Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2021

Filantropia, fondazioni, non profit. Un intreccio da vedere controluce

Qual è la Regione che ha privatizzato di più i servizi pubblici e sociali? La Lombardia. E qual è la Regione dove ci sono più Fondazioni impegnate nel settore Non Profit? Sempre la Lombardia.

È infatti in Lombardia, vero e proprio modello di privatizzazione selvaggia e complessiva, che hanno sede la maggior parte delle Fondazioni: ben 75. Seguono Piemonte (32), Emilia Romagna (30), Lazio (19) e Toscana (18).

È fin troppo palese il perverso intreccio tra gli interessi e l’ideologia dell’impresa privata con quelli del mondo cattolico e piddino nell’assalto e la spartizione del welfare pubblico e dei servizi sociali tramite il business del Terzo Settore.

Sono 275 le fondazioni italiane di tipo erogativo o misto analizzate nello studio di Granter.it, una piattaforma dedicata proprio al settore Non profit.

Il campione è composto, nello specifico, da: 131 Fondazioni di Impresa e di Famiglia; 44 Fondazioni di Comunità; 82 Fondazioni di Origine Bancaria;18 da altre fondazioni filantropiche. Insomma quelle di impresa o bancarie fanno la parte del leone, mentre quelle propriamente filantropiche sono una infima minoranza.

Le fondazioni erogative sono quelle che contribuiscono alla generazione di servizi e iniziative attraverso l’erogazione di contributi (grants, bandi, borse di studio, sovvenzioni). Le fondazioni di natura operativa sono quelle che gestiscono direttamente progetti, servizi o curano un bene pubblico. Le fondazioni miste operano in entrambi i campi. Quelle erogative sono 178, mentre quelle miste sono 77.

Il boom delle Fondazioni c’è stato dopo il 2005 e ancora di più dopo il 2011.

Il 50% delle Fondazioni erogano contributi a fondo perduto al Terzo Settore, l’altro 50% promuove la co-progettazione. Ma un conto è finanziare il restauro di una chiesa antica o di un monumento, un altro è gestire servizi sanitari o sociali destinati alla popolazione, un altro ancora sono gli affari pubblici o lo sviluppo economico. Ed invece sono proprio questi ultimi due, insieme al terreno dei diritti umani, a interessare assai più di altro le Fondazioni “filantropiche” nel 2021.

Nel giro economico della “filantropia”, oltre alle Fondazioni ci sono anche le aziende private. Sono 3.608 le aziende in Italia che dichiarano sui propri siti web di svolgere attività di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI o CSR). Si tratta di circa 1 azienda ogni 2.000.

Rispetto ad alcuni anni fa la Responsabilità Sociale è diventata parte integrante della strategia di impresa delle aziende private. Un numero crescente di realtà di natura “profit” mette in evidenza questo tipo di attività.

Tra le aziende che dichiarano questa sensibilità alla “responsabilità sociale”, le più numerose sono quelle del settore manifatturiero (258), poi del settore medicale/scientifico (160) ed infine quelle commerciali (146). Quelle meno numerose sono nel settore primario: agricolo ed estrazione mineraria e quelle nel settore immobiliare (per sua natura assai poco incline a qualsiasi responsabilità sociale, ndr).

Anche nel caso delle aziende private agganciate al No profit, la Regione in testa è la Lombardia (372), seguita dall’Emilia Romagna (133), dal Veneto (109), dal Lazio (93) e dal Piemonte (56).

Quella che viene definita come Gift Economy (economia delle donazioni) movimenta quasi 7 miliardi di euro. Gran parte di queste donazioni proviene da persone fisiche per una cifra che raggiunge i 5,3 miliardi di euro l’anno, poi ci sono le Fondazioni bancarie per circa 900 milioni, infine le aziende per circa 600 milioni di euro.

Solo nei primi sei mesi del 2021, le Fondazioni hanno messo in campo circa 1,58 miliardi in bandi (escluse borse di studio, sovvenzioni, contributi).

Di questi il 25% sono in materia di diritti umani, il 23,8% affari pubblici, il 18% nella formazione e servizi educativi, il 17,4% per lo sviluppo economico e solo il 14,9% per l’arte e la cultura. Non deve ingannare il fatto che manchi il settore sanitario. Le Fondazioni Filantropiche sono intervenute direttamente in questo settore, offrendo supporto e contributi direttamente ai beneficiari (ospedali, strutture sanitarie etc.) bypassando le organizzazioni non profit. Durante la pandemia di Covid-19, i principali beneficiari dei contributi delle Fondazioni sono stati gli ospedali e solo al secondo posto le organizzazioni Non profit. Poca roba è andata all’amministrazione pubblica e poco o niente a scuole e università.

Non vorremmo dare l’impressione di voler mettere sulla graticola anche le buone intenzioni o iniziative meritevoli (quando disinteressate), ma ci preme mettere sull’avviso i nostri lettori sui molti lati oscuri del crescente business della benevolenza che sta via via sostituendo la responsabilità dei soggetti pubblici nella gestione del welfare e dei servizi sociali, affiancando e legittimando così le privatizzazioni che hanno devastato dal 1992 in poi il nostro paese.

Il collasso della sanità pubblica prima e durante la pandemia di Covid-19, ad esempio non può più essere accettato senza combattere per ripristinare la centralità e la priorità di finanziamento della sanità pubblica piuttosto che di quella privata. Ed è in proprio in quest’ultima che l’intreccio di interessi tra Fondazioni, imprese private e organizzazioni non profit si è fatto più velenoso.

Fonte

01/07/2021

Gli appetiti del Terzo Settore in sintonia con le “imprese profit”

“L’economia sociale non si limita alla mera attività delle organizzazioni non profit ma diventa una rete di supporto, di tipo socioeconomico, al servizio delle imprese for profit”.

A definire così chiaramente la funzionalità liberista del Terzo Settore, non è Contropiano ma un articolo comparso su una delle innumerevoli pubblicazioni dell’arcipelago di imprese “No profit”.

Non solo. Le larghissime maglie concesse dalla deresponsabilizzazione dei soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali etc) e dalle privatizzazioni del welfare pubblico, hanno aumentato esponenzialmente l’invasione di campo, gli appetiti e la pervasività del Terzo Settore nel mettere mano ai servizi sociali e piegarli alla logica di impresa.

In un altro passaggio infatti viene sottolineato che: “il Terzo settore è divenuto esso stesso parte integrante dell’economia italiana. Questo stravolge il concetto di sussidiarietà conferendogli la dinamicità di una forza aggregante che metta insieme imprese for profit, imprese non profit e pubblica amministrazione per definire comuni linee di intervento”.

In una ricerca realizzata da Srm di Intesa San Paolo, sono stati evidenziati nuovi aspetti dell’economia sociale, inclusa la quantificazione in termini di risparmio sociale scaturite dalle ore di lavoro non retribuite messe a disposizioni da quasi 5,5 milioni di volontari e l’occupazione che ormai riguarda 1,14 milioni di lavoratori retribuiti nel Terzo Settore.

Secondo l’Istat, in Italia ci sono ormai 350.492 istituzioni non profit, (+2,05% rispetto al 2016, +48,99% sul 2001), che impiegano 844.775 dipendenti (+3,9% sul 2016, +72,92% sul 2011). Più in dettaglio aumenta il peso delle istituzioni non profit rispetto al complesso del sistema produttivo nazionale (dal 5,8% del 2001 all’8,0% del 2017), ed aumenta il peso anche in termini di numero di dipendenti (dal 4,8% del 2001 al 7,0% del 2017). Inoltre, rispetto al 2016, la crescita del numero di istituzioni risulta più sostenuta al Sud (+3,1%), rispetto al Nord-Ovest (+2,4%) e al Centro (+2,3%)”.

Ed è così che quello che abbiamo definito come il business della benevolenza si candida a diventare soggetto datoriale nella concertazione con imprese private, governo e CgilCislUil con le quali le interazioni di interessi fanno il paio con la deriva ideologica che ha abbracciato la piena privatizzazione del welfare (vedi il welfare sanitario privato inserito nei contratti). Lì dove questo non appare sufficientemente profittabile, ecco intervenire il Terzo Settore e i finanziamenti pubblici che riceve da anni e che hanno ampiamente sostituito le donazioni volontarie, i crowfounding etc, che caratterizzavano nei decenni scorsi le associazioni di volontariato.

Nell’inchiesta che abbiamo condotto nei mesi scorsi sulle imprese del Terzo Settore, abbiamo cercato di mettere in evidenza come l’impetuosa crescita delle imprese sociali o no profit, sia stata del tutto speculare allo smantellamento del welfare pubblico e alle privatizzazioni. Non solo. Ha anche contribuito ad una regressione ideologica trasversale veicolata dall’intreccio tra organizzazioni religiose e Pd che ha rovesciato completamente il concetto di sussidiarietà tra pubblico e privato.

Il risultato è un verminaio che vede convivere buone intenzioni e profittatori e che ha visto consegnare i servizi sociali alla mano privata, anche se in alcuni casi mascherata da “privato sociale”, a nostro avviso un vero e proprio ossimoro.

Il welfare può e deve tornare pubblico, in ogni suo aspetto decisivo – da quello previdenziale ai servizi sociali, dal piano nazionale a quello locale – mettendo fine all’orrore della funzione dei servizi piegata alla loro profittabilità, delle esternalizzazioni, delle scandalose sotto-retribuzioni e della precarietà per chi ci lavora.

Il volontariato è tutt’altra cosa e comunque rischia di diventare un palliativo. Purtroppo ad aver sottolineato tale contraddizione sembra essere solo Papa Francesco proprio durante un convegno del Terzo Settore ad Assisi alcuni mesi fa, il quale ha definito il Terzo Settore e i modelli filantropici come tali e che “senza volerlo perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare”.

A sinistra e nei sindacati ufficiali, al contrario, regna il silenzio, anzi la complicità.

Fonte