La recente approvazione definitiva della legge-cornice sull’autonomia differenziata, firmata anche da Mattarella senza colpo ferire, ha rilanciato dibattito ed iniziativa su una vicenda che si trascina dal 2001 e che pone problemi anche di natura strategica alla sinistra di classe.
È innanzitutto importante superare un’impostazione da talk-show (o, se si preferisce, da teatrino politico) che rende debole questa battaglia contro un progetto, ormai in fase di prima attuazione, che sconvolge il sistema-Paese e porta un ulteriore attacco ai territori e alle classi sociali più deboli.
Quindi un primo nodo è quello che occorre mantenere sempre uno stretto legame tra una lotta che ha sicuramente aspetti territoriali (aggravamento della questione meridionale) ma che non può mai essere slegata da contenuti sociali perchè si rifletterà negativamente anche sulle classi subalterne settentrionali.
Pertanto restano validi gli aspetti migliori del meridionalismo comunista che non ha mai contrapposto Nord e Sud.
Ciò significa, tra l’altro, che la risposta all’autonomia differenziata non può essere soltanto o, prevalentemente, di tipo giuridico-istituzionale (in questo articolo, dato il taglio dello stesso, non toccheremo le questioni relative alle proposte di referendum abrogativo o di ricorsi alla Corte Costituzionale) ma va centrata molto più efficacemente sulla critica al modello di sviluppo che c’è dietro perchè esso non è più attuale ed è controproducente anche rispetto a chi ha sostenuto un progetto che, con espressione di successo ma “aclassista”, è stato definito come “secessione dei ricchi” (occorrerebbe ricordare e precisare che, quando si usa la citata espressione, i ricchi anche al Nord sono esigua minoranza).
D’altro canto, la destra di Governo ha buon gioco perchè gli oppositori del centrosinistra sono effettivamente poco credibili non soltanto perchè, a suo tempo, sono stati loro a modificare il titolo V della Costituzione ma, tuttora, non hanno fatto una vera autocritica: né Bonaccini ha ritirato la pre-intesa raggiunta dall’Emilia-Romagna con l’allora Governo Gentiloni, né lo ha fatto De Luca che nel 2019 ha richiesto la formale apertura di trattative da parte della Campania col Governo per avere maggiore autonomia su sette materie.
In quest’ultimo caso, si arriva a sostenere che si tratta di una richiesta di “burocrazia zero” contro il centralismo dei Ministeri come se questa semplice affermazione servisse a cambiare la sostanza della richiesta fatta.
Inoltre, va ricordato che Francesco Boccia – Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie del Governo Conte II – aveva già preparato una bozza di legge-cornice per l’attuazione dell’articolo 116, co. 3, della Costituzione.
Pertanto, se è vero che nella battaglia contro l’autonomia differenziata occorre non sottovalutare la ricerca di convergenze più ampie, è altrettanto vero che, come sinistra di classe, non si può avere il ruolo di “utili idioti” per andare verso una sorta di autonomia differenziata soft.
La contraddittorietà del centrosinistra influisce pesantemente nella comprensione della politicità dello scontro in atto che viene letto in termini riduttivi come “scambio” tra forze di maggioranza, in realtà ci troviamo difronte ad un vero e proprio progetto di Terza Repubblica da non scollegare nemmeno rispetto all’altra proposta di “riforma” riguardante la separazione delle carriere in magistratura il tutto all’insegna di un tratto complessivamente autoritario di questo Governo com’è confermato anche dal nuovo “Dl sicurezza” a firma dei Ministri Piantedosi, Nordio e Crosetto (ddl n. 1660).
In realtà, non si tratta, per quanto riguarda il centrosinistra, di un’incapacità di lettura del significato dell’attacco politico-istituzionale in atto ma di una parziale/sostanziale condivisione di fatto del disegno della destra non solo sull’autonomia differenziata ma anche sul premierato in quanto non vanno dimenticate nel passato le proposte sul semi-presidenzialismo o le leggi sull’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione, o l’appoggio al sistema maggioritario elaborate e realizzate dal centrosinistra.
L’esigenza della chiarezza politica, quindi, non discende da un rifiuto aprioristico di alleanze ma dipende dal fatto che solo se denunciamo la politicità dello scontro in atto potremo contare sulla mobilitazione delle crescenti fette di popolazione che si rifugiano nell’astensionismo.
In tal senso, è importante non concentrarsi soltanto sul Meridione che, ricordiamo, rappresenta una minoranza della popolazione, e per fare ciò è importante far notare ai sostenitori del progetto divisivo che l’autonomia differenziata negli ultimi anni è andata profondamente e strutturalmente in crisi; infatti la “mini-locomotiva” lombardo-veneta non si può più agganciare alla locomotiva tedesca andata in recessione con lo scoppio della guerra Nato - Russia in Ucraina.
Ad esempio, è significativo il dato di Unioncamere che evidenzia come nel 2023 le esportazioni della Lombardia verso la Germania siano calate di ben l’ 8,4% con una tendenza all’aumento nel primo trimestre 2024 (dati ISTAT).
Da quanto sinora argomentato, emerge, però, che problemi di impostazione possono emergere anche rispetto ad una parte del fronte meridionalista non soltanto per questioni d’impostazione generale (non bisogna cedere a controproducenti posizioni da “Lega sud”) ma per elementi di merito.
Infatti alcune parole d’ordine non sono più rappresentative della realtà produttiva del Paese e, in particolare, del Meridione.
Questo è il caso dell’appello al boicottaggio di alcuni “prodotti settentrionali”come prosecco, parmigiano e gorgonzola (si veda, ad esempio, la posizione di Pino Aprile) che se può avere effetto su alcune fasce della popolazione meridionale riflette, però, un’analisi che vede il Meridione prevalentemente come “mercato di consumo”, invece, in Italia è da anni prevalente il modello “export oriented” quantunque oggi lo stesso sia in stagnazione per le tensioni internazionali e l’aumento delle spinte protezionistiche.
L’aspetto relativo alla centralità di questo modello è maggiormente confermato proprio nel Meridione che nel 2023 ha visto i maggiori incrementi rispetto al 2022 in Regioni come la Campania, che con un incremento del 28,9% delle esportazioni è stata la Regione che a livello nazionale ha avuto il maggior incremento seguita dal Molise con un incremento del 21,1% e dalla Calabria col 20,9%.
Del resto, se si restringe il campo al comparto degli alimentari e delle bevande – che dovrebbe essere quello dove operare il boicottaggio – si potrà notare che anche in questo caso i prodotti “nordisti” hanno un forte sbocco all’estero: l’Emilia-Romagna ha avuto nel 2023 un incremento delle esportazioni del 5,5% e la Lombardia del 7,1%.
Insomma il danno economico dell’eventuale boicottaggio non sarebbe rilevante mentre le conseguenze politiche di una simile azione sarebbero deleterie in termini di contrapposizione Nord/Sud; naturalmente anche nel caso di questi settori meridionalisti non vanno sottovalutate possibili convergenze ma sempre nella chiarezza politica.
Nel frattempo è appena il caso di ricordare che mentre l’attenzione veniva concentrata sull’approvazione definitiva alla Camera del ddl Calderoli, il Governo, passate le elezioni europee, procedeva all’invio di un altro pacchetto di armi all’Ucraina all’interno di una progressiva tendenza all’economia di guerra che pone altri pesanti interrogativi sulla fattibilità dell’autonomia differenziata.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/05/2018
Per un bilancio dell’esperienza del M5s
A circa 10 anni dalla sua formazione (il primo Vaffa day fu del 2007) è possibile tracciare un bilancio provvisorio dell’esperienza del M5s che si presenta con una forte nota chiaroscurale. C’è un aspetto indubbiamente positivo nel quale il M5s ha avuto successo: lo sfondamento del bipolarismo e delle sue dinamiche tendenzialmente plebiscitarie.
Ormai il sistema è tripolare (almeno sin quando il Pd resisterà o qualche cosa altro ne prenderà il posto) e questo segna un nuovo equilibrio politico inconciliabile con la logica del maggioritario. Lo sfondamento è avvenuto soprattutto sul fianco “sinistro” dell’equilibrio bipolare, colpendo in particolare il Pd, il che ha una ulteriore conseguenza positiva: creare le condizioni per la formazione di un vera sinistra non neo liberista. Infine, il M5s è stato il principale attore dello schieramento che ha battuto il progetto di riforma costituzionale renziano, e con questo ha sepolto la seconda repubblica, aprendo la strada alla terza che, ancora non c’è.
Sin qui tutto bene: la pars destruens registra un saldo nettamente attivo. I problemi iniziano con la pars costruens.
Proprio per il ruolo avuto nella fase precedente, il M5s è chiamato al compito di fondatore e primo partito della Terza Repubblica, fondata sull’impianto della Costituzione del 1948 e su una legge elettorale proporzionale come conseguenza. Il tutto, naturalmente, con gli adeguamenti al mondo attuale ed ai problemi ancora insoluti del nostro paese (dalla debolezza dei controlli istituzionali al persistente divario nord-sud, alla carenza di classi dirigenti di livello accettabile eccetera).
E qui il M5s sta perdendo la sua occasione storica: diventando non il primo partito della terza repubblica ma l’ultimo della seconda. Dimenticato l’originario impianto proporzionalista, il M5s in edizione Di Maio si riscopre maggioritario e presidenzialista, abbandonata l’originaria ispirazione alla democrazia diretta, diventa l’ennesimo partito del leader privo di qualsiasi democrazia interna e con tanto di cerchio magico intorno al leader stesso. E la scelta è ribadita ad ogni piè sospinto, con l’ossessiva ripetizione della richiesta non trattabile di Palazzo Chigi per Di Maio.
In questo precipizio politico che snatura il movimento e lo candida ad un prossimo fallimento politico pesano l’assenza di pensiero strategico, a sua volta figlio dell’assenza di una qualsivoglia cultura politica. Il M5s ha sperperato i cinque anni passati evitando rigorosamente qualsiasi attività di formazione del suo gruppo parlamentare (per la base il corso a puntate sulle leggi elettorali resta l’unica occasione del genere, priva di qualsiasi seguito). Il risultato è la totale inadeguatezza rispetto al compito di socio fondatore della terza repubblica e, se questo dovesse essere un obiettivo mancato, al M5s mancherebbe ogni ragione per proseguire la sua esperienza, diventando un partito come gli altri. Sinché dura il consenso degli elettori, cosa di cui non sarei affatto certo.
Resta la speranza di un sussulto di consapevolezza che riporti il M5s sui suoi passi e prima che sia troppo tardi. Questo movimento resta ancora una risorsa per il paese ma merita di essere rappresentato diversamente, l’attuale gruppo di esponenti sta avviano il movimento verso una sconfitta memorabile. Meditate amici, meditate...
Fonte
C'è da meditare sulla fase questo è vero, il tripudio di articoli sul tema caricati fino ad oggi, va inteso in questo senso.
Ormai il sistema è tripolare (almeno sin quando il Pd resisterà o qualche cosa altro ne prenderà il posto) e questo segna un nuovo equilibrio politico inconciliabile con la logica del maggioritario. Lo sfondamento è avvenuto soprattutto sul fianco “sinistro” dell’equilibrio bipolare, colpendo in particolare il Pd, il che ha una ulteriore conseguenza positiva: creare le condizioni per la formazione di un vera sinistra non neo liberista. Infine, il M5s è stato il principale attore dello schieramento che ha battuto il progetto di riforma costituzionale renziano, e con questo ha sepolto la seconda repubblica, aprendo la strada alla terza che, ancora non c’è.
Sin qui tutto bene: la pars destruens registra un saldo nettamente attivo. I problemi iniziano con la pars costruens.
Proprio per il ruolo avuto nella fase precedente, il M5s è chiamato al compito di fondatore e primo partito della Terza Repubblica, fondata sull’impianto della Costituzione del 1948 e su una legge elettorale proporzionale come conseguenza. Il tutto, naturalmente, con gli adeguamenti al mondo attuale ed ai problemi ancora insoluti del nostro paese (dalla debolezza dei controlli istituzionali al persistente divario nord-sud, alla carenza di classi dirigenti di livello accettabile eccetera).
E qui il M5s sta perdendo la sua occasione storica: diventando non il primo partito della terza repubblica ma l’ultimo della seconda. Dimenticato l’originario impianto proporzionalista, il M5s in edizione Di Maio si riscopre maggioritario e presidenzialista, abbandonata l’originaria ispirazione alla democrazia diretta, diventa l’ennesimo partito del leader privo di qualsiasi democrazia interna e con tanto di cerchio magico intorno al leader stesso. E la scelta è ribadita ad ogni piè sospinto, con l’ossessiva ripetizione della richiesta non trattabile di Palazzo Chigi per Di Maio.
In questo precipizio politico che snatura il movimento e lo candida ad un prossimo fallimento politico pesano l’assenza di pensiero strategico, a sua volta figlio dell’assenza di una qualsivoglia cultura politica. Il M5s ha sperperato i cinque anni passati evitando rigorosamente qualsiasi attività di formazione del suo gruppo parlamentare (per la base il corso a puntate sulle leggi elettorali resta l’unica occasione del genere, priva di qualsiasi seguito). Il risultato è la totale inadeguatezza rispetto al compito di socio fondatore della terza repubblica e, se questo dovesse essere un obiettivo mancato, al M5s mancherebbe ogni ragione per proseguire la sua esperienza, diventando un partito come gli altri. Sinché dura il consenso degli elettori, cosa di cui non sarei affatto certo.
Resta la speranza di un sussulto di consapevolezza che riporti il M5s sui suoi passi e prima che sia troppo tardi. Questo movimento resta ancora una risorsa per il paese ma merita di essere rappresentato diversamente, l’attuale gruppo di esponenti sta avviano il movimento verso una sconfitta memorabile. Meditate amici, meditate...
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C'è da meditare sulla fase questo è vero, il tripudio di articoli sul tema caricati fino ad oggi, va inteso in questo senso.
07/03/2018
Elezioni, Babylon Italia: benvenuti nella nuova Weimar
Alle elezioni del 2008, pochi mesi dopo lo scoppio della grande crisi irrisolta, PD e PDL contavano, assieme, oltre il 70 per cento dei voti. Il centrosinistra, dopo aver fatto una manovra economicamente regressiva nel 2007, ufficialmente negava pure le proporzioni della crisi. Il centrodestra, che non ha mai oltrepassato il cortile in cui ha vissuto, di questo livello di crisi non ne ha mai veramente parlato. A settembre 2008, quando furono chiare anche per il nostro paese le conseguenze del crack di borsa globale, era evidente una cosa che gli storici del rapporto tra economia, finanza e politica conoscono: a una crisi così forte, intrecciata con i cambiamenti tecnologici, non poteva che corrispondere una forte, feroce mutazione del panorama politico. Dopo dieci anni, e a crisi irrisolta, basta vedere i risultati di domenica 4 marzo. Pd e Forza Italia, assieme, raggiungono meno della metà dei voti complessivi del 2008. La Lega quasi il doppio delle migliori stagioni di Bossi, un movimento allora neonato, il M5S, sfonda quota 30 raggiungendo, almeno per adesso, una centralità politica un tempo appartenuta alla democrazia cristiana (e con ampi distacchi dai partiti concorrenti).
Non c’è naturalmente da stupirsi: le grandi crisi finanziarie, le grandi guerre della moneta e dei suoi derivati, restringono economia e bilancio dello Stato. Sono fenomeni che, in un veloce depauperamento della società, misto ad evoluzioni tecnologiche come in ogni crisi, alimentano mutazioni politiche accelerate. Come accaduto nel 2013 al M5S (da zero a circa 25 per cento), a Renzi nel 2014 (un improvviso 42 per cento) e alla Lega oggi (dal 4 al 18 per cento). Se vogliamo alzare il naso, cosa infrequente in Italia, sia la primavera araba del 2011 sia il voto tedesco del 2017 sono il risultato di choc sociali che seguono quelli finanziari (quello tedesco avvertito dagli strati più bassi ma evidente). Siccome lo choc finanziario non riguarda solo gli indici di borsa, ma la materialità delle risorse di una società, la sua composizione sociale, su questo piano di realtà, tutto torna. La società si comporta come un animale impazzito alla ricerca della prima via di fuga possibile.
Le spiegazioni psicologistiche, politicistiche, o legate a chi ha azzeccato il marketing o meno dello choc politico italiano del 2018 rischiano quindi di spiegare poco. La crisi del 2008, quella del debito sovrano italiano 2011, quella delle banche 2016-17 spiegano invece molto. Ci fanno capire che un’ondata di restrizione della massa monetaria a disposizione nella società, dei livelli di credito, della presenza dello stato nel sociale genera mutazioni politiche profonde e potenzialmente centrifughe in modo permanente. E vale poco l’affermazione, tipica della stupidità del politico, che “la gente capisce zero di finanza”. La mitica “gente” non percepisce lo Standard & Poor’s ma avverte le crisi, reagisce anche in modo elettoralmente accelerato cercando di volta in volta la soluzione (individuata in un partito poi in un altro) per uscire subito da questa situazione. Ovviamente non è così: non esiste partito che potrà ripristinare la “normalità” ma soggetti elettorali che, di volta in volta, provano a cavalcare la tigre degli eventi. Oggi il Movimento 5 stelle è di fronte al desiderio, oltre che alla necessità, di cavalcare questa tigre. Non sarà facile dovendo trovare giocoforza i numeri in un parlamento impaurito e sotto l’attenzione di chi vota tutti i giorni: i mercati finanziari che decidono della addizione o della sottrazione delle risorse liquide in un paese. Non sarà facile in una Unione Europea che ha di fronte scenari non facili (Brexit, ristrutturazione interna) e che vede una maggioranza a 5 stelle come qualcosa da trattare stile Grecia o, comunque, come qualcosa da isolare.
Molti sono gli scenari possibili in questo momento, francamente storico, ma uno sembra invariabile. Quello di una Weimar italiana, dove accade di tutto, dove la società è lacerata e impaurita, i partiti sopravvivono tra conflittualità e le trattative più ciniche e indecenti (basta vedere cosa accadde nella politica berlinese prima del fatidico gennaio ’33, con governi di minoranza da far invidia all’Italia di oggi e una crisi galoppante del debito). Eccoci a Babylon Italia. Comunque vada segnerà la storia.
Redazione
Fonte
Non c’è naturalmente da stupirsi: le grandi crisi finanziarie, le grandi guerre della moneta e dei suoi derivati, restringono economia e bilancio dello Stato. Sono fenomeni che, in un veloce depauperamento della società, misto ad evoluzioni tecnologiche come in ogni crisi, alimentano mutazioni politiche accelerate. Come accaduto nel 2013 al M5S (da zero a circa 25 per cento), a Renzi nel 2014 (un improvviso 42 per cento) e alla Lega oggi (dal 4 al 18 per cento). Se vogliamo alzare il naso, cosa infrequente in Italia, sia la primavera araba del 2011 sia il voto tedesco del 2017 sono il risultato di choc sociali che seguono quelli finanziari (quello tedesco avvertito dagli strati più bassi ma evidente). Siccome lo choc finanziario non riguarda solo gli indici di borsa, ma la materialità delle risorse di una società, la sua composizione sociale, su questo piano di realtà, tutto torna. La società si comporta come un animale impazzito alla ricerca della prima via di fuga possibile.
Le spiegazioni psicologistiche, politicistiche, o legate a chi ha azzeccato il marketing o meno dello choc politico italiano del 2018 rischiano quindi di spiegare poco. La crisi del 2008, quella del debito sovrano italiano 2011, quella delle banche 2016-17 spiegano invece molto. Ci fanno capire che un’ondata di restrizione della massa monetaria a disposizione nella società, dei livelli di credito, della presenza dello stato nel sociale genera mutazioni politiche profonde e potenzialmente centrifughe in modo permanente. E vale poco l’affermazione, tipica della stupidità del politico, che “la gente capisce zero di finanza”. La mitica “gente” non percepisce lo Standard & Poor’s ma avverte le crisi, reagisce anche in modo elettoralmente accelerato cercando di volta in volta la soluzione (individuata in un partito poi in un altro) per uscire subito da questa situazione. Ovviamente non è così: non esiste partito che potrà ripristinare la “normalità” ma soggetti elettorali che, di volta in volta, provano a cavalcare la tigre degli eventi. Oggi il Movimento 5 stelle è di fronte al desiderio, oltre che alla necessità, di cavalcare questa tigre. Non sarà facile dovendo trovare giocoforza i numeri in un parlamento impaurito e sotto l’attenzione di chi vota tutti i giorni: i mercati finanziari che decidono della addizione o della sottrazione delle risorse liquide in un paese. Non sarà facile in una Unione Europea che ha di fronte scenari non facili (Brexit, ristrutturazione interna) e che vede una maggioranza a 5 stelle come qualcosa da trattare stile Grecia o, comunque, come qualcosa da isolare.
Molti sono gli scenari possibili in questo momento, francamente storico, ma uno sembra invariabile. Quello di una Weimar italiana, dove accade di tutto, dove la società è lacerata e impaurita, i partiti sopravvivono tra conflittualità e le trattative più ciniche e indecenti (basta vedere cosa accadde nella politica berlinese prima del fatidico gennaio ’33, con governi di minoranza da far invidia all’Italia di oggi e una crisi galoppante del debito). Eccoci a Babylon Italia. Comunque vada segnerà la storia.
Redazione
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28/03/2017
Prima, seconda, terza Repubblica: che significa?
Nella confusione generale del momento, c’è chi parla di un
secondo tempo della seconda repubblica, chi accenna, senza spiegare di
che si tratti, di una terza repubblica ed altri parlano di “ritorno alla
Prima Repubblica” dimostrando di non aver capito niente.
Questo ci porta ad una domanda: perché numeriamo le repubbliche (prima, seconda, terza, sino alla quinta nel caso francese)? La risposta sta nella storia.
In Spagna c’era già stata una Repubblica fra il 1873 ed il 1874, cui era seguita una restaurazione monarchica. Per cui nel 1931 il risorgere della Repubblica fece parlare di una “seconda Repubblica” ed oggi, dopo una nuova fase monarchica la sinistra spagnola chiede una “terza Repubblica”. Al pari della Francia, dove repubbliche e restaurazioni monarchiche si sono alternate con una certa frequenza: Prima Repubblica 1792-1804, poi impero 1805-1815, quindi restaurazione della monarchia borbonica 1815-1830, quindi quella orleanista 1830-1848, poi la seconda Repubblica 1848-1852 seguita dal nuovo Impero 1852-1871, poi la Terza Repubblica 1871-1940, poi la guerra con l’occupazione nazista ed il regime di Vichy, la Quarta repubblica 1946-1958 e poi la Quinta Repubblica ancora oggi vigente.
Sino al 1946 era stato un alternarsi di Repubbliche e regimi monarchici, per cui si capisce il perché del numerare le repubbliche, ed anche la quarta poteva sembrare avere un senso per via della cesura rappresentata dalla guerra e dall’occupazione, ma la quinta succedeva ad un periodo parimenti repubblicano, per cui non ci sarebbe stata ragione di numerarla come quinta. Questo accadde perché De Gaulle impose per via referendaria una nuova costituzione che segnava il passaggio della Francia dalla repubblica parlamentare a quella semi presidenziale. Di qui l’idea (del tutto infondata) che la numerazione delle repubbliche sia segnata dal cambiamento di costituzione.
Infondata prima di tutto perché, con questo criterio, dovremmo dire che la Francia è alla settima repubblica, perché nella prima Repubblica si succedettero tre testi costituzionali. E poi perché non è affatto detto che se cambia la costituzione in una repubblica (curiosamente nessuno parla di prima, seconda o terza monarchia) questo implica che si debba parlare di un diverso ordinale per indicare la Repubblica: in Unione Sovietica la Costituzione è cambiata più volte (1924, 1936, 1977 poi 1993 ma per la sola repubblica federativa russa, essendosi distaccate le repubbliche precedentemente raccolte nell’Urss) come in Cina (1954, 1975, 1978, 1982 poi rivista e sensibilmente modificata nel 1988, 1991, 1999, 2004) senza che sia mutato sostanzialmente il sistema politico basato sul ruolo guida del Partito Comunista, per cui a nessuno è venuto in mente di parlare di una prima, seconda e terza Repubblica russa o cinese.
Ed oggi, che in Russia vige una diversa Costituzione che ha eliminato il ruolo del partito ed ha introdotto forme più simili alle democrazie classiche, nessuno parla neppure di seconda repubblica russa, così come nei paesi dell’Est Europa che, similmente, sono passate dal modello delle “democrazie popolari” a regimi più simili alle democrazie liberali, non si indicano quelle come “seconda (o meglio terza) repubblica Polacca, Cecoslovacca (o Boema) o Ungherese. E considerazioni analoghe potremmo fare per quasi tutti i paesi dell’America Latina.
E non è neppure vero il contrario, cioè che quando la costituzione resti la stessa, resti uguale il sistema di potere e si pensi proprio al caso italiano, dove lo Statuto albertino è restato formalmente vigente dal 1848 al 1946, ma nessuno definisce il fascismo come “il secondo tempo dell’Italia Liberale”.
Dunque, numerare le repubbliche è una convenzione, neppure sempre osservata, per indicare un mutamento nel sistema di potere. Quello che conta è il cambiamento nell’architettura di un paese che si associa ad un cambiamento dei rapporti di forza fra i diversi attori politici, sociali ed economici. Talvolta questo si associa ad un mutamento costituzionale, ma talvolta no, così come non è detto che un mutamento costituzionale segni un cambiamento nei sistemi di potere.
Dunque, la domanda che dobbiamo porci è “siamo di fronte ad un mutamento dell’architettura di potere del paese?”. In questo senso, possiamo dire che c’è un passaggio dalla seconda alla terza repubblica? E la risposta ci pare che debba essere affermativa.
Fonte
Questo ci porta ad una domanda: perché numeriamo le repubbliche (prima, seconda, terza, sino alla quinta nel caso francese)? La risposta sta nella storia.
In Spagna c’era già stata una Repubblica fra il 1873 ed il 1874, cui era seguita una restaurazione monarchica. Per cui nel 1931 il risorgere della Repubblica fece parlare di una “seconda Repubblica” ed oggi, dopo una nuova fase monarchica la sinistra spagnola chiede una “terza Repubblica”. Al pari della Francia, dove repubbliche e restaurazioni monarchiche si sono alternate con una certa frequenza: Prima Repubblica 1792-1804, poi impero 1805-1815, quindi restaurazione della monarchia borbonica 1815-1830, quindi quella orleanista 1830-1848, poi la seconda Repubblica 1848-1852 seguita dal nuovo Impero 1852-1871, poi la Terza Repubblica 1871-1940, poi la guerra con l’occupazione nazista ed il regime di Vichy, la Quarta repubblica 1946-1958 e poi la Quinta Repubblica ancora oggi vigente.
Sino al 1946 era stato un alternarsi di Repubbliche e regimi monarchici, per cui si capisce il perché del numerare le repubbliche, ed anche la quarta poteva sembrare avere un senso per via della cesura rappresentata dalla guerra e dall’occupazione, ma la quinta succedeva ad un periodo parimenti repubblicano, per cui non ci sarebbe stata ragione di numerarla come quinta. Questo accadde perché De Gaulle impose per via referendaria una nuova costituzione che segnava il passaggio della Francia dalla repubblica parlamentare a quella semi presidenziale. Di qui l’idea (del tutto infondata) che la numerazione delle repubbliche sia segnata dal cambiamento di costituzione.
Infondata prima di tutto perché, con questo criterio, dovremmo dire che la Francia è alla settima repubblica, perché nella prima Repubblica si succedettero tre testi costituzionali. E poi perché non è affatto detto che se cambia la costituzione in una repubblica (curiosamente nessuno parla di prima, seconda o terza monarchia) questo implica che si debba parlare di un diverso ordinale per indicare la Repubblica: in Unione Sovietica la Costituzione è cambiata più volte (1924, 1936, 1977 poi 1993 ma per la sola repubblica federativa russa, essendosi distaccate le repubbliche precedentemente raccolte nell’Urss) come in Cina (1954, 1975, 1978, 1982 poi rivista e sensibilmente modificata nel 1988, 1991, 1999, 2004) senza che sia mutato sostanzialmente il sistema politico basato sul ruolo guida del Partito Comunista, per cui a nessuno è venuto in mente di parlare di una prima, seconda e terza Repubblica russa o cinese.
Ed oggi, che in Russia vige una diversa Costituzione che ha eliminato il ruolo del partito ed ha introdotto forme più simili alle democrazie classiche, nessuno parla neppure di seconda repubblica russa, così come nei paesi dell’Est Europa che, similmente, sono passate dal modello delle “democrazie popolari” a regimi più simili alle democrazie liberali, non si indicano quelle come “seconda (o meglio terza) repubblica Polacca, Cecoslovacca (o Boema) o Ungherese. E considerazioni analoghe potremmo fare per quasi tutti i paesi dell’America Latina.
E non è neppure vero il contrario, cioè che quando la costituzione resti la stessa, resti uguale il sistema di potere e si pensi proprio al caso italiano, dove lo Statuto albertino è restato formalmente vigente dal 1848 al 1946, ma nessuno definisce il fascismo come “il secondo tempo dell’Italia Liberale”.
Dunque, numerare le repubbliche è una convenzione, neppure sempre osservata, per indicare un mutamento nel sistema di potere. Quello che conta è il cambiamento nell’architettura di un paese che si associa ad un cambiamento dei rapporti di forza fra i diversi attori politici, sociali ed economici. Talvolta questo si associa ad un mutamento costituzionale, ma talvolta no, così come non è detto che un mutamento costituzionale segni un cambiamento nei sistemi di potere.
Dunque, la domanda che dobbiamo porci è “siamo di fronte ad un mutamento dell’architettura di potere del paese?”. In questo senso, possiamo dire che c’è un passaggio dalla seconda alla terza repubblica? E la risposta ci pare che debba essere affermativa.
Fonte
07/03/2017
Che tipo di partito servirà nella Terza Repubblica?
Quando “cessarono gli spari”, nell’aprile del 1945,
erano già fatti i giochi per la conformazione dei nuovi soggetti che
avrebbero occupato la scena politica.
L’ipotesi vagheggiata dagli esponenti del mondo pre fascista (come Bonomi, Sforza, Nitti, Orlando o Croce) di un ritorno al sistema notabilare dell’Italia liberale, era già fuori dalla storia e risultò immediatamente impraticabile: quel sistema era già andato in crisi nel 1919, poi il fascismo aveva organizzato le masse socializzandole alla politica, pure se in quadro autoritario, ed era impossibile tornare indietro.
La democrazia liberale aveva piegato le ginocchia davanti all’assalto fascista, per la sua debole legittimazione popolare, la nuova democrazia avrebbe dovuto darsi fondamenta ben più solide. Dunque, occorreva portare il popolo nella vita dello Stato e questo richiedeva partiti di massa, di insediamento sociale con vaste e ramificate organizzazioni collaterali (sindacati, organizzazioni femminili, culturali, giovanili, cooperative eccetera). E i quadri dei nuovi partiti erano già stati formati dalla Resistenza: circa la metà dei membri dell’Assemblea Costituente erano ex partigiani, così come lo erano la netta maggioranza dei quadri di partito comunisti, socialisti, azionisti ed anche buona fetta di quelli democristiani. E bisogna dire che il modello per un quarto di secolo funzionò abbastanza, educando alla politica il popolo italiano: sostanzialmente era quello che ci voleva.
La cosa andò in crisi negli anni settanta, quando l’incomprensione dei movimenti del sessantotto confluì con i processi di burocratizzazione dei partiti. Negli anni ottanta i partiti divennero sempre meno capaci di svolgere la loro funzione di trasmettere la domanda politica. Poi la deriva della corruzione fece il resto ed arrivò il crollo.
Il rifiuto di quei processi di burocratizzazione e delle pratiche corruttive, il fastidio per le incomprensibili liturgie della politique politicienne, ma soprattutto la resa ormai scarsissima del sistema politico, sempre meno capace di produrre decisioni utili a fronteggiare i problemi che sorgevano, spinsero alla liquidazione dei partiti e al deperimento del loro associazionismo collaterale: la gamba malata non fu curata ma amputata.
Prese piede la leggenda del “partito leggero”, della politica non intermediata dagli apparati, incarnata dal leader che parla al “popolo” attraverso la Tv. Per un po’ di tempo quella retorica ha funzionato e gli italiani sono stati convinti di marciare a vele spiegate verso la modernità globalizzante, con una politica che non disturbava il mercato (e per questo si sciolsero le partecipazioni statali).
Ma, a differenza della vicenda della Prima repubblica, che ebbe un primo tempo felice, durante il quale si fece la ricostruzione, si rimise in piedi l’industria, si realizzò una pur imperfetta modernizzazione e si educarono le masse alla politica, questa Seconda Repubblica non conobbe quel tempo, perché fu un frutto bacato dalla nascita: la corruzione riprese assai presto, gli apparati si dissolsero, ma solo per lasciare il posto a partiti padronali come Forza Italia, o a ristrette cerchie oligarchiche che nominavano deputati (e questo già con il Mattarellum), soprattutto il ceto politico mostrò una capacità sempre più ridotta di capire i processi in atto e sviluppare strategie adeguate.
Su tutto prevalse l’esigenza di “forare il video”, dilagò la cultura dello slogan, un crescente semplicismo che rimuoveva la complessità della politica. Fu il trionfo del “facilismo” nessun partito ebbe più riviste, istituti di ricerca, case editrici, centri studi o convegni di studio. Quanto alle fondazioni: sono fiorite ma, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno avuto solo la funzione di centro di pubbliche relazioni e di raccolta fondi.
Idee zero, analisi zero, proposte zero non era quello che ci voleva, anche se la cosa ha funzionato sin quando il quadro internazionale è stato favorevole e l’euro ha vissuto la sua breve estate felice.
Quando è arrivata la crisi (dal 2008 in poi) il gioco è crollato e la delusione è andata via via facendosi strada, esplodendo nel 2013. Il sistema, ne è stato destabilizzato e, dopo la brevissima parentesi renziana, ha portato al crollo della seconda Repubblica per il congiungersi (non del tutto) casuale fra l’esito del referendum e la sentenza della Corte sull’Italicum (che peraltro era già in liquidazione per volontà dei suoi stessi ideatori).
La seconda repubblica nacque da un referendum e muore per un referendum. Non si tratta solo della sconfitta del giullare fiorentino, ma del crollo di un sistema che si sta scomponendo, a cominciare dalla scissione del principale partito di esso, mentre altre scissioni si preannunciano.
Esattamente come il quadriennio fra 1992 e 1996, assisteremo ad un susseguirsi di turbolenze di partiti che nascono, muoiono, si dividono, si unificano. E dunque vale la pena discutere quale partito serva in questa nuova stagione politica.
Certamente un partito con buoni anticorpi alla corruzione, ma non basta. Abbiamo bisogno di un partito che faccia rinascere il senso del conflitto sociale, che educhi le nuove generazioni al senso dell’azione collettiva, a pensare in termini di “noi” e non solo di “io” e questo non si fa stando incollati alla tastiera del computer, anche se il web è una risorsa notevolissima che va valorizzata, ma non resa totalizzante.
Poi abbiamo bisogno di un partito democratico che formi, selezioni e controlli la sua classe dirigente, perché di una classe dirigente non si può fare a meno, ma non è di una ristretta oligarchia da salotto che abbiamo bisogno. Anzi, abbiamo bisogno di un partito che faccia funzionare la classe dirigente in simbiosi con la partecipazione politica popolare, che promuova il più possibile elementi di democrazia diretta, che renda responsabile quel potere che oggi è del tutto irresponsabile.
E, per questo, abbiamo bisogno di un “partito pedagogico” che educhi la gente alla politica, la informi e la metta in condizione di capire le alternative che si pongono.
Decidere se fare una centrale nucleare o un altro sistema di produzione dell’energia è una decisione con un alto contenuto scientifico, noi abbiamo bisogno di un partito che renda comprensibili queste scelte alle persone.
Ma soprattutto, abbiamo bisogno di un partito che pensi, produca idee, progetti, trovi soluzioni. Ed il cuore pulsante di questo partito non può che essere il suo centro progettuale, che, però, da solo non basta. Perché possa funzionare bene, occorre che fra esso e la gente ci sia una robusta fascia di quadri politici in grado di trasmettere al centro la domanda politica che viene dal sociale e di ritrasmettere ad esso le proposte elaborate al centro, riverificarle, raccogliere le obiezioni eccetera.
Dunque, qualcosa che oggi non c’è, ma che occorre avere il coraggio di “inventare”. Ma di questo riparleremo, ricordando che il partito (contrariamente a quanto si pensava nei partiti comunisti, sbagliando) non è un fine, ma un mezzo e deve rispondere alle esigenze del suo tempo.
Fonte
L’ipotesi vagheggiata dagli esponenti del mondo pre fascista (come Bonomi, Sforza, Nitti, Orlando o Croce) di un ritorno al sistema notabilare dell’Italia liberale, era già fuori dalla storia e risultò immediatamente impraticabile: quel sistema era già andato in crisi nel 1919, poi il fascismo aveva organizzato le masse socializzandole alla politica, pure se in quadro autoritario, ed era impossibile tornare indietro.
La democrazia liberale aveva piegato le ginocchia davanti all’assalto fascista, per la sua debole legittimazione popolare, la nuova democrazia avrebbe dovuto darsi fondamenta ben più solide. Dunque, occorreva portare il popolo nella vita dello Stato e questo richiedeva partiti di massa, di insediamento sociale con vaste e ramificate organizzazioni collaterali (sindacati, organizzazioni femminili, culturali, giovanili, cooperative eccetera). E i quadri dei nuovi partiti erano già stati formati dalla Resistenza: circa la metà dei membri dell’Assemblea Costituente erano ex partigiani, così come lo erano la netta maggioranza dei quadri di partito comunisti, socialisti, azionisti ed anche buona fetta di quelli democristiani. E bisogna dire che il modello per un quarto di secolo funzionò abbastanza, educando alla politica il popolo italiano: sostanzialmente era quello che ci voleva.
La cosa andò in crisi negli anni settanta, quando l’incomprensione dei movimenti del sessantotto confluì con i processi di burocratizzazione dei partiti. Negli anni ottanta i partiti divennero sempre meno capaci di svolgere la loro funzione di trasmettere la domanda politica. Poi la deriva della corruzione fece il resto ed arrivò il crollo.
Il rifiuto di quei processi di burocratizzazione e delle pratiche corruttive, il fastidio per le incomprensibili liturgie della politique politicienne, ma soprattutto la resa ormai scarsissima del sistema politico, sempre meno capace di produrre decisioni utili a fronteggiare i problemi che sorgevano, spinsero alla liquidazione dei partiti e al deperimento del loro associazionismo collaterale: la gamba malata non fu curata ma amputata.
Prese piede la leggenda del “partito leggero”, della politica non intermediata dagli apparati, incarnata dal leader che parla al “popolo” attraverso la Tv. Per un po’ di tempo quella retorica ha funzionato e gli italiani sono stati convinti di marciare a vele spiegate verso la modernità globalizzante, con una politica che non disturbava il mercato (e per questo si sciolsero le partecipazioni statali).
Ma, a differenza della vicenda della Prima repubblica, che ebbe un primo tempo felice, durante il quale si fece la ricostruzione, si rimise in piedi l’industria, si realizzò una pur imperfetta modernizzazione e si educarono le masse alla politica, questa Seconda Repubblica non conobbe quel tempo, perché fu un frutto bacato dalla nascita: la corruzione riprese assai presto, gli apparati si dissolsero, ma solo per lasciare il posto a partiti padronali come Forza Italia, o a ristrette cerchie oligarchiche che nominavano deputati (e questo già con il Mattarellum), soprattutto il ceto politico mostrò una capacità sempre più ridotta di capire i processi in atto e sviluppare strategie adeguate.
Su tutto prevalse l’esigenza di “forare il video”, dilagò la cultura dello slogan, un crescente semplicismo che rimuoveva la complessità della politica. Fu il trionfo del “facilismo” nessun partito ebbe più riviste, istituti di ricerca, case editrici, centri studi o convegni di studio. Quanto alle fondazioni: sono fiorite ma, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno avuto solo la funzione di centro di pubbliche relazioni e di raccolta fondi.
Idee zero, analisi zero, proposte zero non era quello che ci voleva, anche se la cosa ha funzionato sin quando il quadro internazionale è stato favorevole e l’euro ha vissuto la sua breve estate felice.
Quando è arrivata la crisi (dal 2008 in poi) il gioco è crollato e la delusione è andata via via facendosi strada, esplodendo nel 2013. Il sistema, ne è stato destabilizzato e, dopo la brevissima parentesi renziana, ha portato al crollo della seconda Repubblica per il congiungersi (non del tutto) casuale fra l’esito del referendum e la sentenza della Corte sull’Italicum (che peraltro era già in liquidazione per volontà dei suoi stessi ideatori).
La seconda repubblica nacque da un referendum e muore per un referendum. Non si tratta solo della sconfitta del giullare fiorentino, ma del crollo di un sistema che si sta scomponendo, a cominciare dalla scissione del principale partito di esso, mentre altre scissioni si preannunciano.
Esattamente come il quadriennio fra 1992 e 1996, assisteremo ad un susseguirsi di turbolenze di partiti che nascono, muoiono, si dividono, si unificano. E dunque vale la pena discutere quale partito serva in questa nuova stagione politica.
Certamente un partito con buoni anticorpi alla corruzione, ma non basta. Abbiamo bisogno di un partito che faccia rinascere il senso del conflitto sociale, che educhi le nuove generazioni al senso dell’azione collettiva, a pensare in termini di “noi” e non solo di “io” e questo non si fa stando incollati alla tastiera del computer, anche se il web è una risorsa notevolissima che va valorizzata, ma non resa totalizzante.
Poi abbiamo bisogno di un partito democratico che formi, selezioni e controlli la sua classe dirigente, perché di una classe dirigente non si può fare a meno, ma non è di una ristretta oligarchia da salotto che abbiamo bisogno. Anzi, abbiamo bisogno di un partito che faccia funzionare la classe dirigente in simbiosi con la partecipazione politica popolare, che promuova il più possibile elementi di democrazia diretta, che renda responsabile quel potere che oggi è del tutto irresponsabile.
E, per questo, abbiamo bisogno di un “partito pedagogico” che educhi la gente alla politica, la informi e la metta in condizione di capire le alternative che si pongono.
Decidere se fare una centrale nucleare o un altro sistema di produzione dell’energia è una decisione con un alto contenuto scientifico, noi abbiamo bisogno di un partito che renda comprensibili queste scelte alle persone.
Ma soprattutto, abbiamo bisogno di un partito che pensi, produca idee, progetti, trovi soluzioni. Ed il cuore pulsante di questo partito non può che essere il suo centro progettuale, che, però, da solo non basta. Perché possa funzionare bene, occorre che fra esso e la gente ci sia una robusta fascia di quadri politici in grado di trasmettere al centro la domanda politica che viene dal sociale e di ritrasmettere ad esso le proposte elaborate al centro, riverificarle, raccogliere le obiezioni eccetera.
Dunque, qualcosa che oggi non c’è, ma che occorre avere il coraggio di “inventare”. Ma di questo riparleremo, ricordando che il partito (contrariamente a quanto si pensava nei partiti comunisti, sbagliando) non è un fine, ma un mezzo e deve rispondere alle esigenze del suo tempo.
Fonte
15/06/2016
Il futuro della destra dopo Berlusconi
Berlusconi è stato operato al cuore per
la sostituzione della valvola aortica ed ha superato l’intervento. Non
appartenendo a quelli che pensano di risolvere i problemi politici con
la morte dell’avversario (e la morte non la auguro neppure a Renzi), gli
auguro sinceramente di superare brillantemente il decorso post
operatorio e vivere ancora a lungo. Ma, anche in questo caso, appare ormai quasi scontato che le condizioni di salute non gli consentiranno più di svolgere un ruolo politico di primo piano e, tanto meno, di porsi a capo di una coalizione di centro destra.
Ci sono limiti fisici, per quanto la
ripresa possa andare al di là delle aspettative (e, sinceramente,
glielo auguriamo). Ma dove non arriveranno i limiti fisici, peserà il
logoramento di credibilità già molto avanzato prima di questi incidente
cardiologico e che ora, anche in vista dell’ottantesimo compleanno, è
diventato totale: non credo che, salvo pochissimi aficionados, ci siano
italiani disposti a scommettere qualcosa su un ottantenne, pluri
cardiopatico ed in aperta decadenza.
E’ possibile che Berlusconi possa giocare ancora qualche ruolo come kings maker, ma nelle quinte e non in vista. Dunque, la destra, d’ora in poi, dovrà fare senza di lui definitivamente e, per forza di cose, sarà una destra diversa.
Non pare probabile che la leadership
possa essere assunta da Salvini con l’appoggio della Meloni. E’ vero che
hanno battuto Marchini a Roma e Osvaldo Napoli a Torino, ma sai che
consolazione se poi si resta tutti fuori del ballottaggio! Poi a Milano
la lista di Salvini è stata travolta da quella di Forza Italia.
Soprattutto: Salvini non prende niente al sud ed è fuori gara, mentre il
centro destra ottiene i suoi risultati migliori (Milano e Napoli) dove,
al di là delle caratteristiche personali dei candidati, si presenta con
l’immagine moderata e centrista di Parisi o Lettieri.
Dunque si apre un’aspra competizione
interna che avrà il suo cuore in Forza Italia o quel che ne rimane. Per
ora gli schieramenti sembrano essere quelli della Gelmini, Toti ed altri
che puntano all’asse con Salvini e la Meloni e quello della Carfagna
forse appoggiata dai “moderati” Letta e Brunetta che potrebbero
orientarsi verso un recupero dei vari Alfano, Fitto, persino Verdini
nell’intento di fare di nuovo il principale partito del centro destra.
Ma è sicuro che interverranno molti altri fattori: lo scontro fra i
figli del Cavaliere ed il “cerchio magico” della Pascale che non ha
saputo prendersene efficacemente cura, poi gli “aziendali” come
Confalonieri che da sempre sono per un allentamento dei rapporti fra
politica ed affari. Ma potrebbero entrare in gioco anche alcuni nomi
“nuovi” come Parisi, Lettieri o quei candidati che hanno avuto un
successo almeno parziale, come essere arrivati al ballottaggio. Potrebbe
anche rientrare in gioco un personaggio come Fini e magari nel gioco
potrebbero anche rientrare Casini con i suoi. Insomma pieno subbuglio
del quale è impossibile dire cosa uscirà, ma proprio per questo va presa
in considerazione sia l’ipotesi di una “implosione dell’area” sia
quella dell’emergere di un nuovo centro destra molto diverso dal passato
e forse molto più rispettabile: più moderato e centrista, senza il
vistoso conflitto di interesse e le gaffes internazionali di Berlusconi,
con una destra interna (Lega e Fdi) molto meno incisiva.
Sarebbe un competitore molto più
pericoloso per Renzi che non la vecchia destra contro la quale si
poteva giocare sull’antiberlusconismo e suonare la solfa
dell’antifascismo. Guadagnare consensi sarà sempre meno facile, stretti
fra un centro destra efficiente e mondato dalle vistose pecche
precedenti, ed un M5s agguerrito ed in pieno lancio.
Anche questo converge in quella fase di profonda ristrutturazione del sistema dalla seconda alla terza repubblica di cui dicevo subito dopo il primo turno.
Ne vedremo ancora delle belle, ma i vecchi ritornelli del bipolarismo,
della governabilità, della sinistra appaltata al Pd,
dell’antiberlusconismo eccetera eccetera sono già molto esauriti ed in
breve non avranno più alcuna efficacia.
Anche qui molto dipenderà dall’evolvere
della crisi, a cominciare dall’esito della Brexit. E sempre meno saranno
utili le categorie di pensiero cui siamo abituati.
27/01/2015
Quirinale: alla vigilia
Non avevamo previsto male, a dicembre, quando sostenemmo che lo scontro sul Quirinale si sarebbe incentrato sulla questione del Nazareno: da una parte l’alleanza strategica fra Renzi e Berlusconi (con l’umile codazzo centrista), dall’altro gli oppositori del Nazareno esterni ed interni a Pd e Fi.
Non si tratta solo dell’elezione del Presidente, ma anche degli sviluppi della politica italiana per i prossimi anni e, forse, per il prossimo decennio. In primo luogo l’elezione di un Presidente del Nazareno significa che la legislatura andrà avanti sino al 2018, salvo eccezionali incidenti di percorso. In secondo luogo, in questi due o tre anni prenderà forma la costituzione materiale della terza repubblica.
Il sistema politico della seconda repubblica si è basato sull’alternanza fra le due coalizioni di centro sinistra e centrodestra (peraltro, molto meno diverse fra loro di quanto non proclamassero), lo schema della terza repubblica si profila molto diverso: un partito di centro egemone, probabilmente chiamato “Partito della Nazione” che comprende gran parte del Pd, il rimasuglio di centro attuale e Forza Italia, o quel che ne rimane, con una opposizione di destra (Lega, Fd’I, probabilmente anche i fittiani), e due collocate a sinistra (M5s e l’eventuale fusione fra Sel ed attuale sinistra Pd). Date le caratteristiche del sistema elettorale che si sta approvando, questo garantirebbe una lunghissima permanenza al potere del partito di centro, anche con percentuali di voto poco inferiori al 40%. Infatti basterebbe arrivare al secondo turno per vincere, giocando sulla reciproca esclusione delle sue ali. Il tutto in un sistema che concentra nelle mani del partito egemone il controllo assoluto di Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, e Governo. Un regime che più regime non si potrebbe.
Di qui l’importanza eccezionale di questa tornata di elezioni presidenziali.
L’asse del Nazareno il suo nome – già concordato fra Renzi e Berlusconi – già lo ha, probabilmente si tratterà di Amato o Veltroni: le “consultazioni” di Renzi sono solo manfrina.
L’opposizione al nazareno un nome non lo ha e deve costruire una candidatura, ma non ci vuol molto a capire che, così stanti le cose, l’unico nome che può essere speso, per incidere profondamente nel Pd è quello di Prodi. Potrebbe avere i consensi di Bersaniani, Cuperliani e Civatiani ma, potrebbe anche raccogliere nell’area cattolica di Fioroni e fra singoli notabili (Bindi, D’Alema), un blocco che potrebbe superare i 200 voti e con l’aggiunta di Sel, potrebbero salire a circa 240, per poi cercarne altri fra M5s, fittiani, Sel e Gal. Staremo a vedere.
Intanto osserviamo che Renzi sta dimostrando di avere una ben strana idea della democrazia. In primo luogo, è uomo che ama i segreti e la souspance: ha un nome ma è blindato, non lo dice a nessuno, sino al momento del voto.
Nella mai abbastanza compianta Prima Repubblica, la scelta del candidato al Colle spettava ai gruppi parlamentari di ciascun partito, qui abbiamo fatto un triplo salto mortale: il potere di scelta passa al segretario del partito, che, per di più, decide da solo e, infine, non comunica quello che ha in testa nemmeno al suo partito, sino a un’ora prima del voto. Quindi niente discussione né con gli altri gruppi parlamentari, né con gli alleati e neppure nel proprio: mai vista una cosa del genere, nemmeno nel partito azienda di Berlusconi che, almeno, informava delle sue decisioni i suoi dipendenti un po’ di tempo prima.
L’allievo ha superato il maestro che oggi lo segue sulla strada della suspance. Perché – mi pare chiaro – il Cavaliere sa cosa ha in mente il suo migliore allievo anche se fa finta di non saperlo. Dunque, i suoi parlamentari hanno un solo diritto: obbedirgli.
In secondo luogo, Renzi ha una idea particolare della democrazia perché pensa che le altre forze politiche abbiano un solo diritto: prendere o lasciare. E, infatti, si parla di un nome secco e non di una rosa. Ma se hai in mente un nome solo, significa che non c’è alcuna consultazione: tu metti in pista un nome il giorno stesso votandolo, poi chi ci sta ci sta. Si chiama “contratto per adesione”, ma con la dialettica democratica mi pare che abbia poco a che fare.
Peraltro, siccome da solo non ce la farebbe mai, è evidente che il nome ha già l’adesione di qualche altro. Indovinate chi? Ma allora perché non dirlo subito chiaramente? E che siamo in una loggia massonica con nomi “all’orecchio del Gran Maestro”?
Insomma, sembra che la democrazia, per Renzi, sia la decisione di un monarca assoluto dato in forma di contratto per adesione formato in una loggia massonica.
Ovviamente scherzo. Ma è così che si elegge un Capo dello Stato?
Fonte
L'Italia è un paese democratico più o meno nella medesima misura in cui lo è l'Egitto...
Non si tratta solo dell’elezione del Presidente, ma anche degli sviluppi della politica italiana per i prossimi anni e, forse, per il prossimo decennio. In primo luogo l’elezione di un Presidente del Nazareno significa che la legislatura andrà avanti sino al 2018, salvo eccezionali incidenti di percorso. In secondo luogo, in questi due o tre anni prenderà forma la costituzione materiale della terza repubblica.
Il sistema politico della seconda repubblica si è basato sull’alternanza fra le due coalizioni di centro sinistra e centrodestra (peraltro, molto meno diverse fra loro di quanto non proclamassero), lo schema della terza repubblica si profila molto diverso: un partito di centro egemone, probabilmente chiamato “Partito della Nazione” che comprende gran parte del Pd, il rimasuglio di centro attuale e Forza Italia, o quel che ne rimane, con una opposizione di destra (Lega, Fd’I, probabilmente anche i fittiani), e due collocate a sinistra (M5s e l’eventuale fusione fra Sel ed attuale sinistra Pd). Date le caratteristiche del sistema elettorale che si sta approvando, questo garantirebbe una lunghissima permanenza al potere del partito di centro, anche con percentuali di voto poco inferiori al 40%. Infatti basterebbe arrivare al secondo turno per vincere, giocando sulla reciproca esclusione delle sue ali. Il tutto in un sistema che concentra nelle mani del partito egemone il controllo assoluto di Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, e Governo. Un regime che più regime non si potrebbe.
Di qui l’importanza eccezionale di questa tornata di elezioni presidenziali.
L’asse del Nazareno il suo nome – già concordato fra Renzi e Berlusconi – già lo ha, probabilmente si tratterà di Amato o Veltroni: le “consultazioni” di Renzi sono solo manfrina.
L’opposizione al nazareno un nome non lo ha e deve costruire una candidatura, ma non ci vuol molto a capire che, così stanti le cose, l’unico nome che può essere speso, per incidere profondamente nel Pd è quello di Prodi. Potrebbe avere i consensi di Bersaniani, Cuperliani e Civatiani ma, potrebbe anche raccogliere nell’area cattolica di Fioroni e fra singoli notabili (Bindi, D’Alema), un blocco che potrebbe superare i 200 voti e con l’aggiunta di Sel, potrebbero salire a circa 240, per poi cercarne altri fra M5s, fittiani, Sel e Gal. Staremo a vedere.
Intanto osserviamo che Renzi sta dimostrando di avere una ben strana idea della democrazia. In primo luogo, è uomo che ama i segreti e la souspance: ha un nome ma è blindato, non lo dice a nessuno, sino al momento del voto.
Nella mai abbastanza compianta Prima Repubblica, la scelta del candidato al Colle spettava ai gruppi parlamentari di ciascun partito, qui abbiamo fatto un triplo salto mortale: il potere di scelta passa al segretario del partito, che, per di più, decide da solo e, infine, non comunica quello che ha in testa nemmeno al suo partito, sino a un’ora prima del voto. Quindi niente discussione né con gli altri gruppi parlamentari, né con gli alleati e neppure nel proprio: mai vista una cosa del genere, nemmeno nel partito azienda di Berlusconi che, almeno, informava delle sue decisioni i suoi dipendenti un po’ di tempo prima.
L’allievo ha superato il maestro che oggi lo segue sulla strada della suspance. Perché – mi pare chiaro – il Cavaliere sa cosa ha in mente il suo migliore allievo anche se fa finta di non saperlo. Dunque, i suoi parlamentari hanno un solo diritto: obbedirgli.
In secondo luogo, Renzi ha una idea particolare della democrazia perché pensa che le altre forze politiche abbiano un solo diritto: prendere o lasciare. E, infatti, si parla di un nome secco e non di una rosa. Ma se hai in mente un nome solo, significa che non c’è alcuna consultazione: tu metti in pista un nome il giorno stesso votandolo, poi chi ci sta ci sta. Si chiama “contratto per adesione”, ma con la dialettica democratica mi pare che abbia poco a che fare.
Peraltro, siccome da solo non ce la farebbe mai, è evidente che il nome ha già l’adesione di qualche altro. Indovinate chi? Ma allora perché non dirlo subito chiaramente? E che siamo in una loggia massonica con nomi “all’orecchio del Gran Maestro”?
Insomma, sembra che la democrazia, per Renzi, sia la decisione di un monarca assoluto dato in forma di contratto per adesione formato in una loggia massonica.
Ovviamente scherzo. Ma è così che si elegge un Capo dello Stato?
Fonte
L'Italia è un paese democratico più o meno nella medesima misura in cui lo è l'Egitto...
04/12/2014
Dalla seconda alla terza Repubblica
Venti anni fa si consumava il passaggio
dalla prima alla seconda Repubblica sotto l’urto delle inchieste per
corruzione. I pedanti sostengono che non di prima e seconda Repubblica
bisogna parlare, ma di primo e secondo tempo della storia repubblicana,
perché la Costituzione scritta è rimasta la stessa. Quello che essi non capiscono è che a mutare fu la costituzione materiale,
mentre il referendum golpista di Segni, Occhetto e Pannella
delegittimava la Costituzione riducendola al rango di “Costituzione
provvisoria”. Non c’è stata una nuova Costituzione, è bastato rendere
assai meno rigida la precedente trasformando la forma di governo da
parlamentare pura in un para-presidenzialismo surrettizio. Nello stesso
tempo si avviava il processo di destrutturazione dei partiti di massa
sostituiti da partiti “leggeri”, carismatici e, spesso, a carattere
personale.
Questo mutamento fu il prodotto della consunzione del precedente sistema politico, che pagava il prezzo del suo mancato rinnovamento negli anni settanta, cui fece seguito un decennio di involuzione ed ulteriore degenerazione partitocratica. Ma fu anche e soprattutto il prodotto dell’urto del mutamento internazionale: la fine del blocco sovietico scioglieva antichi patti (ma, singolarmente, non quello Atlantico) e rendeva superflui vecchi strumenti di mediazione sociale. L’onda neoliberista si abbatteva sulla socialdemocrazia europea espugnandola e facendone una variante liberale, e travolgeva il patto lavorista del Welfare.
Tutto questo avanzava sugli scudi di un nuovo tipo di populismo (in gran parte alimentato dalla televisione) profondamente antipolitico, miscelato con la nuova ideologia dominante. In Italia questa ondata populista assunse la forma di un esasperato giustizialismo. La sacrosanta richiesta di legalità nella cosa pubblica e di lotta alla corruzione, venne strumentalizzata in favore di una restrizione brutale dello spazio politico nella tenaglia fra mercati finanziari e “governo dei giudici” conforme alla nuova “lex mercatoria”.
Era il momento del trionfo del neo liberismo che si coniugava con l’aspettativa di un durevole ordine mondiale monopolare. Ed il progetto di una Unione europea a trazione monetaria fu la traduzione continentale di questa ondata: un po’ prosecuzione dell’obbedienza agli Usa, un po’ furbesco tentativo di insidiare “Re Dollaro”. E l’europeismo (o quel che si intendeva per esso), spopolava: salvo i soliti inglesi, assai perplessi sull’Europa e più attratti dal mare, francesi, tedeschi, olandesi, spagnoli ecc. facevano a gara a chi era più europeista, gli italiani, poi, nel 1989 plebiscitarono i trattati europei con un 88,9% in un referendum consultivo. Alle porte della Ue si accalcavano tutti i paesi dell’Est e Cipro, Turchia, Tunisia ecc. Persino il Kazakhstan – rivendicando il tratto rivierasco sul Caspio, mare chiuso europeo – poneva una sua improbabile candidatura alla Ue.
Venti anni sono passati e, in Italia, siamo di nuovo alla crisi dell’ordine costituzionale, ed, ancora una volta, a mutare è la costituzione materiale: i partiti cambiano collocazione, identità, forme d’azione e di comunicazione, spinti da dinamiche socio politiche ben diverse da quelle che avevano accompagnato il passaggio alla seconda repubblica. Soprattutto siamo in presenza di una ondata di populismo di diversa qualità: il populismo degli anni ottanta-novanta era sostanzialmente funzionale al disegno del nuovo blocco sociale dominante – a trazione finanziaria –, che postulava il totale ritiro dello Stato dall’economia e l’abbattimento del primato della politica.
Spesso i movimenti populisti si raccoglievano intorno a finanzieri, politici border line o più banali brasseurs d’affaires come Timinski in Polonia, Ross Perrot negli Usa, Collor de Mello in Brasile, Jordi Pujol in Spagna, Bernard Tapie in Francia, o il nostro Silvio Berlusconi. Pertanto, la critica alle ideologie era funzionale allo stemperamento delle identità e produceva dinamiche centripete nel sistema dei partiti. Le correnti classiche (Socialdemocratici, Democristiani, Liberali, con l’aggiunta di conservatori, gaullisti e simili) riempivano praticamente per intero lo spettro politico, disegnando alternative tutte interne al sistema, mentre le opposizioni antisistema (i residui partiti comunisti o fascisti e i nazionalismi periferici) erano ridotte ai margini di esso ed erano essenzialmente ininfluenti o costrette in alleanze subalterne ai partiti maggiori.
Oggi, in tempo di crisi, siamo in presenza di un populismo ribellista, antisistema, antifinanziario non meno che antipolitico, pur se confusamente. Soprattutto, l’ostilità si indirizza contro l’Euro e, di conseguenza, l’Unione Europea individuate (non a torto) come articolazioni di quel potere finanziario contro cui si insorge.
Le dinamiche, all’opposto di 20 anni fa, da centripete che erano si sono fatte centrifughe e le famiglie classiche non esauriscono lo spettro politico. Lì dove il sistema elettorale proporzionale (Parlamento europeo o Germania, ad esempio) o il bicameralismo perfetto (Italia) non consegna la maggioranza assoluta dei seggi al partito con la maggioranza relativa, esse debbono allearsi in “grandi coalizioni” (che di grande ormai hanno il nome, più che i numeri) in difesa dell’Euro. Dove, invece, il sistema elettorale ed il presidenzialismo consegnano la maggioranza assoluta al partito più forte, questo non accade, ma quello che era il “secondo” partito del sistema, tende a diventare il terzo (conservatori in Inghilterra, socialisti in Francia e Spagna) e, per effetto delle stesse leggi elettorali maggioritarie, a marginalizzarsi.
Tuttavia, l’insorgenza populista è tutt’altro che compatta: da un lato, possiamo individuare una destra radicale dichiarata (Fn in Francia, Lega e FdI in Italia, Alba dorata in Grecia), una destra più moderata e “conciliabile” con il sistema (AfD in Germania, Ukip in Inghilterra), dall’altro ci sono partiti più dichiaratamente di sinistra ed alternativi al sistema (Podemos in Spagna, Kke in Grecia, Pcp in Portogallo) e partiti eurocritici ma più disposti a coalizzarsi con la sinistra tradizionale (gruppo Siriza in Grecia, Sel e Rifondazione in Italia, Izquierda Unida in Spagna, Sinistra Verde Nordica) mentre casi particolari rappresentano, per diverse ragioni, la Linke in Germania e M5s in Italia. Nel complesso queste dinamiche sono in buona parte influenzate dall’impatto della crisi internazionale e segnalano una marcata tendenza all’implosione del sistema politico europeo.
C’è da chiedersi, infatti, se la costruzione europea reggerebbe qualora uno dei partiti antisistema dovesse vincere le elezioni in uno dei maggiori paesi dell’Unione (per esempio la Francia). Per altri versi, anche i casi di Portogallo, Grecia ed Italia, con l’elevato rischio di default di ciascuno di essi, pongono seri interrogativi sulla capacità di resistere dell’attuale assetto istituzionale europeo.
Anche sul piano interno ai singoli stati si manifestano tendenze implosive non trascurabili, Infatti, le formazioni politiche populiste ed “eurocritiche”, nella maggior parte dei casi, non esprimono programmi politici organici: spessissimo la politica estera è semplicemente assente dal loro orizzonte, le ricette in materia di crisi economiche e finanziarie non di rado si mostrano assai semplicistiche, quasi mai esiste un discorso sulla ricerca e l’innovazione, ed anche i discorsi sull’assetto costituzionale sono spesso generici e fumosi. Peraltro, salvo, forse, il solo caso francese e greco, non sembra che nessuno di questi movimenti sia in grado – almeno per un tempo politicamente prevedibile – di andare oltre una certa soglia di consensi. In altri casi la contemporanea presenza di movimenti anti sistema collocati sui diversi versanti, toglie consensi ai partiti tradizionali ma divide il risultato fra forze non coalizzabili fra loro. Almeno per ora, i movimenti populisti sembrano in grado di mettere in crisi l’egemonia dei partiti tradizionali, ma non di costruirne una propria.
Ormai le ragioni di crisi interna ai singoli stati si intrecciano e confondono con quelle esterne ad essi e proprie dell’Unione, rilanciandosi a vicenda. Ma chi pensasse a questa nuova ventata di populismi come ad una nube passeggera, destinata a dissolversi in breve, farà bene a rivedere i suoi calcoli: può darsi che l’ondata passi, ma solo dopo aver portato il sistema al limite di rottura. E l’Italia potrebbe essere il test decisivo.
Fonte
17/11/2014
Terza repubblica?
Nelle ultime settimane si sono
accavallati una serie di avvenimenti, in parte contraddittori, che
segnalano sordi brontolii nella pancia del sistema politico, tali da far
presagire qualche botto in arrivo.
A destra si è consumato definitivamente
il distacco fra Lega e FdI da una parte e FI dall’altra. Il solco fra Pd
e Cgil è diventato un abisso e la rissa interna si va accendendo sempre
più, nonostante la minoranza brilli per inconcludenza; il Ncd dà forti
segni di nervosismo e fa brillare l’ipotesi di un ritiro dalla
maggioranza. I sondaggi, per la prima volta, segnalano una flessione del
Pd da maggio (36% circa contro il quasi 41 delle europee, ed anche il
gradimento personale di Renzi cala vistosamente), mentre il M5s è dato
stazionario intorno al 20%, Fi e centro hanno segni di ripresa e
crescono solo Sel (di poco) e soprattutto la Lega che balza all’11%.
I sondaggi, si sa, vanno presi con le
molle sia per come sono fatti, sia perché per definizione sono
fluttuanti e ci vuol poco ad invertire le tendenze. Ora, poi,
l’inflazione di essi (ce n’è uno a settimana), sta provocando una crisi
di rigetto negli intervistati e nei lettori, per cui, più che mai, vanno
presi con beneficio d’inventario.
Però ci sono molti segnali che dicono
del forte nervosismo che serpeggia fra gli elettori ed anche l’egemonia
del Pd accenna a sgonfiarsi, nonostante l’offerta circostante non sia
brillantissima.
Vedremo alle amministrative fra pochi
giorni una foto reale delle tendenze in atto, ma qui non si tratta solo
di risultati elettorali. Siamo di fronte ad una nuova trasformazione radicale del sistema politico, come venti anni fa, che va molto oltre l’occasionale performance di questo o quel partito di questo o quel leder.
In primo luogo, qui inizia a sentirsi
davvero l’urto della crisi finanziaria internazionale e della prolungata
stagnazione dell’economia italiana che ormai brucia primati in discesa.
In questi venti anni, il sistema politico succeduto al crollo della
prima repubblica, ha trovato una sua stabilità – nonostante la classe
politica fosse assai meno capace di quella che l’aveva preceduta – grazie
al momento di euforia finanziaria internazionale. Nel complesso,
l’economia italiana galleggiava sul mare della globalizzazione senza
troppi scossoni e questo bastava. Oggi dobbiamo fare i conti con una
situazione molto più difficile e con pochissime speranze di
miglioramento a breve.
In secondo luogo si stanno liquefacendo
le forme della politica che avevamo conosciuto fra la fine della prima e
la seconda repubblica. Il Pci, prima, il Pds ed il Pd dopo, traeva la
sua principale base di consenso da un partito di insediamento sociale,
con una vasta serie di organizzazioni fiancheggiatrici (Cgil, Lega delle
Cooperative, Arci, ecc), una fitta presenza di organismi territoriali
ed il controllo di moltissimi enti locali – insomma la classica
fisionomia del partito di massa, parzialmente conservata anche nella
seconda repubblica –.
Il Pdc-Pd aveva già iniziato a scivolare verso il modello del “partito del leader”
all’americana (nonostante di leader ne triturasse uno ogni 4 anni in
media), ma con Renzi sta avendo una metamorfosi completa e radicale:
deperiscono gli organi periferici (circoli e federazioni), crollano gli
iscritti, si mollano gli ormeggi sindacali, il partito non ha più una
base sociale precisa, ma diventa un “partito prenditutto” il cui unico
magnete elettorale è l’ascendente del “capo”. Da questo punto di vista,
il Pd, ancor più di Fi o del M5s sta diventando “partito del capo” che
azzera ogni dissidenza interna e non ha neppure un vero e proprio gruppo
dirigente collettivo. E in questo partito gli iscritti conteranno
sempre meno perché i congressi – se pure se ne faranno ancora – saranno
sempre più liturgie del karaoke, quello che conterà saranno le primarie
nelle quali voteranno sempre più elettori di centro e di destra.
La minoranza che sogna riscosse interne,
non ha capito che non sta più nel Pds e neppure nel Pd, ma nel prossimo
“Partito della Nazione” diverso per struttura interna, per funzione e
collocazione politica: questo sarà un partito di centro con decise
puntate a destra. Bersani, Speranza ecc. stanno a Renzi come Turati
stava a Mussolini: uomini del secolo precedente del tutto inadeguati di
fronte all’arroganza violenta del nuovo inquilino del potere.
Di fronte ad uno che risponde come Renzi
fa normalmente con la minoranza Pd, ci sono solo due cose possibili da
fare: o alzarsi e spaccargli fisicamente la faccia dicendogli “Ti ho spaccato la faccia”,
o uscire e fare un partito che abbia come suo principale avversario
quello di Renzi. Nell’imbarazzo della scelta, si possono fare entrambe
le cose in successione. Il Pd sta diventando una cosa di mezzo fra un
partito all’americana ed il Pnf.
Poi ci sono le trasformazioni indotte dal collasso della televisione,
il media principe dell’ultimo mezzo secolo. Per sessanta anni la Tv
(soprattutto nei paesi in cui era pubblica) ha svolto una funzione
didattica, socializzando vaste masse alla politica ed alla cultura come
mai era accaduto prima. Se la società del Novecento è diventata una
società della cultura di massa e della partecipazione politica di massa
lo deve più di tutti alla televisione. Ma oggi la formula è stanca per
molti motivi: la comparsa della Tv commerciale ha creato un alternativa
al ribasso culturale ed il video comando ha indotto alla pratica dello
zapping, premessa inconscia della fine del palinsesto televisivo. Oggi
sopravvive ancora questo tipo di Tv, ma sempre più stancamente e
perdendo costantemente ascolti. E’ probabile che nel giro di pochi anni,
l’interazione fra Tv e computer produrrà l’abbandono del palinsesto: la
tv trasmetterà in diretta solo i notiziari ed eventi sportivi o
spettacoli, mentre, per il resto le televisioni si trasformeranno in
società produttrici di format televisivi a pagamento, che gli spettatori
sceglieranno da un menù per guardarli quando meglio gli parrà.
In fondo già un po’ accade con youtube.
Questo avrà una serie di ricadute non banali: spingerà le Tv ad
abbandonare sempre più l’impegno culturale e formativo a favore del
taglio commerciale, in secondo luogo, questo accentuerà la
diversificazione dell’offerta e, conseguentemente, le tendenze sloaniste
già presenti nella nostra società, si modificheranno anche i rapporti
pubblicitari fra ente produttore ed inserzionisti. Forse tutto questo
provocherà una ripresa degli ascolti televisivi. Nel frattempo, la Tv ha
perso molto terreno nei confronti del Web. La Tv è stata l’ultimo media
mono-direzionale, e, nella sua versione commerciale è stato il media
ideale del successo berlusconiano. Il Web è il primo media interattivo e
bidirezionale ed, in questo senso è terreno sfavorevole al Pd e
soprattutto a Fi, mentre ha propiziato il successo del M5s. Insomma, se
Berlusconi è in crisi, non è solo perché c’è stato il bunga bunga o
perché non riesce più ad incantare nessuno con le sue mirabolanti
promesse (ora ce n’è uno che le spara più grosse di lui), la ragione
strutturale è che il suo principale strumento di raccolta del consenso
si è logorato.
Poi ci sono i mutamenti indotti dalla situazione internazionale
che hanno il principale riflesso sul M5s e sulla Lega. E’ ovvio che sia
nato un robusto partito anti-euro, data la situazione economica del
paese, ed è altrettanto ovvio che a beneficiarne siano state le due
formazioni che occupano le posizioni estreme, M5s e Lega, ma nel caso
della Lega c’è qualcosa di più. Come si ricorderà, la Lega ha sempre
alternato posizioni dichiaratamente separatiste ed indipendentiste a
posizioni di federalismo regionalista spinto. Questo accadeva in un
contesto in cui la Germania era il magnete europeo con la sua politica
delle macro regioni trasnsfrontaliere (cosa non nuova, visto che ne
avevano già parlato Kjellèn ed Hausofer fra 80 e 90 anni fa), ma la
Germania attuale guarda sempre più ad est ed è assai meno interessata
all’Europa, se non come sua debitrice.
La Lega, scegliendo di
cavalcare l’opposizione anti-euro automaticamente si mette contro
Berlino e, perciò stesso, vede venir meno il suo sogno secessionista
mitteleuropeo.
Contemporaneamente è nato un altro
“sole” delle alpi, ma questa volta non verso le Orobie o le Dolomiti,
quanto fra le Marittime, le Cozie e le Graie: il Front National di
Marine Le Pen. E la Lega (che non a caso recupera molto delle formazioni
fasciste o para fasciste, da FdI a Casa Pound) si presenta come partito
nazionale, pronto a sbarcare nel centro sud agitando due vessilli: la
lotta all’euro e quella all’immigrazione. Ormai la Lega occupa lo spazio
che fu di An e, prima ancora, del Msi, ma con intenzioni egemoni anche
maggiori.
A sinistra le novità
sono meno accentuate: si parla sempre di questo partito che potrebbe
nascere dalla fusione fra una parte della minoranza Pd, Sel e un po’ di
fuoriusciti del M5s, però per ora la cosa stenta a prender corpo. Ma ne
riparleremo. Per ora mi pare che la panoramica sia già sufficientemente
completa per dire che anche la seconda repubblica sta crollando e si
intravede una terza repubblica di cui ancora non si scorgono nitidamente
i connotati, ma che, per ora, non promette molte cose positive.
20/07/2014
Ruby, perché la terza repubblica si legittima sulle orge della seconda
“È un tempio, la natura, dove le a volte le parole escono confuse da viventi pilastri” (Baudelaire, I fiori del male)
La repubblica italiana ha meno di
settanta anni, non molti per i processi storici nei quali le
costituzioni si vogliono intrecciare, e ha già visto scomparire due
pilastri rispettivamente della costituzione formale e materiale: il
lavoro e i partiti. Di conseguenza, in un mondo globalizzato dove il
lavoro e la politica residui riconoscono il livello di comando della
finanza e della moneta, ha già cambiato la costituzione con
l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. Nell’indifferenza
della maggioranza della popolazione ma anche nella vigile attenzione di
chi ha indirizzato questo processo: la governance continentale che ha
rilevato la sovranità monetaria di questo paese in cambio di niente. Già
l’Italia è, o era a seconda dei punti di osservazione, uno strano
paese. Il presidente della repubblica, nel mezzo della crisi del debito
di tre anni fa, è andato a giro per l’Europa a teorizzare pubblicamente
la cessione di sovranità dell’Italia. Nessuno gli ha detto pubblicamente
niente ma la sua rielezione, fatto unico nella breve storia
repubblicana, parla in modo eloquente. Non c’è quindi da stupirsi se un
paese del genere è in declino. E se si è affidato ad un continente che
adatta ogni principio di rappresentanza, e ogni tecnologia politica e
amministrativa, a un tipo di economia, un misto tra mercato autoregolato
e ordoliberalismo, che non trova un futuro apprezzabile per decine di
milioni di persone in nessuna seria proiezione di scenario.
In un contesto del genere l’assoluzione
di Berlusconi a Milano si adatta come un pesce pescato guizzante e
gettato di nuovo vivo altrove, in un mare appena diverso. Certo, una
lettura antropologica del piano giuridico, e della procedura
processuale, potrebbe dirci molto non solo del processo ma anche di
questo paese. Di sicuro non solo del fatto che Berlusconi è stato
assolto per il reato di concussione, nel momento in cui telefona in
questura a Milano per ottenere l’affidamento della minore Ruby. Ma anche
perché, stando alle cronache giudiziarie, gli è stato pure riconosciuto
il fatto che non poteva sapere che la stessa Ruby era minorenne.
Sull’età della giovane marocchina si gioca tutto un trattato di satira
politica scritto direttamente dalle istituzioni di questo paese. Il
parlamento si è espresso a maggioranza sostenendo che Berlusconi agì,
verso la procura di Milano, convinto di aiutare una minore nipote un
capo di stato estero. E si parla dello stesso parlamento, anzi la stessa
maggioranza con il Pd in convinto supporto, che ha votato il pareggio
in bilancio nella costituzione.
Il romanzo di satira politica, attorno
alla vicenda Ruby, prosegue se si guardano in sequenza i giudizi che, in
attesa della motivazione della sentenza, emergono dal dibattimento a
Milano:
a) Berlusconi chiede, e non minaccia, l’affidamento di Ruby come minore (quindi assolto)
b) in altra fattispecie Berlusconi non
sapeva che Ruby era minore (quindi l’induzione alla prostituzione
minorile in ogni caso non sussiste).
La presenza della giovane ad Arcore,
spiegata da Berlusconi per motivi di filantropia, assume quindi la
dimensione del periodo di un contraddittorio travaglio esistenziale
legato al senso, e alle modalità temporali, del disvelamento della
propria anagrafe da parte di una giovane scappata di casa. Insomma, se
quanto istituzionalmente detto e scritto fosse preso sul serio allora
nemmeno De Amicis in Dagli Appennini alle Ande avrebbe scritto un
romanzo più straziante, sofferto e morale di quello emerso dal
parlamento delle repubblica e dai giudici di Milano.
Ora, è giusto ed anche necessario,
sostenere un garantismo radicale. Solo che qui siamo di fronte ad un
parlamento ed un tribunale degni della assoluzioni più sfacciate ai
potenti, come descritte in modo acutissimo in Justine e Juliette nella
Francia dell’Ancien Regime. Chiunque ha guardato il materiale a
disposizione in rete si è fatto un’idea chiara: Arcore, Roma e la villa
in Sardegna erano, assieme a dove l’ex presidente lo desiderasse, nodi
di una rete orgiastica organizzata da Berlusconi. Poi si può dare un
giudizio antropologico, politico, legale. Va inoltre indicato che,
attorno alla modifica del reato di concussione, voluta dal ministro
Severino, a suo tempo non si sono solo poste le condizioni per salvare
Berlusconi oggi in questo processo. Ma anche per favorire il processo
politico che vuole che ciò che rimane dei vertici di Forza Italia,
emanazione del sofferto periodo di evoluzione di Mediaset, sia un
pilastro fondamentale della costruzione della terza repubblica. Se
questa costruzione passa dalla legittimazione delle orge della seconda,
pace. E quando Piersilvio Berlusconi ha parole di apprezzamento verso
Renzi si capisce che la cordialità lavora da preludio al completamento
dell’intesa.
Ma quale asse politico-istituzionale
verrebbe fuori se passassero, assieme, legge elettorale e riforma del
senato? Quale asse alla fine rappresenta il passaggio politico
successivo alla legge Severino?
A parte il grosso interrogativo sul
ruolo del senato, che somiglierebbe ad una camera dei lord (non elettiva
che, se non decorativa, reintrodurrebbe dei principi di eleggibilità
degni dello statuto albertino), la logica della ristrutturazione dei
poteri a venire rimane assai evidente. L’Italia ha subito un processo di
annessione all’Unione Europea proprio perché nell’integrazione non ha
avuto contropartite materiali né di potere. Anzi, l’elezione di Juncker
tende ad escludere la logica stessa dei veti nazionali alle politiche
comunitarie. Per cui, compiuto da tempo il processo di liquidazione
della sovranità monetaria, si accelera quello della dismissione della
sovranità economica e fiscale. Sul piano nazionale si risponde quindi, a
questa ristrutturazione dei poteri continentali, ricavando un nuovo
ruolo al potere centrale. Che non può che essere naturalmente
autoritario. Prima di tutto perché l’Unione Europea chiede ai parlamenti
nazionali, dei paesi Piigs s’intende, poteri forti, rapidi e certi
nell’esecuzione delle politiche continentali e della governance dei
bilanci. Secondo perché, con il ritrarsi dello stato
dall’amministrazione del territorio (dall’abolizione delle provincie
all’accorpamento di numerosi uffici) le istituzioni devono rispondere al
declino del soft power territoriale con maggiore forza a livello
centrale, pena il declino definitivo dello stato. Terzo perché, dovendo
rispondere più all’Ue e alla Bce che alla popolazione italiana, una
democrazia fatta di bilanciamento dei poteri istituzionali, di tutela
delle differenze e delle minoranze, risulta politicamente paralizzata.
Quarto, più antropologico, perché in presenza di risorse scarse, con una
società che complessivamente si sta impoverendo è evidente come uno o
più gruppi forti si coalizzino per sbarrare la strada alla maggioranza
concorrente e governare queste risorse col le proprie leggi.
La terza repubblica francese fu
politicamente rissosa e frammentata, nazionalista e colonialista quella
italiana la si progetta autoritaria perché subordinata al colonialismo
della governance Ue e della moneta. Ed è una nascita che non può non
comportare l’affiliazione, e la legittimazione, di quel potere del
passato funzionale al nuovo. Forza Italia e Mediaset, seppur in declino,
garantiscono infatti quella quota di potere politico, mediatico,
finanziario in grado di contribuire a chiudere il progetto. Si capisce
quindi perché si legittima Ruby praticamente in gloria, con assoluzione
piena. Resta, mettendo tra parentesi le controversie processuali e la
questione dello spostamento di poteri entro la Procura di Milano, la
dimensione del simbolico di questo potere, di come si sta ponendo di
fronte alla maggioranza della popolazione. Per capirsi: un vescovo di
inizio ‘800, di nome Watson, si raccomandava alle classi dirigenti
inglesi non tanto di praticare la moralità quanto di ostentarla e di
curarne l’immagine. Il governo dell’immagine della moralità attiva una
miriade spontanea di poteri disciplinari microfisici che, alla lunga,
può ben mitigare anche i più furiosi conflitti. La citazione di questo
Watson è di Michel Foucault e ricorda un aspetto fondamentale delle
società di massa: l’immagine, in questo caso della moralità, è una forza
primaria di governo. La terza repubblica non nasce certo su questo
genere di immagine. Infatti Renzi, che conosce benissimo questa
dinamica, sta giocando su un piano di immagine che non è quello della
moralità ma è quello della convenienza (gli 80 euro come totem della
cifra-denaro). Quando mancherà anche il feticcio della convenienza, e le
previsioni macroeconomiche paiono impietose, vedremo cosa accadrà. Nel
frattempo la forza dell’avvocatura di Berlusconi, a difesa delle sue
orge, si pone come potere costituente della progettata terza repubblica.
Poi quanto durerà la repubblica
italiana, che ha già ridotto la costituzione del ’48 a decorazione, è
altra questione. Il regno d’Italia è durato 84 anni. Per pareggiarne la
durata la repubblica deve toccare il traguardo del 2029. Se dobbiamo
aggiungere al recente passato altri quindici anni di questi processi
politici, entro una stagnazione economica che può ancora durare qualche
lustro, diventa lecito dubitare dell’esistenza della repubblica per quel
periodo. Qualsiasi cosa venga dopo, se il paese continua con questo
genere di vita pubblica, la fine della repubblica sarà disastrosa e
ingloriosa. Senza alcun stile e, probabilmente visto lo sterminio delle
arti in Italia via bomba finanziaria, senza alcuna avanguardia a
rappresentarlo.
Per Senza Soste, nique la police
19 luglio 1944
Fonte
07/03/2014
Gli sciamani della legge elettorale
Da ormai un quarto di secolo ogni tentativo di manipolazione della legge elettorale rappresenta una vera e propria promessa dello sciamano. Quella di un’era di pace, armonia e forza interiore una volta conclusosi il rito, reso estatico dai titoli dei giornali, del passaggio da un sistema elettorale all’altro. In verità il rito di passaggio si è già compiuto due volte, nel 1993 e nel 2005, ci sono stati due referendum in cui il capro espiatorio della legge elettorale in vigore non è stato ammazzato mentre, nel corso di 25 anni, si sono susseguiti decine, se non centinaia, di sciamani. Ognuno con le loro formule di rito, ce n’era uno (Guzzetta) che era riuscito a proporre un qualcosa di peggiorativo persino della legge Acerbo (quella che portò al potere Mussolini). Nessun paese occidentale ha perso un quarto di secolo in queste stupidaggini, che si sono imposte in ogni lessico politico: Francia e Germania, quest’ultima in forma residuale, hanno riformato pochissime volte la loro legge. Ma perché si impone in Italia, alla fine degli anni ’80, il dibattito ufficiale sulla riforma elettorale?
Per un motivo molto sistemico e molto legato alla fine della rappresentanza tramite i partiti di massa dell’epoca del fordismo: si trattava di verticalizzare i poteri nella società, e nelle istituzioni, espellendo il potere di interdizione di settori di società (lavoratori, pubblico impiego) ormai inservibili nella prospettiva allora definita postfordista. La legge elettorale doveva quindi semplificare la rappresentanza, lasciando potere sufficiente ad una nuova classe dirigente per ristrutturare, da destra, istituzioni ed economia del paese. La legge elettorale sarebbe stato lo strumento più semplice, viste le difficoltà procedurali per “riformare” la Costituzione, per compiere significativi passi avanti in questo processo di semplificazione e di verticalizzazione della rappresentanza. C’era però un problema, non certo legato alla resistenza di una società polimorfa e complessa quanto sostanzialmente fuori dalla politica: quello della classe dirigente che ha dato vita a questo processo. Animandolo con le sue filiazioni nel corso del quarto di secolo successivo. A differenza del periodo del "discorso di Bayeux", l’annuncio da parte di De Gaulle della fine del potere di interdizione del Parlamento e successive riforme, la classe dirigente italiana è (ed è stata) qualcosa di diverso rispetto a quanto necessario, anche a destra, per questo tipo di verticalizzazione. Il gollismo, soluzione da destra della crisi della quarta repubblica in Francia, era espressione di un gruppo dirigente coeso ed intelligente, formatosi con la guerra e con una strategia di società. Le infinite riforme elettorali italiane sono espressione di un gruppo dirigente frastagliato, barocco, nel quale, ad ogni occasione, una cordata cerca di imporre la propria egemonia non in termini di proposta politica ma cercando di imporre l’ennesima riforma elettorale. Riforma che va quindi letta per come è: una continua ristrutturazione dei flussi (e degli equilibri) di potere al vertice della politica italiana. Ristrutturazione che, a modo suo, insegue le mutazioni presenti nelle reti di potere bancarie, finanziarie, industriali. In un modo che, è sotto gli occhi di tutti, non trova mai una forma definitiva. Resta così un conflitto infinito alimentato dal desiderio di aver indovinato la formula aurea, che garantisce la cordata di chi la propone, del trasferimento di potere verso l’alto che liquidi ogni reale problema di rappresentanza. L’ironia della storia si manifesta qui: il potere diffuso della società, che si voleva liquidare con le “riforme”, in un quarto di secolo non ha quasi mai realmente reagito con efficacia (se non per qualcuno che si è innamorato della propria propaganda). La paralisi, venticinquennale, della crisi del sistema politico è quindi dovuta ad una guerra civile permanente tra cordate di ceto politico. Cordate che, oltretutto, fanno valere il proprio potere di interdizione ad ogni tentativo di ristrutturazione. Le mitiche riforme, come all’inizio degli anni ’80 l’ormai celeberrima separazione del tesoro da Bankitalia serviva per introdurre il sistema economico-finanziario alla futura moneta unica, sarebbero dovute servire per avvicinare le modalità di decisione del potere italiano all’ormai imminente trattato di Maastricht.
Oggi, con una governance Ue-Bce che predetermina, da tempo, molti passaggi sostanziali, ed anche formali, del governo, parlare di riforme elettorali è un esercizio ancora buono per riempire pagine di giornali in declino di lettori, ma sempre meno utile per riprodurre reale potere politico. Specie in un governo, quello Renzi, spaccato tra due opzioni reali: quella del Presidente del Consiglio, promossa da chi pensa che l’Europa debba tornare a far crescere il mercato interno come il Financial Times, e quella del Ministro dell’Economia, un superfalco dell’austerità, diretto responsabile del default argentino del 2001, che guarda al rigorismo neomercantilista berlinese come ad una stella polare. Renzi, che sta cercando di mediare tra queste due diverse opzioni, si dimostra uno e centomila anche nel momento in cui deve azzeccare l’ennesima formula del rito della legge elettorale. Il fenomenale statista di Rignano, infatti, di fronte al più colossale pasticcio politico-costituzionale dai tempi di Cavour ad oggi, con la nuova prospettiva di una legge elettorale differente per ognuna delle camere (grazie ad una modalità legislativa che ricorda il future di borsa piuttosto che il dettato della Corte Costituzionale) è infatti riuscito a congegnare una delle sue storiche dichiarazioni. “Spero”, ha detto Renzi, che “l’accordo raggiunto sulla legge elettorale alla Camera sia utile al proseguo della legislatura”. Tattica delle dichiarazioni a parte, “spero” è un verbo, un auspicio in prima persona che rivela il fiato corto di un uomo, di una politica, del futuro di una classe dirigente. Basterebbe guardare alla Germania, che ha vissuto benissimo politicamente parlando, i suoi tre mesi di trattative per la formazione di un governo, dopo le elezioni, per capire che la questione della legge elettorale è un falso problema politico. Dopo una quasi guerra dei 30 anni non sarebbe male.
Matteo Renzi, politicamente parlando, è uno di quegli sciamani che, sapendo di non poter guarire nessuno, eccede in pratiche ipnotiche. Diciamo che è quel tipo di sciamano che, dopo “il viaggio”, non rientra mai nel mondo reale con la soluzione del problema. Dopo averla promessa a tutti, s’intende.
L’unica curiosità, più antropologica che politica, è che Renzi ha trovato una platea di gruppi sociali che ritrovano coesione spontanea proprio grazie a queste pratiche ipnotiche. Che dire infatti degli insegnanti che vanno in estasi quando Renzi parla di scuola, senza sapere che sono pronte riforme thatcheriane che li ridurranno in condizioni peggiori rispetto alla Gelmini? O del pubblico impiego che applaude “al Renzi” quando è atteso da riforme che sembrano dettate dai Chicago Boys a Pinochet dopo il golpe? O dai pensionati, spesso disconnessi cognitivamente dalla società reale, che lo applaudono non sapendo che, proprio loro, dovranno finanziare qualche ristrutturazione suggerita dalle Cayman?
Che dire, c’è solo da sperare che questo governo si blocchi, come accaduto per Letta.
Il riformismo del Pci, quello funereo dell’unità nazionale, una base materiale ce l’aveva: equo canone, servizi, istruzione. In cambio di un mondo del lavoro domato. Le “riforme” del Pd non hanno alcuna base materiale, salvo per i vertici della società, o comunque minore rispetto a quella generata dal laissez-faire berlusconiano, in compenso necessitano di pratiche sciamaniche. E la questione andrebbe presa più sul serio da chi pensa che la politica sia uno scontro, o una sommatoria, tra interessi razionali, espressi da individualità riflessive in vista di un equilibrio complessivo. Il politico è un animale che promuove emancipazione nel momento in cui è consapevole della propria animalità. Altrimenti la società resta in mano agli sciamani.
Per Senza Soste, nique la police
5 marzo 2014
Fonte
Per un motivo molto sistemico e molto legato alla fine della rappresentanza tramite i partiti di massa dell’epoca del fordismo: si trattava di verticalizzare i poteri nella società, e nelle istituzioni, espellendo il potere di interdizione di settori di società (lavoratori, pubblico impiego) ormai inservibili nella prospettiva allora definita postfordista. La legge elettorale doveva quindi semplificare la rappresentanza, lasciando potere sufficiente ad una nuova classe dirigente per ristrutturare, da destra, istituzioni ed economia del paese. La legge elettorale sarebbe stato lo strumento più semplice, viste le difficoltà procedurali per “riformare” la Costituzione, per compiere significativi passi avanti in questo processo di semplificazione e di verticalizzazione della rappresentanza. C’era però un problema, non certo legato alla resistenza di una società polimorfa e complessa quanto sostanzialmente fuori dalla politica: quello della classe dirigente che ha dato vita a questo processo. Animandolo con le sue filiazioni nel corso del quarto di secolo successivo. A differenza del periodo del "discorso di Bayeux", l’annuncio da parte di De Gaulle della fine del potere di interdizione del Parlamento e successive riforme, la classe dirigente italiana è (ed è stata) qualcosa di diverso rispetto a quanto necessario, anche a destra, per questo tipo di verticalizzazione. Il gollismo, soluzione da destra della crisi della quarta repubblica in Francia, era espressione di un gruppo dirigente coeso ed intelligente, formatosi con la guerra e con una strategia di società. Le infinite riforme elettorali italiane sono espressione di un gruppo dirigente frastagliato, barocco, nel quale, ad ogni occasione, una cordata cerca di imporre la propria egemonia non in termini di proposta politica ma cercando di imporre l’ennesima riforma elettorale. Riforma che va quindi letta per come è: una continua ristrutturazione dei flussi (e degli equilibri) di potere al vertice della politica italiana. Ristrutturazione che, a modo suo, insegue le mutazioni presenti nelle reti di potere bancarie, finanziarie, industriali. In un modo che, è sotto gli occhi di tutti, non trova mai una forma definitiva. Resta così un conflitto infinito alimentato dal desiderio di aver indovinato la formula aurea, che garantisce la cordata di chi la propone, del trasferimento di potere verso l’alto che liquidi ogni reale problema di rappresentanza. L’ironia della storia si manifesta qui: il potere diffuso della società, che si voleva liquidare con le “riforme”, in un quarto di secolo non ha quasi mai realmente reagito con efficacia (se non per qualcuno che si è innamorato della propria propaganda). La paralisi, venticinquennale, della crisi del sistema politico è quindi dovuta ad una guerra civile permanente tra cordate di ceto politico. Cordate che, oltretutto, fanno valere il proprio potere di interdizione ad ogni tentativo di ristrutturazione. Le mitiche riforme, come all’inizio degli anni ’80 l’ormai celeberrima separazione del tesoro da Bankitalia serviva per introdurre il sistema economico-finanziario alla futura moneta unica, sarebbero dovute servire per avvicinare le modalità di decisione del potere italiano all’ormai imminente trattato di Maastricht.
Oggi, con una governance Ue-Bce che predetermina, da tempo, molti passaggi sostanziali, ed anche formali, del governo, parlare di riforme elettorali è un esercizio ancora buono per riempire pagine di giornali in declino di lettori, ma sempre meno utile per riprodurre reale potere politico. Specie in un governo, quello Renzi, spaccato tra due opzioni reali: quella del Presidente del Consiglio, promossa da chi pensa che l’Europa debba tornare a far crescere il mercato interno come il Financial Times, e quella del Ministro dell’Economia, un superfalco dell’austerità, diretto responsabile del default argentino del 2001, che guarda al rigorismo neomercantilista berlinese come ad una stella polare. Renzi, che sta cercando di mediare tra queste due diverse opzioni, si dimostra uno e centomila anche nel momento in cui deve azzeccare l’ennesima formula del rito della legge elettorale. Il fenomenale statista di Rignano, infatti, di fronte al più colossale pasticcio politico-costituzionale dai tempi di Cavour ad oggi, con la nuova prospettiva di una legge elettorale differente per ognuna delle camere (grazie ad una modalità legislativa che ricorda il future di borsa piuttosto che il dettato della Corte Costituzionale) è infatti riuscito a congegnare una delle sue storiche dichiarazioni. “Spero”, ha detto Renzi, che “l’accordo raggiunto sulla legge elettorale alla Camera sia utile al proseguo della legislatura”. Tattica delle dichiarazioni a parte, “spero” è un verbo, un auspicio in prima persona che rivela il fiato corto di un uomo, di una politica, del futuro di una classe dirigente. Basterebbe guardare alla Germania, che ha vissuto benissimo politicamente parlando, i suoi tre mesi di trattative per la formazione di un governo, dopo le elezioni, per capire che la questione della legge elettorale è un falso problema politico. Dopo una quasi guerra dei 30 anni non sarebbe male.
Matteo Renzi, politicamente parlando, è uno di quegli sciamani che, sapendo di non poter guarire nessuno, eccede in pratiche ipnotiche. Diciamo che è quel tipo di sciamano che, dopo “il viaggio”, non rientra mai nel mondo reale con la soluzione del problema. Dopo averla promessa a tutti, s’intende.
L’unica curiosità, più antropologica che politica, è che Renzi ha trovato una platea di gruppi sociali che ritrovano coesione spontanea proprio grazie a queste pratiche ipnotiche. Che dire infatti degli insegnanti che vanno in estasi quando Renzi parla di scuola, senza sapere che sono pronte riforme thatcheriane che li ridurranno in condizioni peggiori rispetto alla Gelmini? O del pubblico impiego che applaude “al Renzi” quando è atteso da riforme che sembrano dettate dai Chicago Boys a Pinochet dopo il golpe? O dai pensionati, spesso disconnessi cognitivamente dalla società reale, che lo applaudono non sapendo che, proprio loro, dovranno finanziare qualche ristrutturazione suggerita dalle Cayman?
Che dire, c’è solo da sperare che questo governo si blocchi, come accaduto per Letta.
Il riformismo del Pci, quello funereo dell’unità nazionale, una base materiale ce l’aveva: equo canone, servizi, istruzione. In cambio di un mondo del lavoro domato. Le “riforme” del Pd non hanno alcuna base materiale, salvo per i vertici della società, o comunque minore rispetto a quella generata dal laissez-faire berlusconiano, in compenso necessitano di pratiche sciamaniche. E la questione andrebbe presa più sul serio da chi pensa che la politica sia uno scontro, o una sommatoria, tra interessi razionali, espressi da individualità riflessive in vista di un equilibrio complessivo. Il politico è un animale che promuove emancipazione nel momento in cui è consapevole della propria animalità. Altrimenti la società resta in mano agli sciamani.
Per Senza Soste, nique la police
5 marzo 2014
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30/01/2014
Cala la ghigliottina sul Parlamento italiano
La notte della Repubblica nata dalla Resistenza è iniziata e non se ne vedrà per lungo tempo la fine, visto com'è ridotta la capacità di pensiero, organizzazione, opposizione del movimento operaio italiano.
Laura Boldrini, osannata come rappresentante di una sinistra "umanitaria" e dal volto presentabile, ha per la prima volta nella storia utilizzato "la ghigliottina" - appunto - ovvero quel meccanismo regolamentare che consente la chiusura "d'autorità" del dibattito alla Camera pur di evitare la decadenza del decreto legge in discussione. C'è una certa ignobile coerenza tra la storia della presidente della Camera, eletta "in quota Vendola", e questo gesto che decreta la subordinazione del Parlamento - del potere supremo in una democrazia liberale, il legislativo - al potere esecutivo. La signora Boldrini viene infatti dal quel mondo di "Ong" e istituzioni internazionali (Onu, per esempio) che ha coltivato e allenato un vero e proprio "ceto politico apolide" che - rigettato all'interno del paese di provenienza - si adatta perfettamente a fare da terminale per gli input politici della borghesia multinazionale.
Il decreto in "discussione" era come al solito, di questi tempi, uno zibaldone di misure spurie, riguardanti numerose materie stralciate o corrette dalla "legge di stabilità", l'attuale nome della finanziaria. Spiccava la norma che consente la "rivalutazione" delle partecipazioni azionarie nella Banca d'Italia, che non è - come comunemente si crede, un "organo dello Stato", ma una società per azioni distribuite fra una serie di banche private.
Fin quando il pacchetto azionario era posseduto dalle cinque "banche di interesse nazionale", si poteva legittimamente dire che la Banca di'Italia era di fatto una parte delle istituzioni pubbliche; particolarmente rilevante per il fatto di battere moneta e applicare le politiche monetarie del paese.
Con "il divorzio" tra Bankitalia e Tesoro - deciso da Andretta ormai negli anni '80 - le politiche monetarie divennero competenza di un organo solo formalmente "indipendente"; ma cessò la possibilità per via Nazionale di partecipare alle aste dei titoli di Stato, cosa che garantiva un prezzo sempre abbastanza alto e quindi rendimenti - cedole per gli investitori - relativamente basse. Il che contribuiva a tenere in relativo ordine i conti pubblici.
Si è andata da allora allargando lo "spread" che ha portato gli interessi sul debito pubblico al vertice delle spese effettuate annualmente dallo Stato. Spese peraltro non "tagliabaili" perché derivante dagli andamenti "del mercato", non dalla decisione politica.
In più, con l'eliminazione dell'Iri e altre privatizzazioni (effettuate dal primo governo Prodi), le cinque banche di "interesse nazionale" vennero privatizzate. Le fusioni successive le hanno ricondotte tutte sotto l'egida di Unicredit e Banca Intesa. La rivalutazione delle quote stabilita nel decreto porta così 7,5 miliardi "freschi" nella pancia principali banche italiane. Più che un regalo, un'elargizione principesca in tempi di fame incipiente per oltre metà della popolazione (le famiglie che vivono con meno di 2.000 euro al mese). L'Istituto è infatti autorizzato ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie all'importo di 7,5 miliardi di euro. A seguito dell'aumento, il capitale sarà rappresentato da quote di nuova emissione, pari a 25.000 euro ciascuna (anziché 20.000, come previsto dal testo originario; solo 6 miliardi, evidentemente, sembravano pochi).
Le banche italiane, specie le principali, ne avevano un disperato bisogno. Dall'inizio dell'anno è infatti iniziato il trasferimento dei compiti di "sorveglianza" da Bankitalia alla Bce. Molte di queste banche non hanno un buon equilibrio tra depositi e "attività rischiose", o addirittura "crediti inesigibili"; quindi questa iniezione di denaro - basterà riportare a bilancio la quota posseduta in Bankitalia come un "attivo", con un semplice cambiamento del valore indicato - fungerà da girovita per bilanci invece semidisastrati. L'Unione Europea, però, non può che applaudire. L'eventuale dissesto, in sede di verifica dei conti, di "banche sistemiche" come Intesa e Unicredit avrebbe conseguenze pesanti su tutto il sistema finanziario continentale. Con riflessi negativi anche sull'accelerazione imposta alla costruzione dello "stato unitario" mediante trattati sempre più stringenti.
Incredibile anche la motivazione con cui il governo Letta ha preteso che il dibattito parlamentare venisse "ghigliottinato": se non fosse stato approvato entro la mezzanotte, infatti, i proprietari di case - quasi l'80% delle famiglie - avrebbe dovuto pagare la seconda rata dell'Imu cancellata dalla "legge di stabilità". Insomma, per evitare una figura di merda a un governo di pasticcioni che hanno trasformato la normativa fiscale sulla casa in una giungla impenetrabile anche per gli addetti ai lavori, viene decretato che "la discussione parlamentare" è un lusso che "il paese non si può più permettere".
A noi sembra chiaro - senza voler essere per forza "maligni e prevenuti" - che una motivazione così ridicola a uno strappo istituzionale così violento, non possa che fare da precedente - al pari del "modello Marchionne" o del "piano Electrolux" - allo svuotamento degli assetti costituzionali repubblicani. Non mancheranno mai, infatti, ragioni più serie per chiedere il calo della "ghigliottina" su ogni discussione problematica per il governo. L'Unione Europea, a questo punto, dispone del Parlamento "italicum" come di una amministrazione provinciale. Basterà inovcare i motivi di "necessità e urgenza" e mai nessun decreto - soprattutto quelli miranti a far rispettare gli oblighi comunitari - potrà più essere ostacolato.
La battaglia parlamentare è stata condotta dai soli deputati "pentastellati". Ma non è possibile definire neppure costoro "difensori della Costituzione". Nel suo consueto post quotidiano, infatti, il padrone assoluto del M5S - Beppe Grillo - inneggiava al "piano Electrolux", giustificando le scelte di quella come di altre aziende che si preparano a fare altrettanto, come una conseguenza del "costo del lavoro" e delle tasse "troppo alte".
La "notte della Repubblica" è iniziata. Lo Stato che abbiamo di fronte si chiama ora Unione Europea ed è espressione diretta, senza intermediari istituzionali dotati di legittimità democratica, del capitale multinazionale, in primo luogo finanziario. E sarà meglio pensare a come organizzare la Resistenza senza guardare a chi siede in un Parlamento che conta meno di una cooperativa in liquidazione.
Ecco il video della rissa finale:
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Laura Boldrini, osannata come rappresentante di una sinistra "umanitaria" e dal volto presentabile, ha per la prima volta nella storia utilizzato "la ghigliottina" - appunto - ovvero quel meccanismo regolamentare che consente la chiusura "d'autorità" del dibattito alla Camera pur di evitare la decadenza del decreto legge in discussione. C'è una certa ignobile coerenza tra la storia della presidente della Camera, eletta "in quota Vendola", e questo gesto che decreta la subordinazione del Parlamento - del potere supremo in una democrazia liberale, il legislativo - al potere esecutivo. La signora Boldrini viene infatti dal quel mondo di "Ong" e istituzioni internazionali (Onu, per esempio) che ha coltivato e allenato un vero e proprio "ceto politico apolide" che - rigettato all'interno del paese di provenienza - si adatta perfettamente a fare da terminale per gli input politici della borghesia multinazionale.
Il decreto in "discussione" era come al solito, di questi tempi, uno zibaldone di misure spurie, riguardanti numerose materie stralciate o corrette dalla "legge di stabilità", l'attuale nome della finanziaria. Spiccava la norma che consente la "rivalutazione" delle partecipazioni azionarie nella Banca d'Italia, che non è - come comunemente si crede, un "organo dello Stato", ma una società per azioni distribuite fra una serie di banche private.
Fin quando il pacchetto azionario era posseduto dalle cinque "banche di interesse nazionale", si poteva legittimamente dire che la Banca di'Italia era di fatto una parte delle istituzioni pubbliche; particolarmente rilevante per il fatto di battere moneta e applicare le politiche monetarie del paese.
Con "il divorzio" tra Bankitalia e Tesoro - deciso da Andretta ormai negli anni '80 - le politiche monetarie divennero competenza di un organo solo formalmente "indipendente"; ma cessò la possibilità per via Nazionale di partecipare alle aste dei titoli di Stato, cosa che garantiva un prezzo sempre abbastanza alto e quindi rendimenti - cedole per gli investitori - relativamente basse. Il che contribuiva a tenere in relativo ordine i conti pubblici.
Si è andata da allora allargando lo "spread" che ha portato gli interessi sul debito pubblico al vertice delle spese effettuate annualmente dallo Stato. Spese peraltro non "tagliabaili" perché derivante dagli andamenti "del mercato", non dalla decisione politica.
In più, con l'eliminazione dell'Iri e altre privatizzazioni (effettuate dal primo governo Prodi), le cinque banche di "interesse nazionale" vennero privatizzate. Le fusioni successive le hanno ricondotte tutte sotto l'egida di Unicredit e Banca Intesa. La rivalutazione delle quote stabilita nel decreto porta così 7,5 miliardi "freschi" nella pancia principali banche italiane. Più che un regalo, un'elargizione principesca in tempi di fame incipiente per oltre metà della popolazione (le famiglie che vivono con meno di 2.000 euro al mese). L'Istituto è infatti autorizzato ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie all'importo di 7,5 miliardi di euro. A seguito dell'aumento, il capitale sarà rappresentato da quote di nuova emissione, pari a 25.000 euro ciascuna (anziché 20.000, come previsto dal testo originario; solo 6 miliardi, evidentemente, sembravano pochi).
Le banche italiane, specie le principali, ne avevano un disperato bisogno. Dall'inizio dell'anno è infatti iniziato il trasferimento dei compiti di "sorveglianza" da Bankitalia alla Bce. Molte di queste banche non hanno un buon equilibrio tra depositi e "attività rischiose", o addirittura "crediti inesigibili"; quindi questa iniezione di denaro - basterà riportare a bilancio la quota posseduta in Bankitalia come un "attivo", con un semplice cambiamento del valore indicato - fungerà da girovita per bilanci invece semidisastrati. L'Unione Europea, però, non può che applaudire. L'eventuale dissesto, in sede di verifica dei conti, di "banche sistemiche" come Intesa e Unicredit avrebbe conseguenze pesanti su tutto il sistema finanziario continentale. Con riflessi negativi anche sull'accelerazione imposta alla costruzione dello "stato unitario" mediante trattati sempre più stringenti.
Incredibile anche la motivazione con cui il governo Letta ha preteso che il dibattito parlamentare venisse "ghigliottinato": se non fosse stato approvato entro la mezzanotte, infatti, i proprietari di case - quasi l'80% delle famiglie - avrebbe dovuto pagare la seconda rata dell'Imu cancellata dalla "legge di stabilità". Insomma, per evitare una figura di merda a un governo di pasticcioni che hanno trasformato la normativa fiscale sulla casa in una giungla impenetrabile anche per gli addetti ai lavori, viene decretato che "la discussione parlamentare" è un lusso che "il paese non si può più permettere".
A noi sembra chiaro - senza voler essere per forza "maligni e prevenuti" - che una motivazione così ridicola a uno strappo istituzionale così violento, non possa che fare da precedente - al pari del "modello Marchionne" o del "piano Electrolux" - allo svuotamento degli assetti costituzionali repubblicani. Non mancheranno mai, infatti, ragioni più serie per chiedere il calo della "ghigliottina" su ogni discussione problematica per il governo. L'Unione Europea, a questo punto, dispone del Parlamento "italicum" come di una amministrazione provinciale. Basterà inovcare i motivi di "necessità e urgenza" e mai nessun decreto - soprattutto quelli miranti a far rispettare gli oblighi comunitari - potrà più essere ostacolato.
La battaglia parlamentare è stata condotta dai soli deputati "pentastellati". Ma non è possibile definire neppure costoro "difensori della Costituzione". Nel suo consueto post quotidiano, infatti, il padrone assoluto del M5S - Beppe Grillo - inneggiava al "piano Electrolux", giustificando le scelte di quella come di altre aziende che si preparano a fare altrettanto, come una conseguenza del "costo del lavoro" e delle tasse "troppo alte".
La "notte della Repubblica" è iniziata. Lo Stato che abbiamo di fronte si chiama ora Unione Europea ed è espressione diretta, senza intermediari istituzionali dotati di legittimità democratica, del capitale multinazionale, in primo luogo finanziario. E sarà meglio pensare a come organizzare la Resistenza senza guardare a chi siede in un Parlamento che conta meno di una cooperativa in liquidazione.
Ecco il video della rissa finale:
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29/01/2014
Stanno aprendo quella porta...
Il colpo di stato che inaugurerà la Terza Repubblica, dimenticando completamente quella nata dalla Resistenza, avrà il volto pubblico dei “carini per il rinnovamento”. Il format non è per niente nuovo.
Basta guardare le “segreterine” scelte da Matteo Renzi: sembrano uscite da una selezione del casting di Mediaset, replicanti quasi perfette delle Carfagna o delle Minetti, ma sventolanti il proprio “merito” come garanzia di differenza antropologica. Nella “segreteria giovane” renziana ci sono anche i maschi, ma non vanno sullo schermo. Una preoccupazione tipica dei “creativi” d'immagine e comunicazione politica. Un esempio? Prendete il Floris di Ballarò, che ad ogni puntata contrappone una “segreterina” ad un'altra donna, sempre molto più competente, ferratissima, con un curriculum impressionante nella materia di cui si è scelto di discutere... ma decisamente troppo anziane per attirare la simpatia subliminale dello spettatore medio.
Bene, questa è la maschera piacente del golpe in atto. Della diatriba sulla “legge elettorale” sapete già tutto, e comunque abbiamo pubblicato diversi interventi, se ne parla da ogni oblò televisivo e non. La “vecchia politica” (bersaniani, alfaniani, casiniani e casinisti vari, montiani e vendoliani) hanno tentato di “impaludare” l'accordo tra il sindaco di Firenze e il Caimano. In modo da sminuire implacabilmente l'immagine “vincente” del giovane democristiano e renderlo “addomesticabile”.
Tentativo disperato, inutile, forse addirittura controproducente, alla fine.
Financial Times, Angela Merkel, tre quarti del gotha dell'Unione Europea, hanno già scelto Renzi come il proprio referente per distruggere quel che resta dell'assetto costituzione, sociale, sindacale della Prima Repubblica. Berlusconi lo ha semplicemente capito, e accettato. Gli lascia un'eredità “comunicativa” che ha devastato la politica rendendola una commediola all'italiana, un “Natale a Firenze” tra lazzi, battute e tormentoni (“signori miei...”) che coprono l'espropriazione totale della “cosa pubblica” da ogni illusione di “sovranità popolare”. Presente, passata e futura.
Vale per la sfera politica come per quella sindacale, il cui “accordo sulla rappresentanza” appare una fotocopia esatta del “bastardellum” renzusconiano. Vale per l'informazione, mai come oggi così pesantemente sottoposta a un dominio incontrastato dei grandi gruppi economici e senza dover neppure inventare istituzioni censorie.
All'interno della classe politica parlamentare non ci sono né capacità di progetto, né velleità istituzionali in grado di arrestare questa caduta. Al massimo un po' di recalcitramenti paludosi, senza pretese (qualche poltrona da conservare, qualche filiera clientelare da proteggere, come nel caso della Lega Nord risparmiata dalla mattanza promessa ai “partitini”) e senza prospettive.
Stanno aprendo la porta sull'orrore. La gabbia di ferro intorno a una popolazione da spremere e affamare si va dunque chiudendo con decisione. L'offensiva aperta da Electrolux ha l'ambizione, per il capitale multinazionale, di completare l'opera del “modello Marchionne”, imponendo il dimezzamento o quasi dei livelli salariali in questo paese, come già avvenuto in Grecia.
È finito il tempo della “politica” come prodotto da esporre sugli scaffali del supermercato, con gli incassi da riscuotere nella tornata elettorale. Chi non l'ha ancora capito dovrà rendersene conto molto presto, con lo scontato annientamento delle “liste alternative” in sede di elezioni europee.
Questo è il tempo della politica come logica unitaria dei mille conflitti sociali, sindacali, territoriali. È il tempo di concentrare le forze lì dove si può ancora far saltare la messa a punto del meccanismo. È l'Unione Europea il ponte di comando da cui promanano gli ordini crudeli che le “segreterine” rivestono con packaging attraente.
Ci si vede nelle strade, da subito. Ci si vede a Roma, in primavera, per la prima manifestazione nazionale che mette al centro di tutti i conflitti la necessità di rompere l'Unione Europea.
Fonte
Basta guardare le “segreterine” scelte da Matteo Renzi: sembrano uscite da una selezione del casting di Mediaset, replicanti quasi perfette delle Carfagna o delle Minetti, ma sventolanti il proprio “merito” come garanzia di differenza antropologica. Nella “segreteria giovane” renziana ci sono anche i maschi, ma non vanno sullo schermo. Una preoccupazione tipica dei “creativi” d'immagine e comunicazione politica. Un esempio? Prendete il Floris di Ballarò, che ad ogni puntata contrappone una “segreterina” ad un'altra donna, sempre molto più competente, ferratissima, con un curriculum impressionante nella materia di cui si è scelto di discutere... ma decisamente troppo anziane per attirare la simpatia subliminale dello spettatore medio.
Bene, questa è la maschera piacente del golpe in atto. Della diatriba sulla “legge elettorale” sapete già tutto, e comunque abbiamo pubblicato diversi interventi, se ne parla da ogni oblò televisivo e non. La “vecchia politica” (bersaniani, alfaniani, casiniani e casinisti vari, montiani e vendoliani) hanno tentato di “impaludare” l'accordo tra il sindaco di Firenze e il Caimano. In modo da sminuire implacabilmente l'immagine “vincente” del giovane democristiano e renderlo “addomesticabile”.
Tentativo disperato, inutile, forse addirittura controproducente, alla fine.
Financial Times, Angela Merkel, tre quarti del gotha dell'Unione Europea, hanno già scelto Renzi come il proprio referente per distruggere quel che resta dell'assetto costituzione, sociale, sindacale della Prima Repubblica. Berlusconi lo ha semplicemente capito, e accettato. Gli lascia un'eredità “comunicativa” che ha devastato la politica rendendola una commediola all'italiana, un “Natale a Firenze” tra lazzi, battute e tormentoni (“signori miei...”) che coprono l'espropriazione totale della “cosa pubblica” da ogni illusione di “sovranità popolare”. Presente, passata e futura.
Vale per la sfera politica come per quella sindacale, il cui “accordo sulla rappresentanza” appare una fotocopia esatta del “bastardellum” renzusconiano. Vale per l'informazione, mai come oggi così pesantemente sottoposta a un dominio incontrastato dei grandi gruppi economici e senza dover neppure inventare istituzioni censorie.
All'interno della classe politica parlamentare non ci sono né capacità di progetto, né velleità istituzionali in grado di arrestare questa caduta. Al massimo un po' di recalcitramenti paludosi, senza pretese (qualche poltrona da conservare, qualche filiera clientelare da proteggere, come nel caso della Lega Nord risparmiata dalla mattanza promessa ai “partitini”) e senza prospettive.
Stanno aprendo la porta sull'orrore. La gabbia di ferro intorno a una popolazione da spremere e affamare si va dunque chiudendo con decisione. L'offensiva aperta da Electrolux ha l'ambizione, per il capitale multinazionale, di completare l'opera del “modello Marchionne”, imponendo il dimezzamento o quasi dei livelli salariali in questo paese, come già avvenuto in Grecia.
È finito il tempo della “politica” come prodotto da esporre sugli scaffali del supermercato, con gli incassi da riscuotere nella tornata elettorale. Chi non l'ha ancora capito dovrà rendersene conto molto presto, con lo scontato annientamento delle “liste alternative” in sede di elezioni europee.
Questo è il tempo della politica come logica unitaria dei mille conflitti sociali, sindacali, territoriali. È il tempo di concentrare le forze lì dove si può ancora far saltare la messa a punto del meccanismo. È l'Unione Europea il ponte di comando da cui promanano gli ordini crudeli che le “segreterine” rivestono con packaging attraente.
Ci si vede nelle strade, da subito. Ci si vede a Roma, in primavera, per la prima manifestazione nazionale che mette al centro di tutti i conflitti la necessità di rompere l'Unione Europea.
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08/01/2014
La "terza repubblica" aveva bisogno di un'altra Tangentopoli
Cambiare tutto per non cambiare niente. Il motto de “Il gattopardo”, ripreso nel titolo di un famoso articolo di Augusto Graziani, sembra tagliarsi perfettamente alla realtà del paese svelata casualmente dall'ennesima inchiesta giudiziaria. Non c'è nessuna sorpresa, tranne il vedere che lo stesso meccanismo, tra le stesse “categorie” o addirittura le stesse persone, si riproduce senza sosta, un giorno dopo l'altro, come se nulla e nessuno potesse davvero interromperlo.
E quindi, è sorprendente secondo voi vedere che “politici, imprenditori, mafiosi, ex appartenenti alla banda della Magliana, prelati e qualche 007” si servivano tutti insieme e separatamente dello stesso commercialista per fare affari in comune?
È bastato che un giudice ordinasse il sequestro dei file di Paolo Oliverio, commercialista, arrestato agli inizi di novembre con l’accusa di aver pilotato nomine e affari dell’ordine religioso dei Camilliani, intimo di “uomini delle istituzioni”, ovviamente anche di “uomini d’affari” (se fai quel mestiere, è normale...), alti gradi del Vaticano, ma anche “riciclatore” di capitali per conto della ‘ndrangheta e della malavita romana.
Le rivelazioni vengono offerte da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, utilizzando – come di consueto – una “esfiltrazione di fascicoli” dalla procura di Roma. I nomi fin qui resi noti sono la classica crepa nella diga, ora si tratta di vedere le dimensioni dell'alluvione.
Si parte con l'ex senatore del Pdl, Sergio de Gregorio, prima ancora ex dipietrista che ha confessato di essere stato comprato – con due o tre milioni di euro – da Berlusconi per far cadere il governo Prodi. Si prosegue, per ovvia conseguenza, con Paolo Berlusconi, imprenditore e fratello del leader di Forza Italia. Per la gioia degli anti-laziali (sportivamente parlando) si va avanti con Claudio Lotito, presidente della Lazio. A questo punto non poteva mancare una vecchissima conoscenza degli intrighi piduisti, come il “faccendiere” per eccellenza, Flavio Carboni. Per guarnire la già ricca torta ecco apparire il boss Ernesto Diotallevi, che avrebbe concluso affari immobiliari da centinaia di migliaia di euro grazie al “giro” di conoscenze che ruotava intorno al commercialista. Compare anche un uomo della finanza, latitante da anni per una bancarotta da oltre 90 milioni di euro, come Marco Squatriti – ex marito di Afef Jnifen, poi signora Tronchetti Provera –. Il meno noto è un peones, deputato del Nuovo centrodestra alfaniano, Alessandro Pagano.
Nessuno stupore nel vedere – per esempio – che in qualche modo spunta fuori il nome di Lorenzo Borgogni, ex manager di punta in Finmeccanica, che aveva alcune quote societarie insieme a Squatriti e avrebbe appalti gestiti da imprese del Gruppo sotto controllo pubblico, anche se quotato in Borsa. Il solito meccanismo di "matrioske", società fantasma intestate a prestanome, attraverso cui soldi di "incerta origine" diventato "puliti come angioletti".
Ma al commercialista non mancavano certo "entrature" anche nel mondo dei servizi segreti – per favore, smettetela di chiamarli "deviati"! Fanno esattamente quel che viene loro ordinato dal governo di turno – visto che «l’indagato disponeva di un sistema software per le intercettazioni illegali». Ma una serie di documenti estrapolati dal suo computer farebbero pensare che facesse anche da "soffia" per i servizi stessi, riportando discussioni risrvate su affari, contatti, ecc. Un classico "agente doppio" da romanzo stile Le Carrè.
Come sempre, generali, Guardi di Finanza e Vaticano fanno la parte del leone. Dall'indagine sui Camilliani (ordine "religioso"), i magistrati sono rapidamente arrivati alla gestione "occulta" di appalti in regioni "problematiche" – dal punto di vista delle infiltrazioni mafiose nella costruzione di infrastrutture – come Campania, Calabria e Sicilia.
Le entrature con la GdF sarebbero invece state utilizzate per "proteggere" clienti dall'azione di Equitalia. Ci mancava pure che certa gente si vedesse costretta a pagare le tasse!
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