Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2026

L’amaro che tonifica

Se la condizione di lavoro salariato esprime sofferenze e dipendenza materiale e alienazione – da qui, molto probabilmente, il collegamento metaforico con il lavoro inteso come il “pane amaro” o il “pane duro” – la situazione si complica, allorquando il rapporto di subordinazione diventa precario oppure sparisce, nel senso che si diventa disoccupati.

Il far parte della classe operaia, sino a quando non hanno iniziato a “sputare sul lavoro”, riempiva di orgoglio e la sofferenza della fatica era alleviata dal bisogno intrinseco di fare le cose per bene, ossia di svolgere il lavoro a regola d’arte.

Certo, durante il ciclo delle lotte degli anni Sessanta e Settanta, il rifiuto del lavoro e i sabotaggi della produzione rientravano negli antagonismi di classe, ma, in generale, la qualità dei prodotti era un obiettivo ricercato con tutti i mezzi, non sottostava alla variabile quantitativa.

Nelle ultime due decadi, invece, come spiegano i lavoratori di Modena, le piccole e medie imprese metalmeccaniche hanno iniziato a disprezzare quei lavoratori che cercavano di ottenere, con l’aiuto delle macchine, dei prodotti di qualità, dei prodotti che rispettavano determinati parametri di precisione.

I lavoratori, nella maggior parte dei casi, ancora ai nostri giorni continuano ad essere parzialmente consapevoli di una delle contraddizioni fondamentali del processo produttivo capitalistico, infatti non si rendono conto che il loro “lavoro vivo” – quando si chiude il cerchio tra produzione e consumo, cioè quando incontra o si scontra con il lavoro oggettivato o “lavoro morto”, dei mezzi di produzione, vale a dire il capitale fisso – è il fermento o la forza creatrice di nuovo valore. Eppure, la tendenza del capitale è quella di ridurlo ai minimi termini.

La prima nota amara, come ci ricorda Marx, consiste nel riconoscimento da parte dell’operaio che nel momento in cui aliena la propria forza lavoro al capitalista vede che una parte dei frutti del proprio lavoro si trasforma in capitale. 

Ma il retrogusto dell’amaro diventa più acuto, quando si esperisce la perdita della relazione di lavoro salariato, poiché il subordinato vede il nulla assoluto, quando percepisce che nell’immediato non c’è un’occupazione alternativa.

I lavoratori che vengono resi ridondanti dall’aumento della capacità produttiva, cercano di aggrapparsi alla relazione di lavoro salariato in tutti i modi possibili e immaginabili, poiché le sofferenze derivanti da questo rapporto sono più sopportabili rispetto alla condizione di essere escluso dal mondo lavorativo.

Il tempo reso disponibile, come dice Giovanni Mazzetti, non si presenta immediatamente come tempo libero per i singoli individui, poiché esso è un prodotto del capitale, il quale riconosce la forza lavoro solo come merce. Quando il capitale non riesce a convertire il tempo reso disponibile in nuovo lavoro salariato, una parte della forza lavoro viene espulsa dal processo produttivo e si presenta in forma contraddittoria come disoccupazione.

Tale fenomeno contraddittorio, in situazioni di indigenza e in assenza di protezioni sociali, assume una connotazione violenta, sollecitando la classe operaia a rispondere sulla stessa lunghezza d’onda.

Nei primi anni '20 del XIX secolo, in Inghilterra, durante la fase espansiva del capitalismo industriale, la reazione dei lavoratori, che non erano ancora in grado di mettere in campo forme di lotte organizzate, sfociò nel luddismo, cioè nella distruzione delle macchine.

Il termine luddismo deriva dal nome dell’operaio tessile inglese Ned Ludd, che per primo distrusse una macchina per la produzione dei tessuti. Il telaio meccanico aumentò la capacità produttiva e ridusse il lavoro socialmente necessario degli operai, trasformando il loro processo lavorativo: gran parte delle loro energie erano indirizzate a mediare l’attività della macchina.

In un lungo processo storico dialettico, la classe operaia viene spogliata dai suoi strumenti di lavoro, i quali vengono incorporati nelle macchine, un sistema di macchine che si alimenta con la forza motrice e come un automa detta i ritmi della produzione agli operai.

Un congegno meccanico, come ha sagacemente evidenziato Marx, a suo tempo, nel “Frammento sulle macchine”, che assorbe le abilità e la forza degli operai e si pone di fronte a loro come una potenza estranea.

Da questo punto di vista, “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così – rispetto al lavoro – assorbita nel capitale, e appare quindi come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio”. (1)

Ora, il cuore delle innovazioni tecnologiche è stato quello di sostituire la forza lavoro con impianti, attrezzature e macchine, dando luogo a quel fenomeno noto come disoccupazione “involontaria”, una contraddizione del modo di produzione capitalistico, riconosciuta, durante la Depressione economica e degli anni Trenta, da un capitalista pragmatico come il senatore G. Agnelli e rinnegata dal senatore L. Einaudi.

A distanza di un secolo dalla crisi di sovrapproduzione del 1929, nonostante i tentativi di nascondere il problema, da parte delle forze dominanti, il lavoro [come occasione di impiego, ndr] si presenta come una “merce rara”, altrimenti non si spiegherebbe il sostegno e le simpatie di ampi strati della classe lavoratrice, dei paesi OCSE, alle formazioni politiche di estrema destra, che additano i migranti come capro espiatorio e che fanno una fatica enorme ad ammettere che la manodopera “semi-schiavizzata” fa comodo ai capitalisti criminali o straccioni.

In questo quadro, se da un lato, i lavoratori non riescono a metabolizzare “l’amaro boccone” di riprodurre il lavoro salariato su scala allargata o meglio di riprodurlo in quantità superiore a quello che viene distrutto, per effetto delle innovazioni tecnologiche, dall’altro lato, invece, ci sono imprenditori, intellettuali ed accademici, che continuano a perseguire ad oltranza l’ideologia borghese che sostiene la tesi contraria. Vale a dire che i posti di lavoro che spariscono, per via delle nuove applicazioni tecnologiche, sono inferiori alle nuove occasioni di lavoro che ne scaturiranno.

I recenti sviluppi dell’IA e della robotica hanno avviato un dibattito che ha messo in evidenza non solo le opportunità derivanti dalla diffusione e applicazione di queste tecnologie nei sistemi produttivi, ma anche dei rischi e pericoli individuati dai ricercatori, dagli ingegneri, dagli inventori e finanziatori dei progetti

Se Elon Musk e Bill Gates, alcuni dei i finanziatori miliardari delle implementazioni dell’IA, alludono a generici pericoli che le macchine super intelligenti possano prendere il sopravvento sugli umani, Geoffrey Hinton – considerato il padre del deep learning e Nobel per la Fisica per i suoi studi sulle reti neurali – lancia un allarme concreto: l’IA creerà disoccupazione di massa e farà schizzare in alto i profitti delle gigantesche imprese tecnologiche; rispetto alla precedente automazione, che ha colpito il lavoro manuale, l’IA spazzerà via tanti lavori intellettuali e negli uffici. (2)

Nella sua lucida critica non fa ricadere le responsabilità dell’immiserimento della società sull’IA, ma sul sistema capitalistico.

Questa visione collima con quella di S. Hawking, il quale qualche anno prima di morire, nel partecipare a un convegno sulla robotica, ha affermato: “Dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot”.

Egli riconosce, individua e descrive uno dei “buchi neri” più inquietanti del capitalismo: se la ricchezza prodotta dalle macchine non verrà condivisa, la maggior parte delle persone (proletariato e soprattutto sottoproletariato, che si sta ingrossando sempre di più) saranno attratte nel processo di immiserimento che è già possibile delineare ai nostri giorni.

E sottolinea, tra l’altro, che i proprietari delle macchine robotiche formano una borghesia elitaria che si appropria della ricchezza prodotta senza creare, nel contempo, posti o occasioni di lavoro per i lavoratori in carne e ossa.

Hinton, nel solco di una corrente di pensiero economico molto diffusa, affida le sorti del movimento contraddittorio – cioè della disoccupazione involontaria – al Reddito di base, ma non intravvede la possibilità di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario.

Il diventare consapevoli, da parte dei lavoratori dipendenti, della possibilità di lavorare di meno e dividere il lavoro socialmente necessario, trasformerebbe “l’amara perdita” di quel lavoro superfluo, che non produce valore d’uso per gli altri, in un rinvigorimento dell’intera classe lavoratrice.

Il tacito riconoscimento che gran parte della ricchezza sociale “viene prodotta dalle macchine anziché dagli uomini” è però solo il primo passo; ad esso segue il doppio nodo della proprietà privata di tipo capitalistico.

Il non fare i conti con questi aspetti salienti della realtà economico sociale, incardinati nel processo storico delle dinamiche tra capitale e lavoro salariato, ha fatto precipitare, a mio avviso, le forze di sinistra – che tradizionalmente hanno supportato i lavoratori, in quanto ne costituivano la base vitale – in quella profonda crisi, ben descritta da Francesco Maselli, nel suo film Le ombre rosse, del 2009.

Il titolo riecheggia quello di John Ford del 1948 e rappresenta una tagliente metafora che mette in evidenza la sconfitta della sinistra, con i sopravvissuti confinati negli angusti limiti di una “riserva indiana”.

Il film di Maselli ruota attorno allo scontro di ciò che rimane delle diverse anime della sinistra e in particolare il conflitto tra riformisti e rivoluzionari: i primi si perdono in combriccole convegnistiche, senza nessun risvolto pratico, mentre i secondi, forgiati dall’ala movimentista, sono alle prese con la gestione di un Centro sociale della periferia romana, con un nome dal sapore beffardo ovvero “cambiare il mondo”.

Entrambi i gruppi sono condannati all’irrilevanza, in quanto i protagonisti sembrano incapaci di trovare un linguaggio comune.

Il dibattito produce una babele di posizioni solipsistiche, quindi diventa molto difficile intercettare, in base al mio punto di vista, i nuovi bisogni, che sono emersi, con la crisi dello Stato sociale.

Nella lunga intervista che Luigi Celidonio rilascia ad Ascanio Celestini (3) è possibile percepire che l’assegnazione di una casa popolare a coloro che ancor negli anni Sessanta vivono nelle baracche dell’Acquedotto Felice, non molto lontano dalla zona centrale della capitale, disgrega quelle forme di solidarietà che hanno mediato la riproduzione della vita in quella comunità, creando legami inediti, per la fase storica successiva.

Lo Stato che conferisce una casa popolare a un prezzo calmierato (fuori mercato) non manda in frantumi solo la proprietà privata, riconoscendo un bisogno che non può essere soddisfatto dall’impresa capitalistica, ma mina anche le basi della famiglia patriarcale.

Non è la potenza del patriarca ad emancipare dal degrado della baracca il nucleo familiare allargato, anzi egli è costretto a delegare allo Stato la facoltà di sollevarlo dalla povertà materiale, in nome e per conto della Giustizia sociale.

Un percorso di lotte concrete, in quel luogo, portato avanti insieme a un esponente del mondo cattolico, come Don Roberto Sardelli, il quale, con l’esperienza della Scuola 725, ha cercato di far crescere la consapevolezza di uscire da quella condizione di povertà. Come puntualizza Celidonio: “Il Diritto ad abitare non poteva essere trattato alla stessa stregua di un’elemosina”.

L’aver dovuto rinunciare alla sovranità patriarcale, ha permesso, in generale, un miglioramento delle condizioni economiche per un verso, mentre, per l’altro, si è verificato un aumento della complessità sociale.

Ed è proprio in questa complessità, con le sue complicazioni, che secondo Maselli vanno ricercate le ragioni dell’amara crisi, che ha messo fuori campo, non tanto fuori gioco, le forze della sinistra. In questo errare, in questo smarrimento, in qualche modo, si seguono le ombre dell’ambivalenza, non ci sono buoni da premiare e cattivi da castigare, non ci sono anime che hanno tradito i rigogliosi ideali, piuttosto anime disorientate e perse, che non riescono a trovare un senso al loro agire.

Sul piano simbolico, nella visione di Maselli, nelle ultime scene del suo film, la speranza di una rigenerazione della sinistra ricade su quei giovani che si ritrovano in un casale abbandonato e degradato, circondato da un prato desolato, ma non è un ritorno al passato, ai valori della terra e della tradizione contadina.

Nel prendere le misure, per la ristrutturazione di quella casa fatiscente, il regista rimarca con forza che quei giovani non ripartono da una baracca. Tuttavia, è necessario riprendere il cammino, tenendo conto del fatto che le conquiste sociali acquisite non sono eterne, come si evince dalla decadenza che avvolge quel casale, né tanto meno si possono ignorare i bisogni ambientali emergenti e gli sviluppi delle nuove tecnologie costruttive.

Al di là di questa calzante metafora sulla deriva della sinistra, che mette in primo piano il fallimento di trasformare un Centro sociale in una Casa della Cultura – secondo il modello proposto in Francia, nei primi anni Sessanta del Novecento, da André Malraux – purtroppo, nel bel film di Maselli, non ci sono riferimenti alle tematiche del lavoro, della precarietà, della disoccupazione, il posticipo di 10 anni dell’età pensionabile, rispetto ai primi anni Novanta, lo sfruttamento selvaggio nel settore agricolo, i salari da fame, eccetera.

Note
  1. Frammento sulle macchine.
  2. La contrapposizione tra lavoro manuale e quello intellettuale è posta in questa proposizione, in modo lineare, per ribadire il concetto che per la prima volta vengono messe in discussione quelle posizioni lavorative ritenute intoccabili. Ovviamente, le ripercussioni ricadrebbero anche sul lavoro manuale. Ma per una visione che vada oltre la meccanica separazione tra lavoro intellettuale e quello manuale, si rinvia il lettore interessato all’articolo di Leo Essen, Il manovale non pensa. Sohn-Rethel: Lavoro intellettuale e lavoro manuale.
  3. La lezione di Don Sardelli, Ascanio Celestini incontra Luigi Celidonio.
Fonte

16/06/2026

L’uso dell’AI ha già tagliato 425mila lavoratori in tre anni

Secondo i dati elaborati dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite), il numero di lavoratrici e lavoratori licenziati negli ultimi 3 anni come conseguenza dell’IA sono circa 425.000 a livello globale. Di questi 142mila sono in Europa.

Da quanto riportato dall’International Labour Organization, il 25% dell’occupazione globale rientra in professioni potenzialmente esposte all’Intelligenza Artificiale e, significativamente con percentuali più elevate nei paesi ad alto reddito (34%) dove un lavoratore su 4 potrebbe essere sostituito da una macchina nei prossimi anni.

I lavori più a rischio sono quelli che prevedono attività ripetitive e componenti digitali e testuali facilmente automatizzabili: call center, assistenza amministrativa, assistenza clienti, impiegati di banche e poste, cassieri e traduttori.

Secondo uno studio condotto dal Politecnico di Torino, lo scorso anno il numero di annunci di lavoro in Italia che hanno richiesto competenze legate all’IA è cresciuto del 93%, un incremento che va di pari passo con l’evolversi del mercato italiano dell’Intelligenza Artificiale che ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro, in crescita del +50% rispetto al 2024.

Oltre quattro lavoratori italiani su dieci (il 42,6%) vivono con la paura che verranno presto sostituiti dall’intelligenza artificiale. A rivelarlo è il 9° Rapporto Eudaimon-Censis, che misura un fenomeno che gli esperti hanno battezzato “AI Anxiety”. Non si tratta tanto di una preoccupazione passeggera, quanto di un blocco psicologico che mina la capacità di adattamento e genera una profonda insicurezza rispetto al proprio futuro professionale. Dal rapporto emerge anche un dato “paradossale” secondo il quale il 70% degli intervistati ammette che l’IA migliora concretamente la qualità del lavoro.

Sul fronte dell’opinione pubblica, l’indagine internazionale SCOaPP-10 mostra come oltre il 50% degli italiani si dichiari preoccupato per l’avvento delle nuove tecnologie, mentre circa il 60% ritiene di non possedere competenze digitali adeguate per affrontare la trasformazione in corso.

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05/06/2026

Intelligenza Artificiale: USB nell’Osservatorio per difendere lavoro, salari e diritti

Mercoledì 3 giugno, il Ministro del Lavoro ha dato avvio ai lavori dell’Osservatorio sull’Intelligenza Artificiale. Nel suo intervento, la ministra Calderone ha privilegiato l’esaltazione della svolta tecnologica, minimizzando invece le questioni più urgenti legate alle ricadute dell’introduzione massiva dell’IA nel mondo del lavoro: la tutela dell’occupazione, la sicurezza dei lavoratori, il rischio di nuove forme di esclusione generazionale, la necessità di salari adeguati e di percorsi formativi efficaci per lavoratrici e lavoratori.

USB ha deciso di partecipare all’Osservatorio nella piena consapevolezza che l’Intelligenza Artificiale, così come oggi si sta sviluppando, è tutt’altro che “umanocentrica”. Nel progetto del capitale, infatti, il suo impiego è destinato principalmente ad aumentare produttività e profitti, concentrando al tempo stesso un enorme potere nelle mani di pochi proprietari dei modelli e delle infrastrutture dell’IA.

A lavoratrici e lavoratori non si intende destinare alcuna quota della ricchezza prodotta, nonostante essa derivi e deriverà sempre più dall’estrazione e dalla valorizzazione di un patrimonio collettivo di conoscenze, competenze e proprietà intellettuale. Si tratta di una nuova forma di plusvalore che rischia di ampliare ulteriormente la già drammatica distanza tra ricchi e poveri.

USB porterà all’interno dell’Osservatorio il punto di vista del mondo del lavoro, rivendicando la necessità di redistribuire ai salari una parte dei profitti generati dall’innovazione tecnologica, di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario e di difendere i livelli occupazionali.

L’Osservatorio deve diventare uno strumento capace di dare voce ai problemi reali e di individuare soluzioni concrete. Non può trasformarsi in una semplice camera di compensazione finalizzata a contenere il tanto evocato “luddismo” o a neutralizzare la conflittualità sociale che inevitabilmente emergerà dalle contraddizioni prodotte da questi processi.

La partecipazione di USB all’Osservatorio si inserisce pienamente nella battaglia per la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori di fronte ai profondi cambiamenti che stanno attraversando il mondo del lavoro e l’intero assetto sociale, sempre più segnato da disuguaglianze crescenti e da una prospettiva economica e politica orientata alla guerra.

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23/05/2026

Meta licenzia 80 mila dipendenti per sostituirli con l’IA

Questa settimana è avvenuto l’ennesimo licenziamento di massa di lavoratori da parte di Meta, che dalla fine della pandemia ha applicato ingenti riduzioni del personale.

L’ ultima ondata di maxi-licenziamenti taglia il dieci percento degli impiegati a livello mondiale e rientra in una strategia complessiva di riorganizzazione aziendale del gigante tecnologico che mira a concentrarsi ancora di più nell’automazione dei processi produttivi e nello sviluppo di nuovi strumenti di IA.

Infatti, oltre ai licenziamenti, 7 mila dipendenti sono stati sollevati dal loro incarico nell’attesa di essere riassegnati a nuovi progetti di sviluppo di IA.

Come dichiarato dall’azienda, i tagli servirebbero a finanziare un piano di investimenti in cui verranno spesi tra i 125 e i 145 miliardi di dollari per lo sviluppo di nuovi strumenti di intelligenza artificiale.

Inoltre, come anche dichiarato da Zuckerberg stesso in un audio privato reso pubblico sul web, Meta ha lanciato un programma per registrare i dati di come i dipendenti programmano e interagiscono con i sistemi informatici per allenare e affinare gli agenti IA che attualmente sono in sviluppo.

Quindi, i dipendenti Meta stanno attivamente sviluppando e insegnando il lavoro alle IA che in un futuro prossimo li andranno a sostituire nell’azienda.

Ormai lavorare nelle big tech non rappresenta più una garanzia di un impiego sicuro e ben remunerato. In seguito ai primi tagli massicci dopo la crescita enorme durante il periodo covid, anche le prospettive per questa fetta di lavoratori altamente specializzati non sono più cosi tanto rosee. Come sempre il prezzo della modernizzazione dei processi produttivi ricade sui lavoratori.

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27/02/2026

Per il Capitale “siamo tutti palestinesi”

di Pasquale Cicalese

È stato approvato nei giorni scorsi il decreto Omnibus, contenente, tra gli altri, norme sul lavoro. Uno potrebbe dire: “buona la flat tax su festivi, notturni e indennità di turno”. Così potrebbe essere, come la “partecipazione dei lavoratori ai profitti delle aziende” decisa lo scorso anno.

Poi però, siccome sono malizioso, vado a vedere cosa porta nei luoghi di lavoro, assieme a quell’Intelligenza Artificiale che Panetta, Banca d’Italia, e tutti, vorrebbero venisse adottata in Italia e Ue.

Rimaniamo a noi. La flat tax porterà ad accordi aziendali, magari di finte riduzioni di orari di lavoro, ma distribuite per 24 ore su 24, e 7 giorni su 7. Insomma, la produzione non si ferma mai, il lavoratore ed in specie la lavoratrice, vedrà magari alcuni giorni di riposo, ma a fine settimana, magari notturni, con i loro figli (non che la cura dei figli debba essere solo “femminile”) a casa o chissà dove.

Il capitale non si ferma mai, sia produttivo che finanziario, i flussi di produzione devono sottostare alle leggi del capitale che implicano una “durata di lavoro” che mai si ferma. Assieme all’Intelligenza Artificiale, che comporta “controllo” ed “intensificazione dei ritmi produttivi”, non vi è più una sottomissione solo “formale”, direbbe Marx, ma “sussunzione reale” del fattore lavoro, il tutto condito da salari che lascio a voi giudicare.

In un contesto di pluslavoro assoluto e di “riduzione fiscale del fattore lavoro” (da dove prenderanno i soldi per tamponare, a livello di bilancio statale, tale misura? sempre da lì, dal salario sociale globale di classe), l’individualismo “operaio”, “impiegatizio” porterà, sempre insieme all’IA, ad una competizione tra lavoratori e lavoratrici.

Insomma, il governo, voce dei padroni, risponde alla “crisi” con l’allungamento della giornata lavorativa, con la “porosità” dei fattori capitale lavoro, con il “rientro” (fiscalmente favorito) di gente in pensione, ma sempre con leggi sul mercato del lavoro che rimandano a Pacchetto Treu (1998), Legge Sacconi (2002), Jobs Act (2016) e altro ancora.

Chi avrà letto Il Capitale di Karl Marx – assieme al suo sodale Engels che scrisse una splendida opera sulle condizioni degli operai, lui che era industriale – si renderà conto che questi “trucchetti” erano già adottati nella Gran Bretagna dell’800.

L’autoritarismo, di cui gli italiani sembrano scandalizzati quando si manifesta altrove, trova una “base” nell’autoritarismo “soft”, “sottaciuto”, o magari “crudo nel suo reale” dei luoghi di lavoro. Ed è da lì che occorre ripartire.

Alcune settimane fa scrivevo che non servivano più “economisti”, ma occorrevano antropologi, psichiatri infantili, gente che bazzica le carceri, sociologi di inchiesta sociale e territoriale, capace di ascoltare qualche industriale (lo faccio, quando mi capita), gente del sociale, che sia cooperativa o volontaria, che abbia l’occhio su quanto succede nelle “strade”.

Dopo aver visto su Il Sole 24 Ore la notizia della flat tax del decreto Omnibus sento un compagno della Rete dei Comunisti. Gli ho detto: “in questi tre anni non ho seguito guerre, stermini, genocidi o altro. Seguivo tracce diverse, e ora i nodi vengono al pettine”. Mi riferivo al Decreto Omnibus.

Seguivo insomma cosa stava succedendo nel ciclo economico e quel che accadeva soprattutto nel mercato del lavoro italiano. Sarò stato controcorrente, forse poco empatico (anche se avevo già annunciato pubblicamente che non avrei seguito alcuna guerra guerreggiata), ma avevo i miei motivi.

Mi interessava la guerra al lavoro, alla base di tutto; la crisi capitalistica, alla base di tutto, la finanza internazionale, ancor più alla base di tutto.

Scavavo insomma come la vecchia talpa, come diceva Marx, ed ora molte cose mi sono chiare, ma già tre anni fa intuì ma stetti zitto. Il terzo morto – Piccola storia crotonese (mio terzo libro) mi impegnò per un bel po’, poi avevo il lavoro, ma un caro amico romano mi mandava e mi manda alcuni giornali, vedevo i titoli principali, scorrevo quello che mi interessava (sono stato interessato per diversi mesi alla finestra del Sole “Norme e tributi”). Non credo che con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente, anzi, dopo quello che avevano combinato mi aspettavo ancor peggio.

Per me il pacchetto sicurezza, la riforma costituzionale della giustizia, e altre cose, hanno a che fare con la costruzione di un Panopticon foucaltiano del mercato del lavoro. Il tutto condito da sorrisi, simpaticherie, feste, festicciole, e prime pagine di giornali di destra con un odio di classe che inorridiva.

Può darsi che con Vannacci gli italiani ci caschino ancora, e vinceranno ancora, ma il Panopticon sarebbe stato sia di destra sia “di sinistra”. Ma nella stessa sinistra antagonista, capisco impegnata nei genocidi, non ho visto coscienza di quel che stava per succedere.

Unica consolazione alcuni amici compagni, due imprenditrici, alcuni credenti, ed un Franco Ferlini che un anno e mezzo fa mi pose una questione: “Pasquale, qual è l’energia che fa muovere il mondo capitalistico?” Gli risposi: “non so, forse il profitto”. Lui disse: “no, Pasquale, il lavoro; siamo tutti palestinesi”.

Ecco, nel mentre si seguiva la tragedia palestinese, seguivo tracce dei “palestinesi lavoratrici e lavoratori di tutto l’Occidente”. Ed ora ecco il futuro.

Su Milano Finanza di due giorni fa compare una notizia: “Legittimo il licenziamento per introdurre la IA in azienda: la sentenza che fa discutere. La decisione del Tribunale di Roma legittima il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quando l’IA permette un’efficienza aziendale tale da sopprimere posizioni lavorative”. E non c’è coscienza di quanto sta per accadere, ed è questo il dramma.

Fonte

02/11/2025

L’altra America anti-Trump è “socialista democratica”

Ipnotizzati dalle mosse orarie di Trump gli intermediari dell’informazione stanno perdendo di vista ciò che accade negli Stati Uniti.

Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.

Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.

In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.

La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).

Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.

Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.

Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.

Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.

Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:

1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base; 

2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.

L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.

Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.

I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.

Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).

Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.

In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.

Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.

Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.

La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…

La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.

Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.

Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).

Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.

Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.

Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.

Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.

È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.

Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”

Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.

Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.

Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...

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29/10/2025

Intelligenza artificiale: al servizio del capitale o strumento di liberazione?

Intelligenza artificiale: riprodurre il dominio di classe attraverso mezzi più avanzati

Come ha notato Karl Marx in molte delle sue opere, ogni salto tecnologico all’interno del sistema capitalista non porta alla liberazione umana, ma alla riproduzione del dominio di classe con mezzi più avanzati. Pertanto, gli attuali sviluppi tecnologici non sono neutri, ma prendono forma all’interno dei rapporti di produzione prevalenti.

L’intelligenza artificiale, nonostante il suo enorme potenziale al servizio dell’umanità, è diventata uno strumento utilizzato dalla borghesia per rafforzare il suo controllo sul lavoro, dominare le risorse e rimodellare la coscienza di massa in modi che servono al sistema capitalista.

Così come le macchine sono state utilizzate durante la rivoluzione industriale per intensificare lo sfruttamento invece di ridurre l’orario di lavoro, l’intelligenza artificiale oggi viene impiegata nell’automazione per abbassare i costi di produzione e ridurre la necessità di lavoro umano nella maggior parte dei casi, imponendo condizioni di lavoro più precarie e meno sicure.

Ciò aggrava anche l’alienazione, poiché i lavoratori manuali e intellettuali vengono trasformati in strumenti umani nei loro luoghi di lavoro e sostituiti da algoritmi, il che porta a un aumento della disoccupazione o li costringe a cercare un lavoro alternativo. Allo stesso tempo, si impongono nuovi rapporti di produzione in cui la borghesia stringe la presa sui mezzi di produzione digitale. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa uno strumento per riprodurre lo sfruttamento nella sua forma più avanzata.

L’intelligenza artificiale come strumento di controllo, repressione e lavaggio della coscienza di massa

Il controllo capitalistico sull’intelligenza artificiale non si ferma più alla riproduzione dei rapporti di produzione, ma è diventato anche uno strumento diretto di controllo e di repressione politica. Oggi, l’intelligenza artificiale viene utilizzata nei sistemi di sorveglianza di massa, nel riconoscimento facciale, nell’analisi del comportamento politico di individui e gruppi e altro ancora.

Ciò consente ai regimi repressivi, anche nei paesi cosiddetti democratici, di intervenire preventivamente per indebolire o contrastare qualsiasi potenziale resistenza di sinistra radicale che attraversi le “linee rosse” prestabilite, cioè ponga una seria minaccia alla struttura del sistema capitalista.

La sorveglianza digitale oggi va oltre la semplice eliminazione di contenuti o il blocco degli account. Assume la forma di “autocensura volontaria”, in cui gli individui iniziano a modificare i propri discorsi e le proprie opinioni per paura della censura o delle sanzioni digitali. Ciò riduce la capacità delle organizzazioni di sinistra e progressiste di mobilitare le masse e aiuta a trasformare Internet, in larga misura, in uno spazio governato dalla logica del mercato capitalista e dal dominio statale.

Oltre al suo ruolo nel rimodellare i rapporti di lavoro e migliorare il controllo e la repressione, la maggior parte delle applicazioni dell’intelligenza artificiale, proprio come i media in tutte le sue forme passate e presenti, sono utilizzate come strumenti per manipolare la consapevolezza di massa e instillare i valori capitalisti.

Questo viene fatto attraverso algoritmi che controllano il flusso di informazioni, guidano il discorso pubblico e tentano di imporre una realtà culturale singolare che rafforza il dominio del mercato e il consumo individuale come valori naturali e inevitabili.

Oggi, l’intelligenza artificiale è tra gli strumenti più efficaci per consolidare questa egemonia ideologica. Gli algoritmi sono configurati per guidare le masse verso l’accettazione del capitalismo come il sistema migliore, persino eterno. Questo viene fatto gradualmente, dolcemente e impercettibilmente, dando agli utenti la falsa impressione che il sistema sia completamente neutro.

Nel corso del tempo, il pubblico può essere trasformato in un “docile gregge facilmente guidabile”, indebolendo la coscienza di classe appiattendo il pensiero progressista e critico e riducendo il discorso politico a banali questioni secondarie, invece di analizzare l’attuale struttura politica, economica e sociale basata sullo sfruttamento.

L’alternativa di sinistra: affrontare la schiavitù digitale e liberare la tecnologia

Reindirizzare l’intelligenza artificiale al servizio delle persone piuttosto che del capitale richiede lo sviluppo di sistemi open source e trasparenti con orientamenti neutrali, gestiti democraticamente e soggetti alla supervisione della comunità, come soluzione attualmente fattibile.

Richiede anche l’approvazione di una legislazione internazionale per regolamentare il suo funzionamento per garantire che serva la società nel suo complesso, fino a quando non verranno proposte alternative progressiste e di sinistra basate sulla proprietà comunitaria come soluzione necessaria, lontana dal monopolio delle grandi aziende.

Dobbiamo lottare per garantire che l’intelligenza artificiale sia utilizzata per ridurre l’orario di lavoro senza abbassare i salari, ottenere un’equa distribuzione delle risorse, promuovere la giustizia e l’uguaglianza, ecc., consentendo all’umanità di beneficiare della tecnologia nelle sue forme più ampie e di costruire un mondo migliore.

La lotta per l’intelligenza artificiale non può essere separata dalla più ampia lotta di classe. Pertanto, la lotta contro lo sfruttamento dell’intelligenza artificiale e della tecnologia in generale è una parte vitale della più ampia lotta per la liberazione umana dallo sfruttamento capitalista.

Liberare la tecnologia dalla morsa del capitale e reindirizzarla al servizio delle masse e raggiungere la giustizia sociale e un’alternativa socialista non è solo una scelta, è una necessità storica imposta dalle crescenti contraddizioni all’interno dello stesso sistema capitalista.

Questo deve essere uno dei compiti principali delle forze di sinistra, progressiste e di destra in tutto il mondo; Altrimenti, ci troveremo di fronte a una nuova era di schiavitù digitale, se non ci stiamo già vivendo, in cui le élite capitaliste controllano ogni aspetto della vita, dal lavoro al pensiero, alla coscienza e all’esistenza quotidiana.

Costruire Internazionali della Sinistra Digitale

L’umanità oggi si trova di fronte a un controllo globale senza precedenti da parte delle grandi aziende tecnologiche, degli stati capitalisti e dei regimi autoritari sull’intelligenza artificiale e sulla tecnologia in generale. Ciò rende la formazione di alleanze globali di sinistra e internazionali una necessità inevitabile per affrontare questa egemonia.

Queste alleanze devono andare oltre le differenze ideologiche tra le varie organizzazioni di sinistra e progressiste, con l’obiettivo di unificare ampiamente gli sforzi, e soprattutto in questo campo, per sviluppare tecnologie alternative open-source o di sinistra che servano alla giustizia sociale e all’uguaglianza.

Questo confronto richiede l’adozione di politiche e programmi efficaci, come garantire l'afflusso di fondi indipendenti attraverso il finanziamento cooperativo e le campagne di sostegno popolare, lontano dai finanziamenti condizionati dai governi capitalisti. È anche necessario lottare per l’imposizione di politiche fiscali progressive alle grandi società tecnologiche e per reindirizzare parte dei loro enormi profitti a sostegno di progetti sociali e cooperativi.

La reazione capitalista prevista non può essere ignorata, le corporazioni e gli stati dominanti imporranno ostacoli legali e tecnici per contrastare qualsiasi alternativa tecnologica progressista di sinistra, anche sopprimendola e sabotandola in vari modi. Pertanto, è fondamentale adottare strategie proattive per sviluppare sistemi resistenti alla repressione tecnologica che garantiscano l’indipendenza digitale e la capacità di competere tecnologicamente.

Attrarre i giovani, sviluppare competenze ed eliminare l’analfabetismo digitale all’interno delle organizzazioni di sinistra

L’intelligenza artificiale e la tecnologia digitale rappresentano una nuova e importante arena di lotta di classe. Il capitalismo continua a investire intensamente e costantemente in strumenti digitali per rafforzare la sua egemonia, mentre la maggior parte delle organizzazioni di sinistra soffre di un chiaro divario digitale.

La presenza digitale non si limita più alla gestione delle pagine dei social media o alla pubblicazione di dichiarazioni online, ma è diventata una necessità strategica che richiede lo sviluppo di infrastrutture tecnologiche indipendenti, possedute e gestite da organizzazioni di sinistra e progressiste. Per garantire la sopravvivenza della sinistra in quest’epoca, è essenziale concentrarsi sull’eliminazione dell’analfabetismo digitale attraverso programmi di formazione che consentano ai leader e ai membri di comprendere e utilizzare efficacemente gli strumenti digitali, e persino di contribuire al loro sviluppo.

I giovani svolgono un ruolo fondamentale in questa trasformazione, in quanto hanno la capacità di assorbire rapidamente gli sviluppi tecnologici e di applicarli efficacemente nell’attivismo di sinistra. Attraverso le loro competenze in aree come i social network, YouTube, l’intelligenza artificiale, la sicurezza digitale, l’analisi dei dati e altro ancora, non solo possono colmare il divario digitale all’interno delle organizzazioni di sinistra, ma anche guidarle verso la costruzione di politiche digitali indipendenti.

Ciò richiede anche di attrarre talenti tecnici verso il pensiero di sinistra e di creare ambienti organizzativi flessibili che consentano a ingegneri, programmatori e tutti coloro che sono interessati alla tecnologia di lavorare su progetti progressisti indipendenti lontano dalle società monopolistiche.

Questi sforzi dovrebbero includere la creazione di scuole digitali e l’apertura di workshop locali e globali che offrano formazione tecnica avanzata in aree quali l’uso ottimale ed efficace della tecnologia, la sicurezza digitale, l’analisi dei dati, lo sviluppo collaborativo di software e altro ancora. L’influenza della sinistra dovrebbe anche essere rafforzata attraverso le reti professionali e le piattaforme tecniche per espandere la portata delle idee progressiste all’interno dei circoli tecnologici e attirarle nei ranghi della sinistra.

La posizione sulle attuali applicazioni dell’intelligenza artificiale

La domanda importante qui è: le forze di sinistra possono beneficiare dell’attuale intelligenza artificiale, nonostante sia un prodotto capitalista e non neutrale?

La risposta non è un semplice sì o no. Fino a quando non saranno sviluppate alternative progressiste di sinistra, i movimenti di sinistra e progressisti potranno utilizzare attentamente e criticamente l’intelligenza artificiale esistente per espandere la loro influenza nell’affrontare l’egemonia capitalista e i sistemi autoritari. Questa tecnologia può essere impiegata per analizzare i dati politici e sociali, comprendere i modelli di cambiamento economico e identificare le questioni più urgenti per le comunità della classe lavoratrice.

L’intelligenza artificiale può anche essere utilizzata per studiare le tendenze dell’opinione pubblica, il che potrebbe aiutare i movimenti di sinistra a sviluppare programmi e politiche più scientifici, realistici ed efficaci, basati non solo su ciò che si desidera ma su ciò che è possibile, fondati su bisogni reali che portano a varie teorie di sinistra, non il contrario. Può migliorare la loro capacità di influenza politica e di massa.

Inoltre, l’intelligenza artificiale può essere uno strumento efficace per smascherare la disinformazione praticata dalle istituzioni capitaliste e dai regimi autoritari, analizzare il discorso dominante dei media per smantellare la manipolazione e il controllo ideologico e contrastarlo con una narrativa progressista di sinistra avanzata e di opposizione, contribuendo ad aumentare la consapevolezza di massa.

Questi strumenti possono migliorare i media di sinistra che riflettono gli interessi delle classi lavoratrici e dei gruppi emarginati, rendendo possibile raggiungere un pubblico più ampio e presentare contenuti anticapitalisti e antiautoritari in modi più incisivi ed economici.

Dal punto di vista organizzativo, l’intelligenza artificiale può migliorare i meccanismi di coordinamento e interazione all’interno delle organizzazioni di sinistra analizzando le dinamiche organizzative, identificando i punti di forza e di debolezza e migliorando la coesione tra membri e gruppi.

Aiuta anche nella gestione delle informazioni all’interno delle organizzazioni, valutando l’efficacia delle politiche attuali, identificando modelli di lavoro di successo e migliorando così le prestazioni organizzative collettive, riducendo la burocrazia e promuovendo una comunicazione interna più fluida ed efficace.

Tuttavia, è fondamentale avvicinarsi a questa tecnologia con cautela e consapevolezza critica, assicurandosi che rimanga uno strumento di supporto piuttosto che una forza dominante. Deve essere utilizzata per rafforzare l’organizzazione politica e di massa e la lotta sul campo, senza sostituirsi ad esse. Devono essere sempre applicati una rigorosa supervisione umana e un auditing. È essenziale evitare di cadere nella trappola di un’eccessiva dipendenza dalla tecnologia o di permetterle di rimodellare le priorità della lotta secondo la sua logica tecnica radicata in un ambiente capitalista.

Conclusioni

Liberare l’intelligenza artificiale e la tecnologia digitale dalla morsa del capitale e trasformarle in strumenti al servizio del popolo è una lotta urgente di fronte a un sistema capitalista che sfrutta queste tecnologie per rafforzare il dominio di classe e approfondire le disuguaglianze sociali.

La tecnologia non deve rimanere sotto il controllo delle corporazioni monopolistiche e degli stati autoritari dominanti, ma deve essere posta sotto il controllo democratico popolare che la reindirizza verso il raggiungimento della giustizia e dell’uguaglianza, lo smantellamento delle relazioni di produzione sfruttatrici e la costruzione di una società socialista democratica basata sulla proprietà collettiva e sulla gestione comunitaria delle risorse digitali.

L’uso tecnologico deve inoltre rispettare rigorosi standard ambientali, impiegando l’intelligenza artificiale per ridurre i danni ambientali invece di diventare un nuovo strumento per l’esaurimento delle risorse e il deterioramento del clima.

Tuttavia, la resistenza a questa egemonia non può avvenire individualmente o in isolamento, richiede la costruzione di internazionali digitali di sinistra e alleanze progressiste in grado di imporre alternative tecnologiche progressiste e rafforzare la cooperazione e il coordinamento tra organizzazioni di sinistra e progressiste, sindacati, gruppi per i diritti umani e sostenitori della tecnologia.

Devono inoltre essere garantite risorse finanziarie indipendenti per sostenere tali sforzi attraverso meccanismi di finanziamento cooperativo e collettivo. Inoltre, il divario digitale all’interno delle organizzazioni di sinistra deve essere colmato promuovendo l’alfabetizzazione digitale, attraendo talenti tecnici e creando piattaforme educative progressiste open source incentrate sulla programmazione, l’analisi dei dati e le competenze di sicurezza delle informazioni al servizio di cause sociali e politiche.

La sinistra non può rimanere spettatrice degli sviluppi tecnologici, deve penetrare la fortezza digitale non solo criticando il sistema esistente, ma anche producendo le proprie alternative tecniche di sinistra.

Nella fase attuale, le organizzazioni di sinistra devono avvicinarsi all’intelligenza artificiale con cautela e consapevolezza critica, sfruttando il suo potenziale nell’analisi politica, nella mobilitazione di massa, nei media e altro ancora, mentre lavorano costantemente per sviluppare strumenti tecnologici indipendenti liberi dal controllo delle grandi aziende.

La lotta per liberare la tecnologia è inseparabile dalla lotta di classe contro il capitalismo, e la vera liberazione non può essere raggiunta senza il controllo collettivo sugli strumenti della produzione digitale. In definitiva, la questione non riguarda solo la tecnologia, ma la lotta per il futuro della società umana stessa.

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30/06/2025

La crisi e le ore di lavoro: un secolo dopo

Il periodo più florido della collaborazione di Federico Caffè con il manifesto è stato nel 1980-81. Galapagos racconta che tra i suoi primi articoli riprende la rilettura di un carteggio tra il senatore Giovanni Agnelli e il senatore Luigi Einaudi, che la redazione titola: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Uno slogan che – dice G. Mazzetti (Ai confini dello Stato sociale) – fu coniato per la prima volta dalla CISL. Se la CISL ha poi snobbato questo tema, per gli altri sindacati è rimasto solo uno slogan, da richiamare meccanicamente.

Gli scambi epistolari avvennero sulla rivista “La Riforma Sociale”, diretta da Einaudi, nel gennaio del 1933. (1)

Nel giugno del '32, il Presidente della F.I.A.T. rilasciò alla Word Press un’intervista sulla questione delle ore di lavoro e la crisi, suscitando una vivace discussione a livello mondiale.

Il 5 gennaio del 1933, G. Agnelli, rivolgendosi all’economista Einaudi, cerca di spiegare in modo pragmatico la disoccupazione “tecnica”, cioè quella legata all’introduzione delle macchine nella produzione industriale.

Egli propone un modello, con una serie di semplificazioni, partendo dal salario di sussistenze ovvero l’intero ammontare è speso per la riproduzione della forza lavoro e dei loro familiari.

Nota metodologica

Nel seguire il ragionamento, che sta alla base dello scambio epistolare, formulo un modello che esprime una sintesi comune dei diversi valori numerici utilizzati, per esplicare le proprie argomentazioni, con le rispettive variazioni. Nello specifico, circoscrivo l’analisi numerica di Agnelli all’interno del modello (tabella) proposto da Einaudi, il quale sottolinea la produzione aggiuntiva e i relativi compensi di ciò che lui definisce “capitale tecnico”.

Gli autori convengono sull’utilizzo del dollaro come unità di conto e ipotizzano il costo medio di una giornata lavorativa pari a un verdone. Nella mia rielaborazione introduco gli euro, per rendere il modello attuale e ipotizzo una giornata lavorativa pari a 80 euro, per semplificare i calcoli.

Un modello esplicativo della realtà economico sociale degli anni Trenta, del secolo scorso, caduto nell’oblio

Se nella fabbrica A lavorano 100 operai e il loro salario medio è di 80 euro al giorno, per una paga oraria di 10 euro all’ora, ogni giorno nasce una domanda di 8.000 euro di beni e servizi, che vengono acquistati sul mercato. Se a livello macro, cioè a livello aggregato, non ci sono intoppi, afferma G. Agnelli, gli affari girano bene, non si parla di crisi e quindi non c’è bisogno di lubrificare i meccanismi economici.

Ora, siccome gli industriali tendono a risparmiare il lavoro e a guadagnare di più, fanno a gara a chi introduce le migliori innovazioni tecnologiche, quindi succede che nel sito produttivo A, l’applicazione di nuovi macchinari permette a 75 operai di compiere il lavoro che prima era svolto da 100.

Il che significa che 25 operai rimangono disoccupati, mentre gli altri 75 producono la stessa quantità di prima, ma con meno ore, ossia 600 ore invece che 800, sulla base di una giornata lavorativa media di 8 ore. Quindi per produrre la stessa quantità di prima sono sufficienti solo 6 ore. Le aziende che operano nello stesso settore, se non si adeguano, rimangono fuori mercato.

Una volta che l’innovazione si è generalizzata, si verifica un incremento del tasso di disoccupazione, se i lavoratori e le lavoratrici resi superflui non trovano un’occupazione alternativa. I 25 operai che rimangono fuori riducono i loro consumi, i quali vanno ad incidere sulla produzione di altre aziende.

Se teniamo presente che quegli anni vivono una crisi industriale terrificante, il senatore Agnelli ha sotto gli occhi la riduzione della domanda di beni e servizi, rispetto al periodo precedente, e di conseguenza prende atto che per soddisfare i bisogni del mercato una parte dei 75 operai ancora attivi diventa ridondante.

Certo – continua il Presidente della F.I.A.T – voi economisti ci avete abituato a credere che ad un certo punto l’equilibrio sarà ripristinato, ma per noi capitalisti, quando ci troviamo sulla “china discendente”, ci sembra che questa “catena paurosa”, appena descritta, non abbia mai fine.

Tuttavia, egli constata, sul piano empirico, che in seguito all’invenzione tecnica, apportata nel processo produttivo, la quantità di beni prodotta nello stabilimento A rimane invariata, utilizzando 600 ore di lavoro anziché 800, quindi si presenta la possibilità di pagare lo stesso ammontare di salari, senza espellere i 25 operai, rimpiazzati dalle macchine, riducendo la giornata lavorativa da 8 a 6 ore.

Agnelli, nel porre la sua attenzione alla crisi dilagante, individua una soluzione empirica alla disoccupazione involontaria, legata alle innovazioni tecniche, ma poi asserisce che tale modello sussiste nella sua testa e funziona, in qualche misura da parafulmine ai “collassi spaventevoli” della domanda aggregata a cui i suoi occhi assistono impotenti. Quindi, un dubbio lo assale e rivolgendosi al suo collega senatore del Regno, chiede: “Nel mio discorso, ho trascurato qualche fattore invisibile, sui quali voi economisti vi dilettate?”

A dire il vero, Einaudi sulla questione dei “fattori invisibili”, che di fatto limitano le condizioni di vita di milioni di lavoratori, evade la risposta, non perché l’argomento sia troppo sottile per le sue capacità intellettuali.

No! C’è una ragione pratica che accomuna entrambi gli interlocutori: sebbene vivano una profonda crisi economica e sociale, non avvertono una situazione di disagio tale da spingerli al cambiamento. I fattori invisibili a cui accenna Agnelli esistono e si chiamano rapporti sociali di produzioni, infatti gli sviluppi delle forze produttive non trovano un risvolto positivo, se non vengono messi in discussione i rapporti della proprietà privata.

Quest’ultima puntualizzazione è necessaria e svolge una funzione meta-cognitiva nell’ambito dei rapporti sociali in cui sono immersi i due interlocutori, esprime un tentativo di spiegare le resistenze al cambiamento, non solo della classe che detta gli ordini del giorno dell’agenda sociale, per imporre il proprio punto di vista, ma anche della classe lavoratrice, la quale cede alle lusinghe, alle persuasioni all’uso della forza bruta dei membri del gruppo dominante, accettando l’idea mistificatrice che i guai dei lavoratori siano collegati alla “scarsità di risorse”, quindi siano costretti ad estendere o mantenere invariato il loro orario di lavoro.

Einaudi riprende il discorso del Presidente della F.I.A.T., evidenziando nel modello l’allargamento del ciclo produttivo, con l’introduzione della macchina, intesa come “qualunque procedimento tecnico atto a risparmiare lavoro”; percepisce che gli industriali sono impazienti di arrivare al nocciolo del problema.

Pertanto, gli fa notare che dopo l’introduzione dell’innovazione tecnologica, oltre alla diminuzione del lavoro socialmente necessario, per produrre il valore di 8.000 euro di beni, si verifica un incremento della produzione del 20 % che corrisponde a un valore monetario di 1.600 euro e rappresenta il compenso spettante agli inventori e ai risparmiatori che hanno contribuito a fabbricare la macchina.

Giova precisare che il discorso di Einaudi si basa su due semplificazioni della realtà produttiva di beni destinati alla vendita: la prima consiste nel mantenere invariata la capacità di acquisto di beni e servizi da un momento all’altro, cioè dal processo produttivo senza macchina a quello con la macchina; la seconda rende il modello interpretativo della realtà meno complicato, in quanto non dà importanza alla distinzione tra beni di consumo diretti e beni strumentali.

Dunque, l’apporto della macchina determina una riduzione della fatica dei lavoratori a parità di salario e presuppone, secondo l’impostazione di Einaudi, un aumento della produzione, che dipende dalle capacità organizzative dell’imprenditore, dagli inventori, cioè dalle conoscenze e competenze scientifiche in quel determinato periodo e contesto e dal saggio d’interesse.

Nella mia rilettura del modello ipotizzo un incremento di 1.600 euro di produzione aggiuntiva, mentre Einaudi suppone un incremento di 20 dollari della produzione aggiuntiva, cosicché la produzione totale passa da 100 a 120 unità giornaliere.

In queste circostanze, se vengono soddisfatte tutte le condizioni o le variabili che entrano in gioco – sostiene Einaudi – il sistema tende all’equilibrio, la situazione economica è stabile.

Dopodiché, lo schema di Einaudi cerca di entrare in profondità, dando rilievo ai dettagli matematici, individuando due categorie salariali: quella degli operai stazionari e quella dei progressivi. Tale separazione deriverebbe dalle difficoltà a uniformare le innovazioni tecnologiche, dato che una riduzione generalizzata a 6 ore per tutti i 100 lavoratori comporterebbe una perdita per quelli stazionari e un guadagno dei lavoratori progressivi che, peraltro, andrebbe a compensare lo squilibrio del primo gruppo.

Da buon liberale, non riesce a generalizzare gli aumenti di produttività a tutti i dipendenti, poiché, come ho già rilevato, non mette in discussione i rapporti di produzione capitalistici; riconosce le implicazioni delle tesi individuate da Keynes nella sua opera Essays in persuasion, in relazione agli straordinari aumenti della capacità produttiva registrata nel secolo precedente e sugli ulteriori sviluppi che si prospettano già negli anni trenta del XX secolo, nonostante la terrificante crisi che si vive in quel periodo.

Tuttavia, non coglie l’aspetto essenziale che genera la crisi ovvero la sovrapproduzione e la connessa domanda aggregata inadeguata, mostrando così di rimanere ancorato ai suoi rigidi principi liberisti e nella credenza che le forze del mercato siano in grado di autoregolarsi.

Cosa accadrebbe – chiede Einaudi – se la giornata lavorativa, dopo l’introduzione del “capitale tecnico” e la conseguente espulsione di 25 operai dal processo produttivo, rimanesse di 8 ore per i 75 operai ancora attivi, anziché ridurla a 6 ore ed impiegare l’intero gruppo di 100?

Il gruppo stazionario di 50 operai darebbe luogo ad un valore della produzione equivalente a quella anteriore all’introduzione della macchina, ossia 4.000 euro, mentre il gruppo progressivo, fermo restando le 8 ore giornaliere, creerebbe una quantità di prodotti pari a 5.600 euro, di cui 2.000 euro ai 25 operai, 1.600 euro come valore aggiuntivo ai risparmiatori e agli inventori ed i restanti 2.000 euro, che corrispondono agli aumenti di produttività e il relativo taglio dei 25 operai dal sito produttivo A, finiscono nelle tasche dell’imprenditore che organizza e gestisce il processo produttivo.

Il nocciolo della questione, secondo Einaudi è: “Che fare del margine disponibile dal gruppo progressivo?”

Il margine derivante dall’impiego della macchina non può essere destinato alla riduzione dell’orario di lavoro, in quanto per Einaudi questa strategia non rappresenta la soluzione al problema della disoccupazione o perlomeno, a suo giudizio, il percorrere tale strada condurrebbe al fallimento e sarebbe un rimedio temporaneo.

Nella sua scala gerarchica mette al primo posto gli interessi degli inventori, dei risparmiatori e in particolare degli imprenditori, i quali corrono il rischio dell’introduzione della macchina. Ovviamente, è distante anni luce dal concetto della macchina come lavoro oggettivato, come “lavoro morto”, che è il risultato delle conoscenze e delle competenze e in generale del sapere collettivo, non solo della generazione attuale, ma anche delle precedenti generazioni.

Egli ha un’idea degli inventori come dei soggetti avulsi dal contesto storico, come se estraessero le nuove scoperte dal cilindro di un cappello, alla stessa stregua dei maghi. Certo, il lavoro del singolo, il lavoro particolare, quando emerge, fa la differenza! Ma la domanda è: “Cosa sarebbe stato Leonardo Da Vinci senza il Rinascimento?”

Di fronte all’imperversare della crisi dei primi anni Trenta del secolo scorso, l’economista piemontese non può far finta di niente, non può tacere, quando prende atto dei milioni di disoccupati sparsi in tutti i paesi più industrializzati del Mondo, così come non può sconfessare il suo credo politico, che prevede un sussidio per non morire di fame

Tuttavia, egli prosegue imperterrito sulla sua tesi che non percepisce che si trovi al cospetto della disoccupazione tecnica o involontaria, tant’è che afferma che l’aiuto alla sopravvivenza di coloro che sono senza un lavoro, nonché delle loro famiglie, dev’essere disegnato in modo tale da non indurli a rimanere aggrappati alla “professione di disoccupati”.

Non si rende conto che si trova immerso in una profonda crisi strutturale di sovrapproduzione, che gli industriali non investono, poiché il ROI prospettico è negativo, non vede che il sistema si è bloccato, in ossequio alla destinazione di quel margine, che lui stesso rileva, nel suo schema di lettura della realtà esterna, con l’introduzione della macchina nel processo produttivo, agli imprenditori.

Tira dritto come se nulla fosse, sostenendo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non possa intervenire nella produzione degli “stessi beni” e fantastica di un’espansione della produzione di nuovi beni e servizi, che andrebbero a soddisfare prontamente la domanda dei consumatori sul mercato. Immagina di essere catapultato ai tempi di Jean-Baptiste Say e con lui sentenzia che l’“l’offerta crea la propria domanda”, ossia la produzione genera il reddito per acquistare tutto ciò che viene prodotto.

Nella mente di Einaudi, la negazione del problema degli sbocchi viaggia contemporaneamente alla giustificazione e perpetuazione degli extra-profitti, in un contesto in cui la disoccupazione dilaga; preferisce convergere gli incrementi di produttività sugli oneri figurativi degli imprenditori, dopo aver remunerato i “risparmiatori”, intesi come soggetti esterni all’impresa (le banche).

Allora, che fine fa il capitale di rischio? Nel suo discorso sparisce dalla circolazione e diventa un tabù.

A cosa corrisponde il denaro apportato dall’imprenditore che diventa capitale?

Quel denaro corrisponde al “lavoro risparmiato” e in misura maggiore allo sfruttamento dei lavoratori, cioè farli lavorare 8 ore, quando la riproduzione del loro salario è pari a 6 ore.

Quindi, nel cadere nelle grinfie della mistificazione, affida le sorti della riduzione dell’orario di lavoro al mercato, alla competizione tra industrie stazionarie e quelle progressive e soprattutto sferza i disoccupati, sui quali cadrebbe la responsabilità di non far sorgere la domanda di nuovi beni e servizi, se essi “continuano a dormire sonni tranquilli all’ombra di un sussidio permanente”.

In conclusione, sebbene i due interlocutori, come ho sottolineato qui sopra, appartengano alla stessa stratificazione sociale, c’è una sottile differenza che contraddistingue i loro modi di pensare e di agire, rispetto al fenomeno della disoccupazione. 

Il senatore economista non esprime dubbi sulla propria condizione sociale, sottovaluta l’impatto del “capitale tecnico” sul risparmio di manodopera, individuando come variabili prioritarie la guerra, le crisi sociali di India e Cina, l’aumento dei dazi doganali e i connessi meccanismi di difesa, eccetera, ragion per cui pone la riduzione dell’orario di lavoro alla fine della sua scala gerarchica, sostenendo che il riequilibrio implica gradualità, tempi lunghi e un atteggiamento spontaneo (naturale) di non intervento sulle forze che interagiscono nel mercato. 

Il senatore industriale, che ha una visione pragmatica delle relazioni sociali, oltre ad esprimere un dubbio sulle proprie condizioni di esistenza, è toccato materialmente dagli effetti della crisi, con la conseguente riduzione delle vendite e i relativi licenziamenti, quindi parte dal presupposto che il “fattore tecnico” rappresenti una componente fondamentale del problema della disoccupazione. 

Al contrario di Einaudi, Agnelli pensa che la riduzione generale ed uniforme dell’orario di lavoro sia un problema all’ordine del giorno, da non rimandare a un futuro vago ed indefinito, non cade nel fascino di espressioni idiomatiche del tipo “l’alea incerta del domani” utilizzata da Einaudi nel suo ragionamento ed innanzitutto non s’illude che gli aggiustamenti o i riequilibri possano attuarsi con degli “automatismi naturali”, anzi bisogna spingere nella direzione di “aiutare le forze naturali” ad affrontare e supera i dolori del cambiamento, aggiungerei io.

1) L. Einaudi, La crisi e le ore di lavoro, in “La Riforma Sociale”, gennaio-febbraio 1933,p. 1-20, https://www.luigieinaudi.it

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21/05/2025

L’IA, i lavoratori e i rapporti di potere

Dopo l’ondata di attenzione e infatuazione mediatica che ha accompagnato il lancio di ChatGPT e di molti altri strumenti di intelligenza artificiale generativa; dopo che per molti mesi si è parlato di vantaggi per la produttività, o di sostituzione del lavoro (soprattutto delle mansioni noiose e ripetitive) con l’IA... siamo arrivati a un punto dove si intravedono più che altro le prime sostituzioni di lavoratori. E ciò sebbene la promessa crescita di produttività lasci ancora molto a desiderare (non parliamo della sostituzione di ruoli).

Mentre gli stessi lavoratori del settore tech (una elite che per anni ha viaggiato in prima classe anche nelle peggiori fluttuazioni del mercato del lavoro) si sono resi conto di trovarsi in una situazione piuttosto scomoda: più licenziabili, da un lato, e più esposti ai dilemmi etici di lavorare per aziende che hanno abbandonato precedenti remore per contratti di tipo militare, dall’altro.

Partiamo proprio dalla guerra

Una parte di dipendenti di Google DeepMind (l’unità di Alphabet che lavora sull’intelligenza artificiale e tra le altre cose ha rilasciato Gemini, la famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) stanno cercando di sindacalizzarsi per contestare la decisione dell’azienda di vendere le sue tecnologie ai militari, e a gruppi legati al governo israeliano.

Nelle ultime settimane circa 300 dipendenti londinesi di DeepMind (in cui Demis Hassabis è ancora fresco di premio Nobel per la Chimica per AlphaFold) hanno provato ad aderire al sindacato dei lavoratori della comunicazione (Communication Workers Union), riferisce il Financial Times.

Tre persone coinvolte nell’iniziativa di sindacalizzazione hanno dichiarato al FT che la decisione di Google di voler vendere i suoi servizi cloud e la sua tecnologia IA al ministero della Difesa israeliano (si tratta di un accordo sul cloud computing denominato Project Nimbus), avrebbe causato molta inquietudine.

L’iniziativa si inserisce nel crescente malcontento interno rafforzatosi dopo che, a febbraio, Google aveva anche abbandonato l’impegno a non sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale che “causino o possano causare danno alla collettività”, tra cui armi e sorveglianza. Si trattava di una presa di posizione adottata nel 2018 e che è sparita dalla revisione dei principi per una IA responsabile lo scorso febbraio (qui la vecchia versione; qui la nuova).

Ma il clima rispetto a qualche anno fa è cambiato: le guerre, la nuova amministrazione Trump, la spinta a commercializzare e rendere profittevoli tecnologie su cui le aziende stanno scommettendo parecchio. E che non stanno rendendo quanto promesso.

Interessante al riguardo uno studio recente che ha esaminato gli effetti sul mercato del lavoro dei chatbot IA in Danimarca. Gli autori affermano che, malgrado la diffusione di questi nuovi strumenti (diffusione incoraggiata spesso dagli stessi datori di lavoro, con relativi investimenti), “l’impatto economico rimane minimo” e i guadagni di produttività sarebbero modesti.

Risultati, conclude lo studio, che mettono in discussione la “narrazione di un’imminente trasformazione del mercato del lavoro dovuta all’IA generativa”.

Inoltre, eventuali risparmi di tempo da parte del lavoratore che usa i chatbot sono a volte controbilanciati da ulteriori task, da compiti nuovi o aggiuntivi legati all’uso dello stesso, anche da parte di altri.

Un esempio sono gli insegnanti che devono rilevare se gli studenti usano ChatGPT per i compiti, mentre altri lavoratori devono controllare la qualità dei risultati dell’IA o cercare di creare prompt efficaci, commenta Ars Technica (cui rinvio per approfondire il tema visto che segnala anche altri paper, alcuni più ottimistici. Inoltre lo stesso studio qui citato non esclude che degli effetti trasformativi possano arrivare in futuro).

AI e crisi occupazionale

Malgrado ciò, quel che sta arrivando ora sono i primi licenziamenti (primi in senso mediatico, non assoluto) a causa dell’IA (il punto è capire in che senso l’IA ne sarebbe la causa, visto quanto appena detto).

Duolingo, una nota app per imparare le lingue, ha annunciato che “smetterà gradualmente di utilizzare i collaboratori per svolgere il lavoro che l’intelligenza artificiale è in grado di gestire”, in un’e-mail inviata a tutti i dipendenti dal cofondatore e amministratore delegato Luis von Ahn. L’azienda – dice la comunicazione – sarà “IA-first”.

L’email di von Ahn fa seguito a una nota simile che l’amministratore delegato di Shopify Tobi Lütke aveva inviato ai dipendenti e recentemente condiviso online. In quella nota, Lütke affermava che prima che i team potessero chiedere un aumento dell’organico o delle risorse, dovevano dimostrare “perché non possono ottenere ciò che vogliono utilizzando l’IA”.

Nel caso dell’annuncio di Duolingo però non sono mancate critiche e prese di posizione, anche da utenti, riferisce Unilad. Ma è il giornalista Brian Merchant a raccogliere la testimonianza di uno di quei collaboratori che sarebbero stati lasciati a casa in nome dell’IA.

Secondo questa persona, Duolingo avrebbe già sostituito con sistemi di intelligenza artificiale fino a 100 dei suoi dipendenti, soprattutto gli scrittori e i traduttori che creano i particolari quiz e materiali didattici che hanno contribuito a creare l’identità dell’azienda. Secondo questo resoconto, i traduttori sarebbero stati licenziati nel 2023, gli scrittori sei mesi fa, nell’ottobre 2024.

Qua riporto direttamente le parole di Merchant:
“È successo all’improvviso”, mi ha detto il lavoratore, un autore che ha lavorato per anni nell’azienda, a condizione di anonimato. Ha detto che è stato “scioccante” quando ha ricevuto la notizia. “Stavamo lavorando con il loro strumento di intelligenza artificiale da un po’ di tempo, e non era assolutamente in grado di scrivere delle lezioni senza l’intervento di esseri umani”.
“È uno spaccato della crisi occupazionale dell’IA – continua Merchant – che si sta verificando proprio ora, non in un futuro lontano, e che è già più pervasiva di quanto si possa pensare”. Il collaboratore di Duolingo non è affatto solo. Quasi tutti gli artisti e gli illustratori professionisti che incontro mi raccontano di aver perso clienti e ingaggi a causa di aziende che si sono affidate all’IA invece di pagare il lavoro umano; alcuni sono stati espulsi del tutto dai loro settori.
Ho scritto per Wired di manager che stanno usando l’IA per sostituire artisti e designer nell’industria dei videogiochi. I doppiatori sono in sciopero da 9 mesi, in cerca di protezione dalle aziende che vorrebbero usare l’intelligenza artificiale per clonare le loro voci. Proprio questa settimana, il popolare sito di gaming Polygon è stato venduto alla content farm Valnet, spesso accusata di usare articoli generati dall’IA: quasi tutto il personale umano di Polygon è stato licenziato.
Non è chiaro se questo tipo di licenziamenti sia sufficiente per essere registrato nei dati economici, anche se ci sono segnali in tal senso. Scrivendo sull’Atlantic di questa settimana, il giornalista economico Derek Thompson sottolinea un fenomeno allarmante nel mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione dei neolaureati è insolitamente alto e storicamente alto rispetto al tasso di disoccupazione generale. Perché? Una teoria: le aziende assumono meno laureati per i lavori impiegatizi e utilizzano maggiormente l’IA. (…)
“Come ho già scritto in precedenza, la crisi occupazionale dell’AI non è dovuta alla nascita di programmi senzienti intorno a noi, che sostituiscano inesorabilmente e in massa i lavori umani. Si tratta invece di una serie di decisioni gestionali prese da dirigenti che cercano di ridurre i costi del lavoro e di consolidare il controllo delle loro organizzazioni”.
Lavoratori tech

Licenziamenti o peggioramento delle condizioni di lavoro stanno colpendo anche la classe privilegiata dei lavoratori tech, scrive il WSJ. In alcuni casi, commenta un executive coach di aziende tecnologiche, la riduzione di teste “non è perché le aziende non abbiano i soldi. Per molti versi, è a causa dell’IA e delle narrazioni che si sentono in giro su come sia meglio ridurre l’organizzazione”.

Quindi, argomenta il noto giornalista e scrittore Cory Doctorow, dopo l’enshittification delle piattaforme (termine già coniato dallo stesso che indica il progressivo peggioramento, per usare un eufemismo, delle piattaforme digitali nel tempo) siamo di fronte all’enshittification dei lavori tech.

Scrive poi Doctorow in riferimento alle narrazioni sull’IA che causano riduzione di personale: “Non si tratta della realtà effettiva dell’IA, ma piuttosto della storia secondo cui l’IA consentirebbe di “ridurre l’organizzazione”, di tagliare gli organici e gli stipendi e di impoverire gli (ex) prìncipi del lavoro. Lo scopo dell’IA non è rendere i lavoratori più produttivi, ma renderli più deboli quando contrattano con i loro capi”.

I lavoratori del settore tecnologico, argomenta Doctorow, possono evitare il destino dei lavoratori delle fabbriche, dei magazzini e delle consegne solo sindacalizzandosi.

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02/03/2025

La polarizzazione tecnologica nei veicoli elettrici

di Massimo De Minicis

La teoria della polarizzazione tecnologica, proposta dall’economista Daron Acemoglu, esplora l’impatto delle innovazioni tecnologiche sul mercato del lavoro e sulla distribuzione del reddito. Acemoglu distingue tra due categorie principali di tecnologie: sostitutive (come i robot), che rimpiazzano il lavoro umano, e complementari (come l’intelligenza artificiale), che migliorano la produttività dei lavoratori esistenti. Le professioni di livello medio sono particolarmente vulnerabili alla sostituzione tecnologica, poiché spesso eseguono compiti ripetitivi e standardizzati, facilmente automatizzabili.

Ad esempio, nel settore industriale, gli operai addetti a mansioni ripetitive vengono frequentemente sostituiti da robot. Tuttavia, la sostituzione di lavoratori da parte di tecnologie non è necessariamente negativa (Acemoglu, 2019). Essa può ridurre i costi di produzione, abbassando i prezzi dei beni e consentendo alle famiglie di risparmiare e investire in altri settori, stimolando così la crescita economica. Storicamente una tecnologia viene applicata in termini sostitutivi alla produzione se più conveniente del costo della forza lavoro (Acemoglu, 2002).

Se, al contrario, i prezzi dei prodotti rimanessero elevati, le famiglie potrebbero trovarsi a dover limitare le spese, frenando la crescita di altri mercati e nuova occupazione. Nella produzione di auto elettriche, l’adozione di tecnologie avanzate come i robot può portare a un incremento della produttività, permettendo alle aziende di produrre più veicoli in meno tempo e aumentando i margini di profitto. Tuttavia, una sostituzione massiccia di lavoratori senza una corrispondente diminuzione dei prezzi potrebbe causare disoccupazione e un aumento della disuguaglianza economica, con una concentrazione della ricchezza e un indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie (Acemoglu, 2020).

In questo contesto, non solo le politiche attive del lavoro, come la formazione professionale, ma anche e soprattutto l’Istruzione superiore, possono aiutare a sviluppare competenze complementari alla IA, riducendo la vulnerabilità della forza lavoro di un paese all’automazione avanzata; ricordiamo che tutti i soggetti operanti nel mercato del lavoro sono esposti all’automazione avanzata ma con ciò, come ci ricorda Acemoglu, non attribuiamo nessun significato a tale dinamica (Acemoglu, 2002).

La questione teorica reale non è evidenziare il livello di esposizione ma se questa produce effetti complementari o sostitutivi, cercando di capire a quali tecnologie i lavoratori sono esposti, e che tipo di competenze e conoscenze presentano per interagire con le macchine IoT[1] o con l’IA[2]. In tal senso le politiche industriali possono, a loro volta, in diversi modi, incentivare l’adozione di tecnologie complementari (IoT, o IA), promuovendo una crescita economica sostenibile. Analizzando la situazione attuale dell’automazione nella produzione e vendita di auto elettriche in contesti come Cina, USA, Europa, Germania e Italia, emergono significative differenze.

La Cina, con un’elevata densità di robot, una forte crescita delle vendite di auto elettriche, e una tecnologia complementare tutta concentrata su specifici settori industriali green in termini verticali esemplifica un impatto non negativo dell’automazione nella green economy. Gli Stati Uniti, l’Europa e l’Italia per aspetti diversificati e un capitalismo differenziato mostrano scenari più complessi Fig.1.

La Cina presenta la più alta densità di robot nel settore industriale. La Cina ha anche un alto tasso di sostituzione di operai con robot, evidenziando l’intensità dell’automazione in termini verticali, infine il paese asiatico è anche in testa per le vendite di auto elettriche mantenendo i prezzi più bassi tra i paesi esaminati. Gli Stati Uniti hanno il costo medio più alto per le auto elettriche, riflettendo anche il mercato premium presente. Paradossalmente, il mercato cinese dell’auto elettrica per diverse combinazioni, legata anche alla varietà di capitalismo presente (De Minicis, 2024), sembra intercettare meglio i fattori di un utilizzo sostitutivo e insieme complementare della tecnologia robotica avanzata su settori specifici (automotive), aumento delle vendite, prezzi in ribasso, alta automazione del settore industriale anche con tecnologie complementari.

La teoria della polarizzazione tecnologica di Acemoglu ci offre, così, una chiave interpretativa utile per comprendere gli effetti delle tecnologie emergenti sul mercato del lavoro e la produzione. Mentre i robot possono abbassare i costi dei prodotti, le tecnologie complementari come l’IA collegate alla robotica possono migliorare la produttività e aumentare i salari.

È fondamentale però, per condizionare l’impatto della tecnologia digitale verso scenari positivi, monitorare l’equilibrio tra costi, prezzi e salari e implementare politiche attive e industriali in grado di garantire una transizione positiva verso competenze e conoscenze complementari degli operai e dei ricercatori. La possibilità di sviluppare il mercato garantendo un contenimento dei prezzi per i nuovi prodotti legati al nuovo connubio tecnologia algoritmica, produzione industriale appare, allo stato attuale, su specifici settori, decisivo nella determinazione di acquisizione di quote di mercato.

I robot interconnessi a forme di tecnologie complementari necessitano di operai specializzati in competenze come data science, machine learning, tecniche di analisi avanzata dei dati, robotica avanzata, in particolare con competenze riferibili all’integrazione tra IA e automazione industriale e cybersecurity interconnessi a ricercatori in grado di perfezionare ed adattare tali tecnologie alla evoluzione tecnologica del prodotto, in questo caso l’auto elettrica.

Il governo cinese ha investito massicciamente nello sviluppo delle competenze in IA, attraverso il programma New Generation Artificial Intelligence Development Plan (2017-2030), con particolare attenzione alle competenze industriali complementari ma solo in termini verticali[3], su specifici settori, diversamente dal contesto statunitense protagonista in tale dinamica sia nella capacità di investimenti nella tecnologia complementare applicata in senso verticale che orizzontale. È, però, la combinazione dei fattori contenimento dei costi dei prodotti e sviluppo di competenze complementari a garantire uno scenario positivo sul settore industriale dell’automotive digitale. Gli Stati Uniti negli investimenti e nella tecnologia digitale complementare risultano, infatti, in uno stato più avanzato.

La Cina per le caratteristiche intrinseche al suo modello di capitalismo  concentrandosi essenzialmente su investimenti di tipo verticale, nel settore auto elettrica appare raccogliere una serie di risultati positivi per la capacità di interconnettere implementazione di tecnologie IoT e open IA ad una riduzione dei costi dei prodotti.  La figura rappresenta gli investimenti pubblici in miliardi di dollari in competenze complementari specifiche alla IA Fig.2.

In tal senso, anche se gli Stati Uniti mantengono una superiorità e maggiore libertà nell’utilizzo e nella sperimentazione delle tecnologie complementari, la Cina per una serie di corrispondenze alla teoria di Acemoglu risulta primeggiare nell’automotive elettrico. Nel paragrafo seguente vedremo nello specifico come tali simmetrie derivanti da precise politiche industriali.

Il successo della Cina nelle tecnologie per l’energia pulita: un’analisi dei fattori di crescita e delle prospettive future

Negli ultimi due decenni, la Cina è emersa come leader mondiale nella produzione e diffusione di tecnologie per l’energia pulita, compresi i settori dell’energia eolica, solare, delle batterie e dei veicoli elettrici (EV). Il paese è riconosciuto non solo per il volume di produzione ma anche per la sua crescente influenza in termini di ricerca e innovazione.

Tuttavia, mentre il successo cinese è spesso interpretato attraverso narrazioni che pongono l’accento sul ruolo delle politiche governative o su meccanismi di trasferimento tecnologico, questa visione rischia di essere riduttiva. In tal senso andrebbe esplorata in maniera più dettagliata la dinamica alla base dell’innovazione cinese nel settore delle energie pulite, cercando di comprendere se la Cina sarà in grado di mantenere la sua posizione di leadership anche in un contesto globale sempre più competitivo.

Appare innegabile, infatti, come le politiche governative abbiano giocato un ruolo centrale nello sviluppo delle energie pulite nel paese asiatico, un contesto che ha mantenuto un approccio proattivo nei confronti delle tecnologie rinnovabili fin dagli anni 2000 (Hove, 2024).

I Piani Quinquennali cinesi hanno costantemente assegnato priorità alla produzione di energia pulita, con misure di sostegno che includono sussidi, incentivi fiscali, prestiti a basso tasso di interesse e agevolazioni infrastrutturali. Questo sostegno è stato cruciale per la crescita iniziale dell’industria e per l’affermazione della Cina come potenza produttiva.

Tuttavia, la dimensione del supporto non è stata statica; al contrario, è evoluta con il settore stesso (Zhang Yingying and Zhou Ying, The Source of Innovation in China, Peking University Press, 2018). Se le sovvenzioni dirette hanno caratterizzato i primi anni del boom delle energie pulite, la Cina ha progressivamente ridotto il sostegno finanziario diretto, cercando di far maturare il settore verso una maggiore autosufficienza economica. In questo contesto, il sostegno governativo non ha solo facilitato l’accesso al capitale, ma ha anche promosso l’innovazione attraverso la creazione di cluster industriali e piattaforme di collaborazione pubblico-private (Hove, 2024).

La politica cinese, quindi, non si è limitata a un approccio top-down, ma ha favorito la creazione di ecosistemi dinamici dove imprese private, università e centri di ricerca hanno potuto interagire. Uno degli aspetti più distintivi del successo cinese è la capacità di scalare rapidamente la produzione attraverso l’integrazione delle catene di fornitura e la formazione di cluster industriali specializzati.

Questi cluster sono stati costruiti grazie a una forte sinergia tra politiche pubbliche e iniziative imprenditoriali private, creando ecosistemi che hanno reso possibile la riduzione dei costi di produzione e l’accelerazione del tasso di apprendimento tecnologico. La creazione di cluster ha permesso alla Cina di capitalizzare su economie di scala e di densità, dove la vicinanza fisica tra fornitori e produttori ha facilitato la condivisione di conoscenze e competenze tacite, tra ricercatori, operai, imprenditori, accelerando il processo di innovazione. Il successo dei cluster industriali cinesi risiede, in parte, nella loro capacità di favorire l’innovazione incrementale, piuttosto che quella radicale[4].

Questo modello si adatta perfettamente a un contesto dove la Cina ha costruito il proprio vantaggio competitivo inizialmente non tanto sull’invenzione di nuove tecnologie, quanto sulla capacità di migliorare, adattare e commercializzare rapidamente tecnologie esistenti. L’industria dell’auto elettrica ne è un esempio paradigmatico: la rapidità di scalabilità e la localizzazione delle catene di approvvigionamento hanno avuto un impatto maggiore rispetto ai vantaggi sui costi del lavoro, confermando la centralità dell’integrazione verticale e del learning-by-doing come leve di successo[5].

Le reti globali di innovazione hanno giocato un ruolo fondamentale nell’ascesa della Cina come leader nelle tecnologie per l’auto digitale. Contrariamente a una narrazione spesso semplicistica, che vede la Cina come un mero beneficiario passivo di trasferimenti tecnologici dall’Occidente, il processo di apprendimento è stato multidimensionale e caratterizzato da una continua interazione con partner globali. Questo ha permesso alla Cina di accumulare competenze non solo attraverso trasferimenti diretti, ma anche attraverso processi di reverse engineering e collaborazioni transnazionali; la produzione di una quota importante dei veicoli di Tesla è stata fondamentale in tal senso.

Uno dei primi cluster industriali cinesi vedeva, infatti, proprio la presenza della produzione del veicolo innovatore dell’automotive, all’interno di una economia di scala dove fornitori, produttori, centri di ricerca e rivenditori erano situati tutti all’interno di uno stesso territorio. L’esperienza di Tesla nella produzione in Cina, in particolare presso la sua Gigafactory di Shanghai, è stata notevole per la rapida crescita, l’innovazione e la relazione unica che l’azienda ha sviluppato con le autorità locali. La Gigafactory, interamente di proprietà di Tesla, è la prima del suo genere in Cina, rompendo il tradizionale modello di joint venture per le aziende straniere nella regione​.

Ciò ha permesso a Tesla di aumentare rapidamente la produzione, sfruttando il supporto locale per ottimizzare le operazioni. La crescita della fabbrica è stata straordinaria: in meno di 15 mesi dalla costruzione, è diventata una delle strutture di produzione automobilistica più avanzate al mondo, grazie alla collaborazione tra il team locale di Tesla e il supporto del governo cinese. L’impianto di Shanghai attualmente produce i modelli Model 3 e Model Y, e nel 2023 ha raggiunto una capacità produttiva di quasi 1 milione di auto all’anno. Inoltre, i livelli di automazione sono impressionanti, con il 95% del processo di produzione automatizzato, il che ha permesso a Tesla di ridurre drasticamente i tempi di produzione​

Questo sviluppo ha anche posizionato Tesla come un attore di rilievo non solo in Cina, ma anche nei mercati globali, poiché i veicoli prodotti in questa fabbrica vengono esportati in regioni come l’Europa e l’Asia, consentendo a Tesla di ridurre i costi di spedizione e migliorare i tempi di consegna. L’esperienza in Cina evidenzia la capacità di Tesla di sfruttare sia la tecnologia all’avanguardia che le politiche favorevoli per accelerare la sua espansione nei mercati globali Crider, Johnna. “Tesla’s 100% American Owned Factory In China Is A Big Deal.” CleanTechnica, September 27, 2020.

I cluster industriali

La relazione tra il successo della Cina nell’espandere la produzione di tecnologie pulite e l’innovazione è strettamente connessa. Gli economisti da tempo riconoscono i vantaggi dell’aggregazione industriale in settori specializzati, come dimostrano esempi storici quali la concentrazione dei maestri vetrai a Murano, in Italia, nel XIII secolo, o i monopoli sulla produzione di porcellana a Sèvres e Limoges, in Francia.

Nel 1890, Alfred Marshall sottolineò che nei centri urbani e industriali le idee e le pratiche innovative si diffondono rapidamente, diventando parte del contesto culturale e tecnico, con un apprendimento quasi inconsapevole anche da parte delle giovani generazioni. Anche nelle economie moderne, l’innovazione tecnologica e la sua diffusione sembrano avere una componente geografica, legata alla concentrazione fisica di conoscenze e scambi di competenze.

Le economie di agglomerazione – ovvero contesti in cui una maggiore densità di popolazione o la concentrazione di industrie correlate promuovono crescita, innovazione e diffusione tecnologica – rivestono un ruolo cruciale anche nelle tecnologie avanzate. Un caso emblematico è la Silicon Valley, nota per la rapida diffusione e ricombinazione delle innovazioni tecnologiche, favorita dalla mobilità lavorativa e dal conseguente scambio di know-how tra aziende e settori affini.

Nonostante il dibattito sull’effettivo impatto dei cluster industriali sull’innovazione, molti studi evidenziano i benefici dello scambio di conoscenze tacite, che richiedono interazioni personali dirette, non solo nell’economia della conoscenza e nelle attività di ricerca e sviluppo, ma anche nel settore manifatturiero, come nel caso dell’industria automobilistica. In Cina, la formazione di cluster industriali si è dimostrata efficace per il design di nuovi prodotti, l’aggiornamento industriale e il recupero tecnologico, tutti elementi chiave per progredire nei settori emergenti e nelle tecnologie avanzate.

Il trasferimento tecnologico, inizialmente incentivato da politiche di localizzazione obbligatoria e joint venture come abbiamo visto ha posto la Cina in una posizione centrale nelle catene globali del valore per molte tecnologie chiave. Tuttavia, negli ultimi anni, la Cina ha iniziato a invertire questa tendenza, diventando essa stessa un esportatore di tecnologia avanzata, grazie alla crescente capacità innovativa delle sue imprese per la produzione di auto green. Inoltre, il capitale umano ha rappresentato una delle componenti cruciali del successo cinese nel settore delle automotive elettrico. Il paese ha investito massicciamente nella formazione di una forza lavoro e di un personale concentrato nella ricerca altamente qualificato, con particolare attenzione alle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).
Il grafico soprastante mostra il numero annuale di laureati con un dottorato di ricerca (Ph.D.) in campi STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) in Cina e negli Stati Uniti, sia storicamente che con una previsione fino al 2025. Fonte (Hove, 2024).

La Cina sta rapidamente superando gli Stati Uniti in termini di numero di laureati Ph.D. in STEM, con una crescita molto più marcata. Gli Stati Uniti mantengono una crescita costante, ma la dipendenza da studenti internazionali è evidente, considerando la differenza tra il totale e il numero di laureati domestici. Questo aumento dei laureati in Cina potrebbe avere implicazioni significative sulla capacità di innovazione, sulla ricerca scientifica e sulla competizione tecnologica a livello globale.

Il grafico proviene dal Center for Security and Emerging Technology, evidenzia, quindi, il divario crescente nella formazione STEM tra Cina e Stati Uniti, sottolineando come la Cina stia rapidamente guadagnando terreno in questo settore strategico. Questo ha permesso non solo di colmare il gap tecnologico rispetto alle economie avanzate, ma anche di attrarre talenti di alto livello grazie a politiche di rientro, come evidenziato dal ritorno di molti scienziati e ingegneri cinesi formati all’estero.

Negli ultimi due decenni, la Cina ha aumentato significativamente il finanziamento per i programmi di dottorato STEM, incentivando la formazione di ricercatori con competenze avanzate in campi cruciali per la transizione tecnologica, come l’ingegneria meccanica, l’intelligenza artificiale e la chimica dei materiali. Questo investimento ha prodotto un ampio bacino di esperti altamente qualificati, in grado di alimentare l’innovazione nelle tecnologie legate ai veicoli elettrici, accelerando il ritmo di sviluppo di nuove batterie, componenti elettronici e soluzioni di mobilità sostenibile. Parallelamente, la Cina ha perseguito una strategia di concentrazione geografica dei talenti, creando, come abbiamo visto, cluster di lavoratori specializzati dotati di competenze complementari. Questi cluster sono spesso situati in aree industriali strategiche, dove si concentrano competenze in produzione, automazione, ingegneria dei materiali e gestione della catena di fornitura.

Tale configurazione favorisce la sinergia tra diversi ambiti di competenza, rendendo possibile l’ottimizzazione dei processi produttivi e l’integrazione di nuove tecnologie a costi ridotti. La creazione di questi poli di eccellenza industriale, dove operai specializzati e ricercatori collaborano in modo strettamente interconnesso, ha contribuito in modo significativo al rapido avanzamento della Cina nel settore dei veicoli elettrici. Questa combinazione di investimenti nei dottorati di ricerca STEM e di cluster di lavoratori altamente qualificati con competenze complementari non solo ha permesso alla Cina di sviluppare un vantaggio competitivo significativo, ma ha anche facilitato la scalabilità delle nuove tecnologie su vasta scala, abbassando i costi di produzione e aumentando la qualità del prodotto finale diminuendo il suo prezzo.

Il risultato è una rete di innovazione industriale che supporta la crescita sostenibile e l’espansione del mercato dei veicoli elettrici a livello globale, consolidando la posizione della Cina come leader nel settore. L’iniziativa imprenditoriale è stata altrettanto importante: molti imprenditori hanno saputo sfruttare le opportunità offerte dal mercato interno e dal sostegno pubblico, guidando lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie. La crescita di aziende come CATL nel settore delle batterie o BYD nei veicoli elettrici è indicativa di come l’imprenditorialità abbia giocato un ruolo chiave nel plasmare il panorama cinese delle energie pulite (Hove, 2024).

Verso una leadership sostenibile?

Il successo della Cina nel settore delle auto elettriche è il risultato di una combinazione complessa di politiche governative, sviluppo industriale, integrazione nelle reti globali e capitale umano. Tuttavia, il futuro della leadership cinese non è garantito. L’evoluzione delle politiche industriali globali, come il Green Industrial Plan dell’UE o l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, potrebbe influenzare le dinamiche della competizione internazionale, mettendo alla prova la capacità del paese asiatico di mantenere e rafforzare la propria posizione.

Inoltre, l’inasprimento delle politiche interne, come il controllo statale su alcuni settori privati, potrebbe avere un impatto sulle dinamiche imprenditoriali e sull’innovazione. Rimane, quindi, la domanda aperta su come la Cina saprà rispondere a queste sfide e se sarà in grado di continuare a evolvere il proprio modello di sviluppo industriale per mantenere un vantaggio competitivo. La capacità di adattarsi ai cambiamenti tecnologici e alle nuove tendenze del mercato globale sarà fondamentale per garantire la sostenibilità di una leadership costruita su solide fondamenta, ma anche su equilibri delicati.

La strategia cinese descritta, infatti, incentrata sul robusto investimento in ricerca e sviluppo, la creazione di cluster industriali ad alta tecnologia e la focalizzazione su settori strategici come quello dei veicoli elettrici (EV), offre spunti interessanti per valutare la teoria di Acemoglu sulla polarizzazione tecnologica e sulla sostituzione tecnologica del lavoro, nonché la sua visione delle “nazioni inclusive”. Da un lato, il successo della Cina nell’industria dei veicoli elettrici sembra problematizzare in parte gli aspetti più critici della teoria di Acemoglu, soprattutto per quanto riguarda l’idea di una polarizzazione del mercato del lavoro.

La Cina, investendo pesantemente in automazione e in robotica, ha posto una forte enfasi sulla formazione di capitale umano altamente qualificato, attraverso massicci investimenti nei dottorati STEM, la promozione di programmi di educazione avanzata e la creazione di cluster industriali che favoriscono l’innovazione e l’aggiornamento delle competenze. Questi cluster, infatti, non solo stimolano l’innovazione tecnologica, ma supportano anche la crescita di competenze complementari tra operai specializzati, progettisti, ingegneri e tecnici, contribuendo a mantenere una base occupazionale solida, più qualificata non vulnerabile alle tecnologie sostitutive ma complementare alla robotica avanzata, limitando così i fenomeni di polarizzazione tecnologica.

Inoltre, il modello cinese suggerisce una conferma parziale della visione di Acemoglu sulle “nazioni inclusive”. Sebbene la polarizzazione del lavoro possa essere evidente in paesi che non investono sufficientemente nelle competenze dei propri lavoratori, la Cina sembra dimostrare che, attraverso politiche di inclusività mirate e un forte sostegno alle industrie high-tech, un paese può riuscire a evitare la segmentazione estrema del mercato del lavoro. L’inclusione, infatti, non si limita all’accesso ai benefici economici, ma implica anche l’accesso a opportunità di formazione e aggiornamento, che sono cruciali per adattarsi all’evoluzione tecnologica in corso.

Tuttavia, è importante sottolineare come il paese asiatico non si trova esente da contraddizioni. Sebbene la strategia complessiva sembri ridurre la polarizzazione tecnologica e il divario di competenze, persistono segnali di disuguaglianze regionali e settoriali, con alcune aree più indietro nell’adozione della tecnologia e nella formazione del capitale umano (Ciarini, De Minicis 2024). Di conseguenza, il successo della Cina nel settore dei veicoli elettrici potrebbe non essere completamente replicabile in altre nazioni, soprattutto in quelle che non hanno le risorse o la capacità politica di implementare strategie finanziarie di inclusività simili. In conclusione, la strategia cinese evidenzia che, mentre la polarizzazione tecnologica è una sfida reale, le politiche attive e formative di alto livello (non un corso di formazione professionale) ma istruzione e specializzazione, unitamente a investimenti mirati e politiche industriali nei settori emergenti, possono attenuare gli effetti negativi della sostituzione tecnologica, portando a una crescita più inclusiva, in linea con la visione di Acemoglu per le nazioni che promuovono l’inclusività e l’equità nel lungo periodo.

Secondo la visione del premio Nobel, la crescita inclusiva non è esclusivamente un risultato delle democrazie liberali, ma dipende da una combinazione di politiche che promuovono l’accesso alle opportunità economiche, l’istruzione e la formazione delle competenze. Sebbene Acemoglu sottolinei come le democrazie liberali possono avere un vantaggio in termini di istituzioni inclusive, in grado di garantire un ambiente economico più aperto ed equo, egli non ritiene che queste siano l’unico modello capace di favorire la crescita inclusiva (Acemoglu, Jhonson 2020). Acemoglu sostiene infatti che la crescita inclusiva può emergere anche in economie di mercato non liberali, purché vi siano politiche mirate a promuovere un ampio accesso alle risorse economiche, alle opportunità di formazione e alle tecnologie.

La Cina, con il suo specifico tipo di economia di mercato a regime socialista (Peck, Zhang 2013), è un esempio interessante, poiché ha mostrato che politiche di investimento in educazione, innovazione e creazione di cluster tecnologici possono favorire un’inclusione economica significativa, nonostante un regime politico non liberale. L’inclusività, quindi, secondo Acemoglu, dipende più dalle politiche economiche e dall’investimento in capitale umano, e dalla capacità di non catalizzare le maggiori risorse garantite da un uso della tecnologia verso le tradizionali élite finanziarie o patrimoniali tralasciando la popolazione con medi e bassi redditi, priva di patrimoni mobili o immobili ereditati nel tempo.

Certo per l’economista statunitense le democrazie liberali possono facilitare l’inclusività, soprattutto nel lungo periodo, grazie alla trasparenza, alla protezione dei diritti e alla partecipazione civica, ma non sono necessariamente un percorso automatico per raggiungere questo obiettivo, anche in tali contesti l’impatto dell’automazione avanzata può determinare una concentrazione delle risorse verso le élite determinando disuguaglianza e non sostenibilità del modello.

Al contrario, alcune economie di libero mercato non liberali, sebbene meno inclini alla partecipazione democratica, possono implementare politiche efficaci che promuovono la crescita inclusiva se riescono a garantire un adeguato livello di accesso a risorse economiche e opportunità di crescita soprattutto per le soggettività con meno risorse. In sintesi, per Acemoglu, la crescita inclusiva dipende da come un paese gestisce la distribuzione dei benefici economici derivanti da un uso complementare della tecnologia al lavoro materiale e intellettuale umano, mediante un ampio e gratuito accesso all’istruzione e alla formazione, e dalla promozione di tecnologie avanzate, più che dalla natura del sistema politico, sebbene, per il premio Nobel statunitense le democrazie liberali abbiano maggiori probabilità di produrre istituzioni che favoriscono questi risultati e soprattutto di renderli sostenibili nel tempo (Acemoglu, D. (2020), Acemoglu, Johnson (2020).

Ma quello che appare innegabile, anche per gli sviluppi futuri della ricerca nel campo delle nuove tecnologie e del loro impatto con la produzione e il mercato del lavoro è che tale analisi per essere credibili devono avere uno spettro de-occidentalizzato (Ciarini, De Minicis 2024) in una logica multipolare, con studi di lungo periodo che evidenzino come l’intelligenza artificiale sta plasmando la divisione internazionale del lavoro, l’equilibrio di potere e il controllo su informazioni e dati nel contesto globale.

Bibliografia e banche dati:

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Acemoglu, D. (2018). The race between education and technology. Belknap Press.

Acemoglu, D. (2019). The polarization of labor markets. Harvard University Press.

Acemoglu, D. (2020). The narrow corridor: States, societies, and the fate of liberty. Penguin Press.

Acemoglu, D., & Johnson, S. (2020). The role of institutions in economic development: A theory of technological polarization and its implications. Journal of Economic Growth, 25(3), 211-248.

Ciarini A., De Minicis M. (2024), Ciarini A., De Minicis M. (2024), Platform capitalism: genesis and De-Westernizing approach, Sinappsi, XIV, n.2, pp.10-20

Crider, J. (2020, September 27). Tesla’s 100% American owned factory in China is a big deal.

De Minicis, M. (2024), Unveiling platforms: investigating and visualizing the variety of platform capitalism in Italy and Spain, European Journal of International Relations ( peer review phase/Awaiting Reviewer Scores).

Hove, A. (2024). The role of government policies in China’s clean energy success: A multi-dimensional perspective. Peking University Press.

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Minsky, H. P. (2022). The global impact of automation and technological change on employment and wages. Oxford University Press.

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Zhang, Y., & Zhou, Y. (2018). The source of innovation in China. Peking University Press.

EU hourly wages & salaries increased by 4.4% in 2022 – Eurostat

International Federation of Robotics

Note

[1] La tecnologia IoT (Internet of Things), o Internet delle Cose, è un sistema di dispositivi interconnessi che comunicano tra loro e con l’ambiente circostante attraverso internet. Questi dispositivi raccolgono, condividono ed elaborano dati per offrire funzioni intelligenti e automatizzate, migliorando l’efficienza e l’esperienza utente in vari ambiti. I dispositivi IoT sono dotati di sensori che raccolgono informazioni (es. temperatura, movimento, umidità) o attuatori che eseguono azioni (es. accendere una luce, chiudere una porta). Questi dispositivi si connettono a Internet tramite Wi-Fi, Bluetooth, 5G o altre reti. I dati raccolti vengono inviati a piattaforme o cloud, dove vengono elaborati con algoritmi per fornire risposte intelligenti. Basandosi sull’elaborazione, il sistema IoT può attivare comandi (es. abbassare la temperatura di un termostato se fa troppo caldo). Esempi di applicazioni IoT

- Domotica: Case intelligenti con elettrodomestici connessi, illuminazione automatizzata e sistemi di sicurezza.

- Industria 4.0: Macchinari che monitorano il proprio stato e ottimizzano i processi produttivi.

- Sanità: Dispositivi wearable che monitorano i parametri vitali dei pazienti e inviano dati ai medici.

- Smart Cities: Sistemi per monitorare traffico, gestione dei rifiuti o illuminazione pubblica.

- Agricoltura: Sensori per controllare l’irrigazione e monitorare la salute delle colture.

Caratteristiche principali

Interconnettività: Gli oggetti comunicano tra loro.

- Automazione: Molte attività sono svolte senza intervento umano.

- Analisi dei dati: I dati raccolti vengono utilizzati per prendere decisioni migliori.

- Efficienza: Riduzione degli sprechi e ottimizzazione delle risorse.

Sfide dell’IoT

- Sicurezza: Proteggere i dati raccolti dai dispositivi.

- Interoperabilità: Garantire che dispositivi di marche diverse possano comunicare.

- Privacy: Regolamentare l’uso dei dati personali.

L’IoT rappresenta una rivoluzione tecnologica che trasforma oggetti ordinari in dispositivi intelligenti, con applicazioni che toccano ogni aspetto della vita quotidiana e lavorativa.

[2] Secondo Daron Acemoglu, l’intelligenza artificiale (IA) è una tecnologia generica che, mediante algoritmi avanzati e l’elaborazione di grandi quantità di dati, consente la creazione di sistemi capaci di apprendere, prendere decisioni autonome e automatizzare processi complessi. Acemoglu sottolinea come l’IA rappresenti un’importante forza trasformativa nei mercati del lavoro

[3] Investimento industriale in termini verticali si riferisce a strategie di investimento mirate all’integrazione verticale all’interno di una catena produttiva o di valore. Questo tipo di investimento è caratterizzato dall’acquisizione o dal controllo di attività a monte (es. approvvigionamento di materie prime) o a valle (es. distribuzione e vendita) rispetto alla posizione dell’impresa all’interno della filiera. L’obiettivo principale è aumentare l’efficienza, ridurre i costi, controllare meglio i processi produttivi e rafforzare la posizione competitiva.

Esempi di investimento industriale verticale.

Integrazione a monte (upstream):

- Un’azienda manifatturiera che investe nell’acquisto di una miniera per garantire l’accesso alle materie prime necessarie per la produzione.

- Settore automotive: un produttore di auto che investe in un’azienda di produzione di batterie per veicoli elettrici.

Integrazione a valle (downstream):

- Un’azienda che produce beni di consumo che investe nella creazione di una rete di distribuzione diretta o di punti vendita al dettaglio.

- Settore tecnologico: un produttore di dispositivi elettronici che acquisisce una catena di negozi per la vendita al dettaglio.

Vantaggi:

- Controllo dei costi e della qualità: L’azienda può ridurre la dipendenza da fornitori esterni e standardizzare la qualità.

- Efficienza operativa: Minimizzazione delle inefficienze e ottimizzazione del flusso produttivo.

- Riduzione del rischio: Protezione contro le fluttuazioni di mercato e maggiore controllo sulla catena del valore.

- Maggior margine di profitto: Possibilità di internalizzare profitti che altrimenti andrebbero a terzi.

Svantaggi:

- Alti costi iniziali: L’integrazione verticale richiede investimenti significativi.

- Rigidità operativa: Meno flessibilità per adattarsi a cambiamenti di mercato o innovazioni tecnologiche.

- Rischio di inefficienze interne: Se non gestito correttamente, può portare a una gestione complessa e costosa.

Questa strategia è particolarmente rilevante nei settori industriali con supply chain complesse o con mercati volatili, dove il controllo sui processi produttivi e di distribuzione rappresenta un vantaggio competitivo.

[4] L’innovazione incrementale implica il miglioramento progressivo di prodotti, processi o servizi esistenti. Si tratta di innovazioni che non cambiano radicalmente il mercato o la tecnologia, ma aggiungono miglioramenti minori che, nel tempo, possono portare a un significativo miglioramento complessivo.

Caratteristiche principali:

- Piccoli miglioramenti: modifiche incrementali su prodotti o servizi già esistenti, come l’aggiornamento di un software o la versione successiva di un’automobile. - Rischio basso: essendo basata su tecnologie e pratiche esistenti, l’innovazione incrementale comporta rischi minori rispetto a un’innovazione radicale. - Maggiore adattabilità: le modifiche graduali consentono alle aziende di adattarsi alle esigenze mutevoli del mercato senza stravolgere completamente le operazioni.

- Esempio: un produttore di smartphone che rilascia una nuova versione di un telefono con funzionalità migliorate come una fotocamera più potente, senza cambiare radicalmente il design o la tecnologia di base.

Innovazione Radicale

L’innovazione radicale, invece, si riferisce a cambiamenti profondi e significativi che trasformano un prodotto, un servizio o un’intera industria. Queste innovazioni spesso introducono nuove tecnologie o modelli di business che non esistevano precedentemente, creando un cambiamento sostanziale nel mercato.

Caratteristiche principali:

- Cambiamenti sostanziali: l’innovazione radicale porta a nuove soluzioni che possono rivoluzionare il mercato e creare nuove opportunità, come l’introduzione del personal computer o dello smartphone. - Alto rischio: dato che coinvolge nuove tecnologie o concetti, comporta rischi più elevati e richiede un investimento maggiore.

- Impatto di lungo periodo: può creare nuovi mercati o cambiare radicalmente quelli esistenti.

- Esempio: l’introduzione di Internet come nuova piattaforma di comunicazione globale, che ha cambiato radicalmente la vita e il lavoro di miliardi di persone.

Differenza e Vantaggi dell’Incrementale rispetto al Radicale

Favorire l’innovazione incrementale rispetto a quella radicale significa scegliere un percorso che minimizza i rischi e le incertezze. Mentre l’innovazione radicale può portare a enormi vantaggi e trasformazioni, spesso è difficile prevedere se avrà successo o se risulterà fallimentare.

I vantaggi dell’innovazione incrementale includono:

- Maggiore prevedibilità: essendo basata su qualcosa che già funziona, è più facile misurare il ritorno sugli investimenti.

- Miglioramento continuo: consente alle imprese di mantenere la competitività nel tempo, adattandosi alle esigenze del mercato senza dover affrontare cambiamenti drammatici.

- Riduzione dei rischi: meno probabilità di fallire, perché i miglioramenti si basano su pratiche consolidate.

In sintesi, preferire l’innovazione incrementale è una scelta strategica per le imprese che vogliono innovare senza rischiare enormi cambiamenti o costi. L’innovazione incrementale permette di progredire costantemente, ottimizzando e migliorando, pur restando all’interno di un quadro stabile e ben conosciuto.

[5] L’integrazione verticale e il learning by doing sono concetti che si possono intrecciare in un contesto industriale o aziendale, in particolare quando un’impresa decide di adottare strategie di integrazione verticale per migliorare la sua competitività o efficienza operativa.

Integrazione Verticale

L’integrazione verticale è una strategia in cui un’azienda acquisisce o controlla le fasi precedenti (upstream) o successive (downstream) della sua catena produttiva. In altre parole, un’impresa cerca di ottenere il controllo su più stadi della filiera, dalla produzione delle materie prime alla distribuzione del prodotto finito. Questo processo aiuta l’azienda a migliorare il controllo sulla qualità, sui costi e sui tempi di produzione.

Esempio di Integrazione Verticale: un produttore di automobili che acquisisce un fornitore di componenti o una rete di concessionari per controllare meglio l’intera catena produttiva e distributiva.

Learning by Doing

Il concetto di learning by doing si riferisce all’apprendimento che avviene attraverso l’esperienza diretta, mentre si svolgono attività pratiche. È un processo di apprendimento in cui le persone o le organizzazioni acquisiscono competenze e conoscenze man mano che affrontano sfide e compiono azioni ripetute. In contesti industriali o aziendali, il learning by doing è cruciale per migliorare l’efficienza operativa e per l’adozione di nuove tecnologie.

Esempio di Learning by Doing: un’impresa che implementa una nuova tecnologia di produzione e, con l’esperienza quotidiana nell’utilizzo di questa tecnologia, migliora progressivamente l’efficacia e l’efficienza nel processo produttivo.

Integrazione Verticale e Learning by Doing

Quando si combinano i due concetti, l’integrazione verticale favorisce il learning by doing perché l’azienda, avendo il controllo su diverse fasi della produzione, ha la possibilità di acquisire esperienza diretta e sviluppare competenze in tutti gli aspetti della filiera. Questo apprendimento pratico aiuta a migliorare i processi, ridurre i costi e innovare in modo più efficace.

Ad esempio: un’azienda che acquisisce il controllo su tutta la sua catena produttiva, dall’approvvigionamento delle materie prime alla distribuzione, avrà l’opportunità di affinare continuamente le proprie pratiche attraverso il learning by doing, migliorando ogni fase del processo e apprendendo dalle esperienze dirette sul campo.

Vantaggi di questa combinazione:

- Maggiore efficienza: l’azienda impara continuamente a ridurre gli sprechi e a ottimizzare i processi.

- Adattamento più rapido: l’esperienza diretta consente all’impresa di adattarsi rapidamente ai cambiamenti tecnologici o di mercato.

- Innovazione continua: l’acquisizione di conoscenze pratiche durante il processo produttivo permette all’impresa di sviluppare nuove soluzioni e miglioramenti.

In sintesi, l’integrazione verticale favorisce il learning by doing creando un ambiente in cui le imprese possono apprendere attraverso l’esperienza diretta e migliorare costantemente l’efficacia della propria catena del valore.

Fonte