Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2023

Colaninno, ‘robben baron’ all’italiana

È morto ieri Roberto Colaninno, il più importante “capitano coraggioso” dei ruggenti anni Novanta.

Quando si affacciò una nuova classe imprenditoriale che oggi non esiteremmo a chiamare di “robben barons” per dirla all’americana: baroni ladri, speculatori, spoliatori del patrimonio pubblico.

Patrimonio Pubblico svenduto per un piatto di lenticchie da quelli che allora ingenuamente consideravamo la crema dei civil servant dello stato italiano: Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e Massimo D’Alema.

Colaninno, guidò una cordata di imprenditori all’assalto della Telecom Italia, società leader ad alta redditività, senza debiti: la migliore Tlc company europea sicuramente.

La acquistarono attraverso una società “veicolo” (così le chiamavano all’ora) con capitale irrisorio, la Tecnost; troppo se questa società aveva una linea telefonica e una segretaria.

Fatto sta che con i soldi a prestito di un pool di banche guidate da Mediobanca riuscì nell’impresa dell’acquisto.

L’inghippo si capì dopo; Colaninno fuse la Tecnost carica di debiti nella TIM società gioiello della Telecom Italia. In parole semplici con la fusione il risultato era che la TIM pagava l’acquisto della società madre Telecom Italia alla società acquirente e superindebitata Tecnost.

Loro assieme ai giornali compiacenti chiamarono l’operazione leverage buyout: gli allocchi come ero io ci credettero al volo.

Il Financial Times in una Lex Column dell’epoca definì l’operazione per quello che era, letteralmente “Una rapina in pieno giorno“. La Telecom da quel giorno era una società zombificata.

Tutte cose avvenuto sotto il buon governo ciampian-prodian-d’alemiano. La Crema. Il Meglio.

Se Berlusconi avesse fatto una operazione del genere, il pool di Milano avrebbe mandato una divisione corazzata a prenderlo ad Arcore. Non aggiungo altro. Se non quello di constatare quanto potevo essere stupido io a credere ad una simile masnada di banditi politici.

Poi arrivò Tronchetti Proverà che rilevò da Colaninno e amici che così uscirono dalla storia carichi di banconote senza aver mai rischiato nulla. La Rapina del Secolo.

A conclusione aggiungo che Colaninno ci ha fatto anche lo sfregio di candidare il figlio scemo (o troppo signore, tanto il lavoro sporco l’ha fatto il padre) nel PD mettendocelo a carico – da parlamentare – per una ventina d’anni. E noi, idioti, lo abbiamo votato.

Un capolavoro, Chapeau Ragionier Colaninno.

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11/09/2018

L’arrampicata sugli specchi di Di Maio sui 49 milioni fatti sparire dalla Lega

Di Maio ci ha preso per scemi. Oppure pensa che il suo elettorato sia composto da piccoli fans.

Da giorni ripete come uno scolaretto che non ha nessun imbarazzo rispetto alla vicenda giudiziaria della Lega riguardo ai 49 milioni.

Ha fatto la sua fortuna politica contando gli scontrini altrui ma in questo caso nessun imbarazzo.

Perché? “Perché la vicenda riguarda la gestione Bossi ed il suo cerchio magico”.

Più che una valutazione politica pare un’arrampicata di specchi. Infatti un partito non è un ristorante che cambia gestione, specialmente quando tutt’ora ci sono senatori, deputati, governatori e sindaci che con Bossi ci sono stati 20 anni (Salvini compreso). Ma la cosa più bella è che Salvini 6 mesi fa ha ricandidato colui, Umberto Bossi in persona, che col suo “nuovo” partito, secondo Di Maio, non c’entra più nulla. Lo ha candidato nei listini bloccati, cioè nella fetta di candidati sicuri del posto e calati dal partito. Che bel modo per dissociarsi da uno che aveva creato un cerchio magico e aveva rubato e messo in difficoltà il partito!

Bossi è stato mandato in Senato da Salvini per essere salvato dalle grinfie della giustizia italiana. Probabilmente è la tangente politica che Salvini deve pagare a Bossi in cambio del silenzio che non lo faccia coinvolgere nello scandalo.

Da tutta questa storia quello che ci esce con una pallina rossa al naso è Di Maio che ormai è la marionetta di Salvini.

Per capire come e perchè consigliamo la lettura di questo articolo pre elettorale del febbraio scorso

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20/03/2018

Maxistipendi dei dirigenti CISL... com’è andata a finire?

Tre anni fa scoppiò lo scandalo degli stipendi d’oro della CISL: compensi che sfioravano i 300mila euro annui. Il caso più eclatante era quello di Raffaele Bonanni, l’ex segretario generale della CISL dimessosi il 24 settembre del 2014 per andare a fare il broker assicurativo. Ebbene, dal 2006 al 2011 la retribuzione dell’ex dirigente aveva raggiunto cifre record, ben oltre il tetto massimo dei grandi manager di Stato e ciò consentì a Bonanni di intascare ben 336.000 euro di pensione annui.

Fausto Scandola, dirigente della CISL di Verona e pensionato Fisascat, aveva pazientemente messo insieme un dossier che svelava i compensi stratosferici dei componenti delle segreterie nazionali del suo sindacato. Una bomba.

Aveva inviato tutto al segretario nazionale Furlan chiedendone le dimissioni e poi ai segretari delle categorie nazionali e regionali, parlando di un «sistema immorale», che si finanziava coi contributi dei lavoratori e poi riempiva le tasche dei dirigenti.

La CISL non smentì mai quelle cifre ed espulse Scandola nel luglio del 2015. Vane furono le proteste e le petizioni per il suo reintegro. Nel dossier rivelato da Repubblica e firmato da Fausto Scandola, un atto d’accusa corredato di nomi e cifre: retribuzioni che sfioravano i 300mila euro l’anno, che superavano il tetto fissato per i dirigenti pubblici (240mila euro; più di quanto prendeva Barack Obama alla Casa Bianca!). Fausto Scandola, però non ha potuto finire di condurre la sua battaglia perché è morto un anno dopo la sua denuncia, nel 2016.

Ma com’è finita la vicenda delle retribuzioni d’oro CISL? Il comitato esecutivo nazionale confederale del sindacato, dopo la denuncia di Scandola, approvò, in tutta fretta ed all’unanimità, un nuovo regolamento presentato dalla segreteria generale in cui si parlava di “trasparenza” ed in cui si fissavano delle “regole sugli stipendi”. Ne conseguì la decisione di pubblicare sul sito del sindacato le retribuzioni dei dirigenti apicali del sindacato stesso.

Sul sito web della CISL sono oggi presenti le dichiarazioni dei redditi dei dirigenti sindacali ed il compenso annuo lordo percepito dall’attuale segretaria, Anna Maria Furlan, risulta essere di 130.000 euro circa annui, mentre per gli altri dirigenti siamo su cifre che si attestano tra i 70.000 ed i 100.000 euro lordi annui. Non compaiono, ovviamente, i rimborsi “forfettari”. Si tratta di retribuzioni simili a quelle dirigenti pubblici di alto livello certo giustificati dai grandi risultati ottenuti per i lavoratori italiani che hanno le retribuzioni più basse d’Europa e per i giovani costretti a scappare all’estero per non finire precari in un call center o da Foodora per 500 euro al mese.

Se è vero che, dopo il clamore sollevato dal dossier di Scandola, le retribuzioni dei dirigenti sindacali si sono ridotte, tuttavia, la possibilità che gli stessi vadano in pensione con importi molto più alti delle retribuzioni medie percepite negli ultimi anni di attività sindacale non è affatto debellata.

La risposta sta tutta in un particolarissimo privilegio di cui godono i dirigenti sindacali apicali: in base alla Legge 564/1996 (approvata un anno dopo la riforma Dini che ha cancellato le pensioni di anzianità) i medesimi godono di una pensione “retribuitiva”, cioè, calcolata sull’ultimo mese di retribuzione e nulla impedisce che questi ultimi si facciano un bel ritocchino prima di andare in pensione alzando così il parametro ed incrementando decisamente l’importo. Eh sì, perchè il tanto vituperato calcolo retributivo per i dirigenti dei sindacati che avallarono nel 1995 la riforma Dini e poi anche tutte le successive, (compresa la legge Fornero) vale ancora. Perché “loro” sono “loro” e voi non siete un cazzo.

Più o meno quel che mandarono a dire tre anni fa al povero Fausto Scandola.

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19/03/2016

In questo mondo di ladri. Con le mani nel sacco del Sahel


Il furto peggiore è quello di cui non si parla. Ladri di futuro dei giovani che sono la maggioranza delle popolazioni del Sahel. La ruberia del tempo come possibilità di creare spazi di immaginazione sociale. Sono loro, i politici, i primi ladri che sottraggono quanto di più prezioso ci sia nella vita. Loro e le istituzioni finanziarie che fanno dell’economia una rapina a mano armata dei liberi accordi commerciali. Un mondo di ladri che escono da buone scuole o si sono formati sul terreno. Gli aiuti internazionali rubano dignità così come le elezioni truccate, riviste e modellate al servizio del potere. Con le mani nel sacco in questo Sahel dai mille pericoli, commerci e interessi. Ladri matricolati, professionisti e occasionali. C’è posto per le diverse categorie corporative e operative. Ladri sotto gli occhi complici degli imprenditori della menzogna.

In questo mondo di ladri
in questo mondo di eroi…
non siamo molto importanti


A Abdoulaye hanno rubato gli anni. Informatico di professione, tramite facebook arriva a Casablanca nel Marocco. Senza documenti accettabili è espulso e non gli rimane che la Libia per tentare il viaggio altrove. Due mesi di lavoro, 800 euro e un battello che non parte mai, perché il passeur ha rubato i soldi arrivati, di notte, alla spiaggia. Il resto è la nota storia di ritorni annunciati. L’Algeria, il lavoro come manovale, le notti passate sul cantiere, l’altra espulsione e la migrazione a ritroso. Tre anni rubati al tempo e al vento e non rimborsabili. Non c’è nessun colpevole perché il fatto non costituisce reato. Poi arriva la prescrizione e il tempo dimentica. Tornerà a fare l’informatico da qualche parte quando ci sarà la corrente, un ufficio, un ordinatore che funzioni e dei clienti con la voglia di navigare. Lui ci ha provato anche senza mare.

E disprezziamo i politici.
Voi, vi divertite con noi
e vi rubate tra voi.


Loro rubano le frontiere rubate. Migranti e poi rifugiati e soprattutto derubati dal sistema coi suoi sicari. Kouame Kra è nato poco prima della mia partenza dalla Costa d’Avorio. Nel suo villaggio nativo, Boromba, si fabbricano vasi di terracotta rinomati. L’acqua vi si conserva fresca a lungo e si vendono al mercato della domenica mattina. Lunghe file di donne ne portano a decine sulla testa, dopo averli fatti seccare e cotti al fuoco di legna. Kra torna al paese dopo che i gendarmi gli hanno rubato il cellulare. L’amico Ibrahim, coltivatore di mestiere, appena arrivato ad Algeri è derubato dal tassista. Soldi e borse di viaggio che lo obbligano fin dal giorno seguente a dormire sul cantiere. Il datore di lavoro lo paga regolarmente e lui, per difendersi dai ladri, affida i tre mesi di salario ad un amico. Alassane del Burkina come lui che gli ruba tutto.

in questo mondo di ladri
c’è ancora un gruppo di amici
che non si arrendono mai. (Antonello Venditti, In questo mondo di ladri, 1988)


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05/08/2015

Scandalo Libor: ecco chi ci rapina. 14 anni a Tom Hayes

L'economia del capitalismo è un'economia fondata sull'ingenuità e sull'ignoranza finanziaria di chi la subisce. Lo scandalo sulla manipolazione dell'indice Libor che ha portato alla reclusione di Tom Hayes come principale responsabile, dopo aver già rimesso multe per oltre 6 miliardi di euro a vari istituti di credito e che fa tremare molti vertici della finanza internazionale, è l'esempio più concreto della prevaricazione e del ladrocinio nei confronti della massa. Roba che un capo di Stato serio, che non esiste e lo sappiamo, dovrebbe costituirsi parte civile e sospendere il pagamento degli interessi sui titoli di Stato in mano a gente del genere.

Ci auguriamo che tutti quei perbenisti che continuano a dar fiducia all'economia della finanza magari facendosi gestire i risparmi di una vita, aprano gli occhi e inizino a collocare nella scala gerarchica delle tipologie di ladro gente di tal specie. Gli stessi perbenisti che vorrebbero che i debiti sovrani fossero ripagati al centesimo dalla Grecia come da altri in passato e in futuro. Tom Hayes considerato geniale nel suo lavoro, chiaramente è lo scemo che andrá ad espiare per qualche anno i peccati di tanti altri. Tom Hayes considerato anche il "goffo", probabilmente pensava di avere le spalle coperte. Ma ogni tanto qualcosa non va e i geni se non son furbi pagano anche per tanti altri.

Redazione, 4 agosto 2015

La notizia

Le banche coinvolte

Scandalo Libor, sei grandi banche patteggiano 6 miliardi di dollari di multa: manipolarono tassi di cambio

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30/10/2014

Bonanni (Cisl). Dietro le dimissioni una pensione d'oro?

Le dimissioni di Raffaele Bonanni dalla guida della Cisl, sembrano avere un retroscena. Si tratterebbe di una pensione di tutto rispetto con qualche ombra sui tempi e le modalità. Secondo il Fatto Quotidiano, il sindacalista, sarebbe arrivato a guadagnare 336 mila euro l'anno nell'ultimo anno di contribuzione.
Il sostanzioso aumento ci sarebbe stato proprio nel 2011, anno in cui Bonanni avrebbe deciso di andare in pensione, evitando la micidiale riforma Fornero – che ha rovinato l'esistenza a milioni di lavoratori – contro cui Cgil Cisl Uil si limitarono a... ben tre ore di sciopero.
Alcuni numeri, sono stati resi noti recentemente. L'ex segretario della Cisl, dal 2012 percepisce 8.593 euro lordi al mese di pensione, pari a 5.391,50 euro netti.
Ma come si è arrivati a queste cifre? Secondo il Fatto gli aumenti di stipendio di Bonanni sono avvenuti negli ultimi anni di attività. Fino al 2006 era segretario confederale guadagnando 80 mila euro lordi all'anno. Diventando segretario generale, ha avuto diritto a un aumento del 30%. Nel 2009 Bonanni ha guadagnato 255.759 euro (+26% sull'anno precedente), nel 2010 è arrivato a 267.436 (+4%), e nel 2011 c'è un stato un ulteriore aumento del 25%, giungendo a 336.260 euro. Presentando la domanda prima della riforma Fornero, Bonanni si è così potuto basare sulle ultime cinque retribuzioni per il calcolo della propria pensione.

L'Usb nel dicembre del 2013, contestando l'ennesima assist del leader della Cisl a favore della previdenza integrativa, aveva diffuso un comunicato nel quale denunciava che Bonanni, 64 anni, prendeva già da un paio d'anni una pensione di 7 mila euro lordi al mese, circa 4.300 euro netti. Con questo pregresso – indubbiamente confortevole – Bonanni aveva proposto – per gli altri ovviamente – di rendere obbligatoria per legge l'adesione ai fondi pensione (costituiti su iniziativa delle associazioni imprenditoriali ma anche dei sindacati), al fine di favorire l'aumento della previdenza integrativa. Nel comunicato, Pierpaolo Leonardi, dell'esecutivo della Usb, denunciava che “lui (Bonanni, ndr ) è andato in pensione con il sistema retributivo pochi giorni prima del varo della riforma Fornero (fine del 2011, ndr ) e con un assegno dell'Inps di 7 mila euro mensili lordi”. Bonanni, dicono che si fosse infuriato parlando di grave violazione della privacy e rivendicando di aver versato 45 anni di contributi all'Inps. La pensione di Bonanni beneficia del vantaggioso metodo di calcolo retributivo, che con il massimo di anni di contribuzione, avvicina l'assegno agli ultimi anni dello stipendio. Nella puntata di Report del 26 ottobre 2008, cioè sei anni fa, affermò di guadagnare 90 mila euro lordi all'anno, in pratica un netto di circa 4.500 euro.

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11/11/2013

Pendolari come il bestiame, ma Moretti vuol raddoppiare le tariffe

Non c'è limite all'infamia, è risaputo. Ma ogni volta che ce la ritroviamo davanti restiamo sorpresi, come se "oltre" un certo punto non si potesse andare. E invece ci vanno...

Sappiamo tutti, spesso per esperienza diretta, in quali condizioni infami - appunto - siano costretti a viaggiari i pendolari che raggiungono casa e lavoro con i treni regionali. Carrozze sporche, vetri e porte rotte, riscaldamenti a palla in estate e frigoriferi in inverno, ritardi esasperanti e "regolari", corse in dimuzione e passeggeri stipati come carne da macello mentre va al macello.

Sappiamo anche che questo è l'effetto di una scelta "imprenditoriale" delle Ferrovie dello Stato sotto la gestione di Mauro Moretti, ex sindacalista della Cgil arrivato sull'altro lato della barricata in meno di una notte (potenza dei "sani princìpi" del sindacalismo complice). Una scelta che ha privilegiato l'Alta velocità e le tratte "redditizie", mandando in malora tutto il resto in quanto "con ricavi non all'altezza delle spese". Ricordiamo, en passant, che le Ferrovie sono effettivamente proprietà dello Stato, per il buon motivo che nessun imprenditore privato si metterebbe a gestire il trasporto pubblico al di fuori - appunto - delle "tratte redditizie" (la clientela business sull'AV, principalmente tra Roma e Milano). Non a caso la Italo di Montezemolo e Della Valle si esercita quasi soltanto su tratte così.

Se questa è la condizione quotidiana dei pendolari,  il termine "di Stato" dovrebbe indicare un servizio necessario anche se strutturalmente in perdita, con la differenza - come dappertutto - a carico della fiscalità generale. Prezzi "sociali" insomma, perché altrimenti la residenza fuori dalle metropoli cesserebbe d'essere un'alternativa; peraltro molto "incentivata" nei decenni scorsi, con effetti dopanti sui prezzi del mecato immobiliare.

Bene. Cosa sta preparando invece Mauro Moretti?

Gli abbonamenti ferroviari dei pendolari devono aumentare, dovrebbero anzi almeno raddoppiare. L’amministratore delegato l'ha detto a SkyTg24 Economia. ”Si’, credo di si”’, devono aumentare ”come negli altri Paesi. Almeno come la Spagna dove costano il doppio”, ha detto Moretti, sottolineando che ”50 euro al mese vuol dire nemmeno un caffè per ogni giorno”. L’ad di Fs ha fatto persino lo spiritoso, sottolineando che sui treni pendolari, ”pur rimanendo tantissimi problemi, la qualità è migliorata in tutti i settori”.

Questo qui provoca...

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Moretti dovrebbe fare un bel viaggio insieme ai tanti pendolari italiani che, tra un disagio e l'altro avrebbero almeno la soddisfazione di poterlo gonfiare come una zampogna a piacimento!

15/06/2013

È solo un problema di mele marce?

Soldi in Svizzera e corruzione. Due Prefetti e un magistrato in un solo giorno finiscono in carcere in tre inchieste diverse. Per la credibilità dello Stato sono colpi seri e ripetuti. La tesi delle mele marce rischia di diventare consolatoria.

Con le accuse di peculato e falsità ideologica sono stati arrestati dai carabinieri del Ros stamattina il prefetto Francesco La Motta e l'ex banchiere Klaus George Beherend. Altre due ordinanze di custodia in carcere sono state notificate a due broker: Eduardo Tartaglia e Rocco Zullino, i quali erano già stati arrestati dalla procura di Napoli. I magistrati napoletani avevano inviato gli atti ai Pm romani relativi alla vicenda dei soldi rubati dalle casse del Viminale attraverso il Fec (fondo per gli edifici di culto attraverso il quale il ministero dell'Interno gestisce un enorme patrimonio artistico). A quel punto il Pm romano Paolo Ielo e i carabinieri hanno continuato le indagini ed hanno accertato che, grazie a La Motta, direttore del Fec dal 2003 al 2006, successivamente nominato vice direttore dei servizi segreti civili (l'Aisi), sarebbero spariti nel nulla circa 10 milioni di euro, transitati su conti svizzeri. Ma negli affari legati ai fondi neri del Viminale spunta sempre una donna. La “Zarina” negli anni Novanta e adesso è toccato a Rosa Maria Frisari, della Direzione centrale per gli affari generali e per la gestione delle risorse finanziarie e strumentali del Viminale. Alla donna viene contestato il reato di peculato, ma la funzionaria risulta solo indagata. Il prefetto La Motta risulta poi inguaiato anche in una inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli per associazione per delinquere e rivelazione di segreto di ufficio, accuse fondate sulle rivelazioni di alcuni pentiti di camorra che lo tirano in ballo.

Sempre a Napoli è stata decisamente una giornata campale. Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare per un'inchiesta sugli appalti nella scuola di polizia c’è anche il prefetto Oscar Fiorolli, direttore Centrale Risorse Umane del dipartimento Pubblica Sicurezza. Nei confronti di Fiorolli sono stati disposti però gli arresti domiciliari. Di Fiorolli si era parlato molto ma non solo per questa inchiesta, quanto per le denunce sui casi di tortura contro i militanti delle BR durante gli anni dell’emergenza.

In particolare Fiorolli è stato denunciato come colui che interrogò Elisabetta Arcangeli con un manganello nella vagina e tirandole i capezzoli con una pinza, nella stanza accanto a quella in cui torturavano il suo compagno, il quale sentite quelle urla rivelò dove le BR tenevano prigioniero il generale statunitense James Lee Dozier.

A Roma invece oggi è stata arrestata per corruzione e peculato la dott.ssa Chiara Schettini, ex giudice del Tribunale fallimentare di Roma. Un luogo strategico per realizzare ottimi affari e a prezzo di svendita. La Schettini è stata arrestata su ordine della Procura di Perugia in quanto ritenuta figura centrale nella cosiddetta “cricca dei curatori fallimentari“. Secondo l’accusa, il gruppo sarebbe responsabile di una serie di sentenze pilotate che attraverso la redazione di documenti falsi e scritture notarili con firme “taroccate”, avrebbero lasciato confluire quantità ingenti di denaro su conti correnti bancari in Svizzera e a Cipro, per poi sparire nei paradisi fiscali.

Sarà stata una coincidenza ma una giornata giudiziaria così, per la quantità e la qualità dei personaggi coinvolti rende piuttosto risibile continuare a consolarsi con la tesi delle poche mele marci negli apparati dello Stato. Sta diventando difficile individuare le mele sane.

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15/10/2012

Veltroni bussa sempre due volte

Topo Gigio Veltroni è andato a "Che tempo che fa". Ha detto che non si ricandiderà al Parlamento dopo SEI legislature. I giornali on line l'hanno messa come prima notizia neppure si trattasse dello sbarco sulla luna di Amstrong. Gli italiani hanno invece pensato "Ma chi se ne frega!". Uòlter Veltroni si era già confessato in passato con lo stuoino Fazio, ai tempi in cui era sindaco di Roma. Giurò allora che dopo il suo mandato si sarebbe ritirato dalla politica per andare in Africa. Non mantenne la parola e gli africani ancora ringraziano. Ora, con la speranza che si tolga veramente dai piedi, vorremmo sapere se, oltre alla candidatura, rinuncerà anche al vitalizio di 9.014 euro mensili.

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05/10/2012

In questo mondo di ladri

In questo mondo di ladri i politici arrestati, rinviati a giudizio, condannati occupano interi notiziari. C'è materiale per una biblioteca di Alessandria del crimine. Neppure Ercole riuscirebbe a ripulire dallo sterco la moderna stalla di Augia che è diventata l'Italia. Per molto meno in altri Paesi la gente sarebbe scesa in piazza, avrebbe assediato il Parlamento. In Italia non succede. Ci si interroga su questo mistero, su questa apparente ignavia, da anni, senza trovare una risposta convincente. Tra le cause c'è la sindrome di Stoccolma per cui un intero popolo si è affezionato ai suoi carnefici, la menzogna trasformata in verità di Regime con l'occupazione di giornali e televisioni, come da piano della P2, la scomparsa dal Parlamento di ogni opposizione con due gemelli, pdl e pdmenoelle, che si sono alternati durante il Ventennio dell'Inciucio con lo stesso programma, litigando a uso delle telecamere nei talk show, e che ora hanno gettato la maschera governando insieme a Rigor Montis, l'indifferenza verso uno Stato sentito ostile ed estraneo, con mille ragioni, dai cittadini.
La risposta definitiva alla Seconda Repubblica dei Ladri, impunita e tollerata dall'opinione pubblica, è però più semplice. E' un discorso di pane e companatico. Quanti sono gli italiani che vivono di politica? I cerchi molteplici e senza fine che partono dai partiti, per continuare nelle municipalizzate, per proseguire nei concessionari di Stato e, in cerchi più larghi, nelle cooperative rosse e bianche a cui sono commissionate piccole e grandi opere inutili indebitando Stato, Regioni, Province, Comuni, nei centomila pensionati d'oro e d'argento, negli evasori totali, negli scudati fiscali, fino all'ultimo precario assunto in cambio di un voto? I beneficiati sono legione e votano. Il Sistema sopravvive perché un numero sterminato di italiani ne trae vantaggio. Parecchi milioni, un calcolo approssimativo di forse otto milioni che però va moltiplicato per almeno tre, il minimo nucleo familiare. Ventiquattro milioni di italiani, circa metà della popolazione che non vede, non sente, non parla e vota per i partiti. Un meccanismo alimentato, finché regge, da un debito pubblico insostenibile e dalla tassazione più alta d'Europa. Una tempesta perfetta è in arrivo. "In questo mondo di ladri, c'è ancora un gruppo di amici, che non si arrendono mai".

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27/02/2011

Pio Albergo Trivulzio again!

Il Pio Albergo dei ladri.

Sono passati 19 anni da quando il Pio Albergo Trivulzio, allora diretto dal socialista Mario Chiesa, fu punto di partenza per la madre di tutte le indagini in materia di corruzione, Tangentopoli.
In tutti questi anni, di acqua e politica sotto i ponti ne è passata fin troppa e di qualità esponenzialmente peggiore rispetto al passato.
E', invece, rimasta immutata la genuinità della Milano da bere, creata dal rampantismo craxiano che prese ad imperare negli anni '80 e ci tiene compagnia ancora oggi, come dimostra il Pio Albergo, nuovamente al centro del canonico scandalo fatto a misura di personaggi col sedere foderato di denaro.
Agevolo il video esplicativo