Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/10/2020

Anche le città metropolitane battono cassa per il Recovery fund


In una recente intervista rilasciata ai microfoni di “Presa diretta”, il sindaco di Firenze – nonché coordinatore della Conferenza delle città metropolitane e vicepresidente di Eurocities – Dario Nardella ha ribadito che anche le città metropolitane, oltre alle Regioni, dovrebbero partecipare alla gestione dei fondi europei.

Non è la prima volta che il sindaco esprime tale posizione, ma in questi mesi tali dichiarazioni assumono un peso maggiore alla luce sia del dibattito in corso sulla gestione dei miliardi in arrivo (per davvero?) del “Recovery fund”, sia della disputa sugli ambiti di intervento tra Stato e Regioni, soprattutto in coda alla disastrosa gestione della pandemia nella scorsa primavera.

La questione sarebbe dirimente per la conformazione statuale del prossimo futuro, ma nell’opinione pubblica viene presentata come una semplice scelta di chi-gestisce-cosa in base a più o meno accertate competenze, su cui ovviamente ogni attore in campo, da Nardella a Zaia a Conte, a seconda del ruolo istituzionale ricoperto, rivendica una maggiore preparazione e quindi legittimità di accesso ai fondi.

Tuttavia, quel viene celato è il significato profondo che un’ulteriore ripartizione della gestione finale dei fondi pubblici rappresenterebbe per l’organizzazione statale, nonché per la più generale salute della “democrazia liberale”.

Se nessuna delle due istituzioni è stata in assoluto un punto di riferimento nella storia del movimento operaio, in una fase di transizione verso un nuovo e ancora incerto assetto dei rapporti di forza tra i vari blocchi in competizione su scala mondiale, la comprensione del “campo di battaglia” è condizione primaria per qualunque tipo di proposta e di intervento politicamente orientato.

Le città metropolitane nella fase attuale

Come più volte scritto su questo giornale, le città metropolitane sono il luogo fisico dove il processo di produzione e riproduzione capitalista fissa i magneti di attrazione per i movimenti di capitali, merci e persone, divenendo i luoghi per eccellenza dello sfruttamento (in primis della forza-lavoro) e delle diseguaglianze.

L’uscita di Nardella allora è perfettamente coerente con il sistema di produzione e di pensiero imposto qui a partire dal processo di integrazione europeo, e nel resto del mondo (almeno quello “occidentalizzato”) dalla salita al potere di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher nel Regno Unito, sistema divampato con la caduta del Muro di Berlino e la sconfitta del blocco sovietico (biennio 1989-91).

In sintesi, questo prevede l’arretramento del ruolo dello Stato dalle funzioni pubbliche e il primato della competizione come modellatrice dei rapporti sociali, sempre basati sulla proprietà privata e la divisione del lavoro.

Nel Vecchio Continente quest’indirizzo di massima si è incarnato nel sistema di Trattati dell’Unione europea, che nel corso degli anni ha rosicchiato elementi di sovranità ai vari organismi nazionali, come la politica monetaria (sottratta), economica (appaltata) ecc.

È in questa faglia che va inserita la proposta per le città metropolitane di “risorse dedicate, funzioni autonome e certe, e pari dignità istituzionale” a Stato e Regioni, dalle parole del sindaco di Firenze.

Lo smantellamento delle funzioni dello Stato...

Infatti, concettualmente parlando, la massima decentralizzazione è possibile solo a partire da una massima centralizzazione, e ciò è valido sopratutto per le funzioni pubbliche.

Lo spacchettamento verso il basso – o “i territori”, come rivendicano gli interessati – dell’autonomia di risorse e di bilancio allora è il riflesso della cessione di potere decisionale dallo Stato alle istituzioni sovranazionali europee, ossia da Roma a Bruxelles-Francoforte-Strasburgo. Il ritorno ai Granducati non è altro che il dividi et impera possibile a partire dalla concentrazione lenta ma continua dei poteri in favore dell’Ue, funzioni coercitive a parte.

Per dirla in breve, “austerità”, “autonomia differenziata” e “Recovery fund per le città metropolitane” sono tre elementi dello stesso modo di intendere l’organizzazione sociale e produttiva, la stessa che da trent’anni a questa parte si abbatte contro i lavoratori e le lavoratrici, gli abitanti delle periferie, le lotte sociali, lo stato sociale, ecc.

Un esempio? Due settimane fa la città metropolitana di Milano ha consegnato all’Anci ben 34 progetti per un valore complessivo di 4,5 miliardi di euro per l’accesso al Recovery fund, riguardanti in particolar modo infrastrutture per la mobilità, messa in sicurezza, digitalizzazione e adeguamento energetico. Tutti i temi su cui punta l’Ue, nessuna alternativa possibile.

...in favore dell’Unione europea

La cinghia di trasmissione Unione europea – città metropolitane (o Regioni) è tutta qui, nelle direttive imbastite dai centri di potere europei (alto) a cui bisogna “solo trovare un referente istituzionale sui territori” (basso) in grado di rispettarne il mandato.

Se aggiungiamo che nell’Ue l’unico organismo eletto direttamente dalle popolazioni è anche quello meno influente, ossia il Parlamento (ne conoscete altri senza neanche funzioni legislative?), l’eclissi di ogni possibilità di indirizzo al futuro di un paese, e cioè delle persone che lo abitano, mediante il mantra del voto è oramai palese.

La società civile, l’associazionismo, il protagonismo sui social, le organizzazioni no-profit, sono tutti orpelli la cui profonda ragione di esistenza è quella di celare la vera tendenza dell’influenza (e di rimando, sulla partecipazione) sulla vita politico-istituzionale di un paese da parte di chi lo abita: zero.

Di peggio c’è solo il municipalismo – autonomia di bilancio a un livello ancora inferiore, perciò più divisivo – che rappresenterebbe l’acuirsi delle criticità di questo modello.

La fine della “democrazia liberale”

In altri termini, dove comincia l’Unione europea finisce anche la “democrazia liberale” (il Parlamento non può legiferare!), quella suo malgrado imperniata sugli organi di rappresentanza, per definizione a metà strada tra società civile e politica. L’indecenza della nostra classe dominante e la sottomissione di Cgil Cisl e Uil al padronato sono esempi attuali di questa traiettoria.

La concentrazione di investimenti in pochi territori mirati amplifica le diseguaglianze con quel che ne rimane attorno (prima erano le campagne, oggi si aggiungono le periferie), drena denaro e persone verso le metropoli e sviluppa una “società a macchia di leopardo”, diseguale per Costituzione.

La fine insomma di un’idea generale di paese, di distribuzione della ricchezza, di emancipazione dai bisogni essenziali, di comunità.

Leggi anche:

Il ruolo delle città metropolitane in vista delle elezioni

La cura del linguaggio 3. Sovranità, sovranismo e sciocchezze

Fonte

11/09/2020

Il ruolo delle città metropolitane in “vista” delle elezioni


Nella primavera del 2021 si svolgeranno le elezioni comunali nelle cinque Città metropolitane più importanti del paese, Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli, che da sole contano più di 13 milioni di abitanti, praticamente un quinto del totale.

Un appuntamento elettorale importante – uno dei tanti in realtà, come periodicamente imposto dalla democrazia liberale – occasione di scontro politico nei singoli comuni, ma che apre anche a una riflessione più generale sul ruolo i) sia della città nell’attuale modello socio-economico, ii) sia delle 5 città nella competizione che le vede protagoniste per il posizionamento gerarchico interno.

Sulla prima, numerosi contributi sono già apparsi su questo giornale (alcuni esempi su Roma, Torino, Bologna, Milano), mentre la seconda ha assunto una valenza strategica a seguito del dibattito sull’autonomia differenziata, che coinvolge di conseguenza il ruolo delle istituzioni e come queste modellano il territorio in base agli interessi di classe.

La necessità “economica” delle città metropolitane

In una prospettiva storica, la seconda globalizzazione ha riservato il ruolo decisivo alla “città globale” come magnete strategico per l’attrazione dei movimenti di capitali, merci e persone, e dunque propulsore imprescindibile del ciclo economico.

La ristrutturazione produttiva partita negli anni Settanta, riassumibile nella delocalizzazione delle attività produttive e nella “terziarizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia, diede il là alla trasformazione della città come luogo per antonomasia della rendita finanziaria, del concentramento degli investimenti (sempre più multinazionali) e la conseguente “vocazione terziaria” del nuovo tessuto produttivo urbano, non più città fabbrica modello Torino-Fiat, quanto piuttosto città vetrina per turismo e grandi eventi (sportivi, industriali, politici ecc.).

Con la caduta del blocco sovietico, lo sviluppo delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict, nell’acronimo inglese) e l’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, la mondializzazione del sistema produttivo ha subito un’accelerazione tale da ridisegnare per intero le filiere dell’ideazione, produzione, assemblaggio, distribuzione e consumo di qualsiasi merce.

Filiere appunto, in sostituzione dei singoli distretti specializzati come conosciuti nello sviluppo a “macchia di leopardo” dell’Italia del boom economico. Le catene di produzione dell’iPhone o anche della “nostra” Nutella (nella foto) sono esempi classici della tendenza qui brevemente riportata.


Crisi e cambiamento alla luce della pandemia

Tuttavia, la pandemia in corso sta colpendo duramente la già manifesta crisi d’egemonia globale degli Stati Uniti, ridefinendo ruoli, alleanze e priorità dei vari blocchi imperialisti in competizione, tra cui quello dell’Unione europea.

Ed è proprio nel lento quanto continuo processo di integrazione europea che va letta la partita delle suddette città metropolitane. In ballo c’è il posizionamento strategico nel processo di crescita internazionale del “polo europeo” (dal punto di vista produttivo, politico e militare), di cui i miliardi del Recovery fund si pongono come perno fondamentale per il suo modellamento.

Così come negli Stati Uniti, per fare un esempio pratico, Washington, New York e Seattle svolgono una funzione specifica (rispettivamente, centro politico-amministrativo, finanziario e tecnologico), anche in Italia non è peregrino ipotizzare una gerarchizzazione funzionale agli interessi, dell’Unione più che nazionali, delle principali aree urbane.

D’altronde, la genesi dell’autonomia differenziata (ridiscussa peraltro due giorni fa in Parlamento) sembra suggerire uno sviluppo di questa natura.

Nuovo ruolo per le città metropolitane italiane?

In questo quadro dinamico e tutt’altro che definitivo, che ruolo quindi per Milano? Quale funzione per Roma, o Napoli ecc.?

Le ultime notizie su questo piano sono la candidatura di Milano come terza sede (in sostituzione di Londra) del Tribunale unificato dei brevetti dell’Ue, e di Torino come sede principale per l’Istituto italiano per l’intelligenza artificiale.

Nella nota diramata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, si legge che «l’obiettivo è creare una sinergia tra le due città e il Governo e allo stesso tempo consolidare l’asse nord-ovest del Paese», dove Milano «sarebbe al fianco di Parigi e Monaco nel compito di registrare le nuove scoperte e soluzioni ideate nel campo delle scienze umane e del farmaceutico», mentre Torino dovrebbe «diventare un punto di riferimento per lo sviluppo» dei «principali trend tecnologici (tra cui 5G, Industria 4.0, Cybersecurity)», centrali in settori come «manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifoood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e digital humanities, aerospazio».

Sulla carta dunque un’idea chiara di sviluppo per “l’asse nord-ovest” basata sulle nuove frontiere tecnologiche e sui prossimi settori in via di smantellamento del ruolo dello Stato, funzione peraltro complementare a quella assunta dal “nord-est” come subfornitore dell’industria tedesca.

Un doppio binario che sembra fare capo rispettivamente a Parigi e Berlino, con Milano già esempio di città guida smart & green proiettata al futuro, e Torino che dopo la sconfitta delle olimpiadi invernali (Milano e Cortina rifiutarono l’aiuto del Piemonte anche a vittoria acquisita) ritrova un ruolo, seppur subordinato, anche grazie all’importanza svolta dalla ricerca nel campo dell’industria bellica.

Alla luce di questa doppia candidatura, il Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio si è espresso martedì sulle pagine de il Messaggero per riaffermare il diritto di Roma di avere «un’agenzia internazionale», necessaria per attrarre investimenti e talento umano.

«Basta fare gli interessi del Nord», ha detto Gaudio, portando a consuntivo le eccellenze nel campo della ricerca presenti nell’area della Capitale come i 18 atenei, il Cnr, l’Enea, il polo farmaceutico di Pomezia, quello scientifico di Frascati, e candidando Roma come centro di un’alleanza mediterranea per la ricerca scientifica (su cui la Sapienza ha già mosso alcuni passi).

È alla fin fine una questione di soldi, ossia di rapporti di forza tra nodi di una rete, almeno continentale, che si candidano ad assumere funzioni strategiche nella conformazione che verrà.

Il prossimo dibattito elettorale

Questi crediamo siano solo gli ultimi esempi del tipo di posta in gioco tra le aree urbane della penisola, oramai le “province del XXI secolo”.

Ed è su questa base che crediamo vada affrontato il discorso sulle città metropolitane, sfruttando la prossima scadenza elettorale.

All’oggi, pensare il ruolo di una città metropolitana fuori da quello che il paese svolge all’interno del “blocco europeo” nel contesto della competizione internazionale, o è ignoranza politica o un inganno elettoralistico.

La retorica sulla maggiore autonomia dei municipi, per esempio, risponde a queste ultime.

Fonte

20/02/2017

1/ Chi vuole spostare la Capitale a Milano? Le campagne stampa contro Roma Capitale

Qualcuno spinge per spostare la Capitale da Roma a Milano? Possiamo liquidarla come un battuta dell’ex sindaco Pisapia di due anni fa, alla quale replicò con algida indulgenza l’ex sindaco Marino. Spostare la Capitale da Roma a Milano sarebbe invece una questione da non liquidare come l’eterna competizione campanilista tra la capitale storica e quella economica. Per un periodo, fino al 1992, Milano volle fregiarsi anche del titolo di “Capitale morale” del paese fino ad essere travolta dall’inchiesta su Tangentopoli. Per anni dunque non se ne è parlato più. Ma da almeno un paio d’anni, il partito dello spostamento della Capitale a Milano ha ripreso vigore.

Le prime reazioni, come di consueto, sono quelle tese ad ignorare il problema, le seconde quelle tese a deriderlo, le terze sono quelle che mettono in moto il cambiamento. A fiuto possiamo dire che siamo in una fase intermedia tra le seconda e la terza. Il motivo? Quello economico innanzitutto, ma c’è anche una narrazione ideologica che ha molto a che fare con i tempi che corrono. Eppure, ad esempio, moltissimi hanno completamente sottovalutato il processo di ristrutturazione istituzionale introdotto con le Città Metropolitane nelle principali città italiane. Gli effetti verranno avvertiti non subito ma neanche troppo in là in termini di poteri decisionali, meccanismi elettivi, gestione delle risorse.

La vicenda della giunta Raggi è diventata, suo malgrado o “a sua insaputa”, paradigmatica dell’offensiva tesa a spostare la Capitale da Roma a Milano. Sta diventando ormai evidente come dietro l’attenzione spasmodica alle vicende della giunta e della sindaca, si stia delineando qualcosa di più e di peggiore. Certo c’è anche la voglia di ricatto e/o ritorsione dei costruttori e dei comitati d’affari che hanno visto sfumare prima le Olimpiadi e oggi vedono uno scontro durissimo sulla speculazione Stadio/Tor di Valle, diventato una sorta di spartiacque sul futuro della città con un valore simbolico a metà tra la Tav in Val di Susa e l’Expo di Milano.

Ma negli attacchi sulla incompetenza o inconsistenza della giunta Raggi c’è anche qualcos’altro, c’è il palese obiettivo di dimostrare l’inadeguatezza di Roma a svolgere la funzione di Capitale europea e di città globale.

Il fuoco di fila è iniziato poco prima dell’avvento al governo cittadino del M5S. L’artiglieria pesante sono stati i giornali della “borghesia del nord” come Corriere della Sera, La Stampa e Milano Finanza. Ma non solo. Ad esempio un recente servizio de L’Espresso ha aperto il fuoco cosi: “Roma è davvero (come diceva Cavour) «necessaria all’Italia»? E se invece ci decidessimo a portare la capitale a Milano? Il tema è antico, e non sempre sono state le menti più scelte a sollevarlo. Ma da qualche tempo è impossibile eluderlo. La catastrofe dell’amministrazione di Virginia Raggi, la voragine del debito e l’indegno abbandono in cui la Capitale versa da anni rendono inevitabile quella domanda”. Subdolo ma prevedibile, anche in questo caso, il ricorso al cosiddetto “vincolo esterno” cioè la dimensione europea. Scrive infatti l’Espresso che “Classifiche o non classifiche, però, sta di fatto che Roma stride in modo cocente non solo con una quantità di capoluoghi italiani, ma con tutte le capitali dell’Europa occidentale, e anche centrale”. (1) Roma dunque non può più reggere il confronto con le altre capitali dell’Unione Europea.

Ad aprile 2016, uno dei commentatori più angloliberal del Corriere della Sera, Beppe Severginini, aveva usato come cavallo di troia il New York Times per porre l’interrogativo “E’ Milano la vera capitale d’Italia?”. La risposta alla domanda era ovviamente affermativa. “I milanesi pensano che la loro città sia il vero faro dell’Italia, diventata, nel giro degli ultimi anni, una calamita irresistibile per i giovani da tutto il paese che arrivano in massa per lavorare nel design, nei media, nella moda e nel campo del cibo” scriveva Severgnini

A giugno era la stata la Brexit, con la fuoriuscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna, a solleticare l’euforia della Fondazione Pirelli secondo cui la nuova “city”, la piazza finanziaria della Ue, poteva e doveva diventare Milano, anzi che questa doveva puntare i piedi con Roma per farsi riconoscere come “Città Stato”.

A ottobre invece era stato il quotidiano economico Milano Finanza ad aprire il fuoco usando come copertura le considerazioni di un chef executive officer di un fondo di investimento statunitense: “La Capitale non ha più da anni sistema bancario (tranne BNL che però dipende da una banca francese) e si assiste a un esodo degli imprenditori romani verso Milano. Roma non ha più industria: 20 anni fa la città esibiva un tessuto industriale e finanziario poderoso. Oggi è rimasta qualche sede legale e qualche unità produttiva malconcia. Non dispone di una rete di servizi e trasporti in grado di reggere l’impatto degli abitanti, di decine di milioni di turisti, e dei businessman e uomini politici costretti a venire a Roma. Per fortuna Fiumicino ha fatto giganteschi miglioramenti negli ultimi due anni, ma non basta” (2)

Un elenco di motivazioni molto materiali e molto legate al mondo del business da cui si lascia emergere la necessità di spostare a Milano le funzioni strategiche del comando del paese: “In questi anni si assiste a un trasloco silente di cultura, imprenditorialità, economia, tecnologia verso Milano e oggi anche di famiglie normali che ragionano dicendo “meglio andare a vivere a Milano”.

Più recentemente è stato il Corriere della Sera, l’esecutore seriale di questa lobby per lo spostamento della Capitale a Milano, a prendere spunto dal trasferimento di Sky da Roma per scrivere in un editoriale: “Diciamo la verità: se oggi doveste decidere fra Roma e Milano per la sede di una grande azienda, scegliereste una città disastrata, insicura e senza trasporti, o una metropoli europea efficiente e ordinata? Per com’è conciata oggi, Roma può attirare al massimo un turismo sempre più accattone: di sicuro non il cervello di una grande multinazionale” (3).

Puntuale come un orologio (come lo è era stato Pisapia) anche il sindaco milanese Beppe Sala, prendendo a pretesto il trasferimento di Sky, ha sottolineato la ragionevolezza del trasferimento a Milano anche della Rai: “invito tutti a considerare Milano il territorio più adatto per portare qualità” ha detto ai giornalisti.

E’ evidente come lo spostamento della Capitale da Roma a Milano porterebbe con se anche i finanziamenti statali previsti. Qualcosa del genere è già accaduto di recente con la Legge di Stabilità approntata dal governo Renzi (e approvata da quello Gentiloni) in cui la Regione Lombardia si è vista arrivare cospicui finanziamenti proprio per rafforzare quel modello di integrazione economica ed ideologica di quel pezzo di Italia alla dimensione europea, anche a scapito del resto del paese.

Spostare la Capitale da Roma a Milano sarà innanzitutto una operazione ideologica fondata su presupposti economici. Sarà parte di quella ristrutturazione complessiva delle istituzioni e dell’apparato statale che il processo di gerarchizzazione multilivello dell’Unione Europea va imponendo a tutti gli stati membri, in particolare a quelli che vorranno stare nel nucleo centrale della Ue a due velocità. Nulla di campanilistico o di competizione tra risotto e amatriciana. La posta in gioco potrebbe essere più alta e rognosa di quanto oggi sia visibile. E le cose oggi ancora non visibili o conclamate, non vuole dire che non siano vere.

(Fine della prima parte, segue)

Note:
1) Espresso 11 gennaio 2017.
2) Milano Finanza 19 ottobre 2016
3) Corriere della sera 15 gennaio 2017
4) New York Times 26 aprile 2016

Fonte

Sembra di essere di fronte ad una crescita di scala della gentrificazione nel nostro paese, non più "solo" su base cittadina, ma direttamente a livello nazionale e continentale.

26/12/2016

Roma-Città Metropolitana. A proposito di bilancio


In questi giorni stiamo assistendo alle schermaglie politiche tra i partiti presenti alla città Metropolitana di Roma, in merito all'approvazione del Bilancio di previsione 2016.

Il Vicesindaco pentastellato denuncia scarsa responsabilità da parte dei consiglieri del partito di Renzi che nel momento del voto hanno disertato l’aula, non votando un bilancio che loro stessi avrebbero preparato, mentre il centrodestra ha votato contro, facendo, a modo di vedere del Vicesindaco, il gioco di squadra del centrosinistra.

Ricordiamo alle forze politiche, tutte, che i cittadini ed i lavoratori sono stanchi di questi tatticismi che non fanno certamente bene all’Ente e a chi vi opera. Le responsabilità, di questa situazione finanziaria disastrata, sono da attribuire alla politica in generale senza distinzioni di casacca.

Se è vero che nel paese qualcuno andava blaterando, per cercare consensi, che le province non servivano a nulla, qualcun altro non si è certo strappato le vesti per difenderle, ed altri ancora, con il loro atteggiamento di indifferenza, hanno appoggiato di fatto la sciagurata legge Delrio del 2014.

Oggi, leggere proclami in difesa della città metropolitana da chi le ha denigrate in precedenza, solo perché si ricoprono incarichi di responsabilità, fa sinceramente sorridere, come fanno altrettanto sorridere gli appelli all'unità e al senso di responsabilità sull'approvazione del bilancio.

Va ricordato, che se la situazione finanziaria è così drammatica, non è dovuta solo alle pessime leggi di stabilità che ha sfornato il Governo Renzi, che ogni anno toglie risorse economiche alle Province e Città Metropolitane, ma nel caso Roma, pesa tantissimo l'indebitamento per oltre 250 milioni di euro, per l'acquisto della nuova sede di via Ribotta.

Nel bilancio di previsione 2016 che si cercò di approvare nella mattinata di venerdì 16 dicembre 2016, sono contenute misure che impegnano l'avanzo di amministrazione, a favore delle banche, togliendo così di fatto risorse e servizi ai cittadini dell'area metropolitana.

Per gli smemorati è bene ricordare che durante il ballottaggio per l'elezione del Sindaco di Roma, fu approvata, dal precedente consiglio a guida PD, la delibera della vergogna, che impegna oltre 50 milioni di euro di avanzo di amministrazione come acconto alle banche, e che costringe l'ente a continuare a pagare tassi di interesse salatissimi, fino a quando il debito non sarà completamente estinto.

Non stupisce che il Partito Democratico voglia continuare l'operazione finanziaria che con Gasbarra prima e Zingaretti poi ha realizzato, ma che addirittura il Movimento 5 Stelle sia disponibile all'approvazione del bilancio, senza stralciare l'operazione "acquisto nuova sede", (il famigerato grattacielo del Torrino, ndr) lascia molto perplessi.

Nella precedente consiliatura il movimento di Grillo aveva fatto ben due esposti (Procura e Corte dei conti), contro l'operazione finanziaria di acquisto, come mai ora questo cambio di rotta e questo appello alla responsabilità?

I cittadini dell'area metropolitana ed i lavoratori si attendono un segnale di discontinuità da coloro che proclamano di voler cambiare il paese e le abitudini ed i metodi della vecchia politica. Il voler perseverare con questa operazione, che altro non è che una speculazione finanziaria, provocherebbe un danno all'ente che ne segnerebbe pesantemente l'esistenza nel futuro prossimo.

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18/10/2016

Prove di oligarchia

Domenica scorsa nelle principali città d’Italia si sono svolte, nel silenzio generale, le elezioni “di secondo grado” delle ex province trasformatesi ora in “Consigli delle città metropolitane”, in ottemperanza alle disposizioni della Legge Delrio (Legge n.56 del 7 aprile 2014) che disciplina il nuovo ordinamento. Ma l’evento contiene, su scala locale, gli elementi essenziali di una “restaurazione oligarchica” sempre meno mascherata (anzi addirittura rivendicata come connaturata alla democrazia: siamo evidentemente alla demenza senile). La strombazzata “abolizione delle provincie” ha prodotto il paradosso per cui queste continuano a sopravvivere, con compiti specifici e consiglieri preposti e nominati, ma non più elette dal popolo. Il restringimento radicale, con leggi elettorali oligarchiche, di ogni forma di rappresentanza politica in tutti i gradi dell’ordinamento istituzionale, racchiude forma e sostanza di questo processo immane di restaurazione per cui il ceto politico vota se stesso, descrivendo questa involuzione democratica come “abolizione dei costi della politica”, o addirittura “snellimento burocratico”, senza sprezzo del ridicolo. Anzi, sfruttando pessime e ambigue retoriche altrui per raccattare qualche voto, complice l’assoluta alienazione del corpo elettorale.

Nel nostro paese questa restaurazione viene da molto lontano, almeno trent’anni, e trova la sua spinta propulsiva dalle scorie lasciate sul campo della politica da Tangentopoli. L’avvento della cosiddetta “Seconda Repubblica”, sostanziata dallo svuotamento del ruolo del Parlamento, dal presidenzialismo di fatto, dalla decretazione d’urgenza, e condita dalla riforma elettorale in senso maggioritario, chiude un’epoca e ne apre una volta al restringimento di ogni possibile rappresentanza. Le modifiche istituzionali esprimevano la sintesi formale di una restaurazione economica con il preciso obiettivo di restringere gli spazi “sovradimensionati” della rappresentanza, sempre più di ostacolo ai movimenti del capitale trans-nazionale, nonché delle nuove forme di governance sovranazionale che si andavano in quegli anni perfezionando. Queste le premesse dell’attuale tentativo di revisione costituzionale ed elettorale di Renzi.

La retorica della casta politica che sprecava soldi pubblici si è tramutata nell’autoelezione di ceti sempre più ristretti di dirigenti locali, nella completa autoreferenzialità di una classe politica che intende l’idea di rappresentanza come appendice fastidiosa nel governo economico di popolazione e territorio. Questo “piccolo” fatto, passato inosservato, è solo un’anteprima di quello che ci attende dopo il 4 dicembre nella malaugurata ipotesi di una vittoria dei Si.

Fonte

10/10/2016

Le province hanno cambiato nome. Ma tu non voti più

Zitti zitti, nel silenzio oculato dei media di regime, ieri si è votato per la nomina dei consiglieri delle "città metropolitane". Sono cinque – Roma, Napoli, Milano, Bologna e Torino – che hanno ereditato le competenze delle provincie per le aree metropolitane relative.

Come mai nessuno ne sapeva niente, non si è fatta campagna elettorale, manco uno spot micragnoso nelle tv locali? Semplice: i cittadini non votano più per queste "nuove istituzioni" che hanno sostituito le vecchie province.

E chi lo fa? I consiglieri comunali di quelle città e dei paesi limitrofi che sono entrati a far parte dell'area metropolitana stessa. Come territorio sono forse leggermente più piccole delle vecchie province, ma mantengono abbastanza potere e competenze. L'unica novità è che l'attività di questi nuovi consiglieri "misteriosi" non verrà retribuita, visto che già lo sono dai rispettivi consigli comunali.

E' la repubblica futura, voluta da Renzi e dal potere multinazionale. Con la scusa della riduzione dei costi della politica viene annullata la rappresentanza popolare. Non solo con una legge elettorale che espropria l'elettore della possibilità di scelta effettiva (con l'Italicum), ma proprio abolendo il diritto di voto per la cittadinanza. Un po' come avverrebbe per il Senato, se passasse la "riforma controcostituzionale" di Renzi-Boschi-Verdini.

Vi proponiamo qui la descrizione precisa del meccanismo proposta da Il Fatto Quotidiano.

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Città Metropolitane al voto, ma nessuno lo sa. La Casta si autoelegge, come accadrà al Senato

A Roma, Milano, Bologna, Napoli e Torino si rinnovano i consigli delle ex province abolite. Ma non saranno i cittadini a scegliere i loro rappresentanti: si tratta di un'elezione di secondo grado, nella quale a votare saranno i sindaci e i consiglieri comunali. Un antipasto di ciò che potrebbe accadere a palazzo Madama se il referendum costituzionale vincesse il Sì

Sono vive e vegete, nonostante la riforma che nei proclami dei suoi artefici avrebbe dovuto cancellarle dalla mappa politica italiana. Oggi ciò che rimane delle province abolite vanno al voto: a Roma, Milano, Bologna, Napoli e Torino si eleggono i consigli delle Città Metropolitane. Ma non saranno i cittadini a scegliere i loro rappresentanti: si tratta di un’elezione di secondo grado, nella quale saranno i sindaci e i consiglieri comunali a votare per i membri dei consigli metropolitani. Un meccanismo molto simile a quello con il quale, in base alla riforma costituzionale messa a punto dal governo Renzi, verranno eletti i membri del nuovo Senato. In pratica una serie di piccole oligarchie locali, di dimensioni ridotte ma speculari a quella di dimensioni nazionali selezionata tra sindaci e consiglieri regionali che grazie alle riforme del ministro Maria Elena Boschi andrà ad occupare Palazzo Madama.

In base alla riforma Delrio (Legge n.56 del 7 aprile 2014, Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni), il Consiglio metropolitano dura 5 anni. Possono correre per la carica di consigliere metropolitano i sindaci dei comuni della Città Metropolitana e i consiglieri comunali. La carica di sindaco spetta invece automaticamente al primo cittadino del capoluogo: a Roma, ad esempio, il capo dell’amministrazione capitolina Virginia Raggi è di diritto anche sindaco della città metropolitana. La norma prevede che il voto dei sindaci e consiglieri venga ponderato in base alla popolazione: il voto di sindaci e consiglieri, quindi, pesa di più o di meno a seconda della fascia demografica in cui è inserito il loro Comune.

Nella Capitale, il cui consiglio è composto da 24 membri, sono in corsa4 liste: Movimento 5 stelle, Le Città della Metropoli, Patto Civico Metropolitano e Territorio Protagonista. Gli elettori sono 1.647, ovvero i consiglieri e i sindaci eletti nei 121 comuni della provincia. La sindaca Raggi, la cui nomina è stata ufficializzata il 22 giugno, ha votato nel primo pomeriggio a Palazzo Valentini. Un appuntamento rispettato anche dal M5S, nonostante quest’ultimo abbia a lungo osteggiato la riforma.

A Milano, dove sono chiamati al voto i rappresentanti dei 134 Comunidella Città metropolitana, la scelta è tra cinque liste: C+ Milano Metropolitana, Insieme per la Città metropolitana, Movimento Movimento5stelle.it, La Città dei Comuni Lista civica, Lega Nord Lega Lombarda Salvini. A Napoli le liste sono 6: Napoli Popolare, Forza Italia,Partito Democratico, Movimento 5 stelle, Noi Sud, Con de Magistris. Tre quelle in gara corsa a Torino: Città di città, Lista civica per il territorio, Movimento 5 stelle.

Sono chiamati alle urne anche a Bologna i sindaci e consiglieri comunali dei 55 Comuni del bolognese. Visto che la stragrande maggioranza di questi ultimi sono amministrati dal centrosinistra, il Pd dovrebbe raccogliere una larghissima fetta dei voti e, di conseguenza, avere la maggioranza nel consiglio metropolitano. Gli elettori sono 832 e votano per i candidati di quattro liste: Partito democratico, Movimento 5 Stelle,Uniti per l’alternativa (centrodestra) e Rete civica. I prossimi appuntamenti: a Cagliari si vota il 23 ottobre mentre per Catania, Palermo e Messina la data scelta è quella del 20 novembre.

Fonte

24/09/2014

Dallo scioglimento delle Province nasce un nuovo notabilato

Cosa produrrà il sistema elettorale di secondo grado per Province e città metropolitane? Un nuovo notabilato e il definitivo stravolgimento della funzione dei partiti. Il commento è molto semplice e articolato in 3 punti:

1) Non c'è l'abolizione delle Province: si tratta di una colossale presa in giro delle elettrici e degli elettori e di una semplice sottrazione di democrazia (come è nel caso della modifica del Senato).

2) Il meccanismo che sta per essere messo in atto costruirà una sorta di nuovo notabilato. Molto diverso, però, da quello esistente all'epoca del voto per censo: questo perché si tratterà di un notabilato di "professionisti della politica", un vero apparatnick (per dirla con termini d'altro tempo): gente che vivrà dei gettoni di presenza tra consigli comunali, riunioni di giunte, consigli provinciali, consigli delle Città metropolitane. Sempre più lontani dalle reali esigenze delle cittadine e dei cittadini: l'esatto contrario di quello che si era proclamato di voler fare da parte del governo Renzi.

3) Si realizza così il definitivo svuotamento nella funzione politica dei partiti che si trasformano in maniera compiuta nelle "agenzie di collocamento" di questo nuovo notabilato. Chi intende farne parte si colloca così nel solco del più sfrenato "individualismo competitivo" a prescindere dalle idee di merito. Prova ne è la composizione delle liste che troverete ben esplicitata nell'articolo, con buona pace delle finte contrapposizioni nei talk-show e sui giornali. Il partito della "nazione" è servito, barba e capelli, quale componente del blocco egemonico di gestione del capitalismo finanziario europeo e italiano.

Si tratta, insomma, di un passaggio fondamentale nella costruzione di un regime sorretto da un ceto burocratico professionale (Max Weber torna di grande attualità) con la massa delle cittadine e dei cittadini ridotta a far da spettatrice: insomma la famosa "democrazia del pubblico", nella quale sarà concesso qualche confuso dibattito di natura assembleare su qualche questione assolutamente marginale.

Un brutto, proprio brutto, passo all'indietro nella concezione della democrazia.

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