A Parigi emergenze a ripetizione
Non è un bel momento per Emmanuel Macron e per la Francia, in generale. Stanno venendo al pettine i nodi accumulati in anni di governance che, viste col senno di poi, si sono dimostrate più preoccupate di conservare le poltrone che di preparare un futuro solido per il Paese. Questo ha riguardato in particolare il settore pensionistico e la traiettoria degli impegni di spesa per la previdenza sociale. Intendiamoci: è un problema diventato ormai strutturale, con il quale tutte le grandi democrazie industriali del Vecchio continente stanno facendo i conti. Semplicemente, chi ha calcolato di erogare i benefit dello Stato sociale al tempo che fu, non ha saputo proiettare alcuni parametri e oggi la spesa relativa nei bilanci pubblici cresce in modo esponenziale. Ma se a questa ‘deriva’ generale si sommano ‘altre emergenze, ecco che allora il sistema finanziario dello Stato entra in fibrillazione. E scatta l’effetto ‘coperta-corta’. I soldi non bastano a onorare gli impegni e per trovare una soluzione si devono tagliare le spese. O bisogna imporre nuove tasse. In entrambi i casi, tali mosse fatte da qualsiasi governo diventano elettoralmente impopolari ed erodono il consenso. La Francia (come il resto d’Europa) si è trovata in mezzo alle onde gigantesche di una tempesta perfetta, stretta tra gli effetti della pandemia e le turbolenze economiche di una nuova Guerra fredda, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il Pil è crollato, la disoccupazione è aumentata e soprattutto ha cominciato ad allargarsi il deficit pubblico. Il resto lo hanno fatto le paturnie di Macron che, in un’epoca di vacche magre, si è impegnato scrupolosamente a moltiplicare le spese per il riarmo. Forse in un rigurgito di nostalgia per la passata grandeur. E come risultato ha perso le elezioni, ha nominato Primi ministri a ripetizione per governi di minoranza attaccati con lo scotch (cambiandoli come le cravatte) e finora non è riuscito nemmeno a far approvare la fondamentale legge di bilancio. Insabbiata in Parlamento, in un clima da rissa all’arma bianca. Insomma, una catastrofe.
Un bilancio... troppo sbilanciato
Pur di restare all’Eliseo, nonostante gli schiaffoni presi nelle recenti battaglie politiche, il Presidente Macron ha firmato un patto col diavolo. Si fa per dire, ovviamente, ma in questo caso c’è del vero, perché si è messo d’accordo con gli antichi nemici socialisti, che hanno promesso di sostenere il governo di Sébastien Lecornu. E questo è niente. Dato che il glorioso PS, che fu il partito di un eroe pacifista come Jean Jaurès, si è turato il naso e ha ottenuto in contraccambio nientemeno che l’annullamento della riforma delle pensioni. Si, avete capito benissimo, la tanto strombazzata rivoluzione del sistema previdenziale Macron se l’è messa sotto la suola delle scarpe. A questo punto, soprattutto al Senato, c’è stato uno spostamento verso destra di una fetta di voti (quelli dei Repubblicani) che prima avrebbero voluto votare il bilancio. Ma che adesso si rifiutano di farlo, perché il buco che si crea dovrebbe essere colmato da nuove tasse. E la Francia ha già un record formidabile di pressione fiscale. «Non ci sarà un secondo miracolo di Natale per Sebastien Lecornu». scrive Le Figaro. Dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Nazionale del disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale martedì scorso, il bilancio dello Stato stesso non si è concretizzato. I sette senatori e membri del Parlamento, riuniti a porte chiuse venerdì mattina in una sala del Palais Bourbon, hanno rapidamente riconosciuto che non avrebbero raggiunto un accordo sul disegno di legge finanziaria, istituendo così una commissione mista ‘non conclusiva’. Molto rapidamente, ancor prima che i parlamentari lasciassero la sala dove avevano discusso, il Primo Ministro ha riconosciuto il fallimento, lamentando sui social media «la mancanza di volontà di raggiungere un accordo da parte di alcuni». Dopo le concessioni ottenute dal Partito socialista sul disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale – in particolare la sospensione della riforma delle pensioni e l’aumento del CSG (Contributo sociale generale) sui redditi da capitale – sembrava ormai improponibile per i Repubblicani accettare le nuove richieste del partito di Olivier Faure e Boris Vallaud. «Queste richieste – conclude il giornale di Parigi – includevano, ad esempio, un aumento dell’aliquota fiscale sui redditi elevati, una sovrattassa sulle grandi società e il ripristino dell’imposta sulle holding, approvata dall’Assemblea in prima lettura». Lecornu, intanto, ci metterà una pezza con una legge tappabuchi. Spera di ‘convincere’ tutti entro il 31 dicembre, anche se le previsioni raccolte all’Assemblea Nazionale e al Senato sembrano alquanto cupe.
Fillon a Macron: ‘Dimettiti’
Intervistato da Le Figaro l’ex Primo ministro François Fillon sembra quasi scandalizzato per la piega che hanno preso gli avvenimenti. «Nel 2017 – afferma – ho chiesto di votare per Emmanuel Macron. Non avrei mai potuto immaginare che otto anni dopo il Paese si sarebbe trovato in una situazione simile. Macron significa un miliardo di euro di debito aggiuntivo ogni giorno lavorativo. Certamente, da François Mitterrand in poi, ogni Presidente della Repubblica ha aumentato il deficit e accumulato debito. Il governo che ho guidato non ha fatto eccezione a questa tendenza. Siamo stati tutti costretti a gestire le crisi come pompieri che spengono un incendio. Credevamo tutti che la crescita avrebbe ridotto il debito. Così facendo, abbiamo trascurato la questione demografica, la deindustrializzazione dell’Europa in generale e della Francia in particolare. Abbiamo sottovalutato le conseguenze di una tassazione e di una regolamentazione eccessive, che hanno distrutto la nostra competitività».
E, in cauda venenum, Fillon aggiunge: «Se fossi Emmanuel Macron, trarrei le dovute conclusioni dalla situazione del Paese e mi dimetterei per non sprecare diciotto mesi di tempo della nazione. Se decide di terminare il suo mandato, allora dovrebbe sciogliere l’Assemblea Nazionale e dare voce al popolo francese».
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09/02/2018
USA: secondo shutdown in meno di un mese
La notizia è questa: per la seconda volta nel giro di pochi giorni per il governo degli Stati Uniti è scattato lo “shutdown”, il blocco dei fondi federali per mancato accordo sul bilancio.
Si tratta di una procedura del sistema politico statunitense che di fatto mette in blocco le attività amministrative del settore esecutivo nel caso in cui il Congresso non approvi la legge di rifinanziamento dei bilanci.
Meccanismo in apparenza burocratico, ma ovviamente vero e proprio strumento di ostruzionismo politico.
Questo secondo shutdown è stato innescato dal senatore repubblicano Rand Paul, che con un lungo intervento contro il rischio di aumento di deficit ha impedito l’approvazione entro la mezzanotte, che era il limite temporale per evitare il blocco delle attività amministrative.
L’amministrazione Trump ha appena presentato un aumento di spesa pubblica di circa 300 miliardi, principalmente destinati ai settori della difesa e dei servizi.
L’incremento di spesa va a sovrapporsi ai tagli delle tasse: si prospetta un “buco” di circa 1500 miliardi per i prossimi dieci anni.
Il senatore Rand Paul, considerato una sorta di “free rider” all’interno del partito repubblicano, ha in questo caso dato voce ad un atteggiamento politico tipico della destra del Grand Old Party: grande attenzione per i conti pubblici, poco “welfare” e poche tasse.
Linea politica che Trump non può rispettare: da un lato per l’incremento delle spese militari (e qui crediamo che i repubblicani siano comunque contenti), dall’altro perchè, se vuole diminuire il tasso di disoccupazione deve procedere ad investimenti infrastrutturali che creino posti di lavoro – almeno così ha spesso dichiarato di voler fare sia in campagna elettorale sia in questo primo anno di presidenza.
Secondo alcune fonti anche gli ultimi cali in borsa (ieri Wall Street ha chiuso parecchio in ribasso) hanno sicuramente contribuito a creare preoccupazione per la tenuta dei conti pubblici.
Il Senato, nelle prime ore della mattina, ci ha messo una pezza approvando un accordo che accontenta un po’ tutti: aumento delle spese militari di 80 miliardi per il 2018 ed 85 per il 2019 (questo per i repubblicani), aumento delle spese NON militari di 63 e poi 68 miliardi per infrastrutture, povertà infantile e prevenzione (per i democratici).
A proposito dei Dem: il precedente shutdown fu determinato da una loro operazione ostruzionistica, dovuta alla mancata risoluzione del problema dei cosiddetti “dreamers” (gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini) che teoricamente andava affrontato entro la scadenza di stanotte. Non essendoci stato nessun intervento in materia, i democratici non possono dichiararsi soddisfatti.
La legge approvata un po' fretta e furia dal Senato ora deve passare alla Camera, dove dovrà per forza contare sul voto di qualche democratico.
Staremo a vedere.
Nel frattempo è abbastanza confusa la situazione dei dipendenti pubblici coinvolti dallo shutdown, che prevede appunto la chiusura di molti uffici e la mancata erogazione di servizi: l’ufficio federale della Gestione del Personale ha comunicato che le attività varieranno “caso per caso”, ammettendo la possibilità per le agenzie governative di convocare i lavoratori anche per metà giornata per rendere meno complessa la situazione per i fruitori dei servizi (fonte CNN).
Fonte
Si tratta di una procedura del sistema politico statunitense che di fatto mette in blocco le attività amministrative del settore esecutivo nel caso in cui il Congresso non approvi la legge di rifinanziamento dei bilanci.
Meccanismo in apparenza burocratico, ma ovviamente vero e proprio strumento di ostruzionismo politico.
Questo secondo shutdown è stato innescato dal senatore repubblicano Rand Paul, che con un lungo intervento contro il rischio di aumento di deficit ha impedito l’approvazione entro la mezzanotte, che era il limite temporale per evitare il blocco delle attività amministrative.
L’amministrazione Trump ha appena presentato un aumento di spesa pubblica di circa 300 miliardi, principalmente destinati ai settori della difesa e dei servizi.
L’incremento di spesa va a sovrapporsi ai tagli delle tasse: si prospetta un “buco” di circa 1500 miliardi per i prossimi dieci anni.
Il senatore Rand Paul, considerato una sorta di “free rider” all’interno del partito repubblicano, ha in questo caso dato voce ad un atteggiamento politico tipico della destra del Grand Old Party: grande attenzione per i conti pubblici, poco “welfare” e poche tasse.
Linea politica che Trump non può rispettare: da un lato per l’incremento delle spese militari (e qui crediamo che i repubblicani siano comunque contenti), dall’altro perchè, se vuole diminuire il tasso di disoccupazione deve procedere ad investimenti infrastrutturali che creino posti di lavoro – almeno così ha spesso dichiarato di voler fare sia in campagna elettorale sia in questo primo anno di presidenza.
Secondo alcune fonti anche gli ultimi cali in borsa (ieri Wall Street ha chiuso parecchio in ribasso) hanno sicuramente contribuito a creare preoccupazione per la tenuta dei conti pubblici.
Il Senato, nelle prime ore della mattina, ci ha messo una pezza approvando un accordo che accontenta un po’ tutti: aumento delle spese militari di 80 miliardi per il 2018 ed 85 per il 2019 (questo per i repubblicani), aumento delle spese NON militari di 63 e poi 68 miliardi per infrastrutture, povertà infantile e prevenzione (per i democratici).
A proposito dei Dem: il precedente shutdown fu determinato da una loro operazione ostruzionistica, dovuta alla mancata risoluzione del problema dei cosiddetti “dreamers” (gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini) che teoricamente andava affrontato entro la scadenza di stanotte. Non essendoci stato nessun intervento in materia, i democratici non possono dichiararsi soddisfatti.
La legge approvata un po' fretta e furia dal Senato ora deve passare alla Camera, dove dovrà per forza contare sul voto di qualche democratico.
Staremo a vedere.
Nel frattempo è abbastanza confusa la situazione dei dipendenti pubblici coinvolti dallo shutdown, che prevede appunto la chiusura di molti uffici e la mancata erogazione di servizi: l’ufficio federale della Gestione del Personale ha comunicato che le attività varieranno “caso per caso”, ammettendo la possibilità per le agenzie governative di convocare i lavoratori anche per metà giornata per rendere meno complessa la situazione per i fruitori dei servizi (fonte CNN).
Fonte
14/04/2017
Napoli. La trappola del bilancio sull’amministrazione De Magistris
In questi giorni l’Amministrazione de Magistris è ad uno snodo importante: l’approvazione del bilancio di previsione 2017-19. I tagli governativi ai trasferimenti (13 milioni) e alcune “tegole” cadute tra capo e collo addosso al Comune di Napoli fanno nutrire dubbi sulla tenuta antiliberista di quest’Amministrazione che altre volte abbiamo segnalato come positiva anomalia nel panorama del Paese. Ne parliamo con Rosario Marra del Coordinamento Provinciale Confederale dell’USB di Napoli.
Allora, il 20 e 21 aprile ci saranno le sedute del Consiglio Comunale per l’approvazione del bilancio di previsione, voi dell’USB che idea vi siete fatta?
Si tratta del classico bilancio lacrime e sangue che aggrava una situazione già pesante dovuta al fatto che il Comune, essendo in pre-dissesto, già deve avere per legge le aliquote dei tributi al massimo. Le responsabilità politiche sono diverse e vanno da quelle del Governo nazionale, a quelle della Regione ma anche a quelle del Comune.
Potresti fare qualche esempio sia per quanto riguarda il bilancio che le responsabilità politiche?
Ad es., nel bilancio è previsto l’abbassamento della soglia di esenzione IRPEF da 15.000 a 8.000 euro e siccome... non siamo a Bolzano... comprenderai che la misura è socialmente pesante, inoltre si opta per il ricorso ad una ricetta di stile “greco” in quanto per pagare i debiti si prevede la vendita di infrastrutture strategiche come la rete del gas o l’alienazione delle quote comunali all’interno di una delle poche partecipate attive, ossia la GESAC che gestisce i servizi aeroportuali.
Per le responsabilità politiche, sono elevate quelle del Governo nazionale che, sinora, non ha mosso un dito per i circa 130 milioni di debiti gravanti sull’attuale Amministrazione e retaggio di altri periodi come quelli dell’emergenza rifiuti o dell’emergenza per il terremoto del novembre 1980; poi da non sottovalutare le responsabilità della Regione che attraverso il proprio Presidente De Luca non nasconde la propria ostilità politica verso il Comune di Napoli e ciò, a volte, determina “ritardi” nei trasferimenti per alcuni campi delicati come quello del TPL o delle politiche sociali.
Tuttavia riteniamo che ci siano anche responsabilità comunali come, ad es., nel campo dei trasporti dove il piano di risanamento dell’Azienda cittadina l’ANM sembra un accompagnamento al prossimo processo di privatizzazione messo in moto dalla Regione Campania con la divisione in lotti di gara del bacino regionale.
Infatti la nostra proposta di legare il risanamento all’avvio di un processo sfociante nella costituzione di un’Azienda Unica metropolitana a gestione pubblica con la creazione di economie di scala attraverso la fusione con l’Azienda di trasporto pubblico dell’ex-Provincia è stata oggetto soltanto di un appoggio molto generico contraddetto dai fatti perché è passata la teoria dei due tempi (prima il risanamento poi il rilancio).
Ciò è stato appena mitigato dall’approvazione di una mozione in Consiglio Comunale dove si chiede all’Amministrazione di produrre un piano di riorganizzazione del TPL d’intesa con la Città Metropolitana entro il 31 luglio; inoltre non ci sembra che siano state adeguatamente prese in considerazione le puntuali controproposte sviluppate dai nostri delegati aziendali.
Eppure, di fronte a questa grave situazione finanziaria del Comune, sappiamo che vivete una situazione paradossale in quanto alla Città Metropolitana è presente un avanzo di bilancio libero (non vincolato) di oltre 563 milioni su cui ci risulta che il Sindaco de Magistris stia facendo in prima persona una battaglia per lo sblocco anche forzando, se necessario, le assurde “regole” del pareggio di bilancio che ne impediscono l’utilizzo.
A dire il vero quella sullo sblocco dell’avanzo libero è una battaglia nata come “vertenza metropolitana” cui partecipano Centri Sociali, Movimenti di lotta dei disoccupati, per la casa, militanti di forze della sinistra d’alternativa e OO.SS. come la nostra.
Infatti sull’esistenza del consistente avanzo libero dell’ex-Provincia abbiamo tenuto un’Assemblea metropolitana, un presidio al Consiglio Metropolitano lo scorso 27 gennaio e alcune assemblee territoriali ancora in corso, oltre ad averne fatto argomento di dibattito sui social e ad aver affisso, in momenti diversi, due manifesti in città.
Facciamo questa precisazione non per vantare “primogeniture” ma soltanto per meglio ricostruire la vicenda che è una concreta dimostrazione del fatto che le politiche liberiste sono recessive e impediscono politiche espansive anche quando, come in questo caso, i soldi ci sono.
Naturalmente apprezziamo il fatto che il Sindaco de Magistris si sia fatto stimolare dall’iniziativa di Movimento e, dopo qualche iniziale timidezza, abbia sposato in pieno questa battaglia, tuttavia sul punto permangono punti di vista diversi e riguardano soprattutto l’uso dell’avanzo libero, ma questo è un aspetto che verrà affrontato in un secondo momento perché oggi è prioritario ottenere una deroga alla normativa sull’equilibrio di bilancio che permetta lo sblocco dell’avanzo o di almeno una consistente quota dello stesso. Purtroppo, al momento, nel decreto enti locali recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri che potrebbe essere la sede normativa dove inserire la deroga, non si intravedono spiragli.
E’ chiaro che, come affermi, è prioritario lo sblocco dell’avanzo, tuttavia l’accenno che hai fatto su una diversità di vedute con l’Amministrazione metropolitana rispetto all’uso di questa ingente somma mi sembra interessante perché può dare ulteriore spinta alla mobilitazione. Potresti essere più preciso?
Noi abbiamo sempre pensato che l’utilizzo dell’avanzo dovesse servire innanzitutto a costruire un’alternativa alle misure lacrime e sangue che si andavano delineando nel bilancio di previsione comunale, ad es., adoperando una parte dei fondi per costituire la nuova Azienda metropolitana per la mobilità, invece l’Amministrazione, al momento, ha una visione che, nei fatti, è “compensativa” (non alternativa) alle misure di tagli e vendite di pacchetti azionari e beni patrimoniali impiegando i fondi dell’avanzo in progetti strettamente riguardanti le competenze della Città Metropolitana nel campo dell’edilizia scolastica o del dissesto idrogeologico sottovalutando il fatto che l’istituzione metropolitana ha competenze, normativamente previste, anche per la mobilità.
Nel ringraziarti per il chiarimento ti vorrei porre un’ultima domanda: se quello descritto è il quadro della situazione anche nella sua contraddittorietà, come dimostra la vicenda avanzo libero, cosa intendete fare nelle prossime settimane?
Innanzitutto aprire un’ampia discussione che ci porti all’individuazione di iniziative di mobilitazione anche perché, indipendentemente dalle polemiche politiche tra i vari livelli istituzionali, l’assenza, sinora, di un intervento governativo rispetto alla situazione di eccezionalità creatasi per le eredità di precedenti Amministrazioni configura un oggettivo attacco alla città.
Sembrano esserci degli spiragli di trattativa con una parte dei creditori che hanno portato allo sblocco del pignoramento di 70 milioni che aveva reso drammatica la situazione di liquidità delle casse comunali, inoltre ci sono contatti col Governo per definire con precisione la quota di spettanza del Comune sui debiti delle gestioni commissariali di competenza statale. Ciò, secondo l’Assessore al bilancio, entro il 31 luglio potrebbe portare ad una “manovra correttiva” per alleggerire i conti.
Naturalmente i tempi di queste ripartizioni del debito tra Comune e Stato sono importanti perché l’“ossigeno” potrebbe arrivare troppo tardi e qui sta uno dei pericoli maggiori della trattativa, inoltre come Sindacato chiederemo di entrare nel merito dell’eventuale manovra correttiva perché, per noi, occorre rinunciare alla vendita di alcuni “gioielli di famiglia” come la rete di distribuzione del gas, le quote GESAC e dare una prospettiva di tipo metropolitano all’Azienda cittadina dei trasporti.
La vicenda del bilancio di previsione, ancora una volta, mette in luce un’esigenza non più procrastinabile: che fare con la spada di Damocle del debito, ad es., buona parte dei crediti del CR8 (dopo-terremoto 1980) sono interessi. Qui dovremmo incoraggiare i primi passi di audit pubblico che si stanno facendo nell’esperienza napoletana e ciò riguarda anche il Sindacato perché tra le vittime dell’uso politico del debito ci sono pure i nostri rappresentati.
Nel frattempo, abbiamo indetto un presidio per il 21 aprile sotto la sede del Consiglio Comunale che ci auguriamo sia quanto più partecipato possibile e, per noi, questo più che un auspicio è un appello nell’interesse dei lavoratori coinvolti nei processi di dismissione e soprattutto dell’intera città.
Fonte
Allora, il 20 e 21 aprile ci saranno le sedute del Consiglio Comunale per l’approvazione del bilancio di previsione, voi dell’USB che idea vi siete fatta?
Si tratta del classico bilancio lacrime e sangue che aggrava una situazione già pesante dovuta al fatto che il Comune, essendo in pre-dissesto, già deve avere per legge le aliquote dei tributi al massimo. Le responsabilità politiche sono diverse e vanno da quelle del Governo nazionale, a quelle della Regione ma anche a quelle del Comune.
Potresti fare qualche esempio sia per quanto riguarda il bilancio che le responsabilità politiche?
Ad es., nel bilancio è previsto l’abbassamento della soglia di esenzione IRPEF da 15.000 a 8.000 euro e siccome... non siamo a Bolzano... comprenderai che la misura è socialmente pesante, inoltre si opta per il ricorso ad una ricetta di stile “greco” in quanto per pagare i debiti si prevede la vendita di infrastrutture strategiche come la rete del gas o l’alienazione delle quote comunali all’interno di una delle poche partecipate attive, ossia la GESAC che gestisce i servizi aeroportuali.
Per le responsabilità politiche, sono elevate quelle del Governo nazionale che, sinora, non ha mosso un dito per i circa 130 milioni di debiti gravanti sull’attuale Amministrazione e retaggio di altri periodi come quelli dell’emergenza rifiuti o dell’emergenza per il terremoto del novembre 1980; poi da non sottovalutare le responsabilità della Regione che attraverso il proprio Presidente De Luca non nasconde la propria ostilità politica verso il Comune di Napoli e ciò, a volte, determina “ritardi” nei trasferimenti per alcuni campi delicati come quello del TPL o delle politiche sociali.
Tuttavia riteniamo che ci siano anche responsabilità comunali come, ad es., nel campo dei trasporti dove il piano di risanamento dell’Azienda cittadina l’ANM sembra un accompagnamento al prossimo processo di privatizzazione messo in moto dalla Regione Campania con la divisione in lotti di gara del bacino regionale.
Infatti la nostra proposta di legare il risanamento all’avvio di un processo sfociante nella costituzione di un’Azienda Unica metropolitana a gestione pubblica con la creazione di economie di scala attraverso la fusione con l’Azienda di trasporto pubblico dell’ex-Provincia è stata oggetto soltanto di un appoggio molto generico contraddetto dai fatti perché è passata la teoria dei due tempi (prima il risanamento poi il rilancio).
Ciò è stato appena mitigato dall’approvazione di una mozione in Consiglio Comunale dove si chiede all’Amministrazione di produrre un piano di riorganizzazione del TPL d’intesa con la Città Metropolitana entro il 31 luglio; inoltre non ci sembra che siano state adeguatamente prese in considerazione le puntuali controproposte sviluppate dai nostri delegati aziendali.
Eppure, di fronte a questa grave situazione finanziaria del Comune, sappiamo che vivete una situazione paradossale in quanto alla Città Metropolitana è presente un avanzo di bilancio libero (non vincolato) di oltre 563 milioni su cui ci risulta che il Sindaco de Magistris stia facendo in prima persona una battaglia per lo sblocco anche forzando, se necessario, le assurde “regole” del pareggio di bilancio che ne impediscono l’utilizzo.
A dire il vero quella sullo sblocco dell’avanzo libero è una battaglia nata come “vertenza metropolitana” cui partecipano Centri Sociali, Movimenti di lotta dei disoccupati, per la casa, militanti di forze della sinistra d’alternativa e OO.SS. come la nostra.
Infatti sull’esistenza del consistente avanzo libero dell’ex-Provincia abbiamo tenuto un’Assemblea metropolitana, un presidio al Consiglio Metropolitano lo scorso 27 gennaio e alcune assemblee territoriali ancora in corso, oltre ad averne fatto argomento di dibattito sui social e ad aver affisso, in momenti diversi, due manifesti in città.
Facciamo questa precisazione non per vantare “primogeniture” ma soltanto per meglio ricostruire la vicenda che è una concreta dimostrazione del fatto che le politiche liberiste sono recessive e impediscono politiche espansive anche quando, come in questo caso, i soldi ci sono.
Naturalmente apprezziamo il fatto che il Sindaco de Magistris si sia fatto stimolare dall’iniziativa di Movimento e, dopo qualche iniziale timidezza, abbia sposato in pieno questa battaglia, tuttavia sul punto permangono punti di vista diversi e riguardano soprattutto l’uso dell’avanzo libero, ma questo è un aspetto che verrà affrontato in un secondo momento perché oggi è prioritario ottenere una deroga alla normativa sull’equilibrio di bilancio che permetta lo sblocco dell’avanzo o di almeno una consistente quota dello stesso. Purtroppo, al momento, nel decreto enti locali recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri che potrebbe essere la sede normativa dove inserire la deroga, non si intravedono spiragli.
E’ chiaro che, come affermi, è prioritario lo sblocco dell’avanzo, tuttavia l’accenno che hai fatto su una diversità di vedute con l’Amministrazione metropolitana rispetto all’uso di questa ingente somma mi sembra interessante perché può dare ulteriore spinta alla mobilitazione. Potresti essere più preciso?
Noi abbiamo sempre pensato che l’utilizzo dell’avanzo dovesse servire innanzitutto a costruire un’alternativa alle misure lacrime e sangue che si andavano delineando nel bilancio di previsione comunale, ad es., adoperando una parte dei fondi per costituire la nuova Azienda metropolitana per la mobilità, invece l’Amministrazione, al momento, ha una visione che, nei fatti, è “compensativa” (non alternativa) alle misure di tagli e vendite di pacchetti azionari e beni patrimoniali impiegando i fondi dell’avanzo in progetti strettamente riguardanti le competenze della Città Metropolitana nel campo dell’edilizia scolastica o del dissesto idrogeologico sottovalutando il fatto che l’istituzione metropolitana ha competenze, normativamente previste, anche per la mobilità.
Nel ringraziarti per il chiarimento ti vorrei porre un’ultima domanda: se quello descritto è il quadro della situazione anche nella sua contraddittorietà, come dimostra la vicenda avanzo libero, cosa intendete fare nelle prossime settimane?
Innanzitutto aprire un’ampia discussione che ci porti all’individuazione di iniziative di mobilitazione anche perché, indipendentemente dalle polemiche politiche tra i vari livelli istituzionali, l’assenza, sinora, di un intervento governativo rispetto alla situazione di eccezionalità creatasi per le eredità di precedenti Amministrazioni configura un oggettivo attacco alla città.
Sembrano esserci degli spiragli di trattativa con una parte dei creditori che hanno portato allo sblocco del pignoramento di 70 milioni che aveva reso drammatica la situazione di liquidità delle casse comunali, inoltre ci sono contatti col Governo per definire con precisione la quota di spettanza del Comune sui debiti delle gestioni commissariali di competenza statale. Ciò, secondo l’Assessore al bilancio, entro il 31 luglio potrebbe portare ad una “manovra correttiva” per alleggerire i conti.
Naturalmente i tempi di queste ripartizioni del debito tra Comune e Stato sono importanti perché l’“ossigeno” potrebbe arrivare troppo tardi e qui sta uno dei pericoli maggiori della trattativa, inoltre come Sindacato chiederemo di entrare nel merito dell’eventuale manovra correttiva perché, per noi, occorre rinunciare alla vendita di alcuni “gioielli di famiglia” come la rete di distribuzione del gas, le quote GESAC e dare una prospettiva di tipo metropolitano all’Azienda cittadina dei trasporti.
La vicenda del bilancio di previsione, ancora una volta, mette in luce un’esigenza non più procrastinabile: che fare con la spada di Damocle del debito, ad es., buona parte dei crediti del CR8 (dopo-terremoto 1980) sono interessi. Qui dovremmo incoraggiare i primi passi di audit pubblico che si stanno facendo nell’esperienza napoletana e ciò riguarda anche il Sindacato perché tra le vittime dell’uso politico del debito ci sono pure i nostri rappresentati.
Nel frattempo, abbiamo indetto un presidio per il 21 aprile sotto la sede del Consiglio Comunale che ci auguriamo sia quanto più partecipato possibile e, per noi, questo più che un auspicio è un appello nell’interesse dei lavoratori coinvolti nei processi di dismissione e soprattutto dell’intera città.
Fonte
08/02/2017
Un’altra Roma entra in campo, per cambiare sul serio la città
Il colpo d'occhio aiuta a capire. La grande sala della Protomoteca in Campidoglio è gremita. La composizione sociale dell'assemblea è più ampia di quella tenutasi lo scorso 4 ottobre sulle scale del Campidoglio (l'allora dirigente Marra, oggi in carcere, aveva negato la sala). Ci saranno ben 35 interventi in quasi quattro ore di discussione. Si comprende sulla base di questi dati tutta la tensione e l'attenzione sull'appuntamento di ieri a Roma convocato da Carovana delle Periferie, Decide Roma, Forum Salviamo il Paesaggio, Unione Sindacale di Base. Gli scossoni della e sulla giunta Raggi alimentano domande, sollecitano risposte, riaffermano aspettative sociali ampiamente disattese.
Le due introduzioni mettono subito i piedi sul piatto. E' vero che i poteri forti attaccano la giunta comunale e Roma (con un pressing per ora sottotraccia teso a spostare la capitale a Milano), ma non si vede la reazione contro i poteri forti, anzi. In ballo non c'è questa o quella vertenza ma una visione complessiva della città, delle sue priorità e degli interessi sociali che hanno urgenza di un vero cambiamento in antagonismo con altri interessi, quelli dei poteri forti appunto. C'è la speculazione sullo Stadio a Tor di Valle ma anche le privatizzazioni delle municipalizzate (con il pubblico che si accolla i costi industriali e il privato che si prende in mano solo i servizi che producono profitti). L'altra questione è quella del bilancio appena approvato. E' un bilancio da “commissariamento di fatto”, tutto interno ai vincoli del pareggio di bilancio e che non ha rimesso in discussione – come promesso in campagna elettorale – il macigno del debito. Una camicia di forza che, se accettata, impedisce ogni cambiamento significativo. L'audit sul debito comunale era stato annunciato ma non è stato fatto. Infine la questione che viene emergendo come paradigma: il nuovo Stadio della Roma a Tor di Valle. In realtà si tratta di una classica speculazione sul cemento (lo stadio rappresenta solo il 13% delle cubature chieste dal progetto dei costruttori e delle banche) sulla quale si delinea uno scontro frontale nella città.
Si dipana da questi spunti un lungo elenco di vertenze e problemi aperti sui quali la giunta Raggi o non dà segnali o li sta dando sbagliati. Intervengono i lavoratori delle aziende municipalizzate (Ama, Atac, Multiservizi, Corpa) ma anche quelli di Almaviva e Alitalia (su Roma incombono quasi 5mila licenziamenti in varie aziende che acutizzeranno la micidiale connessione tra povertà e lavoro), un giovane lavoratore del canile comunale tira giù la sala con un intervento forte e sentito a rappresentare una realtà dove proprio le scelte del Comune sta producendo il licenziamento di metà degli operatori. E poi c'è la questione di sempre: quell'emergenza abitativa intorno al quale si snoda lo scontro frontale tra rendita fondiaria e diritti sociali, tra legalità e giustizia sociale. La truffa dei Piani di Zona, le famiglie ghettizzate nei residence, gli occupanti di case per necessità, le case popolari abbandonate al degrado nelle periferie. Ci sono gli spazi sociali (Corto Circuito, Alexis, Esc, Puzzle) sgomberati, sotto sgombero o pignoramento come conseguenza dei diktat del commissariamento Tronca. E poi le donne impegnate contro la chiusura dei centri antiviolenza e che stanno preparando lo sciopero dell'8 marzo; c'è lo scandalo dei Punti Verde Qualità ancora non scalfito dalle inchieste su Mafia Capitale; e la questione irrisolta, costosa e decisiva dei trasporti con la Metro C che assorbe il 90% delle risorse per gli investimenti annunciati sulla mobilità. “La giunta Raggi non dà segnali di discontinuità, sulle questioni di fondo si procede con la vecchia politica” dice Guido Lutrario (Usb). “I 43 risultati della giunta Raggi decantati da Grillo sul suo blog sono robetta, fumo negli occhi rispetto alle aspettative alimentate in campagna elettorale. Accanto a 43 risultati ci sono altrettanti fallimenti”.
C'è una tensione e una questione “implicita” in molti interventi: questa accumulazione di questioni, ma anche di conflitti sociali, dove e come può trovare una sintesi? E' ovviamente una sintesi politica quella capace di comprendere il tutto in una visione complessiva della e sulla città, sulle sue relazioni sociali e su chi decide le scelte prioritarie per una cambiamento vero.
Si colgono alcuni elementi emblematici della de/responsabilizzazione delle istituzioni pubbliche verso la società. Ad esempio a fronte dell'emergenza abitativa non è stato ancora nominato un assessore alla casa, un buco della “politica” che lascia mano libera ai dirigenti e funzionari “Rambo” per gestire sgomberi, sfratti, assegnazioni gettando benzina sul fuoco nella guerra tra poveri (vedi i casi di San Basilio e Trullo) funzionali alle campagne mediatiche e alle soluzioni razziste della destra e alla “guerra contro i poveri”. Ma c'è anche il ricorso ai bonus, come nel caso della casa a chi vive nei residence o dei servizi sociali, che individualizzano le soluzioni, precarizzano ancora più sia gli utenti che gli operatori e consentono che le istituzioni se ne possano lavare le mani.
L'assemblea, iniziata poco dopo le 15.30 si conclude dopo quattro ore. Viene annunciata una mobilitazione di piazza in primavera per imporre un cambiamento di passo e una più ravvicinata come la manifestazione a Ostia (municipio commissariato) per sabato prossimo dopo l'aggressione dei fascisti contro un attivista sociale in un territorio storicamente connubio tra fascisti, malavita organizzata e malaffare istituzionale.
Fonte
06/02/2017
Roma. Quanto pesano i diritti?
E' stato da poco approvato il bilancio della città di Roma con grande soddisfazione della giunta. Noi invece siamo preoccupati perché riteniamo che i diritti, soprattutto quelli sociali, abbiano pesato troppo poco nei conti del più grande Comune d'Italia. Le raccomandazioni dei revisori dell'OREF e la spinta a stare dentro i vincoli l'hanno fatta da padrone ancora una volta, costruendo un bilancio in piena continuità con quelli degli ultimi anni.
Perché le questioni sociali, dalla casa al lavoro, i due grandi temi che stanno a cuore a migliaia di romani, non entrano dentro i calcoli della giunta?
Il 4 ottobre si organizzò una grande assemblea popolare in Campidoglio che voleva essere un invito all'amministrazione a collaborare con i cittadini ed i movimenti sociali per provare a cambiare il volto della città. La giunta rispose chiudendo le porte e la sala della Protomoteca. Dopo altri quattro mesi purtroppo i segnali di un cambiamento vero non si sono avvertiti, mentre i drammi sociali continuano a mordere.
Non basta il rispetto delle procedure per produrre un'inversione di tendenza rispetto ai tagli ai servizi sociali, ai licenziamenti, alla disoccupazione di massa, agli sfratti ed alla disperazione delle periferie. Più legalità non si traduce automaticamente in maggiore giustizia sociale e questo comporta un pericoloso sentimento di disillusione. Cittadini e lavoratori aspettano segnali forti di controtendenza e questi non si sono ancora manifestati. Anzi. La vicenda Almaviva così come il rischio di nuovi forti esuberi in Alitalia segnalano che la tendenza alla perdita di posti di lavoro non si è arrestata, né del resto è cominciata una nuova politica di investimenti nei servizi pubblici che potrebbe non solo risanare il cattivo funzionamento degli stessi ma anche ridurre i numeri di una disoccupazione dilagante.
Sul fronte abitativo tutto è fermo tranne la politica degli sfratti. Non si interviene per fermare la politica speculativa sul patrimonio degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari. I soldi destinati all’emergenza casa non vengono utilizzati, il patrimonio di case popolari resta esiguo e invece di allargarlo si alimenta la guerra tra poveri con la politica degli sgomberi. Sui Piani di Zona infine, dove il ripristino della legalità potrebbe effettivamente garantire più giustizia sociale, l’amministrazione si muove con imbarazzante lentezza, che finisce per favorire chi ha speculato.
Serve un grande movimento che rimetta il tema dei diritti e delle questioni sociali al centro dell’agenda cittadina. Occorre che le tante vertenze sociali, ambientali e culturali della città trovino la modalità giusta per collegarsi e invertire l’ordine dei fattori: prima i diritti, poi l’equilibrio di bilancio.
L’assemblea di martedì 7 febbraio nella sala della Protomoteca in Campidoglio è promossa oltre che dall’USB, anche dalla Carovana delle Periferie, da Diritto alla Città e da Salviamo il Paesaggio. Appuntamento alle ore 15.30
ROMA E’ SBILANCIATA”
Martedì7 febbraio torniamo im Campidoglio
Sulle priorità e le scelte sulla città pesano ancora troppo gli interessi dei poteri forti e poco o nulla le esigenze popolari.
Il bilancio e le scelte della giunta comunale lasciano troppe cose come stavano prima. L’aria a Roma deve cambiare.
MARTEDÌ7 FEBBRAIO TUTTE E TUTTI IN CAMPIDOGLIO
Le forze che hanno promosso l’assemblea del 4 ottobre scorso in Campodoglio, danno appuntamento per una Assemblea popolare, martedi 7 febbraioo alle ore 15.30 alla Sala della Protomoteca
Fonte
Perché le questioni sociali, dalla casa al lavoro, i due grandi temi che stanno a cuore a migliaia di romani, non entrano dentro i calcoli della giunta?
Il 4 ottobre si organizzò una grande assemblea popolare in Campidoglio che voleva essere un invito all'amministrazione a collaborare con i cittadini ed i movimenti sociali per provare a cambiare il volto della città. La giunta rispose chiudendo le porte e la sala della Protomoteca. Dopo altri quattro mesi purtroppo i segnali di un cambiamento vero non si sono avvertiti, mentre i drammi sociali continuano a mordere.
Non basta il rispetto delle procedure per produrre un'inversione di tendenza rispetto ai tagli ai servizi sociali, ai licenziamenti, alla disoccupazione di massa, agli sfratti ed alla disperazione delle periferie. Più legalità non si traduce automaticamente in maggiore giustizia sociale e questo comporta un pericoloso sentimento di disillusione. Cittadini e lavoratori aspettano segnali forti di controtendenza e questi non si sono ancora manifestati. Anzi. La vicenda Almaviva così come il rischio di nuovi forti esuberi in Alitalia segnalano che la tendenza alla perdita di posti di lavoro non si è arrestata, né del resto è cominciata una nuova politica di investimenti nei servizi pubblici che potrebbe non solo risanare il cattivo funzionamento degli stessi ma anche ridurre i numeri di una disoccupazione dilagante.
Sul fronte abitativo tutto è fermo tranne la politica degli sfratti. Non si interviene per fermare la politica speculativa sul patrimonio degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari. I soldi destinati all’emergenza casa non vengono utilizzati, il patrimonio di case popolari resta esiguo e invece di allargarlo si alimenta la guerra tra poveri con la politica degli sgomberi. Sui Piani di Zona infine, dove il ripristino della legalità potrebbe effettivamente garantire più giustizia sociale, l’amministrazione si muove con imbarazzante lentezza, che finisce per favorire chi ha speculato.
Serve un grande movimento che rimetta il tema dei diritti e delle questioni sociali al centro dell’agenda cittadina. Occorre che le tante vertenze sociali, ambientali e culturali della città trovino la modalità giusta per collegarsi e invertire l’ordine dei fattori: prima i diritti, poi l’equilibrio di bilancio.
L’assemblea di martedì 7 febbraio nella sala della Protomoteca in Campidoglio è promossa oltre che dall’USB, anche dalla Carovana delle Periferie, da Diritto alla Città e da Salviamo il Paesaggio. Appuntamento alle ore 15.30
ROMA E’ SBILANCIATA”
Martedì7 febbraio torniamo im Campidoglio
Sulle priorità e le scelte sulla città pesano ancora troppo gli interessi dei poteri forti e poco o nulla le esigenze popolari.
Il bilancio e le scelte della giunta comunale lasciano troppe cose come stavano prima. L’aria a Roma deve cambiare.
MARTEDÌ7 FEBBRAIO TUTTE E TUTTI IN CAMPIDOGLIO
Le forze che hanno promosso l’assemblea del 4 ottobre scorso in Campodoglio, danno appuntamento per una Assemblea popolare, martedi 7 febbraioo alle ore 15.30 alla Sala della Protomoteca
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25/01/2017
Avviso di garanzia per la Raggi. Roma sul filo del rasoio
La sindaca Raggi è stata raggiunta da un avviso di garanzia. Il quotidiano La Repubblica, alcune settimane fa aveva addirittura invocato il provvedimento che comunque era nell'aria da tempo. Secondo la comunicazione dei magistrati, la Raggi avrebbe detto il falso alla responsabile anticorruzione del Campidoglio e non avrebbe impedito all'uomo nero del Campidoglio – Raffaele Marra, in carcere per corruzione – di partecipare alle procedure per la nomina del fratello Renato a dirigente responsabile del turismo per il Comune di Roma. La Raggi, secondo l'accusa che adesso dovrà essere dimostrata, è indagata per falso in atto pubblico. Avrebbe infatti affermato al responsabile anticorruzione del Comune, Mariarosa Turchi, che per la nomina del fratello di Marra avrebbe agito in autonomia. L'abuso d'ufficio viene invece contestato per non aver impedito a Raffaele Marra di partecipare alle procedure di nomina del fratello.
La svolta nell’indagine – attesa da tempo e addirittura “invocata” da La Repubblica – è arrivata pochi giorni fa, quando i carabinieri hanno consegnato al procuratore aggiunto Paolo Ielo la relazione sui contenuti del telefono sequestrato a Raffaele Marra dopo l’arresto. Dalla relazione dei carabinieri emerge che Marra usava due chat su Telegram. Alla prima, “Quattro amici al bar” — partecipavano il sindaco Raggi, Raffaele Marra, il capo della segreteria Salvatore Romeo e il vicesindaco Daniele Frongia. La seconda invece era su Whatsapp e includeva Marra con il fratello. Entrambi sono dirigenti al Comune di Roma. Raffaele, dopo essere stato prima nominato e poi decaduto da Capo di Gabinetto del sindaco, è stato successivamente nominato capo del Personale proprio dalla Raggi. In questo contesto Marra propone al fratello di candidarsi a responsabile dello strategico dipartimento del turismo (il cosiddetto “oro di Roma”). Significativamente, poco dopo la sindaca Raggi firmava la delibera con la nomina del fratello di Marra a dirigente del settore. La nomina del fratello di Marra non passa inosservata, soprattutto perché non c'è solo il sospetto sulla persona scelta per l'incarico, ma c'è anche l’aumento di 20mila euro l’anno sulla già ricca retribuzione. E mentre nelle dichiarazioni pubbliche la Raggi afferma che “tutto è regolare”, nella chat privata dei “Quattro amici al bar” si sfoga con Marra per l'imbarazzo a cui è stata posta dal repentino aumento di stipendio sull'incarico del fratello. Paradossalmente questo si rileva come un punto a favore della Raggi, perché per gli stesso magistrati sarebbe la prova che non era stata lei a istruire la pratica, rivelandosi all’oscuro della differenza di retribuzione.
Sul fronte comunale intanto è stato rimosso uno degli ostacoli nella tabella di marcia per l'approvazione del bilancio. L’Oref, l'Organo di revisione economico-finanziaria del Campidoglio, dopo una prima bocciatura, ha espresso parere favorevole al progetto di bilancio di previsione 2017-2019. Dopo l'approvazione in Giunta degli emendamenti, riprenderà in questi giorni il lavoro per approvare il prima possibile il bilancio comunale. I tempi formali erano scaduti il 31 dicembre 2016 ma, come già accaduto spesso in passato, è stata prevista una proroga per l'approvazione fino al 31 marzo prossimo. Rimane il problema principale cioè la struttura e le scelte di priorità sul bilancio. Al momento la Giunta comunale si è incaponita sul dogma di “far quadrare i conti”, uno schematismo che si scontra sia con il debito accumulato dal Comune (che andrebbe contestato, smontato e rinegoziato completamente per ripulirlo dai debiti impropri) sia con la gabbia dei vincoli di bilancio imposti verticalmente dall'Unione Europea e dal Patto di stabilità del governo. Accettando questa logica, non si faranno scelte dissimili da quelle delle giunte comunali precedenti e soprattutto non si segnerà – anche volendo – alcuna discontinuità, come invece era stato annunciato dal M5S in campagna elettorale. Soprattutto sui servizi sociali e sui crediti del Comune verso il proprio patrimonio, circolano notizie assai poco rassicuranti. Individualizzazione dei servizi tramite bonus alle famiglie e messa in conto dei canoni di mercato – invece dei canoni sociali – per il pregresso, il presente e il futuro alle associazioni, agli spazi sociali e alle abitazioni comunali, stanno producendo sgomberi e la desertificazione culturale e sociale della città. Qualcosa di positivo, invece, appare sulla decisione di non procedere alla privatizzazione delle società partecipate come viene invece invocato dal Pd, dai poteri forti finanziari e da Bruxelles. Ma la discussione sul bilancio ancora non è conclusa. Alla fine parleranno gli atti concreti.
I movimenti sociali e i sindacati di base che il 4 ottobre scorso si erano riuniti sulle scalinata del Campidoglio, annunciano su questo una nuova assemblea popolare in Campidoglio per il prossimo 7 febbraio.
Fonte
La svolta nell’indagine – attesa da tempo e addirittura “invocata” da La Repubblica – è arrivata pochi giorni fa, quando i carabinieri hanno consegnato al procuratore aggiunto Paolo Ielo la relazione sui contenuti del telefono sequestrato a Raffaele Marra dopo l’arresto. Dalla relazione dei carabinieri emerge che Marra usava due chat su Telegram. Alla prima, “Quattro amici al bar” — partecipavano il sindaco Raggi, Raffaele Marra, il capo della segreteria Salvatore Romeo e il vicesindaco Daniele Frongia. La seconda invece era su Whatsapp e includeva Marra con il fratello. Entrambi sono dirigenti al Comune di Roma. Raffaele, dopo essere stato prima nominato e poi decaduto da Capo di Gabinetto del sindaco, è stato successivamente nominato capo del Personale proprio dalla Raggi. In questo contesto Marra propone al fratello di candidarsi a responsabile dello strategico dipartimento del turismo (il cosiddetto “oro di Roma”). Significativamente, poco dopo la sindaca Raggi firmava la delibera con la nomina del fratello di Marra a dirigente del settore. La nomina del fratello di Marra non passa inosservata, soprattutto perché non c'è solo il sospetto sulla persona scelta per l'incarico, ma c'è anche l’aumento di 20mila euro l’anno sulla già ricca retribuzione. E mentre nelle dichiarazioni pubbliche la Raggi afferma che “tutto è regolare”, nella chat privata dei “Quattro amici al bar” si sfoga con Marra per l'imbarazzo a cui è stata posta dal repentino aumento di stipendio sull'incarico del fratello. Paradossalmente questo si rileva come un punto a favore della Raggi, perché per gli stesso magistrati sarebbe la prova che non era stata lei a istruire la pratica, rivelandosi all’oscuro della differenza di retribuzione.
Sul fronte comunale intanto è stato rimosso uno degli ostacoli nella tabella di marcia per l'approvazione del bilancio. L’Oref, l'Organo di revisione economico-finanziaria del Campidoglio, dopo una prima bocciatura, ha espresso parere favorevole al progetto di bilancio di previsione 2017-2019. Dopo l'approvazione in Giunta degli emendamenti, riprenderà in questi giorni il lavoro per approvare il prima possibile il bilancio comunale. I tempi formali erano scaduti il 31 dicembre 2016 ma, come già accaduto spesso in passato, è stata prevista una proroga per l'approvazione fino al 31 marzo prossimo. Rimane il problema principale cioè la struttura e le scelte di priorità sul bilancio. Al momento la Giunta comunale si è incaponita sul dogma di “far quadrare i conti”, uno schematismo che si scontra sia con il debito accumulato dal Comune (che andrebbe contestato, smontato e rinegoziato completamente per ripulirlo dai debiti impropri) sia con la gabbia dei vincoli di bilancio imposti verticalmente dall'Unione Europea e dal Patto di stabilità del governo. Accettando questa logica, non si faranno scelte dissimili da quelle delle giunte comunali precedenti e soprattutto non si segnerà – anche volendo – alcuna discontinuità, come invece era stato annunciato dal M5S in campagna elettorale. Soprattutto sui servizi sociali e sui crediti del Comune verso il proprio patrimonio, circolano notizie assai poco rassicuranti. Individualizzazione dei servizi tramite bonus alle famiglie e messa in conto dei canoni di mercato – invece dei canoni sociali – per il pregresso, il presente e il futuro alle associazioni, agli spazi sociali e alle abitazioni comunali, stanno producendo sgomberi e la desertificazione culturale e sociale della città. Qualcosa di positivo, invece, appare sulla decisione di non procedere alla privatizzazione delle società partecipate come viene invece invocato dal Pd, dai poteri forti finanziari e da Bruxelles. Ma la discussione sul bilancio ancora non è conclusa. Alla fine parleranno gli atti concreti.
I movimenti sociali e i sindacati di base che il 4 ottobre scorso si erano riuniti sulle scalinata del Campidoglio, annunciano su questo una nuova assemblea popolare in Campidoglio per il prossimo 7 febbraio.
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28/12/2016
Roma, il Movimento 5 Stelle al bivio tra rottura e obbedienza
Nelle ultime settimane la giunta romana è tornata nell’occhio del ciclone. L’arresto di Raffaele Marra, le indagini sull’assessore Muraro costretta a dimettersi, il passo indietro di alcuni esponenti di punta dell’amministrazione capitolina e infine la bocciatura della previsione di bilancio da parte dell’Organo di Revisione Economico Finanziaria hanno riportato Virginia Raggi e la sua maggioranza al centro dell’attenzione.
E’ chiaro a tutti che quanto accade a Roma potrebbe rappresentare per il Movimento Cinque Stelle il trampolino per la vittoria delle prossime elezioni politiche e per un eventuale accesso al governo nazionale, oppure un serio momento di crisi che potrebbe portare il movimento ad una spaccatura o ad un declino nei consensi e nella credibilità.
A parte il continuo linciaggio mediatico e politico al quale la maggioranza in Campidoglio viene quotidianamente sottoposta, balza agli occhi il fatto che un movimento che ha fatto dell’onestà la sua stella polare, oggi rischia di venire impallinato da quella magistratura che tutto è tranne che un potere neutrale e indipendente. Ma anche dall’incapacità da parte dei pentastellati di esprimere una classe dirigente capace di far fronte a situazioni complicate.
Ma la vicenda più significativa è rappresentata dal conflitto con l’Oref sul bilancio capitolino, che potrebbe indicare nel giro di poche settimane la direzione che il Movimento 5 Stelle prenderà rispetto alle importanti sfide economiche che finora ha rimandato.
Alla Giunta Raggi – che sicuramente pecca di improvvisazione e incompetenza – i revisori dei conti dell’Oref che hanno bocciato la previsione di bilancio 2017-2019 contestano soprattutto la mancanza di rigore e il non rispetto dei severi vincoli imposti dal governo nazionale e dall’Unione Europea, a partire dalle privatizzazioni delle partecipate e dal diktat del patto di stabilità. L’Oref chiede meno spese e più tagli, confermando che al di là delle maggioranze politiche e dei governi, nazionali e locali, esiste un meccanismo di governance indipendente, un “pilota automatico”, imposto da Bruxelles e da Francoforte che nega sovranità e autonomia e costringe l’amministrazione entro gli assai ristretti margini dell’austerity e del pareggio di bilancio.
La giunta Raggi aveva cercato di aggirare i vincoli esterni infarcendo il bilancio di multe, concessioni edilizie ed escamotage contabili, che però non sono serviti a passare l’esame, ed ora dovrà riscrivere la previsione di bilancio per i prossimi tre anni decidendo quali scelte strategiche adottare.
Se a Roma il Movimento 5 Stelle chinerà la testa di fronte ai diktat e al cosiddetto rigore, correggendo il bilancio a suon di tagli e privatizzazioni, negherà le richieste e le aspirazioni di quegli ampi settori popolari, di quelle periferie metropolitane che hanno decretato la vittoria di Virginia Raggi, ripetendo “in piccolo” il voltafaccia di cui si è già reso protagonista il governo Tsipras in Grecia. La situazione romana dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, l’impossibilità di forzare la gabbia dell’Unione Europea senza metterla complessivamente in discussione. Un motivo in più che dovrebbe spingere il Movimento 5 Stelle non solo a insistere sulla celebrazione di un referendum nazionale sulla permanenza dell’Italia nell’Eurozona ma a difendere esplicitamente l’uscita di Roma dalla moneta unica.
Se la giunta Raggi vorrà rispettare le sue promesse di cambiamento e discontinuità dovrà necessariamente disobbedire ai diktat, alle pastoie, ai ricatti. E per farlo dovrà affidarsi e affiancarsi all’organizzazione e alla mobilitazione di quei settori sociali e popolari che hanno dato mandato al Movimento 5 Stelle di rompere con le passate gestioni anche dal punto di vista economico e sociale, e non solo sul fronte dell’onestà (punto sul quale Raggi e company si sono oltretutto dimostrati poco accorti, disattendendo le chiare indicazioni dei leader nazionali del partito e riconfermando a capo della macchina amministrativa un personale politico e tecnico ereditato da ‘Mafia Capitale’).
Numerose forze sociali e politiche, sindacati di base, realtà territoriali e associative di varia natura hanno ripetutamente incalzato l’amministrazione capitolina in questo senso, manifestando anche la propria disponibilità a sostenere eventuali scelta coraggiose e battagliere adottate dalla giunta. A Roma, così come in altre città, esistono ampi settori sociali interessati ad un cambiamento di rotta netto, ed è a questi che devono far riferimento le amministrazioni targate 5 stelle se vogliono uscire dall’impasse.
Finora però i segnali giunti dal Campidoglio e dallo stato maggiore del partito di Grillo sono stati altalenanti.
Stando ad alcune dichiarazioni dei collaboratori di Raggi, non sembra che la sua amministrazione intenda ingaggiare una battaglia complessiva contro i vincoli di bilancio. Senza una violazione di questi vincoli, sostenuta da una mobilitazione sociale e popolare, il Campidoglio non potrà fare altro che tagliare i servizi, privatizzare, licenziare, come hanno fatto in passato gli schieramenti politici nei confronti dei quali il M5S pretende di essere alternativo.
Invece sul fronte politico generale la presa di posizione di Grillo a proposito del ‘rimpatrio di tutti gli immigrati irregolari’ (certamente non nuova da parte del fondatore e leader del Movimento) espressa all’indomani dei fatti di Sesto San Giovanni potrebbe prefigurare una sterzata dei 5 Stelle verso posizioni conformiste e d’ordine, anche se non condivise da tutto il movimento come dimostrano le numerose prese di posizioni critiche.
Fonte
E’ chiaro a tutti che quanto accade a Roma potrebbe rappresentare per il Movimento Cinque Stelle il trampolino per la vittoria delle prossime elezioni politiche e per un eventuale accesso al governo nazionale, oppure un serio momento di crisi che potrebbe portare il movimento ad una spaccatura o ad un declino nei consensi e nella credibilità.
A parte il continuo linciaggio mediatico e politico al quale la maggioranza in Campidoglio viene quotidianamente sottoposta, balza agli occhi il fatto che un movimento che ha fatto dell’onestà la sua stella polare, oggi rischia di venire impallinato da quella magistratura che tutto è tranne che un potere neutrale e indipendente. Ma anche dall’incapacità da parte dei pentastellati di esprimere una classe dirigente capace di far fronte a situazioni complicate.
Ma la vicenda più significativa è rappresentata dal conflitto con l’Oref sul bilancio capitolino, che potrebbe indicare nel giro di poche settimane la direzione che il Movimento 5 Stelle prenderà rispetto alle importanti sfide economiche che finora ha rimandato.
Alla Giunta Raggi – che sicuramente pecca di improvvisazione e incompetenza – i revisori dei conti dell’Oref che hanno bocciato la previsione di bilancio 2017-2019 contestano soprattutto la mancanza di rigore e il non rispetto dei severi vincoli imposti dal governo nazionale e dall’Unione Europea, a partire dalle privatizzazioni delle partecipate e dal diktat del patto di stabilità. L’Oref chiede meno spese e più tagli, confermando che al di là delle maggioranze politiche e dei governi, nazionali e locali, esiste un meccanismo di governance indipendente, un “pilota automatico”, imposto da Bruxelles e da Francoforte che nega sovranità e autonomia e costringe l’amministrazione entro gli assai ristretti margini dell’austerity e del pareggio di bilancio.
La giunta Raggi aveva cercato di aggirare i vincoli esterni infarcendo il bilancio di multe, concessioni edilizie ed escamotage contabili, che però non sono serviti a passare l’esame, ed ora dovrà riscrivere la previsione di bilancio per i prossimi tre anni decidendo quali scelte strategiche adottare.
Se a Roma il Movimento 5 Stelle chinerà la testa di fronte ai diktat e al cosiddetto rigore, correggendo il bilancio a suon di tagli e privatizzazioni, negherà le richieste e le aspirazioni di quegli ampi settori popolari, di quelle periferie metropolitane che hanno decretato la vittoria di Virginia Raggi, ripetendo “in piccolo” il voltafaccia di cui si è già reso protagonista il governo Tsipras in Grecia. La situazione romana dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, l’impossibilità di forzare la gabbia dell’Unione Europea senza metterla complessivamente in discussione. Un motivo in più che dovrebbe spingere il Movimento 5 Stelle non solo a insistere sulla celebrazione di un referendum nazionale sulla permanenza dell’Italia nell’Eurozona ma a difendere esplicitamente l’uscita di Roma dalla moneta unica.
Se la giunta Raggi vorrà rispettare le sue promesse di cambiamento e discontinuità dovrà necessariamente disobbedire ai diktat, alle pastoie, ai ricatti. E per farlo dovrà affidarsi e affiancarsi all’organizzazione e alla mobilitazione di quei settori sociali e popolari che hanno dato mandato al Movimento 5 Stelle di rompere con le passate gestioni anche dal punto di vista economico e sociale, e non solo sul fronte dell’onestà (punto sul quale Raggi e company si sono oltretutto dimostrati poco accorti, disattendendo le chiare indicazioni dei leader nazionali del partito e riconfermando a capo della macchina amministrativa un personale politico e tecnico ereditato da ‘Mafia Capitale’).
Numerose forze sociali e politiche, sindacati di base, realtà territoriali e associative di varia natura hanno ripetutamente incalzato l’amministrazione capitolina in questo senso, manifestando anche la propria disponibilità a sostenere eventuali scelta coraggiose e battagliere adottate dalla giunta. A Roma, così come in altre città, esistono ampi settori sociali interessati ad un cambiamento di rotta netto, ed è a questi che devono far riferimento le amministrazioni targate 5 stelle se vogliono uscire dall’impasse.
Finora però i segnali giunti dal Campidoglio e dallo stato maggiore del partito di Grillo sono stati altalenanti.
Stando ad alcune dichiarazioni dei collaboratori di Raggi, non sembra che la sua amministrazione intenda ingaggiare una battaglia complessiva contro i vincoli di bilancio. Senza una violazione di questi vincoli, sostenuta da una mobilitazione sociale e popolare, il Campidoglio non potrà fare altro che tagliare i servizi, privatizzare, licenziare, come hanno fatto in passato gli schieramenti politici nei confronti dei quali il M5S pretende di essere alternativo.
Invece sul fronte politico generale la presa di posizione di Grillo a proposito del ‘rimpatrio di tutti gli immigrati irregolari’ (certamente non nuova da parte del fondatore e leader del Movimento) espressa all’indomani dei fatti di Sesto San Giovanni potrebbe prefigurare una sterzata dei 5 Stelle verso posizioni conformiste e d’ordine, anche se non condivise da tutto il movimento come dimostrano le numerose prese di posizioni critiche.
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26/12/2016
Roma-Città Metropolitana. A proposito di bilancio
In questi giorni stiamo assistendo alle schermaglie politiche tra i partiti presenti alla città Metropolitana di Roma, in merito all'approvazione del Bilancio di previsione 2016.
Il Vicesindaco pentastellato denuncia scarsa responsabilità da parte dei consiglieri del partito di Renzi che nel momento del voto hanno disertato l’aula, non votando un bilancio che loro stessi avrebbero preparato, mentre il centrodestra ha votato contro, facendo, a modo di vedere del Vicesindaco, il gioco di squadra del centrosinistra.
Ricordiamo alle forze politiche, tutte, che i cittadini ed i lavoratori sono stanchi di questi tatticismi che non fanno certamente bene all’Ente e a chi vi opera. Le responsabilità, di questa situazione finanziaria disastrata, sono da attribuire alla politica in generale senza distinzioni di casacca.
Se è vero che nel paese qualcuno andava blaterando, per cercare consensi, che le province non servivano a nulla, qualcun altro non si è certo strappato le vesti per difenderle, ed altri ancora, con il loro atteggiamento di indifferenza, hanno appoggiato di fatto la sciagurata legge Delrio del 2014.
Oggi, leggere proclami in difesa della città metropolitana da chi le ha denigrate in precedenza, solo perché si ricoprono incarichi di responsabilità, fa sinceramente sorridere, come fanno altrettanto sorridere gli appelli all'unità e al senso di responsabilità sull'approvazione del bilancio.
Va ricordato, che se la situazione finanziaria è così drammatica, non è dovuta solo alle pessime leggi di stabilità che ha sfornato il Governo Renzi, che ogni anno toglie risorse economiche alle Province e Città Metropolitane, ma nel caso Roma, pesa tantissimo l'indebitamento per oltre 250 milioni di euro, per l'acquisto della nuova sede di via Ribotta.
Nel bilancio di previsione 2016 che si cercò di approvare nella mattinata di venerdì 16 dicembre 2016, sono contenute misure che impegnano l'avanzo di amministrazione, a favore delle banche, togliendo così di fatto risorse e servizi ai cittadini dell'area metropolitana.
Per gli smemorati è bene ricordare che durante il ballottaggio per l'elezione del Sindaco di Roma, fu approvata, dal precedente consiglio a guida PD, la delibera della vergogna, che impegna oltre 50 milioni di euro di avanzo di amministrazione come acconto alle banche, e che costringe l'ente a continuare a pagare tassi di interesse salatissimi, fino a quando il debito non sarà completamente estinto.
Non stupisce che il Partito Democratico voglia continuare l'operazione finanziaria che con Gasbarra prima e Zingaretti poi ha realizzato, ma che addirittura il Movimento 5 Stelle sia disponibile all'approvazione del bilancio, senza stralciare l'operazione "acquisto nuova sede", (il famigerato grattacielo del Torrino, ndr) lascia molto perplessi.
Nella precedente consiliatura il movimento di Grillo aveva fatto ben due esposti (Procura e Corte dei conti), contro l'operazione finanziaria di acquisto, come mai ora questo cambio di rotta e questo appello alla responsabilità?
I cittadini dell'area metropolitana ed i lavoratori si attendono un segnale di discontinuità da coloro che proclamano di voler cambiare il paese e le abitudini ed i metodi della vecchia politica. Il voler perseverare con questa operazione, che altro non è che una speculazione finanziaria, provocherebbe un danno all'ente che ne segnerebbe pesantemente l'esistenza nel futuro prossimo.
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