Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/03/2026
La guerra igiene del mondo (politico)
La proposta riprende e attualizza un cavallo di battaglia storico del movimento pacifista italiano e prova a presentarsi come uno strumento utile per contrapporre la difesa civile a quella militare ed è indubbiamente questo il messaggio che sta arrivando all’opinione pubblica.
La realtà è invece più complessa e al tempo stesso più semplice: oggi, in tutti i paesi d’Europa che si preparano alla guerra, si sta applicando la dottrina della “difesa totale”, non certo a caso nata in Israele all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, in base alla quale ogni cittadino, qualunque sia la sua posizione all’interno della società, sia civile che militare, deve essere preparato e poi disponibile a sostenere lo sforzo bellico.
I sistemi di difesa civile vengono così integrati profondamente con l’apparato militare e d’altra parte questo è quanto avviene a tutti i livelli, all’interno di quel dual-use che è diventato il cardine della ristrutturazione economica e anche ideologica delle società occidentali.
Oggi chi sta lavorando per preparare le masse dei subalterni a sostenere la guerra delle classi dominanti lavora per questa “difesa totale”, applicando precise direttive europee che trovano un corrispettivo, anche ideologico, nel concetto di “resilienza”.
Si tratta di una precisa dottrina militare NATO fatta propria dai paesi europei: si chiama CIMIC (Civil Military Cooperation) ed è stata elaborata per le attività militari in paesi esteri sulla base del principio che non è sufficiente controllare militarmente un territorio, ma è necessario gestire la società e questo si fa in sinergia con gli apparati civili, dalle ONG alla gestione degli aiuti e della ricostruzione al fine di ottenere consenso e controllare le dinamiche sociali.
La dottrina CIMIC è stata poi allargata alle società interne alla NATO e prende il nome di “resilienza”, un principio in base al quale i fattori civili sono pienamente integrati nella strategia militare e fanno parte completamente dell’ambiente operativo.
Ancora più allarmante è il fatto che questa proposta di legge venga lanciata nel momento in cui il governo italiano si sta preparando a riportare la leva anche nel nostro paese; parliamo di allarme perché tutti i paesi europei che stanno reintroducendo la leva lo fanno abbinando all’arruolamento militare la libera scelta del servizio civile, vero e proprio cavallo di Troia e specchietto per le allodole che vuole far credere ai cittadini che potranno scegliere di non servire i signori della guerra; ma è lampante che nel 2026 i signori della guerra non potrebbero mai riproporre un modello di ritorno al servizio militare obbligatorio ed è per questo che propongono anche la scelta del servizio civile, il quale oltretutto rappresenta oggi un tassello imprescindibile della militarizzazione totale della società.
Per questo la proposta di legge avanzata dalla “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, dalla “Rete Italiana Pace Disarmo” e da “Sbilanciamoci!” è una proposta non solo datata, ma perfettamente funzionale al ritorno della guerra nella sua forma contemporanea.
E d’altra parte la proposta è imbevuta di richiami al patriottismo (si veda l’insistente richiamo all’art. 52 e al “sacro dovere della difesa della patria”) e la candida ammissione di come sia necessario “riconoscere la difesa civile, non armata e nonviolenta quale componente del sistema nazionale di difesa”.
Siamo dunque perfettamente dentro la strategia dei guerrafondai europei che lavorano esattamente in questa direzione, con un’ottica ampia e intelligente volta a portare i giovani e la società tutta dentro l’orizzonte della guerra.
Lo sanno i promotori della legge che tutti i ministri della difesa europei, quando pensano di reintrodurre la leva, si ispirano al modello scandinavo? La domanda è lecita, visto che nella Relazione illustrativa che accompagna la proposta di legge si porta come esempio virtuoso la Svezia con specifico riferimento all’agenzia governativa Swedish Civil Contingencies Agency” (Myndigheten för samhällsskydd och beredskap – MSB; leggiamo infatti: “Ad esempio, la Svezia ha istituito lo “Swedish Civil Contingencies Agency” (Myndigheten för samhällsskydd och beredskap – MSB), un’agenzia nazionale dedicata alla protezione civile, alla gestione delle crisi e alla resilienza sociale, che opera in stretto coordinamento con le forze armate, ma con una funzione chiaramente civile e preventiva. Il modello svedese rappresenta un esempio virtuoso di integrazione tra sicurezza civile e programmi di prevenzione, fondato su un approccio sistemico e inclusivo”.
Ma cosa è MSB? È un’agenzia civile che, seppur non inserita direttamente sotto i comandi militari, ha tra i suoi compiti espliciti quello di preparare la popolazione alla guerra in stretta sinergia con il mondo militare; è proprio questa l’agenzia che ha distribuito a tutte le famiglie svedesi una brochure diventata famosa in cui si davano ai cittadini indicazioni di comportamento in caso di conflitto.
Si tratta di un vero e proprio modello di difesa che ha il compito di preparare e rendere “resiliente” la società nella guerra che si profila, in quanto lo sforzo bellico impatterà sugli stati coinvolti che potrebbero veder mettere a rischio i rapporti sociali e di produzione esistenti, cioè quelli stessi che ci stanno portando in guerra.
La difesa civile non è solo a protezione della popolazione, ma lavora per il disciplinamento dei cittadini che devono diventare direttamente responsabili della difesa della patria e interiorizzare la guerra, in una sorta di responsabilità individuale che finisce per trasformare il concetto stesso di cittadinanza trasformando tutti i cittadini in soldati.
È il concetto preciso della difesa totale, non a caso di derivazione NATO, in cui la distanza tra militare e civile svanisce e la popolazione diventa parte integrante della strategia militare e dunque le agenzie come MSB sono di fatto strutturalmente parte della macchina bellica.
Ma i promotori della legge devono conoscere molto bene il modello svedese, visto che dichiarano esplicitamente l’obiettivo della loro azione in questi termini: “L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili”.
E coerentemente l’art. 1 della proposta di legge recita: “In attuazione degli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione, è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche”.
E talmente si sono premuniti di non disturbare i signori della guerra, che hanno individuato il ministero delle finanze (e non quello della difesa) per trovare i soldi che gli oneri della nuova legge comporterà.
Non va dimenticato infine il ruolo, anche di profitti, che in tutto questo gioca il vasto mondo del terzo settore che in sue parti significative è stato e continua ad essere uno strumento sia di esternalizzazione del lavoro con conseguente contrazione di salari e di diritti sia di privatizzazione di fatto dello stato sociale; e la “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, che è tra i promotori della proposta di legge, ben rappresenta questo settore sociale, con le sue luci e le molte ombre.
Inoltre va registrato come la proposta di legge preveda gli ennesimi carrozzoni, con l’istituzione di un “Consiglio nazionale per la difesa civile” e di un “Dipartimento della difesa civile” che dovrebbero svolgere funzioni di coordinamento (compresa la gestione del personale della difesa civile) e anche un istituto di ricerca per la pace e il disarmo come supporto formativo per il Dipartimento; il tutto, come sempre, rinviato a regolamenti di competenza del Consiglio dei Ministri, cioè attualmente alla Meloni.
Non è difficile immaginare la soddisfazione del ministro Crosetto di fronte a questa iniziativa: il governo è infatti estremamente in difficoltà sul tema della leva ed è nel contempo schiacciato, al pari di tutti i governi europei, dalla necessità strutturale di tornare a qualche forma di leva di massa, visto che i volontari non bastano più e che le opinioni pubbliche rappresentano il problema più grande da aggirare.
Il ministro Crosetto, asserendo che la questione della difesa riguarda l’intero sistema paese, ha continuato ad appellarsi alle opposizioni affinché il governo non fosse lasciato solo in questo difficile passaggio; crediamo che di fronte a questa proposta di legge popolare avanzata dal mondo “pacifista” non possa che rallegrarsi perché è esattamente quello di cui aveva bisogno per poter far digerire i nuovi meccanismi con cui riporteranno la leva anche in Italia.
La destra potrà portare davanti al proprio elettorato un rilancio del mondo militare e dei suoi valori, la sinistra porterà un finto pacifismo sotto il quale si nasconde in realtà una completa adesione alla guerra e alla sua preparazione.
D’altra parte che il processo sia pienamente bipartisan è dimostrato dai voti in parlamento: la Legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche, con soli 3 astenuti e analogo discorso si potrebbe fare per la legge che istituisce la Giornata nazionale delle forze armate del 4 novembre; ed è dimostrato anche dalla proposta di legge del PD n° 1740 dei deputati Graziano e Fassino che propongono la riserva civile ausiliaria dello Stato da inquadrarsi direttamente sotto il ministero della difesa.
Ma tutto questo non sorprende: la guerra è una questione strutturale e non riguarda la politica politicante, ma i rapporti che le classi dominanti, qualunque sia il loro colore politico, devono ristabilire con i subalterni, quelli che la guerra non la decidono, ma che poi devono farla.
Da questo punto di vista davvero la guerra porta pulizia e chiarezza perché mostra come la classe dirigente sia in realtà un blocco unico la cui unica preoccupazione è portare narrazioni differenti davanti ai loro diversi elettorati.
E non sorprende nemmeno che si stiano cercando di utilizzare tutti quei segmenti di apparati che meglio possano ingannare le opinioni pubbliche: cosa di meglio che portare in Italia le dottrine NATO di preparazione alla guerra veicolandole sotto il segno di Gandhi? Pensano forse di ingannare quanto si è palesato questo autunno nel nostro paese a sostegno della Palestina e contro la guerra? Vedremo se in Italia sceglieranno per il ritorno della leva il modello del questionario obbligatorio (come già è accaduto in Germania) o se opteranno per quello croato (che prevede obbligo generalizzato di due mesi da svolgersi o come servizio civile o come servizio militare); qualunque sarà la direzione intrapresa, il modello resta sempre quello duale della difesa civile integrata con quella militare, in perfetta linea con i guerrafondai del resto d’Europa.
Lo sanno coloro che si apprestano a firmare ingenuamente questa proposta di legge che, se essa sarà approvata, sarà un passo avanti verso la guerra? Lo sanno le persone che scendono in piazza con le bandiere della pace e con i promotori di questa proposta di legge che in realtà stanno marciando verso la guerra dietro alla bandiera della NATO e della sua strategia della difesa totale?
Per questi motivi questa legge non va assolutamente firmata e invitiamo anche le strutture che hanno le loro radici nel movimento nonviolento a prendere le distanze e a recuperare pienamente la loro radicale opposizione alla guerra e alla cultura della guerra; oggi va compreso che la forma della guerra è mutata e che sostenere la difesa civile significa diventare complici del ritorno della leva in Italia e della preparazione alla guerra dell’intera nostra società.
Fonte
24/02/2025
Terzo settore e gentrificazione: una parola di chiarezza
di Giovanni Iozzoli
Luca Rossomando, L’impresa del bene. Terzo settore e turismo a Napoli, Carocci Editore, Roma 2025, pp. 148, € 17,00
Nel corso della sua travagliatissima storia, Napoli è stata spesso laboratorio di sperimentazioni sociali – quasi sempre nefaste, spesso ardite e anticipatorie – che hanno inciso sul corso del suo sviluppo e delle sue infinite crisi. L’elemento più dirompente che ha segnato la città, in questo ultimo trentennio, è stato sicuramente l’avvento del turismo di massa, potentissimo fattore di riorganizzazione dei flussi economici e degli assetti urbanistici. Non che Napoli fosse storicamente estranea ai movimenti turistici; ma essi non avevano influito che in minima parte sui suoi equilibri complessivi. Oggi, collocata a pieno titolo come tappa immancabile dentro la topografia turistica euromediterranea, la città subisce il ritmo crescente della valanga umana che anno dopo anno ne investe il centro storico, alterandone finanche l’antropologia, le relazioni sociali e i rapporti di potere e di classe.
Luca Rossomando, coordinatore delle attività editoriali di Napoli Monitor – laboratorio di riferimento della ricerca storiografica e sociologica sulle trasformazioni metropolitane – offre con questo suo breve e succoso saggio, una profonda occasione di riflessione. La sua analisi non si limita alla descrizione fenomenologica dei processi – turistificazione e gentrificazione – quanto all’inquadramento dei soggetti reali che guidano o cavalcano l’onda sociale delle trasformazioni. In particolare, l’indagine si concentra su tre quartieri simbolo – delle retoriche del “degrado” e della “rinascita” – studiando minuziosamente gli attori sociali che in tali territori esprimono progettualità e protagonismo: enti del Terzo settore, associazioni, imprenditori privati, ong, fondazioni, figure nuove di governance che operano “sul crinale tra sfera pubblica e mercato”.
In pratica, l’enorme scombussolamento sociale della turistificazione, sta producendo sul campo una nuova cartografia di poteri, sottopoteri, progetti, gerarchie, flussi finanziari, in cui il ruolo del pubblico risulta sempre più ancillare. E siccome questi processi – dal “particolare al generale” – possono riguardare qualsiasi tessuto urbano, le storie che Rossomando racconta in questo saggio, sono decisamente di largo interesse, al di là della babele napoletana.
Nel 1995 il centro storico di Napoli è stato dichiarato “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. [...] Qui, nell’ultimo decennio, i valori immobiliari sono aumentati costantemente e gli affitti temporanei hanno progressivamente soppiantato le locazioni residenziali. In poco tempo sono nate una miriade di piccole e piccolissime imprese, attive in particolare nei campi dell’accoglienza turistica e della ristorazione. Dopo la flessione dovuta al Covid 19, la marea dei turisti ha ricominciato a crescere, portandosi rapidamente sui livelli pre-pandemici. Nel 2023, l’aeroporto di Capodichino ha registrato 12,4 milioni di passeggeri, il numero maggiore della sua storia, con un incremento del 14% sul 2019. Nello stesso anno il traffico crocieristico ha indirizzato verso il porto di Napoli più di un milione e mezzo di persone, con una crescita del 43% rispetto al 2022. Nell’aprile 2024 il totale degli annunci disponibili sulla piattaforma Airbnb ha sfiorato per la prima volta quota 10.000. (p. 12)
Chiaro che fenomeni sociali di queste dimensioni producono impatti altamente distorsivi: quello che era il centro storico più grande d’Europa, densamente abitato e vissuto dalla popolazione residente, sta assistendo alla rapida espulsione dei soggetti socialmente deboli – poveri, anziani, studenti –, all’impennata dei valori immobiliari, alla chiusura di botteghe e servizi che lasciano il posto alla catena infinita della piccola ristorazione che, metro dopo metro, ridisegna le strade e gli odori della città. Anche il mercato del lavoro cambia rapidamente: il segmento dell’impiego precario e malpagato, in qualche modo si struttura, diventa definitivo, elemento non emancipabile, ma necessario e indispensabile per reggere l’industria dell’offerta turistica.
E il quadro politico-amministrativo – in un territorio che storicamente ha espresso una fetta importante di ceto dirigente nazionale – come approccia questi fenomeni?
Negli anni di Gaetano Manfredi, eletto sindaco nell’ottobre del 2021, la “turistificazione” della città è stata assunta dai governanti come punto di partenza in funzione del quale rimodulare ogni intervento o prospettiva di futuro. [...] Nei discorsi e documenti della giunta si è affermata, nella rituale formula per cui le istituzioni lavorerebbero per il bene dei cittadini, la consuetudine di affiancare al benessere di questi ultimi anche quello dei turisti, talvolta invertendo i termini delle priorità: le istituzioni a Napoli, insomma, lavorano per il benessere dei turisti, ma anche per quello dei cittadini, con tutte le conseguenze che questa inversione comporta. (p. 13)
Quando il turismo inizia a riversarsi sul centro cittadino, una pluralità di soggetti afferenti alla categoria “omnibus” del c.d. Terzo Settore comincia a leggere le potenzialità di questa dinamica. Si possono gestire pezzi di territorio turisticamente interessanti, magari proprio in quei rioni che godono di non buona fama; si può organizzare la grande rete dell’ospitalità diffusa; si possono intercettare risorse fresche per “riorientare” la vita dei quartieri difficili e proporsi alle istituzioni come promotori di legalità; si può godere di un ampio serbatoio di mano d’opera locale, giovane, debole e disponibile. Per fare questo, si rafforzano lo stigma e gli stereotipi sul degrado dei territori da “bonificare” e ci si propone come “risanatori” dei quartieri, mettendo in rete le risorse di diversi soggetti: la Chiesa – che è un enorme proprietario immobiliare –, le fondazioni bancarie, le grandi imprese sponsor, le tipologie associative di ogni ordine e grado. Dalla retorica del degrado alla retorica della legalità, questi nuovi attori sociali conquistano campo, nella sottomessa passività del pubblico.
Questo ridisegno della mappa dei poteri e del dinamismo economico, va inquadrato dentro la più generale tendenza italiana, negli ultimi trent’anni, a esaltare il “privato sociale” e il principio di sussidiarietà. Secondo questa lettura il Terzo Settore si presenta come alternativa efficiente e democratica, rispetto allo Stato “burocratico e sprecone”. A Napoli, questo nuovo tipo di impresa – “del bene”, come suggerisce con amara ironia il titolo –, ha marciato con vigore, scoprendo spazi di valorizzazione e rafforzando giorno per giorno una sua propria narrazione: davanti al degrado, solo noi – società civile – siamo in grado di porre un argine e trasformare in oro la miseria sociale. Rossomando descrive attraverso una puntuale ricognizione dei progetti, dei soggetti e del loro rapporto con gli abitanti dei quartieri, l’azione di questi enti del Terzo settore, distinguendoli per risorse disponibili e velleità.
Le retoriche del Terzo Settore, si sono per anni sviluppate grazie ad
una politica compiacente, ad un giornalismo servile, alla creazione di
un clima generale che accreditava queste narrazioni. L’autore cita a mo’
di esempio un servizio televisivo di prima serata, in cui le attività
di queste imprese napoletane, vengono sobriamente definite:
“straordinaria esperienza di autogoverno civico”, “fabbrica del welfare
sorta interamente su iniziativa e con risorse private”, “gemme di
riformismo visionarie che fioriscono dove uno meno se le aspetta”.
Ma al di là del racconto entusiasta, quali sono i risultati concreti di questa ventennale discesa in campo del privato-sociale?
Questi enti operano da anni, talvolta da decenni, nei quartieri che descrivono al pubblico, agli sponsor, ai visitatori presenti e potenziali. Essi parlano di diseguaglianze, analfabetismo, disoccupazione, violenza, in modo così accalorato da far sorgere spontanee alcune domande: le loro iniziative hanno influito in qualche modo su queste criticità? Hanno prodotto miglioramenti apprezzabili? E quali? E quindi: è possibile identificare dei parametri validi per misurare l’efficacia del loro intervento? Si tratta di domande cruciali, perché poi con il passare degli anni, nuovi bandi vengono indetti da fondazioni private e amministrazioni pubbliche, nuovi sponsor decidono di scendere in campo per sostenere l’intervento sociale e culturale, e allora gli enti del terzo settore progettano nuove iniziative e, per partecipare ai bandi o attirare gli sponsor, ripropongono le narrazioni di cinque, dieci, quindici anni prima: il quartiere ghetto, il degrado, la disgregazione sociale e così via... (p. 131)
Questo piccolo saggio andrebbe adottato nelle facoltà di sociologia (almeno a Napoli!) come strumento di conoscenza e agenda di lavoro. Perché questa è proprio l’epoca in cui si vanno ridimensionando, con sempre più decisione, le risorse e gli strumenti di intervento pubblico che dovrebbero garantire i livelli minimi di tenuta dei diritti costituzionali. Rossomando mette quindi il dito dentro un nodo tutto politico, doloroso e attualissimo, del nostro presente. Più in generale, al di là del quadro napoletano, questo libro parla del potente ciclo neoliberale, delle sue egemonie, delle sue prassi, della sua ideologia sempre più incombente: l’impresa si fa “sociale”, il capitalismo si fa “green”, lo Stato si fa “leggero”. Quello che persiste è la riduzione alla misura del profitto di ogni attività, speranza e aspettativa umana.
16/02/2025
Il divario sui presidi residenziali sanitari e assistenziali in un’Italia già “differenziata”
Tutti, inoltre, ci ricordiamo delle stragi avvenute nelle strutture residenziali per anziani, e pensavamo che almeno qualcosa sarebbe cambiato in questo ambito. Invece, i dati pubblicati recentemente dall’Istat mostrano come il percorso di regionalizzazione continui a impattare largamente il reale accesso ai servizi sanitari nel nostro paese.
Lo studio dell’istituto di statistica si riferisce all’anno 2023 e riguarda le strutture residenziali socio-sanitarie e socio-assistenziali, che accolgono persone appartenenti a categorie fragili, per brevi periodi o a tempo indeterminato, e per i quali è necessaria una particolare attenzione da parte dell’autorità sanitaria.
Come leggiamo nel rapporto, le prime erogano servizi con “livelli di assistenza sanitaria bassa o assente a minori, stranieri, persone con dipendenze, donne vittime di violenza, adulti con disagio”, mentre le secondo forniscono “livelli di assistenza sanitaria medio alta a persone non autosufficienti, con disabilità o patologie psichiatriche”.
Le persone che hanno bisogno di questo tipo di sostegno stanno purtroppo aumentando in Italia: se nel 2022 ne hanno usufruito in 356.556, nel 2023 questo numero è aumentato a 362.850. E considerato che circa tre quarti dei residenti sono anziani, è facile collegare la dinamica anche all’invecchiamento progressivo della popolazione.
Ma, in maniera opposta, il numero dei presidi residenziali sta diminuendo. Infatti, se nel 2022 erano 12.576, nel 2023 erano 12.363, con l’offerta di posti letto che si è abbassata da circa 414 mila a quasi 408 mila, anche se per le dinamiche demografiche il numero di posti letto rimane stabile a 7 ogni mille abitanti.
Visti i numeri si potrebbe dunque pensare che il sistema riesce a garantire la copertura rispetto alle esigenze della popolazione. Ma se si va a guardare nel dettaglio la distribuzione regionale dei posti letto, ci si accorge che mentre nel Nord-Est essi sono 10 ogni mille abitanti, nel Meridione questi scendono a 3.
Risulta quindi evidente la disparità di accesso al servizio che deriva dalla frammentazione del paese in 20 sistemi sanitari regionali differenti, a cui si aggiunge la netta ritirata del pubblico tout court. Infatti, si legge nel rapporto, “la titolarità delle strutture è in carico ad enti non profit nel 45% dei casi, agli enti privati nel 24%, agli enti pubblici nel 19% e agli enti religiosi nel 12%”.
È il Terzo Settore a farla da padrone, ovvero quel mondo di enti senza scopo di lucro, che spesso sono in realtà vere e proprie macchine da soldi che si accaparrano bandi e fondi stornati dal pubblico per essere dati al privato. Per dare poi sostanzialmente lo stesso servizio, se non di qualità peggiore perché comunque legato a una logica di bilancio, con effetti anche sull’occupazione.
In questi presidi residenziali ci sono “373.462 unità di personale, di cui 32.896 volontari e 3.756 operatori di servizio civile”. Non solo questo mondo si fonda in maniera sostanziale sul volontariato e sul servizio civile, ma assorbe anche i lavoratori espulsi dal pubblico garantendo però meno tutele.
Infatti, tra il personale retribuito la maggioranza è fatta di professionisti in ambito sanitario, ma “è occupato con un regime orario ridotto il 41% dei dipendenti retribuiti, di cui ben il 17% con un impegno orario al di sotto del 50% rispetto al tempo pieno”. La quota di stranieri impiegati nelle strutture è del 12%, due su tre extraeuropei: sicuramente, tra le categorie più facilmente ricattabili.
Va inoltre sottolineato come, anche quando la struttura è pubblica, essa può finire in gestione a enti privati. E anche in questo caso c’è una netta distanza tra il Nord, dove il 26% delle strutture pubbliche sono gestite da enti no profit, e il Centro-Sud, dove questa percentuale viaggia sul 36-37%, con una crescente disarticolazione del sistema pubblico.
Oggi si continua a parlare di Autonomia Differenziata, ma la realtà è che bisognerebbe tornare indietro e ribaltare tutto il percorso cominciato sin dalla riforma del Titolo V della Costituzione per tornare a servizi pubblici davvero funzionali e funzionanti.
Fonte
16/12/2021
Tra la crisi dello Stato sociale e l’ascesa del Terzo settore - Intervista a un lavoratore
Negli ultimi venti anni, il Terzo settore, con un giro di affari che in base a stime recenti si attesta intorno al 5% del Pil nazionale, è divenuto l’asse portante del cosiddetto Welfare mix, potendo contare su un esercito di volontari e dando lavoro a circa 850.000 addetti. Tuttavia, le condizioni di vita delle persone occupate in questo contesto, nei diversi ambiti in cui le attività di queste ultime si concretizzano, esprimono ampie fasce di immiserimento crescente.
Per addentrarci nella fitta rete di quell’ossimoro che costituisce il “privato sociale”, mi sono posto degli interrogativi che ho cercato di sviluppare con Mario Piras, operatore pluri-qualificato, con molti anni di esperienza nelle cooperative sociali.
La stragrande maggioranza delle cooperative sociali, per il solo fatto di scrivere nei propri statuti che perseguono finalità mutualistiche e solidaristiche, tendono a propagare un’immagine della loro mission che fa a pugni con i racconti di vita quotidiana dei loro dipendenti. Qual è la tua percezione nei confronti di queste forme distorsive delle relazioni sociali? Quali sono le dinamiche interne tra soci e dipendenti?
Mi sembra importante dire, poiché è proprio nella mia esperienza di lavoratore, come vi sia una narrazione promossa da quadri e semplici dipendenti soci, secondo la quale ai soci venga riservata una priorità nella conservazione del posto di lavoro in caso di riduzione di budget. Sono gli stessi lavoratori e lavoratrici della cooperativa che raccontano di come essere soci presenti dei vantaggi che, secondo la mia opinione, non sono limitati alle finalità mutualistiche e solidaristiche. Ecco, faccio un esempio concreto: succede, non di rado, di essere penalizzati per l’improvvisa riduzione di ore di servizio, riduzione che può dipendere da una improvvisa diminuzione dei fondi pubblici che erano stati inizialmente previsti. Se succede, una pratica molto comune è quella in cui si dice ai lavoratori del servizio penalizzato di condividere equamente la riduzione del monte orario complessivo. Può accadere, però, e lo so per esperienza personale, che uno o più soci chiedano di mantenere il proprio monte orario e se non hanno risposta positiva, magari perché non ci sono nemmeno ore disponibili per l’integrazione in altri servizi, chiedano di mantenere le stesse ore nel servizio penalizzato a danno di uno o più dipendenti non soci, che così vedono ridotte le proprie ore anche per le quote di questi soci. Io non credo che questa dinamica abbia a che fare con le finalità mutualistiche e solidaristiche di una cooperativa. Penso che sia una distinzione non legittima che i dirigenti di cooperativa operano perché hanno un interesse a tutelare i soci maggiormente, poiché sono ovviamente solo i soci ad avere potere di voto nell’elezione del Consiglio di amministrazione di una cooperativa.
Nel 1883, quando fu fondata a Ravenna la prima società di mutuo soccorso, l’Associazione Generale degli Operai e dei Braccianti, i loro membri e sostenitori, tra cui Andrea Costa, posero un argine alle gare al ribasso per aggiudicarsi gli appalti, per le opere di sistemazione del territorio. A distanza di circa un secolo e mezzo, il principio di non ingaggiare competizioni distruttive tra i lavoratori si è dileguato. Come giudichi la tendenza delle cooperative ad accapigliarsi tra di loro per ottenere la gestione di un servizio dalla Pubblica Amministrazione? E soprattutto, date queste circostanze, credi che sia possibile disinnescare “la guerra tra poveri” che pervade le condizioni di esistenza dei dipendenti e dipendenti-soci?
Io non parlerei di cooperative che si “accapigliano”. Ricorderei che formalmente siamo in regime di libero mercato, perché è necessario farlo, proprio per disvelare e chiarire meglio le contraddizioni. E infatti in un libero mercato del sociale un evento storico come Mafia Capitale ha consentito di mettere in evidenza come il fare “cartello” fosse pratica assai comune fra imprese cooperative a Roma. Altro che libera concorrenza! Le cooperative si mettevano d’accordo per la spartizione di lotti dei bandi pubblici emanati per la gestione di alcuni servizi territoriali, eliminando ogni beneficio che avrebbe potuto derivare da una competizione vera fra imprese.
Per quanto riguarda la “guerra tra poveri” dei lavoratori delle cooperative non la definirei come tale. I lavoratori delle cooperative, essendo, per lo più, lavoratori che svolgono le loro funzioni nell’erogazione di servizi socio-sanitari, raramente sono assoggettati a orario d’ufficio e questo consente loro di avere una seconda e, a volte, terza attività che incrementa non poco il loro reddito.
La questione andrebbe posta in altro modo, secondo me, dovremmo farci più spesso questa domanda: è sano lavorare 60/70 ore a settimana su servizi alla persona? Quali sono gli effetti su psiche e fisico dei lavoratori?
Io spesso vedo lavoratori logorati, più che poveri, che riescono a pagare il mutuo e andare in vacanza in giro per il mondo, ma che sono in burn out permanente. Ecco, per me, la nuova alienazione è insita in questa condizione, sulla quale i lavoratori e le lavoratrici non riescono mai a riflettere abbastanza.
È vero che ci possono essere dinamiche feroci fra lavoratori, specie fra soci e non soci, ed è vero che lo stipendio del CCNL è vergognosamente basso. Ma inquadrare questi fenomeni solo come “guerra tra poveri” non consente una riflessione più profonda. Oggi i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sono a rischio di povertà, quando si ammalano o invecchiano e non riescono a svolgere un secondo lavoro, oppure quando non riescono a sviluppare un sapere professionale tale da consentirgli la prospettiva di una seconda attività, che non di rado rimane nel sociale.
Al di là dei concetti astratti come libero mercato, concorrenza, “cartelli mafiosi” e della metafora “guerra tra poveri”, mi sembra di captare, tra le righe, che, da un lato, esista un problema di ripartizione del monte orario complessivo e, dall’altro, intuire che con quaranta ore settimanali dei vostri contratti di cooperazione sociale “non si campa”. Per di più le cose si complicano, quando si è costretti a tenere relazioni lavorative in due o più contesti produttivi, per il semplice fatto che dobbiamo computare i ”tempi morti“ e gli incrementi di tempo per l’accresciuta mobilità. Pertanto, concordo sulla tesi che il concetto di povertà debba essere correlato con l’estensione della settimana lavorativa a 60/70 ore e prenderei spunto dalla domanda che tu poni qui sopra, provando a dispiegarla anche agli altri settori produttivi: è sano, è giusto (aggiungerei io) lavorare 60/70 ore a settimana? Pensi che gli individui coinvolti in questa spirale lo facciano per scelta o per necessità?
Gli stipendi previsti nel CCNL dei lavoratori delle cooperative sociali, lo ripeto, sono vergognosamente bassi. Questo è un punto incontrovertibile. E poi ci sarebbe da fare un discorso sul fatto che spesso i lavoratori sono sotto-inquadrati.
Si ha il doppio lavoro essenzialmente per necessità, ma in ambito educativo, che è quello che conosco meglio, se si sviluppa l’adeguato sapere professionale, l’impegno profuso in attività che eccedono le 38 ore settimanali del contratto può diventare in molti casi una scelta dettata dal desiderio di maggiore guadagno. Ci sono una serie di bisogni sociali a cui lo Stato non dà risposta, di conseguenza le famiglie pagano i servizi, il più delle volte in nero e i lavoratori riescono cosi a guadagnare di più, a volte molto di più. Bisogna aggiungere che i lavoratori del sociale potrebbero facilmente guadagnare di più e in maniera ufficiale e garantita, se si applicassero inquadramenti adeguati al lavoro effettivamente svolto e contrattazioni di secondo livello. In molti casi i fondi per farlo già ci sono, ma troppo spesso i Cda delle cooperative propongono alle assemblee dei soci l’utilizzo degli utili in attività etichettate come socialmente utili, che poi in realtà si rivelano agire come società profit: ristoranti, asili privati, società multiservizi per l’inserimento di persone svantaggiate, etc.
Ma il sindacato e la politica sono assenti per quanto riguarda questi aspetti. Il sindacato interviene troppo spesso solo nelle procedure di cambio di gestione dell’appalto. Una routine, a volte complessa, che garantisce i livelli occupazionali, ma la cui ratio non è la rinegoziazione delle condizioni di lavoro.
In merito alla domanda se è sano e giusto lavorare 60/70 a settimana nel sociale, io affermerei semplicemente che non è giusto farlo in nessun ambito lavorativo. Ne viene penalizzata la qualità del lavoro e della vita di chi lavora. Però non dimentichiamo, per dare il giusto peso alla questione, che anche tantissimi medici hanno doppio/triplo lavoro e tanti professori della scuola pubblica hanno il doppio lavoro. Insomma, il problema della doppia attività lavorativa non riguarda solo il sociale.
Fonte
14/11/2021
Il “terzo settore”, per la Cina, può redistribuire la ricchezza
Sembra quasi che la Cina voglia prendere spunto dalle lezioni del Vaticano per combattere le disuguaglianze di reddito.
Quattro anni fa Guido Salerno Aletta ebbe a dire che la Cina guardava il nostro Paese come modello di Terzo Settore. Quest’articolo sembra ne dia conferma, anche se Vaticano e Italia non sono citati.
Buona lettura. Le autorità cinesi mirano a ridurre il divario di ricchezza all’interno della nazione; qui, in Italia, quei meccanismi sono serviti ad aumentarlo...
Gli esperti dicono che il sistema di distribuzione del reddito non riguarda il “derubare i ricchi per aiutare i poveri“.
Le autorità centrali che si sforzano di ridurre il divario di ricchezza della Cina e promuovere la prosperità comune stanno guardando al settore caritativo in rapida espansione come una delle rotte per fare una svolta nella “terza distribuzione” della ricchezza sociale.
Gli esperti hanno detto che la volontarietà e la trasparenza sono il fondamento degli sforzi filantropici e si sono scagliati contro le interpretazioni errate secondo cui il governo sta “derubando i ricchi per aiutare i poveri”.
I principali leader cinesi hanno dichiarato ad agosto di volere un sistema di distribuzione del reddito a tre livelli per bilanciare l’efficienza e l’equità dello sviluppo economico. L’obiettivo è quello di espandere le dimensioni dei gruppi sociali a medio reddito e creare un modello di distribuzione del reddito a “forma di oliva”, con relativamente poche persone povere o ricche.
Le donazioni pubbliche, che sono aumentate vertiginosamente man mano che negli ultimi dieci anni le tasche cinesi sono diventate più profonde, sono state a lungo indicate dagli operatori di beneficenza come “la terza distribuzione”.
Gli economisti cinesi hanno rinominato gli stipendi, i rendimenti degli investimenti e altre forme di reddito come “la prima distribuzione”, guidata dai “fattori essenziali della produzione” come il lavoro, il capitale e le competenze.
Ciò che chiamano “la seconda distribuzione” include sforzi di ridistribuzione della ricchezza guidati dal governo come la tassazione e i pagamenti via transfer, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze derivanti dalle forze di mercato che dominano la prima distribuzione.
Il termine “terza distribuzione” è entrato nel discorso politico cinese in una riunione del Partito Comunista Cinese nel 2019. I partecipanti hanno convenuto di sostenere lo sviluppo del settore caritativo e lasciare che la terza distribuzione svolga un ruolo più importante nella governance sociale.
A marzo, il termine si è fatto strada nel 14 ° piano quinquennale del paese (2021-25) e si è classificato tra una serie di obiettivi socioeconomici a lungo termine fissati per il 2035, quando la Cina mira a “raggiungere fondamentalmente la modernizzazione socialista“.
Deng Guosheng, professore di studi sulle ONG e innovazione sociale presso l’Università Tsinghua di Pechino, ha affermato che con l’accumularsi della ricchezza, la società cinese ha raggiunto una fase in cui i gruppi ad alto reddito e le imprese redditizie sono ben in grado di restituire alla società.
Ma ha sostenuto che i rimborsi sono “volontari e orientati dall’amore”, e non mirano a derubare le persone più ricche.
Deng Guosheng ha sostenuto che le donazioni non saranno percepite come un privilegio dei ricchi o delle grandi imprese perché la gente comune può anche contribuire attraverso donazioni di piccole somme e servizi di volontariato, che sono più resilienti in tempi di difficoltà finanziarie. “Soldi o energia, dai tutto ciò che hai per aiutare“, ha detto.
La Cina ha abbracciato le “riforme orientate al mercato” alla fine del 1970 e ha dato priorità allo sviluppo delle aree costiere e urbane. L’ex leader Deng Xiaoping, architetto delle riforme, disse nei primi anni 1980: “Lascia che alcune persone si arricchiscano prima“. Ha sottolineato con lungimiranza che la ricchezza generata dai ricchi alla fine si sarebbe diffusa nella società più ampia.
Deng aveva ragione. La Cina nel 1978 era una nazione povera, con un PIL pro capite di 156 dollari. Tuttavia, ha superato il Giappone come seconda economia più grande del mondo nel 2010 ed è diventato nota come la “fabbrica del mondo” grazie alla sua abilità manifatturiera.
Il PIL pro capite della Cina ha superato i 6.100 dollari nel 2012, spingendo la Banca Mondiale a designare la Cina come “un paese a reddito medio-alto”. Il numero ha raggiunto 10.000 dollari nel 2019 ed è proiettato, secondo l’economista cinese Justin Yifu Lin, a superare i 23.000 dollari nel 2035.
Il rovescio della medaglia del galoppante progresso economico è stato il rapido ampliamento della disuguaglianza di reddito.
Il coefficiente di Gini della Cina – una stima comunemente usata della disuguaglianza – era di 0,18 nel 1978. Un coefficiente pari a zero indica una distribuzione perfettamente equa della ricchezza all’interno di una popolazione, mentre uno rappresenta una perfetta disuguaglianza. Il numero ha raggiunto il picco nel 2008 a 0,491, è sceso a 0,47 nel 2012 e poi ha intrapreso una spirale discendente dopo che la Cina ha lanciato una vasta campagna antipovertà. Era 0,468 l’anno scorso.
Tuttavia, il reddito disponibile dei residenti urbani era quasi tre volte quello dei residenti rurali nel 2019. Il premier Li Keqiang ha detto l’anno scorso che circa 600 milioni di cinesi guadagnano circa 1.000 yuan (141 dollari) al mese, che è appena sufficiente per l’affitto nelle città di medie dimensioni.
Lo zelo del pubblico per la filantropia è emerso più di 30 anni fa, quando la China Youth Development Foundation, con sede a Pechino, ha lanciato Project Hope per aiutare gli studenti rurali a pagarsi l’istruzione e mantenere la mobilità sociale verso l’alto.
Ma Xu Yongguang, che ha contribuito a implementare il programma, in un articolo online ha descritto i donatori partecipanti come “persone povere che sono desiderose di aiutare coloro che sono più poveri“, con un cenno alla mancanza di donatori istituzionali e incentivi politici sistematici.
Man mano che i cinesi hanno acquisito “tasche più gonfie”, le donazioni pubbliche e aziendali sono aumentate vertiginosamente.
Il fervore per le azioni caritatevoli è stato alimentato anche dal dolore nazionale generato dal terremoto di magnitudo 8 che ha devastato Wenchuan, nella provincia del Sichuan nel 2008, e dall’orgoglio nazionale di Pechino che ha ospitato i Giochi Olimpici.
L’umore filantropico ha anche portato a un’ondata di sforzi di crowdfunding sui social media, che mirano a pagare le spese mediche più importanti alle famiglie finanziariamente a corto di risorse.
L’enorme quantità di denaro che scorre attraverso enti di beneficenza o gruppi informali ha suscitato preoccupazioni per la trasparenza e ha spinto l’Assemblea nazionale del popolo a intensificare gli sforzi legislativi.
Le preoccupazioni sono scoppiate nel 2011, quando una donna di nome Guo Meimei ha pubblicato online le foto del suo stravagante stile di vita e ha affermato di lavorare per la Croce Rossa cinese, il principale fornitore di assistenza umanitaria del paese. Anche se in seguito è emerso che non aveva nulla a che fare con l’organizzazione, un’indagine ha rivelato difetti di gestione.
Nel 2016, la Cina ha promulgato una legge sulla beneficenza, ha limitato le qualifiche per la raccolta fondi a un piccolo numero di enti di beneficenza con record di credito perfetto e ha reso obbligatorio per loro rivelare come intendono spendere i soldi.
Il Blue Book of Philanthropy del 2020 ha affermato che le donazioni pubbliche in Cina hanno raggiunto i 133 miliardi di yuan nel 2019, con un aumento di quasi il 5% su base annua. Il valore annuale dei servizi di volontariato è stato stimato in circa 90 miliardi di yuan. La lista Hurun China Philanthropy nel 2019 ha mostrato che 114 imprenditori hanno donato 22,5 miliardi di yuan, in crescita del 3% su base annua.
La tendenza è stata sfruttata con successo dalle autorità negli ultimi anni per contribuire a combattere la povertà rurale, le epidemie e i disastri COVID-19 e per aiutare le principali strategie nazionali come la “rivitalizzazione rurale”.
L’ultimo annuncio volto a rafforzare “la terza distribuzione” ha spinto le grandi aziende a intensificare i loro sforzi di beneficenza.
Il gigante di Internet Tencent si è impegnato a mettere da parte 50 miliardi di yuan per promuovere la prosperità comune. Aveva già annunciato un piano di responsabilità sociale da 50 miliardi di yuan per sostenere lo sviluppo sostenibile all’inizio di quest’anno.
Il conglomerato di e-commerce Alibaba ha seguito l’esempio, svelando un progetto per donare fino a 100 miliardi di yuan prima del 2025 per aiutare a frenare il divario di ricchezza.
Xu ha detto che la spinta politica per la terza distribuzione è senza dubbio un vantaggio per lo sviluppo di iniziative caritatevoli.
“Solo insistendo sulla volontarietà e la trasparenza e prendendo la fiducia sociale come ancora di salvezza della terza distribuzione possiamo garantire il regolare progresso del sistema“, ha affermato.
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10/07/2021
Anche la Cisl mette le mani sul welfare. Il Terzo Settore è un cavallo di Troia
Si è infatti costituita in questi giorni “Plurale Ets”, una nuova Rete Associativa Nazionale ai sensi del Codice del Terzo Settore che comprende le associazioni nate nel solco della Cisl. La nuova rete è promossa da Cisl, Anteas, Adiconsum, Anolf, Iscos e vede l’adesione di oltre 500 Enti del Terzo Settore.
La Rete fornirà assistenza tecnica e di servizio alle organizzazioni associate negli adempimenti legati al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore nonché supporto allo sviluppo di tutte le opportunità che saranno previste per gli Enti di Terzo Settore.
I promotori ammettono che si tratta di “un progetto strategico e assolutamente sfidante per i soci fondatori che, proprio per questo, ne hanno affidato la guida a una personalità di massima autorevolezza e valore”. La personalità è Annamaria Furlan, ex segretaria generale della Cisl, che ne sarà la portavoce.
Ormai quello contro i residui del welfare pubblico è un vero e proprio assalto alla diligenza in piena sintonia con la logica delle privatizzazioni di ispirazione liberista. E i comitati d’affari che stanno gestendo la torta dei servizi sociali e della previdenza sociale sono trasversali e agguerriti.
Puntano a diventare soggetto della concertazione “tra le parti sociali” al pari di Confindustria e CgilCislUil, soprattutto per quanto riguarda la gestione del welfare aziendale e di quello territoriale.
È il business della benevolenza che ha introdotto la sussidiarietà alla rovescia, sottraendo ai soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali) la responsabilità e la gestione del welfare, ma puntando apertamente al malloppo della spesa pubblica per gestire i servizi sociali per conto terzi, anzi per conto Terzo Settore e in sincronia con le aziende private.
Il cosiddetto Terzo Settore fino ad oggi corrisponde ad un valore economico di 80 miliardi di euro, contribuisce al 5% del PIL nazionale e al suo interno operano 1,14 milioni di lavoratori retribuiti (più il volontariato, specie nelle organizzazioni cattoliche). Ma l’obiettivo è apertamente quello di mettere le mani su gran parte della spesa pubblica dedicata alle prestazioni e ai servizi sociali.
Si tratta di un vero e proprio cavallo di Troia che mira al definitivo smantellamento del welfare pubblico e all’affiancamento e legittimazione della privatizzazione totale dei servizi sociali.
A questa visione strategica e agli appetiti che ne derivano, va opposta sul piano nazionale e locale una visione totalmente contrapposta che punti alla re-internalizzazione dei servizi sociali e la difesa del loro carattere pubblico ed estraneo alla logica del profitto privato o del “privato sociale”.
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01/07/2021
Gli appetiti del Terzo Settore in sintonia con le “imprese profit”
A definire così chiaramente la funzionalità liberista del Terzo Settore, non è Contropiano ma un articolo comparso su una delle innumerevoli pubblicazioni dell’arcipelago di imprese “No profit”.
Non solo. Le larghissime maglie concesse dalla deresponsabilizzazione dei soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali etc) e dalle privatizzazioni del welfare pubblico, hanno aumentato esponenzialmente l’invasione di campo, gli appetiti e la pervasività del Terzo Settore nel mettere mano ai servizi sociali e piegarli alla logica di impresa.
In un altro passaggio infatti viene sottolineato che: “il Terzo settore è divenuto esso stesso parte integrante dell’economia italiana. Questo stravolge il concetto di sussidiarietà conferendogli la dinamicità di una forza aggregante che metta insieme imprese for profit, imprese non profit e pubblica amministrazione per definire comuni linee di intervento”.
In una ricerca realizzata da Srm di Intesa San Paolo, sono stati evidenziati nuovi aspetti dell’economia sociale, inclusa la quantificazione in termini di risparmio sociale scaturite dalle ore di lavoro non retribuite messe a disposizioni da quasi 5,5 milioni di volontari e l’occupazione che ormai riguarda 1,14 milioni di lavoratori retribuiti nel Terzo Settore.
Secondo l’Istat, in Italia ci sono ormai 350.492 istituzioni non profit, (+2,05% rispetto al 2016, +48,99% sul 2001), che impiegano 844.775 dipendenti (+3,9% sul 2016, +72,92% sul 2011). Più in dettaglio aumenta il peso delle istituzioni non profit rispetto al complesso del sistema produttivo nazionale (dal 5,8% del 2001 all’8,0% del 2017), ed aumenta il peso anche in termini di numero di dipendenti (dal 4,8% del 2001 al 7,0% del 2017). Inoltre, rispetto al 2016, la crescita del numero di istituzioni risulta più sostenuta al Sud (+3,1%), rispetto al Nord-Ovest (+2,4%) e al Centro (+2,3%)”.
Ed è così che quello che abbiamo definito come il business della benevolenza si candida a diventare soggetto datoriale nella concertazione con imprese private, governo e CgilCislUil con le quali le interazioni di interessi fanno il paio con la deriva ideologica che ha abbracciato la piena privatizzazione del welfare (vedi il welfare sanitario privato inserito nei contratti). Lì dove questo non appare sufficientemente profittabile, ecco intervenire il Terzo Settore e i finanziamenti pubblici che riceve da anni e che hanno ampiamente sostituito le donazioni volontarie, i crowfounding etc, che caratterizzavano nei decenni scorsi le associazioni di volontariato.
Nell’inchiesta che abbiamo condotto nei mesi scorsi sulle imprese del Terzo Settore, abbiamo cercato di mettere in evidenza come l’impetuosa crescita delle imprese sociali o no profit, sia stata del tutto speculare allo smantellamento del welfare pubblico e alle privatizzazioni. Non solo. Ha anche contribuito ad una regressione ideologica trasversale veicolata dall’intreccio tra organizzazioni religiose e Pd che ha rovesciato completamente il concetto di sussidiarietà tra pubblico e privato.
Il risultato è un verminaio che vede convivere buone intenzioni e profittatori e che ha visto consegnare i servizi sociali alla mano privata, anche se in alcuni casi mascherata da “privato sociale”, a nostro avviso un vero e proprio ossimoro.
Il welfare può e deve tornare pubblico, in ogni suo aspetto decisivo – da quello previdenziale ai servizi sociali, dal piano nazionale a quello locale – mettendo fine all’orrore della funzione dei servizi piegata alla loro profittabilità, delle esternalizzazioni, delle scandalose sotto-retribuzioni e della precarietà per chi ci lavora.
Il volontariato è tutt’altra cosa e comunque rischia di diventare un palliativo. Purtroppo ad aver sottolineato tale contraddizione sembra essere solo Papa Francesco proprio durante un convegno del Terzo Settore ad Assisi alcuni mesi fa, il quale ha definito il Terzo Settore e i modelli filantropici come tali e che “senza volerlo perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare”.
A sinistra e nei sindacati ufficiali, al contrario, regna il silenzio, anzi la complicità.
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02/05/2021
Terzo Settore e condizioni dei lavoratori. Reinternalizzare è meglio/5
In larga parte si tratta giovani, ma anche meno giovani, che lavorano nel privato sociale o no profit, in larghissima parte con contratti precari e stipendi spesso molto bassi, che dedicano la loro professionalità all’assistenza delle figure sociali vulnerabili, come anziani, bambini, portatori di handicap, stranieri o marginalizzati. Di contro in questo settore si è andato consolidando un management molto ben retribuito.
In occasione di quello sciopero, l’Usb aveva puntato il dito contro le esternalizzazioni dovute alla riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali, sanitari, culturali e di welfare. Proprio lì si annidano – secondo l’Usb – il malaffare e lo sfruttamento dei lavoratori, spesso più simili a volontari che a salariati.
La mobilitazione chiamava a dare voce a tutti gli operatori del settore: dagli educatori agli operatori sociosanitari, dagli operatori dell’accoglienza agli operatori esternalizzati e poi ci sono quelli che rischiano il lavoro ogni anno per ristrutturazioni aziendali, cambi d’appalto, riorganizzazione dei servizi, e coloro che chiedono lo svincolo dei servizi sociali dal Patto di Stabilità e la fine del regime degli appalti.
Poi è arrivata la pandemia di Covid-19 e le tutte le contraddizioni del settore dei servizi sociali affidati al Terzo Settore sono esplose insieme a quelle del sistema sanitario nel suo complesso.
Le conseguenze dei tagli negli appalti e negli accreditamenti, già andavano a impattare sulla sicurezza del lavoro e sui rapporti numerici ridotti all’osso tra operatore/utente.
Il Covid-19 e la gestione “emergenziale” nei servizi esternalizzati del Terzo Settore ha lasciato tantissimi operatori e operatrici senza DPI, senza procedure e protocolli chiari e sicuri nelle strutture e nei servizi essenziali, esponendoli al contagio da coronavirus, spesso utilizzando l’arma del ricatto morale nel dover andare al lavoro.
Già penalizzati da retribuzioni spesso indecenti, chi lavora nel Terzo Settore durante l’emergenza ha visto saltare sia i salari sia i servizi dall’oggi al domani. Il salario è diventato FIS all’80%, e il FIS è poi scomparso tra le stringhe telematiche degli uffici dell’INPS, perchè la maggioranza delle cooperative non l’hanno anticipato. Nel decreto Cura Italia era previsto che gli enti locali dovessero pagare lo stesso i servizi sospesi, ma gli operatori molto spesso non hanno visto un euro.
Nel contesto della pandemia, al Comune di Roma il coordinamento degli AEC (assistenti educativi oggi diventati Oepa), a ottobre del 2020, è riuscito a portare alla discussione una Delibera di iniziativa popolare sottoscritta da 12mila firme nella quale si chiedeva la re-internazionalizzazione del servizio (come era fino ad anni fa). Ma l’opportunismo della maggioranza del consiglio comunale ha bocciato quella che poteva essere una esperienza pilota di estrema importanza.
A novembre 2020 gli assistenti educativi sono tornati in piazza a Montecitorio. Durante i mesi scorsi di lockdown i lavoratori in appalto dei servizi scolastici integrativi e di integrazione degli alunni disabili sono stati investiti in pieno dagli effetti delle condizioni strutturali e precarie dei loro contratti di lavoro.
Le Cooperative Sociali e gli enti del Terzo Settore che impiegano queste lavoratrici e lavoratori, inquadrandoli spesso in mansioni inferiori a quelle effettivamente svolte, con contratti part time, con paghe orarie attestate sotto la soglia di povertà, retribuiti a cottimo a fronte della richiesta di enorme professionalità e competenze, hanno in larga misura fatto accesso agli ammortizzatori sociali Covid, demandando il pagamento all’INPS, senza garantire l’integrazione piena dei magri salari, senza la maturazione di ferie e contributi, aggiungendo il danno economico alla beffa di un trattamento contrattuale infame.
È ormai evidente come nel Terzo Settore è tempo di mettere le mani e non solo dal punto di vista normativo che rischia di consegnare definitivamente pezzi significativi del welfare pubblico al cosiddetto privato sociale, ma anche perché è tempo che i 650.000 lavoratori e i milioni di volontari siano messi in condizioni contrattuali dignitose mettendo fine ad un vero e proprio verminaio.
Fonte
21/04/2021
Imprese “sociali”: il corpo grosso dell’occupazione nel Terzo Settore /4
La IV edizione del Rapporto sull’impresa sociale in Italia curato da Iris Network, riconosce come imprese sociali le istituzioni no profit che soddisfino i seguenti criteri:
a. presenza di almeno un dipendente;
b. soddisfazione di almeno una delle seguenti condizioni
– il rapporto tra fatturato e i costi per beni, servizi, e personale è superiore al 50%;
– trattasi di un’istituzione no profit con forma giuridica d’impresa non necessariamente con la qualifica di impresa sociale;
– trattasi di una scuola paritaria con attività commerciale;
– trattasi di una istituzione no profit con attività commerciale operante nell’ambito della sanità.
Delle oltre 22mila imprese sociali “di fatto”, quindi, più del 40% occupa un numero di addetti superiore a 10. Il 46,3% hanno un fatturato inferiore ai 200 mila euro, anche se il 10,8% supera i 2 milioni di euro. Quasi la metà opera al Nord (47,6%), dove il 37,2% delle imprese ha un fatturato superiore ai 500 mila euro, mentre al Sud il 55,2% ha un fatturato che non supera i 200 mila euro. Il 31% delle imprese sociali opera nei servizi sociali, il 19% nell’inserimento lavorativo, ma significativa anche la componente attiva nel settore istruzione e ricerca (18,3%), cultura e sport (18,2%) e sanità (8%).
Una associazione del Terzo Settore può assumere lavoratori dipendenti per svolgere l’attività prevista. Ma, nell’organico dell’associazione, il lavoro volontario o retribuito in maniera forfettaria deve comunque essere preponderante rispetto al lavoro salariato.
Generalmente, si può assumere personale tramite:
– contratto di lavoro subordinato;
– contratto a progetto o parasubordinato;
– rapporto di lavoro occasionale;
– voucher per lavoro accessorio.
Questi contratti sono assimilabili a normali contratti di lavoro e quindi soggetti a tutti gli adempimenti previsti dalla legge. Ma i contratti e le condizioni di lavoro nel Terzo Settore, e non solo nel mondo delle cooperative sociali, hanno dato vita ad un vero e proprio verminaio in cui coesistono situazioni regolari, precarietà e sottoretribuzioni diffuse e situazioni ben oltre la legalità contrattuale.
Il rapporto di lavoro più utilizzato dalle associazioni nel no profit è quello del lavoro occasionale, che consiste in un lavoro autonomo esercitato in modo non continuativo e non abituale, che non può durare per più di 30 giorni per anno solare. I corrispettivi ricevuti come retribuzione per questo tipo di rapporto vanno inseriti nella categoria fiscale redditi diversi e, se sono superiori ai 5.000 euro annui, il lavoratore dovrà iscriversi alla gestione separata dell’INPS.
Secondo le nuove norme (aggiornate al marzo 2021), gli “Enti del Terzo Settore” sono tutti quegli enti – comprese associazioni e fondazioni – costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi.
Gli enti del Terzo Settore, devono esercitare in via esclusiva o principale una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, che sono elencate dell’articolo 5 del testo della riforma, come ad esempio prestazione sociali, socio-sanitarie e sanitarie, di tutela dell’ambiente, di formazione, ricerca scientifica, attività culturali, cooperazione allo sviluppo e accoglienza umanitaria etc.
Si tratta quindi di una vastissima serie di attività, dove rientrano tutte le finalità svolte precedentemente dalle varie tipologie associative iscritte nei diversi registri (onlus, APS, ODV). Tali enti dovranno obbligatoriamente iscriversi nel registro unico nazionale degli enti del terzo settore.
Le attività delle associazioni del Terzo Settore, in base all’art.79, a favore di soci o non soci, potranno essere a pagamento, ma sarà considerata di natura non commerciale solo se le entrate andranno a coprire le spese per lo svolgimento dell’attività, senza conseguire un risultato economico positivo. Sono comunque considerate non commerciali le raccolte pubbliche di fondi effettuate occasionalmente (il famoso crowdfunding), i contributi erogati dalle amministrazioni pubbliche (spesso la parte più consistente delle entrate), le quote associative annuali.
Se le donazioni a una onlus arrivano da un’azienda, questa può dedurre la somma versata, ovvero considerarla un costo e diminuire di conseguenza l’utile su cui si pagano le imposte. Anche per le aziende c’è un limite alla deduzione ammissibile: il valore maggiore tra il 2% del reddito d’impresa e 30mila euro se la donazione è verso un’organizzazione senza contabilità con partita doppia, limite che può salire al 10% del reddito (fino a un massimo di 70mila euro) se l’organizzazione redige un bilancio.
Nel caso in cui un’azienda invece di denaro faccia una donazione in beni in natura, come derrate alimentari o prodotti farmaceutici, può dedurre a bilancio i costi sostenuti per tali prodotti. Una volta donati, inoltre, tali beni si considerano distrutti ai fini Iva, e cioè l’azienda cedente ha il diritto di detrarre la relativa imposta sul valore aggiunto.
Beneficenza e attenzione “al sociale” dunque, ma anche opportunità fiscali e aggiustamenti contabili molto utili alle aziende private.
Vedi le altre puntate:
Terzo Settore: una invasione di campo sui servizi pubblici /1
Terzo Settore: il business della benevolenza /2
Terzo Settore: l’ipoteca delle Fondazioni sul No profit /3
Fonte
17/04/2021
Terzo Settore. L’ipoteca delle Fondazioni sul “No profit” /3
L’obiettivo era quello di determinare nel sistema bancario nazionale, con la trasformazione in SpA delle banche, le condizioni di approdo alle dinamiche di mercato. Presupposto fondamentale per la girandola di capitali da concentrare nella sequela di liberalizzazioni e privatizzazioni del sistema pubblico di aziende e servizi.
Il ruolo centrale assunto dal soggetto Fondazioni negli equilibri economico finanziari nazionali a cavallo del primo decennio del nuovo secolo, ne ha fatto un terminale obbligato delle tendenze che maturavano sul piano economico e politico e al contempo di incubazione di contraddizioni.
Da un lato, la necessità di rendere il sistema bancario funzionale alla libera circolazione dei capitali ha prodotto interventi normativi volti a ridimensionare l’incidenza delle Fondazioni nel controllo delle banche di riferimento; dall’altro, la funzione crescente di erogazione nei territori di flussi di finanziamento nei settori della sanità, della cultura, del sociale, ecc., ne rafforzavano il radicamento, la richiesta di intervento e la rilevanza economica.
Il versante interno delle Fondazioni, quello territoriale e “sociale”, in cui istituzionalmente si realizza la loro funzione, attraverso erogazioni nei settori della ricerca scientifica, sanità, arte, cultura, sociale, ecc., è l’altra faccia, quella socialmente più pervasiva del ruolo assunto dalle Fondazioni e del sistema di interessi ad esse collegato.
Ancora una volta il riferimento è l’assunzione delle direttive della U.E., quelle relative alle politiche di bilancio, ai vincoli di spesa e alla gestione del debito pubblico. L’inverarsi delle condizioni poste nei vari trattati stipulati in ambito U.E. a governo delle politiche di spesa, fino a conseguire con la sua modifica legittimità costituzionale, diviene l’architrave delle politiche economiche dell’ultimo ventennio.
La ritirata del sistema pubblico dalla proprietà, dal finanziamento, dalla gestione di beni e servizi collettivi ne costituisce la ben nota cornice. Inoltre, il drastico ridimensionamento dei trasferimenti agli enti territoriali, che con un’altra modifica costituzionale sono diventati centri di spesa e gestione di una gamma vastissima di servizi, apre squarci drammatici sulla condizione finanziaria del welfare e della capacità del sistema di garantire la coesione sociale.
In questo spazio economico e sociale si inserisce l’intervento delle Fondazioni che con erogazioni corpose – anche nella fase di declino del loro ascendente nel sistema bancario, sono riuscite comunque a garantire flussi di denaro quantificati in 22 miliardi di euro nel periodo 2010-2018, confermandosi nel ruolo di supporto alle economie dei territori in cui sono prevalentemente insediate.
Un ruolo che travalica evidentemente gli ambiti sociali e filantropici: le erogazioni delle Fondazioni divengono elemento strutturale nella tenuta delle economie locali, alimentando il mercato interno che nei trasferimenti pubblici non trova più l’adeguato sostegno. Intorno alle Fondazioni si coagulano interessi territoriali e professionali, con cui di fatto condividono la discrezionalità nella scelta dei finanziamenti, discrezionalità che si estende alla gestione degli appalti e a tutto ciò che attiene le attività connesse.
I circuiti economici e sociali di riferimento prioritari sono quelle delle professioni, degli studi legali e immobiliari, degli studi di architetti e ingegneri, esperti di arte e restauro, centri di ricerca scientifico-sanitaria e di formazione, un mondo di borghesia professionalizzata di cui, almeno per la componente apicale, è difficile individuare le finalità benefiche proprie di organismi no-profit quali sono le Fondazioni.
Naturalmente lo sgocciolamento dei fondi può arrivare ad investire componenti socialmente fragili in cui piccole erogazioni, magari diffuse in più ambiti, dalla biblioteca di quartiere al circolo anziani, possono fare la differenza.
L’aspetto che si afferma con l’affievolirsi del legame delle Fondazioni con la loro origine bancaria, è una sostanziale autonomizzazione come organismi economici che nella relazione con il settore sociale di riferimento, la borghesia professionalizzata appunto, consegue autoriproduzione e consolidamento sociale.
Nella ricerca di sempre maggiori spazi di intervento prende corpo il fenomeno della clonazione delle Fondazioni: al pari di quanto si determina nel mondo economico con la costituzione di nuova società collegate ad una società madre, la fondazione di nuove Fondazioni, con specifici settori di intervento, con cui non solo ci si affranca completamente dall’originario rapporto bancario, ma si costituiscono di fatto soggetti economici autonomi.
Naturalmente questa mutazione delle Fondazioni nella realtà si realizza in modalità differenti in ragione dei diversi fattori, economici sociali e culturali dei territori, quello che interessa evidenziare è il connotato generale di una trasformazione che porta alla definizione di un modello economico e gestionale.
È un modello con delle caratteristiche che può essere utile riassumere:
a) organismi di diritto privato al di fuori di controllo di merito da parte di organi esterni, ministero delle finanze, autorità di controllo, prefetture;
b) sono dotate di un patrimonio di origine collettiva alla cui valorizzazione per finalità benefiche sono istituzionalmente preposte;
c) c’è totale discrezionalità nell’individuazione dei settori di intervento purché abbiano un riferimento di tipo sociale; assoluta autonomia nella definizione di criteri di assegnazione e affidamento di lavori e attività.
La vicende della Fondazione Roma è emblematica, non solo perché tra le maggiori con un patrimonio di oltre due miliardi, ma soprattutto perché chiarisce in concreto il significato del modello economico proprio delle Fondazioni.
La Fondazione Roma ha realizzato nel corso degli anni una gamma di interventi notevoli, costituendo una vera e propria holding della “filantropia” nel 2013 si contano ben 5 Fondazioni di settore collegate alla Fondazione Madre: Fondazione Roma – Terzo Settore; Fondazione Roma-Mediterraneo; Fondazione Roma – Arte Musei; Gestione Cliniche Spa; Fondazione Roma – Scienza e Ricerca; Fondazione con il Sud.
La mole di progetti realizzata è imponente, tanto quanto gli spazi abbandonati dall’intervento pubblico, pare non esista evento sociale, assistenziale, culturale, in effetti è difficile trovarne, che non veda partecipe la Fondazione, con una proiezione ben oltre i confini della metropoli.
Si tratta di una concentrazione di interessi privati e una rete di relazioni sociali formidabili al di fuori di qualsiasi apparente mediazione politica, intendendo progetti organici ad una visione di città ed ai suoi bisogni, in cui il terminale è la Fondazione stessa.
Ma quella di Fondazione Roma è un progetto in evoluzione, Roma forse comincia ad essere angusta per gli interessi dei “mecenati e benefattori” interni al mondo della Fondazione ed ecco nel 2014 una nuova mutazione: le fondazioni Roma Terzo Settore e Roma Mediterraneo si fondono, costituendone un’altra Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo che nel 2016 assorbe anche Roma Arte e Musei, un agglomerato da 40 milioni di euro con contributi dalla Fondazione madre nel periodo 2014-2017 di oltre 65 milioni di euro con sedi di rappresentanza in sette città Catania, Madrid, Rabat, Palermo, Cosenza, Valencia e Napoli…** E obiettivamente difficile considerarla alla stregua delle organizzazioni No-Profit.
Quello che si vuole evidenziare non sono le vicende, comunque significative, quanto il “Modello Fondazione”, una dimensione economica sovrana e parallela, ormai in larghissima parte lontano dalla sua origine, che apre varchi nelle politiche di privatizzazione e gestione del patrimonio pubblico. Un modello che comincia a trovare i suoi replicanti, per restare con gli esempi nella metropoli romana, con la Fondazione MAXXI costituita da Ministero dei Beni Culturali, con la Fondazione Bioparco costituita dal comune di Roma.
Il mondo del cosiddetto Terzo Settore ha conosciuto una crescita smisurata facendo confluire al suo interno interessi non sempre riconducibili a finalità sociali, trasformando i bisogni collettivi ed il patrimonio pubblico in territori di conquista per interessi privati. Cooperative Sociali, Onlus e Fondazioni spesso in modo palese sono strumenti nelle mani di chi persegue l’appropriazione privatistica delle risorse pubbliche: i nemici da sconfiggere.
Note
* I dati sono ripresi dal libro/inchiesta “I Signori delle città” di Nunzio, Gandolfo, casa editrice Ponte delle Grazie. Testo di cui si consiglia la lettura
** Ibidem
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Terzo Settore. Il business della benevolenza /2
È quanto si legge in una ricerca condotta da Unicredit e dall’istituto di ricerca Ipsos, che hanno intervistato 2.104 organizzazioni del settore non profit. L’indagine stima che nel Terzo Settore lavorino oltre 650mila persone, con un incremento nell’ultimo decennio di circa il 35%.
Ma a queste 650mila persone ufficialmente “impiegate” nel Terzo Settore, vanno aggiunti i volontari che prestano la loro opera gratuitamente. “Dato che il personale volontario costituisce oltre il 90% del totale delle risorse umane impiegate nel settore non profit”, si legge nel documento, “sono di cruciale rilevanza la comprensione e la quantificazione del tempo dedicato al volontariato e dell’impatto economico che esso ha sul settore”.
Sei istituzioni del Terzo Settore su dieci sono coinvolte nei settori di cultura, sport e ricreazione, a cui seguono quelli di sanità, assistenza e protezione civile.
Il valore medio delle entrate di una azienda no profit (onlus, cooperative sociali, associazioni, ecc.) viene stimato in 286.000 euro. Con un numero di istituzioni no profit pari a 235.232, l’impatto economico del settore in termini di entrate può essere stimato intorno ai 67,276 miliardi di euro, pari al 4,3% del PIL.
Secondo l’Istat, invece, in Italia i volontari sono più di 5 milioni e mezzo, le istituzioni non profit 336mila, i dipendenti quasi 800mila. Il giro d’affari supera i 64 miliardi, rappresentando il 3,5% del pil (il 4,3 secondo altre stime).
È quasi superfluo sottolineare come nel Terzo Settore si sia assistito ad un vero e proprio boom di manager, le cui competenze chiave sono perfettamente accostabili a quelle delle attività profit (ma con una specializzazione verso le normative e le “relazioni” con le amministrazioni pubbliche ad ogni livello).
Venti anni fa – solo per avere un termine di paragone – nel censimento Istat 2001 sulle istituzioni no profit (dati 1999) le entrate rilevate erano pari a 37,762 miliardi di euro pari al 3,3% del PIL.
Eppure in questi anni i tagli al bilancio pubblico e alla spesa sociale si sono tradotti in minori convenzioni con le amministrazioni locali e centrali, e minori sovvenzioni a fondo perduto. In termini netti, le convenzioni hanno subito una variazione negativa del 4,2%, mentre le sovvenzioni addirittura del 9,7%. Sono aumentate invece le donazioni private (+6,8%) e l’autofinanziamento (+6,4%).
Il lavoro volontario e gratuito ha una funzione decisiva. In una ricerca condotta negli Stati Uniti, hanno stabilito che il controvalore di mercato di un’ora di lavoro gratuito è in media di 21,79 dollari.
La stima, informa il sito independentsector.org, è stata calcolata con lo scopo di riconoscere anche economicamente quanto il no profit pesa sull’economia.
Ma come è stato calcolato il valore di un’ora di lavoro volontario e gratuito? È stata considerata la retribuzione media oraria di tutti i dipendenti privati di livello non dirigenziale, esclusi i lavoratori agricoli, così come diffusa dal Bureau of Labor Statistics statunitense.
Questa media è stata poi aumentata del 12% per comprendere gli eventuali benefit di cui negli Usa usufruiscono molti lavoratori. Il risultato è poco più di 21 dollari all’ora, ma con notevoli variazioni a seconda dello Stato che viene considerato. A Porto Rico un’ora di lavoro gratuito volontario vale poco più di 11 dollari. A Washington D.C. si toccano i 33 dollari l’ora.
Nell’Unione Europea l’economia che gira intorno al settore no profit, coinvolge oltre 19 milioni di persone, inclusi gli occupati non retribuiti e 82,8 milioni di volontari. Su 10 lavoratori, 7 sono di sesso femminile, più di 8 hanno un contratto a termine e la metà sono in part-time.
Ci troviamo dunque di fronte ad un vero e proprio “business della benevolenza” che attinge e sottrae soprattutto fondi pubblici al welfare e usa con efficacia la “leva morale” per fare strada ad un settore in cui i parametri profit prevalgono via via sistematicamente a quelli originariamente no profit.
In realtà il Terzo Settore è diventato una clava ideologica e un grimaldello economico funzionale allo smantellamento del welfare pubblico e alla de-responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comuni, Regioni, Stato) dalla gestione dei servizi sociali ritenuti un costo da tagliare.
I meccanismi per raggiungere questo disastro sociale sono stati forniti dalle esternalizzazioni dei servizi, che le istituzioni pubbliche dovrebbero invece assicurare in prima persona.
Da qui è nata la proliferazione di onlus, associazioni, cooperative sociali no profit taroccate ma con alti “curriculum morali”, che a mano a mano hanno preso in mano la gestione dei servizi (valga come esempio limite “mafia capitale”).
Il Terzo Settore è in grado di rispondere alla riduzione dei fondi pubblici per il welfare potendo agire su un personale precario e sottopagato e, lì dove possibile, con il lavoro volontario gratuito ma motivato moralmente.
Una condizione invidiabile per qualsiasi azienda e per qualsiasi istituzione pubblica, felice di declinare le proprie responsabilità dall’erogazione dei servizi dovuti alla collettività.
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Terzo settore. Un’invasione di campo nei servizi pubblici /1
È ormai dalla metà degli anni Novanta che l’incontro tra le eredità ideologiche del Pci (poi Ds e Pd) e del mondo cattolico, ha lavorato per rovesciare il concetto di sussidarietà ed espellere via via ogni responsabilità dei soggetti pubblici (enti locali, Stato) dalla gestione dei servizi sociali e del welfare state.
Il risultato è stato una brutale esternalizzazione dei servizi (dall’assistenza alla sanità, dall’accoglienza all’istruzione) dal pubblico verso il cosiddetto no profit diventato poi Terzo Settore.
È diventata ben visibile l’esplosione di una miriade di onlus, fondazioni, cooperative sociali, associazioni che hanno preso nelle proprie mani la gran parte del welfare, soprattutto a livello di enti locali.
Finanziamenti pubblici (prevalenti), donazioni private (relative), precarietà nei rapporti di lavoro e volontariato gratuito basato sulla motivazione, hanno così completamente stravolto sia le condizioni di chi lavora nel Terzo Settore sia la responsabilizzazione degli enti pubblici nei servizi sociali che sono chiamati ad erogare per onorare il patto sociale con i cittadini.
Emblematiche in tal senso sono le lotte condotte in questi anni dagli operatori delle cooperative sociali contro la precarietà, le basse retribuzioni, il ricatto morale esercitato verso chi lavora in aziende di fatto ma con motivazioni “morali” e “sociali”.
Via via il Terzo Settore – attraverso il Forum – è diventato una organizzazione ibrida (datoriale e sociale) che siede ai tavoli della concertazione con il governo insieme ai sindacati, alla Confindustria e alle organizzazioni imprenditoriali.
La perfetta sinergia tra questi tre soggetti (Terzo Settore, Cgil,Cisl,Uil e Confindustria), fa si che ogni ragionamento sul rafforzamento del welfare finisca poi nei campi obbligatori stabiliti dai contratti siglati dai sindacati (welfare aziendale) e nei contratti “sociali” sostenuti dalla Conferenza Stato-Regioni.
Il risultato è che i servizi pubblici vengono ormai messi a mercato sulla base della loro profittabilità o consegnati al Terzo Settore dove quest’ultima presenti margini meno certi per i soggetti privati.
La Riforma del Terzo Settore, ed in particolare l’articolo 55 dell’apposito Codice, ha definito un modello di relazioni basato sulla condivisione di poteri e responsabilità tra i due soggetti, pubblico e privato sociale.
I manager “sociali” del Terzo Settore puntano ad una decisa “invasione di campo” per poter decidere insieme al soggetto pubblico come intervenire, quali obiettivi darsi e quali risorse utilizzare, “superando la concezione dell’Ente pubblico portatore di interessi generali e dell’Ente di Terzo settore come esecutore”.
Questo processo stravolge nei fatti il principio costituzionale di sussidiarietà, trova forza nella Riforma e permette al mosaico societario del Terzo Settore (fondazioni, onlus, cooperative sociali etc.) di diventare pienamente un attore decisivo nella “privatizzazione” dei servizi nei territori e nelle comunità.
Dopo anni di picconamento al welfare pubblico e di esternalizzazioni dei servizi, le norme che regolano le attività di co-programmazione e co-progettazione sono state definite da una sentenza della Corte Costituzionale (n°131 del 2020), dall’intesa sancita nella Conferenza Unificata Stato-Regioni (25 marzo 2021) e dalla adozione delle Linee Guida sul rapporto tra pubbliche amministrazioni ed Enti del Terzo Settore con Decreto del Ministero del Lavoro (n°72 del 31 marzo 2021) per la definizione delle quali il Forum Terzo Settore ha avuto un ruolo determinante.
Nel 2015 il governo Renzi aveva già provato a codificare la centralità del Terzo Settore tramite il “Civil Act” rimasto formalmente sulla carta ma ratificato nei fatti dai provvedimenti indicati e definiti successivamente.
È tempo che questa pericolosa mistificazione del no profit venga decostruita e contrastata, riaffermando la piena responsabilità dei soggetti pubblici nella gestione dei servizi sociali, a cominciare dalla re-internalizzazione dei servizi e di chi ci lavora, fino alla rimessa in campo di un intervento pubblico massivo nel ripristino di un welfare state degno.
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05/12/2020
Rapporto Censis. Il 2020 è stato “l’anno della paura”, con quello che ne consegue
Il Censis, presentando oggi il suo rapporto annuale, restituisce un quadro del paese certamente preoccupante. La brusca rottura con un modello di vita del passato rappresentata dalla pandemia, sta smuovendo profondamente la società.
Secondo il rapporto l’incertezza nei numeri e le tante voci hanno innescato negli italiani l’idea che ci dovesse essere una sovracapacità d’intervento dello Stato. E in effetti la società ha affidato alla responsabilità politica il compito di affrontare l’emergenza, di farlo velocemente, di intervenire attraverso le ordinanze di protezione civile, i decreti della Presidenza del consiglio, ed anche attraverso la compressione delle libertà civili.
Relativamente alle festività di Natale e Capodanno, secondo il Censis il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali da mettere sotto l’albero, il 59,6% taglierà le spese per il cenone dell’ultimo dell’anno. Per il 61,6% la festa di Capodanno sarà triste e rassegnata. E in futuro non andrà affatto tutto bene: il 44,8% degli italiani è convinto che usciremo peggiori dalla pandemia (solo il 20,5% crede che questa esperienza ci renderà migliori).
In particolare è stata la seconda ondata della pandemia a incidere più pesantemente. “Non ci si aspettava la ripresa pandemica, e così l’attesa si è trasformata in disorientamento, la semplificazione delle soluzioni in emergenza è diventata sottovalutazione dei problemi”, ed ora il contagio della paura rischia di mutare in rabbia.
Di qui, secondo il Censis, nasce l’esigenza di “un ripensamento strutturale per la ricostruzione, per i prossimi dieci anni, per le nuove generazioni”, per la società italiana.
La realtà di oggi impone di “prendere atto che il Paese si muove in condizioni a troppo alto rischio per non presupporre una nuova e sistemica azione della mano pubblica: non per riparare i guasti, ma per ripensare il Paese, per cogliere l’occasione di immaginarlo di nuovo, per non rinchiudere la nostra società in una cultura del sussidio e del respiro breve”.
Le parole rassicuranti non sembrano bastare, anzi via via perdono di significato. Tra queste il Censis cita parole come: resilienza, mobilità sostenibile, digitalizzazione dell’azione amministrativa, rete unica ultraveloce, economia verde, investimento sui giovani. È avvertito da tutti che per rimettere in cammino l’economia e rimettere insieme la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo.
Viene sottolineato nel Rapporto che la classe politica ha scelto di non vedere il pericolo di regressione che, una volta superata la fase più acuta dell’emergenza, la concessione a pioggia di bonus di ogni genere e natura veniva accrescendo, ed ha offerto, a richiesta, la promessa di aiuti indistinti, il caricamento di crediti d’imposta senza limiti, la gestione concentrata nel vertice delle decisioni, la rimozione dei raccordi tra il contenimento di congiunturali picchi di sofferenza e il perseguimento di precisi obiettivi di medio periodo.
Adesso si tratta di procedere, e con passo avanzato. Capire però verso dove andare, e il Censis evidenzia che in realtà la società “fiuta il tempo e il cambiamento della storia, guardando oltre la pandemia, muta e prova a emanciparsi dal suo impantanamento declinante”. Il velo è ormai “squarciato”, le sicurezze si dissolvono, alcune contraddizioni di fondo emergono alla vista. La società conosce anche i rischi della paura e della fretta che questa impone nello smantellamento del primato individuale e settoriale e, in qualche modo, “si sente costretta a un ritorno alla dimensione sistemica dello sviluppo”.
Ed è altrettanto evidente che “non sono più tollerabili” le distorsioni che scaricano sugli onesti l’illegalità degli evasori. Un altro ambito importante di intervento è quello del sistema delle uscite, attraverso un ridisegno del sistema industriale e un ripensamento della qualità degli investimenti a sostegno della produzione, dell’innovazione, delle esportazioni appare uno sforzo prioritario. Uscendo dall'”indistinto aiuto a tutti”, dall’impegno al ristoro come sussidio generalizzato, riconducendo in una percorribile politica industriale la pletora di micro interventi già decisi o in via di approvazione.
Poi c’è l’esigenza, urgente, di un ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali, con un dibattito sul Mezzogiorno che precipitosamente affonda. Colpisce che anche il Censis arrivi alla conclusione che anche una nuova “questione settentrionale si impone”, perché se da un lato quell’area è più esposta al rischio di diventare una periferia a minore valore aggiunto dei sistemi produttivi nordeuropei, dall’altro è posta nelle condizioni di cogliere tutte le opportunità che il nuovo quadro dell’industria europea va configurando.
Un po’ troppo prevedibile, nel rapporto del Censis, la marchetta al cosiddetto ‘terzo settore’. Il Censis richiama l’attenzione sul variegato – e a fortissime tinte grigie – mondo del no profit (onlus, associazioni, fondazioni etc.) ritenendo quasi un obbligo rivederne attribuzioni di ruolo, identità, funzioni e responsabilità.
Per il Censis il terzo settore “è un po’ attore e progettista dell’intervento sociale, ammortizzatore dell’inefficienza pubblica e privata, è in parte dipendente dalle risorse esterne e in parte imprese chiamate a vivere di mercato, destinatario d’impegni pubblici ma anche indifferente alla selezione competitiva, custode di una cultura di responsabilità sociale i cui confini sono incerti". Talmente incerti – aggiungiamo noi – che parlando al forum degli economisti ad Assisi, lo stesso pontefice ha bastonato il terzo settore denunciandone il rischio di diventare un “palliativo” rispetto alla soluzione delle contraddizioni sociali.
Il rapporto cerca anche di individuare qualche spiraglio sottolineando come “la storia è fatta anch’essa di curve, di cicli, che prevedono anche l’allontanamento da un cupo e pigro pessimismo”.
È vero sì che i vincoli e i ritardi strutturali dell’Italia “sono una zavorra che le emergenti difficoltà economiche e sociali rendono drammatica se solo si guarda al prossimo futuro”, ma è anche vero che proprio il non esserci adattati in modo ottimale alle grandi trasformazioni dei processi globali “rivela una flessibilità, una gamma di potenzialità che possono rivelarsi una grande forza per seguire traiettorie di sviluppo fino a ieri inattese”.
In conclusione, secondo il Censis è un’Italia che “attende di sentire di nuovo, quando dopo le lacrime altro non si avrà da offrire che fatica e sudore, il richiamo a rimettere mano al campo, senza volgersi indietro, guardando e gestendo il solco, arando diritti”.
L’analisi sociologica del Censis non va e non può andare oltre. Come sempre offre spunti interessanti ed almeno rende chiara l’idea che nulla sarà come prima, ma è sulle soluzioni per il futuro che ci si divide, inevitabilmente.
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15/03/2020
Soccorritori: eroi o martiri di un sistema al collasso?
Striscioni fuori dagli ospedali che inneggiano all’eroismo del personale sanitario. Sì, perché dopo anni di “tagli alla sanità e razionalizzazione della spesa sanitaria” ora ci troviamo ad affrontare questa enorme emergenza sanitaria con validi soldati dotati, però, di armature di cartone.
Ed arrivano improvvisamente miliardi, soldi negati per anni dal “contenimento della spesa”, denaro per acquistare respiratori, per assumere sanitari e per far laureare infermieri in pochissimo tempo in modo che possano essere “immediatamente fruibili per il sistema sanitario” e l’annullamento dell’esame di stato per i medici neolaureati.
Professionisti sanitari ai quali verrà negato un tampone, mandati in trincea senza i dispositivi di protezione individuale idonei per evitare il contagio virale.
Tra questi sanitari ci sono anche i soccorritori del sistema dell’emergenza, volontari e dipendenti che siano. E già, perché il sistema emergenziale si basa su professionisti ma anche su volontari.
Loro, professionisti silenziosi, abituati a fare rumore solo con le sirene delle loro ambulanze per raggiungere prima possibile le persone infortunate; loro che non hanno una figura professionale (nonostante la richiedano da anni) e che sono definiti “tecnici” pur avendo il “potere” di scegliere se e quando inviare un mezzo rispondendo alle chiamate di soccorso.
Loro che non esistono per il sistema sanitario nazionale.
In questi giorni hanno paura, tanta, perché mancano gli strumenti per fronteggiare al meglio questa emergenza. Le mascherine non bastano per tutti. La sanificazione dei mezzi non è sempre fattibile per non bloccare le ambulanze per troppo tempo. Le misure si stanno allentando sempre più. Eppure la “valutazione della sicurezza della scena” dovrebbe essere il primo punto della catena del soccorso ma oggi, loro lo sanno fin troppo bene, la scena non è affatto sicura.
La scena non è sicura per chi opera sulla strada, le mascherine “FFP3” scarseggiano e bisogna scegliere quali operatori tutelare. Tra gli addetti ai lavori circolano addirittura protocolli di “sanificazione per mascherine monouso” in modo che possano essere adoperate da un turno all’altro. E la divisa?
Viene lavata al proprio domicilio perché sono pochissime le associazioni dotate di servizio lavanderia.
I percorsi non sono sicuri neppure per i soccorritori che operano all’interno degli ospedali, ancora più sprovvisti di DPI, che si trovano a trasportare pazienti “COVID POSITIVI” da un reparto all’altro con addosso la divisa (che verrà lavata insieme alle altre) e, quando va bene, con una mascherina chirurgica a proteggere le vie respiratore perché “abbiamo solo quelle”.
Ed anche nel mondo del soccorso qualche soccorritore si sta ammalando. E qualcuno muore. Proprio oggi è deceduto uno di loro, si chiamava Diego, lavorava nella zona colpita di Bergamo ed aveva 45 anni e due figli. Ci ha lasciato facendo il suo lavoro: salvare vite, cercando di aiutare le persone finite dentro l’incubo del coronavirus. Ed è morto proprio per un “sospetto” contagio da Covid-19.
Eppure nessun tampone è previsto. Ad oggi sono pochissimi i volontari che hanno deciso di sospendere il servizio, gli altri, con coraggio, proseguono ben consci del fatto che il sistema emergenziale collasserebbe senza di loro.
E, in questo scenario, il 9 marzo viene emanato il DL n. 14 che, all’art. 6 recita: “per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, per il periodo della durata emergenziale, come stabilito dalla delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, non si applica il regime di incompatibilità di cui all’articolo 17, comma 5, del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117″.
L’art. 17, comma 5 è la norma del Codice del Terzo settore che sancisce l’incompatibilità assoluta fra la qualità di volontario e «qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l’ente di cui il volontario è socio o associato o tramite il quale svolge la propria attività volontaria». È una delle pietre angolari della riforma del Terzo settore che, in nome dell’emergenza coronavirus, viene abrogata permettendo così di rafforzare la problematica del “lavoro nero” all’interno del sistema emergenziale.
In questo momento non è utile dare spazio alle polemiche ma utilizzare l’evidenza di tutte le criticità che si stanno rivelando in questi giorni, costruire insieme un percorso necessario a “raccogliere i cocci” di un SSN malato e distrutto dai continui tagli e, alla fine di questa epidemia, costruire un nuovo sistema sanitario su basi totalmente nuove, anche nel mondo del soccorso.
Per fronteggiare al meglio questa emergenza “sulla strada” proponiamo, infine, tre iniziative:
– sarebbe auspicabile che i pazienti indossassero le mascherine al momento del soccorso, ma siccome i presidi scarseggiano è necessario che gli operatori siano dotati degli specifici ed idonei dpi;
– Far ruotare i mezzi di soccorso adibiti al trasporto e all’emergenza in modo da poter essere costantemente sanificati;
– Fornire supporto e disponibilità alle direzioni che, mai come ora, si trovano a gestire non solo la sicurezza dei pazienti ma degli operatori.
USB si pone in prima linea e scende in campo affinché nessun soccorritore rischi la propria salute come ha sempre fatto. Ma da oggi ancor di più.
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