Il primo sciopero nazionale delle lavoratrici e lavoratori del Terzo Settore in quanto tale, risale al dicembre 2018 e venne organizzato dall’Unione Sindacale di Base. Un settore del mondo del lavoro decisamente atipico vide scendere in piazza i dipendenti delle cooperative sociali e gli educatori professionali.
In larga parte si tratta giovani, ma anche meno giovani, che lavorano nel privato sociale o no profit, in larghissima parte con contratti precari e stipendi spesso molto bassi, che dedicano la loro professionalità all’assistenza delle figure sociali vulnerabili, come anziani, bambini, portatori di handicap, stranieri o marginalizzati. Di contro in questo settore si è andato consolidando un management molto ben retribuito.
In occasione di quello sciopero, l’Usb aveva puntato il dito contro le esternalizzazioni dovute alla riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali, sanitari, culturali e di welfare. Proprio lì si annidano – secondo l’Usb – il malaffare e lo sfruttamento dei lavoratori, spesso più simili a volontari che a salariati.
La mobilitazione chiamava a dare voce a tutti gli operatori del settore: dagli educatori agli operatori sociosanitari, dagli operatori dell’accoglienza agli operatori esternalizzati e poi ci sono quelli che rischiano il lavoro ogni anno per ristrutturazioni aziendali, cambi d’appalto, riorganizzazione dei servizi, e coloro che chiedono lo svincolo dei servizi sociali dal Patto di Stabilità e la fine del regime degli appalti.
Poi è arrivata la pandemia di Covid-19 e le tutte le contraddizioni del settore dei servizi sociali affidati al Terzo Settore sono esplose insieme a quelle del sistema sanitario nel suo complesso.
Le conseguenze dei tagli negli appalti e negli accreditamenti, già andavano a impattare sulla sicurezza del lavoro e sui rapporti numerici ridotti all’osso tra operatore/utente.
Il Covid-19 e la gestione “emergenziale” nei servizi esternalizzati del Terzo Settore ha lasciato tantissimi operatori e operatrici senza DPI, senza procedure e protocolli chiari e sicuri nelle strutture e nei servizi essenziali, esponendoli al contagio da coronavirus, spesso utilizzando l’arma del ricatto morale nel dover andare al lavoro.
Già penalizzati da retribuzioni spesso indecenti, chi lavora nel Terzo Settore durante l’emergenza ha visto saltare sia i salari sia i servizi dall’oggi al domani. Il salario è diventato FIS all’80%, e il FIS è poi scomparso tra le stringhe telematiche degli uffici dell’INPS, perchè la maggioranza delle cooperative non l’hanno anticipato. Nel decreto Cura Italia era previsto che gli enti locali dovessero pagare lo stesso i servizi sospesi, ma gli operatori molto spesso non hanno visto un euro.
Nel contesto della pandemia, al Comune di Roma il coordinamento degli AEC (assistenti educativi oggi diventati Oepa), a ottobre del 2020, è riuscito a portare alla discussione una Delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 12mila firme nella quale si chiedeva la re-internazionalizzazione del servizio (come era fino ad anni fa). Ma l’opportunismo della maggioranza del consiglio comunale ha bocciato quella che poteva essere una esperienza pilota di estrema importanza.
A novembre 2020 gli assistenti educativi sono tornati in piazza a Montecitorio. Durante i mesi scorsi di lockdown i lavoratori in appalto dei servizi scolastici integrativi e di integrazione degli alunni disabili sono stati investiti in pieno dagli effetti delle condizioni strutturali e precarie dei loro contratti di lavoro.
Le Cooperative Sociali e gli enti del Terzo Settore che impiegano queste lavoratrici e lavoratori, inquadrandoli spesso in mansioni inferiori a quelle effettivamente svolte, con contratti part time, con paghe orarie attestate sotto la soglia di povertà, retribuiti a cottimo a fronte della richiesta di enorme professionalità e competenze, hanno in larga misura fatto accesso agli ammortizzatori sociali Covid, demandando il pagamento all’INPS, senza garantire l’integrazione piena dei magri salari, senza la maturazione di ferie e contributi, aggiungendo il danno economico alla beffa di un trattamento contrattuale infame.
È ormai evidente come nel Terzo Settore è tempo di mettere le mani e non solo dal punto di vista normativo che rischia di consegnare definitivamente pezzi significativi del welfare pubblico al cosiddetto privato sociale, ma anche perché è tempo che i 650.000 lavoratori e i milioni di volontari siano messi in condizioni contrattuali dignitose mettendo fine ad un vero e proprio verminaio.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/05/2021
27/07/2019
Le domande che vengono da Bibbiano a cui bisogna rispondere
Quella di Bibbiano, provincia di Reggio Emilia, è una storia che fa orrore. Bambini strappati illegalmente ai genitori dalle istituzioni ed affidati ad altri, pare anche con qualche giro di soldi. Tutto questo dovrà essere appurato dalla magistratura, che dovrà anche chiarire le dimensioni del coinvolgimento nella vicenda del sindaco PD del luogo.
Ma in ogni caso anche se solo una piccola parte delle accuse fosse dimostrata, essa meriterebbe un confronto sulle due domande di fondo che è doveroso porsi: come è potuto succedere e che fare perché non avvenga più?
La destra in tutte le sue versioni, da quella legalitaria Di Maio a quella reazionaria di Salvini e Meloni, ovviamente ci si è buttata a pesce, trattandosi di un comune emiliano da sempre governato dalla sinistra. Come è sua naturale funzione, la destra ha prodotto ottusità nelle sue file, ma anche in quelle di chi afferma di contrastarla. In fondo è bastato rispolverare l’antica propaganda sui comunisti che mangiano i bambini, per affermare una responsabilità storica di tutta la sinistra su Bibbiano.
D’altra parte il PD, che non è un partito di sinistra ma una forza liberale moderata immeritatamente erede della sinistra emiliana, ha risposto solo lamentando le strumentalizzazioni, come se il fatto in sé non meritasse invece la giusta importanza.
Così la destra e la finta “sinistra” ancora una volta possono sottrarsi entrambe alla domanda che invece va posta: cosa succede ai figli delle famiglie e soprattutto delle donne povere quando entrano nella dimensione del disagio sociale e della sofferenza relazionale estrema?
Che la destra leghista e fascista risponda a questo con la reazione ipocrita ed il grido “viva la famiglia” ci sta, è nella sua natura. Il disegno di legge Pillon sulla famiglia esprime in norme questa natura. Lo fa colpendo la donna separata con figli, imponendo la gestione di essi assieme al maschio, anche se padrone e violento. E a questo scopo prevede persino la sottrazione coatta dei figli al genitore e l’affidamento di essi ad una “struttura specializzata”, con lo scopo del “pieno recupero della bigenitorialità del minore”. Testuale.
Insomma, se il bambino vuol stare solo con mamma o solo con papà, lo Stato lo ruba al genitore egoista e lo “rieduca” fino a che non vorrà stare con tutti e due. Qui gli orrori di Bibbiano diventerebbero legge.
Ma per contrastare questa mostruosità della destra non si può semplicemente circoscrivere Bibbiano ad una eccezione strumentalizzata, bisogna rispondere alla domanda di fondo: cosa è successo in una regione in cui il movimento operaio ha praticamente inventato e costruito lo stato sociale? Cosa è passato da quando a Reggio Emilia venivano esperti di tutto il mondo per studiare servizi sociali tra i più avanzati, cosa è passato da allora a Bibbiano?
Tolti tutti gli aspetti sui quali indaga ora la magistratura, tre sono le caratteristiche di fondo che emergono da quella vicenda.
La prima è la privatizzazione dei servizi, le strutture specializzate alle quali si affida anche il disegno di legge Pillon sono in realtà appalti. Qui c’è una questione centrale: il sistema pubblico deve essere pubblico, non affidato a privati. Occorre una gigantesca reinternalizzazione dei servizi sui quali si gioca la vita delle persone. Come è possibile che lo psicologo cui si è affidato il comune di Bibbiano sia della onlus Hansel e Gretel, invece che un dipendente pubblico? È questo che deve cambiare, deve tornare il pubblico, prima di tutto là dove sono in gioco le vite delle persone, a partire dai bambini.
Questo non basta però se il pubblico non torna in campo consapevole di questione e disagio sociali. Chi sono i poveri e in particolare le famiglie disagiate di donne povere? Come si lotta contro la povertà ed i suoi impatti sulla famiglia? Come si sostiene la parte più debole?
Assieme alla privatizzazione dei servizi sociali si è diffusa la loro spersonalizzazione, la loro trasformazione in macchine a punti dove anche gli operatori devono rispondere a protocolli e prescrizioni sempre più impersonali, se non disumane. Riumanizzare e ripersonalizzare i servizi sociali, ecco il vero antidoto ai bambini rubati nel nome della legge.
Ed infine il sistema dei servizi sociali, pubblico e consapevole, deve tornare ad essere sottoposto al controllo democratico della cittadinanza, alla partecipazione popolare. Non so se sia vero quanto ha urlato Salvini, che a Bibbiano si sapeva e si taceva. Ma so che si deve sapere e poter intervenire su come vanno i nostri servizi pubblici.
Se il PD fosse diverso da com’è, considererebbe quanto avvenuto a Bibbiano un campanello d’allarme, che segnala che si è presa una via sbagliata e che bisogna tornare al pubblico, alla eguaglianza e alla solidarietà sociali, al controllo popolare. Ma il PD è un partito neoliberale sottomesso alla grande privatizzazione imposta dal mercato, per questo balbetta di fronte ad una destra leghista che usa quanto avvenuto nel comune emiliano per imporre la sua concezione patriarcale della famiglia e affaristica della società.
Solo la ricostruzione del sistema sociale pubblico, prodotto da un secolo di lotte in Emilia ed oggi in via di smantellamento, lì come in tutto il paese, solo la riconquista dell’eguaglianza e della solidarietà possono fermare la barbarie che dilaga. E tutto questo si può fare solo in alternativa ai punti di vista e alla politica oggi dominanti, in tutte le loro versioni.
Nella foto: il monello, bambino che ama Charlot che lo ha allevato nella povertà, e che lo Stato vuol portar via.
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06/02/2017
Roma. Quanto pesano i diritti?
E' stato da poco approvato il bilancio della città di Roma con grande soddisfazione della giunta. Noi invece siamo preoccupati perché riteniamo che i diritti, soprattutto quelli sociali, abbiano pesato troppo poco nei conti del più grande Comune d'Italia. Le raccomandazioni dei revisori dell'OREF e la spinta a stare dentro i vincoli l'hanno fatta da padrone ancora una volta, costruendo un bilancio in piena continuità con quelli degli ultimi anni.
Perché le questioni sociali, dalla casa al lavoro, i due grandi temi che stanno a cuore a migliaia di romani, non entrano dentro i calcoli della giunta?
Il 4 ottobre si organizzò una grande assemblea popolare in Campidoglio che voleva essere un invito all'amministrazione a collaborare con i cittadini ed i movimenti sociali per provare a cambiare il volto della città. La giunta rispose chiudendo le porte e la sala della Protomoteca. Dopo altri quattro mesi purtroppo i segnali di un cambiamento vero non si sono avvertiti, mentre i drammi sociali continuano a mordere.
Non basta il rispetto delle procedure per produrre un'inversione di tendenza rispetto ai tagli ai servizi sociali, ai licenziamenti, alla disoccupazione di massa, agli sfratti ed alla disperazione delle periferie. Più legalità non si traduce automaticamente in maggiore giustizia sociale e questo comporta un pericoloso sentimento di disillusione. Cittadini e lavoratori aspettano segnali forti di controtendenza e questi non si sono ancora manifestati. Anzi. La vicenda Almaviva così come il rischio di nuovi forti esuberi in Alitalia segnalano che la tendenza alla perdita di posti di lavoro non si è arrestata, né del resto è cominciata una nuova politica di investimenti nei servizi pubblici che potrebbe non solo risanare il cattivo funzionamento degli stessi ma anche ridurre i numeri di una disoccupazione dilagante.
Sul fronte abitativo tutto è fermo tranne la politica degli sfratti. Non si interviene per fermare la politica speculativa sul patrimonio degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari. I soldi destinati all’emergenza casa non vengono utilizzati, il patrimonio di case popolari resta esiguo e invece di allargarlo si alimenta la guerra tra poveri con la politica degli sgomberi. Sui Piani di Zona infine, dove il ripristino della legalità potrebbe effettivamente garantire più giustizia sociale, l’amministrazione si muove con imbarazzante lentezza, che finisce per favorire chi ha speculato.
Serve un grande movimento che rimetta il tema dei diritti e delle questioni sociali al centro dell’agenda cittadina. Occorre che le tante vertenze sociali, ambientali e culturali della città trovino la modalità giusta per collegarsi e invertire l’ordine dei fattori: prima i diritti, poi l’equilibrio di bilancio.
L’assemblea di martedì 7 febbraio nella sala della Protomoteca in Campidoglio è promossa oltre che dall’USB, anche dalla Carovana delle Periferie, da Diritto alla Città e da Salviamo il Paesaggio. Appuntamento alle ore 15.30
ROMA E’ SBILANCIATA”
Martedì7 febbraio torniamo im Campidoglio
Sulle priorità e le scelte sulla città pesano ancora troppo gli interessi dei poteri forti e poco o nulla le esigenze popolari.
Il bilancio e le scelte della giunta comunale lasciano troppe cose come stavano prima. L’aria a Roma deve cambiare.
MARTEDÌ7 FEBBRAIO TUTTE E TUTTI IN CAMPIDOGLIO
Le forze che hanno promosso l’assemblea del 4 ottobre scorso in Campodoglio, danno appuntamento per una Assemblea popolare, martedi 7 febbraioo alle ore 15.30 alla Sala della Protomoteca
Fonte
Perché le questioni sociali, dalla casa al lavoro, i due grandi temi che stanno a cuore a migliaia di romani, non entrano dentro i calcoli della giunta?
Il 4 ottobre si organizzò una grande assemblea popolare in Campidoglio che voleva essere un invito all'amministrazione a collaborare con i cittadini ed i movimenti sociali per provare a cambiare il volto della città. La giunta rispose chiudendo le porte e la sala della Protomoteca. Dopo altri quattro mesi purtroppo i segnali di un cambiamento vero non si sono avvertiti, mentre i drammi sociali continuano a mordere.
Non basta il rispetto delle procedure per produrre un'inversione di tendenza rispetto ai tagli ai servizi sociali, ai licenziamenti, alla disoccupazione di massa, agli sfratti ed alla disperazione delle periferie. Più legalità non si traduce automaticamente in maggiore giustizia sociale e questo comporta un pericoloso sentimento di disillusione. Cittadini e lavoratori aspettano segnali forti di controtendenza e questi non si sono ancora manifestati. Anzi. La vicenda Almaviva così come il rischio di nuovi forti esuberi in Alitalia segnalano che la tendenza alla perdita di posti di lavoro non si è arrestata, né del resto è cominciata una nuova politica di investimenti nei servizi pubblici che potrebbe non solo risanare il cattivo funzionamento degli stessi ma anche ridurre i numeri di una disoccupazione dilagante.
Sul fronte abitativo tutto è fermo tranne la politica degli sfratti. Non si interviene per fermare la politica speculativa sul patrimonio degli enti privatizzati e dei fondi immobiliari. I soldi destinati all’emergenza casa non vengono utilizzati, il patrimonio di case popolari resta esiguo e invece di allargarlo si alimenta la guerra tra poveri con la politica degli sgomberi. Sui Piani di Zona infine, dove il ripristino della legalità potrebbe effettivamente garantire più giustizia sociale, l’amministrazione si muove con imbarazzante lentezza, che finisce per favorire chi ha speculato.
Serve un grande movimento che rimetta il tema dei diritti e delle questioni sociali al centro dell’agenda cittadina. Occorre che le tante vertenze sociali, ambientali e culturali della città trovino la modalità giusta per collegarsi e invertire l’ordine dei fattori: prima i diritti, poi l’equilibrio di bilancio.
L’assemblea di martedì 7 febbraio nella sala della Protomoteca in Campidoglio è promossa oltre che dall’USB, anche dalla Carovana delle Periferie, da Diritto alla Città e da Salviamo il Paesaggio. Appuntamento alle ore 15.30
ROMA E’ SBILANCIATA”
Martedì7 febbraio torniamo im Campidoglio
Sulle priorità e le scelte sulla città pesano ancora troppo gli interessi dei poteri forti e poco o nulla le esigenze popolari.
Il bilancio e le scelte della giunta comunale lasciano troppe cose come stavano prima. L’aria a Roma deve cambiare.
MARTEDÌ7 FEBBRAIO TUTTE E TUTTI IN CAMPIDOGLIO
Le forze che hanno promosso l’assemblea del 4 ottobre scorso in Campodoglio, danno appuntamento per una Assemblea popolare, martedi 7 febbraioo alle ore 15.30 alla Sala della Protomoteca
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22/12/2016
Il futuro di servizi sociali, scuola, sanità? Occhio al prossimo decreto salvabanche
Una grave, e lunga, crisi bancaria si intreccia a misure che finiranno, vedremo in che modo e grandezza, a incidere sulla spesa pubblica, sui servizi, sull’educazione e le prestazioni sanitarie
Entro pochi giorni, se non addirittura ore, è in arrivo il decreto salvabanche del governo. Forse verrà chiamato salvarisparmio ma va capito bene cosa, in effetti, fa risparmiare. Detto in estrema sintesi, il decreto verrà emanato, dopo l’avvenuta autorizzazione in parlamento, per far fronte alla grave crisi di MPS.
Fin qui le notizie date con ragionevole certezza. Poi c’è la dimensione
dell’incerto, quella largamente più estesa, che riguarda non solo le
modalità di applicazione ma anche la sua possibilità di successo.
E’ bene essere chiari: dal modo
con il quale verrà emanato prima, e applicato poi, il decreto dipende
una parte importante del futuro dei nostri servizi sociali. Perché le cifre che sono in ballo sono di quelle serie, dai 20 ai 60 miliardi
di euro a seconda degli scenari che si creeranno. Ed è serio anche il
possibile impatto sull’economia: sia perché anche l’ipotesi minore, 20
miliardi di debito in più, può avere un effetto depressivo, oltre a provocare tagli ai servizi,
sia perché il mondo del risparmio può subire ulteriori crisi. Diciamo
che gli scenari, grosso modo, in questo senso si restringono a due.
Entrambi con delle variabili ma semplifichiamo, anche per motivi di
lettura, il quadro in ipotesi light e in quella hard.
Ipotesi light.
Ipotesi che, alla fine, tanto light non è visto che comunque verranno
sottratte risorse a una società che ha bisogno di allocarle in ben altri
settori. Secondo Padoan il decreto di salvataggio dovrebbe stanziare 20 miliardi
(e dove e come vengano allocati è incerto e tutt’altro che un
dettaglio) che andrebbero posizionati su due fronti. Il primo è quello
della garanzia per il ripristino della capacità di finanziamento di MPS
(e non solo) a medio e lungo termine. Il secondo è quello della partecipazione diretta nelle banche
(MPS e vedremo chi) dopo la conversione forzosa delle obbligazioni dei
risparmiatori in azioni. E in quest’ultimo punto sta un dettaglio non da
poco: quanto i risparmiatori lasceranno sul campo e che effetto,
sull’economia e sulla politica, avrà questo sacrificio. Poi c’è la
questione di come verranno messi a bilancio questi 20 miliardi e come
verranno smaltiti. L’importo (20 miliardi) è pari all’intervento per la riduzione del deficit della manovra Monti.
Manovra che arrivò a 30 miliardi ma è anche vero che al governo
Gentiloni l’“Europa” ha chiesto di rientrare, leggi tagliare, almeno 5
miliardi rispetto alla manovra elettorale di Renzi. L’ipotesi light è
che il governo Gentiloni riesca a fare un decreto con qualche danno ma
non catastrofico: diluire lo smaltimento dei 20 miliardi, il peso sui
risparmiatori, convincere l’”Europa”, allontanare le clausole di
salvaguardia, leggi aumento dell’IVA in caso di mancati tagli, lasciate
in eredità da Renzi. Alla fine, come dice qualche analista serio e per
niente filogovernativo, se il governo azzecca il decreto e le modalità
di intervento di MPS magari i miliardi impiegati possono essere meno di
venti. Entro un quadro di interventi duro, per la società, ma non
catastrofico. Oltre a Forza Italia, il gruppo di Verdini si è già
espresso in aula a favore del decreto. Se l’ora è grave, e il voto pesa,
Denis non manca mai. Anche se Silvio, vista la vicenda Vivendi, l’aiuto
del governo se lo tiene già caro di suo.
Ipotesi hard.
L’ipotesi hard parte da una analisi interna al mondo finanziario.
Bloomberg ha stimato la cifra necessaria per il salvataggio delle banche
italiane in 60 miliardi. Il triplo di quanto
eventualmente stanziato, e vedremo come, dal governo italiano. Se questa
analisi viene adottata dai mercati finanziari non è impossibile che il
quadro del valore di borsa delle banche italiane vada verso il basso,
magari non subito, anche in presenza del decreto. Questo scenario
potrebbe intrecciarsi con un altro: la bocciatura del decreto italiano su MPS da parte delle autorità europee di supervisione degli accordi sull’Unione bancaria.
E, a quel punto, la richiesta di rientro, al governo Gentiloni, del
deficit eccessivo contratto dal governo Renzi potrebbe, sempre per le
autorità europee, farsi automatica in parallelo a questa bocciatura. Se
consideriamo che lo stesso governo Renzi ha lasciato in eredità una
clausola di salvaguardia (tagli sicuri oppure aumento IVA) il conto, per
la società italiana, si farebbe salato. Diverse decine di miliardi (60
miliardi sono due manovre Monti del 2011) per le banche, una manovra
correttiva per i 5 miliardi, lasciati per strada dal governo Renzi, e
una per evitare che scattino le clausole di salvaguardia per l’aumento
dell’Iva (seriamente depressivo per l’economia). Uno scenario decisamente hard, economicamente il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.
Scenario che non terminerebbe qui. La Frankfurter Allgemeine, per mano
del suo corrispondente a Roma, ha chiesto il commissariamento delle
banche più interessate dalla crisi secondo le regole ESM. E non è la
prima testata tedesca che invoca queste regole per l’Italia. Quelle del
fondo chiamato, con discreto coraggio, salvastati. In poche parole
arriverebbe, sempre dall’”Europa”, una struttura commissariale non solo
delle banche ma anche della parte di bilancio dello stato necessario a
smaltire la loro crisi. In caso di precipitazione degli eventi, come
sempre negli ultimi vent’anni e più, comunque tutto dipende dalla
Germania. E da quale strategia, per l’Italia, sceglierà la cancelliera
nel 2017, anno elettorale. Anno difficile anche per la Germania alle
prese con cambiamenti di scenario globale tutti, anche per lei, da
decifrare.
I fatti ci faranno capire quale ipotesi
prevarrà oppure cosa, degli scenari hard e light, finirà per mescolarsi
per comporre lo scenario vero. Resta, nel frattempo, la realtà:
una grave, e lunga, crisi bancaria si intreccia a misure che finiranno,
vedremo in che modo e grandezza, a incidere sulla spesa pubblica, sui
servizi, sull’educazione e le prestazioni sanitarie. L’impatto
per servizi sociali, scuola, sanità ci sarà comunque. Il punto sta nella
violenza o meno di questo impatto. Il resto è retorica.
Ovviamente l’economia internazionale
farà la sua parte in tutto questo. Un paio d’anni di ripresa americana,
accompagnata dal rialzo tassi Usa, o una crisi cinese, magari esplosa
per lo stesso motivo, possono incidere in un senso o in un altro. Come
incideranno le modalità – economiche, logistiche e tecnologiche – di
ristrutturazione del sistema bancario. Modalità che incedono con i ritmi
di una vera e propria rivoluzione. Il punto, quello che interessa, è
capire quante risorse per la società, e i servizi di cui necessita, ci
sono dopo questi passaggi. E anche chi le governa. Temi non da poco
mentre si va verso un altro anno che si annuncia tutt’altro che facile.
Redazione, 21 dicembre 2016
25/06/2015
Se Roma piange Milano non ride. Il Comune rischia il default
Che il Comune, anzi la Città Metropolitana di Roma Capitale abbia i suoi guai è ormai cronaca di tutti i giorni. Per le strade e i circoli che contano di Milano, la “capitale economica”, è diventato frequente ascoltare battute dal sapore antico sulla diversità tra le due grandi città. Roma è alle prese con l'inchiesta sulla corruzione e le infiltrazioni mafiose dentro i suoi uffici, tra i consiglieri comunali e qualche incaricato della giunta Marino. A Milano in questi anni le inchieste sul malaffare si sono abbattute invece sulla Regione (soprattutto nel settore “aziendalizzato” della sanità) e sull'Expo. Ma il Comune del sindaco Pisapia, almeno su questo terreno, era riuscito a salvarsi. Ma, come abbiamo scritto spesso su questo giornale, la “amministrazione degli onesti” può non fare la differenza quando accetta di piegarsi ai diktat del Patto di Stabilità e alle logiche del pareggio di bilancio che da Bruxelles arrivano fino al più piccolo dei comuni della Brianza o del Salento, tanto per dire. E allora giù con i tagli ai servizi sociali e l'aumento delle addizionali locali dell'Irpef e se qualcuno protesta ti arriva addosso la longa manu della “legalità”. Eppure può non bastare, neanche a Milano.
I conti della Città metropolitana di Milano, secondo il Corriere della Sera, rivelano infatti una voragine da 90 milioni di euro che deve essere assolutamente chiusa entro il 31 luglio, altrimenti le alternative sono il pre-dissesto o ancor peggio l’arrivo del commissario. Il sindaco Pisapia, insieme al suo assessore al Bilancio, Sergio Romano, nei giorni scorsi sono volati di corsa a Roma per incontrare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti (che ha preso il posto di Graziano Delrio) e presentargli il problema.
Nel bilancio preventivo 2015 c'è infatti un buco di 90 milioni di euro e nei prossimi anni non può che peggiorare perché anche sul groppone del Comune di Milano arriveranno i debiti accumulati per l'Expo 2015. Eh sì, perché una grossa parte di quei 320 milioni di euro spesi per acquistare le aree dove è sorto l'Expo (che si poteva fare magari all'ex Ortomercato, già di proprietà del Comune), ricadranno sul bilancio comunale. A questo si aggiungono i provvedimenti del governo e i vincoli del Patto di Stabilità.
Nel 2015 i tagli alle Città metropolitane erano fissati a un miliardo di euro e la ricaduta su Milano è stata di 27 milioni di euro, ma nel 2016 si raddoppia e si arriva a due miliardi di tagli, quindi Milano dovrà fare a meno di 54 milioni di euro di trasferimenti statali. Non solo, nel 2017 i tagli arriveranno a tre miliardi di euro e quindi a 81 miliardi in meno. Le previsioni mettono i brividi: nel 2016 il buco nel bilancio comunale raggiungerà i 163 milioni, per arrivare a 212 nel 2017, sempre senza tenere conto del buco di ritorno del debito post Expo. Su questo rinviamo ad un ottimo studio fatto da OffTopic, Expo significa debito e al recente convegno di Ross@ a Milano dedicato proprio all'Expo.
A complicare il tutto c'è poi la sussidiarietà alla rovescia, con le Città Metropolitane che finanziano lo Stato attraverso i proventi delle imposte provinciali (come l’imposta di trascrizione dell’auto e l’aliquota della rc auto) che finiscono al Mef, si tratta di 150 milioni di euro, pari al 42 per cento delle entrate fissate a 360 milioni di euro.
Per Milano dunque, nonostante non sia alle prese con gli affari di Mafia Capitale, si aprono due scenari niente affatto rassicuranti. Senza “una mano” dal governo si va al pre-dissesto oppure si arriva al dissesto vero e proprio e viene imposto un commissario, esattamente come l'aria che tira a Roma. Dire che la giunta Pisapia, quando si è imbarcata nell'operazione Expo, non avesse contezza di questi scenari è poco credibile, esattamente come non è la giunta Marino quando si rifiuta di trarre le dovute conclusioni – le dimissioni – a fronte di quanto rivelato dall'inchiesta su Mafia Capitale. Ma mentre il furbo Pisapia annuncia che quando i nodi verranno al pettine lui non ci sarà perché non si ricandida a sindaco, Marino ha annunciato, con scarso buonsenso, che lui si vuole ricandidare e rimanere sindaco fino al 2023. C'è poco da ridere. Come abbiamo ripetuto da molto tempo, il totem delle "buone amministrazioni" non basta più, al massimo sono delle foglie di fico. Ma a noi interessano le esigenze popolari non le vetrine, a Roma come a Milano.
Fonte
I conti della Città metropolitana di Milano, secondo il Corriere della Sera, rivelano infatti una voragine da 90 milioni di euro che deve essere assolutamente chiusa entro il 31 luglio, altrimenti le alternative sono il pre-dissesto o ancor peggio l’arrivo del commissario. Il sindaco Pisapia, insieme al suo assessore al Bilancio, Sergio Romano, nei giorni scorsi sono volati di corsa a Roma per incontrare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti (che ha preso il posto di Graziano Delrio) e presentargli il problema.
Nel bilancio preventivo 2015 c'è infatti un buco di 90 milioni di euro e nei prossimi anni non può che peggiorare perché anche sul groppone del Comune di Milano arriveranno i debiti accumulati per l'Expo 2015. Eh sì, perché una grossa parte di quei 320 milioni di euro spesi per acquistare le aree dove è sorto l'Expo (che si poteva fare magari all'ex Ortomercato, già di proprietà del Comune), ricadranno sul bilancio comunale. A questo si aggiungono i provvedimenti del governo e i vincoli del Patto di Stabilità.
Nel 2015 i tagli alle Città metropolitane erano fissati a un miliardo di euro e la ricaduta su Milano è stata di 27 milioni di euro, ma nel 2016 si raddoppia e si arriva a due miliardi di tagli, quindi Milano dovrà fare a meno di 54 milioni di euro di trasferimenti statali. Non solo, nel 2017 i tagli arriveranno a tre miliardi di euro e quindi a 81 miliardi in meno. Le previsioni mettono i brividi: nel 2016 il buco nel bilancio comunale raggiungerà i 163 milioni, per arrivare a 212 nel 2017, sempre senza tenere conto del buco di ritorno del debito post Expo. Su questo rinviamo ad un ottimo studio fatto da OffTopic, Expo significa debito e al recente convegno di Ross@ a Milano dedicato proprio all'Expo.
A complicare il tutto c'è poi la sussidiarietà alla rovescia, con le Città Metropolitane che finanziano lo Stato attraverso i proventi delle imposte provinciali (come l’imposta di trascrizione dell’auto e l’aliquota della rc auto) che finiscono al Mef, si tratta di 150 milioni di euro, pari al 42 per cento delle entrate fissate a 360 milioni di euro.
Per Milano dunque, nonostante non sia alle prese con gli affari di Mafia Capitale, si aprono due scenari niente affatto rassicuranti. Senza “una mano” dal governo si va al pre-dissesto oppure si arriva al dissesto vero e proprio e viene imposto un commissario, esattamente come l'aria che tira a Roma. Dire che la giunta Pisapia, quando si è imbarcata nell'operazione Expo, non avesse contezza di questi scenari è poco credibile, esattamente come non è la giunta Marino quando si rifiuta di trarre le dovute conclusioni – le dimissioni – a fronte di quanto rivelato dall'inchiesta su Mafia Capitale. Ma mentre il furbo Pisapia annuncia che quando i nodi verranno al pettine lui non ci sarà perché non si ricandida a sindaco, Marino ha annunciato, con scarso buonsenso, che lui si vuole ricandidare e rimanere sindaco fino al 2023. C'è poco da ridere. Come abbiamo ripetuto da molto tempo, il totem delle "buone amministrazioni" non basta più, al massimo sono delle foglie di fico. Ma a noi interessano le esigenze popolari non le vetrine, a Roma come a Milano.
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