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18/01/2024

L’intelligenza artificiale secondo il potere può essere inumana

La direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, aveva avvertito pochi giorni fa, al Forum di Davos, che l’intelligenza artificiale avrebbe “interessato” almeno il 40% dei posti di lavoro al mondo, che diventano il 60% nei paesi avanzati. Ossia quelli dove il “terziario” è dominante rispetto ad agricoltura e industria.

Ma non stava parlando di un futuro più o meno lontano. Questa strage di occupati sta avvenendo già da tempo. Ci siamo tutti completamente dentro.

Per capirne anche alla lontana la portata conviene forse concentrarsi su un singolo caso, un’azienda universalmente nota, in modo da non disperdere l’attenzione su dati troppo generici.

Google ha confermato in questi giorni il licenziamento di diverse centinaia di persone dal suo “team di vendita di annunci globali” (coloro che piazzano la pubblicità, di cui la stessa Google vive), dopo che molte attività amministrative e creative sono state automatizzate con l’intelligenza artificiale.

Già qui vediamo che ad essere svolte agli algoritmi sono non soltanto le funzioni ripetitive, ma anche la fascia bassa di quelle considerate “creative”. È evidente che non si tratta di attività che “creano” davvero contenuti prima non esistenti, ma – diciamo così – della “fascia bassa” delle possibili risposte a una domanda che richiede qualche competenza nel collegare le risposte giuste.

Possiamo fare un esempio semplice, per quanto ormai “vecchio”: qualcuno ci chiede di disegnargli un sito web, ma il 95% dello sforzo “creativo” consiste nell’utilizzare template e funzionalità già esistenti, all’interno di un “disegno” che appaia abbastanza nuovo. Programmare nuovi template diventa una necessità occasionale, e serve meno gente per inventarne...

“Ogni anno, seguiamo un processo rigoroso per strutturare il nostro team in modo da fornire il miglior servizio ai nostri clienti Ads. Come parte di questo, alcune centinaia di posti di lavoro sono stati tagliati a livello globale”, ha detto un portavoce del gigante di Internet.

“I dipendenti interessati potranno candidarsi per posizioni aperte all’interno del team o altrove in Google”, ha poi affermato. Google prevede infatti anche di creare nuovi ruoli e fare assunzioni quest’anno. Ma non saranno delle stesse dimensioni rispetto ai licenziamenti.

La scorsa settimana, il comparto Cloud dell’azienda ha annunciato nuove soluzioni di intelligenza artificiale e intelligenza artificiale generativa “per aiutare i rivenditori a personalizzare lo shopping online, modernizzare le operazioni e trasformare l’implementazione di nuove tecnologie in-store”.

I nuovi strumenti consentono ai rivenditori di creare “agenti virtuali” in grado di interagire con i consumatori su siti web e app mobile, in modo molto più fluido e sofisticato rispetto ai chatbot senza AI generativa.

Google aveva già licenziato circa 12.000 persone nel gennaio 2023 (il 6% della sua forza lavoro) a fronte dell’inflazione e dell’aumento dei tassi di interesse. Da allora il gigante di Internet ha dovuto investire pesantemente nell’IA generativa.

Stiamo parlando di una multinazionale compresa tra le “Cinque Grandi” delle nuove tecnologie, che nella sua struttura organizzativa comprende funzioni di altissimo livello ingegneristico fino a quelle relativamente più semplici, ma pur sempre di una certa complessità.

Se trasferiamo il processo di “ristrutturazione produttiva” con strumenti analoghi su tutta una serie di attività impiegatizie che si limitano ad applicare procedure e non a prendere decisioni, si capisce facilmente quante di queste saranno certamente spazzate via per sempre nei prossimi anni.

Ma le centinaia di milioni di nuovi disoccupati sono, oltretutto, soltanto uno dei molti aspetti di questa ristrutturazione già in corso. Automatizzare determinate “reazioni burocratiche” ha sicuramente effetti anche sulla qualità e precisione di molte “decisioni” che in realtà sono semplicemente l’applicazione di alcune regole.

Il che non toglie affatto – anzi, garantisce! – che si possano prendere decisioni sbagliate con conseguenze pesantissime per una platea potenzialmente infinita di esseri umani.

Nelle scorse settimane è passata decisamente inosservata, in Italia, l’allucinante vicenda di oltre 700 impiegati delle Poste britanniche ingiustamente accusati di aver rubato denaro sul posto di lavoro. In questo caso l’errore era del software adottato per le verifiche contabili.

Diciamo perciò che l’intelligenza artificale “ancora non c’entra”, ma siamo appena agli albori dell’“automatizzazione” di decisioni operative prese dalla macchina. E che distruggono la vita di centinaia di persone perfettamente innocenti.

Le ingiuste accuse attraversano il periodo dal 1999 al 2015. Alcuni processi conseguenti alle “accuse automatizzate” sono però ancora in corso; altri si sono conclusi con condanne al carcere. Centinaia di persone, anche non processate, sono state costrette ad indebitarsi per coprire gli ammanchi fasulli segnalati dal sistema.

Almeno quattro di questi impiegati si sono nel frattempo suicidati. Molte famiglie si sono dissolte, tra divorzi e mancanza di uno stipendio.

È certamente “il più esteso errore giudiziario nella storia del Regno Unito” (definizione del Guardian), ma è diventato di allarme sociale solo dopo che una miniserie andata in onda a Capodanno, Mr Bates vs the Post Office, l’ha portata all’attenzione del grande pubblico (cosa che non era riuscita alle manifestazioni di protesta degli impiegati delle Poste).

I governi britannici infatti si erano ben guardati dal bloccare licenziamenti e processi, nonostante i “difetti” del software Horizon, sviluppato dall’azienda giapponese Fujitsu, fossero noti almeno a far data dal 2010.

Un disastro sociale che dice molto sull’incrocio perverso tra automazione e un potere infame, che per anni ha cercato di tenere sotto traccia quel che stava accadendo, nonostante che diversi processi si fossero conclusi con l’assoluzione e il reintegro dei dipendenti (gli accusati erano intanto arrivati a 3.500...).

Ma, ripetiamo, qui eravamo ancora alla preistoria dell’informatica, ben prima dell’IA...

Ed è inutile, oltre che sbagliato, alimentare sentimenti “luddisti” contro il progresso tecnologico. Come ci ha spiegato ottimamente Marx, il problema sta nel modo in cui produciamo – il capitalismo, il cui unico scopo è il profitto privato – non nello sviluppo. Ogni nuova tecnologia permette infatti di fare le stesse cose, o anche nuove, con meno fatica e sudore (anche “mentale”). Sarebbe insomma una benedizione, in altre mani...

Ma se a comandare il processo sono gli “imprenditori” (e quelli multinazionali sono certamente i più aggressivi e feroci) allora ogni avanzamento si traduce in riduzione dei posti di lavoro per unità di prodotto invece che in riduzione del tempo di lavoro necessario (sia come durata della giornata lavorativa che come durata dell’intera vita lavorativa).

Con il non paradossale risultato di avere, già ora, una società in cui sempre meno gente lavora ma per più tempo (sia come ore al giorno che come anni), mentre sempre meno “padroni” incamerano tutti gli incrementi di produttività e dunque di profitto.

Odiate il capitalismo, non la tecnologia...

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