Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/06/2023

È morto Berlusconi, il beneficiario della Seconda Repubblica

Silvio Berlusconi è morto questa mattina all’ospedale San Raffaele di Milano dove era stato ricoverato per l’ennesima volta.

Ci sarà tempo per analisi, commenti e ricostruzioni più approfondite su un personaggio politico che ha influenzato, caratterizzato e scardinato trenta anni di vita politica di questo paese.

Possiamo ben dire che Berlusconi è stato il beneficiario di quella Seconda Repubblica sorta, attraverso Tangentopoli e i vincoli del Trattato di Maastricht, sulle macerie della Prima Repubblica fondata sul sistema di potere multipartitico e l’assetto costituzionale.

Berlusconi ha acquisito potere nelle pieghe di quel capitalismo rampante e affaristico (e molto meneghino) che ben si conciliava con il progetto del partito socialista di Craxi. Lo ha fatto negli anni Ottanta attraverso le relazioni coltivate nella Loggia P2 e il conseguente boom delle televisioni commerciali e nazionalpopolari, un fattore che gli consentì di avere a disposizione un intero impero mediatico ed editoriale (Mediaset) che esondò nella “politica”, inaugurando il modello del partito-azienda (Forza Italia) e del dominio della narrazione consumistica, proprietaria, individualista, “prenditoriale” che lievitava nella pancia profonda del paese.

Il modello politico e sociale incarnato da Berlusconi negli anni Novanta si sintonizzò perfettamente con la voglia di rivalsa della destra e ne consentì uno sdoganamento che portò i neofascisti ad assaporare con voracità il gusto del governo e del potere. Una propensione che non hanno più abbandonato.

Ma Berlusconi era anche la rappresentazione di un capitalismo italiano un po’ straccione e un po’ ambizioso, fatto di “prenditori” più che di imprenditori, in eterna confusione tra l’ambizione ad essere “primo tra gli ultimi” o “ultimo tra i primi”.

Questa contraddizione ha portato spesso Berlusconi in collisione con l’altra frazione del capitalismo italiano: quello più integrato o proiettato sulla dimensione internazionale ed europea.

Nel momento in cui i processi di gerarchizzazione capitalista puntavano a darsi una dimensione europea sulla base dell’egemonia mercantilista ed ordoliberista tedesca, Berlusconi ha provato a stringere intorno a se tutti i pezzi del “capitalismo piccolo piccolo” che sopravviveva più sul mercato interno che su quello internazionale.

E l’establishment europeo, ben rappresentato in Italia dal gruppo editoriale-finanziario La Repubblica/L'Espresso, gli ha fatto la guerra, sistematicamente, costringendo il paese e la politica a dividersi tra berlusconismo e antiberlusconismo e portando all’auto dissoluzione la sinistra che accettò questo schema di lettura della realtà. Non a caso mentre tutti annaspavano nella palude dell’antiberlusconismo definimmo Berlusconi una tigre di carta. I fatti, da lì a pochi mesi confermarono la nostra chiave di lettura.

Dal 1994 al 2011 l’alternanza tra i governi Berlusconi e quelli del centro-sinistra (Prodi ma non solo) ha rappresentato questo scontro di interessi materiali dentro la natura contraddittoria del capitalismo italiano.

Gli interessi popolari e quelli dei lavoratori invece ne sono usciti a pezzi, devastati sia dal fuoco amico del liberismo/liberale del centro-sinistra che dalla voracità dell’imprenditorialità diffusa incarnata dal berlusconismo. Le conseguenze sono visibili e le stiamo ancora pagando.

Il Cavaliere si è sempre sentito ospite sgradito nei consessi europei, fino a produrre delle macchiette che resteranno nella storia (il cucù alla Merkel o le corna nelle fotografie di gruppo). Si sentiva più a suo agio nel G8, quando la presenza degli Stati Uniti e di Putin attenuava l’altezzosità dei leader europei.

Tartassato da vicende giudiziarie qualche volta tirate decisamente per i capelli, Berlusconi ha visto convivere nella sua traiettoria la storia politica e quella giudiziaria del paese. L’ombra delle sue relazioni con la mafia negli anni alla vigilia del suo esordio in politica, non sono mai state fugate.

Berlusconi resse al governo fino al 2011 quando un colpo di stato prodotto dalla BCE e dagli apparati politici e finanziari europei lo costrinse alle dimissioni, andando a sostituirlo con un esponente di punta della tecnocrazia europea come Mario Monti.

Berlusconi, per quanto rabbioso, capì l’antifona. Iscrisse Forza Italia al Partito Popolare Europeo e ottenne il via libera alla trasformazione di Mediaset in un oligopolio europeo rispettoso delle regole. I diktat della Troika europea avevano piegato anche il rappresentante di un capitalismo nazionale indebolito e smarrito di fronte alla crisi della globalizzazione capitalista.

Da allora ha assunto quasi il ruolo di padre nobile della Seconda Repubblica, con ambizioni mai nascoste di arrivare a sedere sulla poltrona del Quirinale. Un sogno frustrato ripetutamente da nemici ed “alleati”. Fino a vedersi spodestato come leader del centro-destra prima da Salvini e poi dalla Meloni.

Gli ultimi anni non devono essere stati facili per Berlusconi, ridotto quasi a figura di rappresentanza e assecondato quanto basta (ma non sulla guerra in Ucraina ad esempio). Il tentativo di farsi percepire ancora come leader politico, pur se di una spanna superiore ai suoi alleati, è scivolato via via nel grottesco.

Berlusconi ha cercato di forzare oltre misura anche l’orologio biologico, ma questo non è consentito, neanche ai miliardari.

Fonte

08/04/2023

Berlusconismo e antiberlusconismo. Due facce della stessa medaglia

In questi “giorni di trepidazione” per la salute di Silvio Berlusconi, sono in molti ad azzardare chiavi di lettura sulle conseguenze del berlusconismo nel nostro paese.

Una lettura onesta dovrebbe avere il coraggio di avanzare, contestualmente, anche una analisi sulle conseguenze del sedicente “antiberlusconismo”, non meno letale del primo.

In qualche modo Berlusconi, nella prima metà degli anni Novanta, ha espresso sia quella che Gobetti definirebbe “la rivelazione” di quel che c’era nella pancia profonda del paese, sia la contesa tra interessi economico/sociali diversi sulla natura di quella che è stata la “seconda Repubblica”.

Parliamo di contesa di interessi, perché per diciassette anni il paese è stato artatamente imbrigliato nello scontro di potere tra due grandi gruppi editoriali/finanziari (Mediaset e L’Espresso/La Repubblica) che a loro volta incarnavano interessi diversi della borghesia italiana.

Il primo (Mediaset) rappresentava la borghesia più arretrata, legata al solo mercato interno, ai consumi di massa, al capitalismo straccione degli appalti e delle concessioni pubbliche.

Il secondo (L’Espresso/La Repubblica) ha dato espressione alla borghesia più “moderna” e proiettata sulla dimensione internazionale, sul mercato mondiale a discapito di quello interno, sulla integrazione/obbedienza ai diktat e alle ambizioni dell’Unione Europea.

Questa divaricazione di interessi – e lo scontro che ne è derivato sulla fisionomia di un paese inserito in quelli a capitalismo avanzato – ci è stato raccontato come uno scontro tra “corrotti, libertini e reazionari” da un lato e “moralisti, liberali e moderni” dall’altro.

In molti dimenticano che l’appoggio del centro-sinistra e di CgilCislUil ai governi di Maastricht, nonché alle “lacrime e sangue” di Amato e Ciampi – nel 1992 e 1993 – spianò la strada alla inaspettata vittoria di Berlusconi nel 1994.

Dopo Tangentopoli e la fine dei vecchi partiti di potere, i “progressisti” si sentivano la vittoria in tasca ma invece si erano già giocati un bel pezzo del proprio consenso sociale accettando e santificando i sacrifici che “ci chiedeva l’Europa”.

Ma mentre Pds (1) e CgilCislUil imbracavano e smobilitavano politicamente i lavoratori, il “popolo” di piccoli proprietari e piccoli imprenditori dell’Italia profonda (inclusi, come sempre, anche i settori collusi con le mafie) intravedeva in Berlusconi il difensore dei loro interessi.

Il possesso di tre televisioni ha consentito al Cavaliere di avere un volume di fuoco mediatico che ha saputo poi costruire un immaginario in cui milioni di persone si sono riconosciute. Anche contro i propri interessi...

Dal 1994 al 2011 questa distorsione del dibattito pubblico e delle scelte economico/sociali, ha agito come una maledizione sul nostro paese contribuendo alla distruzione delle conquiste sociali e sindacali e alla regressione sociale e civile complessiva.

Anzi, al rovesciamento totale di valore su questioni decisive per decine milioni di lavoratori, studenti e disoccupati, come sanità, pensioni, istruzione, edilizia popolare, diritti del lavoro, congruità del salario, ecc.

“Piccolo e privato” è bello, “grande e pubblico” fa schifo. Libertà individuale è tutto, benessere collettivo è un guaio.

I risultati li stiamo vedendo e pagando pesantemente tutt’oggi.

In nome dell’antiberlusconismo è stato fatto e concesso di tutto. Lo si era capito già con il “bacio del rospo” nel 1995 (sostegno “di sinistra” al governo Dini), per sostituire il primo governo Berlusconi del 1994.

Ma fu proprio Dini a portare a compimento la prima controriforma delle pensioni – fissando i criteri poi diventati “scontati” per il loro smantellamento – che era stata invece impedita a Berlusconi.

Lo stesso accadde con il primo governo Prodi, che nel 1997 varò quel mefitico pacchetto Treu che precarizzava il lavoro e che il secondo governo Berlusconi (2001) perfezionò con la “legge Biagi”, segnando così un futuro infernale per milioni di lavoratrici e lavoratori precari.

L’antiberlusconismo ha ammantato di “modernizzazione civile” e “mali necessari” i provvedimenti che – in scia al mercantilismo e all’ordoliberismo di stampo tedesco – hanno compresso i salari, privatizzato il welfare e schiacciato verso il basso le condizioni di vita milioni di lavoratrici e lavoratori, esacerbando una polarizzazione sociale che ha prodotto crescenti e inaccettabili disuguaglianze.

I governi del centro-sinistra hanno incarnato questa visione e le scelte che ne sono derivate. Berlusconi ha prosperato invece su un “liberismo all’amatriciana” che in qualche misura aveva la necessità di tutelare i consumi e il mercato interno, sia come consenso che come base materiale dei propri affari, sdoganando l’evasione fiscale e altri storici vizi italici.

Quando gli apparati di comando dell’Unione Europea hanno deciso che occorreva mettere fine a questo sia pur minimo ostacolo rispetto alla propria strategia, hanno bombardato a palle incatenate l’ultimo governo Berlusconi (2008), fino a farlo cadere nel 2011 con la lettera della Bce (firmata da Draghi e Trichet) e sostituirlo con un uomo degli apparati del grande capitale multinazionale, come Mario Monti. Le eredità velenose lasciate dal governo di quest’ultimo, in termini di pensioni, sanità, diritti dei lavoratori e subalternità ai diktat europei, sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi come allora siamo fermamente convinti che chi nel 2011 andò sotto al Quirinale per festeggiare la caduta di Berlusconi e l’avvento di Monti sia meritevole di essere preso a sportellate.

Su un piano meramente morale e civile, il berlusconismo è stato per molti versi odioso, ridicolo, sguaiato, arrogante, ma le stesse categorie possono essere applicate tranquillamente all’antiberlusconismo. Sono stati speculari, inclusa la contrapposizione tra il “garantismo per i ricchi” dei berlusconiani e il giustizialismo manettaro degli antiberlusconiani.

Sul piano materiale degli interessi di classe, va detto chiaramente che entrambi sono stati convergenti e decisivi per l’indebolimento dei diritti sociali e del lavoro fino a ridurli allo stato letargico e disperante in cui versano oggi. Due gruppi di potere socialmente criminali che ora piangono congiuntamente lo stesso totem.

Come direbbe Brecht, in nome dell’antiberlusconismo è stato consentito che “il nemico marciasse alla nostra testa”.

Note

(1) PDS (Partito dei Democratici di Sinistra) è l’antesignano dell’attuale PD.

Fonte

10/06/2022

Maieutica dell’inflazione

di Giovanni Iozzoli

E se l’inflazione svolgesse un ruolo provvidenziale – come una rivelazione, un disvelamento, un lampo di verità che fa giustizia dell’ipocrisia della “scienza triste”? Lei, l’inflazione, poverina, ufficialmente non piace a nessuno. Le classi dirigenti l’hanno sempre coltivata con estrema cautela, senza dare troppo nell’occhio; in una certa misura può fare bene ai profitti, ma si è rivelata spesso imprevedibile e pericolosa come un barbecue in mezzo al bosco. Perchè cos’è, alla fine, il processo inflattivo – e la celebre “spirale prezzi salari” che gli economisti temono come la peste? È l’estrema brutale sintesi del conflitto di classe – nella sua dimensione più vera e immediata, quella che si gioca sul terreno distributivo. Possiamo dire che l’inflazione incarna la potenzialità pedagogica del rapporto di classe: i percettori di profitti alzano i prezzi delle merci per ricostituire i margini, i salariati alzano il prezzo della forza-lavoro per tutelare il potere d’acquisto. Io tiro di qua e tu tiri di là. Semplice da spiegare e da capire. E se investimenti e produttività restano stagnanti, più profitto padronale corrisponde a più miseria operaia. Ecco la nuda, scandalosa verità che sta dietro tutte le montagne retoriche di economia politica, sociologia, diritto ed etica: classe contro classe – anche senza nessuna visione generale, nessuna prospettiva o coscienza o ideologia, solo come mero istinto di sopravvivenza.

Tra il 1992 e il 1993, mentre si consuma il tracollo della Prima Repubblica, il movimento sindacale commette il suo secondo grave peccato capitale, dopo la svolta dell’Eur. Accetta il patto del diavolo che i governi tecnico-politici della transizione impongono, sempre con la pistola della “responsabilità nazionale” puntata alla tempia: lo scambio consiste nel concedere una generosa e duratura moderazione salariale in cambio della “politica dei redditi” e del riconoscimento di un ruolo para-istituzionalizzato alla concertazione tra le parti. Che significava, sul piano legislativo, eliminare qualsiasi meccanismo di rivalutazione automatica delle retribuzioni e costruire un nuovo modello salariale e contrattuale che regolasse le relazioni industriali nel lungo periodo.

“Politica dei redditi” è categoria omnibus, in cui ognuno ha infilato desideri, attese, obiettivi ed elementi programmatici: nelle aspettative sindacali voleva dire controllo di prezzi, tariffe, investimenti pubblici, tassi di interesse – in un quadro di equità fiscale e mantenimento della progressività. Lo scambio poteva apparire vantaggioso: esorcizziamo lo spettro dell’inflazione (che ci costringerebbe ad una defatigante rincorsa contrattuale) e in cambio i lavoratori potranno accedere a mutui a tassi contenuti e ad una generale compressione del regime dei prezzi.

L’imbroglio è dietro l’angolo: l’essenza della Seconda Repubblica in fieri è la cessione di buona parte degli strumenti di intervento e controllo del ciclo economico – le famose “sacche di socialismo reale” contro cui inveiva Cossiga. Nel '92/'93 gli investimenti pubblici e privati sono in drastico calo e tali rimarranno per un quarto di secolo; il debito pubblico cessa progressivamente di essere strumento di politica macroeconomica per diventare colpa nazionale; la sovranità sulla moneta viene rapidamente devoluta, man mano che si stringono le tappe forzate che separano Maastricht dall’Euro. L’impossibile politica dei redditi si convertirà in semplice prassi della concertazione: non c’è più ciccia, concentriamoci sul “metodo”. Lo scambio del ’93 si tradurrà in: moderazione salariale contro riconoscimento politico del ruolo della triplice.

La fine della scala mobile rappresenterà simbolicamente la madre di tutte le controriforme: si tirerà dietro le privatizzazioni dell’industria e del credito pubblico, l’aziendalizzazione della sanità, il passaggio al calcolo contributivo dei trattamenti pensionistici, la fine dell’equo canone – e allungherà la sua stagione infinita fino alla soppressione dell’art.18. Dal craxismo al renzismo, senza soluzione di continuità: tra Tangentopoli e il “contratto a tutele crescenti” si snoda un percorso di coerenza liberista che, al di là dei cambi stagionali di ceto politico e le retoriche nuoviste, tratteggia la nuova Costituzione materiale di questo paese.

Vale la pena chiedersi: perchè tanto accanimento contro la scala mobile, in quegli anni di stabilizzazione moderata che precedono la crisi della Prima Repubblica? Perché agli inizi degli anni '80 tutte le partite decisive convergono su quel terreno? Il craxismo, con gli accordi di S. Valentino e l’accettazione della sfida referendaria, aveva correttamente individuato nella scala mobile – al di là del modesto impatto economico della prima forma di sterilizzazione – il campo privilegiato su cui riprendere e sviluppare la controffensiva antioperaia che era cominciata con la marcia dei 40.000. Craxi raccoglie la staffetta partita dai cancelli della Fiat e la consegna, stremato, prima del suo crollo finale, a Giuliano Amato. Il quale, con gli italiani già in spiaggia, la notte del 31 luglio '92, manda in soffitta il benemerito istituto di tutela delle retribuzioni – e provoca una (non duratura) crisi di coscienza in Bruno Trentin. Mentre i filosofi del post-moderno imperversavano in ogni campo – la “vecchia” figura del salario veniva individuata come cardine politico di quella stagione di revanscismo padronale, e su quel tasto bisognava battere: perchè eliminare la scala mobile significava aggredire la rigidità salariale e quindi destabilizzare il potere del sindacato – al di là delle sigle, inteso come attore imprescindibile delle società uscite dalla seconda guerra mondiale, come principio della coalizione operaia, come agente contrattuale indipendente.

L’accanimento contro la scala mobile stava al centro di una controffensiva di classe generale che si giocava a tutto campo; sfondare gli elementi residui della cultura del salario come “variabile indipendente”, voleva dire passare su tutto il resto: fu controffensiva economica, culturale – con la marea crescente del revisionismo anticomunista e l’annichilimento suicida del PCI. E controffensiva politico-militare, con la distruzione dell’intero quadro dirigente e delle organizzazioni del campo rivoluzionario, che nella prima metà degli anni '80 è già pienamente compiuta.

Si è detto spesso che l’Europa a trazione tedesca, ancorata per vent’anni al dogma deflazionista, è nata condizionata dal trauma della memoria di Weimar. E i fantasmi italiani, invece, in quale memoria si annidano? Secondo i padroni nostrani, la “nostra Weimar” si colloca proprio negli anni che vanno dal 1969 ai primi anni ’80. Gli anni delle grandi conquiste sul terreno del salario diretto e indiretto. Gli anni del protagonismo di classe che dalle fabbriche proietta la sua ombra minacciosa sulla società. Gli anni del potere operaio con cui anche il sindacato generale deve fare i conti. Quello è il trauma storico della borghesia italiana. La rincorsa prezzi salari – di cui oggi il Governatore Visco paventa lo spettro – incute timore perchè è sommamente istruttiva per la masse; insegna che dietro la scenografia della pace sociale – il bene più pervicacemente perseguito dal dopoguerra – esiste la ruvida realtà del gioco a somma zero che è il capitalismo. Le aree forti prosperano su quelle deboli; ad ogni deficit corrisponde un surplus; e profitti e salari si “rincorrono” naturalmente, a meno che i secondi, com’è successo in Italia dal ’92, non vengano artificiosamente zavorrati.

L’inflazione fa paura non solo per i suoi effetti destabilizzanti o imprevedibili sul ciclo economico, ma soprattutto perchè scatena pulsioni anarcoidi nella società, mette classi, ceti e corporazioni in fibrillazione, rende impossibile ogni velleità di programmazione, scatena nel corpo sociale una febbre che può diventare devastante: l’inflazione insegna ai proletari a farsi i conti in tasca.

Quando si parla di moderatismo salariale, non si fa riferimento solo all’esito di stagioni contrattuali deboli o complici. È la struttura del salario in sè che conduceva obbligatoriamente verso quegli esiti contrattuali – i due livelli, il recupero ex post dell’inflazione reale, l’adozione successiva del famigerato indice IPCA che si è tradotto in una perversa scala mobile alla rovescia. Il dispositivo era stato studiato proprio per produrre gli effetti di deflazione salariale che tutti gli indicatori internazionali oggi possono attestare. E a questo meccanismo generale, si sono aggiunte le mille forme che la creatività padronale italiana ha saputo inventare – l’epopea degli appalti interni, il lavoro in affitto, le finte partite Iva, i contratti pirata, i diversi contratti di “primo ingresso” – che hanno ulteriormente eroso il già ferreo meccanismo di controllo salariale.

La fine della scala mobile e l’adozione del famigerato “modello contrattuale” contenuto nel Protocollo del 23 luglio ’93, hanno prodotto anche il disastro di una generazione di dirigenti sindacali cresciuta all’ombra di un moderatismo contrattuale scambiato per “naturale”, oggettivo, non discutibile. Gli accordi del ’93 hanno fornito l’alibi per accettare cristianamente il declino della condizione salariata. A nessuno è venuto in mente che, esaurita la fase dell’inflazione, già nella prime metà degli anni ’90, continuare a non mettere in discussione quel modello, avrebbe portato ad uno spostamento ineluttabile di quote crescenti di reddito nazionale dai salari ai profitti – e alla conseguente grave lacerazione del rapporto sindacato/lavoratori. Con ingenua innocenza, gli attuali dirigenti della CGIL, quando si parla di tutele automatiche, allargano le braccia: se ci fosse il ripristino della scala mobile e l’introduzione del salario minimo, noi che ci staremmo a fare? Bella domanda. Vale la pena porsela. È una brutale e franca ammissione di impotenza, di perdita di un qualsiasi ruolo. I tavoli di concertazione sono ormai vuoti o tuttalpiù si limitano a comunicare quanto deciso dai governi di turno. Il rapporto con la platea degli iscritti è al minimo storico, l’insediamento sociale drasticamente ridimensionato. Alla vigilia di una nuova tornata congressuale – che si consumerà con i suoi rituali barocchi, ma anche nel pericoloso faccia a faccia con i lavoratori, a cui un qualche elemento di bilancio nelle assemblee di base bisognerà pur presentarlo – si avverte tra i vertici sindacali la strisciante consapevolezza, per la prima volta nella storia repubblicana, di non avere più alcuna funzione generale, neanche consociativa o moderatrice: la disintermediazione che ti entra nella testa.

Intanto l’inflazione danza beffarda tra le linee, seminando panico, sofferenza sociale e qualche insegnamento...

Fonte

09/05/2022

9 maggio: la sconfitta del nazismo e non solo

Tra ieri e oggi manifestazioni in molte città del mondo ricordano la sconfitta del nazifascismo nella Seconda Guerra Mondiale. In un contesto di guerra, dove i nazisti vengono sdoganati e l’Europa vive la peggiore crisi dal dopoguerra, questa giornata ha assunto un valore estremamente significativo.

“Mai più” dicono alcuni, “Potremmo rifarlo” annunciano altri. Restano i fatti della storia e guai a chi sta cercando di rovesciarla.

Qui di seguito il reportage di Patrizia Cortellessa sulla manifestazione in piazza San Giovanni a Roma ha ricordato il “Reggimento Immortale”. E il video della manifestazione.

Qui sotto la foto che nessun revisionista, liberale o nazifascista che sia, riuscirà mai a cancellare.


Fonte e foto

28/07/2021

Trattativa Stato-Mafia. Le bombe hanno creato un “nuovo sistema” (quarta parte)

Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, una parte delle famiglie di Cosa Nostra decide di rompere gli indugi. Nel 1992 suoi interlocutori politici di sempre si stanno disgregando, le garanzie dentro la magistratura si affievoliscono e la struttura del business viene “sollecitata” dai nuovi processi che avvengono nell’economia del paese, dell’Europa e del mondo.

Una parte delle famiglie mafiose – i corleonesi e qualche altro – pensano che occorra intervenire per far sì che tutto resti come prima, altre intuiscono che i suggerimenti che gli arrivano dai colletti bianchi e dai nuovi interlocutori politici chiedono un cambio di passo e di metodo.

In questa prima fase del 1992 prevalgono i vecchi metodi e i vecchi interessi delle organizzazioni mafiosi e dei loro interlocutori. I rapporti costruiti negli anni d’oro consentono di mettere in campo una operazione in grande stile: l’attentato al giudice Falcone del 23 maggio 1992.

Ci avevano provato anche tre anni prima alla villa dell’Addaura, ma qualcosa era andato storto. Due agenti di polizia vicini ai servizi – Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza – che sapevano troppo su quell’attentato fallito del 20 giugno 1989 alla villa di Falcone, morirono in tempi brevissimi.

Il primo ucciso nella sua casa il 5 agosto del 1989, il secondo è scomparso il 30 maggio del 1990 e non è più stato trovato. Prima di Falcone vengono mandati altri due segnali pesanti alle autorità politiche e statuali: l’omicidio del dirigente democristiano Salvo Lima il 12 marzo 1992 e l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli il 4 aprile 1992.

Per uccidere clamorosamente Falcone si mette in moto una operazione complessa dal punto di vista militare che produrrà l’attentato e la strage di Capaci nel maggio del 1992. “Non penserà mica che fu opera soltanto di quattro mafiosi?”, dice un ex membro di Gladio a Stefania Limiti, autrice del libro “Doppio livello”. Le informazioni di cui dispongono gli attentatori, la logistica e il materiale esplosivo effettivamente sembrano andare piuttosto al di là dei killer di mafia.

Ad esempio, secondo il giudice Tescaroli, l’artificiere dell’attentato di Capaci sarebbe un esperto di esplosivi: Piero Rampulla. Si tratta di un fascista che ha militato in Ordine Nuovo. Di lui come possibile artificiere di Cosa Nostra parla anche il pentito/collaboratore dei carabinieri Luigi Ilardo (la fonte Oriente del capitano dei carabinieri Riccio), ucciso senza alcuna protezione nel 1996. Rampulla non è un fascista qualsiasi, ha rapporto con i servizi e con gli emissari mafiosi “saliti al Nord”.

È dopo questo attentato che si mette in moto il processo che porterà alla prima parte della trattativa Stato-mafia. Dalle risultanze processuali, emerge che i primi contatti tra il capitano dei carabinieri Di Donno e Vito Ciancimino vengano avviati ai primi di giugno 1992, due settimane dopo l’attentato a Falcone.

Il generale dei Carabinieri, Mori, è informato di questo ed è informato anche dei contatti avviati da un altro ufficiale dei carabinieri, Roberto Tempesta, con il boss di Altofonte Antonino Gioè (trovato morto impiccato nel carcere di Rebbibia il 29 luglio 1993).

Ma mentre qualcuno tratta, altri spingono per una linea dura contro la mafia: il Consiglio dei Ministri, l’8 giugno 1992, approva il decreto Scotti-Martelli che introduce il 41bis nelle carceri. Il giudice Borsellino sostiene questa posizione e si configura come un ostacolo alla trattativa.

Sembra che Riina disse a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c’era “un muro da superare”. Questo muro, questo “ostacolo” venne rimosso con l’attentato mortale del 19 luglio 1992 in via D’Amelio e l’uccisione di Borsellino.

La trattativa, o meglio la prima fase della trattativa, adesso può cominciare e viene affidata sul campo ad un gruppo di ufficiali del Ros dei carabinieri con forti legami con e nei servizi segreti. La politica ovviamente “finge” di non sapere, ma in realtà anela di sapere come stanno andando le cose e se la prima offensiva delle stragi contro uomini dello Stato si fermerà o meno.

Il processo di Palermo, ha cercato di chiarire sostanzialmente questa prima fase della trattativa. L’indagine della procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia è durata quattro anni e ha preso il via dalle dichiarazioni e dalle produzioni documentali di Massimo Ciancimino, figlio del più noto Vito.

Gli indagati dalla procura di Palermo sono in tutto dodici. Ci sono i padrini di Cosa Nostra Totò Riina, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà che avrebbero condotto la trattativa per conto di Cosa Nostra.

Poi ci sono ben tre alti ufficiali dei carabinieri come Antonio Subranni (processato come autore del depistaggio sull’assassinio di Peppino Impastato, ma salvato dalla prescrizione), Mario Mori e Giuseppe De Donno, personaggi di vertice del ROS dei Carabinieri, protagonisti secondo la ricostruzione dei pm per aver agevolato “un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra”, così come il “protrarsi della latitanza di Provenzano, principale referente mafioso della trattativa”.

Nel processo che ha coinvolto per questo specifico caso, il gen. Mario Mori è stato assolto in primo grado. Ma nuove prove contro il generale Mario Mori sono state presentate dal pg di Palermo, Roberto Scarpinato all’apertura del processo d’appello per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano.

Scarpinato ha chiesto la riapertura dell’istruzione dibattimentale e l’acquisizione di numerosi documenti, tra cui atti «classificati» dei servizi segreti, sulla carriera di Mori e su vari episodi dai quali emergerebbero pratiche investigative «opache».

Tra i nuovi episodi contestati dall’accusa anche una condotta depistante che nel 1993 impedì la cattura a Terme Vigliatore, nel Messinese, del boss catanese Nitto Santapaola. Il criterio ispiratore dell’acquisizione delle «nuove prove», fa riferimento al fatto che, secondo Scarpinato, Mori avrebbe operato per «finalità occulte», per «disattendere doveri istituzionali» come ufficiale di polizia giudiziaria e venendo meno «all’obbligo di lealtà» nei confronti dell’autorità giudiziaria.

Nel processo di primo grado il generale Mori e il suo braccio destro Mauro Obinu sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».

Nel processo palermitano per la prima fase della trattativa Stato-mafia, come impuitati ci sono poi i personaggi della politica, ma è poca roba.

C’è Calogero Mannino, all’epoca ministro e secondo l’accusa apripista dei primi contatti con i boss e per aver esercitato, dopo le stragi del ’93 «indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione dei decreti di cui all’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario».

C’è poi l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, e c’è poi il burattinaio di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Dei tre forse è il più importante.

Infine c’è Massimo Ciancimino accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il ruolo di ‘postino’ tra il padre e i capimafia, e di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, perché avrebbe prodotto un biglietto contraffatto attribuito al padre Vito, secondo cui il misterioso signor Carlo/Franco che sarebbe stato il contatto dei servizi segreti per la trattativa con Cosa Nostra avrebbe risposto al nome dello stesso De Gennaro.

Dunque, sulla base di quello che fino ad oggi c’è a disposizione sul piano giudiziario, si potrà, nella migliore delle ipotesi, fare luce sulla prima fase della trattativa Stato-mafia. Ma è la seconda fase della trattativa quella che ha portato ai risultati consolidati che hanno caratterizzato la vita politica, economica ed istituzionale del nostro paese fino ad oggi. E’ quello che abbiamo ancora sotto gli occhi attraverso i sistemi criminali.

Per farci capire useremo le parole assai chiare del procuratore Scarpinato in una intervista del febbraio 2009 ad Antimafia Duemila: “I sistemi criminali sono una sorta di tavolo dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente dotate di specifica professionalità criminale: il politico, l’alto dirigente pubblico, l’imprenditore, il finanziere, il faccendiere, il portavoce delle mafie. Ciascuno di questi soggetti è referente di reti di relazioni esterne al network ma messe a disposizione dello stesso. Il sistema è modulare nel senso che, a secondo della natura degli affari e delle necessità operative, integra nuovi soggetti o ne accantona altri. I diversi tavoli di lavoro pianificano la divisione dei compiti per conseguire il risultato del controllo di ampi settori delle istituzioni, dei centri di spesa, e della spartizione delle opere e dei fondi pubblici”.

È una fotografia che ci scorre sotto gli occhi piuttosto frequentemente.

Fonte

27/07/2021

Trattativa Stato-Mafia. La politica si adegua (terza parte)

Nel dicembre del 1991, i capi delle principali famiglie mafiose siciliane si incontrarono in una località della provincia di Enna. Erano preoccupati. A gennaio era prevista la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo che aveva visto, per la prima volta, pesanti condanne contro decine di esponenti mafiosi siciliani. Quella che si incontra nelle campagne di Enna, non è solo il gotha della mafia, ma è gente abituata a fiutare l’aria, a capire quando c’è qualcosa che non quadra. I contatti nella politica e nella magistratura questa volta non danno le garanzie del passato sull’aggiustamento del processo. Il rischio è che decine di mafiosi stavolta in carcere debbano rimanerci per molti anni.

La sentenza della Corte di Cassazione arriva il 31 gennaio 1992 e conferma le condanne contro gli imputati mafiosi del maxiprocesso. Il procedimento questa volta non è finito tra le mani del dott. Corrado Carnevale, conosciuto come “l’amazzasentenze”. Il quale, solo per parlare del 1991, a marzo, alla Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento di custodia cautelare relativamente all’ accusa di associazione camorristica, a carico di Francesco Schiavone, il boss della camorra conosciuto come Sandokan e il 29 ottobre aveva annullato la custodia cautelare ordinata dalla corte d’ assise per alcuni capi dei clan Moccia e Magliulo, della camorra di Afragola.

In compenso, subito dopo la sentenza del 31 gennaio, ovvero il 17 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla la custodia cautelare per Bruno e Claudio Carbonaro, pluripregiudicati, accusati di essere stati tra i killer della strage di Gela che provocò otto morti: non valgono le dichiarazioni di un pentito che li accusava di aver fatto parte del commando assassino. Il 27 febbraio 1992 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Torino aveva inflitto tredici ergastoli e ottanta altre condanne agli uomini di alcuni clan della mafia catanese trapiantata nel torinese. Niente associazione di stampo mafioso. Il 19 marzo 1992, la Cassazione annulla quattro ergastoli nel grande processo contro le cosche mafiose di Reggio Calabria. Il 24 giugno 1992 nel maxiprocesso-ter la Cassazione annulla quattro ergastoli confermando l’assoluzione per i mafiosi Michele Greco, Paolo Alfano, Salvatore Montalto, Salvatore Rotolo e Vincenzo Sinagra, che dovranno essere riprocessati. Il 1 settembre 1992 la Cassazione annulla l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, la sentenza di condanna a 18 anni di primo grado e la condanna d’appello ad otto anni a carico del boss Alfredo Bono.

Il dott. Carnevale nel 1998 venne rinviato a giudizio per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Secondo alcuni pentiti di mafia Carnevale era il “referente” di Cosa nostra in Cassazione, dove molti processi a boss e gregari di Cosa nostra sarebbero stati “aggiustati”. In primo grado venne assolto. La successiva condanna in appello fu poi annullata in Cassazione senza rinvio. Assolto perché le deposizioni dei suoi colleghi che denunciavano le sue pressioni per aggiustare i processi riferivano fatti accaduti in Camera di Consiglio, quindi coperte da segreto, trascurando che alcuni fatti erano accaduti all’esterno del Tribunale. Grazie all’assoluzione il dott. Carnevale è rimasto in servizio fino al 2013.

Fra il 1991 e il 1992, il rapporto tra i vecchi garanti politici e i capi di Cosa Nostra era completamente saltato e doveva essere ricostituito sulla base dei nuovi equilibri – sia internazionali che interni – che si andavano ridefinendo dopo l’affondamento della precedente classe dirigente con Tangentopoli. Sono anni significativi. Cosa Nostra si contrappone frontalmente alla politica perché si ritiene “tradita” dalla conferma delle condanne al maxiprocesso nel gennaio del 1992. Ed è in questo contesto che vengono decise azioni come l’uccisione del dirigente siciliano della DC Salvo Lima, le stragi di Capaci (Falcone) e via D’Amelio (Borsellino).

La fine della DC come interlocutore e garante politico di Cosa Nostra, costringe i gruppi mafiosi a guardarsi intorno e, in qualche modo, a orientarsi nel crearsi la propria rappresentanza politica, a questo punto anche autonomamente dai vecchi partner politici. Il 4 dicembre 1992, dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino, il pentito Leonardo Messina, interrogato dalla commissione Antimafia, ebbe a dire: “Cosa Nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro... In tutto questo Cosa Nostra non è sola è aiutata dalla massoneria... Ci sono forze alle quali si stanno rivolgendo”. “Quali?”, chiese il presidente della commissione Violante? La risposta di Messina fu la seguente: “Sono formazioni nuove... e non vengono dalla Sicilia”.

In quel periodo, in tutto il Meridione, fra il 1991 e il 1993, in Italia si comincia a parlare e respirare un clima secessionista. Se al Nord cresce la Lega, al Sud era stato tutto un fiorire di leghe regionalistiche: la prima fu Sicilia Libera, poi ci furono Campania Libera, Lega Lucana, Calabria Libera, Abruzzo libero, eccetera. Il denominatore comune, scaturito dalle indagini, è l’alta concentrazione in questi movimenti di esponenti mafiosi e della criminalità organizzata del Sud, di massoni e di esponenti neofascisti. Ma verso la metà del 1993, in tutto il Sud non se ne fece più niente, l’opzione secessionista si spegne. Si opta per guardare – politicamente – a “formazioni nuove e che non vengono dalla Sicilia”. Se la vecchia struttura politica, economica e istituzionale si è indebolita, qualcuno offre la possibilità di inserirvisi direttamente, di “fare sistema”.

Il 29 giugno 1993 viene costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Il 10 novembre 1993 nascerà l’Associazione nazionale dei club di Forza Italia. Il 15 dicembre 1993 viene inaugurata la sede centrale di Forza Italia a Roma, in via dell’Umiltà. Il 18 gennaio 1994 nasce il movimento politico Forza Italia e a marzo – in alleanza con i leghisti al nord e con i fascisti al centro-sud – stravincerà le prime elezioni a cui si presenta. In Sicilia e nel sud poi sarà un plebiscito.

In Sicilia sono singolari le coincidenze della data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi club a Palermo e dove si tengono le prime riunioni del nascente partito. Una di queste viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo. L’Hotel San Paolo, è stato edificato dai costruttori Ienna per conto della famiglia mafiosa dei Graviano, una di quelle che al vertice nelle campagne di Enna di fine 1991 c’era.

Il progetto di Forza Italia, infatti, è precedente alla data ufficiale di fondazione (1993). Un ex alto dirigente di Publitalia, Ezio Carlo Cartotto così racconta ai magistrati: “Nel maggio-giugno 1992 sono stato contattato da Marcello Dell’Utri perché lo stesso voleva coinvolgermi in un progetto da lui caldeggiato. In particolare Dell’Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che una affermazione delle sinistre potesse portare prima ad un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi”. Siamo dunque nella primavera del 1992. Pochi mesi dopo la sentenza tombale della Corte di Cassazione contro i mafiosi, è il periodo dell’attentato mortale a Falcone, siamo in piena Tangentopoli, siamo a poche settimane dall’esplosione della prima crisi del debito pubblico italiano e degli attacchi speculativi alla Lira.

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26/07/2021

Indagine sulla trattativa Stato Mafia (seconda parte)

È il 3 novembre del 1993 quando il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro pronuncia il suo “Non ci sto!” . Scalfaro in quel discorso parla di “gioco al massacro” e denuncia come quelle accuse fossero una “rappresaglia” della classe politica travolta da Tangentopoli. È una denuncia pubblica dello scontro frontale ormai in corso nel paese tra poteri forti, quelli che andavano declinando, quelli che venivano affermandosi e all’interno di entrambi.

Alcuni mesi prima, a maggio, erano esplose le bombe a Roma e Milano. Altre ne esploderanno a luglio di nuovo a Roma e a Firenze. Le massime autorità dello Stato – Ciampi premier, Spadolini presidente del Senato, Napolitano presidente della Camera – concordano nel ritenere che le bombe (e i morti) hanno un carattere ricattatorio e che la matrice sia mafiosa.

Eppure tutti e tre, anzi quattro con Scalfaro, quantomeno “intuiscono” che non può essere solo la componente corleonese della mafia ad avere organizzato una operazione di queste dimensioni e sul piano nazionale. Nelle memorie di Ciampi e, in modo più sfumato, nella deposizione di Napolitano ai giudici di Palermo si accenna alla preoccupazione per un colpo di stato.

Ma potevano essere solo delle azioni dei clan mafiosi corleonesi a far parlare di colpo di stato? Oppure, con maggiore probabilità, dentro e non parallelamente allo Stato era iniziato un processo di profonda scomposizione e ristrutturazione del suo apparato?

Una nota del Sismi del 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), segnalava che: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”.

Il 6 agosto ’93, ci fu un vertice del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti militare e civile). Oltre ai capi dei servizi sono presenti il capo della polizia Parisi, il capo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) Gianni De Gennaro, il vicecomandante del Ros dei carabinieri Mori e il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio.

Le conclusioni sull’analisi degli attentati sono piuttosto generiche, molto generiche: si va dalla matrice mafiosa, al terrorismo serbo, o palestinese, al narcotraffico internazionale. Nebbia e depistaggio totale dunque. Formalmente nessuno evoca il pressing delle organizzazioni mafiose per la revoca del 41bis nelle carceri. Ma, segnala giustamente Marco Travaglio, perché mai alla riunione c’era anche il vicecapo del Dap Di Maggio se la questione del 41bis non era tra le piste prese in esame?

Non solo. A giugno, il superiore di Di Maggio, Capriotti aveva scritto al ministro della Giustizia Conso sollecitando un taglio delle misure di 41-bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”.

Quattro giorno dopo il vertice al Cesis, è il 10 agosto, Gianni De Gennaro firma un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41-bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale... del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”.

La parola “trattativa” comincia però a comparire negli atti ufficiali. È un rapporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (guidato allora da Antonio Manganelli, deceduto non molto tempo fa) e destinato alla Commissione Antimafia presieduta da Violante a scrivere: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’... Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”.

Il 5 novembre, due giorni dopo il “non ci sto” di Scalfaro, il ministro della Giustizia Conso (con una decisione che afferma di aver preso tutta da solo) non rinnova le misure di 41bis a 334 detenuti di mafia nelle carceri italiane.

Sul piano politico, a novembre del 1993 ci furono le prime elezioni dirette per i sindaci a Roma, Napoli e Milano. Al ballottaggio, il 3 dicembre, per la prima volta, vanno due fascisti: Fini a Roma, la Mussolini a Napoli. Berlusconi annuncia che voterebbe per i due candidati sindaci fascisti per “fermare la sinistra”. I candidati sindaci del centro-sinistra vincono i ballottaggi evocando la possibilità che il Pds possa essere il partito in grado di “capitalizzare” politicamente la crisi emersa con Tangentopoli. L’operazione Forza Italia comincia a palesarsi per bloccare tale scenario.

Se a Roma una buona parte della vecchia Dc si schiera con Fini, a Napoli, secondo il pentito di camorra Domenico Bidognetti (fratello del boss Francesco), i clan giocano trasversali. Da una parte c’erano i Casalesi che appoggiavano Alessandra Mussolini, dall’altra i Moccia, che invece erano per Antonio Bassolino, il quale uscì vincente al turno di ballottaggio.

I giochi politici e le vecchie alleanze vengono dunque completamente rimescolate. Il biennio 1992-1993, con la crisi politica conosciuta come Tangentopoli, riscrive lo scenario delle classi dominanti e ridisegna la geografia politica del paese.

I blocchi di potere consolidatisi dal dopoguerra agli anni '80 si dividono e si ricompongono sulla base della nuova situazione internazionale (fine della guerra fredda con l’URSS, varo del Trattato di Maastricht e accelerazione nel processo che porta all’Unione Europea) e in un contesto in cui in Italia esplode la prima crisi del debito pubblico (1992) che spiana la strada alle “terapie d’urto” (la stangata del governo Amato) e ai governi “tecnici” (Ciampi).

Il Pds, il principale partito sorto dallo scioglimento del Pci, dovrebbe approfittare della situazione ed invece dà la netta idea di “camminare sulle uova”, anzi di adeguarsi completamente al nuovo contesto.

C’entrano qualcosa in questo atteggiamento gli “accordi indicibili”?

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25/07/2021

Stato-Mafia. Indagine su una trattativa al di sopra di ogni sospetto (prima parte)

Appare quasi disperato il tentativo della trasmissione Report e di alcuni giudici palermitani di fare luce sulla trattativa tra Stato e mafia nei primi anni Novanta.

È bene ricordare che la stessa costruzione politica e mediatica della deposizione di Napolitano nelle stanze del Quirinale – deposizione osteggiata da tutti i megafoni della sacralità dello Stato ma inevitabile sul piano procedurale – venne strumentalizzata per depotenziare ogni tentativo di ricostruire sul piano giudiziario, le responsabilità politiche di chi scelse la strada degli “indicibili accordi” con le organizzazioni mafiose per far cessare gli attentati ed evitare scostamenti eccessivi nel passaggio tra la prima e la seconda repubblica.

È uno snodo decisivo nella storia recente di questo paese ma, come in altre vicende niente affatto dissimili come furono le stragi di stato dal ’69 all’84, nutriamo serissimi dubbi che queste possano trovare nella sentenza di un tribunale una verità da consegnare al paese. E neanche le novità annunciate da Report e centellinate per fa sì che “chi sa parli” sembrano destinate a produrre i risultati auspicati.

Anche in questo caso, come per Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus etc., dovremo agire, cercare, fare le connessioni per portare alla luce una verità storica e politica più che una verità giudiziaria. I giudici palermitani, tra cui c’è gente seria come Scarpinato o lo stesso Di Matteo, saranno via via costretti, come avvenne per Salvini (il magistrato di Milano ovviamente, ndr) su Piazza Fontana, ad arrendersi di fronte alla mancanza di prove dimostrabili, a silenzi, a reticenze, a mezze verità, alla morte biologica di tanti testimoni e protagonisti.

Non è un caso che alcuni processi si aprano o si riaprano dopo venti anni rendendo la memoria “labile”, gli episodi lontani e alcuni protagonisti passati a miglior vita, vuoi per l’età, vuoi per le malattie.

Quando il giudice Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi le sue conclusioni, depose sul piatto tutto quello che lui come magistrato poteva dimostrare: alcuni riscontri, qualche prova, le connessioni accertate. Ma affidava alla Commissione – quindi alla politica – il compito di riempire i buchi e trarre le conclusioni che la verità giudiziaria non poteva accertare.

Ma è proprio in quel momento che l’intervento della “politica” chiude il libro, annebbia contesti e responsabilità e nega al paese una verità storica e politica sulla stagione delle stragi che sarebbe stata quantomeno imbarazzante.

L’esito del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, subirà probabilmente la stessa sorte consegnando al paese e alla storia una verità sufficientemente nebulosa e inafferrabile per poterne trarne delle conclusioni da cui far derivare responsabilità accertate e certificate da una sentenza.

Diventa allora necessario, quanto inevitabile, mettersi al lavoro sul piano della ricostruzione storica e politica per lasciare in dote alle nuove generazioni una conoscenza, una visione e una memoria di quanto accaduto, del perché e delle sue conseguenze.

Ma anche in questo caso occorre superare alcuni schemi depistanti, uno tra questi è il fatto che Berlusconi – ad esempio – si riveli più burattino che burattinaio nei movimenti reali che portarono ad un cambio di classe dirigente nei primi anni Novanta.

Per venti anni, una parte dei poteri forti – e il gruppo De Benedetti/La Repubblica è tra questi – hanno fatto di tutto per farci credere il contrario, fuorviando e depistando la mobilitazione sociale e politica del paese.

Un depistaggio durato venti anni e che dopo ripetuti “tentativi ed errori” alla fine ha prodotto Monti, Renzi ed ora Draghi, per esempio.

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17/03/2021

Il “grande mischione” per la Terza Repubblica

Dopo una crisi durata 30 anni, la “Seconda Repubblica” si avvia a chiudere i battenti. Senza una seconda Tangentopoli, pare, ma del resto l’inconsistenza del panorama politico – al contrario dei solidissimi partiti della Prima – non richiedeva misure così drastiche, da regime change in stile sudamericano.

Quella crisi della rappresentanza politica partorì un “senso comune”, ed anche un format per ogni nuova “forza politica”, riassunto nella frase “discesa in campo della società civile”, ovviamente contro “i professionisti della politica”.

Poi questa fantomatica società civile poteva assumere il volto di Silvio Berlusconi o dei “girotondi”, quella di Umberto Bossi col suo seguito di padani selvatici con tanto di elmo e corna, oppure gli squinternamenti della “sinistra” sempre più vagamente declinata, i “campi larghi” che duravano lo spazio di un’elezione e un cambio di segretario, la “vocazione maggioritaria” al posto di uno straccio di progetto politico.

Fino all’irruzione del prodotto più “puro” di questa riduzione della politica all’opinione grezza dell’”uomo della strada”, senza qualità ed esperienza, né valori irrinunciabili: i Cinque Stelle, con la retorica dell’”uno vale uno” per qualsiasi compito, della potenza salvifica della Rete, i limite dei due mandati, gli absolute beginners al posto di comando.

Il fallimento finale di questo sistema politico, ovviamente esposto alla balcanizzazione perpetua da bande affaristiche senza orizzonte, ha lasciato campo aperto all’arrivo dell’Uomo della Provvidenza. Direttamente dalla poltrona di presidente della Bce a proconsole per l’Italia, visto che c’è da gestire – in piena pandemia – qualche spicciolo in prestiti per ridisegnare il modello di Paese secondo direttive europee, oltre a dover decidere 500 nomine nelle società pubbliche partecipate (e relative politiche di gestione o privatizzazione).

Assicurata così la governabilità di medio periodo – Draghi passerà direttamente alla presidenza della repubblica, l’anno prossimo, garantendo in totale otto anni di “vigilanza” – può partire anche la ristrutturazione del sistema politico e della rappresentanza.

La formalità della democrazia parlamentare – e solo quella – mal tollera l’unanimità perenne. I “governi di salvezza nazionale” servono appunto a sciogliere una situazione bloccata, ma non possono diventare la normalità. Pena l’emergere, prima o poi, di una vera opposizione a quel punto antagonista al sistema (non certo le bande raccolte dietro Giorgia Meloni & friends, scelta come “opposizione della corona” proprio per salvare le apparenze).

Il processo di rimescolamento generale della rappresentanza politica è partito il giorno stesso dell’insediamento di Draghi a Palazzo Chigi, con il terremoto interno ai Cinque Stelle (obbiettivo esplicito, per tre anni, di tutta la pressione dell’establishment). Il fatto che per tenerli momentaneamente insieme, e gestirne ordinatamente “la svolta”, sia stato scelto Giuseppe Conte – uno dei “garanti europei” nei tre anni di governi “para-populisti” – non sembra nemmeno a prima vista un semplice caso.

Idem è accaduto per il pilastro politico più europeista che c’era: il Partito Democratico. Anche qui, la soluzione alle faide interne è stata trovata in un consolidato funzionario-intellettuale dell’estabilishment continentale, prontamente incensato da tutti i media al pari del neopremier. Pare che anche su questa scelta “unitarissima” sia stata rilevante la pressione di Sergio Mattarella. E ci deve essere un perché...

Allo stesso tempo è entrata in fibrillazione anche la micro-area degli “europeisti liberal-liberisti”, a lungo presidiata da radicali e ondivaghi di diversa estrazione. Per un verso “esplodono” le dimissioni di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova da +Europa, con toni giusto un filo più sguaiati di quelli usati da Zingaretti. Per un secondo si congelano le aspettative dei Calenda boys. Per un terzo avanza un “processo unitario” che ha chiaro per il momento soltanto il “federatore”: quel Carlo Cottarelli che da anni pontifica nelle trasmissioni di Fazio e Floris, dopo una lunga carriera nel Fondo Monetario Internazionale e un quasi-incarico da presidente del Consiglio durante le affannose trattative seguenti alle elezioni del 4 marzo 2018.

Un altro funzionario del grande capitale finanziario alla guida di una formazione politica? Un altro...

Di Forza Italia, cuore di destra della “Seconda Repubblica”, inutile parlare. Si attende solo che Berlusconi smetta di presidiare il bidone, poi ognun per sé...

Anche la Lega ha smottato pesantemente, in termini di governance interna. È evidente che la linea viene dettata da Giancarlo Giorgetti e dagli amministratori locali, tutti sotto botta di cordate confindustriali di seconda fila, ma rilevanti a livello territoriale. Può far pesare la sua antica “amicizia” con Draghi, nonostante una gioventù da neofascista con pessime frequentazioni.

A Salvini resta il ruolo di frontman televisivo, dichiaratore ossessivo h24 su qualsiasi argomento, dunque destinato a consumare la pazienza e l’attenzione generale fino alla completa indifferenza. Poi giù dalla torre anche lui.

“A sinistra”, si fa per dire, l’attitudine e l’abitudine al “mischione osceno” è di lunga data. E non ha mai portato risultati, tantomeno degni di nota. Ma anche lì pulsa la coazione a ripetere, ed è salutare starne lontanissimi.

Ancora non è chiaro su che cosa si dovranno (e potranno) caratterizzare le future forze politiche in gestazione. Tutte dovranno essere rigorosamente “europeiste”, altrimenti Palazzo Chigi resterà per loro un sogno impossibile o un disastro annunciato (farsi eleggere e poi non poter fare quel che si è promesso costa decine di punti alle elezioni, sia che ti chiami Grillo, Salvini oppure Tsipras).

Dunque non ci sono distinzioni possibili sulle politiche economiche, le “riforme”, il welfare, le pensioni, la sanità, le politiche sociali, ecc. Muoversi su quei temi significa maneggiare capitoli di spesa molto rilevanti, su cui il controllo dell’Unione Europea è fortissimo e lo diventerà ancora più nei prossimi anni.

Restano i temi “a costo zero”, le riforme che si possono fare senza spendere granché. Un primo saggio lo ha dato proprio Enrico Letta, riesumando le parole jus soli e “voto ai sedicenni”, giusto per scaldare i motori della polemica con la ex destra e assicurarsi così una verniciatura “di sinistra” (una sorta di left washing, indispensabile per un vecchio democristiano liberista, abbastanza di destra da appoggiare la “riforma anti-costituzionale” di Renzi, poi bocciata con referendum).

Quindi una caratteristica delle future forze politiche potrà essere la differenziazione sui “diritti civili” e sulle narrazioni di accompagnamento. Ma nulla che riguardi le condizioni materiali di vita e riproduzione delle “vaste masse” della popolazione.

Una seconda caratteristica si è però già imposta: “basta con gli scappati di casa, largo ai competenti”. L’arrivo di Draghi ha sancito questo cambio di “narrazione” che liquida quella della “Seconda Repubblica”. Niente più “società civile” direttamente sul proscenio, ma spazio soltanto ai funzionari con un solido curriculum di gestione amministrativa sulle spalle.

Anche in questo caso, i media avevano dissodato con cura il terreno, arruolando nomi di peso per “popolarizzare” un discorso che più elitario non si può. Vi ricordate quel duetto tra Gabanelli e Mentana?

La morte della politica a favore della “normale amministrazione di linee guida provenienti dall’alto” è la soluzione scelta da tempo, in incubazione fin dai tempi dell’antica Trilateral.

Ma ora deve prendere piede in ogni snodo rilevante dell’architettura istituzionale. Per esempio, vi sembra così casuale la scelta di Roberto Gualtieri come candidato Pd a sindaco di Roma? Un professore di storia, poi per anni funzionario dell’Unione Europea (non abbiamo “la fissa”, ma non ci possiamo fare niente se hanno tutti la stessa carriera alle spalle...), quindi ministro dell’economia, per gestire la capitale, i suoi problemi, i suoi conflitti, il suo debito...

Anche la tornata delle elezioni amministrative, in ottobre, ha questo rimescolamento della politica come motore e sfondo. Il rapporto con il governo Draghi e con l’Unione Europea è una discriminante davvero minima, ma anche quella decisiva.

O ci si muove per costruire un’alternativa di sistema a questo sistema che si centralizza per gestire una crisi devastante, oppure ci si accoda a una delle tante carovane di aspiranti poltronari pronti ad alzare la mano per votare delibere scritte altrove.

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26/09/2019

Berlusconi “impigliato” nei processi per le stragi di mafia

Si è scoperto che Silvio Berlusconi è indagato nel procedimento aperto dalla procura di Firenze sulle stragi mafiose del 1993. La notizia però non arriva da Firenze, sede dell’indagine, ma da Palermo.

La questione, spinosa, spinosissima ma con una certa pertinenza, è venuta a galla perché i legali di Beslusconi, hanno depositato alla corte d’assise d’appello di Palermo, sede competente per il processo sulla “trattativa Stato-mafia”, la certificazione da cui risulta che Berlusconi è indagato a Firenze nel processo sulle stragi mafiose del 1993.

Gli avvocati Coppi e Ghedini che assistono l’ex premier, dopo la citazione a deporre del loro assistito come testimone da parte dei difensori di Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia, avevano chiesto alla corte d’assise d’appello di Palermo di definire in quale veste giuridica Berlusconi sarebbe stato sentito: se come testimone o come indagato di reato connesso, uno status questo che gli consentirebbe di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il nodo è stato sciolto dagli stessi avvocati dell’ex premier che si sono informati con i magistrati di Firenze.

Berlusconi è stato citato dalla difesa di uno degli imputati, l’ex senatore azzurro Marcello dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Nelle motivazioni della sentenza di condanna dei giudici palermitani è scritto che “Il fatto che Berlusconi pagasse Cosa nostra, come detto, era noto ma fino ad oggi ritenuto provato solo fino al 1992, cioè prima dell’inizio delle stragi e a due anni dall’impegno politico dell’imprenditore. È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994 quando a Di Natale (un mafioso poi pentito, ndr) fu fatto annotare il relativo versamento di L. 250.000.000 nel libro mastro che in quel momento egli gestiva, perché ciò dimostra inconfutabilmente che ancora sino alla predetta data (dicembre 1994), Dell‘Utri, che faceva da intermediario, riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare a Cosa nostra”. In un altro passo delle motivazioni della sentenza è scritto che: “Si ha definitiva conferma, pertanto, che anche il destinatario finale della pressione o dei tentativi di pressione, e cioè Berlusconi, nel momento in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, venne a conoscenza della minaccia in essi insita e del conseguente pericolo di reazioni stragiste (d’altronde in precedenza espressamente già prospettato) che un’inattività nel senso delle richieste dei mafiosi avrebbe potuto fare insorgere”.

In sostanza i magistrati palermitani sostengono due cose: Berlusconi avrebbe pagato le cosche mafiose fino al 1992, ma che le avrebbe dovute pagare anche nel periodo successivo, 1994, quando era riuscito a diventare per la prima volta Presidente del Consiglio perché sotto il ricatto di nuove stragi simili a quelle del 1993.

Indubbiamente i mesi che vanno dal 1992 al 1994 e che segnano la fine della Prima Repubblica, rappresentano un buco nero che andrebbe riempito di fatti e non di dietrologie. Sono gli anni in cui con l’inchiesta di Tangentopoli venne giù il cielo sulla testa dei partiti politici tradizionali (Dc, Psi, Psdi, Pli etc.), venne soppresso il sistema elettorale proporzionale e introdotto il maggioritario, iniziò la stagione “lacrime e sangue” sul piano economico/sociale a seguito del Trattato di Maastricht e furono gli anni degli attentati mafiosi più violenti e clamorosi: Falcone e Borsellino nel 1992 e le bombe a Roma, Firenze e Milano nel 1993.

In Sicilia si preparava il cambio della guardia sul piano dei garanti politici alla mafia: non più una Democrazia Cristiana ormai in via di dissoluzione, ma prima il tentativo delle Leghe meridionali e poi, quello più strutturato, di Forza Italia con Berlusconi, di cui la Sicilia fu uno snodo e un punto di forza.

Un dato tra i molti, che sarebbe utile ritirare fuori, fu il “Progetto Federico II” avanzato da Forza Italia di fare della Sicilia una “zona franca” per l’attrazione di capitali e investimenti.

Con il tempo se ne sono perse le tracce, ma era esattamente quello a cui mirava la nuova mafia del business legale e dei colletti bianchi che stava soppiantando la vecchia e brutale mafia dei corleonesi. Una mafia che aveva sì sfidato lo Stato con gli attentati ma con una parte della quale lo Stato intavolò una trattativa per trovare un equilibrio che soddisfacesse tutti: sia gli uomini attenti solo ai “piccioli” e al business sia gli uomini politici e dello Stato che stavano edificando la Seconda Repubblica sulle macerie della Prima e intendevano mettere fine alla stagione degli attentati mafiosi.

La riapertura delle indagini su Berlusconi risale a due anni fa, nell’ambito del procedimento sulle stragi mafiose del 1993 per le quali l’ex premier era già stato indagato a Firenze e archiviato per due volte. La riapertura era stata disposta in seguito alla trasmissione, da Palermo a Firenze, delle intercettazioni in carcere del boss mafioso Giuseppe Graviano disposte dalla procura siciliana. Allora si era parlato di un “atto dovuto” per permettere degli accertamenti che, a due anni di distanza, ancora non si sono conclusi.

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30/04/2017

Primarie Pd, qualche precisazione...

Nel gran giorno della “kermesse” propagandistica del PD è il caso di precisare alcuni punti di terminologia politica cercando di svelare l’inganno nel quale risulteranno avviluppati elettrici ed elettori che coltivassero la ventura di recarsi ai cosiddetti “gazebo”.

Prima di tutto non si tratta di elezioni primarie perché l’esito di esse non sarà utilizzato (come invece accade negli USA) in successive elezioni “secondarie”.

Si tratta soltanto di una scelta interna a un partito che preferisce questa via, assolutamente non congrua rispetto al tipo di sistema politico impostato in Italia dal dettato costituzionale, per scegliere i propri organismi più o meno dirigenti.

E’ del tutto arbitrario sostenere, come ha fatto Renzi nei giorni scorsi, che oggi si sceglie “il premier”.

Oggi chi intende occuparsi delle cose del PD sceglie alcune figure (il segretario, i membri di una pletorica assemblea nazionale) del “partito” per il “partito”.

L’inganno, piuttosto grossolano, nasce da un’altra forma di mistificazione ben più grave: quella relativa all’introduzione, in Italia, della cosiddetta “democrazia governante” proveniente dal modello USA adattato malamente.

Quello della “democrazia governante” è stato un veleno inoculato da Arturo Parisi, Romano Prodi, Mario Segni, Marco Pannella (tutti feroci nemici della sinistra) con la clamorosa accondiscendenza del PDS che pensava soltanto al governo quale espressione – finalmente – dell’accesso ai salotti (neppure alla stanza dei bottoni di Nenni, che si era già dimostrata non esistere. I bottoni in realtà li avevano tutti in tasca Andreotti e la P2, ma proprio e soltanto i salotti nel più classica accezione dei “parvenu”) e soci nel momento in cui, stipulato il trattato di Maastricht e caduto il muro di Berlino, si pensava che il pensiero unico “liberista” avrebbe rappresentato una sorta di “Reich millenario”.

Un colossale pasticcio dal quale nacque un’incredibile alternanza tra l’estrema destra populista rappresentata dal berlusconismo e un coacervo che copriva tutto l’arco dell’ideologia politica partendo dal trotzkismo fino agli epigoni di Gladio e della CIA.

In quel frangente fu così’ raccontata la favola di un’inesistente “seconda repubblica”.

Naturalmente questa storia della “seconda repubblica” e delle “primarie” ha potuto essere raccontata grazie ad un complesso di incredibili complicità che hanno coinvolto l’intero sistema mediatico, facendo leva sullo sconcerto causato su gran parte del corpo elettorale dalla vicenda di Tangentopoli: sacrosanta nel suo svolgimento ma manipolata nella sua narrazione allo scopo di distruggere tutti i livelli di intermediazione politico – sociale e, in particolare, i partiti al fine di sviluppare quel meccanismo rivelatosi egemone e definito “antipolitica”.

Un’assunzione di “antipolitica” dalla quale è nato un soggetto come il M5S, figlio diretto di questo incredibile stato di cose protrattosi per un ventennio: adesso chi lo ha creato chiede di combatterlo con accenti da “patria in pericolo” e da “linea del Piave”.

Non è mai esistita alcuna “seconda repubblica” perché non è mai stata modificata la Costituzione nei punti riguardanti la forma dello stato, la forma di governo e il parlamento: chi ci ha provato, D’Alema, Berlusconi, Renzi, si è scottato trovando un’ostilità generale, ed è grazie a quest’ostilità che manteniamo ancora un barlume di assetto democratico.

E’ stata mutata soltanto la legge elettorale, più volte e in due casi questo cambiamento è stato anche sonoramente sconfessato dalla Corte Costituzionale.

Ed è questo il punto conclusivo sul quale riflettere.

Oggi non si elegge niente e nessuno, si scelgono soltanto gli organismi dirigenti di una sedicente partito e questo fatto riguarda esclusivamente chi ha interesse in quella direzione.

In realtà il vero conflitto che attraversa questo sistema politico è quello riguardante l’idiosincrasia di tutti gli attori di questa commedia verso la suddivisione dei poteri: quasi realizzato l’assorbimento del potere legislativo in quello esecutivo grazie allo svuotamento del ruolo del Parlamento e la costruzione di maggioranze “drogate” composte da parlamentari “nominati” lo scontro, vero ed eterno (i duellanti) è quello con la magistratura, come dimostrano anche i fatti della più stretta attualità (e la stessa storia di questi vent’anni).

Uno scontro, anch’esso, dai contorni tutt’altro che limpidi.

In conclusione vale la pena, per capire meglio dove ci troviamo e dove stiamo andando, rileggere un vecchio documento: quello di “Rinascita Nazionale” stilato della P2 nel lontano 1975.

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16/03/2017

Perché dico che sta crollando la Seconda Repubblica?

Una serie di sintomi grandi e piccoli indicano come, ormai, il processo di sfaldamento della Seconda Repubblica sia in atto: il disfacimento del Pd, l’atonia del governo Gentiloni, il ritorno degli scandali che “puntano in alto” e che ormai coinvolgono non solo la politica ma anche il giornalismo (e si pensi al penosissimo caso del “Sole 24 ore” le cui azioni ormai valgono carta straccia), ancora una volta i magistrati vengono a far da becchini al sistema e i sondaggi segnalato la caduta rovinosa della fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni. La macchina dello stato è in panne con ogni evidenza, e la politica è un motore fuso.


Ma tutto questi, appunto, sono i sintomi, non sono le cause del crollo. Il malessere profondo, lo abbiamo detto, è iniziato anni addietro, dal 2013 che, per la Seconda Repubblica, è stato quello che il 1987 è stato per la Prima. La rovina di un sistema politico non si verifica in un solo momento, ha sempre un processo che inizia molto prima e diventa più veloce alla fine.

Il 2013 ha segnato la rottura dell’equilibrio bipolare con l’irruzione sulla scena del M5s, poi la prima sentenza della Corte Costituzionale che metteva limiti al sistema elettorale maggioritario, quindi l’ondata di processi che sconvolgeva la testa di classifica delle imprese italiane, il conseguente scioglimento del “salotto buono”, eccetera.

Dopo la breve e poco seria parentesi renziana (che ha rallentato, ma assolutamente non bloccato la decadenza del sistema e del paese), le tensioni hanno preso nuovamente ad addensarsi per esplodere il 4 dicembre 2016.

Nessun sistema politico è eterno ed ha una durata più o meno lunga: ma ce ne sono di durata maggiore come l’Italia liberale (che durò dal 1861 al 1922, 51 anni) o la Prima Repubblica (1946-1993, 47 anni) e di breve come il fascismo (1922 al 1943, 21 anni, 23 se includiamo anche l’occupazione nazista), o la Seconda Repubblica (1993 2016, 23 anni più o meno quella del fascismo). Ovviamente la durata dice anche della solidità di un sistema e, se la durata è troppo breve, significa che c’erano fragilità costitutive che non hanno retto alla prova del tempo.

Peraltro, nessun regime crolla senza ragioni, e ciascuno ha le sue patologie finali. Nel caso della Seconda Repubblica siamo di fronte ad un crollo relativamente prematuro e questo rinvia alle ricerche delle cause più o meno prossime.

Circa quelle più vicine, è evidente l’impatto della crisi finanziaria e di quella, parzialmente intrecciata, dell’Unione Europea. Così come la Prima Repubblica non resistette all’impatto della globalizzazione neo liberista, oggi la Seconda non regge alla crisi di quell’ordinamento. La crisi finanziaria si è riversata sull’economia, con la perdita di milioni di posti di lavoro in tutto l’occidente, un abbassamento generalizzato di salari e consumi.

Ormai questo dura da quasi 10 anni e, salvo brevi e poco significativi saltelli che si cerca pietosamente di spacciare per ripresa, non si vede ancora la luce dell’uscita dal tunnel. E’ questa la principale ragione dell’esplosione dei cosiddetti populismi, che poi sono moti di protesta diversi fra loro, ma che puntano tutti ad una rivolta generalizzata anti sistema.

L’Italia ha pagato anche un prezzo più alto di altri e, dunque è abbastanza normale che il suo sistema politico sia squassato dalla tempesta più che altrove.

E questo ci fa capire che c’è un “difetto di progettazione” nella Seconda Repubblica. Essa sorse da una curiosa “emulsione populista liberista” per la quale, ad una retorica fondamentalmente ipo-politica (se non antipolitica) corrispondeva un disegno sostanzialmente elitario oligarchico, attraverso la liquidazione degli istituti della democrazia di massa e l’emergere di partiti-azienda raccolti intorno ad un leader più o meno carismatico. Questa pasticciata mescolanza ha funzionato per qualche tempo, ma, come ogni emulsione, alla fine ha separato “l’acqua dall’olio” e non funziona più.

L’inganno populista, che in qualche modo è stato tentato non solo in Italia, ha finito per ritorcersi contro i suoi stessi artefici, che oggi devono affrontare la rivolta populista che essi stessi hanno suscitato.

Il punto è che, piaccia o no, la democrazia ha messo radici, pur con tutte le sue carenze ed il popolo non rinuncia a dire la sua.

Un personaggio sostanzialmente estraneo alla democrazia come Giorgio Napolitano (come dimostra il suo giovanile stalinismo, il suo appoggio all’invasione sovietica dell’Ungheria, poi la sua lunga adesione alle regole disciplinari del Pci, infine, in età senile, la sua adesione toto corde all’elitarismo neoliberista) può anche pensare che ci siano materie come l’adesione agli organi internazionali da sottrarre alla decisione democratica, perché il popolo non è in grado di capire e che questo è stato l’errore di Cameron. Ma, per fortuna, è una posizione destinata ad infrangersi contro la solidità dei fatti.

Dunque, dissoltosi l’inganno dell’emulsione, è venuto fuori il carattere genuinamente antidemocratico ed oligarchico del neoliberismo, rivelato dall’urto della crisi. E questo sta travolgendo anche la costruzione iper tecnocratica della Ue. E con questa sta venendo meno un altro pilastro dell’ordine neoliberista e, di riflesso, del sistema politico italiano.

Al pettine stanno venendo, uno dietro l’altro, i nodi intrecciati in questo quarto di secolo ed a questo si aggiungono le specifiche ragioni italiane.

Non una delle promesse della Seconda Repubblica ha trovato attuazione: non il bipartitismo, non il governo di legislatura, non un ceto politico più corrispondente alla volontà popolare (anzi...), non la fine della corruzione, non la fine della grande criminalità organizzata, non un ordinamento più moderno e funzionale della pubblica amministrazione, non la riduzione del debito pubblico, non la riqualificazione della spesa pubblica e minore pressione fiscale, non servizi pubblici migliori e ci fermiamo qui. Nessuna delle “riforme” tentate ha prodotto gli esiti promessi e spesso ha comportato pesanti effetti controintuitivi.

Con un bilancio così negativo, c’è da meravigliarsi del come la protesta abbia tardato tanto. Ma adesso siamo al redde rationem.

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07/03/2017

Che tipo di partito servirà nella Terza Repubblica?

Quando “cessarono gli spari”, nell’aprile del 1945, erano già fatti i giochi per la conformazione dei nuovi soggetti che avrebbero occupato la scena politica.

L’ipotesi vagheggiata dagli esponenti del mondo pre fascista (come Bonomi, Sforza, Nitti, Orlando o Croce) di un ritorno al sistema notabilare dell’Italia liberale, era già fuori dalla storia e risultò immediatamente impraticabile: quel sistema era già andato in crisi nel 1919, poi il fascismo aveva organizzato le masse socializzandole alla politica, pure se in quadro autoritario, ed era impossibile tornare indietro.

La democrazia liberale aveva piegato le ginocchia davanti all’assalto fascista, per la sua debole legittimazione popolare, la nuova democrazia avrebbe dovuto darsi fondamenta ben più solide. Dunque, occorreva portare il popolo nella vita dello Stato e questo richiedeva partiti di massa, di insediamento sociale con vaste e ramificate organizzazioni collaterali (sindacati, organizzazioni femminili, culturali, giovanili, cooperative eccetera). E i quadri dei nuovi partiti erano già stati formati dalla Resistenza: circa la metà dei membri dell’Assemblea Costituente erano ex partigiani, così come lo erano la netta maggioranza dei quadri di partito comunisti, socialisti, azionisti ed anche buona fetta di quelli democristiani. E bisogna dire che il modello per un quarto di secolo funzionò abbastanza, educando alla politica il popolo italiano: sostanzialmente era quello che ci voleva.

La cosa andò in crisi negli anni settanta, quando l’incomprensione dei movimenti del sessantotto confluì con i processi di burocratizzazione dei partiti. Negli anni ottanta i partiti divennero sempre meno capaci di svolgere la loro funzione di trasmettere la domanda politica. Poi la deriva della corruzione fece il resto ed arrivò il crollo.

Il rifiuto di quei processi di burocratizzazione e delle pratiche corruttive, il fastidio per le incomprensibili liturgie della politique politicienne, ma soprattutto la resa ormai scarsissima del sistema politico, sempre meno capace di produrre decisioni utili a fronteggiare i problemi che sorgevano, spinsero alla liquidazione dei partiti e al deperimento del loro associazionismo collaterale: la gamba malata non fu curata ma amputata.

Prese piede la leggenda del “partito leggero”, della politica non intermediata dagli apparati, incarnata dal leader che parla al “popolo” attraverso la Tv. Per un po’ di tempo quella retorica ha funzionato e gli italiani sono stati convinti di marciare a vele spiegate verso la modernità globalizzante, con una politica che non disturbava il mercato (e per questo si sciolsero le partecipazioni statali).

Ma, a differenza della vicenda della Prima repubblica, che ebbe un primo tempo felice, durante il quale si fece la ricostruzione, si rimise in piedi l’industria, si realizzò una pur imperfetta modernizzazione e si educarono le masse alla politica, questa Seconda Repubblica non conobbe quel tempo, perché fu un frutto bacato dalla nascita: la corruzione riprese assai presto, gli apparati si dissolsero, ma solo per lasciare il posto a partiti padronali come Forza Italia, o a ristrette cerchie oligarchiche che nominavano deputati (e questo già con il Mattarellum), soprattutto il ceto politico mostrò una capacità sempre più ridotta di capire i processi in atto e sviluppare strategie adeguate.

Su tutto prevalse l’esigenza di “forare il video”, dilagò la cultura dello slogan, un crescente semplicismo che rimuoveva la complessità della politica. Fu il trionfo del “facilismo” nessun partito ebbe più riviste, istituti di ricerca, case editrici, centri studi o convegni di studio. Quanto alle fondazioni: sono fiorite ma, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno avuto solo la funzione di centro di pubbliche relazioni e di raccolta fondi.

Idee zero, analisi zero, proposte zero non era quello che ci voleva, anche se la cosa ha funzionato sin quando il quadro internazionale è stato favorevole e l’euro ha vissuto la sua breve estate felice.

Quando è arrivata la crisi (dal 2008 in poi) il gioco è crollato e la delusione è andata via via facendosi strada, esplodendo nel 2013. Il sistema, ne è stato destabilizzato e, dopo la brevissima parentesi renziana, ha portato al crollo della seconda Repubblica per il congiungersi (non del tutto) casuale fra l’esito del referendum e la sentenza della Corte sull’Italicum (che peraltro era già in liquidazione per volontà dei suoi stessi ideatori).

La seconda repubblica nacque da un referendum e muore per un referendum. Non si tratta solo della sconfitta del giullare fiorentino, ma del crollo di un sistema che si sta scomponendo, a cominciare dalla scissione del principale partito di esso, mentre altre scissioni si preannunciano. 

Esattamente come il quadriennio fra 1992 e 1996, assisteremo ad un susseguirsi di turbolenze di partiti che nascono, muoiono, si dividono, si unificano. E dunque vale la pena discutere quale partito serva in questa nuova stagione politica.

Certamente un partito con buoni anticorpi alla corruzione, ma non basta. Abbiamo bisogno di un partito che faccia rinascere il senso del conflitto sociale, che educhi le nuove generazioni al senso dell’azione collettiva, a pensare in termini di “noi” e non solo di “io” e questo non si fa stando incollati alla tastiera del computer, anche se il web è una risorsa notevolissima che va valorizzata, ma non resa totalizzante.

Poi abbiamo bisogno di un partito democratico che formi, selezioni e controlli la sua classe dirigente, perché di una classe dirigente non si può fare a meno, ma non è di una ristretta oligarchia da salotto che abbiamo bisogno. Anzi, abbiamo bisogno di un partito che faccia funzionare la classe dirigente in simbiosi con la partecipazione politica popolare, che promuova il più possibile elementi di democrazia diretta, che renda responsabile quel potere che oggi è del tutto irresponsabile.

E, per questo, abbiamo bisogno di un “partito pedagogico” che educhi la gente alla politica, la informi e la metta in condizione di capire le alternative che si pongono.

Decidere se fare una centrale nucleare o un altro sistema di produzione dell’energia è una decisione con un alto contenuto scientifico, noi abbiamo bisogno di un partito che renda comprensibili queste scelte alle persone.

Ma soprattutto, abbiamo bisogno di un partito che pensi, produca idee, progetti, trovi soluzioni. Ed il cuore pulsante di questo partito non può che essere il suo centro progettuale, che, però, da solo non basta. Perché possa funzionare bene, occorre che fra esso e la gente ci sia una robusta fascia di quadri politici in grado di trasmettere al centro la domanda politica che viene dal sociale e di ritrasmettere ad esso le proposte elaborate al centro, riverificarle, raccogliere le obiezioni eccetera.

Dunque, qualcosa che oggi non c’è, ma che occorre avere il coraggio di “inventare”. Ma di questo riparleremo, ricordando che il partito (contrariamente a quanto si pensava nei partiti comunisti, sbagliando) non è un fine, ma un mezzo e deve rispondere alle esigenze del suo tempo.

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06/03/2017

Il Pd sta implodendo e con lui la Seconda Repubblica

Subito dopo il 4 dicembre, scrissi un pezzo, che sosteneva l’opportunità di togliere di mezzo il Pd, in quanto fattore di intossicazione della politica nazionale. E, per la verità, c’era di che pensare che fosse venuto il momento: una sconfitta come quella del 4 dicembre è di quegli avvenimenti che non restano senza conseguenze, ma non avrei mai immaginato che le cose sarebbero andate al galoppo sino a questo punto.


Nell’immediatezza c’è stata la crisi di governo (prevedibile e scontata), e, poco dopo l’intervista di Napolitano al Messaggero che segnava il “licenziamento” di Renzi da parte di quel mondo che, sin lì lo aveva sostenuto (era nel conto, ma non in termini così sbrigativi ed espliciti). Dopo è venuta la scissione della sinistra del partito (anche questa prevedibile anche se meno scontata) e i sondaggi hanno iniziato a segnalare il calo del partito, collocandolo concordemente sotto il 30%, al punto che neppure Renzi parla più dell’obiettivo 40%.

Poi sono iniziate le cose meno facilmente prevedibili: la frammentazione del vecchio gruppone renziano, con le candidature alternative di Orlando, Emiliano e Carlotta Salerno (che però non sappiamo se raggiungerà le sottoscrizioni necessarie) e con segnali di instabilità dell’alleanza con Franceschini e Fassino, mentre altri (come la Finocchiaro, Violante, Bettini) hanno già abbandonato la barca che affonda. Nel frattempo anche Repubblica ha iniziato a prendere le distanze dal fiorentino.

Dopo di che, le cose hanno iniziato ad andare a rotta di collo con il caso Consip e l’esplosione dello scandalo del tesseramento. Sul caso Consip e sul coinvolgimento del padre di Renzi abbiamo già detto e non ci ripetiamo, ricordiamo solo la strana frase di Renzi, all’indomani della sconfitta, che ricordava il fatto di non godere di alcuna immunità.

Più delicato è il caso del tesseramento, che merita qualche parola per spiegarne la gravità. C’è un partito che a settembre sembrava liquefatto dal punto di vista organizzativo, con un tesseramento che segnava il passo intorno alle 100.000 tessere (meno della metà di due anni prima), al punto che si decideva di procrastinarne la chiusura oltre ogni limite. Poi, questo partito ha incassato una batosta come quella del 4 dicembre e, subito dopo, ha subito una scissione rilevante. Ebbene, questo partito, non appena è indetto il congresso anticipato, di colpo quadruplica il tesseramento e va verso i 400.000 iscritti. Chi volete che ci creda? Un bambino capirebbe che si tratta di un tesseramento gonfiato nel quale tutti (dico tutti) si stanno dando da fare per portare i pacchetti più consistenti possibile. E, infatti, scoppiano i casi di Caserta, della Fiat Mirafiori eccetera.

Va spiegato lo scopo di questo pompaggio. Il problema non è tanto la votazione per il segretario che, per il bislacco statuto del Pd, è eletto sia dagli iscritti quanto dai non iscritti al partito, quindi non ci sarebbe ragione di far iscrivere interi elenchi telefonici. I voti degli iscritti servono per l’Assemblea Nazionale, dove le diverse mozioni presentano proprie liste e la cosa ha un riflesso anche sulla segreteria perché, nel caso nessun candidato (in concreto Renzi) raggiungesse il 50% più uno dei voti, toccherebbe all’Assemblea Nazionale eleggere il segretario e lì potrebbe esserci l’alleanza di tutti contro Renzi. Ma, se già sulla definizione del corpo elettorale degli iscritti sta scoppiando questa bagarre, non osiamo pensare cosa accadrà per le primarie, dove andranno a votare anche cammelli e venusiani!

Orlando dice che non presenterà sue liste nelle province dove c’è sospetto di tesseramento inquinato (come dire che si presenta si e no in sette province), i renziani mettono sotto accusa la federazione di Lecce che sarebbe governata dai dalemiani, Emiliano esprime dubbi sulle regioni del Nord e Franceschini sembrerebbe propenso al rinvio delle votazioni oltre il 30 aprile, in attesa che si diradi la tempesta del caso Consip e che si regolarizzi il tesseramento.

Non ci vuole nessuna zingara per indovinare che, se le primarie dovessero effettivamente svolgersi, gli sconfitti, chiunque siano, non riconoscerebbero i risultati contestando la regolarità delle votazioni. E, siccome non ci sarebbe modo di venirne a capo, questo significa che il Pd sprofonderebbe nell’impossibilità di decidere e rischierebbe di implodere.

C’è chi sta lavorando alla vittoria di Orlando, per poter pilotare il rientro dei neo scissionisti, per poi trovare una quadra con Forza Italia e sbarrare la strada al M5s, ma qui la cosa può precipitare molto prima. A meno che, il fiorentino, opportunamente “consigliato” anche per via del caso Consip, non decida di “cincinnatizzarsi” evitando di mandare in frantumi il partito. Ma non ci sembra il tipo che faccia di questi gesti.

Intanto i sondaggi segnano ulteriori ribassi e puntano decisamente verso il 25% che è ancora una stima benevola.

La disintegrazione del Pd coinciderà con l’atto di morte della Seconda Repubblica, ma di questo riparleremo.

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28/02/2017

Professionismo politico, classe dirigente, militanza: facciamo un po’ di chiarezza

Uno dei miei articoli più recenti ha un po’ disorientato i lettori al punto che uno mi scrive:

Sono confuso...
 prima malediciamo i professionisti della politica... causa principe dell’allontanamento dalla politica dai cittadini... gente che è stata in politica per decenni, produttrice di disastri, servi dei poteri forti e allergici alla democrazia... ora me ne si esce con la necessità di avere dei professionisti della politica, gente che conosce i meccanismi istituzionali ecc... Dunque: I politici di professione. No!  Allora cittadini impreparati ma onesti, No! Allora mettiamo dei Tecnici superspecializzati, No! Sarebbe un altro Monti. Mi permetta una battuta di colore: Ma chi minchia ci dobbiamo mettere al Governo? 
Vi ricordo che attualmente abbiamo Alfano... al ministero degli esteri... mi vorreste dire che un Di Battista o un Di Maio sarebbero peggio? ... Mister Giannuli, questa volta mi ha proprio confuso le idee! Al che torniamo al punto di partenza... meglio un incompetente onesto alla Di Battista che un incompetente ma “professionista della politica” come quel simpaticone di Alfano?

Insomma l’alternativa è fra politici di lungo corso, arraffoni ed incompetenti, oppure onesti sprovveduti o, al massimo tecnocrati alla Monti. Messa così, stiamo a posto.

Bene, allora è il caso di chiarirsi un po’ le idee. In primo luogo rassegniamoci all’idea che la politica è uno specialismo che, soprattutto ai livelli più alti, esige una preparazione di qualità corrispondente. Non c’è motivo per ritenere che la politica sia una cosa più semplice della medicina, dell’informatica, del diritto o dell’economia, che richiedono una preparazione specifica: o voi vi fareste operare da una persona onestissima, ma che confonde il polmone con il pancreas e non sa leggere una analisi?

Certo l’onestà è una qualità importante in un politico ma ricordiamoci che ricoprire un’importante carica dello Stato senza essere all’altezza del compito è l’atto più disonesto che si possa fare. Il guaio è che gli ominicchi della seconda repubblica – salvo rarissime eccezioni su cui potremmo discutere – non sono affatto politici, ma volgari politicanti, che hanno come unica competenza quella di arrampicarsi nel sistema sino alla poltrona più alta possibile. E questo ha caratterizzato la grande maggioranza di parlamentari, ministri e sottosegretari di questo quarto di secolo di tutti i partiti: da An al Pds-Ds-Pd, da Rifondazione Comunista (che esprimeva gruppi parlamentari imbarazzanti) a Forza Italia, dalla Lega alla Margherita.

Il ceto politico della Seconda Repubblica, prodotto dal sistema elettorale maggioritario, non sarà mai abbastanza maledetto per aver distrutto la stessa idea di politica ed averla avvilita al livello del peggiore politicantismo e, se un cittadino vede un personaggio come Alfano ministro di Grazia e Giustizia, poi dell’Interno, poi degli Esteri, giustamente pensa: “Ma perché non lo posso fare io? Cosa sa più di me?”.

E qui c’è un altro chiarimento necessario: ma in cosa consiste questo specialismo e come deve prepararsi un politico vero?

Al politico si chiede soprattutto di saper assumere decisioni adeguate ai problemi da affrontare: concludere un trattato commerciale, fare una legge per il contrasto alla corruzione, introdurre o abolire una tassa, affrontare il problema delle ondate di immigrati, modificare o meno il testo della Costituzione, progettare una riforma della scuola o della sanità sono tutte decisioni che presuppongono una preparazione in merito, e non solo sul singolo problema, ma capace di individuare gli effetti imprevisti.

Ad esempio, se decidi di obbligare i medici a denunciare l’immigrato clandestino che cura, devi mettere in conto che questo potrebbe avere conseguenze molto pericolose nel caso di malattie contagiose. Se, per combattere il terrorismo decidi di autorizzare intercettazioni di massa, devi anche capire che questo comporta un giro di vite nei confronti della privacy di tanti cittadini che con il terrorismo non c’entrano nulla. Se aumenti le tasse devi prevedere una caduta del Pil. Se concedi il reddito di cittadinanza, poi devi prevedere che una intera generazione, fra 20 o 30 anni andrà in pensione con poche centinaia di euro al mese. E se ci sono dei tagli da fare alla spesa pubblica non è la stessa cosa se tagli su pensioni, sanità e istruzione o se tagli le super retribuzioni di manager e consulenti che lavorano per lo stato o sui lavori pubblici e quali, così come fare una patrimoniale è meno semplice di quel che si pensa, perché le soluzioni possibili sono molte e molto diverse fra loro.

Dunque, occorre che ogni singola politica di settore sia inquadrata in una linea politica generale che abbia caratteri di coerenza ed organicità. E neanche questo è sufficiente, perché ogni decisione lede interessi di alcuni e favorisce quelli di altri, per cui occorre poi saper mediare fra le parti sociali, cercando una composizione degli interessi che confermi e non minacci la coesione sociale.

Soprattutto, ad un politico si richiede di avere molta fantasia per trovare le soluzioni migliori, magari nuove, man mano che i problemi vengono avanti. Come si vede, un’attività piuttosto complessa, che non ammette semplificazioni arbitrarie e richiede conoscenze, decisione, fantasia, coraggio nell’affrontare le resistenze dei nemici più forti.

Ma come formare un uomo politico che sappia muoversi su un terreno così complesso? Ovviamente è necessario che ci sia una preparazione teorica di fondo: la politica è anche studiata da una scienza specifica, appunto la scienza della politica o politologia, ed è opportuno che ci sia una preparazione di questo tipo, così come è opportuno che chi si prepara alla carriera politica abbia nozioni di sociologia, di diritto ma, soprattutto di economia (ed io direi anche storia). Poi è necessario avere competenze specifiche nel settore in cui vuoi operare: se vuoi fare il ministro degli esteri, magari è bene che tu sappia qualcosa di relazioni internazionali, geopolitica, diritto internazionale eccetera.

Detto questo, dovremmo concludere che un buon politico debba necessariamente essere laureato in Scienze Politiche? No direi di no, anche perché un laureato in qualsiasi altra disciplina, o anche un non laureato, può benissimo apprendere queste cose con studi personali o, magari, attraverso le scuole di politica che ogni partito dovrebbe organizzare.

Poi la lettura dei giornali e delle riviste specializzate, la partecipazione a convegni e le conversazioni con i colleghi sono altri veicoli di formazione.

Ma questo non basta: una formazione puramente teorica può produrre un buon accademico (forse) ma non è sufficiente per un politico. Neanche il governatore di una banca centrale può basarsi solo sulla sua formazione universitaria: una preparazione teorica è necessaria, ma non basta, a meno di non avere un approccio tutto libresco ai problemi. Poi quello che conta è la prassi: si impara a far politica facendola. La formazione di base serve a capire e valutare le proprie esperienze nel bene e nel male. Un eccesso di teoria porta ad un approccio dogmatico e sterile, ma l’assenza di una formazione di base precipita poi nell’empiria più pura, che impedisce di capire quello che si sta facendo. Dunque, la pratica è la seconda metà della mela, ugualmente necessaria quanto la prima. Ma, ovviamente si tratta di una pratica che ha un valore se è costruita nel tempo: nessuno “nasce imparato” si dice nella mia città d’origine, e la pratica politica è formativa se avviene in un periodo abbastanza lungo.

L’idea che si ottenga un personale di governo con, al massimo, cinque anni di partecipazione istituzionale, per poi congedarlo dopo altri cinque anni, è un’idea semplicemente delirante, scusatemi. Ovviamente, un simile specialismo non si costruisce in tre o quattro anni, ma esige un tempo necessario di maturazione. Però non è affatto vero il contrario: cioè che un personaggio politico che sta sulla scena da 20 anni sia anche un politico preparato, anzi è possibile che sia una capra assoluta. Durata non significa competenza, ma soprattutto, occorre non confondere un decisore politico vero con un volgare politicante.

La politique politicienne (come dicono i francesi) è cosa deteriore da non confondere con la politica e non tutti i politici professionali sono politicanti: Nenni, De Gasperi, Togliatti, Berlinguer, Lombardi, Moro, Fanfani e dico anche Almirante o Romualdi hanno fatto politica per tutta la vita, ma non erano affatto politicanti, erano politici di notevole livello ed alcuni di loro veri statisti. Ovviamente c’è un rischio: che a furia di metter radici nel Palazzo (quello con la P maiuscola) un politico anche di buona stoffa, un po’ alla volta, si affezioni troppo al ruolo e diventi un politicante. E’ un rischio molto forte, con il quale occorre misurarsi.

La classe dirigente va formata (possibilmente dal basso se crediamo nella democrazia), va selezionata con cura, badando tanto al disinteresse personale quanto alla preparazione e capacità, poi va responsabilizzata, controllata, periodicamente “potata” almeno in parte, quindi vigilata nei comportamenti, interrogata normalmente sui propri atti e decisioni, trattata con parsimonia quanto a incentivi selettivi, costantemente obbligata al confronto con possibili successori.

Anche le classi dirigenti prodotte dal basso, magari da una rivoluzione (e il caso Russo mi pare abbastanza istruttivo) fanno presto ad abituarsi alle soffici poltrone del potere: meglio delle poltrone sono le sedie, possibilmente dure e scomode...

Il punto debole più pericoloso del M5s non è quello di non avere una classe dirigente, ma di non aver fatto assolutamente nulla per formarsela. Cari amici ricordatevi di aver avuto successo perché avevate come pietra di paragone i cialtroni della Seconda Repubblica, ma la gente ora vuole di più.

Non basta che Di Maio o Di Battista non facciano peggio di Alfano o Del Rio: devono fare di meglio e di molto meglio. Pensateci.

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