Con una enorme manifestazione popolare gli abitanti di Madrid sono scesi di nuovo in piazza per la seconda volta in meno di un mese (il 7 novembre c’era stato uno sciopero della sanità) per rivendicare una sanità dignitosa e hanno detto basta al “piano per distruggere le cure primarie” del governo locale di Isabel Díaz Ayuso. Migliaia di persone hanno affollato le strade della capitale domenica per protestare contro il caos sanitario causato nella comunità.
La ristrutturazione avviata dalla Giunta regionale ha convertito i 37 Servizi di Emergenza Cure Primarie (SUAP) e i 41 Servizi di Assistenza Rurale (SAR) in Punti di Assistenza Continua (PAC). Un totale di 78 emergenze nei centri sanitari, sono stati aperti senza nuove assunzioni e il necessario personale. Il doppio dei siti da servire, ma lo stesso numero di operatori sanitari.
Con questa premessa, le associazioni di quartiere e i comuni interessati dell’area metropolitana di Madrid hanno chiamato una manifestazione che è partita da quattro punti diversi della città per convergere nella Plaza de Cibeles di Madrid.
“La crisi sanitaria di Madrid, esplosa con il problema delle emergenze extraospedaliere, è il risultato di 18 anni di smantellamento della sanità pubblica e ha tutte le possibilità di chiudersi in modo sbagliato, come è successo con la crisi del 2012” scrive la pagina dei movimenti sociali Kaosenlared.
“La grande mobilitazione di ieri è il risultato di diversi fattori: l’accumulo di malessere tra la popolazione a causa del crescente deterioramento; il maltrattamento dei professionisti, già esausti dopo quasi 3 anni di sovraffaticamento; l’accumulo di varie “payusadas” del presidente e, cosa molto importante, la campagna mediatica dei grandi media, gli stessi che in alcuni casi sono di proprietà delle stesse aziende che traggono profitto dalla privatizzazione della salute. Così, il messaggio diffuso concentra tutta la colpa su Ayuso, censurando qualsiasi riferimento alle leggi che il PP ha utilizzato per 18 anni per smantellare l’assistenza sanitaria, leggi statali che il governo del PSOE e di Unidas Podemos mantengono in vigore”.
Più di 200mila persone, secondo i dati ufficiali della Delegazione di governo, sono scese in piazza di Madrid contro le politiche di Ayuso, cifra che gli organizzatori hanno portato a 670mila manifestanti. “I cittadini sono con i medici. Basta illuderci”, si legge negli striscioni, a testimonianza del massiccio sostegno ai servizi sanitari.
Il quotidiano spagnolo Publico ha raccolto gli umori dei manifestanti: “Nella Comunità di Madrid sono una banda di incompetenti, alcuni fanatici, che vogliono solo attuare la loro strategia di deterioramento della salute, di privatizzazione, senza prestare attenzione a ragioni di alcun tipo”. Visibilmente arrabbiato, Marciano Sánchez Bayle, portavoce della Federazione delle Associazioni per la Difesa della Salute Pubblica, ha alzato la voce in mezzo alla folla. Per la Federazione in Difesa della Sanità Pubblica: “Ayuso ha insultato e ritenuto responsabili della propria incompetenza gli operatori sanitari”.
L’intenzione dei manifestanti era quella di attraversare la Puerta del Sol – dove si trova la sede della Comunità di Madrid – ma i veicoli antisommossa della Polizia Nazionale hanno deviato la folla per via Preciados. Da lì si sono diretti verso la Gran Vía.
Un medico rurale della già chiusa SAR di Cadalso de los Vidrios, ha raccontato a Publico come è entrato in vigore questo piano. Appena un giorno prima del suo avvio, a mezzanotte, ha ricevuto un’e-mail che lo informava della sua nuova destinazione. “Sono andato in shock, ho avuto ansia”, ha assicurato. “Una notte mi sono trovata sola in un centro sanitario che copre una popolazione di 150.000 persone e senza nemmeno sapere che materiale avessi. E, se arriva un’emergenza, è essenziale”, ha aggiunto, per spiegare che alcuni colleghi non avevano nemmeno le chiavi per poter aprire le SUAP, cioè le nuove unità sanitarie. Il 13% dei medici convocati per la riapertura di queste SUAP ha dovuto dimettersi dall’incarico per l’impossibilità di assumere un carico di lavoro così enorme.
Il 7 novembre c’è già stato uno sciopero di tutti gli operatori della sanità e un nuovo sciopero è previsto per il prossimo 21 novembre.
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14/11/2022
05/05/2021
Madrid a tutta destra, Iglesias si ritira
Le elezioni della “città metropolitana” di Madrid fotografano un terremoto politico che non riguarda solo la Spagna. Perché arriva al termine di una lunga crisi della “politica”, lì ed altrove, che la pandemia ha fatto esplodere in maniera incontrollata.
Partiamo dai dati. La partecipazione è stata record (+11% rispetto al 2019), segno di una volontà generale di “cambiamento” (una delle parole più vuote di contenuto che si conoscano, in politica, al pari di “riforme”).
E ha trionfato la vecchia destra, quella post-franchista del Partito Popolare (che in Europa sta con Merkel, Berlusconi, ecc.). Un successo arrivato però adottando tutti i tic della destra fascista vera e propria – dal rifiuto dei lockdown all’esaltazione di una idea individualistica e irresponsabile di “libertà”, con più di un occhio strizzato ai “no vax” – e scegliendo una front runner da manuale della comunicazione politica: donna, giovane, priva di scrupoli, “che parla come mangia”. Anzi, come parla “il popolo”.
Isabel Diaz Ayuso, potrebbe addirittura tornare a governare Madrid da sola e avrebbe bisogno solo dell’astensione di neo-vetero-fascisti di Vox per rimanere in sella. Come se avesse vinto un Salvini spalleggiato da Meloni...
Il Pp, che ha raddoppiato i consensi, ottiene infatti fino a 65 seggi, più della somma di tutti i partiti di sinistra (tra 62 e 65 seggi), a soli quattro seggi della maggioranza assoluta (69), più del doppio delle elezioni del 2019.
Tutta la campagna elettorale della Ayuso ha avuto come cuore la critica feroce della gestione della pandemia da parte del governo centrale (Partito Socialista e Unidos Podemos, con poco più del 40% dei voti), formato “per obbligo” dopo due elezioni politiche a distanza di sei mesi che non avevano permesso di individuare una maggioranza politica stabile.
In pratica, la destra – che già governava la città metropolitana – era riuscita a fare di Madrid l’unica grande capitale europea che ha tenuto aperti bar, ristoranti e teatri dal giugno 2020. Nei mesi della pandemia, la Ayuso ha guidato il fronte delle regioni che hanno contestato la linea dura sulle chiusure voluta dal governo. Chiedeva infatti di riaprire tutte le attività, eliminare ogni lockdown e restrizione alla circolazione (neanche in Spagna sono state mai fermate le attività economiche principali, ma solo quelle legate a ristorazione, turismo, tempo libero).
La Ayuso aveva giocato una carta rischiosa, con un coprifuoco fissato prima alle 21 e poi spostato alle 23, ma è stata baciata dalla fortuna (e dall’osservanza spontanea di molte procedure di sicurezza). Madrid è stata così la regione spagnola con meno restrizioni, ma l’incidenza del contagio non è ora il più alto del paese (lo era stato a lungo) e il numero di nuovi casi e decessi è lontano dal picco di gennaio.
Una dinamica politica nazionale simil-italiana, che ha portato la Spagna pagare un prezzo altissimo (3,5 milioni di contagiati e quasi 80.000 morti per Covid) e a perdere comunque una quota rilevante di Pil (11%).
Il Psoe di Pedro Sanchez incassa il peggior risultato di sempre, scendendo al 17% dei voti. Alla pari con Mas Madrid (la scissione ultramoderata di Podemos guidata da Errejon, che nella capitale ha il suo punto di forza). Seguono Vox (9%) e Podemos (7,25). Scompare la meteora “populista di centro” di Ciudadanos, che con poco più del 3% non raggiunge il limite per entrare nel consiglio comunale.
Due sono però le conseguenze rilevanti di questo voto.
La prima e più certa il ritiro del fondatore di Unidas Podemos, Pablo Iglesias. Nella notte ha annunciato che lascerà tutti i suoi incarichi istituzionali e l’attività politica.
Iglesias, come si dice, su queste elezioni “ci aveva messo la faccia”. Aveva infatti lasciato la vicepresidenza del governo per candidarsi a presidente della comunità autonoma di Madrid e rivitalizzare la sezione regionale del partito, molto in sofferenza. Ma non è riuscito nello scopo. Ha aumentato un po’ i voti del movimento, ma molto al di sotto dello sperato.
Il suo ritiro, comunque, non è semplicemente la presa d’atto di una sconfitta “tattica”, ma del fallimento di un progetto, di un’idea di “riforma della politica” che non faceva i conti con la realtà.
Questa decisione segna la crisi probabilmente definitiva del “populismo di sinistra”, caratterizzato da grandi “innovazioni di linguaggio”, priorità alla “comunicazione”, assoluta vaghezza programmatica, grande risalto ai temi dei diritti civili e silenziamento sulle questioni più “classiche” della sinistra (lavoro, occupazione, welfare, ecc.).
Sembrava la mossa decisiva per rivitalizzare una “sinistra” che in tutta Europa è stata divorata dal “riformismo senza progetto”, praticando un frenetico attivismo tattico mai supportato da progetti certi. E una volta arrivato a co-governare il Paese, tutto quel castello “discorsivo” e agitatorio si è tradotto in poco o nulla.
Da questa angolatura, insomma, Podemos ha replicato in Spagna la parabola dei Cinque Stelle in Italia. Con la differenza che Iglesias e il suo movimento sono comunque esplicitamente una “novità di sinistra”, mentre i grillini, come ben sappiamo, certamente no.
L’altro elemento evidenziato da queste elezioni, per i temi posti al centro, è l’irrazionalità elevata a fenomeno di massa. Quella sul lockdown, il rifiuto delle vaccinazioni e delle misure di prevenzione, è una patologia grave, dimostrata dalle statistiche mostruose dei Paesi in cui la “sottovalutazione” della pandemia ha moltiplicato le dimensioni della strage.
Gli Usa di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Gran Bretagna del “Johnson primo” (quello che ancora non era finito intubato per il Covid), l’India di Modi e tanti altri esempi stanno lì, davanti agli occhi di tutti.
Ma nella testa della “gente” vivono e si ingigantiscono spezzoni di menzogne ben cucinate, un’idea folle e irresponsabile di “libertà individuale” che somiglia da vicino a certi stati di coscienza procurati dagli allucinogeni. Come se la realtà fisica non potesse e soprattutto non dovesse costituire un limite ai comportamenti individuali “desideranti”.
Un esempio può aiutare. Si può essere convinti, se molto ubriachi e gonfi di pasticche di ogni tipo, di poter volare. Ma la legge di gravitazione universale, proprio come i virus, se ne fotte delle nostre convinzioni temporanee. Vi sembra assurdo? Chiedete a Robert Wyatt, ex batterista dei Soft Machine, che il 1° giugno 1973, in piena notte, si mise a camminare nell’aria fuori dal balcone dell’albergo...
Se quello stato di allucinazione riguarda un individuo, si fa male lui. Ma se una società intera viene “drogata” intenzionalmente per oltre un trentennio, allora si preparano disastri pesanti.
L’uscita a destra dalla pandemia – volendo mantenere la finzione “democratica” delle elezioni – non sarà, come con il fascismo “storico” di un secolo fa, una “modernizzazione reazionaria” guidata dal capitale trionfante, che riprende ad accumulare profitti e a dare forma al mondo.
La barbarie è dietro l’angolo, come accade quando gli imperi vanno in sfacelo... Ci sarà tempo per approfondire...
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Partiamo dai dati. La partecipazione è stata record (+11% rispetto al 2019), segno di una volontà generale di “cambiamento” (una delle parole più vuote di contenuto che si conoscano, in politica, al pari di “riforme”).
E ha trionfato la vecchia destra, quella post-franchista del Partito Popolare (che in Europa sta con Merkel, Berlusconi, ecc.). Un successo arrivato però adottando tutti i tic della destra fascista vera e propria – dal rifiuto dei lockdown all’esaltazione di una idea individualistica e irresponsabile di “libertà”, con più di un occhio strizzato ai “no vax” – e scegliendo una front runner da manuale della comunicazione politica: donna, giovane, priva di scrupoli, “che parla come mangia”. Anzi, come parla “il popolo”.
Isabel Diaz Ayuso, potrebbe addirittura tornare a governare Madrid da sola e avrebbe bisogno solo dell’astensione di neo-vetero-fascisti di Vox per rimanere in sella. Come se avesse vinto un Salvini spalleggiato da Meloni...
Il Pp, che ha raddoppiato i consensi, ottiene infatti fino a 65 seggi, più della somma di tutti i partiti di sinistra (tra 62 e 65 seggi), a soli quattro seggi della maggioranza assoluta (69), più del doppio delle elezioni del 2019.
Tutta la campagna elettorale della Ayuso ha avuto come cuore la critica feroce della gestione della pandemia da parte del governo centrale (Partito Socialista e Unidos Podemos, con poco più del 40% dei voti), formato “per obbligo” dopo due elezioni politiche a distanza di sei mesi che non avevano permesso di individuare una maggioranza politica stabile.
In pratica, la destra – che già governava la città metropolitana – era riuscita a fare di Madrid l’unica grande capitale europea che ha tenuto aperti bar, ristoranti e teatri dal giugno 2020. Nei mesi della pandemia, la Ayuso ha guidato il fronte delle regioni che hanno contestato la linea dura sulle chiusure voluta dal governo. Chiedeva infatti di riaprire tutte le attività, eliminare ogni lockdown e restrizione alla circolazione (neanche in Spagna sono state mai fermate le attività economiche principali, ma solo quelle legate a ristorazione, turismo, tempo libero).
La Ayuso aveva giocato una carta rischiosa, con un coprifuoco fissato prima alle 21 e poi spostato alle 23, ma è stata baciata dalla fortuna (e dall’osservanza spontanea di molte procedure di sicurezza). Madrid è stata così la regione spagnola con meno restrizioni, ma l’incidenza del contagio non è ora il più alto del paese (lo era stato a lungo) e il numero di nuovi casi e decessi è lontano dal picco di gennaio.
Una dinamica politica nazionale simil-italiana, che ha portato la Spagna pagare un prezzo altissimo (3,5 milioni di contagiati e quasi 80.000 morti per Covid) e a perdere comunque una quota rilevante di Pil (11%).
Il Psoe di Pedro Sanchez incassa il peggior risultato di sempre, scendendo al 17% dei voti. Alla pari con Mas Madrid (la scissione ultramoderata di Podemos guidata da Errejon, che nella capitale ha il suo punto di forza). Seguono Vox (9%) e Podemos (7,25). Scompare la meteora “populista di centro” di Ciudadanos, che con poco più del 3% non raggiunge il limite per entrare nel consiglio comunale.
Due sono però le conseguenze rilevanti di questo voto.
La prima e più certa il ritiro del fondatore di Unidas Podemos, Pablo Iglesias. Nella notte ha annunciato che lascerà tutti i suoi incarichi istituzionali e l’attività politica.
Iglesias, come si dice, su queste elezioni “ci aveva messo la faccia”. Aveva infatti lasciato la vicepresidenza del governo per candidarsi a presidente della comunità autonoma di Madrid e rivitalizzare la sezione regionale del partito, molto in sofferenza. Ma non è riuscito nello scopo. Ha aumentato un po’ i voti del movimento, ma molto al di sotto dello sperato.
Il suo ritiro, comunque, non è semplicemente la presa d’atto di una sconfitta “tattica”, ma del fallimento di un progetto, di un’idea di “riforma della politica” che non faceva i conti con la realtà.
Questa decisione segna la crisi probabilmente definitiva del “populismo di sinistra”, caratterizzato da grandi “innovazioni di linguaggio”, priorità alla “comunicazione”, assoluta vaghezza programmatica, grande risalto ai temi dei diritti civili e silenziamento sulle questioni più “classiche” della sinistra (lavoro, occupazione, welfare, ecc.).
Sembrava la mossa decisiva per rivitalizzare una “sinistra” che in tutta Europa è stata divorata dal “riformismo senza progetto”, praticando un frenetico attivismo tattico mai supportato da progetti certi. E una volta arrivato a co-governare il Paese, tutto quel castello “discorsivo” e agitatorio si è tradotto in poco o nulla.
Da questa angolatura, insomma, Podemos ha replicato in Spagna la parabola dei Cinque Stelle in Italia. Con la differenza che Iglesias e il suo movimento sono comunque esplicitamente una “novità di sinistra”, mentre i grillini, come ben sappiamo, certamente no.
L’altro elemento evidenziato da queste elezioni, per i temi posti al centro, è l’irrazionalità elevata a fenomeno di massa. Quella sul lockdown, il rifiuto delle vaccinazioni e delle misure di prevenzione, è una patologia grave, dimostrata dalle statistiche mostruose dei Paesi in cui la “sottovalutazione” della pandemia ha moltiplicato le dimensioni della strage.
Gli Usa di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Gran Bretagna del “Johnson primo” (quello che ancora non era finito intubato per il Covid), l’India di Modi e tanti altri esempi stanno lì, davanti agli occhi di tutti.
Ma nella testa della “gente” vivono e si ingigantiscono spezzoni di menzogne ben cucinate, un’idea folle e irresponsabile di “libertà individuale” che somiglia da vicino a certi stati di coscienza procurati dagli allucinogeni. Come se la realtà fisica non potesse e soprattutto non dovesse costituire un limite ai comportamenti individuali “desideranti”.
Un esempio può aiutare. Si può essere convinti, se molto ubriachi e gonfi di pasticche di ogni tipo, di poter volare. Ma la legge di gravitazione universale, proprio come i virus, se ne fotte delle nostre convinzioni temporanee. Vi sembra assurdo? Chiedete a Robert Wyatt, ex batterista dei Soft Machine, che il 1° giugno 1973, in piena notte, si mise a camminare nell’aria fuori dal balcone dell’albergo...
Se quello stato di allucinazione riguarda un individuo, si fa male lui. Ma se una società intera viene “drogata” intenzionalmente per oltre un trentennio, allora si preparano disastri pesanti.
L’uscita a destra dalla pandemia – volendo mantenere la finzione “democratica” delle elezioni – non sarà, come con il fascismo “storico” di un secolo fa, una “modernizzazione reazionaria” guidata dal capitale trionfante, che riprende ad accumulare profitti e a dare forma al mondo.
La barbarie è dietro l’angolo, come accade quando gli imperi vanno in sfacelo... Ci sarà tempo per approfondire...
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