Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2022

Il partito più pro-establishment? Il Pd, naturalmente...

A conti fatti, se volessimo stilare una classifica dei partiti italiani sulla base di un ipotetico range che si estenda tra i due estremi della nota dicotomia “sistema-antisistema”, il partito che, sulla base delle politiche perseguite e poi, una volta al governo, messe in atto con cristallina efficienza e senza colpo ferire, e che, dunque, risulta più saldamente ed utilmente collocato sul punto più estremo del range coincidente, peraltro, con un ultraliberismo sfrenato cui si è aggiunto, di recente, anche un granitico ed ostentatissimo oltranzismo atlantista e guerrafondaio, non possiamo che constatare che quel partito è, in tutta evidenza, il Partito Democratico.

E poi, non è affatto un caso che le porte girevoli del #PD, da decenni siano sempre aperte per quei sindacalisti di vertice che hanno servito fedelmente potere e padroni, i quali potranno così aggiungere alle pensioni d’oro da dirigenti sindacali apicali (in base ad una legge ad hoc del 1996) anche lo stipendio da parlamentare o da senatore. Tradizione consolidata da decenni di cui hanno ampiamente goduto i “pezzi grossi” di #Cgil , #Cisl e #Uil.

In cambio, hanno portato in dote al padronato i salari e gli stipendi più bassi d’Europa, il precariato di massa, la progressiva e sistematica distruzione dei diritti fondamentali dei lavoratori (che pure erano stati conquistati in decenni di dure lotte); 3-4 morti sul lavoro al giorno e 17.000 morti di lavoro e sul lavoro negli ultimi dieci anni; l’età pensionabile più alta di tutta la zona euro e, dulcis in fundo, pensioni da fame nera.

Più servi di così?

Di solito per arrivare a raggiungere questi risultati ci vuole, perlomeno, un colpo di Stato alla cilena o un golpe bianco tipo quello che avvenne in Italia alla fine degli anni Settanta.

Da noi, invece, basta una letterina proveniente da Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale (il cui ex direttore agli affari fiscali, guarda caso, è stato candidato ora dal PD in un collegio blindato per andare a fare il senatore), oppure, una manovra finanziaria che faccia impennare lo spread per un lasso di tempo limitato, ed un governo tecnico come è successo anche per l’ultimo guidato da Mario Draghi.

Ovvero, un governo sostenuto da quasi tutti i partiti ma guidato in maniera autoritaria da un banchiere di rango internazionale ed in ottimi rapporti con i rapaci colossi della finanza mondiale.

Ma, soprattutto, sono necessari partiti e sindacati che avallino e collaborino, attivamente ed organicamente, alla macelleria sociale di turno, alle privatizzazioni selvagge, alle manovre finanziarie sempre più ferocemente antipopolari.

Una specialità tutta italiana.

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10/07/2021

Anche la Cisl mette le mani sul welfare. Il Terzo Settore è un cavallo di Troia

All’appuntamento con l’assalto ai residui del welfare pubblico tramite il Terzo Settore non poteva mancare la Cisl.

Si è infatti costituita in questi giorni “Plurale Ets”, una nuova Rete Associativa Nazionale ai sensi del Codice del Terzo Settore che comprende le associazioni nate nel solco della Cisl. La nuova rete è promossa da Cisl, Anteas, Adiconsum, Anolf, Iscos e vede l’adesione di oltre 500 Enti del Terzo Settore.

La Rete fornirà assistenza tecnica e di servizio alle organizzazioni associate negli adempimenti legati al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore nonché supporto allo sviluppo di tutte le opportunità che saranno previste per gli Enti di Terzo Settore.

I promotori ammettono che si tratta di “un progetto strategico e assolutamente sfidante per i soci fondatori che, proprio per questo, ne hanno affidato la guida a una personalità di massima autorevolezza e valore”. La personalità è Annamaria Furlan, ex segretaria generale della Cisl, che ne sarà la portavoce.

Ormai quello contro i residui del welfare pubblico è un vero e proprio assalto alla diligenza in piena sintonia con la logica delle privatizzazioni di ispirazione liberista. E i comitati d’affari che stanno gestendo la torta dei servizi sociali e della previdenza sociale sono trasversali e agguerriti.

Puntano a diventare soggetto della concertazione “tra le parti sociali” al pari di Confindustria e CgilCislUil, soprattutto per quanto riguarda la gestione del welfare aziendale e di quello territoriale.

È il business della benevolenza che ha introdotto la sussidiarietà alla rovescia, sottraendo ai soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali) la responsabilità e la gestione del welfare, ma puntando apertamente al malloppo della spesa pubblica per gestire i servizi sociali per conto terzi, anzi per conto Terzo Settore e in sincronia con le aziende private.

Il cosiddetto Terzo Settore fino ad oggi corrisponde ad un valore economico di 80 miliardi di euro, contribuisce al 5% del PIL nazionale e al suo interno operano 1,14 milioni di lavoratori retribuiti (più il volontariato, specie nelle organizzazioni cattoliche). Ma l’obiettivo è apertamente quello di mettere le mani su gran parte della spesa pubblica dedicata alle prestazioni e ai servizi sociali.

Si tratta di un vero e proprio cavallo di Troia che mira al definitivo smantellamento del welfare pubblico e all’affiancamento e legittimazione della privatizzazione totale dei servizi sociali.

A questa visione strategica e agli appetiti che ne derivano, va opposta sul piano nazionale e locale una visione totalmente contrapposta che punti alla re-internalizzazione dei servizi sociali e la difesa del loro carattere pubblico ed estraneo alla logica del profitto privato o del “privato sociale”.

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21/12/2020

Se questo è un sindacato...

Fatti e antefatti dell’inesorabile declino dei principali sindacati italiani.

Le vicende della CISL documentate dall’eccellente inchiesta di Report, andata in onda qualche giorno fa su Rai3, avrebbero fatto arrossire anche uno come Jimmi Hoffa, se fosse ancora vivo.

Ispezioni pilotate, dimissioni forzate, opacità, omertà, violenze psicologiche, mobbing, abusi, distrazione di fondi, arricchimenti illeciti ai danni degli iscritti etc.

Tutto in un quadro di omertà e di opacità assoluta in cui il dirigente apicale di turno, pur di difendere il proprio ruolo di padrone assoluto del sindacato e pappone alle spalle dei lavoratori, non va mai per il sottile quando si tratta di bastonare duramente qualche dirigente periferico che abbia osato – anche solo minimamente – criticare il suo sistema di potere personale ed i suoi enormi privilegi.

Riassumiamole per sommi capi, le vicende raccontate da Report sono le seguenti.

1. SUPERSTIPENDI E PENSIONI D’ORO. Nel 2015, un ex dirigente della #CISL, Fausto Scandola, aveva denunciato che alcuni dirigenti di quel sindacato avevano accumulato un lordo previdenziale ben superiore a quanto stabilito dal regolamento dell’epoca. In alcuni casi si arrivava anche al doppio, 200mila euro, quando il limite previsto era ca. 87mila.

Poco dopo Scandola viene espulso dai probiviri, una sorta di magistratura interna al sindacato: l’accusa è aver leso l’onore della segretaria, Anna Maria Furlan. Dopo poco Scandola muore. Non c’è più neppure la collega Nadia Toffa, che aveva realizzato per “Le iene” un’inchiesta memorabile su questa vicenda, pur non avendo ricevuto una risposta.

2. LA COMMISTIONE TRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CISL. L’attuale vice-segretario della CISL nazionale, Luigi Sbarra, dal 2000 al 2009 è stato segretario regionale della Cisl Calabria. In quegli anni è stato anche assunto all’Anas. “Abbiamo provato a chiedergli in che anno“, dice la giornalista di Report, ma Sbarra non ha voluto rispondere.

3. SEMPRE DUE PESI E DUE MISURE, ANCHE QUANDO RUBANO I SOLDI DEGLI ISCRITTI. L’ex segretaria della Cisl Campania, Lina Lucci, oggi è sotto processo per una presunta appropriazione indebita di 206 mila euro, ridotti a 77mila per avvenuta prescrizione. La Cisl si è costituita parte civile.

Ma non lo ha fatto nei confronti del funzionario amministrativo del sindacato Salvatore Denza, tirandolo così fuori dal processo. Il Tribunale aveva rinviato a giudizio anche lui per una presunta appropriazione indebita di 172 mila euro.

4. PORTE GIREVOLI TRA PARTITI E CISL. A giugno del 2018 il sottosegretario all’economia Pierpaolo Baretta perde l’incarico di sottosegretario, e subito la sua portavoce Stella Teodonio trova casa nella Fim-Cisl, di cui Baretta in passato è stato segretario generale.

5. IL SINDACALISTA CADE SEMPRE IN PIEDI. Tra il 2015 e il 2016, mentre fioccano i licenziamenti, solo alcuni dipendenti IAL Sicilia (formazione professionale) riescono a mantenere la continuità lavorativa e a passare ad altro ente di formazione: quelli che avevano condotto la trattativa con la Regione.*

*Da Report, Rai3, puntata del 14/12/2020

Insomma, Furlan e soci prendono stipendi d’oro e percepiranno pensioni d’oro, come quella dell’ex segretario CISL Bonanni (330mila euro annui). Per tutti gli altri, stipendi e salari al limite – se non al di sotto – della soglia di povertà e pensione a 67 anni (fino al prossimo scalino) o giù di lì, con importi da fame nera. Oppure fai un’“Ape social” che ti costa come un mutuo casa fino al trapasso, e alleluia.

Ma come siamo arrivati a questo punto? E, soprattutto, che senso ha continuare a trattenere migliaia di euro all’anno su salari e stipendi per fantomatici fini previdenziali visto che, se permangono l’attuale sistema di calcolo contributivo (legge Dini) e l’agganciamento dell’età pensionabile all’indice della speranza di vita previsto dalla riforma Fornero, una pensione vera non la vedrà quasi più nessuno?

Invece “loro”, i vertici dei sindacati complici, continueranno ad andare in pensione con un fantastico importo raggiunto mediante il vecchio calcolo retributivo e parametrato sull’ultimo mese di stipendio percepito dal sindacato stesso.

E come possono, solo loro? Possono eccome, grazie ad una legge del 1996 [1]: i trenta denari (si fa per dire) per cui si sono vendute le pensioni di anzianità – guarda un po’ – proprio un anno prima, ovvero, nel 1995 [2] quando, CGIL CISL e UIL concorsero attivamente alla stesura ed all’approvazione della Legge Dini che abrogò le pensioni di anzianità, estese a tutti i lavoratori dipendenti il famigerato metodo di calcolo contributivo ed introdusse la previdenza complementare.

Il nuovo metodo di calcolo non si basava più sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite, come nel sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Una controriforma a tutti gli effetti che decretò la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà e su un minimo di equa redistribuzione dei contributi versati da tutte le categorie, da quelle più fortunate a quelle meno retribuite.

Ma perché soppressero le pensioni di anzianità? Perché introdussero il calcolo contributivo, che ti costringe a lavorare una vita per non prendere una pensione da fame? Perché quella complicità di CGIL, CISL e UIL nell’approvazione di una norma che faceva a pezzi uno dei pilastri principali del nostro stato sociale?

Eppure si trattava degli stessi sindacati che, il 12 novembre 1994, fermarono la riforma delle pensioni di Berlusconi quando, sotto la guida di Cofferati, lanciarono una manifestazione che rimane tutt’ora la più grande manifestazione sindacale dell’Italia del dopoguerra.

Era una protesta contro la finanziaria ’95 di Berlusconi, che riformava il sistema pensionistico in modo quasi identico a quella che fu approvata da governo Dini (che era stato ministro del Tesoro nel governo Berlusconi), appena un anno dopo.

Ma allora come fece Dini ad ottenere il consenso dei tre principali sindacati italiani?

Entrambi i disegni di riforma prevedevano l’introduzione dei fondi pensione, che proprio la drastica riduzione degli importi per effetto del nuovo calcolo contributivo avrebbero dovuto agevolare. Ma mentre Berlusconi, co-proprietario di Mediolanum, voleva i Consigli di Amministrazione dei fondi pensione aperti solo “al mercato”, Dini concesse ai sindacati di inserirsi nei CdA chiusi dei Fondi di previdenza complementare, previsti dalla legge (Dm 703/1996 e poi dal D.Lgs. 252/2005).

Dunque, anziché difendere le pensioni dei lavoratori, ne accettarono la distruzione per compartecipare al passaggio al nuovo sistema articolato su due gambe: quella pubblica (Inps, ecc, sempre più povera) e quella privata complementare offerta dalla grandi compagnie assicurative (Unipol, Generali, Ras, ecc).

In ballo c’era la grande torta dei trattamenti di fine rapporto (le vecchie liquidazioni): quasi 20 miliardi. Mediante un incentivo si cercò di convincere i lavoratori, pubblici e privati, a destinare il proprio TFR al pagamento della quota di adesione ai vari fondi pensione.

Ma, grazie ad una grande campagna di controinformazione imbastita dai sindacati di base, molti lavoratori non caddero nella trappola e mantennero il Tfr nelle proprie mani.

Ecco, era un po’ di storia per capire come siamo arrivati alla costituzione di una casta di sindacalisti di vertice che vanta stipendi stellari e superpensioni d’oro, alla progressiva trasformazione delle sedi sindacali in agenzie assicurative e dei delegati sindacali in procacciatori di ogni genere di polizza.

Tutto ciò mentre i lavoratori italiani hanno il duplice record delle retribuzioni più basse e dell’età pensionabile più alta di tutti i paesi dell’aerea UE.

D’altronde, dopo la demolizione dell’art.18 (contro cui la CGIL fece sole 2 ore di sciopero, neanche la finta) recentemente Furlan, Landini e Barbagallo si sono opposti fermamente sia al Reddito di Cittadinanza sia al salario minimo.

Non fa una piega: sono posizioni assolutamente coerenti con la storia che vi ho qui raccontato e che ha raggiunto il suo acme con l’accordo firmato unitamente dalla maggiore associazione padronale italiana, ovvero Confindustria, con CGIL, CISL e UIL in cui si impegnano a “fare sistema”.

Note:

[1] Legge n. 564/1996; scritta nel 1996 da Tiziano Treu, prima commissario INPS poi Direttore del CNEL di cui voleva però l’abrogazione. Si tratta di una norma che permette ai sindacalisti apicali – segretari e cariche di vertice – di ottenere una pensione d’oro dopo soltanto un mese di lavoro.

[2] Legge n. 335/1995, meglio conosciuta come “Riforma Dini”, che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo per chi ha meno di 18 anni di anzianità lavorativa alla data di entrata in vigore della norma ed un sistema progressivo di “finestre d’uscita”, successivamente superato da vari interventi normativi ed infine dalla “Riforma Fornero”.

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11/01/2020

La Furlan si vergogni. L’art.18 va ripristinato non liquidato


La segretaria generale della CISL Annamaria Furlan ha dichiarato che l’articolo 18 è roba del secolo scorso. In questa sua sciocca affermazione è condensato tutto il degrado politico e anche morale di una casta sindacale conquistata dal liberismo e dall’impresa.

Degrado anche morale perché di fronte al dilagare delle sfruttamento fino alla schiavitù, di fronte al ricatto permanente del precariato, di fronte alla regola brutale cui oggi sono sottoposti lavoratrici e lavoratori: o fai così o quella è la porta.

Di fronte alla paura che regna sovrana in ogni posto di lavoro e che offende la stessa dignità delle persone, irridere come fa Furlan alla principale tutela contro i licenziamenti ingiusti non è solo fare la renziana di complemento, ma significa disprezzare la sofferenza di chi si dovrebbe rappresentare.

Non c’è un solo lavoratore in Italia che non senta come una ingiustizia la cancellazione dell’articolo 18, conquista costata sangue sudore e lacrime a generazioni di operai e che il governo Renzi ha soppresso con la complicità di dirigenti sindacali come Annamaria Furlan.

È vero che la tutela contro i licenziamenti ingiusti è una conquista del novecento, ma la sua soppressione ha riportato il mondo del lavoro all’ottocento.

E di questa regressione terribile è responsabile per la sua parte Furlan e con lei anche i dirigenti UIL e CGIL che l’hanno seguita sulla stessa strada e che ora non trovano scandalose le sue parole.

A tutti costoro, visto che nelle fabbriche italiane non ci vanno più, suggerisco almeno di fare un giretto turistico in Francia, così per vedere cosa fa un movimento sindacale vero, come era il nostro prima che i dirigenti di CISL UIL e CGIL si impegnassero per renderlo amico dei padroni e dei ricchi e nemico dei lavoratori.

Signora Furlan si vergogni.

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09/03/2019

Maurizio Landini e Landini Maurizio


Ho conosciuto Maurizio Landini. Siamo stati assieme dirigenti della Fiom per un periodo delle nostre vite. Non siamo mai stati d’accordo sul giudizio da dare alla politica della CGIL: il mio negativo, il suo possibilista. Inoltre abbiamo avuto posizioni diverse su alcuni accordi sottoscritti dalla stessa Fiom; e anche qui sono immaginabili le differenze.

Tuttavia abbiamo anche condiviso alcune scelte di fondo, penso in particolare al rifiuto del diktat di Marchionne in FIAT, anche a costo di rompere con CISL e UIL e di distinguersi nettamente dalla CGIL. E penso alla scelta di schierarsi con il movimento NO TAV, scelta motivata non solo da ragioni ambientali, ma da scelte sociali, economiche e persino produttive.

Ora però Maurizio Landini è diventato Landini Maurizio, segretario della CGIL in virtù del sostegno decisivo di Susanna Camusso e della sua area. E Landini Maurizio è diventato SI TAV e ultra-unitario con CISL e UIL.

In questo ruolo è giunto a dissociarsi pubblicamente, assieme alla segretaria della CISL Furlan, dallo sciopero dell’8 marzo. Sciopero sicuramente difficile nel mondo del lavoro oppresso e ricattato di oggi, ma sacrosanto e coraggioso.

Mentre la segretaria della CISL ha affermato che non questo è il momento di scioperare (per lei non lo è mai), Landini ha spiegato che gli scioperi bisogna prepararli. Non so cosa intenda e non voglio pensare male, visto che tutte le ultime uscite pubbliche della CGIL sono state non solo assieme a CISL e UIL, ma condivise da Confindustria. Prepararlo con chi?

Questo sciopero era proposto e annunciato da molto tempo dal movimento femminista mondiale di Non Una Di Meno... e la scadenza dell’8 marzo non è proprio di quelle che capitino all’improvviso. Quanto tempo ci vuole per preparare uno sciopero secondo Landini?

È stato per la troppa improvvisazione di questa lotta che nei tanti scioperi e cortei, ai quali hanno partecipato molte donne e uomini aderenti alla CGIL, non si è visto alcun dirigente di questa organizzazione?

Conoscevo Maurizio Landini, invece Landini Maurizio cosegretario di CGILCISLUIL non so bene chi sia; ora tendo a confonderlo con Zingaretti e non credo di essere il solo.

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20/03/2018

Maxistipendi dei dirigenti CISL... com’è andata a finire?

Tre anni fa scoppiò lo scandalo degli stipendi d’oro della CISL: compensi che sfioravano i 300mila euro annui. Il caso più eclatante era quello di Raffaele Bonanni, l’ex segretario generale della CISL dimessosi il 24 settembre del 2014 per andare a fare il broker assicurativo. Ebbene, dal 2006 al 2011 la retribuzione dell’ex dirigente aveva raggiunto cifre record, ben oltre il tetto massimo dei grandi manager di Stato e ciò consentì a Bonanni di intascare ben 336.000 euro di pensione annui.

Fausto Scandola, dirigente della CISL di Verona e pensionato Fisascat, aveva pazientemente messo insieme un dossier che svelava i compensi stratosferici dei componenti delle segreterie nazionali del suo sindacato. Una bomba.

Aveva inviato tutto al segretario nazionale Furlan chiedendone le dimissioni e poi ai segretari delle categorie nazionali e regionali, parlando di un «sistema immorale», che si finanziava coi contributi dei lavoratori e poi riempiva le tasche dei dirigenti.

La CISL non smentì mai quelle cifre ed espulse Scandola nel luglio del 2015. Vane furono le proteste e le petizioni per il suo reintegro. Nel dossier rivelato da Repubblica e firmato da Fausto Scandola, un atto d’accusa corredato di nomi e cifre: retribuzioni che sfioravano i 300mila euro l’anno, che superavano il tetto fissato per i dirigenti pubblici (240mila euro; più di quanto prendeva Barack Obama alla Casa Bianca!). Fausto Scandola, però non ha potuto finire di condurre la sua battaglia perché è morto un anno dopo la sua denuncia, nel 2016.

Ma com’è finita la vicenda delle retribuzioni d’oro CISL? Il comitato esecutivo nazionale confederale del sindacato, dopo la denuncia di Scandola, approvò, in tutta fretta ed all’unanimità, un nuovo regolamento presentato dalla segreteria generale in cui si parlava di “trasparenza” ed in cui si fissavano delle “regole sugli stipendi”. Ne conseguì la decisione di pubblicare sul sito del sindacato le retribuzioni dei dirigenti apicali del sindacato stesso.

Sul sito web della CISL sono oggi presenti le dichiarazioni dei redditi dei dirigenti sindacali ed il compenso annuo lordo percepito dall’attuale segretaria, Anna Maria Furlan, risulta essere di 130.000 euro circa annui, mentre per gli altri dirigenti siamo su cifre che si attestano tra i 70.000 ed i 100.000 euro lordi annui. Non compaiono, ovviamente, i rimborsi “forfettari”. Si tratta di retribuzioni simili a quelle dirigenti pubblici di alto livello certo giustificati dai grandi risultati ottenuti per i lavoratori italiani che hanno le retribuzioni più basse d’Europa e per i giovani costretti a scappare all’estero per non finire precari in un call center o da Foodora per 500 euro al mese.

Se è vero che, dopo il clamore sollevato dal dossier di Scandola, le retribuzioni dei dirigenti sindacali si sono ridotte, tuttavia, la possibilità che gli stessi vadano in pensione con importi molto più alti delle retribuzioni medie percepite negli ultimi anni di attività sindacale non è affatto debellata.

La risposta sta tutta in un particolarissimo privilegio di cui godono i dirigenti sindacali apicali: in base alla Legge 564/1996 (approvata un anno dopo la riforma Dini che ha cancellato le pensioni di anzianità) i medesimi godono di una pensione “retribuitiva”, cioè, calcolata sull’ultimo mese di retribuzione e nulla impedisce che questi ultimi si facciano un bel ritocchino prima di andare in pensione alzando così il parametro ed incrementando decisamente l’importo. Eh sì, perchè il tanto vituperato calcolo retributivo per i dirigenti dei sindacati che avallarono nel 1995 la riforma Dini e poi anche tutte le successive, (compresa la legge Fornero) vale ancora. Perché “loro” sono “loro” e voi non siete un cazzo.

Più o meno quel che mandarono a dire tre anni fa al povero Fausto Scandola.

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11/08/2015

Scandalo Cisl. Furlan fa finta di niente, accusa Pezzotta

Contropiano è stato tra i primi organi di informazione a dare notizia della denuncia pubblica fatta da un vecchio iscritto alla Cisl, Fausto Scandola, a proposito dei megastipendi che si autoattribuivano numerosi dirigenti del sindacato cattolico. Non solo Raffaele Bonanni, peraltro dimessosi improvvisamente poco dopo la notizia del suo lussuoso stipendio annuo (336.000 euro, il 50% più di Obama!), ma anche oscuri segretari di federazioni minori o di patronato.

Non è difficile verificare, visto che il nostro articolo (Gli scandali infiniti dei sindacalisti complici) è stato pubblicato l'8 agosto mentre i giornali mainstream - che fin qui avevano indicato la Cisl come punta di lancia del sindacato "moderno", quello che sa meglio di altri conciliare gli interessi delle imprese con la flessibilità schiavistica dei lavoratori - hanno deciso di farlo soltanto il 10; e solo perché il povero iscritto autore della denuncia era stato nel frattempo espulso dalla Cisl. Un segnale chiaro su da che parte sta anche il nuovo gruppo dirigente.

Eravamo arrivati con tanto anticipo che prima del sobbalzo dei giornali di regime avevamo già potuto cogliere le reazioni indignate dei sindacalisti veri, intervistando il coordinatore dell'Usb - carica equivalente, in qualche misura, a quella di un membro della segreteria confederale di un'organizzazione "complice" - Pierpaolo Leonardi. Gente che, come stipendio, prende invece quello pagato dall'azienda o ente da cui dipende e che, davanti alla riduzione del 50% dei distacchi sindacali, decisa dal governo Renzi, è addirittura rientrata sul lavoro, in part time, pur di suddividere tra tutti i dirigenti il carico derivante dalla provocazione governativa.

Oggi il quotidiano online Lettera43 intervista l'ex segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, l'"orso bergamasco" che può essere certamente accusato di una politica sindacale "a perdere", ma che davanti ai suoi successori appare - per contrasto, più che per merito - un onesto mestierante del sindacalismo "cedevole".

Con l'ironia che gli è propria, e con la perfidia democristiana che non gli è mai mancata, Pezzotta affossa anche l'attuale segretaria, Annamaria Furlan, attribuendole - quantomeno - la responsabilità di star facendo finta di nulla davanti allo scandalo. E di aver avallato l'espulsione del povero Scandola.

Scandola-scandalo. Anche le parole si divertono, in questa storia indecente...

*****

L'autrice dell'intervista, per Lettera43, è Antonietta Demurtas.

DOMANDA. Questa Cisl piange la miseria dei lavoratori ma non certo la sua, viste le buste paga che girano dentro il sindacato...
RISPOSTA. Sono molto amareggiato e addolorato nel leggere queste cose. Penso che è come se avessi sprecato parte della mia vita. Mi sono iscritto alla Cisl nel 1963, trovarmi oggi sul giornale, così a ciel sereno, un articolo di questo genere mi fa soffrire. Soprattutto perché non è un articolo inventato, ma una denuncia precisa.

D. Fatta peraltro da un vostro sindacalista.
R. Da un dirigente di Verona, Fausto Scandola, iscritto alla Cisl dal 1968. Non uno qualsiasi, non certo un estraneo, per questo quello che ho letto mi fa davvero molto male.

D. Che cosa esattamente l'ha ferita di più?
R. Mi fa male pensare, e vorrei che ci fosse una chiarificazione, che anche nella Cisl ci sono i furbetti.

D. Quelli che lottano per i lavoratori ma un po' di più per il loro stipendio?
R. Sembra che abbiano approfittato di un ruolo che gli è stato dato per fare cose che non dovevano fare.

D. Che cosa deve fare invece la Cisl ora?
R. Prima di tutto aspetto di capire se la denuncia di Scandola è davvero tutta vera, anche se la stessa intervista che ho letto del segretario Furlan non mi pare la smentisca. Lei promette che correggerà, ma non è che dice: no, è tutto falso.

D. Quindi quelle cifre sono vere?
R. Non lo so, ma Furlan non ha smentito. Se l'avesse fatto io le avrei creduto, per carità.

D. E questo cosa le fa pensare?
R. Non ho i Cud per poter verificare quelle cifre. Ma essere uscito dalla Cisl in segno di protesta perché non condividevo che dopo di me arrivasse Raffaele Bonanni, oggi mi fa pensare che non avevo tutti i torti.

D. È con Bonanni che sono iniziati i guai?
R. I dati che riporta Scandola si riferiscono dal 2008 in poi, e non ero certo io segretario della Cisl. Non lo ero da due anni.

D. Bonanni prima di andare via è passato da uno stipendio di 267.436 euro nel 2010 ai 336.260 nel 2011, con un aumento del 25%...
R. Fate voi i conti...

D. Forse li dovrebbe fare Furlan?
R. Da lei mi aspettavo una presa di posizione più netta, che dicesse: chi ha fatto il furbo è fuori dalla Cisl, se gli stipendi sono stati aumentati senza tener conto dei nostri regolamenti, chi l'ha fatto deve restituire quei soldi. Sarebbe stato un modo per fare chiarezza.

D. Invece?
R. Invece questa sua reazione mi sembra un modo più per galleggiare. Non voglio accusare Bonanni di niente, però quei problemi sono iniziati in quel periodo e Furlan lo sa...

D. Da allora si galleggia, dice, ma forse oggi si annaspa?
R. Quello che temo infatti - e lo dico perché sono affezionato alla Cisl, sono ancora un iscritto e parlo come tale - è che se non prendono decisioni drastiche, se non fanno una cesura tra l'oggi e il passato recente (ovvero quello di Bonanni) e non recuperano la vera storia del sindacato, chi rischia non sono i dirigenti ma la Cisl stessa.

D. Si spieghi meglio.

R. Questo articolo sui mega stipendi comporta un danno di immagine enorme. Stamattina sono andato a fare una passeggiata e sono stato fermato da tante persone che mi chiedevano che cosa è successo e magari avevano anche qualche sospetto su di me.

D. Sospetto fondato o infondato?
R. (Ride) Quello che guadagnavo si può ricavare dai miei 730 e non prendevo certo quelle cifre. Sia chiaro, non avevo una brutta paga, ma quella di uno che fa il segretario generale.

D. Quanto, precisamente?
R. L'indennità c'è sempre stata e non voglio fare polemica sulla paga di Furlan, che non conosco. Ma se vuole sapere la mia posso controllare (la moglie cerca sul computer i pagamenti e gli dice la cifra): allora sono andato via a ottobre 2006 e prendevo 3.183 euro al mese.

D. Scandola ha rivelato ben altri salari, come quello di Ermenegildo Bonfanti, segretario generale nazionale Fnp Cisl: 225 mila euro in un anno. Una scelta che a Scandola è costata l'espulsione.
R. Se uno denuncia anomalie non può essere espulso, al massimo gli si spiega che quelle anomalie non esistono.

D. Invece del chiarimento è scattata l'epurazione: c'è il rischio che questa decisione getti un'ombra ancora più oscura sul sindacato?
R. Sì, per questo la Cisl ha bisogno di una cesura netta e chiara rispetto a chi si è approfittato della situazione. Queste persone che si sono aumentate così gli stipendi non devono più nuocere al sindacato, devono uscire dall'organizzazione.

D. E come individuarle con certezza?
R. Intanto si può indire una commissione di indagine fatta da persone per bene che non hanno incarichi politici nè sindacali e siano capaci di fare un esame preciso della situazione per capire chi non ha rispettato il regolamento.

D. Una commissione interna basterebbe?
R. Sarebbe prima di tutto un gesto per dimostrare che dentro la Cisl certe cose non si nascondono, e che non ci sono interessi intrecciati. C'è bisogno di chiarezza, di una commissione che valuti e prenda decisioni drastiche. Questo è l'unico modo per uscirne.

D. Non è troppo tardi?
R. La Cisl che conosco io è ancora un grande sindacato perché ha una base meravigliosa, fatta di persone che si sacrificano ogni giorno per difendere il lavoro. E con una base del genere, un'operazione trasparenza radicale è necessaria, aiuterebbe non solo la Cisl ma tutto il sindacato.

D. Perché?
R. Perché queste cose hanno un riverbero generale, basta pensare a come risponde Renzi quando il sindacato condanna le sue decisioni: «Ce ne faremo una ragione», dice, e dà la colpa al sindacato di qualsiasi cosa succeda.

D. Quindi questo scandalo potrebbe essere l'ennesimo assist per il premier per colpire il sindacato?
R. Ma Renzi non ha più bisogno di assist. Il fatto che questo scandalo sui mega compensi sia uscito così e non crei una reazione radicale interna diventa un assist naturale, non strumentale.

D. Sarete derisi e attaccati da tutti, teme questo?
R. Certo, ora anche quando si andrà in assemblea tutti chiederanno all'altro: «Ma tu che stipendio hai? Che cosa fai?». «Prima guarda in casa tua».

D. Insomma, una guerra interna?
R. Sì, non c'è bisogno che ce la faccia Renzi. Per questo serve una cesura.

D. Cosa prova davanti alle persone che per strada le chiedono conto di questa situazione?
R. Un senso di tormento, mi chiedo che cosa è successo. Perché davanti a questa vicenda non si risponde in termini duri, radicali, mettendo in luce la vera anima di questa organizzazione?

D. Cos'è successo alla Cisl dopo il suo addio?
R. Io sono uscito per non sostenere il mio successore, perché ritenevo che Bonanni non fosse adatto, mi sono opposto a tal punto che piuttosto che fare un accordo per avvallare la sua segretaria me ne sono andato. Non sta a me dare giudizi su Bonanni, non l'ho fatto ieri e non lo voglio fare oggi, ma resta il fatto che se me ne sono andato non avevo tutti i torti.

D. Secondo lei Furlan dovrebbe prendere le distanze in maniera più decisa dalla precedente segreteria?

R. Sì, però bisogna anche ricordarsi da che parte stava Furlan ai tempi in cui io ebbi questa congiura di palazzo...

D. Intende dire che Furlan stava con Bonanni?
R. Vada a verificare (sorride). Anche se oggi le posso dire meglio Furlan che Bonanni, non ho dubbi su questo.

D. Però?
R. Però chiedo a Furlan di essere più drastica, non per sé ma per gli iscritti. Questa denuncia può essere una montatura, ma io non lo so. Lo deve dimostrare l'attuale segretario della Cisl.

D. La sua è una speranza?
R. Vorrei che la mia organizzazione uscisse da questa vicenda a testa alta, che desse l'esempio alle future generazioni: in questo Paese ci sono giovani meravigliosi, bisogna lasciargli spazio, anche all'interno del sindacato.

D. Quindi continuerà a difenderlo?
R. Io sono orgoglioso della Cisl, è stata la mia vita. Non sono così orgoglioso di aver fatto il parlamentare.

D. La politica non le piace più?
R. Quello è stato un incidente di percorso che mi ha dato tante conoscenze, ho fatto tante esperienze, ma nella mia vita il mio modo di pensare è stato determinato dalla Cisl. Per questo chiedo a Furlan di fare qualcosa che restituisca il vero volto alla mia organizzazione.

Fonte

07/08/2015

Gli scandali infiniti dei sindacalisti complici

Quando abbiamo preso a chiamare “complici” i sindacati ufficiali – insomma: Cgil, Cisl e Uil – in molti, anche nella cosiddetta sinistra radicale, hanno arricciato il naso. Ok, ci veniva detto, va bene la critica di una linea decisamente arrendevole, ma da qui a chiamarli di fatto “servi del padrone” ce ne corre.

Eppure la definizione di “complici” era stata proposta da Maurizio Sacconi, il più feroce nemico del sindacalismo pro-lavoratori che si sia mai visto. E lui, che veniva dalla Cgil oltre che dal Psi craxiano, sapeva indubbiamente bene di cosa stava parlando...

Poi la scomparsa improvvisa di Raffaele Bonanni, da segretario generale della Cisl a “invisibile”, ha cominciato a far uscir fuori alcuni comportamenti decisamente incompatibili col ruolo di “difensore dei diritti dei lavoratori”. A cominciare dagli stipendi, auto attribuiti nella più totale segretezza e a livelli da far invidia al presidente degli Stati Uniti.

La cifra esatta dello stipendio di Bonanni è stata a lungo un mistero della fede. Il Fatto Quotidiano, qualche anno fa, l'aveva quantificato in 336.000 euro annui (Obama prende 250.000 dollari, poco più di 200.000 euro...). L'unica cosa certa è che il maxiaumento retributivo per il segretario generale, deciso poco dopo la sua ascesa a quella poltrona, è arrivato giusto in tempo per arricchire il suo monte contributivo in vista della pensione, per cui fece domanda nel 2011.

A proposito di tempismo, giova ricordare che quella domanda venne fatta mentre già si preparava la sostituzione di Berlusconi con Monti, e quindi quella “riforma delle pensioni” ordinata dalla lettera della Bce (agosto 2011) e che avrebbe poi preso il nome dalla signora Fornero.

Voci di corridoio riferiscono che al dunque, la sua pratica sia stata espletata in soli tre giorni, giusto qualche mese in meno di quel che è necessario per un qualsiasi lavoratore. Dal 2012 al momento delle dimissioni – nell'autunno del 2014 – riuscì a sommare il ragguardevole stipendio con un assegno mensile netto di 5.391,50 euro mensili (lui dice 5.122, ma insomma siamo lì), ovvero altri 65.000 annui.

Dentro la Cisl, allora, si svolse una vera e propria faida a colpi di dossier e lettere di denuncia, anonime o palesi. E in questo modo venne fuori che il “vizietto” di darsi compensi faraonici era diventato un sport alquanto diffuso.

La sostituta di Bonanni, Annamaria Furlan, nuova segretaria generale nazionale della Cisl, si era impegnata a riportare la situazione a livelli accettabili. E quindi ha ridotto, per esempio, il suo stesso stipendio portandolo dai 336.000 euro del predecessore a “soli” 156.627,52 euro annui, che comunque, rispetto ai compensi previsti del 2008 (anno di esplosione della crisi generale e di inizio delle politiche di “austerità” prescritte dalla Troika), segna un aumento del 58,11% ai 76.201,60 euro annui (più un 30% di “indennità”); totale 99.000 euro.

Ma il “vizietto” di attribuirsi stipendi faraonici è decisamente più diffuso e coinvolge livelli molto meno importanti della segreteria generale.

Pochi giorni fa, Fausto Scandola, iscritto dal '68 alla Cisl (il '68 non è stato uguale per tutti, diciamolo, e comunque allora anche una parte della Cisl divenne improvvisamente conflittuale), naturalmente oggi pensionato in quel di Verona, ha preso carta e penna per fare nomi e cifre.

In cima a tutto la domanda politica inaggirabile:
“I nostri Rappresentanti/Dirigenti ai massimi livelli Nazionali della nostra Cisl sono ancora, si possono ancora considerare Rappresentanti Sindacali dei Soci finanziatori, lavoratori dipendenti e pensionati? I loro comportamenti, lo svolgere dei loro ruoli, come gestiscono il potere, si possono ancora considerare da esempio e guida della nostra associazione che punta a curare gli interessi dei lavoratori dipendenti e pensionati soci finanziatori? O rappresentano caratteristiche più affini a chi gestisce una sua proprietà? Come poterli definire, da come esercitano il rispetto delle regole Confederali nel costruirsi i propri compensi, ricavati dal finanziamento volontario dei soci iscritti?”.
Per stare sul sicuro, Scandola denuncia casi che conosce direttamente e di cui presumibilmente, ha in mano le carte per provare ciò che dice. Per esempio Antonino Sorgi, presidente nazionale dell'Inas Cisl – il patronato, di fatto – che nel 2014 si sarebbe messo in tasca 77.969,71 euro di pensione, 100.123,00 euro di “compensi” da parte dell'istituto che dirige e altri 77.957,00 euro grazie al ruolo dirigente nell'Inas immobiliare. Il totale (256.049,71 euro), anche qui, supera seppur di poco lo stipendio di Obama. Ma volete mettere quant'è più difficile e faticoso dirigere un patronato rispetto a guidare gli Stati Uniti d'America?

Meglio di lui avrebbe fatto però l'ex presidente del Caf della Cisl, Valeriano Canepari, che l'anno prima sarebbe riuscito a sommare 97.170,00 euro di pensione e 192.071,00 euro di compensi da parte dell'Usr Cisl Emilia Romagna – l'Unione Sindacale Regionale – per un totale di 289.241,00 euro.

I nomi denunciati dall'orripilato Scandola sono molti di più, spesso noti soltanto agli addetti ai lavori. Ma appunto il loro numero e il loro “grado”, alla testa di funzioni minori del sindacato nazionale, fa a cazzotti con l'entità delle cifre percepite.

Non che la Cgil stia messa molto meglio, anche se le cifre sono decisamente meno rilevanti. Guglielmo Epifani, per esempio, è titolare di una pensione mensile netta di appena 3.400 euro, comunque frutto di un “ritocco” stipendiale (appena 800 euro) deciso alla vigilia della presentazione della domanda di pensione.

Gli scandali, in Corso Italia, sono gestiti con metodologie antiche, miranti a salvaguardare il buon nome dell'organizzazione anche a costo di far scomparire dalla circolazione quelli presi con le mani nel lardo. Lì dentro, per esempio, ancora si parla a mezza bocca di quel membro della segreteria nazionale improvvisamente dimesso subito dopo aver gestito i lavori di ristrutturazione della sede centrale.

Cose minori, come si vede, sul piano finanziario. Ma nello stesso milieu “culturale”. Perché – bisogna sempre ricordare – quegli stipendi vengono pagati con i soldi degli iscritti, spesso semplici lavoratori da 1.000 o meno euro al mese; e i cui diritti – contrattuali o legali – vengono svenduti con regolare costanza da dirigenti che “grattano” in cassa.

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