Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/05/2026
Lo spazio elettorale avvelenato
Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata per inquadrare innanzitutto lo stato della “democrazia liberale ” nell’emisfero occidentale e quindi le “leggi non scritte” che la regolano, in modo da definire anche meglio il margine di reale “contendibilità” dello spazio elettorale.
Innanzitutto andrebbe fatta chiarezza sulla differenza gigantesca tra “spazi” sociali e “spazi” politici, che in genere vengono considerati pressoché coincidenti, con appena qualche specificità “tecnica” particolare.
Prendiamo la domanda che angustia ogni soggetto politicamente attivo a sinistra: com’è possibile che il malessere sociale, o addirittura la contrarietà aperta alle politiche dei vari governi (le stesse, ricordiamo, al di là delle diverse coalizioni), non si traduca in consensi anche elettorali per l’opposizione (qualunque essa sia)? Oppure, ed è una domanda simile, come mai il risultato referendario non si è riversato sulle recenti elezioni comunali?
Si può facilmente notare che già nel porre la domanda si presuppone un qualche automatismo tra “spazio sociale” – il malessere economico ed esistenziale di gran parte della popolazione – e “spazio elettorale”, passando per la sovrapposizione indebita di quest’ultimo con lo “spazio politico”. Ossia come se tutta la politica potesse o dovesse coincidere con la partecipazione alle elezioni.
E invece stiamo parlando di “spazi” tra loro molto diversi. Quello sociale è il mondo degli interessi delle varie classi, ceti, figure più o meno definite, che nel loro insieme costituiscono la popolazione. Interessi ovviamente diversi e contrastanti, spesso contrapposti o addirittura antagonisti, che quasi sempre risultano poco o nulla soddisfatti sia dalle politiche governative che da quelle sovranazionali (europee, per lo più).
La rappresentanza diretta di questi interessi è affidata a sindacati, associazioni di ogni tipo, ecc.. Un tempo queste rappresentanze fungevano da “cinghia di trasmissione” con la politica, ovvero con partiti strutturati a livello territoriale per realizzare nei limiti del possibile quegli interessi attraverso progetti di riforma o gestione delle amministrazioni pubbliche (Stato, regioni, comuni, ecc.). La maggiore o minore forza elettorale consentiva, oppure no, di farli pesare nelle scelte dello Stato.
In quel mondo – quello dello “stato sociale” keynesiano – il legame tra interesse sociale, proposta politica e verifica elettorale era palese, avvertito, leggibile. Poi, certo, c’erano tutti i problemi relativi alla buona o pessima rappresentanza degli interessi, la corruzione, il “tradimento dei chierici”, ecc., ma i tre “spazi” potevano sembrare così interconnessi da risultare praticamente uno solo. Organico.
La reazione neoliberista, in tutto l’Occidente, ha rotto definitivamente quello schema. Gli unici interessi legittimi che lo Stato deve soddisfare sono quelli delle aziende, o meglio ancora dei “mercati”.
Le rappresentanze devono compatibilizzare le attese delle figure sociali con politiche di “riforma” che non possono più modificare. I partiti sono fungibili e indistinguibili quanto a “programmi”, differendo tra loro soltanto per aspetti marginali o “culturali” (la “sicurezza” contro i “diritti civili”, la “famiglia tradizionale” contro quelle “arcobaleno”, ecc.). Le elezioni sono campagne pubblicitarie dove vince chi ha più soldi da spendere o già controlla i media (do you remember Berlusconi?).
Una dimostrazione veloce. Qualche giorno fa, in Kentucky – stato Usa tradizionalmente repubblicano – il governatore uscente Thomas Massie, un “libertariano” ostile a Trump, è stato sconfitto nelle primarie che dovevano decidere chi sarebbe stato il prossimo candidato del Grand Old Party alle elezioni di metà mandato, a novembre.
Il suo competitor era uno sconosciuto ex militare dei Navy Seal, Ed Gallrein, che però ha avuto a disposizione decine di milioni di dollari investiti su di lui dallo stesso Trump e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), un fondo che finanzia l’affermazione di politici totalmente favorevoli ad Israele.
Non stiamo parlando delle elezioni vere e proprie, ma solo della “competizione interna” a uno dei due “partiti” ammessi alle elezioni. Eppure sono volati milioni di dollari.
Prima conclusione. Le idee e i programmi non contano nulla, e neanche la notorietà del candidato (Massie era molto popolare, nel mondo “Maga”), decide solo la potenza della pubblicità, e dunque dei soldi.
Scendendo in Italia, vediamo come i media (il principale vettore della “pubblicità regresso”) stiano coccolando amorevolmente la resistibile ascesa di un ex generale fascista, Vannacci, garantendogli fin dall’inizio una copertura mediatica sproporzionata rispetto al suo peso politico. Di fatto, lo hanno “inventato” come soggetto politico. Lo stesso si può dire di Calenda e Renzi, che era arrivato alla segreteria del Pd e di lì a Palazzo Chigi sostanzialmente attraverso lo stesso “meccanismo elettivo”.
Queste – e decine di altre – piccole verifiche portano a dire che lo spazio elettorale è uno spazio avvelenato, dove chi non ha milioni da spendere per l’“autopromozione”, o non può – per gli interessi che intende rappresentare – trovare uno “sponsor mediatico gratuito”, è programmaticamente fuori dalla competizione.
Non basta. Anche le regole elettorali stesse – persino negli Usa, dove sono costanti da oltre un secolo – vengono modificate in corso d’opera per assicurare, nei limiti del possibile, il risultato voluto da chi già comanda, non certo di affermare la “volontà popolare”.
Qui da noi, come sappiamo, ogni governo fa una legge elettorale nuova per potere esser certo di rivincere, anche se poi di solito neanche ci riesce. Ma l’obbiettivo costante è sempre far fuori le “nuove proposte”, bloccando l'“alternanza” ai soliti noti...
In questo quadro disperante, l’unica via che potrebbe portare una sinistra effettivamente antagonista ad un’affermazione anche sul piano elettorale passa da tutt’altro percorso. Non breve.
Lo “spazio sociale” è infatti praticamente infinito. Nel senso che gli interessi delle classi e dei ceti popolari non hanno una rappresentanza organizzata credibile. Qui la difficoltà sta tutta nella scarsità attuale delle forze sindacali, associative, di movimento, ecc., orientate all'“alternativa”.
Stanno crescendo, e questa è un’ottima notizia. Riescono a catalizzare il malessere e l’indignazione in giornate di grande mobilitazione popolare – tra fine settembre ed ottobre 2025, su Gaza e la Flotilla – ma non esistono scorciatoie per abbreviare i tempi o tradurre gli sforzi in effetti anche organizzativi pressoché immediati.
Lo “spazio politico”, di conseguenza, si va allargando, ma ancora lentamente. La situazione internazionale e quella sociale interna offrono occasioni enormi e momenti di riflessione importanti per arrivare a definire una proposta politica capace di raccogliere “consensi di massa” che abbiano una qualche stabilità.
Ma tutto ciò – è meglio saperlo, per non restare fatalmente delusi – non garantisce ancora uno “spazio elettorale” decente. Per raccogliere bisogna prima seminare e curare la crescita della “pianta”.
Fonte
26/05/2026
L’astensione trionfa, ma gli occhi restano chiusi
La piscina della partecipazione si va svuotando a velocità crescente, ma i pesci che la abitano sono contenti di essere ancora vivi.
Le elezioni comunali di fine maggio hanno fatto registrare un dato assolutamente certo, rimosso però dal dibattito da talk show: l’astensionismo è aumentato di un altro 5%.
Bisogna ricordare che le comunali sono “elezioni di prossimità”, quelle in cui candidati ed elettori si conoscono meglio e dove le abituali pratiche clientelari sono più consolidate perché facilmente verificabili.
Tradotto: se il candidato promette che farà finta di non vedere qualche piccolo abuso edilizio, un dehors più grande del dichiarato, una rottamazione delle contravvenzioni non pagate (adesso lo può fare anche un sindaco), erogare una facilitazione amministrativa di qualsiasi tipo, ecc. quel “voto di scambio” ha prospettive di realizzazione piuttosto concrete. Anche se sempre incerte.
Quindi in questa tipologia di elezioni è più facile organizzare la coorte di amici e parenti che portano il loro pacchetto di voti per “fare un favore” che potrebbe essere ripagato. Ergo la partecipazione aumenta.
Nonostante questo, è scesa del 5%.
Ma ai protagonisti non interessa affatto. Il sostanziale pareggio tra destra e “campo largo” ha permesso di trasformare la “riflessione post voto” nel solito balletto che alterna espressioni di giubilo immotivato e prese d’atto di “risultati non del tutto soddisfacenti”.
Il convitato di pietra non è stato neanche nominato. E dire che la destra lo temeva come la tempesta, mentre i sedicenti “progressisti” erano certi di venirne tonificati senza dover fare granché.
Lo “spirito delle giornate di ottobre”, con le mobilitazioni contro guerra e genocidio, poi materializzatosi anche come “lo spirito del referendum”, è rimasto molto distante dalle urne. I giovani – improvvisamente riscoperti come soggettività politica solo in quanto “difensori della Costituzione” (falsificandone così identità e aspettative) – idem.
E quindi la destra ha rinviato trionfalmente la propria caduta, mentre il “campo largo” ha scoperto la distanza abissale tra voglia di opposizione reale e squallore della rappresentanza politica corrente.
Il problema resta dunque intatto: come si fa a riversare quello “spirito di rottura complessiva” sul terreno politico? Come si fa a trasformare l’indignazione in forza, la contrarietà in progetto, il rifiuto in programma?
Lo strumento elettorale è parte di questo processo di degrado della politica politicante, che ormai rende untouchable qualsiasi cosa somigli al “solito gioco”.
Fonte
14/11/2025
USA - Seattle come New York, vince una “socialista”
La “socialista” Katie Wilson ha infatti sconfitto l’ormai ex sindaco di Seattle, Bruce Harrell, anche lui come Andrew Cuomo sostenuto dall’establishment del partito democratico, nella corsa a sindaco della città. Stiamo parlando della “capitale economica” dello Stato di Washington, sul Pacifico, porta di ingresso di quella Silicon Valley che pareva passata dai sogni “libertari” alle paranoie “transumanistiche” più reazionarie di amministratori delegati come Peter Thiel, di Palantir (è arrivato a descrivere Greta Thunberg come “l’Anticristo”).
E invece ecco venir fuori dalla città del grunge (patria di Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, ecc.) un’altra figura che scompagna il quadro politico fin troppo ossificato tra nazi-trumpiani e inguardabili cariatidi della conservazione (“dem” o “repubblicani perbene”, le stesse persone).
L’ex sindaco Harrell ha ammesso la sconfitta solo stamattina, quando il distacco nello scrutinio, comunque abbastanza ridotto, è diventato inammissibile per chiedere il riconteggio dei voti. Lo stato di Washington prescrive infatti un riconteggio automatico solo quando il margine di voti è inferiore a 2.000 e a meno della metà di una percentuale del “numero totale di voti espressi per entrambi i candidati”.
A quel punto Harrell ha anche cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti della Wilson, affermando che sebbene le due campagne offrissero visioni diverse per governare la città, i loro valori rimanevano gli stessi. “L’amministrazione Wilson avrà nuove idee, avrà una nuova visione. Avendo vinto le elezioni, se lo sono guadagnato. Dobbiamo ascoltare i giovani elettori”. Se non puoi batterli, cerca un’alleanza...
Del resto, gli unici “risultati” che aveva potuto vantare la sua amministrazione, anche secondo i giornali locali, erano quelli di un conservatore: una diminuzione della criminalità, un aumento delle assunzioni nella polizia e la fine della supervisione federale del Dipartimento di Polizia (sotto l’offensiva di Trump contro le amministrazioni “dem”).
Proprio come a New York, la Wilson aveva sconfitto Harrell in un affollato ballottaggio per le primarie “dem”. Harrell aveva comunque finanziamenti potenti, mentre la Wilson solo le donazioni popolari. Sembrava perciò una battaglia persa in partenza, e invece la voglia di “stato sociale” ha prevalso.
L’elezione della Wilson segna la seconda vittoria progressista dopo le elezioni nella Grande Mela, solo martedì scorso.
La Wilson aveva incentrato la sua campagna sull’accessibilità economica – evidenziando le sue stesse difficoltà nel vivere quotidianamente a Seattle. Ha proposto una tassa sui profitti per aumentare le entrate (demonizzata da Harrell), protezioni più forti per gli affittuari e il miglioramento del trasporto pubblico.
Quel messaggio ha trovato risonanza in una città dove l’alloggio è diventato fuori portata per molti cittadini.
“C’è una disconnessione tra ciò che i giovani stanno vivendo nella vita di tutti i giorni oggi”, ha detto ancora Fincher. “Penso che ci sia una spaccatura nel Partito Democratico su questo, che stiamo cercando di capire”.
La Wilson si è anche impegnata a fare di più per affrontare il problema dei senzatetto, inclusa l’accelerazione della disponibilità di alloggi di emergenza, ed è stata molto critica con Harrell che appoggiava lo sgombero degli accampamenti di tende dagli spazi pubblici di Seattle (una realtà di molte metropoli Usa, dove sui marciapiedi vanno crescendo autentici “villaggi” di homeless).
Anche lei in passato – come Mamdani – aveva chiesto tagli ai fondi della polizia, ma in questa campagna ha cambiato tattica, promettendo più programmi sociali, “non di polizia”.
L’insuccesso del “dem” Harrel è un colpo per i “moderati”, che lo consideravano un prototipo del “Democratico” per riorganizzare il partito dopo i deludenti risultati del 2024. Ma proprio l’appoggio dei “Ceo” della Silicon Valley si è rivelato per lui “il bacio della morte”.
“Quella foto dei dirigenti tech all’inaugurazione della sua campagna è qualcosa che si è cristallizzato nella mente degli elettori”, ha detto Dean Nielsen, uno stratega democratico di lunga data che sosteneva Harrell. “È diventata in qualche modo emblematica di ciò che sta accadendo nella gara: un sindaco dell’establishment che è supportato da molte di quelle stesse persone che sono ferocemente contrarie a questa visione di cambiamento sistemico”.
La Wilson in effetti non aveva mai ricoperto una carica elettiva ed è co-fondatrice della Transit Riders Union, un gruppo di pressione per il miglioramento del trasporto pubblico.
“Abbiamo sfidato un potente titolare che si aspettava di navigare tranquillamente verso la rielezione. Abbiamo affrontato più soldi di PAC aziendali di quanti ne siano mai stati spesi per attaccare un candidato in un’elezione di Seattle. Abbiamo costruito un movimento alimentato dalle persone, radicato nella speranza per il futuro della nostra città”, ha scritto stamani in un post su X, “E abbiamo vinto”.
Quanto al confronto tra la sua piattaforma e quella del neo-sindaco di New York, la Wilson ha ammesso che “Penso che ci siano molte forze simili al lavoro in questo momento. La mia carriera è stata davvero incentrata sul rimettere i soldi nelle tasche dei lavoratori... Ho deciso di lanciarmi in questa gara perché mi sono resa conto che eravamo in un momento in cui le persone comuni sentono il costo elevato di tutto, dall’affitto all’asilo nido al cibo alla benzina”.
La sua campagna, ha detto, rifletteva un crescente spostamento verso il progressismo in atto in tutti gli Stati Uniti come reazione ai fallimenti dei Democratici nello sconfiggere Donald Trump un anno fa.
Come abbiamo intravisto con la vittoria di Mamdani a New York, “È una rottura rivoluzionaria? Non diciamo cazzate, please... È una rottura irreversibile? Idem. È una risposta ancora molto acerba all’impoverimento di massa, e dunque alla dimensione sociale del declino statunitense come potenza egemone sul mondo. È il ‘sentore’, non ancora la piena consapevolezza, che ‘socialismo’ – in accezioni tanto diverse quante sono le teste, da quelle e da queste parti – è l’unica possibilità di uscire dalla corsa verso il baratro”.
Poi, certo, servirà qualcosa di molto più radicale. Ma la talpa sta ora scavando con molto impegno...
Note: tutte le foto inserite nel testo testimoniano alcuni dei tanti “villaggi di tende” di Seattle.
Fonte
05/11/2025
Il “socialista islamico” Mamdani sindaco di New York
Zohran Mamdani, 34 anni, è diventato il primo sindaco musulmano e socialista della città. Ha superato il 50% dei voti, smentendo i sondaggi che lo davano – sì – in netto vantaggio, ma con circa 10 punti di meno.
Che è poi la quota cui si è fermato Andrew Cuomo, ex governatore “dem” dello Stato omonimo e tipico esponente dell’establishment bipartisan che aveva dominato la politica Usa prima dell’avvento di Donad Trump. Definirlo tale non è una “cattiveria estremista”, ma una semplice constatazione. Lo stesso Trump, infatti, aveva invitato a votare per lui abbandonando il candidato repubblicano ufficiale, Curtis Sliwa, che non è arrivato neanche al 10%.
Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair, è nato in Uganda, paese natale del padre, e dunque non potrà mai essere candidabile alla presidenza degli Stati Uniti. Ma la sua vittoria nella città più importante e simbolica degli Usa segna chiaramente la direzione che può prendere l’opposizione interna al tycoon e alla banda “Maga”, apertamente razzista e nostalgica dei “confederati” sconfitti ai tempi della guerra di secessione, nell’’800.
Pur essendo infatti da sempre una città “dem”, nonché la città in cui è nato e si è “formato” lo stesso Trump, la chiave di volta per amministrarla era sempre stata il rispetto servile per il grande capitalismo finanziario (Wall Street è lì...), la principale ragione della ricchezza di New York nonché – per logica conseguenza – dei suoi prezzi folli per abitazioni, servizi, alimentazione, e qualsiasi altra cosa.
Una città, in sintesi, dove la forbice della disuguaglianza sociale si è mostrata in tutta la sua crescente ampiezza, al pari di quanto è avvenuto nell’altra grande metropoli simbolo – Los Angeles – dove convivono allegramente i grattacieli del business e gli accampamenti di tende dei senza casa.
E proprio casa, servizi, bus gratis, supermercati comunali, e più tasse ai ricchi hanno costituito il cuore del programma politico di Mamdani, consentendogli di mobilitare decine di migliaia di volontari che gli hanno permesso di vincere prima le primarie “dem”, sconfiggendo proprio Cuomo, e poi di trionfare nelle elezioni di ieri.
La sua elezioni, insomma, certifica che la “radicalizzazione” dell’opposizione popolare può sovvertire un quadro politico segnato dalla presa “populista-reazionaria” Maga e dall’affarismo ormai squalificato dell’establishment bipartisan (sia democratico che repubblicano in stile Dick Cheney, opportunamente e simbolicamente deceduto proprio mentre si votava).
Basterebbe notare, in aggiunta, che New York è anche stata il teatro dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, e quindi la scintilla della “guerra infinita al terrorismo islamico”. Per una bizzarra coincidenza, a 24 anni di distanza un musulmano diventa sindaco mentre un esponente di rilievo di Al Qaeda e poi dell’Isis – il “presidente” della Siria, Al Jolani – sta per essere ricevuto alla Casa Bianca. In effetti, parecchi schemi mentali stanno volando in frantumi...
Una prima conseguenza immediata è verificabile anche nelle contemporanee elezioni dei governatori in New Jersey (altra tradizionale roccaforte “dem”) e in Virginia, swing state sempre ballerino tra i due schieramenti. In entrambi i casi hanno vinto due donne, peraltro molto diverse tra loro.
In Virginia si è imposta la 46enne Abigail Spanberger, ex agente operativo della Cia (decisamente “establisment”, e del peggiore), mentre nel New Jersey – alle porte di New York e con una composizione sociale abbastanza simile – ha vinto Ghazala Hashmi, senatrice statale di origine indiana, prima persona musulmana e sud asiatica a ricoprire un incarico statale nell’Old Dominion State.
Come si vede, la “linea del colore”, dell’appartenenza etnica e religiosa, stanno diventando non solo – e in negativo – una caratteristica fondativa della nuova identità reazionaria Maga, ma – in positivo – anche per la ricostruzione di un’identità “democratica e progressista”, addirittura “socialista” in qualche caso.
Gli Stati Uniti vedono insomma crescere contemporaneamente le fobie suprematiste bianche che hanno dato fiato alla scalata del trumpismo e le speranze di trasformare quel paese in un luogo più corrispondente agli ideali scritti sulla sua carta fondamentale.
Sono due programmi e linee di evoluzione completamente differenti che sembrano destinate ad alimentare il conflitto sociale e politico interno. E forse anche ad indebolire la “presa” e la pretesa imperiale sul resto del mondo (che si presenta peraltro assai meno debole di quanto non fosse in passato).
Fonte
31/07/2025
Venezuela, il voto municipale premia il blocco bolivariano
La folla colorata e festosa avanza verso il Palazzo di Miraflores cantando “Chávez corazón del pueblo”. Uno stormo di uccelli guacamayas si staglia nel tramonto caraibico, vince le ombre del recente temporale che ancora ristagnano sul palazzo presidenziale. A 12 anni dalla morte, l’ex presidente del Venezuela, scomparso il 5 marzo del 2013, rimane nel “cuore del popolo”, che ha festeggiato il suo compleanno n. 71 il giorno dopo del voto per le comunali.
Quella del 27 luglio è stata l’elezione n. 33, relativa ai 335 municipi e ai consiglieri, più il voto della Consulta Popular, che ha riguardato la scelta dei progetti comunitari, soprattutto proposti dai giovani, a cui dare priorità. L’80% dei progetti già approvato nelle tre precedenti consultazioni, è già in fase di attuazione. Da queste elezioni, a cui hanno partecipato oltre il 44 per cento degli aventi diritto, e che ha fatto registrare quasi 300.000 voti in più rispetto a quelle dei governatori, che si sono svolte il mese scorso, emerge come la gioventù, che ha abbondantemente alimentato quell’oltre 44 per cento dei partecipanti, sia uno dei motori principali della rivoluzione bolivariana, che scommette sul “potere popolare”. L’identificazione di una grossa fetta di giovani con la proposta di trasformazione sociale del chavismo, che si è andata rideterminando per contrasto a quanto accade in altri paesi capitalisti della regione e d’Europa, dove la disaffezione giovanile alla politica si radica nella mancanza di opportunità concrete, qui è visibile in tutti i settori popolari e in buona parte della piccola borghesia.
Negli anni più duri dell’aggressione multiforme al “laboratorio bolivariano”, gli analisti politici del governo hanno visto aumentare il pericolo della disaffezione e la presa del fascismo sui giovani: soprattutto dovuti alla “emigrazione indotta” di giovani altamente formati, spinti a lasciare il paese in cerca del “sogno americano”. E hanno intensificato le politiche giovanili, in un paese che offre loro una presenza decisionale ai massimi livelli nelle strutture politiche, che si rinnovano costantemente.
Lo si è visto in queste elezioni, dove sindaci e sindache giovanissimi sono stati super votati. La campagna per il ritorno in patria dei migranti deportati da Trump nei lager di Bukele in Salvador che atterrano quotidianamente in Venezuela con aerei del governo, insieme a un nugolo di bambini separati dai genitori, sta smascherando il vero volto del “sogno americano”, e ha avuto un effetto su questo voto popolare.
Ha certamente avuto un grosso effetto lo scambio di alcuni detenuti statunitensi, accusati di essere mercenari infiltrati o già condannati per gravi delitti, con i bambini tolti alle famiglie di migranti negli Stati Uniti, che hanno potuto riabbracciare i loro cari in Venezuela. In questo modo, il governo bolivariano ha tolto un altro argomento di propaganda all’opposizione estremista che, dopo aver cavalcato abbondantemente questo tema, ha rilasciato varie dichiarazioni di appoggio alle politiche trumpiste definendo tutti criminali del “Tren de Aragua” i migranti venezuelani deportati.
Ora, come spesso accade nel “laboratorio bolivariano”, le madri di questi giovani migranti e i giovani stessi, sono stati inglobati in un movimento, coordinato dalla viceministra degli Esteri, Camilla Fabri, che ha organizzato un emotivo incontro con le Madri della Plaza de Mayo argentine, la figlia del Che, Aleida Guevara, donne palestinesi, africane ed europee, nell’ambito del Congresso per la pace e contro la guerra che si è svolto in questi giorni.
In questo ambito, gli invitati internazionali che hanno accompagnato le elezioni (provenienti da tutti i continenti), hanno respinto con ironia le recenti dichiarazioni del segretario di Stato, Marco Rubio, che ha definito Maduro non come presidente del Venezuela, ma come il capo del “Cartello dei Soli”, e ne ha aumentato la taglia, nel consueto stile Far West del tycoon nordamericano. Una decisione che ha ricevuto il plauso della destra golpista, capitanata da Maria Corina Machado, molto presente sui media occidentali, ma sempre più assente dalla realtà del paese.
Il quadro elettorale fotografa, infatti, anche il mutamento avvenuto nelle fila dell’opposizione (“quella che ha i voti, perché gli altri hanno solo fantasmi”, dicono i dirigenti chavisti). Partiti di destra neoliberista, come Primero Justicia e Voluntad Popular sono praticamente scomparsi, mentre l’Alleanza Democratica, Fuerza Vecinal e il partito Vamos Cojedes sono risultati le prime forze politiche di opposizione, raggiungendo la maggioranza nelle comunali che hanno permesso di conquistare 50 municipi. In questo contesto, emerge la figura del governatore dello stato Cojedes, Alberto Galíndez, che si è staccato dal partito Primero Justicia per fondare un partito regionale, Vamos Cojedes, che ora ha vinto in tutti i municipi dello Stato e ha assunto una visibilità nazionale.
Questa nuova opposizione ha ovviamente obiettivi opposti a quelli del socialismo bolivariano e i rappresentanti del Psuv promettono di darle battaglia nei territori, chiamandola a misurarsi sui progetti votati dalle comunità, però il governo plaude al fatto che abbia accettato la dialettica democratica. Per questo, Maduro ha invitato tutti gli eletti a un incontro seminariale di due giorni per “il bene del paese”.
“In futuro, vedremo una forma di democrazia più viva, vigorosa, attiva e basata sulla consultazione diretta, e non sul: vota per me che io farò questo e quello”, ha affermato Jorge Rodríguez, capo del Comando di campagna “Aristobulo Histuriz”, facendo il bilancio del voto.
La consegna di Hugo Chávez – “Comuna o nada!” – continua a essere l’orizzonte strategico che orienta la costruzione dal basso di un nuovo tipo di Stato basato sull’autogoverno, in cui le comunità organizzate devono assumere un ruolo centrale nella direzione della società. In questa prospettiva, avere il controllo politico del territorio risulta fondamentale, considerando che il peso del settore privato può farsi sentire.
E in questo orizzonte vanno inquadrate queste elezioni, che hanno tinto ancora di più di rosso la geografia territoriale del paese. Le candidate e i candidati del Gran Polo Patriótico Simón Bolívar (Gppsb), l’alleanza che comprende il partito di governo (Psuv) più un arco di altre formazioni, come il Partito comunista (quello maggioritario) e altri partiti progressisti, ha ottenuto 285 municipi, ossia l’85% del totale, l’opposizione, 50. Il chavismo ha vinto in 23 capitali dei 24 stati del paese, più il Distretto Capitale, dove è stata rieletta la sindaca Carmen Meléndez, con la più alta percentuale mai ottenuta in un’elezione: l’86,4%.
Il successo di iniziative come “la carovana delle soluzioni”, messa in atto dalla sindaca per portare la gestione governativa direttamente alle comunità, evidenzia un modello di governance che basa la sua legittimità sulla risoluzione concreta delle necessità popolari, una politica essenziale per mantenere l’egemonia fra le classi subalterne, zoccolo duro del voto socialista.
La gente, oggi, “dalla politica si aspetta risposte a problemi concreti, vuole governanti che risolvano i problemi, che mantengano la pace e che recuperino un buon tenore di vita e l’economia”, ha affermato Jorge Rodríguez. I dati degli organismi internazionali indicano che l’economia venezuelana continua a essere in crescita, che sta affrontando il bloqueo degli Stati Uniti facendo sempre più conto sulla produzione locale, che già copre quasi il 90% del fabbisogno alimentare.
Inoltre, dopo un’altalena di stop and go, Trump sembra aver concesso alla Chevron la licenza di continuare a estrarre petrolio in Venezuela: un sollievo non di poco conto perché consente di vendere il petrolio a prezzo di mercato e non essere obbligati a svenderlo per convincere gli acquirenti a rischiare le ritorsioni dei “sanzionatori”. E già dopo poche settimane, nel paese che possiede le prime riserve di petrolio al Mondo, ma che non può accedere a nessun tipo di credito o aiuto internazionale, le entrate dello Stato hanno ricevuto un incremento sostanziale.
La capacità del PSUV di mobilitare le masse popolari e ottenere un appoggio decisivo nelle urne indica che, nonostante le pressioni esterne, il governo è riuscito a superare le principali difficoltà economiche, e il blocco storico bolivariano mantiene una base sociale solida, radicata nelle classi lavoratrici e nei settori più vulnerabili della società.
Si è completato un ciclo, si deve passare a una tappa di costruzione di un governo eminentemente popolare, ha detto Maduro dal balcone presidenziale: “meno scrittorio più territorio dev’essere la consegna”. Il presidente si è rivolto in particolare alle donne e ai movimenti femministi, ai giovani, che sono la colonna portante di questa rivoluzione. Gli ha risposto un concerto di clacson proveniente dai collettivi di motociclisti presenti che, come di consueto, si sono fatti sentire.
Fonte
27/06/2022
Alle comunali vince chi non vota
Se i propagandisti della democrazia liberale fossero sinceri dovrebbe essere questa la loro prima preoccupazione. Ma se ne fregano ampiamente. Anche se votasse soltanto il 5% per loro sarebbe uguale. Anzi, meglio, perché il controllo sarebbe ancora più preciso.
Sul piano numerico si potrebbe dire che il centrodestra ha comunque ottenuto una mezza vittoria. Nei capoluoghi di regione ottiene infatti 3 sindaci, il centrosinistra soltanto 1.
Anche nei capoluoghi di provincia il centrodestra ottiene più sindaci – 13 – mentre il centrosinistra 10, le liste civiche 3.
Ma rispetto alle precedenti elezioni l’arretramento è evidente: il centrodestra aveva ottenuto 17 sindaci, il centrosinistra 5, le liste civiche 4.
Vanno stavolta al centrodestra Palermo, Lucca, Belluno, Barletta e conferma i comuni di Genova, L’Aquila, La Spezia, Pistoia, Asti, Rieti, Frosinone, Oristano, Gorizia.
Mentre il centrosinistra può vantare quelli di Catanzaro, Lodi, Alessandria, Parma, Piacenza, Verona, Monza e conferma i comuni di Padova, Taranto e Cuneo.
Ma è indubbiamente Verona il risultato meno atteso (prima del primo turno), perché una città storicamente “nera” vede prevalere Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma e della nazionale, chiamato al tempo “il chierichetto” per la sua religiosità e le buone maniere.
Però il centrosinistra che esulta per questa vittoria deve pur sempre registrare che Tommasi ha rifiutato di prendere la tessera del Pd ed ha preteso che nella lista non comparisse nessun simbolo di partito. Insomma, ha vinto lui nonostante le formazioni che lo sostenevano.
Peggio ancora a destra, dove il suicidio è stato clamoroso, con il divorzio violento tra il sindaco uscente, Sboarina, sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia, e il suo predecessore Tosi, passato nelle fila dei berlusconani.
Un divorzio che ha attraversato non solo i gruppi dirigenti, ma anche l’elettorato, che ha rifiutato l’apparentamento e il “voto utile”.
Ma il giudizio politico generale deve essere necessariamente un altro. La verifica del distacco tra classe politica e popolazione sta diventando clamorosa. Se tre elettori su cinque si disinteressano del voto più “di prossimità” che ci sia, quello comunale, vuol dire che quasi nessuno crede più che si possa incidere sulle politiche o almeno le decisioni amministrative minori.
Il voto comunale è roba che riguarda ormai soprattutto gruppi di interesse, clientele, possibili scambi di favori, oltre a una quota sempre minore di “voto d’opinione”. Ma neanche su questo piano riesce più ad essere attrattivo.
La destra in particolare, con le sue divisioni, è la fotografia della “borghesia nazionale” italica, quella che vive o sopravvive con un business che non va al di là dei confini nazionali o regionali, priva di qualsiasi visione che ecceda i limiti di quel business.
Non a caso sono i giornali del grande capitale sovranazionale – Repubblica, Stampa, Corriere – a gioire per “l’avanzata del centrosinistra”, la “sconfitta del populismo” e banalità similari.
Ma entrambi gli schieramenti, che pure convivono allegramente nel governo Draghi, sanno benissimo che i margini di azione loro concessi sono strettissimi, perché le grandi scelte politiche avvengono da tempo fuori dai luoghi che loro frequentano o possono conquistare.
Come ci capita spesso di dire, il potere politico non abita più a Palazzo Chigi, e tanto meno in Campidoglio o a Palazzo Marino (Roma e Milano, insomma). Un potere reale irraggiungibile dagli elettori, e costitutivamente indifferente all’opinione e agli interessi delle classi popolari.
Ma questa consapevolezza viaggia ormai anche a livello di massa e si traduce nella frase che tutti noi ci sentiamo ripetere quando pure tentiamo di smuovere l’apatia popolare: “tanto non cambia niente”.
È il punto di non ritorno di una crisi di legittimità delle istituzioni che non può essere superata da “discorsi” o “narrazioni” volontaristiche. Solo un conflitto sociale effettivamente radicale – incentrato cioè sui temi vitali della condizione popolare (lavoro, salario sufficiente, casa, sanità, carovita, scuola, pensioni, ecc.) – può restituire “alla gente” la consapevolezza di poter “cambiare le cose”.
E dunque anche fare del rito elettorale, in determinate condizioni, un momento di lotta politica, anziché una stracca verifica dell’efficacia del marketing elettorale.
Fonte
14/06/2022
L’astensionismo affonda i referendum. Alle comunali vota la metà degli elettori. Oggi i risultati
L’ultimo referendum abrogativo, quello contro le trivellazioni, era stato ad aprile 2016 ed ebbe una affluenza del 23,54% alle 19, e si era poi attestato al 33% alla chiusura delle urne.
Completamente diversi invece i risultati del referendum costituzionale voluto da Renzi a dicembre 2016. Lì, nonostante non fosse necessario il raggiungimento del quorum, l’affluenza era stata alta (68,48 per cento) dimostrando che la chiamata ai seggi è stata fin dall’inizio un referendum di fatto pro o contro l’esecutivo, era stato capace di mobilitare tutta la popolazione. Il No alla riforma controcostituzionale di Renzi vinse con il 59,5 per cento dei voti contro il 40,4%.
Il silenzio elettorale ieri era stato rotto da Berlusconi (sostenitore del Si al referendum) che era tornato ad attaccare i magistrati e la “giustizia politicizzata” con toni duri, parlando fuori dal seggio dove ha votato nel centro di Milano. Oggetto della rabbia del leader di Forza Italia sul tema della giustizia sono i fatti di Palermo dove, a pochi giorni dal voto, sono stati arrestati due candidati, uno di Fratelli d’Italia e uno di Forza Italia, con l’accusa di scambio elettorale politico mafioso. “Questi arresti di candidati un giorno o due prima delle elezioni, potevano anche aspettare due giorni dopo – ha osservato Berlusconi –. Questa è sempre la storia della giustizia politicizzata che non è morta”. Insomma il Cavaliere è tornato a insistere sui suoi soliti cavalli di battaglia dando la cifra del significato con cui la destra ha cercato di strumentalizzare i referendum sulla giustizia promossi da nove consigli regionali di centro-destra e non una raccolta di firme nelle strade.
Il “garantismo di scopo” della destra era fin troppo evidente, così come la velleità di sottoporre a referendum quesiti su una materia complessa come la giustizia in cui convivevano questioni serie e richieste strumentali.
Elezioni comunali
Più alta è stata invece l’affluenza nelle città dove c’erano in contemporanea le elezioni comunali che è stata del 54,72%, ma anche qui si registra un calo rispetto a quelle precedenti. Una conferma che l’astensionismo si va ormai consolidando anche nel caso di quelle “elezioni di prossimità” che storicamente vedevano una partecipazione più alta.
Oggi alle 14 inizia lo spoglio delle schede per le elezioni comunali. Gli exit poll danno Genova, Palermo e L’Aquila al centrodestra. Al ballottaggio vanno invece Parma, Verona e Catanzaro con il centrosinistra in testa nelle prime due città. Sulle assenze di un centinaio di presidenti di seggio a Palermo, la Procura sta valutando i reati di interruzione di pubblico servizio e rifiuto di atti d’ufficio.
Sempre a Palermo l’attacco di gruppo hacker al sito del Comune, ha riversato decine e decine di file contenenti dati sensibili. “È stata pubblicata la prima parte delle informazioni gentilmente condivise con voi dai rappresentanti di questa società. Ce ne saranno altre domani”, ha scritto il gruppo hacker Vice Society nella giornata di ieri, annunciando la pubblicazione di altre informazioni.
Secondo l’Ansa nella lunga lista rilasciata dagli hacker c’è un po’ di tutto: relazioni su riscossioni di imposte e tasse, lavorazioni degli stipendi, accrediti al servizio di tesoreria del Comune di multe pagate dai cittadini con nomi e cognomi, ingiunzioni di pagamento, anche in questo caso, con i riferimenti anagrafici dei coinvolti, documenti d’identità di dipendenti Sispi, elenchi del personale coi numeri di telefono segnati accanto. Ma ci sono ancora note interne del comando della polizia municipale, verbali su riunioni di servizio, schede di valutazione di ausiliari dell’Amat e anche l’elenco telefonico del comando della polizia municipale. Su Twitter c’è chi ha pubblicato alcuni screenshot coi nomi dei file sottratti dalla rete di Palazzo delle Aquile.
Fonte
18/10/2021
Il voto per vendetta è diventato astensionismo. Penalizzata la destra, premiato il PD
In totale per il ballottaggio a Roma ha votato solo il 40,68% degli aventi diritto. Cinque anni fa, al ballottaggio tra la Raggi e Giachetti (PD) la partecipazione si era attestata al 50,19 %. Il dato finale del primo turno era stato del 48,54%.
Il dato sociale più rilevante nella Capitale è stata la “diserzione” elettorale delle periferie.
Cinque anni fa furono il punto di forza del M5S e della Raggi, questa volta sembravano poterlo diventare per la destra, ma così non è stato. Semplicemente gli abitanti delle periferie hanno scelto di non andare a votare e di biodegradare così nell’astensionismo quello che era stato il “voto per vendetta” del 2016 e del 2018.
A Roma il caso più emblematico è il VI Municipio (quello di Tor Bella Monaca e della periferia est) dove la Raggi ebbe più del 41% nel 2016 ma questa volta ha raggiunto solo il 21,95%. In questo Municipio al ballottaggio è andato solo il 32,4% degli aventi diritto al voto. Molti dei voti del M5S sono confluiti sul centro destra che aveva ottenuto due settimane fa il 43,18% a fronte di un 25,50% del 2016, arrivando al ballottaggio anche in questo Municipio e andandosi a misurare con la candidata del M5S che ha superato di misura quello del PD.
Una analisi sociale del territorio romano è stata effettuata dal gruppo di ricerca MappaRoma che ha diviso la capitale in sette città in base a reddito, composizione nucleo familiare, istruzione, occupazione, edilizia e servizi. In base a questi criteri il centro-destra primeggiava nei municipi a composizione sociale mista ma anche con forti situazioni di disagio, caratterizzate da criminalità, disoccupazione, livello basso di istruzione come il IV, V, VI, X, XI, XIV, con qualche eccezione a questa composizione socio-demografica per il IX, XIII e XV. Mentre Gualtieri e Calenda hanno pescato in municipi con un elettorato con redditi più elevati e un livello di istruzione alto.
Se nelle periferie la gente ha scelto l’astensionismo al ballottaggio, questa sovrapposizione di elettorato ha portato l’elettorato di Calenda a confluire su quello di Gualtieri in sede di ballottaggio.
Un meccanismo analogo ha agito anche a Torino, l’altra grande area metropolitane che è andata al ballottaggio. Qui l’affluenza, al secondo turno è stata del 42,13% degli aventi diritto, più bassa che al primo turno dove aveva votato il 48,08%.
L’appello al voto nelle periferie, lanciato dai due candidati Paolo Damilano (destra) e Stefano Lo Russo (PD), non sembra però essere stato accolto, neanche al secondo turno. L’astensionismo è cresciuto in quartieri popolari come Vallette, Barriera di Milano, Regio Parco, Borgo Vittoria e Lucento. Gli abitanti di quei quartieri nel 2016 premiarono Chiara Appendino e il M5S, mentre alle regionali del 2019 votarono a maggioranza per Lega e Fratelli d’Italia. Domenica e lunedì hanno invece scelto l’astensione di massa. Diversamente, al primo turno, è andato il voto alla Falchera, che è tornato in quota centrosinistra, così come Mirafiori Sud che nel 2016 ero andato al M5S.
L’allarmismo antifascista di comodo e la leggenda metropolitana che l’astensionismo favorisca la destra, questa volta si sono smentiti a vicenda, a conferma che i parametri della politica dentro i meccanismi elettorali sono cambiati radicalmente. Prima se ne prende atto meglio è.
Nei prossimi giorni ne discuteremo più approfonditamente.
Fonte
11/10/2021
Elezioni amministrative: vince Draghi
Ad una prima lettura dei dati elettorali, si osserva che vengono a maturazione tendenze prevedibili sin dalla vigilia.
In primo luogo, il dato dell’astensionismo che ormai viaggia sopra la soglia del cinquanta per cento dei voti manifesta non solo una distanza dei settori popolari dalla politica e dalla rappresentanza in generale, non solo conferma una volontà insita nel sistema elettorale affinché tale astensionismo possa diventare cronico, ma rende ogni lettura dei dati sul piano politico generale parziale ed estremamente precaria. Questo comporta che un’apparente grande vittoria sia da derubricare ad una discreta affermazione e una grave sconfitta in un significativo passo indietro. Una situazione che lascia spazi continuamente e che ad esempio a Roma ha permesso a Calenda di diventare il primo partito della città. Fuori le organizzazioni si è discusso di Green Pass (anche il nulla di contenuti ha pesato sul non voto) e dentro si sono affilati i coltelli.
Questa grande incertezza e precarietà porta a definire il vero vincitore delle elezioni amministrative ovvero Mario Draghi. Nessuna forza, a parte Fratelli d’Italia, si può dire pronta al voto. E qui è necessario un approfondimento sui principali schieramenti che palesano contraddizioni e rischi di scompaginamento dentro un quadro sconvolto dalla pandemia ma ancora narcotizzato dal Governo di “tutti”. Più che la dialettica tra i partiti espressione definita di determinati settori sociali si è determinata una dialettica nei partiti e negli schieramenti alla ricerca di una loro ridefinizione.
A destra lo scontro tra Giorgetti, i governatori del Nord e Salvini ha come centro il destino della Lega. L’abbraccio con Draghi ha messo a nudo le contraddizioni tra l’idea di Partito nazionale di Salvini e quello europeista, legato all’establishment economico indissolubilmente legato ai destini del grande capitale finanziario. Il risultato fortemente negativo della Lega soprattutto nelle grandi città, infatti, può essere letto da una parte come il risultato dell’ambiguità di Salvini e dall’altra come frutto dello snaturamento della vocazione sociale a cui l’appoggio a Draghi l’ha portato. Dentro queste due letture si giocherà la partita interna e la stessa identità leghista. Non si tratta di un dettaglio perché il segnale, seppure da non considerarsi definitivo, verso il carroccio è pesante: da Milano a Bologna a Torino fino a Trieste perde pesantemente e quasi sempre è superato dal Partito della Meloni.
Al momento è proprio Fratelli d’Italia ad approfittare del ridimensionamento della Lega. Diventa il primo partito del centrodestra e ipoteca un ruolo di primo piano nella dialettica a destra. La rinnovata spinta al bipolarismo che molti osservatori e leader hanno espresso subito dopo i primi exit poll evidenziano il tentativo di comprimere le stesse forze populiste di destra in un quadro di compatibilità e se questo vale per Salvini potrà contare tanto nel destino della Meloni.
Da questo punto di vista il risultato e le dinamiche ormai aperte nel Movimento Cinquestelle sono nello stesso solco della sponda opposta. Quel movimento onnivoro che pescava a destra come a sinistra ha finito di vivere dopo due mesi del primo governo Conte. Aldilà del venti per cento della Raggi a Roma il Movimento ha preso sberle un po’ ovunque spesso con percentuali a una cifra e sotto al 5%. Sembra prevalere al momento la spinta a far fagocitare l’esperienza grillina nel centrosinistra come dimostrano gli esprimenti di Napoli o della Regione Calabria. C’è da aspettarsi un tentativo di Di Battista per rilanciare un’opzione “ritorno alle origini”, ma di certo quello che è stato il Movimento cinquestelle non lo sarà più.
C’è da notare come la difficoltà di fondo delle forze politiche sia quella di tenere assieme un blocco sociale o articolazioni di esso. La crisi rende complicatissimo tale obiettivo ma il risultato, almeno per ora, è proprio quello di una stabilità instabile che favorisce il dominio delle forze dominanti.
In tale contesto, il PD che per ora ha esternalizzato le contraddizioni interne (vedi Renzi o Calenda) continua a primeggiare ad esempio a Roma al centro della città faticando nelle periferie. In generale è un dato significativo che nel centro della città prevalgano Gualtieri e Calenda mentre Michetti e Raggi vadano forte in periferia. Il voto stabile dei settori più garantiti, che hanno sempre più un limite in termini di crescita, fa da contraltare al voto in continuo mutamento dei settori popolare e proletario. Forse, in questo, sempre per ora sta il “segreto” della tenuta del PD o delle diverse liste a “sinistra” del centrosinitra.
In tutto ciò non mi soffermerò molto sul voto alla sinistra radicale assente con un progetto nazionale credibile ed individuabile a livello di massa. I risultati, tutti su piccole cifre, si differenziano da realtà a realtà. Piccoli segnali si possono notare a Bologna e Napoli con Potere al Popolo che in quelle due realtà evidenzia un insediamento reale, come a Torino dove una lista “unitaria” ha raggiunto un buon 2.5% o disastri si possono leggere a Roma e Milano con sei liste da prefisso telefonico.
Ma, questa è l’impressione, gli spazi sono oggettivamente stretti e ci vorrebbe un bagno di umiltà per capire che le elezioni, quando si partecipa, devono servire si a far conoscere le proprie idee ma anche a non mortificarle agli occhi di larga parte della popolazione. Ripetere come un mantra che ogni appuntamento è un punto di partenza rischia di alimentare una comfort-zone dove null’altro viene valutato. Manca un progetto nazionale egemone o almeno al momento non risulta visibile.
Fonte
05/10/2021
Finito un ciclo, l’establishment prova a blindarsi
In questa tornata di elezioni amministrative siamo ripiombati improvvisamente al “bipolarismo obbligato”, alla finta contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra (lo scambio di salamelecchi in diretta tra il forzista Occhiuto, nuovo presidente della Calabria, ed Enrico Letta, facile conquistatore del seggio alla Camera di Siena, vacante dopo il passaggio di Padoan alla guida di Unicredit, sta lì a dimostrarlo).
È uno schema molto confortevole per la classe dirigente, perché impedisce o rende difficilissima l’emersione di una alternativa. Di qualsiasi genere, non necessariamente “rivoluzionaria”.
Ma ha un difetto. Tende ad eliminare il consenso popolare, visto che le politiche fatte di comune accordo – tra centrodx e centrosx – nella cornice di soluzioni indicate dall’Unione Europea continuano sistematicamente a bombardare quanto resta del “modello sociale” pre-neoliberista. L’aumento-monstre delle bollette, ancora non arrivate per posta, è solo uno dei tanti esempi.
E quindi l’astensionismo riprende a crescere rapidissimamente. La partecipazione al voto è stata complessivamente del 54,69%, ma nelle città metropolitane – le cinque principali, quelle dove le differenze di classe sono più nette e visibili, con meno gradi “intermedi” – è scesa sotto il 50%.
A riprova ci sono i dati dei singoli quartieri. A Roma, Tor Bella Monaca ha fornito solo il 42,85% del potenziale, mentre Parioli ha contribuito al 56,67%. A Siena, per elevare Letta alla Camera, ha votato appena un terzo degli elettori.
L’indicazione è chiara: l’”offerta politica” riflette gli interessi dei ceti medio-alti. Le proposte, i discorsi, le mosse concrete dei principali partiti – tutti insieme nel governo Draghi, compresa la Meloni che finge di fare l’opposizione – sono viste e sentite come “nemiche”. E non c’è mago della pubblicità che riesca a farle passare per “buone”, “benefiche”, “popolari”.
Il “tradimento” dei Cinque Stelle, che avevano raccolto buona parte di quel malessere e di quella “estraneità sociale alla politica”, ha lasciato senza rappresentanza ampissime fette di società, soprattutto metropolitana. Soprattutto proletaria, per dirla con termine antico ma calzante.
Cristopher Cepernich, sociologo dei media e dei fenomeni politici all’Università degli Studi di Torino, sentito dal Sole24Ore, lo spiega senza mezzi termini: «a votare sono i quartieri benestanti, mentre le periferie hanno disertato le urne. Se dopo il 2013 avevano trovato una rappresentanza nel Movimento 5 Stelle, questa volta non è più stato così e gli elettori hanno preferito non votare».
Partendo da questo primo dato certo, si possono identificare due diversi risultati politici, che insieme descrivono la fine di un ciclo.
Nell’establishment esce vittorioso il “governo Draghi” e inizia la fine del populismo reazionario, alla Salvini-Meloni, per intenderci. Il dato elettorale segue peraltro le indicazioni implicite date con le “inchieste” – più giornalistiche che giudiziarie – degli ultimi giorni.
Per “governo Draghi” va in questo caso inteso quel groviglio di comitati elettorali senza più altro referente che Confindustria e Confcommercio, per qualche ragione ancora non rappattumati in un unico “partito”, anzi meglio due, pronti ad “alternarsi” rispettando le buone maniere.
E proprio questo governo, scriviamo fin dall’inizio, ha tra i suoi compiti principali quello di ridefinire le formule della “rappresentanza politica dell’establishment” (oltre a “riformare” il Paese secondo i dettami ordoliberisti europei).
Le manovre per eleggere il prossimo presidente della Repubblica chiariranno meglio le cordate, i protagonisti, le formule. Ma è già chiaro che “i Salvini” – quelli che solo qualche mese fa, a sinistra e al centro, venivano descritti come il “pericolo principale”, come “il mostro che dovremo tenerci per 20 anni” – sono sul punto d uscire di scena. Dopo soli tre anni, come Renzi...
Il secondo punto certo è l’inconsistenza di una alternativa credibile, come rappresentanza politica popolare, di classe.
Lo spappolamento dei Cinque Stelle, il loro “tradimento” soggettivo (esplicito in gente come Di Maio, Fico, lo stesso Grillo intristito e borbottante – anche lui sonoramente bastonato a suon di inchieste familiari, non a caso) lascia scoperto un fronte enorme che torna ad essere solo spettatore.
“A sinistra”, per quanto ci riguarda, si va completando la dissoluzione di ciò che resta dei partitini residuati dal big bang della Rifondazione bertinottiana.
Ma Potere al Popolo – che pure, come dicevamo domenica, ha esteso in questa campagna elettorale il suo radicamento, nelle città in cui è presente – non è ancora in grado di rappresentare un’alternativa all’altezza delle necessità oggettive. Ossia socialmente credibile, radicata su tutto il territorio nazionale a partire dalle periferie metropolitane, con proposte “forti” e una visione di lungo periodo.
La generosità dei suoi attivisti non può del resto compensare un “profilo politico” ancora incerto su molte questioni che non sono solo di “carattere strategico”, quasi astratto, ma costituiscono la vita quotidiana di decine di milioni di persone.
Su questo, oltre che sul radicamento, bisognerà lavorare seriamente.
Forse l’esempio di Bologna – dove la lista ha raccolto il 2,5%, sfiorando la conquista di un consigliere comunale, raddoppiando i voti rispetto alle regionali di un anno e mezzo fa – potrà aiutare a far crescere questa consapevolezza.
Infine, esce di scena anche la pantomima dell’”unità a sinistra”. In nessuna città – tranne appunto Bologna – una lista abborracciata avrebbe raggiunto l’obbiettivo di “eleggere”. È una constatazione che dovrebbe sollecitare domande sul “come e perché si sta al mondo”, non sul “cosa facciamo alle elezioni”...
Non ci sono alchimie di corridoio che possano sostituire l’internità fisica, sentimentale, organizzativa, con il nostro blocco sociale sotto attacco padronale e multinazionale.
Ci si vede in piazza per lo sciopero generale dell’11 ottobre...
Fonte
30/09/2021
Contro il Partito Unico degli Affari
“Candidiamo Roma per l’EXPO del 2030“, ha promesso il banchiere capo. Sì, una grande fiera come quella del 2015 a Milano, che ha lasciato un deserto fatiscente là dove c’erano luminosi edifici esaltati come simboli di uno smagliante futuro, ma che ha agevolato una gigantesca speculazione edilizia.
Pochi giorni fa ho partecipato ad una enorme assemblea popolare sulla casa sotto la sede della Regione Lazio. Centinaia di persone senza casa o minacciate di sgombero per sfratto.
Ecco, l’annuncio di Draghi ha, sulla città dove la questione sociale sta esplodendo, lo stesso effetto delle brioches di Maria Antonietta. Eppure tutti i quattro principali candidati che fingono di scontrarsi, compresa la sindaca uscente, hanno esaltato il messaggio di Draghi, come Fantozzi di fronte al capoufficio.
A proposito di Milano, Greta Thunberg vi ha appena definito come “bla bla bla” tutte le promesse dei politici sulla crisi climatica. E il sindaco uscente ha risposto schierandosi fortemente con l’ambientalismo, affermando che la sua città sia all’avanguardia nella riconversione ecologica.
Sì, con i “boschi verticali”, piante sui balconi dei grattaceli che portano verde natura in abitazioni del valore minimo di 8.000 euro al metro quadro. E il finto antagonista di destra del sindaco uscente ha aggiunto che bisogna ridurre le tasse su tutte le case, quelle dei ricchi in primo luogo.
Intanto le periferie boccheggiano nei veleni dell’inquinamento.
A Torino in pompa magna si avviano i lavori per il Parco della Salute. Cioè una mega opera sanitaria che copre una gigantesco finanziamento alle aziende private della salute.
Come ha detto il presidente di destra della Regione, “il servizio sanitario pagato dallo Stato può anche essere affidato ai privati, l’importante è il risultato“. E Cinquestelle e centrosinistra approvano e sostengono.
A Bologna ci ha pensato La Repubblica a rafforzare il consenso bipartisan intorno ai grandi affari. Il quotidiano ha organizzato un confronto tra il candidato a sindaco del centrosinistra e quello del centrodestra, escludendo tutti gli altri (come a Roma, Torino, Milano, del resto).
Così, senza il disturbo di altre voci, i due candidati hanno potuto celebrare il loro totale accordo nel gestire la città nel nome di grandi opere, fiere e mercati, imprese e profitti.
Infine a Napoli il miraggio dei soldi del PNRR ha risvegliato gli appetiti e le promesse dei principali concorrenti alla guida della città. Sia quello di centrosinistra sia quello di centrodestra sono seguaci fanatici di Draghi, ma poi nella campagna elettorale finiscono per riproporre Achille Lauro.
“Io vi farò avere più soldi da Roma“, “no, sarò io il più bravo“... ecco l’essenza dello scontro. E naturalmente a chi vengono di comune accordo promessi questi soldi? Ma alle imprese, è ovvio!
Nelle cinque principali città dove si vota per il Comune, i principali candidati sembrano scontrarsi su tanto, ma in concreto sono d’accordo su tutto. Perché tutti appartengono al PUA, il Partito Unico degli Affari che comanda e decide la vita reale e le scelte politiche delle città.
Anche chi era nato ed aveva raccolto consenso per combattere quel partito nel nome del popolo, ha finito per adeguarsi ad esso. Stanno coi ricchi e dei ricchi vogliono prima di tutto la benedicente approvazione.
Per questo, se non volete lamentarvi poi di essere stati imbrogliati, provate ora a sostenere le candidate ed i candidati di #PoterealPopolo.
Se li farete entrare nei consigli comunali scoprirete che il PUA avrà finalmente trovato il suo antagonista. Nel nome del pubblico e dei servizi pubblici, delle periferie e dell’eguaglianza sociale, della salute ambientale per tutti e non solo per i ricchi.
Contro il PUA.
Fonte
05/05/2021
Madrid a tutta destra, Iglesias si ritira
Partiamo dai dati. La partecipazione è stata record (+11% rispetto al 2019), segno di una volontà generale di “cambiamento” (una delle parole più vuote di contenuto che si conoscano, in politica, al pari di “riforme”).
E ha trionfato la vecchia destra, quella post-franchista del Partito Popolare (che in Europa sta con Merkel, Berlusconi, ecc.). Un successo arrivato però adottando tutti i tic della destra fascista vera e propria – dal rifiuto dei lockdown all’esaltazione di una idea individualistica e irresponsabile di “libertà”, con più di un occhio strizzato ai “no vax” – e scegliendo una front runner da manuale della comunicazione politica: donna, giovane, priva di scrupoli, “che parla come mangia”. Anzi, come parla “il popolo”.
Isabel Diaz Ayuso, potrebbe addirittura tornare a governare Madrid da sola e avrebbe bisogno solo dell’astensione di neo-vetero-fascisti di Vox per rimanere in sella. Come se avesse vinto un Salvini spalleggiato da Meloni...
Il Pp, che ha raddoppiato i consensi, ottiene infatti fino a 65 seggi, più della somma di tutti i partiti di sinistra (tra 62 e 65 seggi), a soli quattro seggi della maggioranza assoluta (69), più del doppio delle elezioni del 2019.
Tutta la campagna elettorale della Ayuso ha avuto come cuore la critica feroce della gestione della pandemia da parte del governo centrale (Partito Socialista e Unidos Podemos, con poco più del 40% dei voti), formato “per obbligo” dopo due elezioni politiche a distanza di sei mesi che non avevano permesso di individuare una maggioranza politica stabile.
In pratica, la destra – che già governava la città metropolitana – era riuscita a fare di Madrid l’unica grande capitale europea che ha tenuto aperti bar, ristoranti e teatri dal giugno 2020. Nei mesi della pandemia, la Ayuso ha guidato il fronte delle regioni che hanno contestato la linea dura sulle chiusure voluta dal governo. Chiedeva infatti di riaprire tutte le attività, eliminare ogni lockdown e restrizione alla circolazione (neanche in Spagna sono state mai fermate le attività economiche principali, ma solo quelle legate a ristorazione, turismo, tempo libero).
La Ayuso aveva giocato una carta rischiosa, con un coprifuoco fissato prima alle 21 e poi spostato alle 23, ma è stata baciata dalla fortuna (e dall’osservanza spontanea di molte procedure di sicurezza). Madrid è stata così la regione spagnola con meno restrizioni, ma l’incidenza del contagio non è ora il più alto del paese (lo era stato a lungo) e il numero di nuovi casi e decessi è lontano dal picco di gennaio.
Una dinamica politica nazionale simil-italiana, che ha portato la Spagna pagare un prezzo altissimo (3,5 milioni di contagiati e quasi 80.000 morti per Covid) e a perdere comunque una quota rilevante di Pil (11%).
Il Psoe di Pedro Sanchez incassa il peggior risultato di sempre, scendendo al 17% dei voti. Alla pari con Mas Madrid (la scissione ultramoderata di Podemos guidata da Errejon, che nella capitale ha il suo punto di forza). Seguono Vox (9%) e Podemos (7,25). Scompare la meteora “populista di centro” di Ciudadanos, che con poco più del 3% non raggiunge il limite per entrare nel consiglio comunale.
Due sono però le conseguenze rilevanti di questo voto.
La prima e più certa il ritiro del fondatore di Unidas Podemos, Pablo Iglesias. Nella notte ha annunciato che lascerà tutti i suoi incarichi istituzionali e l’attività politica.
Iglesias, come si dice, su queste elezioni “ci aveva messo la faccia”. Aveva infatti lasciato la vicepresidenza del governo per candidarsi a presidente della comunità autonoma di Madrid e rivitalizzare la sezione regionale del partito, molto in sofferenza. Ma non è riuscito nello scopo. Ha aumentato un po’ i voti del movimento, ma molto al di sotto dello sperato.
Il suo ritiro, comunque, non è semplicemente la presa d’atto di una sconfitta “tattica”, ma del fallimento di un progetto, di un’idea di “riforma della politica” che non faceva i conti con la realtà.
Questa decisione segna la crisi probabilmente definitiva del “populismo di sinistra”, caratterizzato da grandi “innovazioni di linguaggio”, priorità alla “comunicazione”, assoluta vaghezza programmatica, grande risalto ai temi dei diritti civili e silenziamento sulle questioni più “classiche” della sinistra (lavoro, occupazione, welfare, ecc.).
Sembrava la mossa decisiva per rivitalizzare una “sinistra” che in tutta Europa è stata divorata dal “riformismo senza progetto”, praticando un frenetico attivismo tattico mai supportato da progetti certi. E una volta arrivato a co-governare il Paese, tutto quel castello “discorsivo” e agitatorio si è tradotto in poco o nulla.
Da questa angolatura, insomma, Podemos ha replicato in Spagna la parabola dei Cinque Stelle in Italia. Con la differenza che Iglesias e il suo movimento sono comunque esplicitamente una “novità di sinistra”, mentre i grillini, come ben sappiamo, certamente no.
L’altro elemento evidenziato da queste elezioni, per i temi posti al centro, è l’irrazionalità elevata a fenomeno di massa. Quella sul lockdown, il rifiuto delle vaccinazioni e delle misure di prevenzione, è una patologia grave, dimostrata dalle statistiche mostruose dei Paesi in cui la “sottovalutazione” della pandemia ha moltiplicato le dimensioni della strage.
Gli Usa di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Gran Bretagna del “Johnson primo” (quello che ancora non era finito intubato per il Covid), l’India di Modi e tanti altri esempi stanno lì, davanti agli occhi di tutti.
Ma nella testa della “gente” vivono e si ingigantiscono spezzoni di menzogne ben cucinate, un’idea folle e irresponsabile di “libertà individuale” che somiglia da vicino a certi stati di coscienza procurati dagli allucinogeni. Come se la realtà fisica non potesse e soprattutto non dovesse costituire un limite ai comportamenti individuali “desideranti”.
Un esempio può aiutare. Si può essere convinti, se molto ubriachi e gonfi di pasticche di ogni tipo, di poter volare. Ma la legge di gravitazione universale, proprio come i virus, se ne fotte delle nostre convinzioni temporanee. Vi sembra assurdo? Chiedete a Robert Wyatt, ex batterista dei Soft Machine, che il 1° giugno 1973, in piena notte, si mise a camminare nell’aria fuori dal balcone dell’albergo...
Se quello stato di allucinazione riguarda un individuo, si fa male lui. Ma se una società intera viene “drogata” intenzionalmente per oltre un trentennio, allora si preparano disastri pesanti.
L’uscita a destra dalla pandemia – volendo mantenere la finzione “democratica” delle elezioni – non sarà, come con il fascismo “storico” di un secolo fa, una “modernizzazione reazionaria” guidata dal capitale trionfante, che riprende ad accumulare profitti e a dare forma al mondo.
La barbarie è dietro l’angolo, come accade quando gli imperi vanno in sfacelo... Ci sarà tempo per approfondire...
Fonte
11/09/2020
Il ruolo delle città metropolitane in “vista” delle elezioni
Nella primavera del 2021 si svolgeranno le elezioni comunali nelle cinque Città metropolitane più importanti del paese, Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli, che da sole contano più di 13 milioni di abitanti, praticamente un quinto del totale.
Un appuntamento elettorale importante – uno dei tanti in realtà, come periodicamente imposto dalla democrazia liberale – occasione di scontro politico nei singoli comuni, ma che apre anche a una riflessione più generale sul ruolo i) sia della città nell’attuale modello socio-economico, ii) sia delle 5 città nella competizione che le vede protagoniste per il posizionamento gerarchico interno.
Sulla prima, numerosi contributi sono già apparsi su questo giornale (alcuni esempi su Roma, Torino, Bologna, Milano), mentre la seconda ha assunto una valenza strategica a seguito del dibattito sull’autonomia differenziata, che coinvolge di conseguenza il ruolo delle istituzioni e come queste modellano il territorio in base agli interessi di classe.
La necessità “economica” delle città metropolitane
In una prospettiva storica, la seconda globalizzazione ha riservato il ruolo decisivo alla “città globale” come magnete strategico per l’attrazione dei movimenti di capitali, merci e persone, e dunque propulsore imprescindibile del ciclo economico.
La ristrutturazione produttiva partita negli anni Settanta, riassumibile nella delocalizzazione delle attività produttive e nella “terziarizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia, diede il là alla trasformazione della città come luogo per antonomasia della rendita finanziaria, del concentramento degli investimenti (sempre più multinazionali) e la conseguente “vocazione terziaria” del nuovo tessuto produttivo urbano, non più città fabbrica modello Torino-Fiat, quanto piuttosto città vetrina per turismo e grandi eventi (sportivi, industriali, politici ecc.).
Con la caduta del blocco sovietico, lo sviluppo delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict, nell’acronimo inglese) e l’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, la mondializzazione del sistema produttivo ha subito un’accelerazione tale da ridisegnare per intero le filiere dell’ideazione, produzione, assemblaggio, distribuzione e consumo di qualsiasi merce.
Filiere appunto, in sostituzione dei singoli distretti specializzati come conosciuti nello sviluppo a “macchia di leopardo” dell’Italia del boom economico. Le catene di produzione dell’iPhone o anche della “nostra” Nutella (nella foto) sono esempi classici della tendenza qui brevemente riportata.
Crisi e cambiamento alla luce della pandemia
Tuttavia, la pandemia in corso sta colpendo duramente la già manifesta crisi d’egemonia globale degli Stati Uniti, ridefinendo ruoli, alleanze e priorità dei vari blocchi imperialisti in competizione, tra cui quello dell’Unione europea.
Ed è proprio nel lento quanto continuo processo di integrazione europea che va letta la partita delle suddette città metropolitane. In ballo c’è il posizionamento strategico nel processo di crescita internazionale del “polo europeo” (dal punto di vista produttivo, politico e militare), di cui i miliardi del Recovery fund si pongono come perno fondamentale per il suo modellamento.
Così come negli Stati Uniti, per fare un esempio pratico, Washington, New York e Seattle svolgono una funzione specifica (rispettivamente, centro politico-amministrativo, finanziario e tecnologico), anche in Italia non è peregrino ipotizzare una gerarchizzazione funzionale agli interessi, dell’Unione più che nazionali, delle principali aree urbane.
D’altronde, la genesi dell’autonomia differenziata (ridiscussa peraltro due giorni fa in Parlamento) sembra suggerire uno sviluppo di questa natura.
Nuovo ruolo per le città metropolitane italiane?
In questo quadro dinamico e tutt’altro che definitivo, che ruolo quindi per Milano? Quale funzione per Roma, o Napoli ecc.?
Le ultime notizie su questo piano sono la candidatura di Milano come terza sede (in sostituzione di Londra) del Tribunale unificato dei brevetti dell’Ue, e di Torino come sede principale per l’Istituto italiano per l’intelligenza artificiale.
Nella nota diramata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, si legge che «l’obiettivo è creare una sinergia tra le due città e il Governo e allo stesso tempo consolidare l’asse nord-ovest del Paese», dove Milano «sarebbe al fianco di Parigi e Monaco nel compito di registrare le nuove scoperte e soluzioni ideate nel campo delle scienze umane e del farmaceutico», mentre Torino dovrebbe «diventare un punto di riferimento per lo sviluppo» dei «principali trend tecnologici (tra cui 5G, Industria 4.0, Cybersecurity)», centrali in settori come «manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifoood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e digital humanities, aerospazio».
Sulla carta dunque un’idea chiara di sviluppo per “l’asse nord-ovest” basata sulle nuove frontiere tecnologiche e sui prossimi settori in via di smantellamento del ruolo dello Stato, funzione peraltro complementare a quella assunta dal “nord-est” come subfornitore dell’industria tedesca.
Un doppio binario che sembra fare capo rispettivamente a Parigi e Berlino, con Milano già esempio di città guida smart & green proiettata al futuro, e Torino che dopo la sconfitta delle olimpiadi invernali (Milano e Cortina rifiutarono l’aiuto del Piemonte anche a vittoria acquisita) ritrova un ruolo, seppur subordinato, anche grazie all’importanza svolta dalla ricerca nel campo dell’industria bellica.
Alla luce di questa doppia candidatura, il Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio si è espresso martedì sulle pagine de il Messaggero per riaffermare il diritto di Roma di avere «un’agenzia internazionale», necessaria per attrarre investimenti e talento umano.
«Basta fare gli interessi del Nord», ha detto Gaudio, portando a consuntivo le eccellenze nel campo della ricerca presenti nell’area della Capitale come i 18 atenei, il Cnr, l’Enea, il polo farmaceutico di Pomezia, quello scientifico di Frascati, e candidando Roma come centro di un’alleanza mediterranea per la ricerca scientifica (su cui la Sapienza ha già mosso alcuni passi).
È alla fin fine una questione di soldi, ossia di rapporti di forza tra nodi di una rete, almeno continentale, che si candidano ad assumere funzioni strategiche nella conformazione che verrà.
Il prossimo dibattito elettorale
Questi crediamo siano solo gli ultimi esempi del tipo di posta in gioco tra le aree urbane della penisola, oramai le “province del XXI secolo”.
Ed è su questa base che crediamo vada affrontato il discorso sulle città metropolitane, sfruttando la prossima scadenza elettorale.
All’oggi, pensare il ruolo di una città metropolitana fuori da quello che il paese svolge all’interno del “blocco europeo” nel contesto della competizione internazionale, o è ignoranza politica o un inganno elettoralistico.
La retorica sulla maggiore autonomia dei municipi, per esempio, risponde a queste ultime.
Fonte
10/09/2020
Su Roma 2021 l’ipoteca del “Patto all’amatriciana”
Un patto con la destra e il M5S, che dovrebbe riguardare “risorse, governance dell’area metropolitana, autonomia dei Municipi e poteri legislativi”.
Per capire di cosa stiamo parlando e della inquietante ipoteca che evoca sul destino della Capitale, è necessario, soprattutto per i non romani, dare qualche informazione in più.
La storia politica di Massimiliano Smeriglio inizia nella “Pantera”, cresce nei centri sociali, passa per Rifondazione Comunista, poi Sel/Sinistra italiana, vicepresidente della Regione Lazio con Zingaretti ed ora eurodeputato indipendente eletto con il PD al parlamento di Strasburgo.
Nel tempo è stato parlamentare (con Prc e Sel), presidente di municipio, assessore della Provincia, vicepresidente e assessore alla Regione, ideatore di progetti e organismi per “l’incontro di domanda e offerta nel mercato del lavoro” come Porta Futuro, Torno Subito, Fondo Futuro. Un deus ex machina di molti passaggi e svolte nella politica della “sinistra” a Roma.
La metafora del “Patto dell’amatriciana” che evochiamo nel valutare la proposta di Smeriglio sulle prossime comunali a Roma, ha anch’esso una storia politica della città.
Sono noti infatti il “Patto della Coda alla Vaccinara”, stipulato nel 2008 dall’assessore regionale Di Carlo (ambientalista nel centro-sinistra, recentemente deceduto) con l’affarista Cerroni sulla gestione dei rifiuti a Roma (una gallina dalle uova d’oro).
Venne poi il “Patto della Carbonara” siglato nel 2012 tra la destra di Alemanno, in quel momento al governo della città, e il PD romano, per una gestione non conflittuale di alcuni passaggi istituzionali ma che ebbe ricadute anche su alcuni settori economici, a cominciare dal cambio di gestione della “Città dell’altra economia” fino all’affarismo trasversale emerso nell’inchiesta su Mafia Capitale.
Veniamo così a quello che si profila come un nuovo patto trasversale per la gestione delle risorse di Roma Capitale. Conseguentemente alla storia politico/gastronomica romana, lo abbiamo definito come “Patto dell’Amatriciana”, che ancora non si è consumato ma solo evocato.
Il senso del patto veniva indicato da Massimiliano Smeriglio già a maggio del 2017, sempre sulle pagine de Il Tempo, in previsione delle elezioni regionali dell’anno successivo. Smeriglio scriveva che “chiunque si candiderà alla premiership del Paese e alla presidenza della Regione Lazio sottoscriva un ‘Patto’ per rimettere al centro la ‘questione romana’. Chiunque avrà nei prossimi anni ruoli di governo apicale dovrà assumere impegni precisi sul destino della città”.
Adesso il nostro torna a rinverdire quell’ipotesi, nuovamente attraverso le pagine de “Il Tempo”, riportato sulla sua pagina facebook affinché il messaggio arrivi chiaro e forte agli interlocutori del patto per Roma, ovvero la famelica “destra de panza e de governo” della Capitale.
“Esistono tre-quattro temi su cui non si capisce perché non si possa stipulare un patto tra le diverse coalizioni. Dovremmo dire e mettere per iscritto che su alcune cose si lavora insieme per il bene di Roma. Su queste cose chi perde sostiene convintamente il vincitore”, sostiene Smeriglio nell’intervista.
Ma questa ricostruzione ci serve solo per contestualizzare il segno di questa proposta, a nostro avviso irricevibile, che richiede una replica immediata e la concretizzazione di una alternativa politica, visibile e credibile, da parte dei movimenti sociali e delle forze popolari della sinistra romana.
Come è noto, in molti ambiti in questi mesi c’è stato un silenzioso ma frenetico lavorìo per capire ed eventualmente intercettare il fiume di finanziamenti europei che dovrebbero arrivare nei prossimi mesi.
Governo, regioni e amministrazioni delle città metropolitane dovranno concordare come spartirli, su quali progetti investire e come cogestirli con il variegato e vorace mondo delle imprese private.
Roma Capitale non può che essere uno degli snodi di questo flusso di finanziamenti e investimenti e, ad occhio, potrebbe essercene per tutti. Quindi perché farsi la guerra? Meglio una concertazione preventiva – un patto, appunto – che consenta a vinti e vincitori delle elezioni comunali di portare comunque qualcosa a casa e dare riscontro della propria “utilità politica” ai propri interessi sociali di riferimento.
Una prima mappatura degli interessi sociali da concertare nel Patto dell’Amatriciana porta a dire che le imprese guardano alla destra e alla Meloni, i piccoli imprenditori nei servizi guardano al M5S, l’accresciuto terzo settore delle imprese no profit, delle cooperative e dell’associazionismo, ecc. guarda al PD e alle sue strutture collaterali.
Quindi infrastrutture, servizi alle imprese e welfare privatizzato si configurano come i segmenti ai quali dare priorità negli investimenti su Roma Capitale.
Se il Patto dell’Amatriciana evocato da Smeriglio riuscisse ad assicurare ad ognuno di questi settori una parte dei finanziamenti europei in arrivo, agirebbe anche sul piano locale quella stessa logica che sta puntando a sostituire Conte con Draghi in nome di una “unità di scopo”, per gestire i soldi in arrivo senza troppi conflitti.
Da questa prima ed ancora approssimativa – ma non improbabile – radiografia, appare evidente come dal Patto su Roma evocato, resteranno ancora una volta esclusi lavoratori, servizi pubblici e da ripubblicizzare, periferie, settori popolari e ceti impoveriti prima dall’austerity e poi dall’emergenza Covid.
Ad essi pare destinato solo l’eventuale “effetto sgocciolamento”: diamo i soldi in alto e qualcosa, prima o poi, arriverà anche in basso. Una concezione pienamente liberista, e devastante, alla luce delle conseguenze sociali che ha prodotto.
Roma va riscattata socialmente e culturalmente in alternativa a un modello imprenditoriale vorace e di visione corta, che agisce in alto ma anche in basso, ormai e troppo spesso anche in alcuni settori della “compagneria”.
È anche per questa ragione, e magari per mandare di traverso l’Amatriciana al patto tra imprese private e imprenditori “sociali” del no profit e delle cooperative sociali, riteniamo che la sfida sulle elezioni comunali di Roma, ma anche in altre aree metropolitane come Milano, Torino, Napoli, Bologna, non potrà che puntare sulla rottura e l’alternativa verso questa nefasta eredità sul piano economico, sociale ed ideologico.
Potere al Popolo è nato e sta crescendo anche per dare concretezza a questa aspettativa.
Fonte
30/07/2020
PD e “movimenti”. Per provare ad uscire da un equivoco
Immaginiamo che in questi anni di continuo arretramento sociale e politico in alcune aree della sinistra antagonista sia progressivamente maturata l’idea che l’unico modo per garantire una qualche efficacia alla propria azione non potesse essere altro che il lavorio ai fianchi del PD e del centrosinistra. Una sorta di lobbing del sociale che facesse perno sulle “affinità elettive” con qualche dirigente particolarmente illuminato, o sensibile su specifici temi, e che ha spinto più di qualcuno a fare direttamente il “salto della quaglia” ed entrare per provare a “cambiare da dentro”, per “spostare l’asse a sinistra”, per “imporre i nostri temi”... Ancora una volta: nessun giudizio morale. Siamo i primi a sostenere che in politica, all’interno di un orizzonte strategico chiaro, ogni passaggio tattico, anche quello più spericolato, possa trovare una sua giustificazione. E questa cosa l’abbiamo imparata da Machiavelli prima ancora che da Lenin. Ma in mancanza di questa prospettiva, e soprattutto in assenza di una solida autonomia politica, la tattica finisce immancabilmente per trasformarsi sempre in uno sterile tatticismo, più o meno eclettico e, oltretutto, quasi mai efficace. Un piccolo cabotaggio elevato, in nome del “realismo” e del “pragmatismo”, ad unica strada percorribile, per quanto scivolosa, e in cerca, proprio per questo, di continue (auto)giustificazioni: il “pericolo” delle destre, la minaccia populista, il sovranismo, l’avanzata di Salvini, ecc. ecc.
Ciò che colpisce di più, però, è l’assoluta incapacità da parte di questi pezzi di movimento di leggere e comprendere la vera natura del PD, della sua base sociale, degli interessi economici che rappresenta e dunque della funzione politica che è chiamato a svolgere, tanto a livello nazionale quanto sul piano internazionale. L’architrave politica su cui poggia il “blocco egemonico” che, a partire dagli anni Novanta, ha governato i processi di globalizzazione e di liberalizzazione dei flussi di capitale in funzione degli interessi della grande borghesia sono, da sempre e non a caso, le socialdemocrazie europee e i democratici statunitensi. Nel corso di questi anni e in nome della “modernizzazione” i maggiori partiti della “sinistra” sono transumati armi e bagagli dalla parte di quelli che fino a solo poco tempo prima erano gli avversari, se non proprio i nemici di classe, assumendo il capitale e non più il lavoro come proprio referente sociale. Basta voltarsi indietro solo di qualche anno per rendersi conto di come ogni misura di precarizzazione e destrutturazione del mercato del lavoro, ogni controriforma del sistema pensionistico, ogni taglio al salario indiretto e al welfare, nonché tutte le grandi privatizzazioni, l’imposizione della svalutazione interna attraverso l’adozione della moneta unica, la costituzionalizzazione del Fiscal Compact e l’imposizione dell’austerity come disciplina di bilancio, portino sempre in calce la firma di un qualche governo di centrosinistra o di un governo “tecnico” appoggiato comunque dal centrosinistra e dal PD.
Se ci mettessimo davvero a scavare ci accorgeremmo però che c’è di più, perché in realtà l’assemblaggio di questo blocco egemonico, che la marxista statunitense Nancy Fraser ha puntualmente definito come quello del “neoliberismo progressista”, è andato ben oltre la semplice cooptazione politica delle socialdemocrazie occidentali. Anzi, per un lunghissimo periodo ha rappresentato una vera e propria alleanza de facto, più o meno consapevole, tra i settori più dinamici dell’economia globale e le correnti più “liberali” dei movimenti sociali. Meritocrazia al posto dell’uguaglianza, diritti civili in cambio di quelli sociali. Attraverso questo scambio tra la questione sociale e il riconoscimento culturale “il nuovo spirito del capitalismo” è riuscito a cooptare nello sviluppo della network economy postfordista molte delle istanze e delle rivendicazioni dei nuovi movimenti, rendendoli così incapaci di intercettare ed organizzare le istanze di quei soggetti che in questi decenni sono stati lasciati indietro dai processi della globalizzazione economica. Ed è proprio in questo “frame” crediamo, e non nelle ambizioni di qualcuno, che vanno ricercate le ragioni profonde di quel “salto” politico a cui accennavamo sopra.
Tutto questo ha avuto, ovviamente, anche un riverbero metropolitano che, almeno a Roma, ha portato alla definizione di un vero e proprio nuovo “regime urbano”. Un sistema di potere economico, politico e mediatico che in questi anni ha di fatto trasceso le contingenze elettorali e che, anche in questo caso, ha visto nel PD e nei suoi predecessori (PDS, DS) il proprio perno politico. Nel corso degli anni Novanta, anche a seguito della crisi della pubblica amministrazione, delle partecipazioni statali e della spesa pubblica che erano stati tradizionali motori di crescita della città insieme alla rendita immobiliare e al settore delle costruzioni, Roma ha mutato pelle. E si è trattato di un vero e proprio cambio di paradigma rispetto al passato. Una trasformazione che ha prodotto e accompagnato il passaggio dal modello della “città manageriale”, in cui la politica era soprattutto impegnata a gestire e riallocare i trasferimenti dello Stato centrale, a quello della “città imprenditoriale”, in cui tutte le amministrazioni, indipendentemente dal loro colore politico, si sono preoccupate quasi esclusivamente di mettere a valore le porzioni di territorio più “appetibili”, provando a connetterle con i flussi finanziari globali. Per chi ancora se ne ricorda tra il 1993 e il 2008, sotto le giunte Rutelli e Veltroni, la stampa celebrò questa profonda trasformazione della capitale parlando enfaticamente di un “modello Roma” che poteva e doveva essere esportato anche in altri contesti urbani. Si trattava di uno sviluppo legato all’economia della conoscenza e alle nuove tecnologie, e orientato verso il turismo di massa, la finanza, l’audiovisivo, la cultura, la ricerca e, soprattutto, fondato su una rendita immobiliare sempre meno ritagliata sulla tradizionale figura del “palazzinaro” e del “generone” romano, e sempre più collegata, invece, a quella dei grandi gruppi bancari e immobiliari internazionali.
Sotto la guida di giunte “progressiste”, in cui importanti assessorati come quello alla casa e alle periferie erano addirittura appannaggio della sinistra radicale, è stato così partorito il peggiore piano regolatore della storia di Roma, quello del 2008, e si è andata configurando, anche da un punto di vista urbanistico, una città sempre più duale, in cui i benefici della crescita venivano incamerati esclusivamente dai grandi gruppi finanziari e dai ceti sociali medio-alti dei quartieri centrali e benestanti. Una trasformazione sociale e politica che ha avuto la sua cartina tornasole nel completo ribaltamento della tradizionale cartografia elettorale della città e nell’irreversibile trasformazione del PD in “partito della ZTL”, delle “classi creative” e del “ceto medio riflessivo”. Nonostante, almeno in quegli anni, il tasso di crescita del Pil cittadino fosse superiore a quello nazionale le disuguaglianze sociali, invece di diminuire, sono cresciute prepotentemente, ma, soprattutto, la condizione di perifericità della “città di sotto” è diventata un fattore strutturale e funzionale a tenere viva e in efficienza la “città di sopra”. Le periferie, dopo la stagione delle lotte e del riscatto, sono tornate ad essere esclusivamente un serbatoio di forza lavoro a basso costo cui attingere in maniera flessibile in funzione delle congiunture del mercato e, al tempo stesso, una “discarica sociale” in cui riversare tutte le contraddizioni generate da questo nuovo regime urbano. Se non si tiene conto di questi processi non si potranno mai capire fino in fondo le fortune elettorali del Cinque Stelle prima, e di Salvini oggi, nelle sterminate ed eterogenee periferie romane. Per per non parlare poi di quel 40-45% di elettorato proletario e popolare che a votare nemmeno ci va più. Così come non si riuscirà a comprendere l’odio quasi antropologico che quelle stesse periferie nutrono nei confronti di una “sinistra” percepita, a ragione, come altro da sé. C’è di più, però, perchè se si astrae da un’analisi materialista degli attori e dei processi politici di questi anni, non solo si corre il rischio di confondere il sintomo (per quanto odioso e detestabile) con la malattia, ma addirittura si può arrivare al paradosso in cui la malattia viene spacciata per cura. Un piccolo esempio ci è stato fornito proprio l’altro ieri nel VII municipio di Roma dove, per contestare la presidente “sovranista” passata dai 5 stelle a Italexit (il nuovo partito di Paragone), alcuni compagni di zona si sono presentati insieme al resto del centrosinistra sotto le bandiere dell’Unione Europea. In sostanza sotto le bandiere dell’ordoliberismo, dell’attacco ai salari e dell’austerità eretti ad unico orizzonte economico possibile.
Nella prossima primavera i romani saranno chiamati al voto per eleggere il nuovo sindaco e già da qualche mese sono ripartite le grandi manovre elettorali. Ci pare di capire, però, che questa volta almeno un pezzo di quella sinistra che abbiamo definito “di movimento” sia intenzionata ad andare ben oltre l’ipotesi del “meno peggio” e del “voto col naso turato” per provare, invece, a costruire un’alleanza organica col PD e il centrosinistra. Lo schema, andiamo a spanne, dovrebbe essere quello visto alle ultime regionali con la lista “Emilia-Romagna coraggiosa” di Elly Schlein, una lista che tiene insieme alcuni spazi sociali, alcuni movimenti di lotta, associazionismo vario e singoli esponenti dell’immancabile “società civile” e che prova a coprire lo spazio politico a sinistra del PD, il tutto, magari, suggellato dalle altrettanto immancabili “primarie di coalizione”. Vogliamo dirlo senza nessuna acredine, ma con la nettezza che ci si deve tra compagni: questa proposta non solo non è “la soluzione”, ma fa proprio parte del problema, perché il campo in cui si è scelto di giocare è quello del nemico di classe.
In questo momento i comunisti, e più in generale le forze della trasformazione sociale, sono minoranza tanto nella classe quanto nella società. Questo è vero, e del resto ce lo diciamo e ce lo ricordano continuamente. Si tratta di un problema enorme, a cui non si può certo sfuggire né con le derive identitarie e testimoniali, ma nemmeno col trasformismo politico. Non sappiamo quale sia la soluzione, non abbiamo la ricetta pronta in tasca, e comunque è un processo che va affrontato collettivamente. Quello di cui siamo certi, però, è che ogni ambizione di ricostruire un’internità sociale, ogni aspirazione a tornare ad essere “maggioranza” tra il nostro “popolo”, che, lo ribadiamo, non è quello che si rappresenta nel Partito Democratico, passa per la rottura irreversibile con le forze del “neoliberismo progressista” e con tutte le sue propaggini. Anche quelle più à la page come il “Cinema America” che, nonostante tutte le “buone intenzioni” a cui non stentiamo a credere, finiscono comunque per trasformarsi in un’operazione di “social washing” per le classi dominanti.
Fonte





