Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2025

La crisi e le ore di lavoro: un secolo dopo

Il periodo più florido della collaborazione di Federico Caffè con il manifesto è stato nel 1980-81. Galapagos racconta che tra i suoi primi articoli riprende la rilettura di un carteggio tra il senatore Giovanni Agnelli e il senatore Luigi Einaudi, che la redazione titola: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Uno slogan che – dice G. Mazzetti (Ai confini dello Stato sociale) – fu coniato per la prima volta dalla CISL. Se la CISL ha poi snobbato questo tema, per gli altri sindacati è rimasto solo uno slogan, da richiamare meccanicamente.

Gli scambi epistolari avvennero sulla rivista “La Riforma Sociale”, diretta da Einaudi, nel gennaio del 1933. (1)

Nel giugno del '32, il Presidente della F.I.A.T. rilasciò alla Word Press un’intervista sulla questione delle ore di lavoro e la crisi, suscitando una vivace discussione a livello mondiale.

Il 5 gennaio del 1933, G. Agnelli, rivolgendosi all’economista Einaudi, cerca di spiegare in modo pragmatico la disoccupazione “tecnica”, cioè quella legata all’introduzione delle macchine nella produzione industriale.

Egli propone un modello, con una serie di semplificazioni, partendo dal salario di sussistenze ovvero l’intero ammontare è speso per la riproduzione della forza lavoro e dei loro familiari.

Nota metodologica

Nel seguire il ragionamento, che sta alla base dello scambio epistolare, formulo un modello che esprime una sintesi comune dei diversi valori numerici utilizzati, per esplicare le proprie argomentazioni, con le rispettive variazioni. Nello specifico, circoscrivo l’analisi numerica di Agnelli all’interno del modello (tabella) proposto da Einaudi, il quale sottolinea la produzione aggiuntiva e i relativi compensi di ciò che lui definisce “capitale tecnico”.

Gli autori convengono sull’utilizzo del dollaro come unità di conto e ipotizzano il costo medio di una giornata lavorativa pari a un verdone. Nella mia rielaborazione introduco gli euro, per rendere il modello attuale e ipotizzo una giornata lavorativa pari a 80 euro, per semplificare i calcoli.

Un modello esplicativo della realtà economico sociale degli anni Trenta, del secolo scorso, caduto nell’oblio

Se nella fabbrica A lavorano 100 operai e il loro salario medio è di 80 euro al giorno, per una paga oraria di 10 euro all’ora, ogni giorno nasce una domanda di 8.000 euro di beni e servizi, che vengono acquistati sul mercato. Se a livello macro, cioè a livello aggregato, non ci sono intoppi, afferma G. Agnelli, gli affari girano bene, non si parla di crisi e quindi non c’è bisogno di lubrificare i meccanismi economici.

Ora, siccome gli industriali tendono a risparmiare il lavoro e a guadagnare di più, fanno a gara a chi introduce le migliori innovazioni tecnologiche, quindi succede che nel sito produttivo A, l’applicazione di nuovi macchinari permette a 75 operai di compiere il lavoro che prima era svolto da 100.

Il che significa che 25 operai rimangono disoccupati, mentre gli altri 75 producono la stessa quantità di prima, ma con meno ore, ossia 600 ore invece che 800, sulla base di una giornata lavorativa media di 8 ore. Quindi per produrre la stessa quantità di prima sono sufficienti solo 6 ore. Le aziende che operano nello stesso settore, se non si adeguano, rimangono fuori mercato.

Una volta che l’innovazione si è generalizzata, si verifica un incremento del tasso di disoccupazione, se i lavoratori e le lavoratrici resi superflui non trovano un’occupazione alternativa. I 25 operai che rimangono fuori riducono i loro consumi, i quali vanno ad incidere sulla produzione di altre aziende.

Se teniamo presente che quegli anni vivono una crisi industriale terrificante, il senatore Agnelli ha sotto gli occhi la riduzione della domanda di beni e servizi, rispetto al periodo precedente, e di conseguenza prende atto che per soddisfare i bisogni del mercato una parte dei 75 operai ancora attivi diventa ridondante.

Certo – continua il Presidente della F.I.A.T – voi economisti ci avete abituato a credere che ad un certo punto l’equilibrio sarà ripristinato, ma per noi capitalisti, quando ci troviamo sulla “china discendente”, ci sembra che questa “catena paurosa”, appena descritta, non abbia mai fine.

Tuttavia, egli constata, sul piano empirico, che in seguito all’invenzione tecnica, apportata nel processo produttivo, la quantità di beni prodotta nello stabilimento A rimane invariata, utilizzando 600 ore di lavoro anziché 800, quindi si presenta la possibilità di pagare lo stesso ammontare di salari, senza espellere i 25 operai, rimpiazzati dalle macchine, riducendo la giornata lavorativa da 8 a 6 ore.

Agnelli, nel porre la sua attenzione alla crisi dilagante, individua una soluzione empirica alla disoccupazione involontaria, legata alle innovazioni tecniche, ma poi asserisce che tale modello sussiste nella sua testa e funziona, in qualche misura da parafulmine ai “collassi spaventevoli” della domanda aggregata a cui i suoi occhi assistono impotenti. Quindi, un dubbio lo assale e rivolgendosi al suo collega senatore del Regno, chiede: “Nel mio discorso, ho trascurato qualche fattore invisibile, sui quali voi economisti vi dilettate?”

A dire il vero, Einaudi sulla questione dei “fattori invisibili”, che di fatto limitano le condizioni di vita di milioni di lavoratori, evade la risposta, non perché l’argomento sia troppo sottile per le sue capacità intellettuali.

No! C’è una ragione pratica che accomuna entrambi gli interlocutori: sebbene vivano una profonda crisi economica e sociale, non avvertono una situazione di disagio tale da spingerli al cambiamento. I fattori invisibili a cui accenna Agnelli esistono e si chiamano rapporti sociali di produzioni, infatti gli sviluppi delle forze produttive non trovano un risvolto positivo, se non vengono messi in discussione i rapporti della proprietà privata.

Quest’ultima puntualizzazione è necessaria e svolge una funzione meta-cognitiva nell’ambito dei rapporti sociali in cui sono immersi i due interlocutori, esprime un tentativo di spiegare le resistenze al cambiamento, non solo della classe che detta gli ordini del giorno dell’agenda sociale, per imporre il proprio punto di vista, ma anche della classe lavoratrice, la quale cede alle lusinghe, alle persuasioni all’uso della forza bruta dei membri del gruppo dominante, accettando l’idea mistificatrice che i guai dei lavoratori siano collegati alla “scarsità di risorse”, quindi siano costretti ad estendere o mantenere invariato il loro orario di lavoro.

Einaudi riprende il discorso del Presidente della F.I.A.T., evidenziando nel modello l’allargamento del ciclo produttivo, con l’introduzione della macchina, intesa come “qualunque procedimento tecnico atto a risparmiare lavoro”; percepisce che gli industriali sono impazienti di arrivare al nocciolo del problema.

Pertanto, gli fa notare che dopo l’introduzione dell’innovazione tecnologica, oltre alla diminuzione del lavoro socialmente necessario, per produrre il valore di 8.000 euro di beni, si verifica un incremento della produzione del 20 % che corrisponde a un valore monetario di 1.600 euro e rappresenta il compenso spettante agli inventori e ai risparmiatori che hanno contribuito a fabbricare la macchina.

Giova precisare che il discorso di Einaudi si basa su due semplificazioni della realtà produttiva di beni destinati alla vendita: la prima consiste nel mantenere invariata la capacità di acquisto di beni e servizi da un momento all’altro, cioè dal processo produttivo senza macchina a quello con la macchina; la seconda rende il modello interpretativo della realtà meno complicato, in quanto non dà importanza alla distinzione tra beni di consumo diretti e beni strumentali.

Dunque, l’apporto della macchina determina una riduzione della fatica dei lavoratori a parità di salario e presuppone, secondo l’impostazione di Einaudi, un aumento della produzione, che dipende dalle capacità organizzative dell’imprenditore, dagli inventori, cioè dalle conoscenze e competenze scientifiche in quel determinato periodo e contesto e dal saggio d’interesse.

Nella mia rilettura del modello ipotizzo un incremento di 1.600 euro di produzione aggiuntiva, mentre Einaudi suppone un incremento di 20 dollari della produzione aggiuntiva, cosicché la produzione totale passa da 100 a 120 unità giornaliere.

In queste circostanze, se vengono soddisfatte tutte le condizioni o le variabili che entrano in gioco – sostiene Einaudi – il sistema tende all’equilibrio, la situazione economica è stabile.

Dopodiché, lo schema di Einaudi cerca di entrare in profondità, dando rilievo ai dettagli matematici, individuando due categorie salariali: quella degli operai stazionari e quella dei progressivi. Tale separazione deriverebbe dalle difficoltà a uniformare le innovazioni tecnologiche, dato che una riduzione generalizzata a 6 ore per tutti i 100 lavoratori comporterebbe una perdita per quelli stazionari e un guadagno dei lavoratori progressivi che, peraltro, andrebbe a compensare lo squilibrio del primo gruppo.

Da buon liberale, non riesce a generalizzare gli aumenti di produttività a tutti i dipendenti, poiché, come ho già rilevato, non mette in discussione i rapporti di produzione capitalistici; riconosce le implicazioni delle tesi individuate da Keynes nella sua opera Essays in persuasion, in relazione agli straordinari aumenti della capacità produttiva registrata nel secolo precedente e sugli ulteriori sviluppi che si prospettano già negli anni trenta del XX secolo, nonostante la terrificante crisi che si vive in quel periodo.

Tuttavia, non coglie l’aspetto essenziale che genera la crisi ovvero la sovrapproduzione e la connessa domanda aggregata inadeguata, mostrando così di rimanere ancorato ai suoi rigidi principi liberisti e nella credenza che le forze del mercato siano in grado di autoregolarsi.

Cosa accadrebbe – chiede Einaudi – se la giornata lavorativa, dopo l’introduzione del “capitale tecnico” e la conseguente espulsione di 25 operai dal processo produttivo, rimanesse di 8 ore per i 75 operai ancora attivi, anziché ridurla a 6 ore ed impiegare l’intero gruppo di 100?

Il gruppo stazionario di 50 operai darebbe luogo ad un valore della produzione equivalente a quella anteriore all’introduzione della macchina, ossia 4.000 euro, mentre il gruppo progressivo, fermo restando le 8 ore giornaliere, creerebbe una quantità di prodotti pari a 5.600 euro, di cui 2.000 euro ai 25 operai, 1.600 euro come valore aggiuntivo ai risparmiatori e agli inventori ed i restanti 2.000 euro, che corrispondono agli aumenti di produttività e il relativo taglio dei 25 operai dal sito produttivo A, finiscono nelle tasche dell’imprenditore che organizza e gestisce il processo produttivo.

Il nocciolo della questione, secondo Einaudi è: “Che fare del margine disponibile dal gruppo progressivo?”

Il margine derivante dall’impiego della macchina non può essere destinato alla riduzione dell’orario di lavoro, in quanto per Einaudi questa strategia non rappresenta la soluzione al problema della disoccupazione o perlomeno, a suo giudizio, il percorrere tale strada condurrebbe al fallimento e sarebbe un rimedio temporaneo.

Nella sua scala gerarchica mette al primo posto gli interessi degli inventori, dei risparmiatori e in particolare degli imprenditori, i quali corrono il rischio dell’introduzione della macchina. Ovviamente, è distante anni luce dal concetto della macchina come lavoro oggettivato, come “lavoro morto”, che è il risultato delle conoscenze e delle competenze e in generale del sapere collettivo, non solo della generazione attuale, ma anche delle precedenti generazioni.

Egli ha un’idea degli inventori come dei soggetti avulsi dal contesto storico, come se estraessero le nuove scoperte dal cilindro di un cappello, alla stessa stregua dei maghi. Certo, il lavoro del singolo, il lavoro particolare, quando emerge, fa la differenza! Ma la domanda è: “Cosa sarebbe stato Leonardo Da Vinci senza il Rinascimento?”

Di fronte all’imperversare della crisi dei primi anni Trenta del secolo scorso, l’economista piemontese non può far finta di niente, non può tacere, quando prende atto dei milioni di disoccupati sparsi in tutti i paesi più industrializzati del Mondo, così come non può sconfessare il suo credo politico, che prevede un sussidio per non morire di fame

Tuttavia, egli prosegue imperterrito sulla sua tesi che non percepisce che si trovi al cospetto della disoccupazione tecnica o involontaria, tant’è che afferma che l’aiuto alla sopravvivenza di coloro che sono senza un lavoro, nonché delle loro famiglie, dev’essere disegnato in modo tale da non indurli a rimanere aggrappati alla “professione di disoccupati”.

Non si rende conto che si trova immerso in una profonda crisi strutturale di sovrapproduzione, che gli industriali non investono, poiché il ROI prospettico è negativo, non vede che il sistema si è bloccato, in ossequio alla destinazione di quel margine, che lui stesso rileva, nel suo schema di lettura della realtà esterna, con l’introduzione della macchina nel processo produttivo, agli imprenditori.

Tira dritto come se nulla fosse, sostenendo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non possa intervenire nella produzione degli “stessi beni” e fantastica di un’espansione della produzione di nuovi beni e servizi, che andrebbero a soddisfare prontamente la domanda dei consumatori sul mercato. Immagina di essere catapultato ai tempi di Jean-Baptiste Say e con lui sentenzia che l’“l’offerta crea la propria domanda”, ossia la produzione genera il reddito per acquistare tutto ciò che viene prodotto.

Nella mente di Einaudi, la negazione del problema degli sbocchi viaggia contemporaneamente alla giustificazione e perpetuazione degli extra-profitti, in un contesto in cui la disoccupazione dilaga; preferisce convergere gli incrementi di produttività sugli oneri figurativi degli imprenditori, dopo aver remunerato i “risparmiatori”, intesi come soggetti esterni all’impresa (le banche).

Allora, che fine fa il capitale di rischio? Nel suo discorso sparisce dalla circolazione e diventa un tabù.

A cosa corrisponde il denaro apportato dall’imprenditore che diventa capitale?

Quel denaro corrisponde al “lavoro risparmiato” e in misura maggiore allo sfruttamento dei lavoratori, cioè farli lavorare 8 ore, quando la riproduzione del loro salario è pari a 6 ore.

Quindi, nel cadere nelle grinfie della mistificazione, affida le sorti della riduzione dell’orario di lavoro al mercato, alla competizione tra industrie stazionarie e quelle progressive e soprattutto sferza i disoccupati, sui quali cadrebbe la responsabilità di non far sorgere la domanda di nuovi beni e servizi, se essi “continuano a dormire sonni tranquilli all’ombra di un sussidio permanente”.

In conclusione, sebbene i due interlocutori, come ho sottolineato qui sopra, appartengano alla stessa stratificazione sociale, c’è una sottile differenza che contraddistingue i loro modi di pensare e di agire, rispetto al fenomeno della disoccupazione. 

Il senatore economista non esprime dubbi sulla propria condizione sociale, sottovaluta l’impatto del “capitale tecnico” sul risparmio di manodopera, individuando come variabili prioritarie la guerra, le crisi sociali di India e Cina, l’aumento dei dazi doganali e i connessi meccanismi di difesa, eccetera, ragion per cui pone la riduzione dell’orario di lavoro alla fine della sua scala gerarchica, sostenendo che il riequilibrio implica gradualità, tempi lunghi e un atteggiamento spontaneo (naturale) di non intervento sulle forze che interagiscono nel mercato. 

Il senatore industriale, che ha una visione pragmatica delle relazioni sociali, oltre ad esprimere un dubbio sulle proprie condizioni di esistenza, è toccato materialmente dagli effetti della crisi, con la conseguente riduzione delle vendite e i relativi licenziamenti, quindi parte dal presupposto che il “fattore tecnico” rappresenti una componente fondamentale del problema della disoccupazione. 

Al contrario di Einaudi, Agnelli pensa che la riduzione generale ed uniforme dell’orario di lavoro sia un problema all’ordine del giorno, da non rimandare a un futuro vago ed indefinito, non cade nel fascino di espressioni idiomatiche del tipo “l’alea incerta del domani” utilizzata da Einaudi nel suo ragionamento ed innanzitutto non s’illude che gli aggiustamenti o i riequilibri possano attuarsi con degli “automatismi naturali”, anzi bisogna spingere nella direzione di “aiutare le forze naturali” ad affrontare e supera i dolori del cambiamento, aggiungerei io.

1) L. Einaudi, La crisi e le ore di lavoro, in “La Riforma Sociale”, gennaio-febbraio 1933,p. 1-20, https://www.luigieinaudi.it

Fonte

23/02/2024

[Contributo al dibattito] - Attivare la previdenza complementare per lo sviluppo del Paese. Un fondo per investimenti diretti con protezione del rendimento

Ho grosse riserve in merito a quanto esposto di seguito, a partire da una impostazione prettamente teorica della questione, dove si minimizza il fatto che i meccanismi descritti sarebbero comunque implementati in un contesto di mercato fortemente deregolamentato che in soldoni, ridurrebbe drasticamente i presunti vantaggi per i lavoratori aderenti al fondo.

È il caso, per esempio dell'aumento dei consumi citato a fine saggio che non è chiaro come dovrebbero prodursi nel sistema economico italiano caratterizzato da una trentennale deflazione salariale.

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di Riccardo Realfonzo
1. Il risparmio come fonte di sviluppo

Luigi Einaudi insegnava che il risparmio è la fonte dello sviluppo economico, il suo ingrediente essenziale. Un Paese in cui le famiglie risparmiano molto può guardare al futuro con serenità, al contrario di un Paese povero di risparmio. D’altronde, amava dire, “senza lepre non si fa il pasticcio di lepre” (Einaudi 1933).

In Italia ancora oggi la propensione al risparmio delle famiglie risulta particolarmente elevata nel confronto internazionale, mentre il debito pubblico sfiora i 3mila miliardi di euro, oltre il 140% del pil. Ciononostante, tutte le volte che vi è uno shock economico, l’attenzione dei media, dei cittadini e della politica economica si rivolge agli strumenti della politica fiscale, e in particolare alla spesa pubblica. Certo, l’aumento della spesa pubblica è efficace nel risollevare rapidamente la domanda aggregata e i livelli di attività dell’economia. Non a caso, lo stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per oltre due terzi è finanziato da nuovo debito pubblico. E tuttavia il livello critico del nostro rapporto debito/pil e il quadro istituzionale, con la riforma del Patto di Stabilità e Crescita, dovrebbero indurci a comprendere che gli spazi fiscali a nostra disposizione sono estremamente limitati.

Sarebbe il caso quindi di tornare a Einaudi ed alla sua esortazione a guardare all’impiego del sano risparmio privato come strumento per finanziare una solida crescita. Tuttavia, se voltiamo lo sguardo in questa direzione ed esaminiamo i dati ufficiali ci rendiamo conto che andiamo in una direzione esattamente contraria, che il risparmio nazionale in grandissima parte viene investito all’estero e che sin qui è mancata una politica finalizzata ad attivare il nostro risparmio per gli investimenti nel Paese.

Nel seguito di questa nota, ci soffermeremo sul risparmio previdenziale delle famiglie italiane e vedremo che è possibile concepire uno strumento di politica economica che, nel rispetto della normativa italiana ed europea, e senza alimentare altro debito pubblico, consenta di incanalare rilevanti risorse verso il sistema produttivo e infrastrutturale del Paese, aumentandone la competitività.

2. Il sottoinvestimento della previdenza complementare nell’economia italiana

Secondo l’ultimo aggiornamento pubblicato dalla Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip), a fine 2023 le risorse accumulate dalla previdenza complementare italiana sono pari a 222,6 miliardi (Covip 2023b). Stando sempre ai dati Covip, il 20,9% di queste risorse sono impiegate in Italia. Precisamente, il 15,4% nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e solo il 5,5% in tutte le altre forme di investimento nell’economia italiana (azioni, obbligazioni, forme di investimento diretto in immobili, infrastrutture e imprese; Covip 2023a). Dunque, il 79,1% del nostro risparmio previdenziale va all’estero.

Spostiamo ora l’attenzione sui 33 fondi pensione negoziali, istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali nei diversi settori produttivi del Paese. È opinione diffusa che l’esperienza di questi fondi sia molto positiva. Il complesso delle norme che regola il funzionamento dei fondi negoziali (D.lgs. 5 dicembre 2005 n. 252), per quanto attiene alla gestione del risparmio e al sistema complessivo dei controlli, che fa capo alla Covip, ha definito un assetto efficiente. La direttiva Institutions for Occupational Retirement Provision II (IORP II) del 2016 ha determinato un consolidamento della governance e un più accurato controllo dei rischi ai quali sono esposti i fondi, oltre a una maggiore trasparenza e più attenzione alle informative verso gli aderenti. Complessivamente, i comparti bilanciati e azionari di questi fondi soddisfano gli obiettivi di rendimento (la rivalutazione del TFR; Covip 2023b), il loro patrimonio cresce progressivamente, i costi finanziari ed amministrativi risultano molto contenuti rispetto alle altre forme della previdenza complementare, aumenta anche il loro impegno sui temi della sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG).

I fondi negoziali raccolgono a fine 2023 circa 67,9 miliardi. Essi investono il 10,5% della loro raccolta in titoli del debito pubblico italiano mentre gli impieghi nell’economia italiana sono marginali. Infatti, solo il 2,5% del patrimonio viene investito in obbligazioni e azioni emesse da imprese italiane (1,5% in obbligazioni e 1% in azioni). Una parte piccolissima dei 67,9 miliardi viene poi investita direttamente nel Paese – nel rispetto del D.lgs. 252/2005, articolo 6, comma 1, lettere d) ed e) – mediante i cosiddetti strumenti “alternativi”, consistenti principalmente in quote di fondi infrastrutturali, fondi di private debt, fondi di private equity, fondi a impatto sociale e di social housing. Queste risorse ulteriori, secondo gli ultimi dati disponibili, sono pari ad appena lo 0,3% della raccolta complessiva dei fondi pensione negoziali. Tirando le somme, l’investimento complessivo dei fondi pensione negoziali nel sistema produttivo italiano non supera il 2,8% del loro patrimonio (Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 2023). E dunque, gli investimenti complessivi dei fondi pensione negoziali nelle imprese italiane non raggiungono i 2 miliardi di euro.

I dati OCSE confermano queste conclusioni. L’ultimo studio (OECD 2022) relativo ai grandi fondi pensione include 75 fondi tra cui anche 3 italiani (Cometa, Fonchim, Fonte). Si evince che i fondi pensione dei Paesi OCSE investono in media il 37,6% nelle rispettive economie nazionali, contro il 20,9% della nostra previdenza complementare. Se poi si esamina il portafoglio medio dei fondi pensione dell’area OCSE si evince che essi investono in media il 6,3% in private equity e il 2,4% in fondi infrastrutturali, oltre all’1,9% in hedge funds (che sono molto attivi anche nel private equity). Tra il 2015 e il 2021 le tipologie di investimenti maggiormente cresciute sono proprio quelli in private equity (+41,4%) e fondi infrastrutturali (+25,2%). Viceversa, come si è osservato precedentemente, gli investimenti alternativi dei nostri fondi pensione negoziali sono pari allo 0,3% del loro capitale(Covip 2023b e Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 2023).

Siamo dunque al cospetto di un sottoinvestimento dei fondi negoziali e della previdenza complementare in generale nell’economia del Paese.

La presenza di questo sottoinvestimento non rappresenta un dato recente o non noto. Si tratta al contrario di una condizione ben nota e antica, al punto che l’art. 2, comma 4 del D.M. n. 703 del 1996 (“Regolamento recante norme sui criteri e sui limiti di investimento delle risorse dei fondi di pensione e sulle regole in materia di conflitto di interessi” – abrogato dal D.M. Economia e Finanze n. 166/2024) stabiliva che “Il fondo pensione nella gestione delle proprie disponibilità tiene conto delle esigenze di finanziamento delle piccole e medie imprese”. La questione è stata evidenziata a più riprese da analisti e commentatori, e ripetutamente rilevata anche dalla Covip, da ultimo nella Relazione per l’anno 2022, allorché chiarisce che “il contributo che il sistema delle forme complementari fornisce all’economia italiana è limitato, anche nel confronto internazionale” (Covip 2023a, p. 43).

È opinione largamente condivisa tra gli operatori e gli studiosi che tale sottoinvestimento sia la conseguenza di una strozzatura di mercato. Esso cioè dipende sia dai limiti angusti (nel confronto internazionale) del mercato di borsa italiano sia dallo scarso sviluppo nel nostro Paese degli strumenti cosiddetti “alternativi” che permettono investimenti diretti.

Sotto il primo aspetto, una caratteristica specifica del sistema produttivo italiano è quella della ridotta dimensione delle imprese italiane e della conseguente quota molto limitata di esse che viene quotata in borsa. Basti rilevare che, prendendo come riferimento gli indici azionari più diffusi MSCI (Morgan Stanley), risultano solo 22 titoli azionari italiani all’interno dell’indice europeo e dell’indice mondiale. Considerando l’indice europeo (MSCI EUROPE), il peso dell’Italia è pari al 3,50%. Considerando l’indice mondiale (MSCI WORLD) il peso dell’Italia è appena dello 0,59%.

Sotto il secondo aspetto, occorre rimarcare la generale arretratezza del nostro mercato dei servizi di risparmio gestito nel settore degli investimenti alternativi, ovvero di quelle forme di investimento che non passano per l’acquisto di azioni e obbligazioni nei mercati quotati ma principalmente attraverso le forme “dirette” del private debt, del private equity, del venture capital, dei fondi infrastrutturali. Si tratta di forme di investimento più rischiose, perché illiquide, per le quali non esistono quotazioni ufficiali, che consentono di intervenire a sostegno di aziende che tipicamente, per diverse ragioni, hanno maggiori difficoltà ad avere accesso al credito bancario a medio-lungo termine. D’altronde, stando ai requisiti di Basilea, il finanziamento di operazioni di questo tipo determina, per il profilo di rischio ad esse associato, importanti accantonamenti di capitale, con la conseguente timidezza dello stesso sistema bancario ad intervenire in questa tipologia di investimenti. Per quanto attiene il lato della domanda occorre rilevare che la funzione di gestione del rischio dei fondi pensione, secondo quanto previsto dalla direttiva IORP II, ha il compito di monitorare il rischio di liquidità del fondo pensione, che cresce esponenzialmente con l’introduzione in portafoglio di fondi di private equity e private debt. Dal punto di vista dell’offerta, i dati a disposizione mostrano che, nel confronto internazionale effettuato in rapporto al pil di ciascun Paese, in Italia gli operatori di private equity e private debt sono molto numerosi e molto piccoli. L’operatore domestico principale ha masse in gestione di poco superiori ai 3 miliardi mentre ad esempio in Francia l’operatore più grande ha masse in gestione per oltre 100 miliardi. Le operazioni che si effettuano in Italia sono mediamente di importo molto ridotto e quelle di dimensioni più rilevanti sono sovente appannaggio di operatori stranieri.

Come conseguenza dello scarso sviluppo del mercato degli investimenti alternativi, con i rilevanti rischi connessi, i consigli di amministrazione dei fondi pensione, in attuazione dei criteri di gestione di cui all’art. 3 del D.M. Economia e Finanze n. 166/2024, nell’interesse esclusivo dei loro aderenti, sono indotti ad adottare benchmark di mercato e strategie di investimento diversificate su scala internazionale – nei quali, come conseguenza dell’esiguo numero di imprese quotate italiane, il peso assegnato all’Italia è marginale – di fatto generando un esito sistemico evidentemente subottimale, considerato il fatto che l’investimento nell’economia nazionale attiverebbe una dinamica positiva del pil e dell’occupazione, alimentando quel circuito economico che fa anche crescere gli stessi fondi pensione italiani.

Insomma, il copioso risparmio previdenziale delle famiglie italiane se ne va dal Paese e finanzia lo sviluppo di sistemi produttivi concorrenti; senza considerare che il combinato disposto tra l’utilizzo non soltanto in Italia di strategie a benchmark e il limitato peso assegnato all’Italia negli indici, finisce anche per attrarre una quota inferiore di investimenti internazionali sul mercato domestico

3. Le iniziative in campo per indirizzare il risparmio previdenziale nel Paese

La lettura dei dati sopra riportati non deve nascondere il fatto che in questi anni vi sono state diverse iniziative finalizzate ad offrire ai fondi pensione negoziali opportunità per investire direttamente con strumenti alternativi illiquidi nell’economia italiana.

Queste iniziative hanno sin qui coinvolto complessivamente 17 fondi negoziali. Vi sono state alcune iniziative di mercato. Il Progetto Iride ha portato 5 fondi pensione a investire 216 milioni in fondi di private equity rivolti all’Europa ed anche all’Italia. Il Progetto Zefiro ha coinvolto 4 fondi pensione che stanno investendo 215 milioni in fondi di private debt sempre con focus su Europa e in parte Italia. Il Progetto Vesta vede attivi 5 fondi pensione, con un commitment di 168 milioni, nel settore delle infrastrutture europee ma con una quota per l’Italia (Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali 2023).

Poi vi è il Progetto Economia Reale, promosso da Assofondipensione e Cassa Depositi e Prestiti (CDP), con Fondo Italiano d’Investimento SGR (partecipata da CDP Equity, Intesa Sanpaolo, UniCredit, Fondazione ENPAM, Fondazione ENPAIA, Associazione Bancaria Italia, Banco BPM e BPER Banca). Questo progetto, che opportunamente punta a indirizzare risorse dei fondi esclusivamente verso l’economia italiana, ha visto l’attivazione di tre fondi di fondi:

  1. il FOF Private Equity Italia (FOF PEI), che ha raccolto 300 milioni da CDP e 196,7 milioni da 17 fondi pensione italiani per un totale di 496,7 milioni. Al settembre 2023, FOF PEI ha in portafoglio 15 fondi di private equity dedicati all’economia reale italiana che hanno finalizzato investimenti in 66 società, di cui in 16 nei primi 9 mesi del 2023;
  2. il FOF Private Debt Italia (FOF PDI) che ha raccolto 250 milioni da CDP e 90,8 milioni da 10 fondi pensione italiani, per un totale: 340,8 milioni. Al settembre 2023, FOF PDI ha in portafoglio 10 fondi di private debt;
  3. Il FOF Infrastrutture, presentato a giugno 2023, che prevede un primo investimento di 30 milioni nel settore dell’efficientamento energetico (Fondo Italiano d’Investimento 2023).

Dalle Relazioni semestrali prodotte dal Fondo Italiano d’Investimento si evince che questi progetti stanno dando risultati complessivi incoraggianti. In particolare, il FOF PEI registra un valore totale dell’investimento in rapporto al capitale investito (Total Value Paid In) maggiore di uno; ciò significa che sta determinando rendimenti positivi e ha già superato l’effetto negativo legato dal calo iniziale di breve periodo, la “J- curve”, che ci si attende inizialmente da questo tipo di investimento.

Nonostante l’iniziativa di Assofondipensione con CDP, il volume complessivo degli investimenti dei fondi pensione negoziali resta limitato a pochi decimi della raccolta complessiva dei fondi pensione negoziali e l’investimento totale nell’economia italiana ad oggi non raggiunge il 3% del patrimonio. E ciò, si badi, nonostante la circostanza che gli investimenti diretti siano potenzialmente interessanti per gli investitori della previdenza complementare, per la loro natura di investimenti di lungo periodo, per il premio di illiquidità implicito che essi incorporano, in un’ottica di strategica diversificazione del portafoglio, parziale decorrelazione e protezione dall’inflazione.

4. La proposta: un fondo per investimenti diretti con protezione del rendimento

Per fare in modo che i risparmi previdenziali delle famiglie italiane vengano in misura più significativa investiti nel Paese, è dunque necessario prendere atto pragmaticamente della presenza di una rilevante strozzatura di mercato, che impedisce un afflusso adeguato del risparmio previdenziale nel Paese, e intervenire con una misura di politica industriale finalizzata ad incentivare l’investimento di questo risparmio nel sistema produttivo ed infrastrutturale italiano. Ciò anche per favorire lo sviluppo del mercato e il superamento nel futuro di quella strozzatura.

Qui riprendo e sviluppo una proposta che ho avanzato in passato, anche come Presidente di Cometa, e che è stata a più riprese discussa dalle parti sociali dell’industria metalmeccanica, sino ad essere inserita nel contratto vigente siglato da tutti i firmatari.

La proposta punta ad introdurre uno strumento che permetta ai consigli di amministrazione dei fondi pensione di investire mediante strumenti “diretti” nelle infrastrutture sociali e nell’apparato produttivo italiano grazie alla introduzione di un meccanismo di protezione dei rendimenti alla scadenza del progetto (quindi anche sull’eventuale rischio default dei soggetti in cui si investe), che tuteli il risparmio dei lavoratori che aderiscono ai Fondi.

Si tratta di introdurre un nuovo fondo di fondi, pubblico-privato, che raccolga risorse dai fondi pensione, con un vincolo di lungo periodo, e investa direttamente in infrastrutture e piccole-medie aziende, con il ricorso alle formule ormai tradizionali della finanza alternativa, come private equity, private debt, venture capital.  L’obiettivo è favorire il potenziamento dell’apparato produttivo, la crescita della dimensione media delle imprese, il consolidamento di cooperative dei lavoratori (legge Marcora), il potenziamento delle infrastrutture sociali, in un quadro coerente con le linee nazionali di politica industriale.

Alla scadenza dell’investimento, le singole quote sarebbero retrocesse ai fondi investitori con i rendimenti maturati. CDP potrebbe essere il soggetto semi-pubblico titolare della emissione delle quote e si farebbe carico del meccanismo di protezione del rendimento.

Il meccanismo di protezione del capitale investito può essere concepito tecnicamente con almeno due soluzioni diverse. In entrambi i casi, il fondo pubblico posto a base dell’operazione va ad integrare i rendimenti nei casi in cui essi fossero inferiori a un valore soglia di rendimento definito. In entrambi i casi,il fondo in questione non avrebbe la natura tecnica di garanzia assicurativa poiché opererebbe nei limiti della dotazione stanziata e sarebbe, in particolare nella seconda soluzione, dipendente dalla dinamica di mercato. Per questa ragione, tali misure non cadono nei limiti della disciplina sugli aiuti di Stato.

Una prima soluzione, consiste nell’istituzione di un fondo rotativo ad opera di CDP che a scadenza integrerebbe i rendimenti a favore dei fondi pensione in tutti i casi in cui essi fossero inferiori al valore soglia e che al contrario risulterebbe alimentato in tutte le circostanze in cui i rendimenti fossero superiori a tale valore.

Una seconda soluzione consiste nella partecipazione stessa di CDP all’investimento in questione, con capitale pubblico (come accade con il Progetto Economia Reale). Ciò significa che gli investimenti diretti prevederebbero due classi di investitori: i fondi pensione e CDP. La tutela degli investimenti della prima classe di investitori, i fondi pensione, prevederebbe che al momento della liquidazione finale, a scadenza dell’investimento, l’assegnazione a loro favore dipenderebbe dal valore del rendimento generato. L’assegnazione sarebbe pari al 100% dell’investimento effettuato e comunque fino al valore soglia definito nel caso di rendimenti negativi o comunque inferiori al valore soglia, evidentemente con minore rendimento per l’investitore della seconda classe (CDP); viceversa, in caso di rendimento superiore al valore soglia definito, l’assegnazione a favore dei fondi pensione sarebbe pari al capitale maggiorato sino al valore soglia più una percentuale dell’extrarendimento, con maggiore assegnazione, in questo caso, per l’investitore CDP.

Il valore soglia definito dei rendimenti potrebbe essere posto nella rivalutazione maturata dal Trattamento di Fine Rapporto (TFR) che, per legge, si calcola annualmente aggiungendo al tasso dell’1,5% il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo accertato dall’ISTAT. Si sottolinea che la rivalutazione del TFR rappresenta il benchmark di riferimento per la previdenza complementare, considerato che questa è la rivalutazione del risparmio previdenziale dei lavoratori nel caso in cui essi non aderiscano ai fondi pensione e lascino il TFR con le loro contribuzioni in azienda. La rivalutazione media del TFR è stata dell’1,6% nel 2023 e del 2,4% nella media degli ultimi dieci anni (Covip 2023b).

La proposta qui presentata riprende per certi aspetti la logica generale europea del vecchio piano Juncker, che prevedeva l’appostamento di risorse pubbliche (l’European Fund for Strategic Investments, EFSI) che funzionassero da strumento di garanzia per mobilitare il risparmio privato ed attivare, con un effetto leva, investimenti multipli che altrimenti non si sarebbero realizzati.

Una esperienza italiana che può essere richiamata ad ispirazione del progetto che qui si propone, è quella testata in Trentino Alto Adige con il fondo pensione regionale Laborfonds, finalizzato allo sviluppo delle attività produttive regionali. La protezione degli investimenti, che riguarda la parte degli investimenti effettuati in strumenti alternativi (il fondo mobiliare chiuso denominato “Fondo Strategico del Trentino-Alto Adige”), non è caduta nelle censure della disciplina degli aiuti di Stato, in quanto meccanismo di mercato. In particolare, si tratta di una protezione dell’investimento nominale nei limiti della disponibilità di un capitale appostato dalla Regione. Per questo motivo, non si tratta di un meccanismo di garanzia in senso tecnico-assicurativo, ma di uno strumento di protezione a scadenza del capitale versato. La tutela degli investimenti nominali prevede al momento della liquidazione finale, a scadenza dell’investimento, una assegnazione che dipende dal valore del rendimento generato. L’assegnazione è pari al 100% del valore dell’investimento effettuato, nel caso di rendimenti negativi, sempre comunque nei limiti del capitale disponibile; un importo pari al valore delle quote detenute, se il rendimento risulta positivo ma inferiore al 5%; un importo pari al valore delle quote detenute, con riduzione del 30% del rendimento eccedente il 5%.

Data la cornice di strategia generale degli investimenti, la proposta qui presentata prevede l’individuazione o creazione di un gestore altamente specializzato negli investimenti “alternativi” italiani, con rilevanti competenze soprattutto in termini di scouting, analisi delle proposte di investimento, due diligence, e strumenti di private equity, private debt e venture capital, oltre che supporto delle società target, anche con il ricorso a CDP (l’esperienza positiva praticata con Fondo Italiano d’Investimento risulta incoraggiante). La definizione e realizzazione di rigorosi strumenti di controllo di raccolta e investimento, anche in termini ESG, potrebbe vedere anche il coinvolgimento di Covip. D’altronde la principale e vera protezione del rendimento deve riposare nella qualità dei progetti selezionati, in assenza della quale l’intero processo risulterebbe viziato.

5. I vantaggi del fondo per investimenti diretti con protezione del rendimento

La proposta in questione genera vantaggi per il complesso degli attori coinvolti.

Dal punto di vista degli oltre 4 milioni di lavoratori aderenti ai fondi pensione negoziali, l’introduzione di questa misura, in una delle varianti descritte, contribuirebbe a generare un flusso di rendimenti in linea con la rivalutazione del TFR. Per gli aderenti, dunque, la misura permetterebbe l’acquisizione di un rendimento pari alla rivalutazione del TFR tenuto in azienda senza dovere rinunciare all’extracontribuzione del datore di lavoro e ai vantaggi fiscali della previdenza complementare, che viceversa andrebbero persi nel caso in cui il lavoratore non aderisse al fondo pensione. La maggiore diversificazione degli investimenti da parte dei fondi pensione contribuirebbe all’ottimizzazione del rapporto rischio rendimento, a tutto vantaggio degli aderenti. Inoltre, e soprattutto, il Fondo investirebbe nei settori industriali in cui operano gli stessi aderenti.

Alla luce di ciò risulta chiaro che l’introduzione di un simile strumento accrescerebbe per un lavoratore il costo opportunità della mancata adesione alla previdenza complementare e quindi favorirebbe la crescita delle adesioni ai fondi negoziali. Si tratta di un obiettivo certamente auspicabile che rafforzerebbe ulteriormente il collegamento funzionale tra il sistema previdenziale obbligatorio a ripartizione, gestito dall’INPS, e quello di previdenza complementare a capitalizzazione, con l’obiettivo di concorrere ad assicurare ai lavoratori mezzi adeguati alle esigenze di vita al momento del pensionamento. Inoltre la crescita dei fondi pensione potrebbe favorire maggiori investimenti futuri nel Paese, attivando un circolo virtuoso.

Dal punto di vista del fondo pensione, lo strumento in questione permetterebbe ai consigli di amministrazione di dedicare molte più risorse agli investimenti diretti nell’economia italiana, superando le difficoltà legate alla inadeguatezza complessiva del mercato italiano e alla forte incertezza che si accompagna oggi a tali investimenti. I fondi pensione avrebbero infatti a disposizione uno strumento di investimento di lungo periodo, perfettamente adeguato alla loro natura di investitori di lungo periodo per eccellenza, che – come osservato – consentirebbe loro di ottenere il rendimento obiettivo della previdenza complementare, differenziando le tipologie di investimento grazie alla introduzione di questa asset class, abbattendo i livelli di rischio complessivo dei loro portafogli e dunque ottimizzando il rapporto rischio/rendimento dei comparti offerti dai fondi. Naturalmente, la crescita delle adesioni, assicurata dai maggiori profili di rendimento e dall’abbattimento del grado di rischio del portafoglio generate dalla proposta in esame, alimenterebbe la crescita virtuosa dei fondi pensione.

Dal punto di vista delle performance dell’economia italiana, l’introduzione di un Fondo con il meccanismo di protezione dei rendimenti garantirebbe per le ragioni sopra dette un nuovo flusso di investimenti finanziato con risparmio privato a favore delle imprese e delle infrastrutture del Paese.

L’impatto potenziale sull’economia italiana potrebbe essere molto rilevante se si riuscisse, con l’introduzione di questa misura, a superare le strozzature del nostro mercato portando la quota degli investimenti sul totale del capitale gestito dalla previdenza complementare italiana al livello degli altri Paesi occidentali. Per una valutazione indicativa degli impatti di questa proposta sul piano macroeconomico e della finanza pubblica, sono stati svolti alcuni esercizi sulla scorta delle metodologie e degli assunti utilizzati dal governo anche per l’analisi degli impatti del PNRR (Governo Italiano 2023a e 2023b). Il riferimento è in questo caso al modello di equilibrio economico generale QUEST, sviluppato dalla Commissione Europea. A risultati non molto diversi si perviene seguendo le metodologie del cosiddetto “nuovo consenso” utilizzate dal Centro Studi Confindustria (Centro Studi Confindustria 2023). Assumendo, a puro titolo di esempio, un incremento degli investimenti di 20 miliardi di euro nell’economia nazionale, pari a un punto percentuale del pil nominale 2023, e ipotizzando che tali investimenti vengano realizzati in cinque anni, in ragione di un quinto annuo (4 miliardi/anno), si avrebbe ogni anno un incremento del tasso di crescita del pil di alcuni decimi di punto (alla fine del quinto anno si avrebbe un incremento del tasso di crescita del pil rispetto al trend stimabile in circa lo 0,4% del pil). L’effetto reale cumulato, dato dalla somma di tutti gli incrementi del pil rispetto al valore del primo anno, risulterebbe pari a circa l’1,4% del pil (base di riferimento il primo anno). Gli effetti di crescita del pil risulterebbero determinati dall’incremento degli investimenti, dall’aumento indotto dei consumi, tenuto conti di un marginale impatto negativo del saldo della bilancia commerciale dovuto all’incremento delle importazioni. Da notare che l’aumento del pil determinerebbe un aumento delle entrate fiscali di circa il 40% dell’incremento stesso del pil, ripagando lo stanziamento necessario per il fondo rotativo e l’investimento pubblico, e fornendo un contributo al miglioramento del rapporto debito pil.

Questa medesima simulazione è stata condotta anche con un modello stock flow di impostazione keynesiana, che dunque attribuisce maggiori valori ai moltiplicatori degli investimenti, generando risultati ancora più incoraggianti in termini di maggiore tasso di crescita del pil e pil reale cumulato (Canelli, Fontana, Realfonzo e Veronese Passarella 2022).

6. Un progetto pilota per l’industria metalmeccanica

La proposta appena presentata è stata oggetto di discussione e condivisione tra le parti sociali dell’industria metalmeccanica. Non a caso, il Contratto Collettivo Nazionale dei Metalmeccanici – siglato nel 2021 da Federmeccanica, Assistal e Fim, Fiom, Uilm – prevede che “le parti firmatarie del presente Contratto, confermando la scelta di considerare il Fondo nazionale di categoria COMETA come lo strumento più idoneo a soddisfare i bisogni previdenziali dei lavoratori metalmeccanici, sollecitano coerenti provvedimenti di legge finalizzati allo sviluppo dei Fondi negoziali. In particolare, si impegnano mediante apposite iniziative a sollecitare le istituzioni deputate ad introdurre una minore tassazione dei rendimenti finanziari e a definire interventi normativi che, con precise garanzie a tutela del risparmio previdenziale e della sua rivalutazione, favoriscano gli investimenti nell’economia reale in modo da consentire migliori rendimenti finanziari per i lavoratori ed un sostegno alla crescita economica del nostro Paese. Le parti si impegnano, altresì, a perseguire una politica che favorisca gli investimenti socialmente responsabili” (Sez. Quarta, Titolo IV, Retribuzione ed altri istituti economici, art. 15 “Previdenza Complementare”).

Tra le numerose occasioni in cui la proposta è stata recentemente ripresa, vi è l’ultima Assemblea di Federmeccanica, del settembre 2023, nella quale il Presidente, Federico Visentin, ha rimarcato: “La Cassa Depositi e Prestiti potrebbe anche intervenire, fornendo le necessarie garanzie, per sostenere investimenti nell’economia reale realizzati dal Fondo di Previdenza Complementare Cometa, se finalizzati alla crescita delle imprese metalmeccaniche e meccatroniche italiane”.

Un primo progetto pilota potrebbe dunque essere studiato con riferimento all’industria metalmeccanica.

*Documento presentato dal prof. Riccardo Realfonzo, Presidente del fondo pensione Cometa, in occasione della audizione presso la Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, indagine conoscitiva “Sugli investimenti finanziari e sulla composizione del patrimonio degli enti previdenziali e dei fondi pensione anche in relazione allo sviluppo del mercato finanziario e al contributo fornito alla crescita dell’economia reale”. Roma, 15 febbraio 2024

Bibliografia

Canelli R., Fontana G., Realfonzo R., Veronese Passarella M. (2022), Is the Italian government debt sustainable? Scenarios after the Covid-19 shock, “Cambridge Journal of Economics”, Vol. 46, Issue 3, May, pages 581–587;

Centro Studi Confindustria (2023), L’economia italiana torna alla bassa crescita?, autunno;

Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali (2023), Investitori istituzionali italiani: iscritti, risorse e gestori per l’anno 2022, Itinerari Previdenziali, Decimo report annuale;

Covip (2023a), Relazione per l’anno 2022;

Covip (2023b), La previdenza complementare. Principali dati statistici, dicembre;

Einaudi L. (1933), Il mio piano non è quello di Keynes, “La Riforma Sociale”, marzo-aprile, pp. 129-142;

European Commission (2014), An investment plan for Europe, Communication from the Commission, COM 903, November, Brussels;

Federmeccanica, Assistal, Fim, Fiom, Uilm (2021), Contratto collettivo nazionale di lavoro per i lavoratori addetti all’industria metalmeccanica privata e alla installazione di impianti, 5 febbraio;

Fondo Italiano d’Investimento (2023), Relazioni semestrali;

Governo Italiano (2023a), Documento di economia e finanza, Sezione I, Programma di Stabilità;

Governo Italiano (2023b), Documento di economia e finanza, Appendice 1 al Programma Nazionale di Riforma, Valutazione dell’impatto macroeconomico delle riforme;

OECD (2022), Long-term investing of large pension funds and public pension reserve funds, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/809eff56-en;

Visentin F. (2023), Relazione, Assemblea Generale Federmeccanica, settembre.

Fonte

13/05/2018

Mattarella veste i panni del Mazinga “europeo”

“Qui comando io”. La trasformazione di Sergio Mattarella, da mite notaio delle istituzioni in decisore di ultima istanza delle sorti del paese, si è consumata in pochissimi giorni.

Prima ha rotto il cincischìo dei “tre poli” incapaci di formulare una maggioranza di governo, avanzando esplicitamente la formula del “governo neutrale”, con tanto di nomi ultra-tecnici fatti circolare nel sistema mediatico.

Ieri ha definitivamente messo da parte ogni cautela per avanzare una originale rivisitazione dei poteri del Capo dello Stato, in senso marcatamente autoritario. Lo ha fatto a Dogliani, residenza abituale di Luigi Einaudi, il secondo a ricoprire la carica nell’era repubblicana, economista liberale di fama internazionale, ex governatore della Banca d’Italia e ministro delle finanze (del Tesoro e del Bilancio, contemporaneamente), nel quarto governo De Gasperi. Un “super-tecnico”, non a caso; un Ciampi accademicamente molto più considerato.

Ma Mattarella non si è affatto limitato a magnificare il ruolo di un presidente di 70 anni fa, ma ha voluto evidenziare alcuni passaggi decisivi di quella presidenza che oggi diventano la sua stella polare nell’affrontare questa crisi politica.

Ha messo infatti in fila quattro concetti che cambiano radicalmente il suo del presidente:

a) «Cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario [... ricordando] il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo le elezioni del 1953 per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc».

Trasportato nella situazione attuale, Mattarella ha inteso dire a Salvini e Di Maio, impegnatissimi nel “cercare la quadra” tra le rispettive promesse elettorali e la durissima sorveglianza dell’Unione Europea sui conti pubblici, che il nome del presidente del consiglio dovrà essere di suo gradimento. Ovvero un “tecnico” iper-liberista che possa fare da garante della subordinazione anche del prossimo esecutivo rispetto al quadro fissato dai trattati dell’Unione.

Come Einaudi rifiutò di nominare come successore di De Gasperi un uomo scelto dalla Dc (partito di maggioranza relativa), scegliendo invece Giuseppe Pella, un economista suo ex allievo all’università, per formare quello che fu chiamato allora “governo d’affari o governo amministrativo, il cui unico compito era quello di arrivare all’approvazione della legge di bilancio, senza altri particolari fini politici”. Non proprio il “governo neutrale” di Mattarella, ma qualcosa di molto simile...

b) «Un testo – quello scritto da Einaudi in occasione della ratifica della Comunità Europea di Difesa – che conserva un’incredibile freschezza», sottolineando che «la civiltà europea avrebbe potuto salvarsi dall’autodistruzione soltanto collocandosi nella prospettiva dell’integrazione e perseguendo la via degli Stati Uniti d’Europa». Tradotto in linguaggio presente, nessuno pensi di poter allentare qualche vincolo dell’Unione Europea, di nessun tipo, perché anzi oggi bisogna farsi carico anche del richiesto incremento della spesa militare visto che – come ha ricordato Alngela Merkel solo tre giorni fa, e casualmente ieri presente ad Assisi – “Non si può più pensare che gli Usa ci difenderanno, l’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani”.

c) “Solo una società libera e robusti contropoteri avrebbero impedito abusi“. L’affermazione, in altri tempi quasi banale, assume oggi un significato molto concreto: le forze politiche che stanno cercando di formare un governo non credano di poter fare qualsiasi cosa venga loro in mente (per realizzare almeno in parte i rispettivi programmi), perché il loro ruolo verrà comunque limitato da “altri poteri”, compensativi o di rango superiore. E lui è lì per garantire che il nuovo governo non uscirà dal solco tracciato da quelli precedenti, perlomeno da Monti in poi.

d) “Era tale l’importanza che Einaudi attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota, nel 1954, in occasione dell’incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Dc, dopo le dimissioni del governo Pella“. Oltre alla scelta del premier, insomma, Mattarella vigilerà attentamente sul profilo di ogni ministro che verrà proposto dalla “strana coppia” riunita ieri al Pirellone. Nessuno spazio per “populisti fantasiosi”, gente senza competenze affidabili secondo i parametri fissati dall’establishment continentale.

e) “Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’art.81 della Costituzione“. E’ l’avvertimento finale. Nessuna cancellazione o revisione della legge Fornero, se non saranno previsti tagli di spesa pubblica (ma non a quella militare, che deve invece aumentare) in altri settori. Nessuna flat tax, se il gettito complessivo non fosse identico o superiore a quello attuale. Nessun ritocco neppure al Jobs Act, per le parti che prevedono spesa da parte dello Stato (ammortizzatori sociali, insomma); e dunque nessuno spazio al “reddito di cittadinanza”, neanche nella versione costrittiva uscita di recente dal pensatoio grillino.

Nell’insieme, il discorso di Mattarella ieri disegna un assetto istituzionale nuovissimo, ma pienamente corrispondente alla costituzione reale costruita in base ai trattati dell’Unione Europea. I partiti politici non contano più nulla, nel senso che non possono più neppure pretendere di convogliare interessi sociali strutturati, se questi configurano politiche economiche non compatibili con l’assetto Ue. Di fatto, dunque, il voto popolare – quello per cui si può e deve fare guerra contro paesi che non lo prevedono – non ha più il potere di far cambiare le politiche cambiando il personale dirigente della Repubblica.

Peggio ancora: neanche il Parlamento ha più il potere di decidere nulla, se non nelle materie su cui i poteri sovranazionali non hanno nulla da eccepire (insomma: se Salvini vuole buttare un po’ di immigrati a mare, per mantenere il consenso dei suoi, può farlo, ma in modica quantità; soprattutto, però, non creda di poter decidere su cose che “costano”).

Avevamo capito, e non da ora, di vivere in una democrazia a sovranità limitata. Lo avevamo capito quando la Nato e gli Stati Uniti intervenivano in ogni vicenda nazionale in difesa degli assetti che garantivano i loro interessi. Ma fin qui ogni presidente della Repubblica o del consiglio dei ministri si era affannato a narrare la favola bella del “paese libero” di decidere le proprie sorti.

Mattarella ha chiuso con quella finzione. Qui comando io, perché sono il garante di questa costituzione materiale. Il resto non conta.

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