di Philip Weiss
Il mese scorso, un membro di spicco dell’organizzazione ebraica J Street, che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a prescindere da tutto” è stata imposta da un “gruppo ben finanziato di ebrei”.
“Un piccolo gruppo di ebrei americani, organizzato e ben finanziato, ha trattato la questione come una questione cruciale nelle elezioni, e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di opporsi a loro”, ha scritto Ilan Goldenberg.
Non molto tempo fa, simili attacchi alla Lobby israeliana (compreso il mio) sono stati liquidati come “teorie cospirazioniste antisemite”. Ora, un’importante organizzazione ebraica si unisce.
Questo perché la comunità ebraica americana è oggi in aperta crisi per il suo storico sostegno a Israele. Ebrei di spicco stanno finalmente attaccando la Lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da importanti gruppi ebraici per garantire che non ci fosse alcuna incomprensione tra il governo israeliano e quello statunitense.
La crisi è stata catalizzata dalla vittoria del Sindaco eletto di New York Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana. Non si può essere antisionisti ed essere presi sul serio nella politica americana
La Lobby israeliana ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, eppure Mamdani ha comunque battuto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso, l’istituto ebraico ha parlato con timorosa forza. L’elezione di Mamdani è “cupa” e “inquietante”, ha dichiarato la Conferenza dei Presidenti.
“L’elezione di Zohran Mamdani a Gracie Mansion ci ricorda che l’antisemitismo rimane un pericolo chiaro e presente”.
La Lega Anti-Diffamazione ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” sull’idea che Mamdani promuoverà la violenza antisemita, un’affermazione basata sulle critiche di Mamdani a Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite, e ha dimostrato un’intensa animosità verso lo Stato Ebraico, contraria alle opinioni della stragrande maggioranza degli ebrei newyorkesi”.
Se la Lobby pensava di poter abbattere Mamdani, ha fallito. Due settimane dopo le elezioni, Mamdani si è recato alla Casa Bianca e ha parlato di “Genocidio” israeliano, e Trump non ha fatto nulla per contraddirlo. Era ora di sentire quella parola alla Casa Bianca.
Il coraggio di Mamdani ha innescato il nuovo discorso critico nei confronti di Israele, ma è stato reso possibile da un movimento sociale più ampio. I giovani americani si stanno rivoltando contro Israele per le sue politiche anti-palestinesi di Genocidio e Apartheid.
Rahm Emanuel ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, le Federazioni Ebraiche, il mese scorso. Ricordando che Obama aveva visitato Israele prima di annunciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che si candida alla presidenza, ha affermato che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale.
“Nessuno lascerà l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica”.
E non solo i democratici. Emanuel ha affermato che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno rivoltando contro Israele.
“Guardate dove si colloca Israele in America con le persone sotto i 30 anni”, ha detto: “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico assumere una posizione pro-Israele. Israele è estremamente impopolare, voglio ribadire questo concetto a tutti noi che sosteniamo uno Stato Ebraico, oggi, per una generazione sotto i 30 anni, gli ultimi due anni di Israele saranno una definizione fondamentale tanto quanto lo fu la Guerra dei Sei Giorni per una generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti riguardo al compito che abbiamo qui”.
La Lobby israeliana si sta sciogliendo sotto i nostri occhi. Nella stessa conferenza, Eric Fingerhut, ex membro del Congresso e capo delle Federazioni, ha affermato che la cattiva immagine di Israele era il risultato di una cospirazione internazionale: “Abbiamo assistito a un attacco pianificato e coordinato alla reputazione di Israele in Nord America e alla comunità ebraica che lo sostiene. Alimentato da miliardi di dollari in denaro sporco da Iran, Qatar, Cina, Russia e altri ancora. Diffuso dagli strumenti di comunicazione più avanzati mai inventati”.
La conferenza era dedicata a ripristinare il posto di rilievo di Israele nel dibattito americano, “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che Israele significa”.
Ma è fallita, clamorosamente. La copertura mediatica dell’evento si è concentrata su un altro crollo: l’autrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, che si è lamentata del fatto che parlare di Israele ai giovani oggi significhi cercare di superare un “muro di bambini morti”.
I bambini morti stanno arrivando persino agli ebrei americani, ha detto Hurwitz: “Avete TikTok che martella il cervello ai nostri giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché molti di noi non riescono ad avere una conversazione sana con i giovani ebrei, perché qualsiasi cosa cerchiamo di dire loro, la sentono attraverso questo muro di carneficina. Voglio fornire dati, informazioni, fatti. La sentono attraverso questo muro di carneficina”.
Hurwitz ha affermato che l’educazione all’Olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Ha portato i giovani a vedere gli israeliani pesantemente armati come Nazisti e i loro scarni bersagli palestinesi come oggetti di compassione.
Hurwitz è stata attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale nella sua insistenza sul fatto che coloro che negano il diritto degli ebrei a uno Stato Ebraico siano antisemiti.
La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, afferma Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria a una storia di odio ebraico lunga 2000 anni. Negando queste verità, gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.
Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso civili palestinesi indiscriminatamente e distrutto i loro mezzi di sussistenza per due anni a Gaza, con il sostegno del governo americano e della Lobby israeliana.
La celebrità dei media per bambini, la signora Rachel, ha espresso la dimensione morale di Gaza a novembre, quando ha accolto a New York una bambina traumatizzata di nome Qamar: “Mi dispiace tanto per Qamar che il mondo sia rimasto a guardare mentre il suo campo veniva bombardato, le sono state negate le cure mediche per 20 giorni, le hanno dovuto amputare una gamba e ha vissuto in una tenda diroccata, allagata e fredda”.
Non c’è da stupirsi che la signora Rachel sia emersa come immagine principale nell’ambito della solidarietà palestinese negli Stati Uniti, grazie alla sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.
I media convenzionali oggi stanno facendo tutto il possibile per negare questo movimento. Negano che gli atteggiamenti sulla Palestina abbiano avuto a che fare con la sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano di essere stati un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.
Anche se candidati ribelli che si candidano contro Israele stanno spuntando come funghi nelle primarie democratiche in tutto il Paese.
Questo sconvolgimento politico è ora una crisi ebraica, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta disgregando a causa del suo sostegno ufficiale al Genocidio.
Gli ebrei che denunciavano le azioni di Israele erano fondamentali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano Sionisti progressisti. Ma il Sionismo progressista è esso stesso in fermento, abbandonando vecchi dogmi, come quello secondo cui il BDS è antisemita, per allinearsi ai giovani ebrei.
Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Jonathan Greenblatt stanno guidando l’istitutivo ebraico verso una posizione marginale, l’argomentazione finale di Hurwitz è “eccezionalista”. “Gli ebrei hanno un ruolo speciale da svolgere nel mondo, ed è per questo che la gente ci odia”.
Si inserisce in una lunga tradizione: la Lobby ha imposto una menzogna dopo l’altra al nostro discorso politico. “I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case”. “Trasferire 700.000 coloni in territori occupati va bene”. “Non c’è Apartheid”. “Non c’è Genocidio”.
Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono “nell’interesse degli Stati Uniti”.
Queste menzogne ora stanno fallendo. Qualunque fossero gli ideali abbracciati dal Sionismo alle sue origini come movimento di liberazione europeo, di fronte alla Resistenza palestinese si sono trasformati in intolleranza. La comunità ebraica ufficiale ha promosso quell’intolleranza.
Le bugie della Lobby israeliana erano un tempo un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi riporta questo dibattito sulla pubblica piazza.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/11/2025
La “zohranomics” a New York
Immaginate la mappa della metropolitana: linee che si incrociano, nodi di scambio, percorsi chiari verso destinazioni molto concrete. Il programma economico di Zohran Mamdani somiglia a una nuova linea – la linea dell’affordability (sostenibilità economica, accessibilità, convenienza economica o capacità di permettersi qualcosa, ndr.) – che vuole collegare tre stazioni rimaste troppo spesso su binari separati: costo della vita (soprattutto la casa), possibilità di diventare genitori senza ansie finanziarie, e salari che tengano il passo.
È un’agenda che negli Stati Uniti viene etichettata “democratic socialist”, ma che in molte capitali europee suona come socialdemocrazia ordinaria: servizi universali, fisco più progressivo, ruolo pubblico nell’offerta di beni essenziali.
La novità sta nel contesto: calarla nel mercato elettorale americano, e farne una bussola per gli under 40, è la scommessa politica. E non a caso la campagna che lo ha portato alla vittoria in NYC è stata costruita su una parola chiave (affordability appunto) e su uno slogan ripetuto dal palco: “freeze the... rent” gridato dalla platea, a segnalare priorità semplici da ricordare, difficili da attuare.
Sul lato delle entrate, la “linea” si finanzia soprattutto con due leve: un aumento dell’aliquota massima dell’imposta statale sulle società dal 7,25 all’11,5% (gettito stimato 5 miliardi l’anno) e un “millionaires tax” cittadino, +2 punti sull’aliquota locale per i redditi oltre 1 milione di dollari (circa 4 miliardi).
Entrambe le misure richiedono il via libera di Albany (capoluogo dello Stato di New York, ndr) e della governatrice, e pongono un tema tecnico non banale: il gettito dell’imposta statale sulle società non affluisce automaticamente al bilancio di New York City. Inoltre, a parità di base imponibile, l’innalzamento porterebbe il carico combinato città+Stato per le corporation a livelli prossimi al 21% federale, con sovrapprezzi MTA per alcune imprese.
Sul millionaires tax, l’effetto netto sul gettito dipende anche dai comportamenti migratori dei top earners: analisi recenti segnalano assenza di fughe significative dopo l’aumento delle aliquote statali del 2021, ma resta il rischio di volatilità legata ai capital gains e alla concentrazione del gettito.
Sul lato della spesa, la fermata-bandiera è l’infanzia: un sistema di childcare universale 0–5 anni. La campagna lo quantifica in 6 miliardi l’anno, ma le stime indipendenti oscillano: 2,5–3,5 miliardi (Fiscal Policy Institute) fino a 9,5 miliardi (Penn Wharton Budget Model).
La letteratura economica indica effetti positivi sull’occupazione delle madri e, in generale, “cascate” economiche locali; i nodi sono qualità dell’offerta e targeting iniziale: rendere il servizio universale subito può essere meno efficiente, in carenza di risorse, rispetto a un phasing mirato ai redditi medio-bassi.
La seconda fermata è la casa. Il piano prevede 200.000 nuove unità a canone regolato in dieci anni, finanziate con 70 miliardi di debito aggiuntivo oltre ai 30 già in pipeline. Qui le incognite non sono solo i cantieri: il tetto legale al debito cittadino andrebbe alzato dal legislatore statale; parte del servizio del debito potrebbe ricadere sul bilancio generale se le rendite da affitti non bastassero; e i costi di costruzione, tra inflazione e impegni su salari “prevailing/union”, rischiano di comprimere i volumi effettivi.
Gli economisti più scettici suggeriscono di coinvolgere di più il privato per rapporto costo/unità, mentre i promotori replicano che, data la scala del fabbisogno, “a volte il costruttore deve essere il settore pubblico”.
Terza fermata: affitti. Un congelamento quadriennale dei canoni stabilizzati ha un costo diretto immediato nullo per il Comune, ma può generare oneri crescenti per sostenere gli operatori più esposti, specie negli immobili sussidiati post-1973, fino a diversi miliardi nel medio periodo; al tempo stesso, i sostenitori richiamano indicatori di stress abitativo e homelessness per motivare l’intervento.
È una misura che il sindaco può facilitare attraverso le nomine alla Rent Guidelines Board, senza passare da Albany, pur con possibili effetti collaterali sulla manutenzione del patrimonio immobiliare.
Quarta fermata: trasporti. Autobus gratuiti e veloci. Il costo lordo per il sistema MTA sfiora il miliardo l’anno in minori ricavi, con un problema aggiuntivo: i titoli di debito MTA sono storicamente “ripagati” anche dai flussi tariffari, per cui ogni rimodulazione richiede un rimpiazzo credibile e l’assenso dei bondholder.
Sul lato benefici, stime di economia dei trasporti suggeriscono risparmi di tempo per decine di milioni di ore/anno e ricadute di produttività. Ma la governance non è municipale: tariffe e bilancio MTA non dipendono dal sindaco.
Accanto a ciò, il programma accenna a un salario minimo statale a 30 dollari entro il 2030, a un dipartimento cittadino di Public Safety (“protezione dei cittadini da minacce alla loro salute, sicurezza e benessere, inclusi crimini, disastri e emergenze”; circa 450 milioni) e a un esperimento pilota di supermarket pubblici (60 milioni).
Anche qui, gran parte degli snodi passa da Albany; e le imprese già oggi scontano un carico fiscale locale-statale non trascurabile.
In controluce, scorre una questione di metodo: la nostalgia per un patto urbano più egualitario (università gratis, case accessibili, sindacati forti) si scontra con lezioni fiscali imparate a caro prezzo negli anni ’70. L’ambizione di “fare di più, nonostante tutto” riapre il dibattito su chi paga, quando e con quali vincoli alla capacità di indebitarsi senza erodere altri servizi.
Guardata dall’Europa, l’architettura socio-economica di Mamdani riecheggia modelli scandinavi: più Stato dove il mercato non garantisce esiti inclusivi, più progressività per ridurre il peso delle spese incomprimibili su famiglie e giovani.
Detto al modo di chi vive i prezzi di Milano: se casa, asili e mobilità mangiano il 50–60% del reddito, la domanda politica si fa molto concreta. E qui sta il punto interessante: il messaggio ha attivato fasce di elettorato giovane e nuovi votanti, riportando al centro un’idea di giustizia intergenerazionale che il progressismo (concentrato sulla redistribuzione “orizzontale” tra redditi nell’oggi) ha forse lasciato sullo sfondo.
Non è una sentenza, è una domanda che resta aperta: in una società che invecchia, chi parla per chi arriva dopo? In questa tornata, una parte della risposta è venuta da una “linea” disegnata apposta per loro.
Bibliografia essenziale
Juliet Chung, “The Economics Behind Zohran Mamdani’s Biggest Plans”, Wall Street Journal, 5 novembre 2025.
Jeff Coltin, “Free for all: Democratic socialist’s policy pitches face tough fiscal reality in New York”, Politico, 27 maggio 2025.
Eric Levitz, “Zohran Mamdani just won the NYC mayor election. Here’s what his ‘democratic socialism’ really means”, Vox, 5 novembre 2025.
The Economist, “Zohran Mamdani wants to make New York great again”, 30 ottobre 2025.
Aditya Chakrabortty, “The Zohran Mamdani method can work beyond New York”, The Guardian, 5 novembre 2025.
Nota: questo pezzo presenta dati e stime disponibili nelle fonti sopra indicate; le cifre effettive dipenderanno da iter legislativi statali, condizioni macro e implementazione.
Fonte
È un’agenda che negli Stati Uniti viene etichettata “democratic socialist”, ma che in molte capitali europee suona come socialdemocrazia ordinaria: servizi universali, fisco più progressivo, ruolo pubblico nell’offerta di beni essenziali.
La novità sta nel contesto: calarla nel mercato elettorale americano, e farne una bussola per gli under 40, è la scommessa politica. E non a caso la campagna che lo ha portato alla vittoria in NYC è stata costruita su una parola chiave (affordability appunto) e su uno slogan ripetuto dal palco: “freeze the... rent” gridato dalla platea, a segnalare priorità semplici da ricordare, difficili da attuare.
Sul lato delle entrate, la “linea” si finanzia soprattutto con due leve: un aumento dell’aliquota massima dell’imposta statale sulle società dal 7,25 all’11,5% (gettito stimato 5 miliardi l’anno) e un “millionaires tax” cittadino, +2 punti sull’aliquota locale per i redditi oltre 1 milione di dollari (circa 4 miliardi).
Entrambe le misure richiedono il via libera di Albany (capoluogo dello Stato di New York, ndr) e della governatrice, e pongono un tema tecnico non banale: il gettito dell’imposta statale sulle società non affluisce automaticamente al bilancio di New York City. Inoltre, a parità di base imponibile, l’innalzamento porterebbe il carico combinato città+Stato per le corporation a livelli prossimi al 21% federale, con sovrapprezzi MTA per alcune imprese.
Sul millionaires tax, l’effetto netto sul gettito dipende anche dai comportamenti migratori dei top earners: analisi recenti segnalano assenza di fughe significative dopo l’aumento delle aliquote statali del 2021, ma resta il rischio di volatilità legata ai capital gains e alla concentrazione del gettito.
Sul lato della spesa, la fermata-bandiera è l’infanzia: un sistema di childcare universale 0–5 anni. La campagna lo quantifica in 6 miliardi l’anno, ma le stime indipendenti oscillano: 2,5–3,5 miliardi (Fiscal Policy Institute) fino a 9,5 miliardi (Penn Wharton Budget Model).
La letteratura economica indica effetti positivi sull’occupazione delle madri e, in generale, “cascate” economiche locali; i nodi sono qualità dell’offerta e targeting iniziale: rendere il servizio universale subito può essere meno efficiente, in carenza di risorse, rispetto a un phasing mirato ai redditi medio-bassi.
La seconda fermata è la casa. Il piano prevede 200.000 nuove unità a canone regolato in dieci anni, finanziate con 70 miliardi di debito aggiuntivo oltre ai 30 già in pipeline. Qui le incognite non sono solo i cantieri: il tetto legale al debito cittadino andrebbe alzato dal legislatore statale; parte del servizio del debito potrebbe ricadere sul bilancio generale se le rendite da affitti non bastassero; e i costi di costruzione, tra inflazione e impegni su salari “prevailing/union”, rischiano di comprimere i volumi effettivi.
Gli economisti più scettici suggeriscono di coinvolgere di più il privato per rapporto costo/unità, mentre i promotori replicano che, data la scala del fabbisogno, “a volte il costruttore deve essere il settore pubblico”.
Terza fermata: affitti. Un congelamento quadriennale dei canoni stabilizzati ha un costo diretto immediato nullo per il Comune, ma può generare oneri crescenti per sostenere gli operatori più esposti, specie negli immobili sussidiati post-1973, fino a diversi miliardi nel medio periodo; al tempo stesso, i sostenitori richiamano indicatori di stress abitativo e homelessness per motivare l’intervento.
È una misura che il sindaco può facilitare attraverso le nomine alla Rent Guidelines Board, senza passare da Albany, pur con possibili effetti collaterali sulla manutenzione del patrimonio immobiliare.
Quarta fermata: trasporti. Autobus gratuiti e veloci. Il costo lordo per il sistema MTA sfiora il miliardo l’anno in minori ricavi, con un problema aggiuntivo: i titoli di debito MTA sono storicamente “ripagati” anche dai flussi tariffari, per cui ogni rimodulazione richiede un rimpiazzo credibile e l’assenso dei bondholder.
Sul lato benefici, stime di economia dei trasporti suggeriscono risparmi di tempo per decine di milioni di ore/anno e ricadute di produttività. Ma la governance non è municipale: tariffe e bilancio MTA non dipendono dal sindaco.
Accanto a ciò, il programma accenna a un salario minimo statale a 30 dollari entro il 2030, a un dipartimento cittadino di Public Safety (“protezione dei cittadini da minacce alla loro salute, sicurezza e benessere, inclusi crimini, disastri e emergenze”; circa 450 milioni) e a un esperimento pilota di supermarket pubblici (60 milioni).
Anche qui, gran parte degli snodi passa da Albany; e le imprese già oggi scontano un carico fiscale locale-statale non trascurabile.
In controluce, scorre una questione di metodo: la nostalgia per un patto urbano più egualitario (università gratis, case accessibili, sindacati forti) si scontra con lezioni fiscali imparate a caro prezzo negli anni ’70. L’ambizione di “fare di più, nonostante tutto” riapre il dibattito su chi paga, quando e con quali vincoli alla capacità di indebitarsi senza erodere altri servizi.
Guardata dall’Europa, l’architettura socio-economica di Mamdani riecheggia modelli scandinavi: più Stato dove il mercato non garantisce esiti inclusivi, più progressività per ridurre il peso delle spese incomprimibili su famiglie e giovani.
Detto al modo di chi vive i prezzi di Milano: se casa, asili e mobilità mangiano il 50–60% del reddito, la domanda politica si fa molto concreta. E qui sta il punto interessante: il messaggio ha attivato fasce di elettorato giovane e nuovi votanti, riportando al centro un’idea di giustizia intergenerazionale che il progressismo (concentrato sulla redistribuzione “orizzontale” tra redditi nell’oggi) ha forse lasciato sullo sfondo.
Non è una sentenza, è una domanda che resta aperta: in una società che invecchia, chi parla per chi arriva dopo? In questa tornata, una parte della risposta è venuta da una “linea” disegnata apposta per loro.
Bibliografia essenziale
Juliet Chung, “The Economics Behind Zohran Mamdani’s Biggest Plans”, Wall Street Journal, 5 novembre 2025.
Jeff Coltin, “Free for all: Democratic socialist’s policy pitches face tough fiscal reality in New York”, Politico, 27 maggio 2025.
Eric Levitz, “Zohran Mamdani just won the NYC mayor election. Here’s what his ‘democratic socialism’ really means”, Vox, 5 novembre 2025.
The Economist, “Zohran Mamdani wants to make New York great again”, 30 ottobre 2025.
Aditya Chakrabortty, “The Zohran Mamdani method can work beyond New York”, The Guardian, 5 novembre 2025.
Nota: questo pezzo presenta dati e stime disponibili nelle fonti sopra indicate; le cifre effettive dipenderanno da iter legislativi statali, condizioni macro e implementazione.
Fonte
10/11/2025
“L’elezione di Mamdani segnala una trasformazione sociale negli Usa”
In un’intervista al programma Hadeth wa Abaad, lo scrittore e analista politico Khaled Barakat ha analizzato insieme al ricercatore Sinan Shakdiha, da Chicago, le implicazioni politiche e sociali dell’elezione di Zahran Mamdani, il giovane musulmano di origine ugandese eletto presidente della città di New York.
Il fatto, definito dai media israeliani come una “cattiva notizia” o una “sconfitta simbolica”, è stato interpretato da Barakat come un segno di trasformazione sociale e politica all’interno della società statunitense, più che come una vittoria individuale. “Ciò che vediamo a New York è il riflesso di un processo in corso: una nuova generazione che inizia a mettere in discussione i fondamenti del potere e dell’egemonia filoisraeliana negli Stati Uniti”.
Una città che concentra le tensioni del paese
Barakat ha ricordato che New York è una città con più di un milione di musulmani e più di un milione di ebrei, e ha spiegato che gran parte degli ebrei newyorkesi “si identificano come statunitensi, non come israeliani”.
“Quella distanza dal sionismo istituzionale provoca inquietudine nei media israeliani, che percepiscono questo risultato come una minaccia alla loro influenza tradizionale”, ha affermato.
“La reazione israeliana combina paura e sconcerto – ha detto –, perché percepiscono che l’ambiente politico e culturale negli Stati Uniti non è più lo stesso. C’è un’evoluzione nell’opinione pubblica, specialmente tra i giovani e le classi lavoratrici”.
Una campagna senza corporation, sostenuta dalla base
Sia Barakat che Shakdiha hanno concordato sul fatto che la campagna di Mamdani non è stata finanziata da grandi aziende o gruppi di pressione, ma si è sostenuta grazie a piccole donazioni e lavoro volontario.
“Non c’erano grandi capitali dietro – ha spiegato Barakat –. È stata una campagna popolare, costruita da giovani, migranti e lavoratori che hanno bussato alle porte, organizzato assemblee e diffuso il suo messaggio per le strade”.
Per Barakat, quell’indipendenza finanziaria dimostra che una politica di base è ancora possibile anche nel cuore dell’impero: “Ciò che è accaduto a New York non è un miracolo, ma la prova che la gente comune può spezzare il monopolio politico delle corporation”.
La causa palestinese come questione interna
L’analista ha sottolineato che uno degli elementi più innovativi del fenomeno Mamdani è aver collegato la causa palestinese con le problematiche sociali statunitensi.
“Mamdani dice che i fondi che gli Stati Uniti destinano a Israele e alle guerre estere dovrebbero essere utilizzati per risolvere i problemi del popolo statunitense: povertà, casa, salute e educazione. Ha trasformato la solidarietà con la Palestina in una posizione morale e sociale all’interno del paese stesso”, ha spiegato Barakat.
Il suo interlocutore, Sinan Shakdiha, ha aggiunto che questo discorso sta guadagnando terreno in altre città: “A Chicago, Los Angeles o San Francisco vediamo già candidati che parlano della Palestina come una questione di diritti civili e giustizia economica. Questo sta cambiando il linguaggio politico della sinistra statunitense”.
Una nuova generazione che non tace di fronte a Gaza
Barakat ha insistito sul fatto che l’elezione di Mamdani deve essere compresa in un contesto più ampio: l’emergere di una nuova generazione statunitense trasformata dalla guerra genocida contro Gaza.
“C’è un cambiamento che riguarda direttamente una nuova generazione – ha detto –. Questa generazione non accetta, non si rassegna, specialmente dopo la guerra di sterminio a Gaza. Mamdani fa parte di quella corrente di giovani che non hanno più paura di parlare chiaro, che non accettano più il silenzio complice di fronte ai crimini del sionismo”.
L’analista ha ricordato una delle dichiarazioni più commentate di Mamdani: “Se Netanyahu arrivasse a New York, lo arresterei”.
“Quella frase – ha spiegato Barakat – simboleggia il punto di svolta. Che un politico statunitense, nato fuori dal paese, dica una cosa simile, e che lo faccia da una carica elettiva, è un segno che i tempi stanno cambiando”.
Barakat ha aggiunto che questa generazione non si mobilita solo per la Palestina, ma anche per i diritti dei lavoratori, la giustizia razziale e la dignità per gli immigrati. “Oggi i migranti e i lavoratori reclamano insieme. C’è una contraddizione sociale profonda tra le élite finanziarie e la maggioranza povera, e quella tensione si è espressa nella campagna di Mamdani”.
Un modello che può estendersi
L’esperienza di New York, ha affermato Barakat, “ispira timore tra le élite” perché potrebbe estendersi ad altre città e stati.
“Ciò che preoccupa di più il sistema non è che un musulmano abbia vinto un’elezione, ma che lo abbia fatto senza soldi, con una campagna di base, in alleanza con i settori poveri. Se quel modello si ripetesse in altre città, sarebbe un cambiamento strutturale nella politica statunitense”.
Da Chicago, Shakdiha ha confermato che questa espansione è già in corso: “Durante la guerra contro Gaza, decine di attivisti e candidati progressisti, molti di loro palestinesi o arabi, hanno vinto posizioni a livello locale. Quella di Mamdani non è un caso isolato, fa parte di una tendenza”.
Un avvertimento contro le illusioni
Barakat è stato chiaro nel suo avvertimento: “Non dobbiamo ripetere gli errori del passato. Ricordiamo l’entusiasmo che circondò Obama, le speranze di cambiamento che poi svanirono. Non si tratta di aspettare un salvatore, ma di costruire un potere popolare organizzato”.
Per l’analista, l’elezione di Mamdani non è una rottura rivoluzionaria, ma un sintomo politico. “Il valore sta nel processo collettivo che lo ha reso possibile, non nella figura individuale. Se i movimenti sociali continueranno ad avanzare e a mantenere l’indipendenza, potranno trasformare queste vittorie simboliche in forza reale”.
Il declino del progetto sionista
In chiusura del dialogo, Khaled Barakat ha affrontato l’impatto che questi cambiamenti stanno avendo sulla narrativa israeliana.
“Il cosiddetto ministro della diaspora israeliana ha recentemente chiesto agli ebrei di New York di emigrare nella Palestina occupata – ha raccontato –. Ma la realtà è l’opposto: migliaia di israeliani stanno abbandonando definitivamente la Palestina occupata, comprando case in Grecia, Portogallo o Cipro e trasferendovi le loro vite”.
“Quell’esodo silenzioso – ha aggiunto – riflette una crisi morale e politica all’interno del progetto sionista stesso. Mentre il colonialismo si decompone, in città come New York o Chicago sorgono nuove voci che parlano di giustizia, uguaglianza e libertà. È lì che dobbiamo guardare per il vero senso storico di questo momento”.
Conclusione
Per Khaled Barakat, l’elezione di Zahran Mamdani annuncia una trasformazione politica e sociale nella società statunitense, ancora incipiente ma reale.
“Non è un miracolo né una rivoluzione, ma è un segnale chiaro che qualcosa si sta muovendo nella base popolare. Se i popoli continueranno a organizzarsi, se le nuove generazioni manterranno il loro impegno, questo processo potrà contribuire all’avanzamento di tutte le cause giuste – dalla Palestina a qualsiasi luogo del mondo dove si lotta contro l’oppressione”.
Fonte
Il fatto, definito dai media israeliani come una “cattiva notizia” o una “sconfitta simbolica”, è stato interpretato da Barakat come un segno di trasformazione sociale e politica all’interno della società statunitense, più che come una vittoria individuale. “Ciò che vediamo a New York è il riflesso di un processo in corso: una nuova generazione che inizia a mettere in discussione i fondamenti del potere e dell’egemonia filoisraeliana negli Stati Uniti”.
Una città che concentra le tensioni del paese
Barakat ha ricordato che New York è una città con più di un milione di musulmani e più di un milione di ebrei, e ha spiegato che gran parte degli ebrei newyorkesi “si identificano come statunitensi, non come israeliani”.
“Quella distanza dal sionismo istituzionale provoca inquietudine nei media israeliani, che percepiscono questo risultato come una minaccia alla loro influenza tradizionale”, ha affermato.
“La reazione israeliana combina paura e sconcerto – ha detto –, perché percepiscono che l’ambiente politico e culturale negli Stati Uniti non è più lo stesso. C’è un’evoluzione nell’opinione pubblica, specialmente tra i giovani e le classi lavoratrici”.
Una campagna senza corporation, sostenuta dalla base
Sia Barakat che Shakdiha hanno concordato sul fatto che la campagna di Mamdani non è stata finanziata da grandi aziende o gruppi di pressione, ma si è sostenuta grazie a piccole donazioni e lavoro volontario.
“Non c’erano grandi capitali dietro – ha spiegato Barakat –. È stata una campagna popolare, costruita da giovani, migranti e lavoratori che hanno bussato alle porte, organizzato assemblee e diffuso il suo messaggio per le strade”.
Per Barakat, quell’indipendenza finanziaria dimostra che una politica di base è ancora possibile anche nel cuore dell’impero: “Ciò che è accaduto a New York non è un miracolo, ma la prova che la gente comune può spezzare il monopolio politico delle corporation”.
La causa palestinese come questione interna
L’analista ha sottolineato che uno degli elementi più innovativi del fenomeno Mamdani è aver collegato la causa palestinese con le problematiche sociali statunitensi.
“Mamdani dice che i fondi che gli Stati Uniti destinano a Israele e alle guerre estere dovrebbero essere utilizzati per risolvere i problemi del popolo statunitense: povertà, casa, salute e educazione. Ha trasformato la solidarietà con la Palestina in una posizione morale e sociale all’interno del paese stesso”, ha spiegato Barakat.
Il suo interlocutore, Sinan Shakdiha, ha aggiunto che questo discorso sta guadagnando terreno in altre città: “A Chicago, Los Angeles o San Francisco vediamo già candidati che parlano della Palestina come una questione di diritti civili e giustizia economica. Questo sta cambiando il linguaggio politico della sinistra statunitense”.
Una nuova generazione che non tace di fronte a Gaza
Barakat ha insistito sul fatto che l’elezione di Mamdani deve essere compresa in un contesto più ampio: l’emergere di una nuova generazione statunitense trasformata dalla guerra genocida contro Gaza.
“C’è un cambiamento che riguarda direttamente una nuova generazione – ha detto –. Questa generazione non accetta, non si rassegna, specialmente dopo la guerra di sterminio a Gaza. Mamdani fa parte di quella corrente di giovani che non hanno più paura di parlare chiaro, che non accettano più il silenzio complice di fronte ai crimini del sionismo”.
L’analista ha ricordato una delle dichiarazioni più commentate di Mamdani: “Se Netanyahu arrivasse a New York, lo arresterei”.
“Quella frase – ha spiegato Barakat – simboleggia il punto di svolta. Che un politico statunitense, nato fuori dal paese, dica una cosa simile, e che lo faccia da una carica elettiva, è un segno che i tempi stanno cambiando”.
Barakat ha aggiunto che questa generazione non si mobilita solo per la Palestina, ma anche per i diritti dei lavoratori, la giustizia razziale e la dignità per gli immigrati. “Oggi i migranti e i lavoratori reclamano insieme. C’è una contraddizione sociale profonda tra le élite finanziarie e la maggioranza povera, e quella tensione si è espressa nella campagna di Mamdani”.
Un modello che può estendersi
L’esperienza di New York, ha affermato Barakat, “ispira timore tra le élite” perché potrebbe estendersi ad altre città e stati.
“Ciò che preoccupa di più il sistema non è che un musulmano abbia vinto un’elezione, ma che lo abbia fatto senza soldi, con una campagna di base, in alleanza con i settori poveri. Se quel modello si ripetesse in altre città, sarebbe un cambiamento strutturale nella politica statunitense”.
Da Chicago, Shakdiha ha confermato che questa espansione è già in corso: “Durante la guerra contro Gaza, decine di attivisti e candidati progressisti, molti di loro palestinesi o arabi, hanno vinto posizioni a livello locale. Quella di Mamdani non è un caso isolato, fa parte di una tendenza”.
Un avvertimento contro le illusioni
Barakat è stato chiaro nel suo avvertimento: “Non dobbiamo ripetere gli errori del passato. Ricordiamo l’entusiasmo che circondò Obama, le speranze di cambiamento che poi svanirono. Non si tratta di aspettare un salvatore, ma di costruire un potere popolare organizzato”.
Per l’analista, l’elezione di Mamdani non è una rottura rivoluzionaria, ma un sintomo politico. “Il valore sta nel processo collettivo che lo ha reso possibile, non nella figura individuale. Se i movimenti sociali continueranno ad avanzare e a mantenere l’indipendenza, potranno trasformare queste vittorie simboliche in forza reale”.
Il declino del progetto sionista
In chiusura del dialogo, Khaled Barakat ha affrontato l’impatto che questi cambiamenti stanno avendo sulla narrativa israeliana.
“Il cosiddetto ministro della diaspora israeliana ha recentemente chiesto agli ebrei di New York di emigrare nella Palestina occupata – ha raccontato –. Ma la realtà è l’opposto: migliaia di israeliani stanno abbandonando definitivamente la Palestina occupata, comprando case in Grecia, Portogallo o Cipro e trasferendovi le loro vite”.
“Quell’esodo silenzioso – ha aggiunto – riflette una crisi morale e politica all’interno del progetto sionista stesso. Mentre il colonialismo si decompone, in città come New York o Chicago sorgono nuove voci che parlano di giustizia, uguaglianza e libertà. È lì che dobbiamo guardare per il vero senso storico di questo momento”.
Conclusione
Per Khaled Barakat, l’elezione di Zahran Mamdani annuncia una trasformazione politica e sociale nella società statunitense, ancora incipiente ma reale.
“Non è un miracolo né una rivoluzione, ma è un segnale chiaro che qualcosa si sta muovendo nella base popolare. Se i popoli continueranno a organizzarsi, se le nuove generazioni manterranno il loro impegno, questo processo potrà contribuire all’avanzamento di tutte le cause giuste – dalla Palestina a qualsiasi luogo del mondo dove si lotta contro l’oppressione”.
Fonte
09/11/2025
La crisi nel cuore dell’impero. Da New York a noi
Prese le misure agli svarioni della “sinistra”, vediamo un attimo cosa sta succedendo tra gli opinionisti mainstream alle prese con New York che sarebbe caduta in mano al “socialismo islamico”. O come altro volete chiamare il “fenomeno Mamdani”...
Semplice: è il panico totale.
Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora ad un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso...
Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.
Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc. – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.
Stavano ancora cercando di prendere confidenza con il trumpismo e le sue mattane, quand’ecco sorgere – dalle viscere stesse della società più sagomata sugli archetipi del capitalismo anglosassone – una richiesta di “socialismo” che sembrava sepolta dalla Storia e relegata ormai a qualche paese del terzo mondo, pronunciata quasi come un’eresia indicibile – qui nell’Occidente – persino nei piccoli circoli semi-carbonari.
“La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa”.
Somiglia ad una sentenza emessa da un foglio “antagonista”, e invece appare sul Corriere. È falsa fin nel midollo, naturalmente (l’“uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Asia” è da attribuire in parte assolutamente maggioritaria alla capacità cinese di pianificare e controllare gli “spiriti animali” delle imprese), ma coglie la dimensione della “rottura” che si sta verificando sul piano politico, culturale, lessicale, di immaginario e di senso.
Non per una presunta “eccessiva radicalità” del programma che ha conquistato la Grande Mela, ma per le ragioni che l’hanno fatto vincere. Solo un cieco volontario, infatti, può continuare a scambiare causa ed effetto. Ovvero la base sociale che pretende soluzioni “di sistema” al proprio malessere (povertà, caro-case, inflazione, disoccupazione, ecc.) con la rappresentanza politica momentaneamente trovata.
In linguaggio antico: gli interessi di classe, prima e oltre il candidato preferito, il sommovimento sociale prima e oltre i personaggi che per ora lo cavalcano. In definitiva: è quel blocco sociale che ha “sollevato” Mamdani, non un singolo che ha “scoperto” i potenziali elettori.
Il neoliberismo “democratico/conservatore” muore e, come altre volte, riapre il campo alla radicalizzazione del conflitto tra capitale e lavoro, tra rendite finanziarie e impoverimento dei più, tra speculazione senza limiti ed esigenze incomprimibili. Tra guerra e pace, tra barbarie e socialismo.
Che i nomi al momento in prima fila siano quelli di Trump e Mamdani è secondario; cambieranno magari tra qualche mese. Quel che conta è che il revanscismo suprematista “bianco” e addirittura l’attrazione multietnica per il socialismo tornino ad essere – non solo ad apparire – due soluzioni quasi egualmente credibili per la crisi dell’imperialismo statunitense. Per quello che domina un po’ più del solo mondo occidentale...
Il “centrismo” tanto caro all’establishment – quello che assicurava ai vertici del capitale il controllo della situazione con il consenso silenzioso delle classi popolari – diventa fisicamente impossibile, pur avendo ancora un grosso peso (la conclusione di una fase storica non avviene con un click...). Il futuro sarà rappresentato da due alternative contrapposte, sia pur dentro lo scenario di un “sistema” che complessivamente farà di tutto per non cambiare ed essere travolto.
È certamente vero che l’establishment conta sulle difficoltà che il “programma minimo keynesiano” del neo sindaco di New York incontrerà fin dal primo giorno. Le resistenze dell’amministrazione, la relativa scarsità delle risorse fiscali aggiuntive rintracciabili (ma non proprio inconsistenti), gli ostacoli finanziari che porrà lo stesso Trump, la possibile fuga dei residenti multimiliardari e quindi del loro “contributo fiscale”, ecc.
Ma proprio questo – più che le intenzioni soggettive della squadra zhoraniana – può diventare il vettore che spinge un passo più in là le “pretese” della base sociale. Se il “riformismo moderato” non funziona – finché il sommovimento è in fase espansiva – si vanno a cercare soluzioni che mettono più chiaramente in discussione la “struttura sistemica”.
È una possibilità, non una certezza. Richiede partecipazione di massa e disponibilità al conflitto, non affidamento passivo alle scelte tattiche di un “capo”. Conflitto reale, non profezie da anacoreti.
È quando il collare blindato della “normalità” si rompe che molte cose prima impensabili diventano realistiche. Do you remember “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”?
Chi avrebbe mai detto che il “socialismo” sarebbe diventato di nuovo nominabile grazie a New York, nel cuore dell’impero? Chi avrebbe scommesso che dal 22 settembre milioni di persone sarebbero scese in piazza in tutta Italia? Sono due punti di partenza simili, non due “assetti consolidati”. E il punto di partenza, per entrambi, insiste sulla fine del “modello neoliberista” dominante dalla caduta del “muro di Berlino”...
Lo capisce addirittura un opinionista mainstream: “se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher”. “Certificano”, non “provocano”...
Chi affronta le onde della fine di un’epoca ripetendo a macchinetta “non c’è nulla di nuovo” in realtà sta recitando una giaculatoria che vorrebbe essere tranquillizzante, soprattutto per se stesso.
Anche l’opinionista mainstream prova a rassicurare (se stesso e i lettori del Corriere): il capitalismo “non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova”.
Sorvoliamo sulla sgrammaticatura grave (le “leggi del capitale”, per quanto ignorate dagli economisti liberali, sono rigidamente ripetitive; “elastiche” sono invece le formule del possibile regime politico, nel ventaglio tra il fascismo e la socialdemocrazia), e restiamo alla sostanza della riflessione.
“Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale”.
Eccolo lì il “rischio vero” insito nella fine del neoliberismo: l’imporsi di interessi sociali complessi che richiedono l’esistenza di uno Stato in grado di progettare il futuro per conto della maggioranza della società. Ossia di avere in testa un’idea di futuro che possa diventare “interesse generale”. Una visione del mondo, diciamo...
È apparentemente paradossale che Trump possa apparire, a questi liberal-liberisti in punto di morte, come un “campione dell’interventismo statale in economia”. Tutto quel che sta facendo dal 20 gennaio 2025 in poi va in direzione diametralmente opposta: lo smantellamento delle istituzioni statali per ridurre l’apparato amministrativo a puro esecutore dei comandi che provengono dalla Casa Bianca (l’orgia di “ordini esecutivi” che bypassano il Congresso, la magistratura, i “contrappesi” di potere, ecc.).
Lo Stato di Trump è uno strumento per facilitare il business di un gruppo ristretto di imprese multinazionali (dalla finanza all’edilizia, dal petrolifero agli armamenti), sulla testa e contro le classi sociali “inferiori”, arrivando a ridurre intenzionalmente l’apporto dell’immigrazione (in un paese dove tutti sono immigrati!) in modo da obbligare la popolazione “autoctona” a ritornare alle mansioni “brute” che con l’acculturazione aveva progressivamente abbandonato.
Il suo “interventismo statale” – soprattutto nei confronti del resto del mondo – è cancellazione delle “regole” formalmente uguali per tutti del capitalismo scritto nei libri; è l’uso discrezionale di un potere militaresco (anche quando usa i dazi) per imporre interessi specifici, neppure più di tutta la classe “borghese imprenditoriale”. In una battuta: “il comitato degli affari propri” al posto del “comitato d’affari della borghesia”.
In questa trasformazione, per i poveri liberal-liberisti non c’è più uno spazio di riproduzione. Nel “socialismo” – persino nella sua aurorale forma “mamdaniana” – neanche. Perché, una volta rotto il funzionamento automatico del vecchio “sistema”, quello non si aggiusta più e bisogna darsi da fare per cambiare tutto.
Nella Storia non si torna mai indietro davvero, nonostante le somiglianze tra periodi possano essere tante da far immaginare “corsi e ricorsi”. Si apre un periodo di scontro aperto – di interessi, ideali, classi. Che brucia ogni possibile nostalgia e chi ne è prigioniero.
Giustamente l’opinionista mainstream conclude: “In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole”.
Nessun radicale cambiamento storico è del resto mai stato “un pranzo di gala”... Non si tratta di fare profezie sugli esiti, ma di attivarsi per determinare la svolta storica indispensabile. Il “socialismo” torna ad essere credibile perché stiamo precipitando nella barbarie (Gaza docet).
Fonte
Semplice: è il panico totale.
Qui in genere si va – specularmente alle paturnie sinistresi – dalla demonizzazione pura e semplice (i suprematisti reazionari) fino al sorrisetto di sufficienza liberale di chi spera che poi, alla prova del “governo”, gli altissimi ideali saranno ricondotti al tran tran appena rivestito di novità. E fin qui restiamo ancora ad un livello superficiale, incapace di guardare al di là del naso...
Ma non appena si va a spulciare tra chi, se non altro, prova a misurare il significato di una rottura per ora più nelle parole che nella realtà, l’orizzonte del futuro sfuma ormai nel plumbeo.
Per quello che chiamiamo abitualmente “establishment” – il complesso della “classe dirigente” che persegue il mantenimento di un certo ordine costruito a difesa dei propri interessi, senza troppe differenze tra imprenditori, politici, tecnici, giornalisti, ecc. – quel che sta avvenendo negli Stati Uniti ha tutte le sembianze del disastro annunciato.
Stavano ancora cercando di prendere confidenza con il trumpismo e le sue mattane, quand’ecco sorgere – dalle viscere stesse della società più sagomata sugli archetipi del capitalismo anglosassone – una richiesta di “socialismo” che sembrava sepolta dalla Storia e relegata ormai a qualche paese del terzo mondo, pronunciata quasi come un’eresia indicibile – qui nell’Occidente – persino nei piccoli circoli semi-carbonari.
“La vittoria di Zohran Mamdani a New York mette il punto non interrogativo ma esclamativo sulla fine della cosiddetta epoca del neoliberalismo, quella iniziata a fine Anni Ottanta del Novecento e caratterizzata dalla limitazione dell’interventismo dello Stato nell’economia, dalla centralità delle imprese, dalla globalizzazione e dall’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone, soprattutto in Asia. È lo specchio della vittoria di Donald Trump alle presidenziali di un anno fa”.
Somiglia ad una sentenza emessa da un foglio “antagonista”, e invece appare sul Corriere. È falsa fin nel midollo, naturalmente (l’“uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Asia” è da attribuire in parte assolutamente maggioritaria alla capacità cinese di pianificare e controllare gli “spiriti animali” delle imprese), ma coglie la dimensione della “rottura” che si sta verificando sul piano politico, culturale, lessicale, di immaginario e di senso.
Non per una presunta “eccessiva radicalità” del programma che ha conquistato la Grande Mela, ma per le ragioni che l’hanno fatto vincere. Solo un cieco volontario, infatti, può continuare a scambiare causa ed effetto. Ovvero la base sociale che pretende soluzioni “di sistema” al proprio malessere (povertà, caro-case, inflazione, disoccupazione, ecc.) con la rappresentanza politica momentaneamente trovata.
In linguaggio antico: gli interessi di classe, prima e oltre il candidato preferito, il sommovimento sociale prima e oltre i personaggi che per ora lo cavalcano. In definitiva: è quel blocco sociale che ha “sollevato” Mamdani, non un singolo che ha “scoperto” i potenziali elettori.
Il neoliberismo “democratico/conservatore” muore e, come altre volte, riapre il campo alla radicalizzazione del conflitto tra capitale e lavoro, tra rendite finanziarie e impoverimento dei più, tra speculazione senza limiti ed esigenze incomprimibili. Tra guerra e pace, tra barbarie e socialismo.
Che i nomi al momento in prima fila siano quelli di Trump e Mamdani è secondario; cambieranno magari tra qualche mese. Quel che conta è che il revanscismo suprematista “bianco” e addirittura l’attrazione multietnica per il socialismo tornino ad essere – non solo ad apparire – due soluzioni quasi egualmente credibili per la crisi dell’imperialismo statunitense. Per quello che domina un po’ più del solo mondo occidentale...
Il “centrismo” tanto caro all’establishment – quello che assicurava ai vertici del capitale il controllo della situazione con il consenso silenzioso delle classi popolari – diventa fisicamente impossibile, pur avendo ancora un grosso peso (la conclusione di una fase storica non avviene con un click...). Il futuro sarà rappresentato da due alternative contrapposte, sia pur dentro lo scenario di un “sistema” che complessivamente farà di tutto per non cambiare ed essere travolto.
È certamente vero che l’establishment conta sulle difficoltà che il “programma minimo keynesiano” del neo sindaco di New York incontrerà fin dal primo giorno. Le resistenze dell’amministrazione, la relativa scarsità delle risorse fiscali aggiuntive rintracciabili (ma non proprio inconsistenti), gli ostacoli finanziari che porrà lo stesso Trump, la possibile fuga dei residenti multimiliardari e quindi del loro “contributo fiscale”, ecc.
Ma proprio questo – più che le intenzioni soggettive della squadra zhoraniana – può diventare il vettore che spinge un passo più in là le “pretese” della base sociale. Se il “riformismo moderato” non funziona – finché il sommovimento è in fase espansiva – si vanno a cercare soluzioni che mettono più chiaramente in discussione la “struttura sistemica”.
È una possibilità, non una certezza. Richiede partecipazione di massa e disponibilità al conflitto, non affidamento passivo alle scelte tattiche di un “capo”. Conflitto reale, non profezie da anacoreti.
È quando il collare blindato della “normalità” si rompe che molte cose prima impensabili diventano realistiche. Do you remember “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”?
Chi avrebbe mai detto che il “socialismo” sarebbe diventato di nuovo nominabile grazie a New York, nel cuore dell’impero? Chi avrebbe scommesso che dal 22 settembre milioni di persone sarebbero scese in piazza in tutta Italia? Sono due punti di partenza simili, non due “assetti consolidati”. E il punto di partenza, per entrambi, insiste sulla fine del “modello neoliberista” dominante dalla caduta del “muro di Berlino”...
Lo capisce addirittura un opinionista mainstream: “se lo respingono gli Stati Uniti, che di questo modello sono stati i propulsori, si può affermare che Mamdani e Trump certificano la conclusione della fase storica iniziata con Ronald Reagan e Margaret Thatcher”. “Certificano”, non “provocano”...
Chi affronta le onde della fine di un’epoca ripetendo a macchinetta “non c’è nulla di nuovo” in realtà sta recitando una giaculatoria che vorrebbe essere tranquillizzante, soprattutto per se stesso.
Anche l’opinionista mainstream prova a rassicurare (se stesso e i lettori del Corriere): il capitalismo “non ha leggi rigide, il che gli dà una grande capacità di evolvere sulla base della realtà storica e sociale. Anche questa volta non crollerà per un sindaco socialista a Manhattan ma si reinventerà in una forma nuova”.
Sorvoliamo sulla sgrammaticatura grave (le “leggi del capitale”, per quanto ignorate dagli economisti liberali, sono rigidamente ripetitive; “elastiche” sono invece le formule del possibile regime politico, nel ventaglio tra il fascismo e la socialdemocrazia), e restiamo alla sostanza della riflessione.
“Sia Mamdani e i suoi seguaci sia Trump e il movimento Maga si muovono in direzione di uno statalismo crescente, di un vecchio dirigismo: il sindaco con le sue proposte «socialiste», il presidente con la sua invadenza nell’economia e nei rapporti con le grandi imprese. Il primo con un’idea di intervento pubblico estremo, il secondo con una politica allo stesso tempo interventista e nazionalista.
Il rischio, in realtà visibile da tempo, è che il risultato sia la spinta verso un capitalismo sempre più simile a quello cinese, nel quale prevalgono l’indirizzo statale nella società e nell’economia, il controllo della libera iniziativa all’interno e il mercantilismo unilaterale nel commercio internazionale”.
Eccolo lì il “rischio vero” insito nella fine del neoliberismo: l’imporsi di interessi sociali complessi che richiedono l’esistenza di uno Stato in grado di progettare il futuro per conto della maggioranza della società. Ossia di avere in testa un’idea di futuro che possa diventare “interesse generale”. Una visione del mondo, diciamo...
È apparentemente paradossale che Trump possa apparire, a questi liberal-liberisti in punto di morte, come un “campione dell’interventismo statale in economia”. Tutto quel che sta facendo dal 20 gennaio 2025 in poi va in direzione diametralmente opposta: lo smantellamento delle istituzioni statali per ridurre l’apparato amministrativo a puro esecutore dei comandi che provengono dalla Casa Bianca (l’orgia di “ordini esecutivi” che bypassano il Congresso, la magistratura, i “contrappesi” di potere, ecc.).
Lo Stato di Trump è uno strumento per facilitare il business di un gruppo ristretto di imprese multinazionali (dalla finanza all’edilizia, dal petrolifero agli armamenti), sulla testa e contro le classi sociali “inferiori”, arrivando a ridurre intenzionalmente l’apporto dell’immigrazione (in un paese dove tutti sono immigrati!) in modo da obbligare la popolazione “autoctona” a ritornare alle mansioni “brute” che con l’acculturazione aveva progressivamente abbandonato.
Il suo “interventismo statale” – soprattutto nei confronti del resto del mondo – è cancellazione delle “regole” formalmente uguali per tutti del capitalismo scritto nei libri; è l’uso discrezionale di un potere militaresco (anche quando usa i dazi) per imporre interessi specifici, neppure più di tutta la classe “borghese imprenditoriale”. In una battuta: “il comitato degli affari propri” al posto del “comitato d’affari della borghesia”.
In questa trasformazione, per i poveri liberal-liberisti non c’è più uno spazio di riproduzione. Nel “socialismo” – persino nella sua aurorale forma “mamdaniana” – neanche. Perché, una volta rotto il funzionamento automatico del vecchio “sistema”, quello non si aggiusta più e bisogna darsi da fare per cambiare tutto.
Nella Storia non si torna mai indietro davvero, nonostante le somiglianze tra periodi possano essere tante da far immaginare “corsi e ricorsi”. Si apre un periodo di scontro aperto – di interessi, ideali, classi. Che brucia ogni possibile nostalgia e chi ne è prigioniero.
Giustamente l’opinionista mainstream conclude: “In questi anni, molti sono stati critici del neoliberalismo: quello che si prospetta è la sua negazione. Potrebbe essere poco piacevole”.
Nessun radicale cambiamento storico è del resto mai stato “un pranzo di gala”... Non si tratta di fare profezie sugli esiti, ma di attivarsi per determinare la svolta storica indispensabile. Il “socialismo” torna ad essere credibile perché stiamo precipitando nella barbarie (Gaza docet).
Fonte
06/11/2025
La “sinistra” che guarda a New York
Sarà il caso di fermarsi un attimo a ragionare, dopo aver letto e metabolizzato una buona parte dei commenti “sinistri” sulla vittoria di Zhoran Mamdani alle elezioni per il sindaco di New York.
Inevitabile e persino giusto che ci siano molte opinioni diverse, che in tanti scavino tra le sue dichiarazioni – pre o in campagna elettorale – per trovare debolezze, ambiguità contraddizioni con la sua immagine ufficiale (auto-assegnata, e negli Usa era quasi un suicidio politico) di “socialista”.
Inevitabile, comprensibile, ma per nulla giusto, che in tanti si affrettino a trasferire su di lui, e sui “socialisti democratici” Usa, le proprie speranze o le proprie idiosincrasie.
C’è però, secondo noi, da tenersi distanti da queste considerazioni frettolosamente pro o contro proprio perché manifestazioni da tifosi, anziché sforzi di giudizio analitico serio.
Del resto lo stesso avviene sulla guerra in Ucraina, dove qualsiasi analisi oggettiva degli interessi – e persino dei combattimenti – in campo viene liquidata come “putinismo”, fino a certe curiose esibizioni di “comprensione antifa” per un governo infestato di nazisti rei confessi.
Nella “sinistra radicale” italiana, non da oggi, sembra andata perduta la capacità di analizzare i fenomeni in modo “scientifico” per poi poter prendere una “posizione” autonoma. E quindi anche efficace.
Qualsiasi sia il tema, lo “stile” della discussione è ridotto all’ansia di “schierarsi” pro o contro. E le poche notazioni sul merito concreto vengono portate più per giustificare un posizionamento istantaneo che non come argomentazione agganciata a molte altre. L’esempio limite è ormai una barzelletta da meme: “la sinistra riparta da...”. Che equivale a “io sto con...”
Da queste parti invece preferiamo “l’analisi concreta della situazione concreta”, che ci appare l’unico modo di orientarsi in un mondo in cui molte vecchie categorie politiche – in testa a tutte “sinistra”, ma anche “pensiero liberale” o “democrazia” – nella realtà quotidiana hanno perso le proprie caratteristiche fondamentali e quindi la propria riconoscibilità.
Se può esistere una gang che si autonomina “sinistra per Israele” avete la misura dell’enormità dei rovesciamenti logici o culturali avvenuti. Del resto, quanto ad ossimori, ormai c’è l’inflazione. Avevano cominciato con “guerra umanitaria” e di lì in poi si è potuto dire di tutto per significare il contrario...
Torniamo perciò a Zhoran Mamdani e al “socialismo democratico” statunitense attuale.
È verissimo che il programma con cui ha vinto – affitti calmierati, ristoranti o mense popolari, trasporti gratuiti, tasse più alte ai ricchi (a New York c’è Wall Street, mica bruscolini...), ecc. – è quasi più moderato dei democristianissimi “piani Fanfani” degli anni ‘60. Se appare “rivoluzionario” è solo perché gli States e tutto l’Occidente neoliberista ormai sono strutturati sul dominio totale dell’impresa privata e sulla negazione pressoché assoluta di qualsiasi welfare per le “masse popolari”. Anche l’elemosina viene bollata come “comunista”...
È verissimo pure che buona parte di quel programma non è realizzabile, o perlomeno di difficile attuazione. Per esempio, la tassazione compete in parte al governo federale e in parte a quello statale (gli Usa sono composti da 50 “Stati”), ma non al sindaco.
È altrettanto verissimo che – contraddicendo il suo dichiarato “socialismo” – ha definito i leader Maduro e Diaz Canel come “dittatori”, come un Biden o un Trump qualsiasi.
Ma è altrettanto vero che sul genocidio dei palestinesi non è stato ambiguo, anzi persino un po’ sbrasone (“se viene Netanyhau a New York lo facciamo arrestare”). E comunque a sostenerlo c’è un blocco sociale metropolitano fatto sostanzialmente dalle classi povere, dagli immigrati da poco naturalizzati (e magari a rischio espulsione violenta da parte dell’Ice), da quel ceto medio-basso che nella città più cara del mondo o quasi vive arrabattandosi per mettere insieme il pranzo con la cena.
Contraddizioni evidenti.
Ma la realtà è contraddittoria, sempre. Anzi. La contraddizione è l’anima dei processi reali, prima ancora che della dialettica materialistica. Mentre nel mondo delle idee (quelle sbagliate, almeno) tutto procede linearmente, senza ostacoli rilevanti se non le idee contrapposte, che vanno ovviamente a quel punto “combattute” o ignorate.
Cosa vuol dire? In primo luogo che Mamdani o il “socialismo democratico statunitense” non possono costituire il “nostro ideale” di riferimento, per cui tifare, entusiasmarci, ecc. In secondo luogo che la loro avanzata è però una rottura con l’ordine stabilito negli Usa, ovvero con l’establishment bipartisan – “dem” o “repubblicano perbene” (si fa per dire...) – che domina da sempre.
È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem.
È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il “sentore”, non ancora la piena consapevolezza, che “socialismo” – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro.
È perciò l’altra faccia della risposta trumpiana alla stessa crisi – “tutto il potere al capitalismo delle piattaforme”, e alle criptovalute che nascondano l’insostenibilità del dollaro, al capitalismo finanziario e al complesso militare-industriale.
Che ci sia quest’altra risposta, che si rompa il monopolio trumpiano sulla politica e la “cultura di massa”; che si rompa (lo dimostra Andrew Cuomo, battuto anche come “indipendente”) il controllo dell’establishment “dem”, che si radicalizzi il conflitto politico e sociale interno, è insomma positivo.
Non perché ci si debba attendere “il sol dell’avvenire” da una singola vittoria socialdemocratica. Ma perché, per il resto del mondo, i regimi imperiali internamente “solidi” sono molto più pericolosi di quelli con problemi di consenso e governabilità.
Questo se, dalle nostre parti, non ci si limita a “fare il tifo” o “coltivare la speranza”, ma se ci si organizza e mobilita per cambiare tutto.
È un altro gioco. Non si fa alla tastiera, ma nelle strade, tra la nostra gente, tra quelli che si arrabattano per mettere insieme il pranzo con la cena. È uno “sport” da praticare, non da guardare e tifare...
Fonte
Inevitabile e persino giusto che ci siano molte opinioni diverse, che in tanti scavino tra le sue dichiarazioni – pre o in campagna elettorale – per trovare debolezze, ambiguità contraddizioni con la sua immagine ufficiale (auto-assegnata, e negli Usa era quasi un suicidio politico) di “socialista”.
Inevitabile, comprensibile, ma per nulla giusto, che in tanti si affrettino a trasferire su di lui, e sui “socialisti democratici” Usa, le proprie speranze o le proprie idiosincrasie.
C’è però, secondo noi, da tenersi distanti da queste considerazioni frettolosamente pro o contro proprio perché manifestazioni da tifosi, anziché sforzi di giudizio analitico serio.
Del resto lo stesso avviene sulla guerra in Ucraina, dove qualsiasi analisi oggettiva degli interessi – e persino dei combattimenti – in campo viene liquidata come “putinismo”, fino a certe curiose esibizioni di “comprensione antifa” per un governo infestato di nazisti rei confessi.
Nella “sinistra radicale” italiana, non da oggi, sembra andata perduta la capacità di analizzare i fenomeni in modo “scientifico” per poi poter prendere una “posizione” autonoma. E quindi anche efficace.
Qualsiasi sia il tema, lo “stile” della discussione è ridotto all’ansia di “schierarsi” pro o contro. E le poche notazioni sul merito concreto vengono portate più per giustificare un posizionamento istantaneo che non come argomentazione agganciata a molte altre. L’esempio limite è ormai una barzelletta da meme: “la sinistra riparta da...”. Che equivale a “io sto con...”
Da queste parti invece preferiamo “l’analisi concreta della situazione concreta”, che ci appare l’unico modo di orientarsi in un mondo in cui molte vecchie categorie politiche – in testa a tutte “sinistra”, ma anche “pensiero liberale” o “democrazia” – nella realtà quotidiana hanno perso le proprie caratteristiche fondamentali e quindi la propria riconoscibilità.
Se può esistere una gang che si autonomina “sinistra per Israele” avete la misura dell’enormità dei rovesciamenti logici o culturali avvenuti. Del resto, quanto ad ossimori, ormai c’è l’inflazione. Avevano cominciato con “guerra umanitaria” e di lì in poi si è potuto dire di tutto per significare il contrario...
Torniamo perciò a Zhoran Mamdani e al “socialismo democratico” statunitense attuale.
È verissimo che il programma con cui ha vinto – affitti calmierati, ristoranti o mense popolari, trasporti gratuiti, tasse più alte ai ricchi (a New York c’è Wall Street, mica bruscolini...), ecc. – è quasi più moderato dei democristianissimi “piani Fanfani” degli anni ‘60. Se appare “rivoluzionario” è solo perché gli States e tutto l’Occidente neoliberista ormai sono strutturati sul dominio totale dell’impresa privata e sulla negazione pressoché assoluta di qualsiasi welfare per le “masse popolari”. Anche l’elemosina viene bollata come “comunista”...
È verissimo pure che buona parte di quel programma non è realizzabile, o perlomeno di difficile attuazione. Per esempio, la tassazione compete in parte al governo federale e in parte a quello statale (gli Usa sono composti da 50 “Stati”), ma non al sindaco.
È altrettanto verissimo che – contraddicendo il suo dichiarato “socialismo” – ha definito i leader Maduro e Diaz Canel come “dittatori”, come un Biden o un Trump qualsiasi.
Ma è altrettanto vero che sul genocidio dei palestinesi non è stato ambiguo, anzi persino un po’ sbrasone (“se viene Netanyhau a New York lo facciamo arrestare”). E comunque a sostenerlo c’è un blocco sociale metropolitano fatto sostanzialmente dalle classi povere, dagli immigrati da poco naturalizzati (e magari a rischio espulsione violenta da parte dell’Ice), da quel ceto medio-basso che nella città più cara del mondo o quasi vive arrabattandosi per mettere insieme il pranzo con la cena.
Contraddizioni evidenti.
Ma la realtà è contraddittoria, sempre. Anzi. La contraddizione è l’anima dei processi reali, prima ancora che della dialettica materialistica. Mentre nel mondo delle idee (quelle sbagliate, almeno) tutto procede linearmente, senza ostacoli rilevanti se non le idee contrapposte, che vanno ovviamente a quel punto “combattute” o ignorate.
Cosa vuol dire? In primo luogo che Mamdani o il “socialismo democratico statunitense” non possono costituire il “nostro ideale” di riferimento, per cui tifare, entusiasmarci, ecc. In secondo luogo che la loro avanzata è però una rottura con l’ordine stabilito negli Usa, ovvero con l’establishment bipartisan – “dem” o “repubblicano perbene” (si fa per dire...) – che domina da sempre.
È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem.
È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il “sentore”, non ancora la piena consapevolezza, che “socialismo” – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro.
È perciò l’altra faccia della risposta trumpiana alla stessa crisi – “tutto il potere al capitalismo delle piattaforme”, e alle criptovalute che nascondano l’insostenibilità del dollaro, al capitalismo finanziario e al complesso militare-industriale.
Che ci sia quest’altra risposta, che si rompa il monopolio trumpiano sulla politica e la “cultura di massa”; che si rompa (lo dimostra Andrew Cuomo, battuto anche come “indipendente”) il controllo dell’establishment “dem”, che si radicalizzi il conflitto politico e sociale interno, è insomma positivo.
Non perché ci si debba attendere “il sol dell’avvenire” da una singola vittoria socialdemocratica. Ma perché, per il resto del mondo, i regimi imperiali internamente “solidi” sono molto più pericolosi di quelli con problemi di consenso e governabilità.
Questo se, dalle nostre parti, non ci si limita a “fare il tifo” o “coltivare la speranza”, ma se ci si organizza e mobilita per cambiare tutto.
È un altro gioco. Non si fa alla tastiera, ma nelle strade, tra la nostra gente, tra quelli che si arrabattano per mettere insieme il pranzo con la cena. È uno “sport” da praticare, non da guardare e tifare...
Fonte
05/11/2025
Il “socialista islamico” Mamdani sindaco di New York
Si approfondisce di molto il solco che divide la società statunitense, mentre la crisi di egemonia diventa ogni giorno più evidente anche agli ascari euro-atlantici.
Zohran Mamdani, 34 anni, è diventato il primo sindaco musulmano e socialista della città. Ha superato il 50% dei voti, smentendo i sondaggi che lo davano – sì – in netto vantaggio, ma con circa 10 punti di meno.
Che è poi la quota cui si è fermato Andrew Cuomo, ex governatore “dem” dello Stato omonimo e tipico esponente dell’establishment bipartisan che aveva dominato la politica Usa prima dell’avvento di Donad Trump. Definirlo tale non è una “cattiveria estremista”, ma una semplice constatazione. Lo stesso Trump, infatti, aveva invitato a votare per lui abbandonando il candidato repubblicano ufficiale, Curtis Sliwa, che non è arrivato neanche al 10%.
Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair, è nato in Uganda, paese natale del padre, e dunque non potrà mai essere candidabile alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la sua vittoria nella città più importante e simbolica degli Usa segna chiaramente la direzione che può prendere l’opposizione interna al tycoon e alla banda “Maga”, apertamente razzista e nostalgica dei “confederati” sconfitti ai tempi della guerra di secessione, nell’’800.
Pur essendo infatti da sempre una città “dem”, nonché la città in cui è nato e si è “formato” lo stesso Trump, la chiave di volta per amministrarla era sempre stata il rispetto servile per il grande capitalismo finanziario (Wall Street è lì...), la principale ragione della ricchezza di New York nonché – per logica conseguenza – dei suoi prezzi folli per abitazioni, servizi, alimentazione, e qualsiasi altra cosa.
Una città, in sintesi, dove la forbice della disuguaglianza sociale si è mostrata in tutta la sua crescente ampiezza, al pari di quanto è avvenuto nell’altra grande metropoli simbolo – Los Angeles – dove convivono allegramente i grattacieli del business e gli accampamenti di tende dei senza casa.
E proprio casa, servizi, bus gratis, supermercati comunali, e più tasse ai ricchi hanno costituito il cuore del programma politico di Mamdani, consentendogli di mobilitare decine di migliaia di volontari che gli hanno permesso di vincere prima le primarie “dem”, sconfiggendo proprio Cuomo, e poi di trionfare nelle elezioni di ieri.
La sua elezioni, insomma, certifica che la “radicalizzazione” dell’opposizione popolare può sovvertire un quadro politico segnato dalla presa “populista-reazionaria” Maga e dall’affarismo ormai squalificato dell’establishment bipartisan (sia democratico che repubblicano in stile Dick Cheney, opportunamente e simbolicamente deceduto proprio mentre si votava).
Basterebbe notare, in aggiunta, che New York è anche stata il teatro dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, e quindi la scintilla della “guerra infinita al terrorismo islamico”. Per una bizzarra coincidenza, a 24 anni di distanza un musulmano diventa sindaco mentre un esponente di rilievo di Al Qaeda e poi dell’Isis – il “presidente” della Siria, Al Jolani – sta per essere ricevuto alla Casa Bianca. In effetti, parecchi schemi mentali stanno volando in frantumi...
Una prima conseguenza immediata è verificabile anche nelle contemporanee elezioni dei governatori in New Jersey (altra tradizionale roccaforte “dem”) e in Virginia, swing state sempre ballerino tra i due schieramenti. In entrambi i casi hanno vinto due donne, peraltro molto diverse tra loro.
In Virginia si è imposta la 46enne Abigail Spanberger, ex agente operativo della Cia (decisamente “establisment”, e del peggiore), mentre nel New Jersey – alle porte di New York e con una composizione sociale abbastanza simile – ha vinto Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sud asiatica a ricoprire un incarico statale nell’Old Dominion State.
Come si vede, la “linea del colore”, dell’appartenenza etnica e religiosa, stanno diventando non solo – e in negativo – una caratteristica fondativa della nuova identità reazionaria Maga, ma – in positivo – anche per la ricostruzione di un’identità “democratica e progressista”, addirittura “socialista” in qualche caso.
Gli Stati Uniti vedono insomma crescere contemporaneamente le fobie suprematiste bianche che hanno dato fiato alla scalata del trumpismo e le speranze di trasformare quel paese in un luogo più corrispondente agli ideali scritti sulla sua carta fondamentale.
Sono due programmi e linee di evoluzione completamente differenti che sembrano destinate ad alimentare il conflitto sociale e politico interno. E forse anche ad indebolire la “presa” e la pretesa imperiale sul resto del mondo (che si presenta peraltro assai meno debole di quanto non fosse in passato).
Fonte
Zohran Mamdani, 34 anni, è diventato il primo sindaco musulmano e socialista della città. Ha superato il 50% dei voti, smentendo i sondaggi che lo davano – sì – in netto vantaggio, ma con circa 10 punti di meno.
Che è poi la quota cui si è fermato Andrew Cuomo, ex governatore “dem” dello Stato omonimo e tipico esponente dell’establishment bipartisan che aveva dominato la politica Usa prima dell’avvento di Donad Trump. Definirlo tale non è una “cattiveria estremista”, ma una semplice constatazione. Lo stesso Trump, infatti, aveva invitato a votare per lui abbandonando il candidato repubblicano ufficiale, Curtis Sliwa, che non è arrivato neanche al 10%.
Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair, è nato in Uganda, paese natale del padre, e dunque non potrà mai essere candidabile alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la sua vittoria nella città più importante e simbolica degli Usa segna chiaramente la direzione che può prendere l’opposizione interna al tycoon e alla banda “Maga”, apertamente razzista e nostalgica dei “confederati” sconfitti ai tempi della guerra di secessione, nell’’800.
Pur essendo infatti da sempre una città “dem”, nonché la città in cui è nato e si è “formato” lo stesso Trump, la chiave di volta per amministrarla era sempre stata il rispetto servile per il grande capitalismo finanziario (Wall Street è lì...), la principale ragione della ricchezza di New York nonché – per logica conseguenza – dei suoi prezzi folli per abitazioni, servizi, alimentazione, e qualsiasi altra cosa.
Una città, in sintesi, dove la forbice della disuguaglianza sociale si è mostrata in tutta la sua crescente ampiezza, al pari di quanto è avvenuto nell’altra grande metropoli simbolo – Los Angeles – dove convivono allegramente i grattacieli del business e gli accampamenti di tende dei senza casa.
E proprio casa, servizi, bus gratis, supermercati comunali, e più tasse ai ricchi hanno costituito il cuore del programma politico di Mamdani, consentendogli di mobilitare decine di migliaia di volontari che gli hanno permesso di vincere prima le primarie “dem”, sconfiggendo proprio Cuomo, e poi di trionfare nelle elezioni di ieri.
La sua elezioni, insomma, certifica che la “radicalizzazione” dell’opposizione popolare può sovvertire un quadro politico segnato dalla presa “populista-reazionaria” Maga e dall’affarismo ormai squalificato dell’establishment bipartisan (sia democratico che repubblicano in stile Dick Cheney, opportunamente e simbolicamente deceduto proprio mentre si votava).
Basterebbe notare, in aggiunta, che New York è anche stata il teatro dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, e quindi la scintilla della “guerra infinita al terrorismo islamico”. Per una bizzarra coincidenza, a 24 anni di distanza un musulmano diventa sindaco mentre un esponente di rilievo di Al Qaeda e poi dell’Isis – il “presidente” della Siria, Al Jolani – sta per essere ricevuto alla Casa Bianca. In effetti, parecchi schemi mentali stanno volando in frantumi...
Una prima conseguenza immediata è verificabile anche nelle contemporanee elezioni dei governatori in New Jersey (altra tradizionale roccaforte “dem”) e in Virginia, swing state sempre ballerino tra i due schieramenti. In entrambi i casi hanno vinto due donne, peraltro molto diverse tra loro.
In Virginia si è imposta la 46enne Abigail Spanberger, ex agente operativo della Cia (decisamente “establisment”, e del peggiore), mentre nel New Jersey – alle porte di New York e con una composizione sociale abbastanza simile – ha vinto Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sud asiatica a ricoprire un incarico statale nell’Old Dominion State.
Come si vede, la “linea del colore”, dell’appartenenza etnica e religiosa, stanno diventando non solo – e in negativo – una caratteristica fondativa della nuova identità reazionaria Maga, ma – in positivo – anche per la ricostruzione di un’identità “democratica e progressista”, addirittura “socialista” in qualche caso.
Gli Stati Uniti vedono insomma crescere contemporaneamente le fobie suprematiste bianche che hanno dato fiato alla scalata del trumpismo e le speranze di trasformare quel paese in un luogo più corrispondente agli ideali scritti sulla sua carta fondamentale.
Sono due programmi e linee di evoluzione completamente differenti che sembrano destinate ad alimentare il conflitto sociale e politico interno. E forse anche ad indebolire la “presa” e la pretesa imperiale sul resto del mondo (che si presenta peraltro assai meno debole di quanto non fosse in passato).
Fonte
02/11/2025
L’altra America anti-Trump è “socialista democratica”
Ipnotizzati dalle mosse orarie di Trump gli intermediari dell’informazione stanno perdendo di vista ciò che accade negli Stati Uniti.
Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.
Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.
In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.
La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).
Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.
Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.
Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.
Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.
Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:
1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base;
2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.
L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.
Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.
I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.
Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).
Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.
In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.
Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.
Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.
La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…
La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.
Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.
Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).
Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.
Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.
Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.
Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.
È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.
Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”
Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.
Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.
Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...
Fonte
Al massimo, quando proprio si sforzano di immaginare qualcosa per il “dopo Trump”, elaborano nostalgie per il ritorno a prima del crack, sognando – se non proprio un altro Biden – almeno un secondo Clinton o un Obama.
Comprensibile, perché in quel mondo chiuso che ormai sono i media (specie italiani) si può essere solo di estrema destra oppure pro-establishment, quindi nazionalisti o “europeisti”, senza più neanche chiedersi cosa – in concreto – significhino queste formule nel nuovo e sbrindellato Occidente capitalistico, dove Europa e America viaggiano su rotte differenti.
In questa visione manichea e riduttiva delle opzioni in campo si può forse – ma non sempre – enfatizzare la brutalità poliziesca delle milizie anti-immigrazione statunitensi (l’Ice), supportate dalle truppe della Guardia Nazionale spedite nelle roccaforti del partito democratico. Ma il tutto viene narrato comunque come una lotta di mugugni contro “il nuovo” – che, parlando di Trump, diventa quasi un insulto o uno scherzo – per tornare al “buon vecchio mondo antico” degli Usa che comandavano, confortavano, fornivano l’ombrello nucleare e le direttive contro i nemici da combattere, senza mettere dazi palesi e ordini sprezzanti.
La cecità di questo atteggiamento – o, se volete, lo sfarinamento degli interessi che hanno prodotto quella cultura da establishment a cavallo del cambio di millennio – diventa palese non appena si prova a dare un’occhiata più da vicino al quel che fermenta nella pancia dell’America, senza farsi orientare da queste appartenenze (a mondi che fra l’altro non esistono quasi più).
Persino utilizzando fonti come Axios – che pure è ben dentro il vecchio mondo “democratico” e/o “repubblicano perbene” – cose molto interessanti vengono fuori.
Ad esempio che il vecchio partito democratico è ormai in coma, mentre alla periferia di quel comitato elettorale si vanno gonfiando tutt’altre idee, persone, temi, che preparano un ricambio generale – non solo generazionale – delle proporzioni e dell’importanza del fenomeno “Maga” in campo conservatore.
Con un po’ di ritardo, insomma, si sta forse compiendo la stessa trasformazione che ha prodotto Trump, ma nel campo opposto e con caratteristiche decisamente contrapposte. Di fatto una “radicalizzazione democratica” che mette definitivamente fine a quell’epoca consociativa in cui – alla fin fine – la direzione e la classe politica vincente si formava “al centro”.
Il “moderatismo” stile Biden-Harris, insomma, come si è visto non paga più. Di fronte alla gravità della crisi Usa servono risposte che almeno sembrino “radicali”, anche se magari – si veda quella trumpiana – sono nei fatti la presa d’atto di una sconfitta storica e il ritorno all’isolazionismo da “cortile di casa”.
Gli osservatori statunitensi meno miopi hanno focalizzato per ora due fenomeni convergenti:
1) la popolarità dei candidati e delle idee socialiste, specialmente tra i Democratici di base;
2) l’Intelligenza Artificiale, che aumenta i costi dell’energia, la disoccupazione e la disuguaglianza.
L’occasione di aprire gli occhi è stata imposta dai fatti. Domenica scorsa, a New York, il vecchio senatore “socialista” Bernie Sanders, la già nota Alexandria Ocasio-Cortez, il giovanissimo (e musulmano), dato per vincente, candidato a sindaco della “Grande Mela”, Zohran Mamdani, e altri “socialisti democratici” hanno elettrizzato uno stadio stracolmo nel Queens.
Evento eccezionale per dimensioni – una campagna elettorale, per di più limitata a una sola città, per quanto importante, non suscita di solito una mobilitazione popolare – per la bassa età media dei presenti e soprattutto per la radicalità degli slogan.
I cori “Tassate i ricchi!” hanno echeggiato a lungo e i giovani, su quel ritmo, hanno esultato “selvaggiamente”, riferiscono gli attoniti testimoni professionali. “È stata una stupefacente celebrazione socialista”.
Naturalmente stiamo parlando di “socialisti statunitensi” del XXI secolo, niente a che vedere con gli omologhi europei di quasi un secolo fa o con i rivoluzionari latino-americani del recente passato o del presente. Da qui, insomma, difficilmente usciranno i nuovi liberatori dell’umanità. Ma almeno non sono servi consapevoli del grandissimo capitale finanziario (la triade Clinton-Biden-Obama, con quest’ultimo che, fiutata l’aria, è corso all’ultimo minuto per dare l’endorsment al giovane Mamdani) o nostalgici dei “confederati” ottocenteschi (come i “Maga”).
Energie fresche e mobilitanti, insomma, che crescono ai margini di un comitato d’affari controllato da ottuagenari senza più obiettivi praticabili.
In questo mondo molto più giovanile, “nativo digitale”, si vede l’altra faccia dell’IA, che riduce enormemente l’occupazione anche “intellettuale”, ponendo l’esigenza di una redistribuzione strutturale – sistemica – della ricchezza prodotta tecnologicamente dai capitalisti delle piattaforme all’intera popolazione.
Al di là delle disparate soluzioni che vengono immaginate o proposte in questo momento, spesso solo wishful thinking più o meno ingenuo, nel resto del mondo politico Usa “c’è una sorprendente mancanza di discorso politico per qualcosa che in seguito sarà una priorità molto alta”.
Tradotto: chi dirige l’economia e la politica del paese (quindi dell’intero Occidente, per quanto sbrindellato) non sta ponendo alcuna attenzione ai processi reali che stanno già ora disegnando la società dei prossimi anni, non del “lontano futuro”.
La domanda preliminare per i candidati progressisti, sintetizza peraltro un giovane imprenditore del ramo, a questo punto è: “Siete pronti a opporvi e a sfidare gli individui ‘ad alto QI’ che ci dicono che questa transizione sarà fantastica per i lavoratori?”. Se non hai niente da dire, sei out…
La domanda sorge da un bisogno che è al tempo stesso universale e radicale. “Abbiamo bisogno di molto più dibattito politico sul fatto che il profitto valga il degrado dei nostri posti di lavoro e mezzi di sussistenza, delle nostre relazioni e del significato della vita stessa. Un candidato sarà vincente se dimostrerà di saper proporre una visione in cui l’enorme ricchezza generata dall’IA vada ad aiutare a risolvere le difficoltà delle famiglie della classe operaia”.
Si può naturalmente eccepire su questa riduzione immediata della risposta al puro vantaggio elettorale, ma non c’è dubbio che la domanda sia per molti versi “epocale”. In senso stretto.
Da un lato l’innovazione tecnologica nella produzione (robotica, informatizzazione, intelligenza artificiale, ecc.) consente di aumentare la quantità di prodotto realizzata con una manodopera (anche intellettuale) molto più ridotta, e dunque anche la massa dei profitti; dall’altro cresce quindi la radicale disuguaglianza tra pochissimi ultra-ricchi dai patrimoni incalcolabili e una massa sterminata di miserabili senza occupazione, servizi sociali, supporto di alcun genere (il neoliberismo ha messo fuori legge e fuori uso qualsiasi welfare degno di nota).
Ma, direbbe anche il politico “innovativo”, questa massa disperata in qualche misura vota. Ed è proprio sul terreno più battuto che il problema dell’IA diventa polarizzante.
Un altro ampio sondaggio condotto negli “stati contesi” (quelli in bilico tra i due schieramenti) circa un mese fa, segnala che la diffidenza e la preoccupazione per l’IA sono la nuova “questione bipartisan”.
Una pluralità di elettori in ciascuno degli otto stati ha infatti affermato di avere un’impressione sfavorevole dell’industria dell’IA, teme che aumenterà il costo delle loro bollette e crede quindi che questa tecnologia peggiorerà le loro vite.
Ancora più interessante: più alto è il reddito, più l’elettore è favorevole all’IA. I lavoratori a basso reddito temono invece di essere sostituiti molto presto da un qualche algoritmo, come sta avvenendo in Amazon e altre big delle “piattaforme”.
È una “sensazione di classe”, insomma, non di opinioni politiche. Gli elettori Repubblicani contattati erano sostanzialmente divisi sull’IA (Trump ne ha fatto un suo cavallo di battaglia), mentre gli indipendenti e i Democratici avevano opinioni soprattutto sfavorevoli.
Persino il sondaggista Bob Ward, titolare della società omonima con stretti legami con la Casa Bianca, ha spiegato che “Mentre i pregi dell’IA hanno affascinato gli investitori, l’elettore medio è preoccupato”. Le paure principali spaziano dal “perdere un lavoro, al non essere in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è falso, a bollette più care a causa dei data center che consumano enormi quantità di elettricità”. Per concludere infine che è “importante che i candidati che dicono ‘Dobbiamo vincere la gara all’IA’ capiscano, almeno oggi, che questo sentimento è accolto dal vostro elettore medio con la domanda: ‘E perché?’”
Gallup, il mese scorso, ha riferito che il 66% dei Democratici sondati ha una visione positiva del socialismo, rispetto al 42% per il capitalismo (la domanda non era “a contrapposizione”, ma su una serie di concetti). E se il “socialista musulmano” Mamdani, martedì, vincerà davvero la corsa a sindaco di New York, questo nuovo “movimento socialista democratico” sarà sulla bocca di tutti nel mondo politico anti-Trump.
Nonostante le innumerevoli ambiguità “strategiche” – Sanders, per esempio, ma non solo lui, è pro-Ucraina e sionista – sarebbe uno scossone forte per un’America che mai come in questa fase appare in crisi di identità, egemonia, legittimità. E a nessun rivoluzionario sfugge l’importanza del fatto che l’imperialismo dominante veda approfondirsi la sua crisi, anche attraverso una radicalizzazione del conflitto politico e sociale interno.
Basta vedere quanto sono preoccupati per questa evoluzione i nostri “Rambini”...
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24/07/2025
Modello Milano: si chiama "capitalismo"
Non ho letto né ho intenzione di leggere le carte dell'inchiesta milanese. Ancor meno ho intenzione di addentrarmi nel solito ginepraio di bla bla sul rapporto fra procure e istituzioni, nella solita rissa fra giustizialisti e (presunti) garantisti, nella solita guerriglia fra destre e sinistre di governo entrambe conniventi con il sistema economico e finanziario in questione.
È ora, davvero, di "semplificare": non l'urbanistica, ma il dibattito politico e culturale. Il cosiddetto "modello Milano", strombazzato da destra e da manca e a destra e a manca da un paio di decenni in qua, è un modello fondato sulla rendita immobiliare e finanziaria, sul mantra assoluto della "attrazione di capitali", sulla deregolamentazione impudente, sulla trasformazione delle città in dispositivi spietati della produzione di ricchezza per pochi (i soliti ricchi, e gli arricchiti sulla base del suddetto modello), sulla espulsione violenta dei ceti popolari e dei ceti medi dai centri storici e dai quartieri vivibili. In breve, sulla distruzione della civiltà urbana – ingrediente non secondario della tanto strombazzata "identità italiana".
Questo modello ha egemonizzato, ben oltre Milano, la visione e l'amministrazione di tutte le principali città italiane, saldandosi con il suo modello gemello, quello basato sulla turisticizzazione forzata delle città d'arte, dei borghi gentrificabili e di tutto il territorio rapinabile. La questione non è morale, è politica ed economico-politica, e si chiama capitalismo (neoliberale), un nome che è scomparso dal lessico della sinistra ufficiale: o ricompare, o la sinistra ufficiale continuerà a essere un niente.
Aggiunta non marginale. C'è stato un tempo, anni '60 e '70, in cui l'urbanistica era una disciplina progressista, e in versione riformista o rivoluzionaria lavorava a fianco della sinistra, riformista e rivoluzionaria. La sparizione dell'urbanistica prima, e poi la sua trasformazione in alleata del sistema della rendita immobiliare e finanziaria, è un pezzo non secondario della storia culturale dell'Italia dell’ultimo secolo. Bisogna ricostruire l'alleanza fra una politica e un'urbanistica riformatrici, se non rivoluzionarie. E oltre Milano, bisogna guardare a New York. Dove lo stesso modello drogato di crescita verticale, produzione di ricchezza stratosferica per pochi ed espulsione di massa degli abitanti sta già arrivando al capolinea. Qualcuno se n'è accorto, si chiama Zohran Mamdani e a 33 anni, invocando il ritorno a una città vivibile e accessibile, ha sbaragliato Cuomo alle primarie dem. Non c'è solo Trump nel nostro futuro.
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È ora, davvero, di "semplificare": non l'urbanistica, ma il dibattito politico e culturale. Il cosiddetto "modello Milano", strombazzato da destra e da manca e a destra e a manca da un paio di decenni in qua, è un modello fondato sulla rendita immobiliare e finanziaria, sul mantra assoluto della "attrazione di capitali", sulla deregolamentazione impudente, sulla trasformazione delle città in dispositivi spietati della produzione di ricchezza per pochi (i soliti ricchi, e gli arricchiti sulla base del suddetto modello), sulla espulsione violenta dei ceti popolari e dei ceti medi dai centri storici e dai quartieri vivibili. In breve, sulla distruzione della civiltà urbana – ingrediente non secondario della tanto strombazzata "identità italiana".
Questo modello ha egemonizzato, ben oltre Milano, la visione e l'amministrazione di tutte le principali città italiane, saldandosi con il suo modello gemello, quello basato sulla turisticizzazione forzata delle città d'arte, dei borghi gentrificabili e di tutto il territorio rapinabile. La questione non è morale, è politica ed economico-politica, e si chiama capitalismo (neoliberale), un nome che è scomparso dal lessico della sinistra ufficiale: o ricompare, o la sinistra ufficiale continuerà a essere un niente.
Aggiunta non marginale. C'è stato un tempo, anni '60 e '70, in cui l'urbanistica era una disciplina progressista, e in versione riformista o rivoluzionaria lavorava a fianco della sinistra, riformista e rivoluzionaria. La sparizione dell'urbanistica prima, e poi la sua trasformazione in alleata del sistema della rendita immobiliare e finanziaria, è un pezzo non secondario della storia culturale dell'Italia dell’ultimo secolo. Bisogna ricostruire l'alleanza fra una politica e un'urbanistica riformatrici, se non rivoluzionarie. E oltre Milano, bisogna guardare a New York. Dove lo stesso modello drogato di crescita verticale, produzione di ricchezza stratosferica per pochi ed espulsione di massa degli abitanti sta già arrivando al capolinea. Qualcuno se n'è accorto, si chiama Zohran Mamdani e a 33 anni, invocando il ritorno a una città vivibile e accessibile, ha sbaragliato Cuomo alle primarie dem. Non c'è solo Trump nel nostro futuro.
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03/07/2025
USA - Trump minaccia di arrestare il candidato newyorkese Mamdani (e forse di revocargli la cittadinanza)
Il 1° luglio Zohran Mamdani ha ufficialmente vinto le primarie del Partito Democratico per correre alla carica di sindaco della Grande Mela. Il sistema di conteggio dei voti è piuttosto complesso e lungo, ma per chiunque era ormai scontato che il giovane, di origini ugandese e indiane, e di religione musulmana, avesse vinto su Andrew Cuomo, l’ex governatore dello stato di New York.
Quello stesso giorno, i toni della guerra civile che si sviluppa sempre meno sotto traccia negli USA si sono fatti ancora più infuocati, con la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di arrestare Mamdani nel caso in cui, da sindaco di New York, si opponesse ai raid contro i migranti dell’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Il tycoon ha aggiunto il solito spauracchio rosso, dicendo: “non abbiamo bisogno di un comunista in questo paese”. Ha affermato pure che “molte persone dicono che sia qui illegalmente”, facendo eco alle parole del deputato repubblicano Andy Ogles del Tennessee, il quale ha sostenuto che Mamdani avrebbe nascosto il proprio sostegno a organizzazioni terroristiche durante il processo di naturalizzazione.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, sembra aver lasciato aperta la possibilità di un’indagine sulla cittadinanza di Mamdani. Il che ci parla di una società letteralmente a pezzi, in cui l’incapacità di esternalizzare le proprie contraddizioni con la guerra all’estero si riverbera in una guerra interna sempre più dura.
Mamdani non è un “comunista”, ma ha di certo un programma sociale capace di intercettare le gravi difficoltà vissute dalla maggioranza della popolazione della Grande Mela. A prescindere dal colore della pelle e dell’appartenenza etnica o religiosa. Le contraddizioni della società stelle-e-strisce sono esplose proprio lungo le linee di divisione ‘razziale’, come hanno mostrato i tumulti di Los Angeles.
Le fondamenta su cui gli Stati Uniti si sono basati per secoli, cioè sulla ‘messa a valore’ di chiunque arrivasse entro i propri confini – non senza che ci fossero pregiudizi e violenze razziste, certo, ma diventando così la patria di grandi scienziati, artisti, e così via – sono state minate definitivamente. La propaganda del melting pot si è infranta senza appello.
Bisogna però sottolineare anche un’altra dimensione, ancora più avanzata, della crisi materiale ed egemonica degli USA. Gli sfidanti di Mamdani saranno due. Uno è il repubblicano Curits Silwa, fondatore dei Guardian Angels, l’organizzazione no-profit formata da volontari che vogliono combattere il crimine, esprimendo una profonda cultura securitaria.
Ma l’altro è l’uscente Eric Adams, ex capitano della polizia di New York prima di diventarne il sindaco, che è stato protagonista degli atti repressivi che hanno segnato alcuni dei momenti più iconici delle proteste contro il sostegno al genocidio dei palestinesi, garantito dalle istituzioni statunitensi, a partire dallo sgombero della Hamilton Hall della Columbia University.
Mamdani è un giovane 33enne musulmano, unico tra i vari candidati che ha mostrato di non essere servile verso gli interessi della lobby sionista statunitense. In un’intervista, rispondendo alla domanda se difendesse i diritti di Israele in quanto stato ebraico, ha risposto che egli sostiene i diritti di stati in cui tutti hanno pari diritti, con un’evidente critica alla politica di apartheid perseguita da Tel Aviv.
Il movimento di solidarietà con la resistenza palestinese continua con forza da quasi due anni ormai; ha portato alla politicizzazione delle giovani generazioni, che si sono sentite sempre più distanti dalla classe dirigente del paese. Ciò è successo su temi completamente politici e di politica estera, che hanno a che vedere con il cuore della politica imperialista stelle-e-strisce.
Lo stesso è avvenuto anche in Europa, e in generale questo processo preoccupa i politici del finto bipolarismo, che – anche avessero risorse a disposizione – sanno che non c’è modo di mediare sul piano sociale una frattura che è tutta politica, e che non può essere riassorbita da un’egemonia culturale che si è sgretolata proprio col sostegno alla pulizia etnica dei palestinesi.
Un sostegno in cui vengono associati facilmente il colonialismo sionista e il razzismo delle politiche suprematiste di Trump. Per questo le elezioni che vedono protagonista Mamdani, pur non essendo un “comunista”, sono il segno di tempi che esprimono un passaggio epocale, con la corsa verso la totale disgregazione della società statunitense e la perdita della sua capacità di proiezione, militare ed egemonica, verso l’esterno.
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Quello stesso giorno, i toni della guerra civile che si sviluppa sempre meno sotto traccia negli USA si sono fatti ancora più infuocati, con la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di arrestare Mamdani nel caso in cui, da sindaco di New York, si opponesse ai raid contro i migranti dell’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Il tycoon ha aggiunto il solito spauracchio rosso, dicendo: “non abbiamo bisogno di un comunista in questo paese”. Ha affermato pure che “molte persone dicono che sia qui illegalmente”, facendo eco alle parole del deputato repubblicano Andy Ogles del Tennessee, il quale ha sostenuto che Mamdani avrebbe nascosto il proprio sostegno a organizzazioni terroristiche durante il processo di naturalizzazione.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, sembra aver lasciato aperta la possibilità di un’indagine sulla cittadinanza di Mamdani. Il che ci parla di una società letteralmente a pezzi, in cui l’incapacità di esternalizzare le proprie contraddizioni con la guerra all’estero si riverbera in una guerra interna sempre più dura.
Mamdani non è un “comunista”, ma ha di certo un programma sociale capace di intercettare le gravi difficoltà vissute dalla maggioranza della popolazione della Grande Mela. A prescindere dal colore della pelle e dell’appartenenza etnica o religiosa. Le contraddizioni della società stelle-e-strisce sono esplose proprio lungo le linee di divisione ‘razziale’, come hanno mostrato i tumulti di Los Angeles.
Le fondamenta su cui gli Stati Uniti si sono basati per secoli, cioè sulla ‘messa a valore’ di chiunque arrivasse entro i propri confini – non senza che ci fossero pregiudizi e violenze razziste, certo, ma diventando così la patria di grandi scienziati, artisti, e così via – sono state minate definitivamente. La propaganda del melting pot si è infranta senza appello.
Bisogna però sottolineare anche un’altra dimensione, ancora più avanzata, della crisi materiale ed egemonica degli USA. Gli sfidanti di Mamdani saranno due. Uno è il repubblicano Curits Silwa, fondatore dei Guardian Angels, l’organizzazione no-profit formata da volontari che vogliono combattere il crimine, esprimendo una profonda cultura securitaria.
Ma l’altro è l’uscente Eric Adams, ex capitano della polizia di New York prima di diventarne il sindaco, che è stato protagonista degli atti repressivi che hanno segnato alcuni dei momenti più iconici delle proteste contro il sostegno al genocidio dei palestinesi, garantito dalle istituzioni statunitensi, a partire dallo sgombero della Hamilton Hall della Columbia University.
Mamdani è un giovane 33enne musulmano, unico tra i vari candidati che ha mostrato di non essere servile verso gli interessi della lobby sionista statunitense. In un’intervista, rispondendo alla domanda se difendesse i diritti di Israele in quanto stato ebraico, ha risposto che egli sostiene i diritti di stati in cui tutti hanno pari diritti, con un’evidente critica alla politica di apartheid perseguita da Tel Aviv.
Il movimento di solidarietà con la resistenza palestinese continua con forza da quasi due anni ormai; ha portato alla politicizzazione delle giovani generazioni, che si sono sentite sempre più distanti dalla classe dirigente del paese. Ciò è successo su temi completamente politici e di politica estera, che hanno a che vedere con il cuore della politica imperialista stelle-e-strisce.
Lo stesso è avvenuto anche in Europa, e in generale questo processo preoccupa i politici del finto bipolarismo, che – anche avessero risorse a disposizione – sanno che non c’è modo di mediare sul piano sociale una frattura che è tutta politica, e che non può essere riassorbita da un’egemonia culturale che si è sgretolata proprio col sostegno alla pulizia etnica dei palestinesi.
Un sostegno in cui vengono associati facilmente il colonialismo sionista e il razzismo delle politiche suprematiste di Trump. Per questo le elezioni che vedono protagonista Mamdani, pur non essendo un “comunista”, sono il segno di tempi che esprimono un passaggio epocale, con la corsa verso la totale disgregazione della società statunitense e la perdita della sua capacità di proiezione, militare ed egemonica, verso l’esterno.
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26/06/2025
New York - Cuomo cede a Mamdani, l’outsider antisionista in corsa per la carica di sindaco
Un risultato elettorale che segna una svolta politica di eccezionale importanza per la città di New York. Nella notte, Andrew Cuomo, ex governatore dello Stato e figura centrale del Partito Democratico newyorkese, ha ammesso la sconfitta alle primarie per la candidatura a sindaco, cedendo il passo a Zohran Mamdani, giovane deputato e membro dei Democratic Socialists of America. Una sorpresa clamorosa: Cuomo, fino a poche settimane fa favorito in quasi tutti i sondaggi, ha riconosciuto il vantaggio del suo avversario di oltre sette punti percentuali, con il 91% dei voti scrutinati.
“Stasera era la serata del deputato Mamdani”, ha dichiarato Cuomo ai suoi sostenitori. Tecnicamente, la corsa non è ancora chiusa. Il sistema elettorale di New York, basato sul voto a scelta multipla, prevede un conteggio progressivo in cui le preferenze degli elettori per i candidati eliminati vengono redistribuite. Ma con il terzo classificato, il revisore dei conti Brad Lander – ebreo progressista vicino a Mamdani – è molto probabile che la gran parte dei suoi voti residui vadano proprio a quest’ultimo, rendendo la rimonta di Cuomo praticamente impossibile.
Il risultato assume un significato politico più ampio per almeno due motivi. Il primo è l’identità politica di Mamdani: 33 anni, musulmano, figlio d’arte (sua madre è l’attrice indiana Mira Nair), attivista dichiaratamente antisionista, vicino ai movimenti per i diritti dei palestinesi, sostenitore del boicottaggio contro Israele e critico feroce del sionismo. Non ha mai nascosto di considerare la causa palestinese come centrale per il suo impegno pubblico, arrivando a promettere, nel corso della campagna, che se Benjamin Netanyahu dovesse mettere piede a New York, ne ordinerebbe l’arresto sulla base del mandato della Corte Penale Internazionale. Un gesto ovviamente simbolico – la CPI non ha giurisdizione negli Stati Uniti – ma che ha infiammato il dibattito.
Cuomo, consapevole della sensibilità del tema, aveva puntato con decisione sul voto ebraico, frequentando sinagoghe, partecipando ad eventi della comunità e facendo leva sulla sua lunga storia di sostegno a Israele. Eppure, una parte importante dell’elettorato progressista ebraico, soprattutto tra i giovani, si è schierata su Mamdani, anche grazie al supporto di gruppi come Jewish Voice for Peace, Jews for Economic and Racial Justice e del braccio elettorale Jewish Vote. Un elemento chiave è stato anche il sostegno “a sinistra” di Lander, che pur definendosi sionista, ha deciso di appoggiare Mamdani, evidenziando la crescente spaccatura interna all’elettorato ebraico progressista.
Il secondo motivo per cui questa sconfitta scuote le fondamenta della politica newyorkese è il cambio di paradigma che rappresenta. Mamdani ha vinto con una campagna centrata su temi radicali: trasporti gratuiti, supermercati pubblici, blocco degli affitti, riforma radicale della polizia, giustizia economica e razziale. Ha utilizzato in modo abile i social network, mobilitato i giovani e intercettato un malcontento diffuso, specialmente nei quartieri a basso reddito. Le sue proposte considerate da molti impraticabili invece si sono dimostrare efficaci nel delineare una visione alternativa e coerente.
Mamdani, salvo sorprese clamorose, si prepara a diventare il primo sindaco musulmano della città. Un traguardo storico, ma anche l’inizio di una probabile stagione di tensioni politiche e sociali. Con la comunità ebraica divisa, la sinistra rafforzata e un’opinione pubblica polarizzata, il volto di New York potrebbe cambiare radicalmente.
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“Stasera era la serata del deputato Mamdani”, ha dichiarato Cuomo ai suoi sostenitori. Tecnicamente, la corsa non è ancora chiusa. Il sistema elettorale di New York, basato sul voto a scelta multipla, prevede un conteggio progressivo in cui le preferenze degli elettori per i candidati eliminati vengono redistribuite. Ma con il terzo classificato, il revisore dei conti Brad Lander – ebreo progressista vicino a Mamdani – è molto probabile che la gran parte dei suoi voti residui vadano proprio a quest’ultimo, rendendo la rimonta di Cuomo praticamente impossibile.
Il risultato assume un significato politico più ampio per almeno due motivi. Il primo è l’identità politica di Mamdani: 33 anni, musulmano, figlio d’arte (sua madre è l’attrice indiana Mira Nair), attivista dichiaratamente antisionista, vicino ai movimenti per i diritti dei palestinesi, sostenitore del boicottaggio contro Israele e critico feroce del sionismo. Non ha mai nascosto di considerare la causa palestinese come centrale per il suo impegno pubblico, arrivando a promettere, nel corso della campagna, che se Benjamin Netanyahu dovesse mettere piede a New York, ne ordinerebbe l’arresto sulla base del mandato della Corte Penale Internazionale. Un gesto ovviamente simbolico – la CPI non ha giurisdizione negli Stati Uniti – ma che ha infiammato il dibattito.
Cuomo, consapevole della sensibilità del tema, aveva puntato con decisione sul voto ebraico, frequentando sinagoghe, partecipando ad eventi della comunità e facendo leva sulla sua lunga storia di sostegno a Israele. Eppure, una parte importante dell’elettorato progressista ebraico, soprattutto tra i giovani, si è schierata su Mamdani, anche grazie al supporto di gruppi come Jewish Voice for Peace, Jews for Economic and Racial Justice e del braccio elettorale Jewish Vote. Un elemento chiave è stato anche il sostegno “a sinistra” di Lander, che pur definendosi sionista, ha deciso di appoggiare Mamdani, evidenziando la crescente spaccatura interna all’elettorato ebraico progressista.
Il secondo motivo per cui questa sconfitta scuote le fondamenta della politica newyorkese è il cambio di paradigma che rappresenta. Mamdani ha vinto con una campagna centrata su temi radicali: trasporti gratuiti, supermercati pubblici, blocco degli affitti, riforma radicale della polizia, giustizia economica e razziale. Ha utilizzato in modo abile i social network, mobilitato i giovani e intercettato un malcontento diffuso, specialmente nei quartieri a basso reddito. Le sue proposte considerate da molti impraticabili invece si sono dimostrare efficaci nel delineare una visione alternativa e coerente.
Mamdani, salvo sorprese clamorose, si prepara a diventare il primo sindaco musulmano della città. Un traguardo storico, ma anche l’inizio di una probabile stagione di tensioni politiche e sociali. Con la comunità ebraica divisa, la sinistra rafforzata e un’opinione pubblica polarizzata, il volto di New York potrebbe cambiare radicalmente.
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