa rubrica: ci dovremo limitare a una attenta selezione, partendo da Meta Platforms Inc. (conglomerato che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e l’ultimo nato Threads).
In questo momento l’ufficio stampa di Meta è impegnato in un titanico sforzo per evitare che le persone leggano “Careless People”, il libro-scandalo della sua ex-dipendente Sarah Wynn-Williams che ne rivela alcuni dei segreti più inconfessabili (legati alle sue responsabilità nel massacro della minoranza Rohingya in Myanmar soprattutto) e, al contempo, per silenziare lo scandalo della cessione illegale dei dati di migliaia di utenti palestinesi della controllata WhatsApp all’Idf (l’esercito israeliano), che li ha inseriti in Lavender, una delle IA utilizzate per scegliere automaticamente chi uccidere.
In questo caso non si è trattato di killer robots, bensì di Laws ossia Lethal authonomous weapons systems, sistemi per uccidere automatizzati: morte somministrata via algoritmo, a seguito dell’utilizzo di una chat. Sappiamo infatti che le reti neurali utilizzate da Lavender hanno margini di errore nella produzione del loro output (le cosiddette “allucinazioni”: ne abbiamo parlato qui) che non scendono mai sotto il 5% e che possono arrivare ad oltre il 20%. Tale margine di errore va poi moltiplicato, giacché le nuove regole d’ingaggio dell’Idf dopo il 7 ottobre prevedono come “accettabile” la morte di venti innocenti per ogni presunto miliziano di Hamas colpito.
Ultimi nella nostra analisi, ma non certo per importanza strategica, vengono gli interessi militari di due imprese che, fino a poco tempo fa, avevano un profilo più “riservato” rispetto ai Gafam: Palantir di Peter Thiel e SpaceX di Elon Musk.
La prima è oggetto di operazioni di disinvestimento pianificato per via del suo coinvolgimento nei crimini di guerra di Israele, ma è frutto di un progetto abominevole fin dal nome: Palantir, nel mondo creato da Tolkien, è il nome delle antiche pietre capaci di mostrare il futuro che portano il saggio Saruman a impazzire e unirsi all’oscuro sire, Sauron. Infatti, l’azienda nasce con l’idea di fornire sistemi di polizia predittiva, una pseudo-scienza il cui fondamento è “solido” quanto le infami teorie del nostro Cesare Lombroso, e i risultati tutt’altro che entusiasmanti (meno dell’1% di efficacia nel caso americano). Nonostante ciò, i suoi servizi sono stati utilizzati dal governo di Israele per incarcerare cittadini palestinesi per il solo fatto di rientrare in un “profilo del terrorista” sviluppato dalla ditta in questione.
La seconda è passata alle cronache di guerra per via del servizio Starlink, una rete di satelliti di comunicazione a bassa quota, che si è rivelata strategicamente vitale in Ucraina. All’indomani dell’invasione russa, Elon Musk è stato acclamato eroe dagli ucraini perché ha fornito “gratuitamente” il servizio a Kiev, salvo poi divenire – il 10 marzo di quest’anno – il peggiore dei loro nemici sostenendo che “senza Starlink sarebbero spacciati”.
D’altronde Musk aveva già mostrato di essere un attore incontrollabile in almeno due occasioni: quando era passato all’incasso con il suo stesso governo (sostenendo di non poter continuare a finanziare l’Ucraina a tempo indeterminato), e quando aveva deciso di bloccare le comunicazioni per impedire un’escalation della guerra che considerava nefasta.
L’orrore della morte via chat si sarebbe potuto evitare. Le avvisaglie di una forte collaborazione tra Meta e l’Idf, infatti, erano nell’aria sino dal 2021, quando Meta bloccò gli account di diversi giornalisti della Striscia di Gaza, per impedirgli di far fluire informazioni verso l’esterno. Purtroppo, la società civile ha introiettato profondamente l’idea che le tecnologie dell’informazione e comunicazione siano semplici merci, strumenti a nostra disposizione. Gli esempi che abbiamo toccato mostrano in maniera lampante il contrario.
Eppure, le alternative esistono: il software libero costituisce un corpus di conoscenze collettive che possono essere utilizzate da qualsiasi gruppo per soddisfare i propri bisogni, dalla formazione (è il caso di alcune scuole del progetto Fuss, che si sono dotate di una infrastruttura per la formazione online), alla comunicazione (è il caso del sindacato Cub-Sur che si è dotato di un’intera piattaforma di comunicazione a distanza), rendendosi indipendenti delle imprese Gafam.
Ma basta allargare lo sguardo per scoprire che, nei dintorni di Barcellona, esiste una “rete internet locale” con la bellezza di cinquemila punti d’accesso su diversi chilometri quadrati di territorio, che continuerebbe a funzionare anche se la connessione verso il mondo esterno fosse tranciata di netto, in maniera simile a progetti presenti anche in Italia.
Insomma, non si tratta di “testimonianze” di singoli, magari un po’ “impallinati” e senza impatto sulla società, ma piuttosto di esempi di come problemi collettivi possano trovare soluzioni collettive.
Il passo da fare, ora, è riconoscere che la dipendenza da queste imprese, mentre queste “riconvertono” il loro business alla guerra, è un serio problema collettivo, che ci riguarda tutte e tutti.
Fonte
08/02/2025
Anche Google si affaccia sul mercato dell’IA per la difesa
Già la presenza di tutto il mondo delle Big Tech all’insediamento di Trump aveva dato un segnale chiaro sul riallineamento dei padroni del settore IT (Informazione e Tecnologia) agli indirizzi della nuova amministrazione. Poi è arrivata la revisione da parte di Meta dei suoi programmi sull’inclusività.
Era la naturale conseguenza di chi sale sul carro del vincitore, dopo che tra i primi ordini esecutivi firmati da Trump c’è stato quello che ha smantellato i programmi federali DEI (Diversity, Equity and Inclusion). Amazon aveva cominciato a rivedere le direttive sul tema già da novembre, e mercoledì anche Google ha fatto questo passo.
Ma c’è anche un altro ambito su cui quest’ultimo colosso di internet ha fatto retromarcia, ed è passato più in sordina, nonostante la pericolosità evidente. Alphabet, la società proprietaria di Google, ha infatti eliminato dalle sue linee guida, risalenti al 2018, la dicitura che escludeva l’applicazione dei propri strumenti in attività che “potrebbero causare danni”.
In particolare, ha eliminato i riferimenti a “armi o altre tecnologie il cui scopo principale o la cui implementazione causa o facilita direttamente lesioni alle persone”, “tecnologie che raccolgono o utilizzano informazioni per la sorveglianza violando norme accettate a livello internazionale”, e ancora “tecnologie il cui scopo contravviene a principi ampiamente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani”.
Ha insomma revocato il divieto all’utilizzo della propria intelligenza artificiale nello sviluppo di armamenti e strumenti di sorveglianza. E tutto ciò è stato presentato raccontando esattamente il contrario: nella pagina dei principi AI di Google si legge come la preoccupazione suscitata da tecnologie emergenti abbia portato l’azienda a rivedere i propri meccanismi, per allinearsi “agli obiettivi degli utenti, alla responsabilità sociale e ai principi generalmente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani”.
Ad essere più espliciti sono stati il vice presidente di Google James Manyika e Demis Hassabis, tra i fondatori di DeepMind, società per l’Intelligenza Artificiale controllata da Alphabet. In un lungo articolo scritto sul blog di Google, hanno reso evidente come la strada imboccata ponga la società definitivamente al servizio dell’Occidente nello scontro col mondo multipolare.
“Riteniamo che le democrazie – leggiamo nel loro testo – dovrebbero guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, guidate da valori fondamentali come la libertà, l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani. E crediamo che aziende, governi e organizzazioni che condividono questi valori dovrebbero lavorare insieme per creare un’intelligenza artificiale che protegga le persone, promuova la crescita globale e sostenga la sicurezza nazionale”.
Viene ripetuta per filo e per segno la solita propaganda euroatlantica, in cui le ‘democrazie’, in nome di valori accolti solo sulla carta, sono chiamate a sviluppare i propri apparati di sicurezza nazionale. In pratica, a moltiplicare le spese per la difesa e a instradare le loro intere società sulla via della guerra... e se ciò si ripercuote sullo stato di diritto all’interno, per loro è un costo accettabile.
Una mossa del genere da parte di Alphabet mostra probabilmente la volontà di inserirsi nel mercato della difesa, secondo gli indirizzi che la triade Palantir, Anduril Industries e SpaceX vi vogliono portare all’interno. Con tutti i pericoli annessi all’esplosione dell’uso di algoritmi in un settore così delicato.
Come si muoverà questo polo finanziario-industriale è una cosa da continuare a monitorare.
Fonte
Era la naturale conseguenza di chi sale sul carro del vincitore, dopo che tra i primi ordini esecutivi firmati da Trump c’è stato quello che ha smantellato i programmi federali DEI (Diversity, Equity and Inclusion). Amazon aveva cominciato a rivedere le direttive sul tema già da novembre, e mercoledì anche Google ha fatto questo passo.
Ma c’è anche un altro ambito su cui quest’ultimo colosso di internet ha fatto retromarcia, ed è passato più in sordina, nonostante la pericolosità evidente. Alphabet, la società proprietaria di Google, ha infatti eliminato dalle sue linee guida, risalenti al 2018, la dicitura che escludeva l’applicazione dei propri strumenti in attività che “potrebbero causare danni”.
In particolare, ha eliminato i riferimenti a “armi o altre tecnologie il cui scopo principale o la cui implementazione causa o facilita direttamente lesioni alle persone”, “tecnologie che raccolgono o utilizzano informazioni per la sorveglianza violando norme accettate a livello internazionale”, e ancora “tecnologie il cui scopo contravviene a principi ampiamente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani”.
Ha insomma revocato il divieto all’utilizzo della propria intelligenza artificiale nello sviluppo di armamenti e strumenti di sorveglianza. E tutto ciò è stato presentato raccontando esattamente il contrario: nella pagina dei principi AI di Google si legge come la preoccupazione suscitata da tecnologie emergenti abbia portato l’azienda a rivedere i propri meccanismi, per allinearsi “agli obiettivi degli utenti, alla responsabilità sociale e ai principi generalmente accettati del diritto internazionale e dei diritti umani”.
Ad essere più espliciti sono stati il vice presidente di Google James Manyika e Demis Hassabis, tra i fondatori di DeepMind, società per l’Intelligenza Artificiale controllata da Alphabet. In un lungo articolo scritto sul blog di Google, hanno reso evidente come la strada imboccata ponga la società definitivamente al servizio dell’Occidente nello scontro col mondo multipolare.
“Riteniamo che le democrazie – leggiamo nel loro testo – dovrebbero guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, guidate da valori fondamentali come la libertà, l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani. E crediamo che aziende, governi e organizzazioni che condividono questi valori dovrebbero lavorare insieme per creare un’intelligenza artificiale che protegga le persone, promuova la crescita globale e sostenga la sicurezza nazionale”.
Viene ripetuta per filo e per segno la solita propaganda euroatlantica, in cui le ‘democrazie’, in nome di valori accolti solo sulla carta, sono chiamate a sviluppare i propri apparati di sicurezza nazionale. In pratica, a moltiplicare le spese per la difesa e a instradare le loro intere società sulla via della guerra... e se ciò si ripercuote sullo stato di diritto all’interno, per loro è un costo accettabile.
Una mossa del genere da parte di Alphabet mostra probabilmente la volontà di inserirsi nel mercato della difesa, secondo gli indirizzi che la triade Palantir, Anduril Industries e SpaceX vi vogliono portare all’interno. Con tutti i pericoli annessi all’esplosione dell’uso di algoritmi in un settore così delicato.
Come si muoverà questo polo finanziario-industriale è una cosa da continuare a monitorare.
Fonte
18/01/2024
L’intelligenza artificiale secondo il potere può essere inumana
La direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, aveva avvertito pochi giorni fa, al Forum di Davos, che l’intelligenza artificiale avrebbe “interessato” almeno il 40% dei posti di lavoro al mondo, che diventano il 60% nei paesi avanzati. Ossia quelli dove il “terziario” è dominante rispetto ad agricoltura e industria.
Ma non stava parlando di un futuro più o meno lontano. Questa strage di occupati sta avvenendo già da tempo. Ci siamo tutti completamente dentro.
Per capirne anche alla lontana la portata conviene forse concentrarsi su un singolo caso, un’azienda universalmente nota, in modo da non disperdere l’attenzione su dati troppo generici.
Google ha confermato in questi giorni il licenziamento di diverse centinaia di persone dal suo “team di vendita di annunci globali” (coloro che piazzano la pubblicità, di cui la stessa Google vive), dopo che molte attività amministrative e creative sono state automatizzate con l’intelligenza artificiale.
Già qui vediamo che ad essere svolte agli algoritmi sono non soltanto le funzioni ripetitive, ma anche la fascia bassa di quelle considerate “creative”. È evidente che non si tratta di attività che “creano” davvero contenuti prima non esistenti, ma – diciamo così – della “fascia bassa” delle possibili risposte a una domanda che richiede qualche competenza nel collegare le risposte giuste.
Possiamo fare un esempio semplice, per quanto ormai “vecchio”: qualcuno ci chiede di disegnargli un sito web, ma il 95% dello sforzo “creativo” consiste nell’utilizzare template e funzionalità già esistenti, all’interno di un “disegno” che appaia abbastanza nuovo. Programmare nuovi template diventa una necessità occasionale, e serve meno gente per inventarne...
“Ogni anno, seguiamo un processo rigoroso per strutturare il nostro team in modo da fornire il miglior servizio ai nostri clienti Ads. Come parte di questo, alcune centinaia di posti di lavoro sono stati tagliati a livello globale”, ha detto un portavoce del gigante di Internet.
“I dipendenti interessati potranno candidarsi per posizioni aperte all’interno del team o altrove in Google”, ha poi affermato. Google prevede infatti anche di creare nuovi ruoli e fare assunzioni quest’anno. Ma non saranno delle stesse dimensioni rispetto ai licenziamenti.
La scorsa settimana, il comparto Cloud dell’azienda ha annunciato nuove soluzioni di intelligenza artificiale e intelligenza artificiale generativa “per aiutare i rivenditori a personalizzare lo shopping online, modernizzare le operazioni e trasformare l’implementazione di nuove tecnologie in-store”.
I nuovi strumenti consentono ai rivenditori di creare “agenti virtuali” in grado di interagire con i consumatori su siti web e app mobile, in modo molto più fluido e sofisticato rispetto ai chatbot senza AI generativa.
Google aveva già licenziato circa 12.000 persone nel gennaio 2023 (il 6% della sua forza lavoro) a fronte dell’inflazione e dell’aumento dei tassi di interesse. Da allora il gigante di Internet ha dovuto investire pesantemente nell’IA generativa.
Stiamo parlando di una multinazionale compresa tra le “Cinque Grandi” delle nuove tecnologie, che nella sua struttura organizzativa comprende funzioni di altissimo livello ingegneristico fino a quelle relativamente più semplici, ma pur sempre di una certa complessità.
Se trasferiamo il processo di “ristrutturazione produttiva” con strumenti analoghi su tutta una serie di attività impiegatizie che si limitano ad applicare procedure e non a prendere decisioni, si capisce facilmente quante di queste saranno certamente spazzate via per sempre nei prossimi anni.
Ma le centinaia di milioni di nuovi disoccupati sono, oltretutto, soltanto uno dei molti aspetti di questa ristrutturazione già in corso. Automatizzare determinate “reazioni burocratiche” ha sicuramente effetti anche sulla qualità e precisione di molte “decisioni” che in realtà sono semplicemente l’applicazione di alcune regole.
Il che non toglie affatto – anzi, garantisce! – che si possano prendere decisioni sbagliate con conseguenze pesantissime per una platea potenzialmente infinita di esseri umani.
Nelle scorse settimane è passata decisamente inosservata, in Italia, l’allucinante vicenda di oltre 700 impiegati delle Poste britanniche ingiustamente accusati di aver rubato denaro sul posto di lavoro. In questo caso l’errore era del software adottato per le verifiche contabili.
Diciamo perciò che l’intelligenza artificale “ancora non c’entra”, ma siamo appena agli albori dell’“automatizzazione” di decisioni operative prese dalla macchina. E che distruggono la vita di centinaia di persone perfettamente innocenti.
Le ingiuste accuse attraversano il periodo dal 1999 al 2015. Alcuni processi conseguenti alle “accuse automatizzate” sono però ancora in corso; altri si sono conclusi con condanne al carcere. Centinaia di persone, anche non processate, sono state costrette ad indebitarsi per coprire gli ammanchi fasulli segnalati dal sistema.
Almeno quattro di questi impiegati si sono nel frattempo suicidati. Molte famiglie si sono dissolte, tra divorzi e mancanza di uno stipendio.
È certamente “il più esteso errore giudiziario nella storia del Regno Unito” (definizione del Guardian), ma è diventato di allarme sociale solo dopo che una miniserie andata in onda a Capodanno, Mr Bates vs the Post Office, l’ha portata all’attenzione del grande pubblico (cosa che non era riuscita alle manifestazioni di protesta degli impiegati delle Poste).
I governi britannici infatti si erano ben guardati dal bloccare licenziamenti e processi, nonostante i “difetti” del software Horizon, sviluppato dall’azienda giapponese Fujitsu, fossero noti almeno a far data dal 2010.
Un disastro sociale che dice molto sull’incrocio perverso tra automazione e un potere infame, che per anni ha cercato di tenere sotto traccia quel che stava accadendo, nonostante che diversi processi si fossero conclusi con l’assoluzione e il reintegro dei dipendenti (gli accusati erano intanto arrivati a 3.500...).
Ma, ripetiamo, qui eravamo ancora alla preistoria dell’informatica, ben prima dell’IA...
Ed è inutile, oltre che sbagliato, alimentare sentimenti “luddisti” contro il progresso tecnologico. Come ci ha spiegato ottimamente Marx, il problema sta nel modo in cui produciamo – il capitalismo, il cui unico scopo è il profitto privato – non nello sviluppo. Ogni nuova tecnologia permette infatti di fare le stesse cose, o anche nuove, con meno fatica e sudore (anche “mentale”). Sarebbe insomma una benedizione, in altre mani...
Ma se a comandare il processo sono gli “imprenditori” (e quelli multinazionali sono certamente i più aggressivi e feroci) allora ogni avanzamento si traduce in riduzione dei posti di lavoro per unità di prodotto invece che in riduzione del tempo di lavoro necessario (sia come durata della giornata lavorativa che come durata dell’intera vita lavorativa).
Con il non paradossale risultato di avere, già ora, una società in cui sempre meno gente lavora ma per più tempo (sia come ore al giorno che come anni), mentre sempre meno “padroni” incamerano tutti gli incrementi di produttività e dunque di profitto.
Odiate il capitalismo, non la tecnologia...
Fonte
Ma non stava parlando di un futuro più o meno lontano. Questa strage di occupati sta avvenendo già da tempo. Ci siamo tutti completamente dentro.
Per capirne anche alla lontana la portata conviene forse concentrarsi su un singolo caso, un’azienda universalmente nota, in modo da non disperdere l’attenzione su dati troppo generici.
Google ha confermato in questi giorni il licenziamento di diverse centinaia di persone dal suo “team di vendita di annunci globali” (coloro che piazzano la pubblicità, di cui la stessa Google vive), dopo che molte attività amministrative e creative sono state automatizzate con l’intelligenza artificiale.
Già qui vediamo che ad essere svolte agli algoritmi sono non soltanto le funzioni ripetitive, ma anche la fascia bassa di quelle considerate “creative”. È evidente che non si tratta di attività che “creano” davvero contenuti prima non esistenti, ma – diciamo così – della “fascia bassa” delle possibili risposte a una domanda che richiede qualche competenza nel collegare le risposte giuste.
Possiamo fare un esempio semplice, per quanto ormai “vecchio”: qualcuno ci chiede di disegnargli un sito web, ma il 95% dello sforzo “creativo” consiste nell’utilizzare template e funzionalità già esistenti, all’interno di un “disegno” che appaia abbastanza nuovo. Programmare nuovi template diventa una necessità occasionale, e serve meno gente per inventarne...
“Ogni anno, seguiamo un processo rigoroso per strutturare il nostro team in modo da fornire il miglior servizio ai nostri clienti Ads. Come parte di questo, alcune centinaia di posti di lavoro sono stati tagliati a livello globale”, ha detto un portavoce del gigante di Internet.
“I dipendenti interessati potranno candidarsi per posizioni aperte all’interno del team o altrove in Google”, ha poi affermato. Google prevede infatti anche di creare nuovi ruoli e fare assunzioni quest’anno. Ma non saranno delle stesse dimensioni rispetto ai licenziamenti.
La scorsa settimana, il comparto Cloud dell’azienda ha annunciato nuove soluzioni di intelligenza artificiale e intelligenza artificiale generativa “per aiutare i rivenditori a personalizzare lo shopping online, modernizzare le operazioni e trasformare l’implementazione di nuove tecnologie in-store”.
I nuovi strumenti consentono ai rivenditori di creare “agenti virtuali” in grado di interagire con i consumatori su siti web e app mobile, in modo molto più fluido e sofisticato rispetto ai chatbot senza AI generativa.
Google aveva già licenziato circa 12.000 persone nel gennaio 2023 (il 6% della sua forza lavoro) a fronte dell’inflazione e dell’aumento dei tassi di interesse. Da allora il gigante di Internet ha dovuto investire pesantemente nell’IA generativa.
Stiamo parlando di una multinazionale compresa tra le “Cinque Grandi” delle nuove tecnologie, che nella sua struttura organizzativa comprende funzioni di altissimo livello ingegneristico fino a quelle relativamente più semplici, ma pur sempre di una certa complessità.
Se trasferiamo il processo di “ristrutturazione produttiva” con strumenti analoghi su tutta una serie di attività impiegatizie che si limitano ad applicare procedure e non a prendere decisioni, si capisce facilmente quante di queste saranno certamente spazzate via per sempre nei prossimi anni.
Ma le centinaia di milioni di nuovi disoccupati sono, oltretutto, soltanto uno dei molti aspetti di questa ristrutturazione già in corso. Automatizzare determinate “reazioni burocratiche” ha sicuramente effetti anche sulla qualità e precisione di molte “decisioni” che in realtà sono semplicemente l’applicazione di alcune regole.
Il che non toglie affatto – anzi, garantisce! – che si possano prendere decisioni sbagliate con conseguenze pesantissime per una platea potenzialmente infinita di esseri umani.
Nelle scorse settimane è passata decisamente inosservata, in Italia, l’allucinante vicenda di oltre 700 impiegati delle Poste britanniche ingiustamente accusati di aver rubato denaro sul posto di lavoro. In questo caso l’errore era del software adottato per le verifiche contabili.
Diciamo perciò che l’intelligenza artificale “ancora non c’entra”, ma siamo appena agli albori dell’“automatizzazione” di decisioni operative prese dalla macchina. E che distruggono la vita di centinaia di persone perfettamente innocenti.
Le ingiuste accuse attraversano il periodo dal 1999 al 2015. Alcuni processi conseguenti alle “accuse automatizzate” sono però ancora in corso; altri si sono conclusi con condanne al carcere. Centinaia di persone, anche non processate, sono state costrette ad indebitarsi per coprire gli ammanchi fasulli segnalati dal sistema.
Almeno quattro di questi impiegati si sono nel frattempo suicidati. Molte famiglie si sono dissolte, tra divorzi e mancanza di uno stipendio.
È certamente “il più esteso errore giudiziario nella storia del Regno Unito” (definizione del Guardian), ma è diventato di allarme sociale solo dopo che una miniserie andata in onda a Capodanno, Mr Bates vs the Post Office, l’ha portata all’attenzione del grande pubblico (cosa che non era riuscita alle manifestazioni di protesta degli impiegati delle Poste).
I governi britannici infatti si erano ben guardati dal bloccare licenziamenti e processi, nonostante i “difetti” del software Horizon, sviluppato dall’azienda giapponese Fujitsu, fossero noti almeno a far data dal 2010.
Un disastro sociale che dice molto sull’incrocio perverso tra automazione e un potere infame, che per anni ha cercato di tenere sotto traccia quel che stava accadendo, nonostante che diversi processi si fossero conclusi con l’assoluzione e il reintegro dei dipendenti (gli accusati erano intanto arrivati a 3.500...).
Ma, ripetiamo, qui eravamo ancora alla preistoria dell’informatica, ben prima dell’IA...
Ed è inutile, oltre che sbagliato, alimentare sentimenti “luddisti” contro il progresso tecnologico. Come ci ha spiegato ottimamente Marx, il problema sta nel modo in cui produciamo – il capitalismo, il cui unico scopo è il profitto privato – non nello sviluppo. Ogni nuova tecnologia permette infatti di fare le stesse cose, o anche nuove, con meno fatica e sudore (anche “mentale”). Sarebbe insomma una benedizione, in altre mani...
Ma se a comandare il processo sono gli “imprenditori” (e quelli multinazionali sono certamente i più aggressivi e feroci) allora ogni avanzamento si traduce in riduzione dei posti di lavoro per unità di prodotto invece che in riduzione del tempo di lavoro necessario (sia come durata della giornata lavorativa che come durata dell’intera vita lavorativa).
Con il non paradossale risultato di avere, già ora, una società in cui sempre meno gente lavora ma per più tempo (sia come ore al giorno che come anni), mentre sempre meno “padroni” incamerano tutti gli incrementi di produttività e dunque di profitto.
Odiate il capitalismo, non la tecnologia...
Fonte
22/01/2023
La “pandemia” del lavoro mentale
Microsoft, Google, Twitter, Facebook e tante altre aziende tecnologiche Usa continuano a licenziare migliaia di persone dopo la cuccagna con cui hanno fatto soldi a palate durante la pandemia. Ma adesso la pandemia sta diventando quella dei licenziamenti in tutto il settore, un comparto caratterizzato dall’alta e altissima qualità dei suoi lavoratori, in gran parte ingegneri, programmatori, sviluppatori ed esperti informatici. In pratica siamo alla dolorosa ristrutturazione di quello che è stato ben definito lavoro mentale.
L’ultima azienda in ordine di tempo ad aver annunciato tagli al personale è Alphabet, la casa madre di Google, che licenzierà 12.000 dipendenti in tutto il mondo. Tagli che arrivano pochi giorni dopo i 10.000 licenziamenti annunciati da Microsoft e che si aggiungono ai numerosi piani di tagli nelle aziende del settore che incombono da quest’estate. I licenziamenti interesserebbero tutti i rami delle aziende in questione compresi ingegneria e di prodotti.
Amazon ha annunciato il 5 gennaio che taglierà “poco più di 18.000” posti di lavoro in tutto il mondo, Europa compresa. Il piano di esuberi riguarderà principalmente i punti vendita gestiti dal gruppo e le risorse umane. La multinazionale delle vendite online durante la pandemia aveva reclutato forza lavoro in abbondanza, raddoppiando il personale tra l’inizio del 2020 e l’inizio 2022.
Meta – società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp – ha annunciato lo scorso novembre il taglio di 11.000 posti, pari a circa il 13% del totale della forza lavoro. Meta contava circa 87.000 dipendenti in tutto il mondo alla fine di settembre, ma ha registrato una performance finanziaria deludente nel terzo trimestre del 2022 con un forte calo di ricavi, dei profitti e una stagnazione del numero di utenti.
Twitter, con l’arrivo del nuovo proprietario Elon Musk, ha annunciato licenziamenti di massa: a inizio novembre circa la metà dei 7.500 dipendenti del social network sono stati mandati via.
C’è poi Snap, la società madre della popolare applicazione di messaggistica Snapchat, che ha annunciato lo scorso agosto una ristrutturazione che porterà al taglio di circa il 20% della forza lavoro, ovvero più di 1.200 dipendenti.
E adesso è toccato a Microsoft, “antica” big tech, la quale ha effettuato due turni di licenziamenti, uno a luglio che ha interessato meno dell’1% della forza lavoro, e un secondo a ottobre, che ha colpito meno di 1.000 persone. Ora una nuova ondata di licenziamenti potrebbe abbattersi sui suoi team di ingegneri. La società ha attualmente 221.000 dipendenti, di cui 122.000 negli Stati Uniti.
Fonte
L’ultima azienda in ordine di tempo ad aver annunciato tagli al personale è Alphabet, la casa madre di Google, che licenzierà 12.000 dipendenti in tutto il mondo. Tagli che arrivano pochi giorni dopo i 10.000 licenziamenti annunciati da Microsoft e che si aggiungono ai numerosi piani di tagli nelle aziende del settore che incombono da quest’estate. I licenziamenti interesserebbero tutti i rami delle aziende in questione compresi ingegneria e di prodotti.
Amazon ha annunciato il 5 gennaio che taglierà “poco più di 18.000” posti di lavoro in tutto il mondo, Europa compresa. Il piano di esuberi riguarderà principalmente i punti vendita gestiti dal gruppo e le risorse umane. La multinazionale delle vendite online durante la pandemia aveva reclutato forza lavoro in abbondanza, raddoppiando il personale tra l’inizio del 2020 e l’inizio 2022.
Meta – società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp – ha annunciato lo scorso novembre il taglio di 11.000 posti, pari a circa il 13% del totale della forza lavoro. Meta contava circa 87.000 dipendenti in tutto il mondo alla fine di settembre, ma ha registrato una performance finanziaria deludente nel terzo trimestre del 2022 con un forte calo di ricavi, dei profitti e una stagnazione del numero di utenti.
Twitter, con l’arrivo del nuovo proprietario Elon Musk, ha annunciato licenziamenti di massa: a inizio novembre circa la metà dei 7.500 dipendenti del social network sono stati mandati via.
C’è poi Snap, la società madre della popolare applicazione di messaggistica Snapchat, che ha annunciato lo scorso agosto una ristrutturazione che porterà al taglio di circa il 20% della forza lavoro, ovvero più di 1.200 dipendenti.
E adesso è toccato a Microsoft, “antica” big tech, la quale ha effettuato due turni di licenziamenti, uno a luglio che ha interessato meno dell’1% della forza lavoro, e un secondo a ottobre, che ha colpito meno di 1.000 persone. Ora una nuova ondata di licenziamenti potrebbe abbattersi sui suoi team di ingegneri. La società ha attualmente 221.000 dipendenti, di cui 122.000 negli Stati Uniti.
Fonte
17/11/2022
USA - Licenziamenti di massa nelle Big Tech
Nel 2022 più di 118.000 persone hanno perso il lavoro nel settore delle Big Tech, i dati sono stati indicati da Layoffs.fyi, un sito che tiene traccia dei tagli di posti di lavoro segnalati pubblicamente nel settore.
Sono numeri pesanti anche se in percentuale fanno meno effetto: ci sono infatti circa 8,7 milioni di lavoratori impiegati nel settore negli Stati Uniti.
Wired ricorda però che le società Big Tech sono solo una nicchia nel più ampio settore tecnologico. Molte aziende più piccole e aziende in settori simili stanno ancora assumendo lavoratori tecnologici, anche se a ritmi più lenti rispetto ai giganti della tecnologia, ma con salari più bassi. Non solo. Alcune di queste aziende stanno ora cogliendo al volo l’opportunità di attrarre persone precedentemente monopolizzate dai reclutatori delle aziende più grandi.
Almeno alcuni dei recenti licenziamenti nelle aziende tecnologiche Usa, sono un sintomo di una svolta importante nell’economia e una risposta alle assunzioni eccessive da parte delle aziende tecnologiche durante il boom inaspettato che hanno sperimentato durante la pandemia di Covid-19. “Eravamo troppo ottimisti sulla crescita a breve termine dell’economia di Internet nel 2022 e nel 2023”, ha dichiarato Patrick Collison, CEO di Stripe, in una nota al personale sui licenziamenti dell’azienda. Mark Zuckerberg ha citato la sua lettura errata dell’ondata di Internet pandemica nel suo promemoria al personale relativo tagli in Meta. “Molte persone hanno previsto che questa sarebbe stata un’accelerazione permanente che sarebbe continuata anche dopo la fine della pandemia”, ha scritto. “Ho sbagliato e me ne assumo la responsabilità.”
Le ripercussioni si sono subite viste in Borsa, soprattutto sull’indice Nasdaq – ancora più che sul Dow Jones – sul quale si scambiano le quotazioni dei titoli tecnologici. Cinicamente chi annuncia i licenziamenti, almeno congiunturalmente, guadagna in Borsa.
A guidare i ribassi sono stati titoli tecnologici come Microsoft (-2,25%) e Apple (-0,95%). Amazon.com è scivolata di oltre il 2,2% dopo la notizia che intende licenziare circa 10.000 dipendenti già questa settimana. Google, che ha concordato il pagamento di una multa di oltre 390 milioni per aver violato i termini sulla geolocalizzazione dei cellulari ha perso lo 0,74%. Al contrario Meta Platforms è invece salita di oltre l’1% dopo l’annuncio dei tagli alle spese del personale della scorsa settimana. C’è poi il rialzo dell’1,60% per la Advanced Micro Devices.
Se la notizia dovesse essere confermata, per Amazon si tratterebbe di un taglio del 3% del totale dei dipendenti. Un po’ meno dell’1% della sua forza lavoro globale composta di oltre 1,5 milioni di persone, calcolando anche i lavoratori con contratti a ore.
A ottobre i 10 mila tagli di Meta, la controllante di Facebook, Instagram e Whatsapp, hanno fatto molto rumore. Ma la società di Zuckerberg avrebbe lasciato il passo ai tagli feroci di Elon Musk neo-padrone di Twitter: 3.750 dipendenti su 7.500. La metà. E tutti in settori strategici dell’azienda: comunicazione, moderazione dei contenuti, policy. Inoltre Musk ha fatto fuori altri 4 mila lavoratori a contratto.
Le società tecnologiche si erano gonfiate di dipendenti durante l’emergenza Covid che però sembra esaurita.
Microsoft progetta di licenziare quasi mille dipendenti. Axios dichiara a ottobre nuovi tagli ai posti di lavoro (il terzo in un anno), pari a meno dell’1% dei 180 mila lavoratori della compagnia, tagli che colpiranno diverse divisioni (tra cui Edge e Xbox) e diverse regioni commerciali.
Salesforce, multinazionale statunitense del software, a inizio novembre ha confermato di aver avviato i piani per licenziare centinaia dei suoi dipendenti “a causa del rallentamento dell’economia”. La società dichiara 1.000 licenziamenti ma secondo fonti giornalistiche c’è la possibilità che il piano di tagli arrivi fino a 2.500 impiegati. A fine gennaio 2022 la compagnia aveva dichiarato un organico di 73.541 persone. Ad agosto la stessa aveva sottolineato che l’organico era aumentato del 36% nell’ultimo anno “per soddisfare la maggiore domanda di servizi da parte dei nostri clienti”.
Anche Intel potrebbe tagliare più di 22.000 dei suoi 113.700 dipendenti (circa il 20%). Ad agosto Snap aveva annunciato un taglio del 20% del personale (dopo aver aumentato il numero dei dipendenti del 65% dalla fine del 2020): via 1.300 persone. Oracle sta licenziando 201 dipendenti. E non sempre le aziende licenziano perché gli affari vanno male. RingCentral non sta attualmente vivendo una situazione finanziaria disastrosa. In effetti, i risultati dei ricavi del terzo trimestre 2022 hanno superato le aspettative, con un aumento di 94 milioni di dollari rispetto all’anno precedente.
I siti che si occupano di aziende tecnologiche forniscono una lunga lista di tagli dolorosi e licenziamenti.
Indubbiamente durante la pandemia si era diffusa l’idea di una trasformazione rapida e consolidata delle abitudini e dei consumi di milioni di persone.
Ma anche in questo caso le imprese capitaliste del settore tecnologico hanno misurato il mondo sui parametri dell’Occidente, scoprendo però che il mondo è più ampio e assai più diversificato dal modello consolidato delle società occidentali. E se queste sono state un modello di riferimento per alcuni decenni, ora sembra avviata una controtendenza che riscopre e sottolinea queste differenze. Non solo.
Anche la digitalizzazione, che è stata insieme alla finanza la forza trainante della globalizzazione, adesso potrebbe interrompersi e diversificarsi in più punti. L’uso politico dei social e delle reti con l’applicazione di sanzioni, divieti, esclusioni di soggetti statali o politici invisi a Washington, ha accelerato la costruzione di reti locali o regionali per le comunicazioni, la messaggistica, l’intrattenimento.
Le misure prese sul mondo dai colossi tecnologici si sono così rivelate sbagliate ed eccessive, costringendoli a ridurre le proprie aspettative facendone ovviamente pagare il conto a lavoratrici e lavoratori, sia quelli altamente qualificati, sia quelli a bassa qualificazione addetti alla logistica.
Perché in sostanza, come ha chiarito bene Marx, le imprese capitalistiche il valore lo estraggono dal lavoro umano ed è solo su questo che riescono a pensare il recupero o l’aumento dei profitti.
Fonte
Sono numeri pesanti anche se in percentuale fanno meno effetto: ci sono infatti circa 8,7 milioni di lavoratori impiegati nel settore negli Stati Uniti.
Wired ricorda però che le società Big Tech sono solo una nicchia nel più ampio settore tecnologico. Molte aziende più piccole e aziende in settori simili stanno ancora assumendo lavoratori tecnologici, anche se a ritmi più lenti rispetto ai giganti della tecnologia, ma con salari più bassi. Non solo. Alcune di queste aziende stanno ora cogliendo al volo l’opportunità di attrarre persone precedentemente monopolizzate dai reclutatori delle aziende più grandi.
Almeno alcuni dei recenti licenziamenti nelle aziende tecnologiche Usa, sono un sintomo di una svolta importante nell’economia e una risposta alle assunzioni eccessive da parte delle aziende tecnologiche durante il boom inaspettato che hanno sperimentato durante la pandemia di Covid-19. “Eravamo troppo ottimisti sulla crescita a breve termine dell’economia di Internet nel 2022 e nel 2023”, ha dichiarato Patrick Collison, CEO di Stripe, in una nota al personale sui licenziamenti dell’azienda. Mark Zuckerberg ha citato la sua lettura errata dell’ondata di Internet pandemica nel suo promemoria al personale relativo tagli in Meta. “Molte persone hanno previsto che questa sarebbe stata un’accelerazione permanente che sarebbe continuata anche dopo la fine della pandemia”, ha scritto. “Ho sbagliato e me ne assumo la responsabilità.”
Le ripercussioni si sono subite viste in Borsa, soprattutto sull’indice Nasdaq – ancora più che sul Dow Jones – sul quale si scambiano le quotazioni dei titoli tecnologici. Cinicamente chi annuncia i licenziamenti, almeno congiunturalmente, guadagna in Borsa.
A guidare i ribassi sono stati titoli tecnologici come Microsoft (-2,25%) e Apple (-0,95%). Amazon.com è scivolata di oltre il 2,2% dopo la notizia che intende licenziare circa 10.000 dipendenti già questa settimana. Google, che ha concordato il pagamento di una multa di oltre 390 milioni per aver violato i termini sulla geolocalizzazione dei cellulari ha perso lo 0,74%. Al contrario Meta Platforms è invece salita di oltre l’1% dopo l’annuncio dei tagli alle spese del personale della scorsa settimana. C’è poi il rialzo dell’1,60% per la Advanced Micro Devices.
Se la notizia dovesse essere confermata, per Amazon si tratterebbe di un taglio del 3% del totale dei dipendenti. Un po’ meno dell’1% della sua forza lavoro globale composta di oltre 1,5 milioni di persone, calcolando anche i lavoratori con contratti a ore.
A ottobre i 10 mila tagli di Meta, la controllante di Facebook, Instagram e Whatsapp, hanno fatto molto rumore. Ma la società di Zuckerberg avrebbe lasciato il passo ai tagli feroci di Elon Musk neo-padrone di Twitter: 3.750 dipendenti su 7.500. La metà. E tutti in settori strategici dell’azienda: comunicazione, moderazione dei contenuti, policy. Inoltre Musk ha fatto fuori altri 4 mila lavoratori a contratto.
Le società tecnologiche si erano gonfiate di dipendenti durante l’emergenza Covid che però sembra esaurita.
Microsoft progetta di licenziare quasi mille dipendenti. Axios dichiara a ottobre nuovi tagli ai posti di lavoro (il terzo in un anno), pari a meno dell’1% dei 180 mila lavoratori della compagnia, tagli che colpiranno diverse divisioni (tra cui Edge e Xbox) e diverse regioni commerciali.
Salesforce, multinazionale statunitense del software, a inizio novembre ha confermato di aver avviato i piani per licenziare centinaia dei suoi dipendenti “a causa del rallentamento dell’economia”. La società dichiara 1.000 licenziamenti ma secondo fonti giornalistiche c’è la possibilità che il piano di tagli arrivi fino a 2.500 impiegati. A fine gennaio 2022 la compagnia aveva dichiarato un organico di 73.541 persone. Ad agosto la stessa aveva sottolineato che l’organico era aumentato del 36% nell’ultimo anno “per soddisfare la maggiore domanda di servizi da parte dei nostri clienti”.
Anche Intel potrebbe tagliare più di 22.000 dei suoi 113.700 dipendenti (circa il 20%). Ad agosto Snap aveva annunciato un taglio del 20% del personale (dopo aver aumentato il numero dei dipendenti del 65% dalla fine del 2020): via 1.300 persone. Oracle sta licenziando 201 dipendenti. E non sempre le aziende licenziano perché gli affari vanno male. RingCentral non sta attualmente vivendo una situazione finanziaria disastrosa. In effetti, i risultati dei ricavi del terzo trimestre 2022 hanno superato le aspettative, con un aumento di 94 milioni di dollari rispetto all’anno precedente.
I siti che si occupano di aziende tecnologiche forniscono una lunga lista di tagli dolorosi e licenziamenti.
Indubbiamente durante la pandemia si era diffusa l’idea di una trasformazione rapida e consolidata delle abitudini e dei consumi di milioni di persone.
Ma anche in questo caso le imprese capitaliste del settore tecnologico hanno misurato il mondo sui parametri dell’Occidente, scoprendo però che il mondo è più ampio e assai più diversificato dal modello consolidato delle società occidentali. E se queste sono state un modello di riferimento per alcuni decenni, ora sembra avviata una controtendenza che riscopre e sottolinea queste differenze. Non solo.
Anche la digitalizzazione, che è stata insieme alla finanza la forza trainante della globalizzazione, adesso potrebbe interrompersi e diversificarsi in più punti. L’uso politico dei social e delle reti con l’applicazione di sanzioni, divieti, esclusioni di soggetti statali o politici invisi a Washington, ha accelerato la costruzione di reti locali o regionali per le comunicazioni, la messaggistica, l’intrattenimento.
Le misure prese sul mondo dai colossi tecnologici si sono così rivelate sbagliate ed eccessive, costringendoli a ridurre le proprie aspettative facendone ovviamente pagare il conto a lavoratrici e lavoratori, sia quelli altamente qualificati, sia quelli a bassa qualificazione addetti alla logistica.
Perché in sostanza, come ha chiarito bene Marx, le imprese capitalistiche il valore lo estraggono dal lavoro umano ed è solo su questo che riescono a pensare il recupero o l’aumento dei profitti.
Fonte
24/09/2022
Se il 99% viene istruito a non pensare
Il 15 settembre Google ha festeggiato le nozze d’argento. Una storia di grande successo, dovuto in parte anche a YouTube. Dopo il 2016 YouTube è diventato molto più centrale nel business di Google (Mark Bergen – theverge.com).
Ciò che distingue YouTube dagli altri social, dice Bergen, è la sua economia basata su una platea sterminata di “creativi”. Anche Facebook è legata ai creativi. Ma la differenza con Facebook è che i creativi di YouTube dipendono economicamente dalla piattaforma.
Nel 2009 il CFO di Google disse che YouTube era la peggiore attività del pianeta, e che dovevano svenderlo. Tredici anni dopo, dice Bergen, è diventato fondamentale per Google, ogni investitore parla di YouTube come asset centrale per Alphabet. Nel 2021 ha fatturato 28,84 miliardi di dollari (quasi un terzo dell’intera Alphabet – $ 102,80).
Secondo i dati emersi da una ricerca del Pew Research Center, condotta su un pubblico Usa e uscita ad Agosto, il 95% degli adolescenti usa YouTube (contro il 32% di Facebook. Quote inferiori registrano Twitter, Twitch, WhatsApp, Reddit e Tumblr). Il 19% usa YouTube costantemente (contro il 2% di Facebook). Gli adolescenti neri (45%) e ispanici (47%) dicono di stare su TikTok, YouTube e Instagram quasi costantemente rispetto agli adolescenti bianchi (pewresearch.org).
Tuberfilter.com compila una lista settimanale dei canali YouTube più visti. Non sono i teen-agers il pubblico più numeroso. I canali più visti sono rivolti ai ragazzini, ai bambini, ai poppanti. In cima alla lista dei canali più visti nella settimana scorsa c’è Cocomelon–Filastrocche, con 591.728.422 visualizzazioni settimanali e 138.391.645.564 visualizzazioni totali. Al secondo posto c’è LeoNata Family (435.991.214 settimanali; All-Time Views: 14.906.165.899; All-Time Subs: 10.500.000).
I dati non cambiano se si guardano le classifiche mondiali. I bambini sono i primi spettatori di YouTube.
Ma cosa guardano i bambini su YouTube? C’è davvero un «Problema dei bambini» (kids issue), come dice Mark Bergen?
Si tratta dello scandalo Elsa-gate, dice Bergen. Alla fine del 2017, dice, sono successe molte cose. Video con adulti che si travestivano da supereroi. Alcuni di questi video erano innocui, ironici, etc. Altri rimandavano al sesso, erano perturbanti, scherzosi, tesi intenzionalmente a superare i limiti (Some of it was very sexual, disturbing, pranking, and intentionally pushing the limits).
Nel 2017, James Bridle, un attivista inglese, scrisse un saggio (medium.com) in cui parlava di Youtube e della sua “produzione da incubo industrializzata“, di studi di animazione che sfornavano contenuti YouTube per bambini. Alcuni non erano stati progettati dagli umani. Erano i robot che realizzavano video. Ma ciò, dice, non dovrebbe nascondere che ci sono bambini veri, collegati a smartphone e tablet, che li guardano più e più volte, digitando nel browser o, semplicemente, schiacciano la barra laterale per visualizzare un altro video.
I bambini piccoli, dice Bridle, sono ipnotizzati da questi video, che si tratti di personaggi e canzoni familiari, o semplicemente di colori vivaci e suoni rilassanti. Il canale Toy Freaks, per esempio, è specializzato in situazioni grossolane, così come in attività che molti spettatori sentono al limite dell’abuso e dello sfruttamento, compresi i video di bambini che vomitano e soffrono.
Un passo oltre ci sono i knock-off. In un video ufficiale Peppa va dal dentista, viene opportunamente rassicurata da un dottore gentile. Nella versione taroccata Peppa viene torturata, prima di trasformarsi in Iron Man ed eseguire la danza Learn Colors. I video inquietanti di Peppa Pig, dice Bridle, video che tendono alla violenza e alla paura estreme, con Peppa che mangia suo padre o beve candeggina, sono, a quanto pare, molto diffusi. Costituiscono un’intera sottocultura di YouTube. Molti, continua Bridle, sono ovvie parodie, o addirittura satire, nello stile piuttosto comune del tipo oltraggioso e deliberatamente offensivo di Internet.
In Italia le cose non vanno meglio. Spopolano «Me contro Te»: 6,33 Mln di iscritti e 6.327 video pubblicati e 1080 canali. «RICCHI vs POVERI (Primo giorno di SCUOLA!!)» pubblicato il 16 set 2022, dopo due giorni ha totalizzato 306.361 visualizzazioni. «SOFÌ CADE E SI FA MALE AL PIEDE MENTRE GIOCA IN PISCINA COL SUP!!», 26 ago 2022, 626.281 visualizzazioni. Sono video che riproducono i cliché più beceri.
#ninnaematti (Ninna e Matti) ha 1.332 video e 49 canali. «NINNA È SCOMPARSA AL SUPERMERCATO MENTRE FACEVAMO LA SPESA!», 667.603 visualizzazioni, pubblicato il 2 set 2022, è girato al supermercato Esselunga. Ed è una lunga pubblicità di prodotti a marchio Esselunga, Buondì, Big Babol, Nestle, etc (oltre, ovviamente, alla pubblicità ufficiale inserita da YouTube).
Anche #Carmagheddon – 550.000 iscritti – inserisce direttamente nel video spezzoni di spot commerciali. In «10 MODI PER BUCARE UNA RUOTA.», 246.763 visualizzazioni, 26 lug 2022, viene spiegato come bucare una ruota con bottiglie rotte, chiodi e altri oggetti pericolosi. È tutto un gioco, è tutto uno scherzo, ironia e satira. Poi appare per davvero un venditore di CarVertical che fa pubblicità al suo business.
C’è questo #zerbi, 371 video e 23 canali. Tra parentesi, non ho scelto questi video, ho viaggiato col browser in modalità incognito, mi sono stati proposti dall’algoritmo di Youtube. Con «Spio mia Sorella alle 3.00 di Notte e…», #zerbi ha totalizzato 431.254 visualizzazioni. Il video «CHI DIMAGRISCE di PIÚ in 24 ORE VINCE 500€!», 361.456 visualizzazioni, è zeppo di sponsor (Gucci, Robe di K, Adidas, etc). In «Chi Guadagna più Soldi in 24 Ore Vince!», 304.278 visualizzazioni, per vincere si può rubare, mendicare, etc., tutte cose che i bambini dovono sapere di poter fare per fare soldi. Quando un nero dice «io non sono capace», interviene il papà di Zerbi che dice «Col cacchio!» (col cacchio (traduco) che un nero non sa rubare!).
In «Chi Si Fa Piú MALE Vince 1000€!», 218.273 visualizzazioni, ci si diverte torturandosi con la ceretta. Il padre arriva a mettersi del ghiaccio sui genitali. Ci si versa caffè bollente sulle braccia, etc. Non importa se a guardare sono bambini di 4-5-6 anni. Bisogna massimizzare le visualizzazioni, per guadagnare bisogna far cliccare.
In «La Ruota delle Torture!» (di Cap e Kazu), 170.682 visualizzazioni, si spruzzano spray in viso dagli effetti fastidiosi anche a livello respiratorio, si mangiano panini schifosi, etc.
In «Provo a Camminare sull’ACQUA», #CapeKazu, 1.529.164 visualizzazioni, si scherza, e scherzando ci si spruzza spray idrorepellente sotto i piedi per camminare sull’acqua di una piscina, si cerca di camminare su lastre di plexiglas trasparente. Non si tiene conto che a guardare sono bambini piccolissimi, che possono replicare queste stronzate. Non c’è nessuno a controllare. Nemmeno i genitori, che presi con le faccende della vita usano YouTube come Baby sitter low-cost. Lo uso anch’io, non voglio giudicare o mettere in croce i genitori.
I nostri figli sono esposti a video come «Distruggo la Macchina del mio amico e…» 3.016.026 visualizzazioni, dove si impara a spaccare specchietti, vetri etc; video come «Ho speso 500€ alla SALA GIOCHI, guardate cosa ho vinto…», 1.779.843 visualizzazioni; #PirlasV, 1,26 Mln di iscritti, il suo video «È POSSIBILE DISTRUGGERE un AUTO a PALLONATE??» totalizza 675.999 visualizzazioni.
Il sistema non è truccato, è marcio. Ci siamo emancipati della televisione per sprofondare nell’incubo dei telefoni, del clickbait, dei bot, delle views, della pubblicità pre-roll e mid-video, etc.
Noi (che guardiamo youtube) siamo il 99%. Siamo bambini di genitori poveri, di genitori che fanno gli straordinari, che arrivano a casa stanchi e devono ancora lavare i piatti del giorno prima. Siamo bambini che entrano a scuola alle 7:30 ed escono alle 18:00. Niente compiti a casa, niente chiacchiere con mamma e papà. Siamo bambini che escono dal portone della scuola e entrano nella porta della palestra, catturati da improvvisati istruttori sportivi, istruttori demotivati, depressi, pagati un tanto all’ora, anche a cottimo. Siamo il 99%, incollati al telefonino.
Fonte
Ciò che distingue YouTube dagli altri social, dice Bergen, è la sua economia basata su una platea sterminata di “creativi”. Anche Facebook è legata ai creativi. Ma la differenza con Facebook è che i creativi di YouTube dipendono economicamente dalla piattaforma.
Nel 2009 il CFO di Google disse che YouTube era la peggiore attività del pianeta, e che dovevano svenderlo. Tredici anni dopo, dice Bergen, è diventato fondamentale per Google, ogni investitore parla di YouTube come asset centrale per Alphabet. Nel 2021 ha fatturato 28,84 miliardi di dollari (quasi un terzo dell’intera Alphabet – $ 102,80).
Secondo i dati emersi da una ricerca del Pew Research Center, condotta su un pubblico Usa e uscita ad Agosto, il 95% degli adolescenti usa YouTube (contro il 32% di Facebook. Quote inferiori registrano Twitter, Twitch, WhatsApp, Reddit e Tumblr). Il 19% usa YouTube costantemente (contro il 2% di Facebook). Gli adolescenti neri (45%) e ispanici (47%) dicono di stare su TikTok, YouTube e Instagram quasi costantemente rispetto agli adolescenti bianchi (pewresearch.org).
Tuberfilter.com compila una lista settimanale dei canali YouTube più visti. Non sono i teen-agers il pubblico più numeroso. I canali più visti sono rivolti ai ragazzini, ai bambini, ai poppanti. In cima alla lista dei canali più visti nella settimana scorsa c’è Cocomelon–Filastrocche, con 591.728.422 visualizzazioni settimanali e 138.391.645.564 visualizzazioni totali. Al secondo posto c’è LeoNata Family (435.991.214 settimanali; All-Time Views: 14.906.165.899; All-Time Subs: 10.500.000).
I dati non cambiano se si guardano le classifiche mondiali. I bambini sono i primi spettatori di YouTube.
Ma cosa guardano i bambini su YouTube? C’è davvero un «Problema dei bambini» (kids issue), come dice Mark Bergen?
Si tratta dello scandalo Elsa-gate, dice Bergen. Alla fine del 2017, dice, sono successe molte cose. Video con adulti che si travestivano da supereroi. Alcuni di questi video erano innocui, ironici, etc. Altri rimandavano al sesso, erano perturbanti, scherzosi, tesi intenzionalmente a superare i limiti (Some of it was very sexual, disturbing, pranking, and intentionally pushing the limits).
Nel 2017, James Bridle, un attivista inglese, scrisse un saggio (medium.com) in cui parlava di Youtube e della sua “produzione da incubo industrializzata“, di studi di animazione che sfornavano contenuti YouTube per bambini. Alcuni non erano stati progettati dagli umani. Erano i robot che realizzavano video. Ma ciò, dice, non dovrebbe nascondere che ci sono bambini veri, collegati a smartphone e tablet, che li guardano più e più volte, digitando nel browser o, semplicemente, schiacciano la barra laterale per visualizzare un altro video.
I bambini piccoli, dice Bridle, sono ipnotizzati da questi video, che si tratti di personaggi e canzoni familiari, o semplicemente di colori vivaci e suoni rilassanti. Il canale Toy Freaks, per esempio, è specializzato in situazioni grossolane, così come in attività che molti spettatori sentono al limite dell’abuso e dello sfruttamento, compresi i video di bambini che vomitano e soffrono.
Un passo oltre ci sono i knock-off. In un video ufficiale Peppa va dal dentista, viene opportunamente rassicurata da un dottore gentile. Nella versione taroccata Peppa viene torturata, prima di trasformarsi in Iron Man ed eseguire la danza Learn Colors. I video inquietanti di Peppa Pig, dice Bridle, video che tendono alla violenza e alla paura estreme, con Peppa che mangia suo padre o beve candeggina, sono, a quanto pare, molto diffusi. Costituiscono un’intera sottocultura di YouTube. Molti, continua Bridle, sono ovvie parodie, o addirittura satire, nello stile piuttosto comune del tipo oltraggioso e deliberatamente offensivo di Internet.
In Italia le cose non vanno meglio. Spopolano «Me contro Te»: 6,33 Mln di iscritti e 6.327 video pubblicati e 1080 canali. «RICCHI vs POVERI (Primo giorno di SCUOLA!!)» pubblicato il 16 set 2022, dopo due giorni ha totalizzato 306.361 visualizzazioni. «SOFÌ CADE E SI FA MALE AL PIEDE MENTRE GIOCA IN PISCINA COL SUP!!», 26 ago 2022, 626.281 visualizzazioni. Sono video che riproducono i cliché più beceri.
#ninnaematti (Ninna e Matti) ha 1.332 video e 49 canali. «NINNA È SCOMPARSA AL SUPERMERCATO MENTRE FACEVAMO LA SPESA!», 667.603 visualizzazioni, pubblicato il 2 set 2022, è girato al supermercato Esselunga. Ed è una lunga pubblicità di prodotti a marchio Esselunga, Buondì, Big Babol, Nestle, etc (oltre, ovviamente, alla pubblicità ufficiale inserita da YouTube).
Anche #Carmagheddon – 550.000 iscritti – inserisce direttamente nel video spezzoni di spot commerciali. In «10 MODI PER BUCARE UNA RUOTA.», 246.763 visualizzazioni, 26 lug 2022, viene spiegato come bucare una ruota con bottiglie rotte, chiodi e altri oggetti pericolosi. È tutto un gioco, è tutto uno scherzo, ironia e satira. Poi appare per davvero un venditore di CarVertical che fa pubblicità al suo business.
C’è questo #zerbi, 371 video e 23 canali. Tra parentesi, non ho scelto questi video, ho viaggiato col browser in modalità incognito, mi sono stati proposti dall’algoritmo di Youtube. Con «Spio mia Sorella alle 3.00 di Notte e…», #zerbi ha totalizzato 431.254 visualizzazioni. Il video «CHI DIMAGRISCE di PIÚ in 24 ORE VINCE 500€!», 361.456 visualizzazioni, è zeppo di sponsor (Gucci, Robe di K, Adidas, etc). In «Chi Guadagna più Soldi in 24 Ore Vince!», 304.278 visualizzazioni, per vincere si può rubare, mendicare, etc., tutte cose che i bambini dovono sapere di poter fare per fare soldi. Quando un nero dice «io non sono capace», interviene il papà di Zerbi che dice «Col cacchio!» (col cacchio (traduco) che un nero non sa rubare!).
In «Chi Si Fa Piú MALE Vince 1000€!», 218.273 visualizzazioni, ci si diverte torturandosi con la ceretta. Il padre arriva a mettersi del ghiaccio sui genitali. Ci si versa caffè bollente sulle braccia, etc. Non importa se a guardare sono bambini di 4-5-6 anni. Bisogna massimizzare le visualizzazioni, per guadagnare bisogna far cliccare.
In «La Ruota delle Torture!» (di Cap e Kazu), 170.682 visualizzazioni, si spruzzano spray in viso dagli effetti fastidiosi anche a livello respiratorio, si mangiano panini schifosi, etc.
In «Provo a Camminare sull’ACQUA», #CapeKazu, 1.529.164 visualizzazioni, si scherza, e scherzando ci si spruzza spray idrorepellente sotto i piedi per camminare sull’acqua di una piscina, si cerca di camminare su lastre di plexiglas trasparente. Non si tiene conto che a guardare sono bambini piccolissimi, che possono replicare queste stronzate. Non c’è nessuno a controllare. Nemmeno i genitori, che presi con le faccende della vita usano YouTube come Baby sitter low-cost. Lo uso anch’io, non voglio giudicare o mettere in croce i genitori.
I nostri figli sono esposti a video come «Distruggo la Macchina del mio amico e…» 3.016.026 visualizzazioni, dove si impara a spaccare specchietti, vetri etc; video come «Ho speso 500€ alla SALA GIOCHI, guardate cosa ho vinto…», 1.779.843 visualizzazioni; #PirlasV, 1,26 Mln di iscritti, il suo video «È POSSIBILE DISTRUGGERE un AUTO a PALLONATE??» totalizza 675.999 visualizzazioni.
Il sistema non è truccato, è marcio. Ci siamo emancipati della televisione per sprofondare nell’incubo dei telefoni, del clickbait, dei bot, delle views, della pubblicità pre-roll e mid-video, etc.
Noi (che guardiamo youtube) siamo il 99%. Siamo bambini di genitori poveri, di genitori che fanno gli straordinari, che arrivano a casa stanchi e devono ancora lavare i piatti del giorno prima. Siamo bambini che entrano a scuola alle 7:30 ed escono alle 18:00. Niente compiti a casa, niente chiacchiere con mamma e papà. Siamo bambini che escono dal portone della scuola e entrano nella porta della palestra, catturati da improvvisati istruttori sportivi, istruttori demotivati, depressi, pagati un tanto all’ora, anche a cottimo. Siamo il 99%, incollati al telefonino.
Fonte
28/11/2019
L’Italia è una “pacchia” per le multinazionali. Fanno miliardi, pagano spiccioli
Le filiali italiane delle grandi corporation del Web hanno versato al fisco italiano “solo” 64 milioni di euro nel 2018. Appena 5 in più rispetto ai 59 milioni versati nel 2017, e a seguito di accordi con le autorità fiscali italiane, hanno dovuto pagare sanzioni per un totale di 39 milioni (erano stati 73 mln nel 2017).
Lo rivela il rapporto dell’Area Studi Mediobanca sui giganti del Websoft (Software & Web companies). Occorre dire che il giro d’affari delle loro filiali in Italia ha un peso assai relativo rispetto al totale mondiale del settore: nel 2018 il fatturato dei giganti del web in Italia ha superato i 2,4 miliardi, occupando però solo oltre 9.840 unità ossia lo 0,5% dei dipendenti a livello internazionale. Ma il 2018 è stato un anno molto “generoso” per le imposte delle multinazionali.
A livello mondiale, quasi la metà dell’utile ante imposte delle WebSoft viene tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con un conseguente risparmio fiscale di oltre 49 miliardi nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018.
Microsoft, Alphabet e Facebook hanno risparmiato rispettivamente 16,5, 11,6 e 6,3 miliardi di imposte nel periodo 2014-2018. La tassazione in paesi a fiscalità agevolata combinata alla riforma fiscale Usa, e ai crediti d’imposta sulle spese in ricerca, ha fatto sì che nel 2018 il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft risultasse pari al 14,1%, ben al di sotto di quello ufficiale del 22,5%.
In particolare, nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi.
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Lo rivela il rapporto dell’Area Studi Mediobanca sui giganti del Websoft (Software & Web companies). Occorre dire che il giro d’affari delle loro filiali in Italia ha un peso assai relativo rispetto al totale mondiale del settore: nel 2018 il fatturato dei giganti del web in Italia ha superato i 2,4 miliardi, occupando però solo oltre 9.840 unità ossia lo 0,5% dei dipendenti a livello internazionale. Ma il 2018 è stato un anno molto “generoso” per le imposte delle multinazionali.
A livello mondiale, quasi la metà dell’utile ante imposte delle WebSoft viene tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con un conseguente risparmio fiscale di oltre 49 miliardi nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018.
Microsoft, Alphabet e Facebook hanno risparmiato rispettivamente 16,5, 11,6 e 6,3 miliardi di imposte nel periodo 2014-2018. La tassazione in paesi a fiscalità agevolata combinata alla riforma fiscale Usa, e ai crediti d’imposta sulle spese in ricerca, ha fatto sì che nel 2018 il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft risultasse pari al 14,1%, ben al di sotto di quello ufficiale del 22,5%.
In particolare, nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi.
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